giuliano

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IL TOMO

lunedì 7 aprile 2014

IL RITORNO (21)





















Prosegue in:

Cosa era successo? (22)  &


La nube purpurea (23)














.....A Wokingham dormii su una stuoia, in una taverna chiamata 'La Rosa',
nel corridoio, perché c'era nella casa, in un letto, un uomo dall'aria russa e
pazzesca, dai denti sporgenti che non mi piaceva per niente, ed ero troppo
stanco per cercare un altro alloggio; ripartii la mattina dopo, presto, e verso
le dieci ero già arrivato a Reading.
L'idea di orientarmi in terra con gli stessi mezzi che mi erano serviti per orien-
tarmi in mare, per quanto naturale, non mi era ancora venuta in mente; ma
non appena vidi una bussola in mostra in un negozio vicino al fiume, tutte le
mie difficoltà scomparvero: perché una carta o una mappa, una bussola, un
compasso e, trattandosi di lunghe distanze, anche un quadrante, erano tutto
quel che occorreva per mutare la locomotiva in nave terrestre: bastava sce-
gliere quelle linee il cui tracciato passasse più vicino alla rotta prestabilita,
anche se non la seguivano esattamente.





















Così attrezzato, lasciai Reading verso sera, prima che si facesse buio.
A un angolo vicino alla fabbrica di biscotti vidi un ragazzo, che mi sembrò
fosse cieco: stava, come incastrato, in piedi, aveva una catena al polso, e
legato alla catena un cane, e il ragazzo si trovava in una posizione tanto ar-
bitraria da farmi pensare fosse stato sollevato, con catena e cane, e pianta-
to lì dalla tempesta del giorno 7; ma la cosa più strana era il suo braccio,
rimasto proteso sopra il cane, così che nell'attimo in cui lo scorsi mi sembrò
un ubriaco che stesse aizzando contro di me il suo cane; infatti, tutti i cada-
veri che vidi erano molto malconci, svestiti e stravolti dalla tempesta; si sa-
rebbe detto che la terra facesse ogni sorta di vani sforzi per ripulire le sue
strade.





















Non molto lontano da Reading scorsi il vivaio di un floricultore: alcune aiuo-
le sembravano morte, altre fiorivano con rigogliosa esuberanza; e qui, di
nuovo vidi aleggiare intorno alla locomotiva nell'aria della sera, tre farfalline
appena uscite dalla crisalide; poi passai accanto a una quantità di treni, pieni
zeppi di gente, tutti sull'altro binario, due dei quali distrutti in uno scontro e
una locomotiva esplosa; perfino i campi e i terrapieni ai due lati della ferrovia
apparivano insolitamente popolati, come se i viaggiatori, non potendo più fi-
darsi di treni né di altri veicoli, avessero deciso di raggiungere la costa occi-
dentale a piedi, schierati in colonne e carovane.






























Prima di arrivare a Slough, stavo per entrare in una galleria, quando osservai
sotto l'arco di ingresso una quantità di legni spezzati; mentre percorrevo il tun-
nel, mi allarmarono i salti che faceva la locomotiva, per via dei cadaveri che
ingombravano le rotaie; all'uscita, un altro ammasso di legni rotti.
Immaginai che un gruppo di disperati avesse deciso di chiudere ermeticamente
le due uscite della galleria dopo esservisi introdotto, con varie provviste, nella
speranza di poter sopravvivere, finché il giorno del giudizio fosse passato; a
un certo punto un treno diretto a Londra aveva infranto le barricate, probabil-
mente schiacciandoli; oppure altre folle, pazzamente desiderose di condividere
il loro rifugio cavernicolo, avevano forse buttato giù le palizzate; essendo questi
incidenti, come poi scoprii, divenuti quotidiani.
























Non mi mancava molto per arrivare a Londra, ormai, ma la cattiva sorte volle
farmi trovare sul mio stesso binario un treno, anch'esso diretto alla capitale,
completamente vuoto: altro non potevo fare che trasferirmi con tutte le mie co-
se sulla locomotiva di questo treno, che trovai in buone condizioni, fornita per-
fino di carbone e di acqua; dovetti però farla partire, una fatica abominevole:
ormai ero nero dalla testa ai piedi.
Verso le dieci e mezzo un altro treno mi sbarrò la strada; ma mi trovavo a
400 metri soltanto da Paddington. Scesi e mi avviai a piedi verso la stazione,
tre carrozze piene di cadaveri che si reggevano ancora in piedi, per via della
calca, sopra rotaie dove i cadaveri erano così abbondanti e trascurabili quanto
le onde nel mare o i rami nel bosco: perché intere moltitudini avevano inseguito
i treni in movimento, cercando di raggiungerli, oppure li avevano preceduti, di
corsa, nella folle speranza di poterli fermare.




























Arrivai a quel gran capannone di vetri e travature che è la stazione; la notte era
perfettamente silenziosa, senza luna, senza stelle; erano quasi le undici; impossi-
bile non accorgersi che a un certo punto i treni, per potersi muovere, si erano
dovuti per forza aprire la strada sguazzando sopra un pantano di corpi, spingen-
doli da dietro, e questi avevano formato una massa compatta sulle rotaie; certa-
mente lo avevano fatto, si vedeva, e lo stesso dovevo fare io adesso, dovevo
decidermi a guadare quel pantano, perché carne umana ce n'era dappertutto,
sui tetti delle carrozze, negli spazi tra un vagone e l'altro, sulle piattaforme, spruz-
zata sulle colonne di sostegno come una schiuma ammucchiata sui vagoni merci
aperti; una palude di carne, e la stessa sostanza, davanti alla stazione, riempiva
gli interstizi lasciati dal vero e proprio esercito di veicoli che copriva a tappeto
quel quartiere.






















E tutto quel profumo di fiori, che in nessun luogo, tranne quella nauseante nave,
era mai mancato, qui veniva finalmente e completamente sopraffatto da un altro
odore; e mi venne in mente il pensiero, santo cielo, che se l'anima degli uomini
aveva ruttato al cielo lo stesso odore che adesso i loro corpi mi offrivano, non
era da stupirsi, no, che le cose stessero come stavano.
Uscii dalla stazione; i miei orecchi, ne è testimone il cielo, si aspettavano anco-
ra il solito rumore cittadino, per quanto fossi abituato ormai a quel muto e as-
sente vuoto del silenzio; e fui sopraffatto da un nuovo terrore, e mi smarrii in
una nuova disperazione ancor più sconfinata, quando invece di lampioni e di
ruote in movimento, vidi davanti a me la lunga strada che conoscevo bene,
immersa in un mutismo lugubre, come fossi in una Babilonia secolare inva-
sa dall'erba; quando invece della consueta confusione, non udii che un si-
lenzio sconvolgente, un silenzio che si innalzava al cielo, fino ad altezze da
me finora mai sentite, per congiungersi lassù al silenzio di quelle luci di....
eternità....

(M.P. Shiel, La nube purpurea)

















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