giuliano

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IL TOMO

giovedì 23 settembre 2021

IL COSMOPOLITA ALLA FARMACIA DELL'ELEFANTE (38)

 










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In una nebbiosa mattina d’inverno del 1603, a Strasburgo, l’orafo Güstenhöver sedeva alla finestra presso la porta del suo negozio, chino sopra un lavoro di cesello, quando venne messo in agitazione dal suono stridente della campanella d’ingresso.

 

Dall’oscurità era comparso un cliente sconosciuto, avvolto in un mantello bardato di pelliccia, che guardava all’intorno osservando velocemente degli anelli e altri lavori di oreficeria. Fra la merce esposta, sembrava che alcune cose gli piacessero e altre meno; ne mise da parte alcune, e mentre faceva le sue scelte prese a conversare con l’artigiano sul valore, il significato e la forza magica delle pietre preziose e dei metalli.

 

Güstenhöver, che di queste cose se ne intendeva, come se ne intendevano tutti coloro che a quel tempo esercitavano il suo mestiere, si immerse volentieri nella conversazione iniziata dal cliente; soprattutto perché da diversi accenni ritenne che lo straniero la sapesse lunga sull’argomento e che, quale conoscitore di pietre preziose di grande esperienza, essa mostra di avere conoscenze nuove e misteriose.




Il cliente infine, facendo il vago, disse che a breve aveva l’intenzione di aprire un laboratorio tranquillo e fuori mano, nel quale avere la possibilità di ricavare un certo preparato chimico. Chiese a Güstenhöver se per caso non avesse un laboratorio equipaggiato a dovere, da mettergli a disposizione. Ora, il laboratorio di Güstenhöver si trovava sul retro della sua stessa abitazione, con un’unica finestra che dava su un cortile silenzioso, e sbirciarvi dentro era quasi impossibile a causa di alcuni frondosi alberi di castagno.

 

Non ci volle molto a che Güstenhöver si mettesse d’accordo con lo straniero perché rilevasse il laboratorio per un periodo di otto giorni, in cambio di un affitto ragionevole. L’orafo aveva capito che lo straniero, che sembrava essere a conoscenza di molte cose, avrebbe potuto dargli informazioni su certe operazioni relative a dei composti metallici che lo interessavano da lungo tempo. Lo sconosciuto promise di soddisfare tutte le curiosità di Güstenhöver, pagò in contanti l’affitto concordato e prese alloggio da lui quello stesso giorno, con uno scarso bagaglio. Non aveva bisogno d’altro spazio che quello del laboratorio.




Per otto giorni Güstenhöver non vide quasi mai lo strano ospite. Soltanto durante i modesti pasti, questi si lasciava avvicinare dalla porta. Il nono giorno, dopo avere almeno apparentemente concluso le sue operazioni, lo straniero uscì dall’isolamento e passò tutta la giornata nell’abitazione dell’orafo, durante la quale conversarono in modo particolarmente specifico. A conclusione della visita, donò all’orafo una piccola parte della tintura che in otto giorni di lavoro aveva preparato in laboratorio. Disse anche chi fosse.

 

Dichiarò di chiamarsi Alexander Seton, scozzese per nascita. Difatti parlava il tedesco con accento marcatamente straniero, denotante un’origine britannica. Più avanti, Seton disse all’orafo che, fra gli iniziati, era noto con un altro nome e che, dopo l’accoglienza così gentile che gli era stata riservata, annoverava l’orafo fra i suoi discepoli e amici. Pertanto gli confidò il nome di adepto con cui si presentava ai saggi:

 

Il Cosmopolita.




Aveva viaggiato a lungo in Oriente e vi aveva studiato tutta la sapienza magica di quei paesi; solo da pochi mesi era tornato in Europa, nei Paesi Bassi. Il lavoro che aveva completato silenziosamente in quei giorni, con il beneplacito dell’orafo, non era nient’altro che la preparazione della genuina tintura dell’oro. Güstenhöver poteva fare qualsiasi uso volesse del campione che gli aveva appena donato; il frutto dell’esperimento che fosse riuscito a portare a termine poteva tenerselo, in compenso per i servizi resi.

 

Dopo avere dette queste parole lo scozzese si alzò e col favore delle prime ombre della sera lasciò la casa di Güstenhöver, tanto improvvisamente e tanto rapidamente come vi era arrivato.

 

Güstenhöver, ancora confuso per la portentosa avventura dell’ultima settimana, esaminò la piccola fiala che Seton gli aveva lasciato. Conteneva un liquido porporino. Inoltre teneva in mano una piccola striscia di pergamena, sulla quale stava scritta la procedura, molto semplice, per portare a termine l’operazione.




