giuliano

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IL TOMO

giovedì 19 settembre 2019

MIA NONNA GIUSEPPINA



































(Dedicata a mio padre Grumello del Monte -Bg- 1924-Sett 2014)














‘Ragazzo mio’,

…disse una voce alle mie spalle.

Io mi volsi ed era la nonna Giuseppina.

Da anni e annorum – perché mi lasciò quando io ero ancora ragazzo nonna Giuseppina ogni tanto si fa viva e, per un bel pezzo, io non sono riuscito a capire come ciò potesse accadere ma poi, fatto più maturo, lo scopersi.

Ogni tanto uno sente il bisogno di rifugiarsi nella propria fanciullezza, e nonna Giuseppina è legata indissolubilmente alla mia fanciullezza. Risalendo il corso della mia vita, in riva all’esiguo specchio d’acqua limpida dal quale parte, trovo nonna Giuseppina. Una vecchietta antica, da libro di lettura di tempi lontani, con le ossa minute, il fazzoletto annodato sotto il mento, la sottana nera col corpetto accollato, ed il sottile fuscello di gaggia.

‘Ragazzo mio’…




…Si siede lentamente su un ciocco di Pioppo ancora radicato in riva all’acqua. È Giugno: l’erba è verde, grassa e fresca e, subito là dalla siepe che mi sta di fronte, dall’altra parte del laghetto, si distende un campo di frumento. Vedo le spighe che incominciano a diventare bionde, attraverso un ampio varco aperto nella siepe. Tutti gli anni, quando il grano matura, io ritorno lì perché per me, uomo di campagna, l’anno si svolge secondo il ciclo del pane e finisce quando le spighe cadono.

È il mio anno sentimentale che muore in bellezza, sotto il sole forte e chiaro e in un trionfo di spighe d’oro e di papaveri rossi. Allora io porto i baffi del vecchio Giovannino a specchiarsi nel laghetto vicino alla fonte. Nell’acqua limpida galleggia ancora l’immagine del Giovannino senza baffi e, quando riesco a stanarla, posso il confronto e vedere se gli anni e gli uomini mi hanno molto cambiato.

‘Ragazzo mio’,

….nonna Giuseppina continua a guardarmi e non le sfugge nulla.




Non porta occhiali, nonna Giuseppina, nessuno le rovinò gli occhi costringendola a scrivere e leggere quando i suoi occhi dovevano soltanto guardare il sillabario della Natura. Imparò a leggere quando il suo nipotino, che studiava da professore, sentì il bisogno di aver qualcuno, in casa, che l’aiutasse a ripassare le lezioni. Ma allora i suoi occhi erano forti e non ne risentirono mai. Imparò a leggere, ma si rifiutò di imparare a scrivere.

‘Non serve’,

…disse al nipotino!

Nonna Giuseppina era saggia e l’unico grave errore lo commise soltanto dopo che il suo nipotino, oramai noto accreditato emerito professore, si fu sposato. Il professore era simpatico, di parlantina facile e socievole e persuasiva. Sentiva il fascinoso imperativo del progresso meccanico. Fu, nel paese, uno dei pionieri dell’illuminazione a petrolio e possedeva oltre una macchina stupenda che andava con medesimo combustibile anche una calligrafia stupenda.

‘Dovreste imparare a scrivere’,

…disse un giorno il professore e non più nipote, a Giuseppina.




‘Scrivere che cosa?,

…domandò nonna Giuseppina.

‘Qualsiasi cosa’.

‘Non c’è nessun bisogno di scrivere quello che si può dire anche dalla finestra’,

…stabilì!

‘È umiliante che voi non sappiate scrivere nemmeno il vostro nome’,

…insistette l’uomo…

‘e dobbiate firmare con una croce. La vostra croce è uguale alla croce di tutti gli analfabeti, mentre voi siete diversa siete la nonna di un noto emerito Professore. Ciò non è giusto!’




‘La mia croce ha una gamba col rampino ed è fasciata, ed è diversa da tutte le altre croci che incontri’.

‘È sempre una croce fasciata o meno, e quando volete firmare qualcosa, occorrono sempre due testimoni che autentichino la vostra croce. Così i vostri affari diventano di dominio pubblico’.

