giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 7 settembre 2014

LE VIE DEI CANTI: i nativi (& la vita) (7)


















Precedenti capitoli:

Le vie dei canti: i coloni (6) &

Accurata valutazione di un idiota &














Old Ord river blues (la ballata di Reg)

Prosegue in:

Le vie dei canti: i nativi (& la vita) (8) &


 







Secondo sogno: ma gli androidi sognano pecore elettriche?














Deve essere stato l’odio razziale a metter loro in conto una buona parte della nomea di scarsa intelligenza che portano e hanno portato nell’opinione che il mondo ha di loro.
Erano pigri – sempre pigri. Forse era questo il loro problema. E’ un difetto micidiale. Sicuramente essi avrebbero potuto progettare e costruire una casa adeguata, ma non lo fecero. E avrebbero potuto inventare e sviluppare le arti dell’agricoltura, ma non lo fecero. Andavano nudi e senza tetto, e vivevano di pesce e larve e vermi e frutta selvatica, ed erano con ogni evidenza dei selvaggi, nonostante tutto la loro acutezza.
Con un Paese grande quanto gli Stati Uniti in cui vivere e moltiplicarsi, e senza che tra di loro vi fossero epidemie finché non giunse l’uomo bianco a portare quelle e altre implicazioni della civiltà, è molto probabile che non vi sia mai stato un giorno in cui egli abbia potuto contare 100.000 appartenenti alla sua razza in tutta l’Australia.




Egli ha diligentemente e deliberatamente contenuto la popolazione con l’infanticidio – in larga misura; ma principalmente con altri metodi. Dopo l’arrivo dell’uomo bianco, egli non ha più avuto bisogno di praticare simili artifici. L’uomo bianco conosceva modi per contenere la popolazione che ne valevano cento dei suoi. L’uomo bianco conosceva metodi per ridurre una popolazione di nativi dell’80% in vent’anni. Il nativo non aveva mai visto nulla di così idiota.
Vi è, per esempio, il caso della terra ora chiamata Victoria – una terra grande ottanta volte il Rhode Island, come ho già avuto modo di dire. Secondo le migliori stime ufficiali vi erano colà 4500 aborigeni quando arrivarono i bianchi, a metà degli anni Trenta. Di questi, 1000 vivevano a Gippsland, una fascia di territorio della dimensione di 15 o 16 Rhode Island: essi non diminuirono come alcune delle altre comunità; ma di fatto, in capo a quarant’anni erano rimasti soltanto in 200.




La tribù di Geelong diminuì in misura soddisfacente: da 173 unità, scese a 34 in vent’anni; e in capo ad altri venti la tribù era formata da una (1) persona soltanto. Le due tribù di Melbourne contavano almeno 300 componenti all’arrivo dell’uomo bianco; ne contavano appena venti 37 anni dopo, nel 1875. A quell’epoca vi erano ancora scampoli di tribù sparsi qua e là per la colonia di Victoria, ma mi fu detto che i nativi di sangue puro, oggi, sono rarissimi. Si dice che gli aborigeni siano ancora presenti in una certa quantità nell’immenso territorio chiamato Quensland.
I primi bianchi non erano abituati ai selvaggi. Non potevano comprendere la prima legge della vita selvaggia: se un uomo vi fa un torto, ne è responsabile tutta la sua tribù – ciascun individuo appartenente ad essa – e potete avere ciò che vi aspetta da qualunque suo componente, senza preoccuparvi di cercare il colpevole. Quando un bianco uccideva un aborigeno, la tribù applicava l’antica legge, e uccideva il primo bianco che capitava a tiro.
Per i bianchi, questa era una mostruosità. 
La medicina appropriata per creature come queste poteva essere lo sterminio. Essi non uccisero tutti i neri, con estrema sollecitudine, ne uccisero abbastanza da porre se stessi in condizioni di sicurezza. Dall’alba della civiltà a quel giorno, l’uomo bianco ha sempre fatto uso di questa precauzione.




Per centinaia di generazioni, gli aborigeni australiani hanno cercato e trovato il significato di ogni forma della Natura, di ogni roccia, di ogni collina e di ogni altra cosa nel loro ambiente: vento e pioggia, animali ed alberi.
Tutto fu concepito, voluto, creato, modellato e fatto vivere da forze naturali dall’epoca dei Sogni, Spiriti con una ferrea logica che va compresa e rispettata. Ogni linea della Natura ricorda un epos, ogni grotta è piena di leggende, ogni pozza d’acqua racchiude più storie di uno dei nostri monumenti.
… Ogni particolare per quanto piccolo, del paesaggio brullo, immobile, eterno, nel quale sono immersi ogni giorno, è per loro pieno di vita, di azione, di ragione esistenziale. L’uomo e l’ambiente sono un tutt’uno! Le superfici istoriate delle grotte e degli anfratti sono altrettanti libri sacri, come i Veda, la Bibbia o il Corano, dove si tramandano le storie ed i miti del popolo, ove gli Spiriti tornano a palesare i loro poteri.
L’aborigeno però non immagina di possedere la Natura!
Per lui è piuttosto la Natura, nelle sue varie forme, che possiede e crea l’uomo, o per lo meno che lo ingloba e ne determina, di conseguenza, il destino. In quell’ambiente allo stato brado che ancor oggi conta meno di un abitante per Kmq., si ha la sensazione della vastità sconfinata nella quale, pietre, piante, animali, uomini e Spiriti vivono nell’intimità della totale simbiosi (cui solo l’imbecillità dell’uomo bianco sa distruggere gli armoniosi equilibri…) e l’aborigeno è immerso nel suo ambiente, nella serena coscienza che ha per il suo mondo, dove il reale e l’immaginario sono INDIVISIBILI.
Anzi, sono semplicemente tutt’uno: IL REALE E’ IMMAGINARIO  E L’IMMAGINARIO E’ REALE.




Le stazioni dei mandriani erano disseminate in quel vasto territorio, a miglia e miglia di distanza – in ogni stazione una dozzina di persone. Vi era un’enorme quantità di bestiame, i nativi neri ne erano sempre esclusi quindi malnutriti e affamati.
La Terra apparteneva a loro!
I bianchi non l’avevano comprata, né potevano comprarla; giacché le tribù non avevano capi, nessuno al comando, nessuno in possesso dei titoli per vendere e portare a termine un passaggio di proprietà; e le tribù non avevano neppure una vaga idea di che cosa fosse la trasferibilità di una proprietà di Terra. 
















Nessun commento:

Posta un commento