Esitante e insicuro, non sapendo cosa pensare del suo ospite, che poteva essere un uomo onesto quanto un imbroglione, l’orafo andò nel suo appartato laboratorio e avviò l’esperimento indicato sulla pergamena. Egli aggiunse a dell’argento fuso una sola goccia della tintura; il risultato lo soddisfece al di là di ogni aspettativa. L’oro risultò purissimo alla pietra di paragone. Ora, era del tutto chiaro che il dono dell’ospite era di valore reale. Dopo aver fatto diversi calcoli, Güstenhöver arrivò facilmente alla conclusione che con il contenuto della fiala avrebbe potuto trasformare in oro oltre trenta libbre di argento, se la forza della tintura non fosse cambiata.

 

Ma questo dono prezioso non comportò per l’orafo le aspettative agognate. Egli era un uomo abbiente, non era affascinato in maniera particolare dalla ricchezza che il regalo dello scozzese gli aveva messo a disposizione; quanto piuttosto dall’ambizione di essere un adepto e dalle immaginazioni vertiginose alle quali indulgeva quando si ricordava come Seton lo avesse onorato concedendogli delle conoscenze da iniziato.




 Un folle orgoglio e un’insana gioia lo spinsero a svelare in breve tempo la notizia della sua scienza e del suo sapere a una serie di persone che, a Strasburgo, avevano influenza nel consiglio comunale e negli affari pubblici. Egli diede allora a costoro delle dimostrazioni di quanto poteva fare; e si sentiva boriosamente felice quando i suoi ospiti dimostravano sorpresa e invidia. La sua reputazione di essere un grande adepto fece il giro della città.

 

Non pose attenzione agli intelligenti ammonimenti di un uomo del calibro del saggio Tritemio, dati spesso nei suoi scritti: evitare le corti dei potenti e nascondere la nobile arte in appartata solitudine; insomma Güstenhöver sentiva la più grande soddisfazione quando percepiva l’invidiosa ammirazione di tutti coloro che venivano attratti dalla fama delle sue arti e che riuscivano ad avvicinarlo attraverso raccomandazioni o benevolenze.




 Gli parve di essere arrivato al coronamento delle sue aspirazioni quando, per intermediazione di un consigliere comunale di Strasburgo, gli giunse un invito dal Palazzo dell’imperatore Rodolfo, a Praga. La sua ambizione sfrenata non gli permise di indugiare; obbedì subito a quel richiamo e, con pompa del tutto inappropriata, si lasciò la sua casa e la sua città alle spalle; non vi avrebbe mai più fatto ritorno.

 

Arrivato a Praga, fu subito portato al cospetto dell’imperatore Rodolfo, il quale era già stato deluso e imbrogliato innumerevoli volte da persone che si spacciavano per adepti dell’Arte Regia. In conseguenza di ciò aveva preso l’abitudine di esaminare coloro che gli venivano raccomandati come alchimisti nel modo più breve e severo possibile.




L’imperatore osservò, con sinistro cipiglio, da cima a fondo, l’orafo che era tutto impaurito dal fatto di essere davanti allo spietato signore; questi gli ordinò di preparare subito, sotto ai suoi occhi, la pietra filosofale e così dare prova della sua scienza. Davanti all’inquietante determinazione dimostrata dall’onnipotente dominatore, sia l’orgoglio che la sicumera dell’orafo subirono un colpo. Impaurito e pentito, confessò di non essere capace di preparare né la tintura né la pietra desiderata; e che soltanto con il contenuto della piccola fiala, che egli consegnò all’imperatore, era in grado di creare una quantità limitata d’oro a partire dall’argento.

 

L’imperatore diffidente si morse il labbro inferiore e dichiarò all’adepto tremante che egli da un pezzo ne aveva abbastanza di scuse e scantonamenti del genere. Il possessore di quella tintura sicuramente non l’aveva trovata fra la spazzatura; né avrebbe mai donato un tesoro del genere a chiacchieroni o a pagliacci. Perciò, se Güstenhöver aveva per davvero la genuina tintura in quella fiala, cosa che sarebbe stata verificata subito attraverso un esperimento nel laboratorio del sovrano, egli avrebbe considerato il possessore anche come il suo realizzatore; e avrebbe ordinato all’orafo, sotto pena di sottostare alla più grande furia imperiale, di ripetere il processo di preparazione direttamente al suo cospetto.