Nonna Giuseppina dimenticò l’antica saggezza ed imparò a scrivere il proprio nome e cognome (Giuseppina Motta come da archivio comunale e parrocchiale) e, siccome l’uomo sentiva, oltre al fascinoso imperativo del progresso elettronico, quello non meno fascinoso economico-commerciale, nonna Giuseppina si lasciò convincere in un secondo tempo a tracciare la propria firma in calce alle cambiali emesse (ma anche pagate) dal nipote.




Così pensando tutte le volte che mi ritrovo in riva al laghetto con nonna Giuseppina, mi pare di riagganciarmi ad un altro secolo e ad un passato che, secondo l’anagrafe, non potrebbe appartenermi.

Scoppiata la Guerra, io rimasi solo con la nonna Giuseppina, poiché mio padre doveva mettersi in grigioverde e mia madre faceva la maestra in un lontano paese di campagna. Non sono mai riuscito a disobbedire a nonna Giuseppina. Quando incominciai a sentire il fascino della strada, dimenticando a volte d’avere una casa, succedeva che a un bel momento compariva nonna Giuseppina. Veniva giù dalla nostra soffitta del quarto piano lentamente, perché camminava già a fatica. Si faceva sul portone con le mani nascoste dietro la schiena e mi chiamava con un breve sibilo che soltanto io potevo udire. Io sapevo benissimo che in una di quelle mani impugnavano, oltre il crocefisso, anche un bastoncello cavato fuori da una fascina.




Allora io abbandonavo tutto e correvo verso il portone, regolandomi in modo da darle tutto il tempo che le occorreva per togliere la mano da dietro la schiena per colpirmi sulle gambe col rametto che stringeva in pugno e che non riuscì mai a farmi male alla gamba perché colpendo leggermente quella sana non feriva quella malata o fratturata. Ambedue abbiamo ossa deboli!

Successe infatti che quando ero ragazzo malgarbato nonna Giuseppina cadde e si ruppe un polso e dovette tenerlo ingessato Dio sa quanto, quando guarì io per la gioia l’afferrai per il polso che pensavo curato e quello si ruppe e fratturò di nuovo.

Non pianse e la vidi piangere una sola volta, questo sì lo ricordo, quando un maledetto gatto nero le divorò una passeretta che allevava, magra e spelacchiata che però lei curò facendola divenire sana e robusta. Dio solo sa come riuscì a farla divenire forte al contrario della sua fragilità. La teneva sulla sua spalla sinistra e lei veniva a beccare le briciole di pane dalla sua mano.




Li sentivo parlare e discutere assieme tutto il giorno e ciò al Professore non piaceva. Non ho saputo mai cosa si dicessero, il fatto è che si capivano perfettamente. Ricordo ancora il grido d’angoscia che lanciò nonna Giuseppina il giorno in cui il gatto del professore le sbranò l’uccellino…

Se esistesse uno psicanalista vero che riuscisse a farmi sdraiare e rilassare su un divano e a prendere sul serio le sue domande, sono certo che il valentuomo scoprirebbe che, all’origine dei miei più grossi guai fisici e spirituali, c’è un gatto nero!

‘Io’,

…dissi a nonna Giuseppina…,

‘vorrei farti un monumento, ma non si è trovato più niente, nemmeno una traccia’.

‘Non pensare a queste malinconie’.




‘Io parlo spesso di te ai miei figli, ma chi sa cosa pagherei perché ti potessero vedere anche un solo minuto mentre preghi dietro a quella finestra con il tuo amico…’.

Mi pare di vedere ondeggiare qualcosa sullo specchio dell’acqua, e mi protesi verso il laghetto in cerca di nonna Giuseppina e la sua diletta. Vidi il mio viso nell’acqua. Lentamente l’ombra ondeggiare illuminarsi e scorgere il profilo di un Signore che un po’ assomigliava a mia nonna, parlava anche lui con un amico sconosciuto dalla mattina alla sera. Non ho capito bene di cosa discutessero.

Ed ora quando arrivo allo stesso specchio d’acqua vedo Giovannino bambino in cerca di more e mirtilli con gli occhi che fissano i miei nascosto dietro un fungo. Le immagini si sovrappongono come una scala a chiocciola che lenta sale verso il cielo…

Poi uno sparo!

Qualcosa di innaturale!

Quando mi giro non vedo né Giovannino né Giuseppina col fazzoletto in capo, al margine del campo di grano…

(da Guareschi ispirato)













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