Rodolfo condusse personalmente Güstenhöver sotto le imponenti volte del suo laboratorio alchemico e lo obbligò a versare la tintura su dell’argento in fusione. Per ottenere il risultato desiderato ci volle quasi tutto il rimanente del contenuto della fiala. Nel crogiolo c’era adesso oro; i tratti dell’imperatore irraggiarono soddisfazione e felicità; ma ne traspariva anche la decisione spietata di averne di più. Con gran fretta domandò a Güstenhöver quando sarebbe stato pronto a produrre altra tintura, e l’infelice ripeté, prosternandosi ai suoi piedi, che egli non era capace di compiere il lavoro che gli si domandava. L’ira e l’incredulità dell’imperatore non conobbero limiti; si voltò via e lasciò l’orafo in preda alla disperazione.

 

Güstenhöver tentò di fuggire di gran corsa dal laboratorio, ma venne fermato dai soldati. Fu portato in un’angusta prigione, dalla quale nessuna potenza al mondo avrebbe potuto liberarlo, salvo una sua comunicazione all’imperatore che egli era pronto a rivelargli il segreto e a intraprendere la preparazione della tintura nel laboratorio imperiale. Siccome, di fatto, egli non era in grado di eseguire l’operazione, Güstenhöver morì nella sua sotterranea prigione dopo qualche anno di sofferenze.                              

 



Federico III, dilapidatore e amante del lusso, ultimo Principe Elettore di Brandeburgo e primo re di Prussia, nel 1701 decise di scambiare la sua carica di Margravio di Brandeburgo con la corona regale. Fin da subito le cose non andarono così bene come l’ambizioso principe si era immaginato. Nuove disposizioni a favore dello Stato e dell’Esercito avevano rapidamente fatto diminuire quel benessere che il suo predecessore, il Grande Elettore, aveva ottenuto per i suoi territori nell’ultimo anno di governo, grazie a un’accorta politica economica.


Questo improvviso mutamento nell’ordine delle cose venne avvertito soprattutto nella capitale. L’orgoglio dei berlinesi di ospitare dentro le mura cittadine una residenza reale e non semplicemente ecclesiastica, venne pagato subito con un esagerato aumento delle imposte e delle tasse. Per tale motivo i berlinesi, in parte ancora piuttosto campagnoli, e le autorità municipali, non tardarono a criticare con un linguaggio velenoso il nuovo ordine, seguendo l’esempio dei parigini e quello di altre città importanti che si erano destate alla maturità politica.

 

A quel tempo i cittadini più ragguardevoli non solo si riunivano in birreria per discutere di politica, ma lo facevano anche nelle poche farmacie della città.




 La più frequentata di queste farmacie si chiamava “All’elefante”, il cui proprietario, l’esperto e colto farmacista Zorn, godeva di grande considerazione come uomo assennato e conoscitore del mondo. In gioventù aveva viaggiato molto, era stato a Bologna e Praga, a Siviglia e Parigi; aveva fatto pratica nei laboratori di chimici famosi, facendo ritorno nella città natale, Berlino, con una posizione, maturo e molto esperto. Acquistò la rinomata farmacia “All’elefante”, conducendola personalmente e mettendo in offerta le più recenti specialità estere, tra cui il rinomato caffè olandese.


Davanti alla porta dell’opulento negozio c’era un negro di legno con una corona di foglie di tabacco sulla testa crespa, che con una mano offriva strisce di carta per accendere la pipa, mentre coll’altra reggeva una pianta di caffè, dato che all’epoca simili piaceri albergavano tra gli scaffali delle farmacie.


 

Quando si entrava nell’ampio salone del negozio, si aveva subito l’impressione di trovarsi in una specie di sala d’attesa e non nel tipico ambiente pieno di ampolle che si ha in mente quando si pensa a una farmacia. Al centro di questa sala c’era un ampio tavolo, su cui stavano sacchi di caffè e vasetti di acquavite di cumino a uso dei clienti. Un giovane dai modi cortesi serviva a questi ultimi di tanto in tanto caffè appena fatto, liquori forti della casa e acquavite di frutta.

 

Questo commesso di farmacia, che assommava nella sua persona il ruolo di farmacista con quello di venditore e di cameriere, aveva circa vent’anni, era snello, alto, e di modi gradevoli. Due occhi castani e vivaci, da cui si sprigionava una luce magnetica, conferivano al viso un’espressione particolare. Col suo carattere amichevole e i modi franchi, era divenuto un aiutante insostituibile, non solo per il proprietario, ma anche per i clienti, fin da quando, tre anni prima, aveva lasciato la sua città natale, Schleiz, per imparare la professione di farmacista presso mastro Zorn. Friedrich, questo era il suo nome, era sempre disponibile e diligente nel modo migliore; però era validissimo soprattutto per il suo maestro, in laboratorio, grazie alla sua intelligenza e al suo acume.


(Prosegue...)










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