IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 18 aprile 2019

PARKER ADDERSON,... FILOSOFO



















Precedenti capitoli:

I molti morti del generale Wolfe &

Finché c'è Leonardo regna speranza

Prosegue in:

Parker Adderson,... Filosofo (Secondo atto)  &

...La nave che affonda..&

L'uomo della Natura...














- Prigioniero, qual’è il tuo nome?

- Dal momento che dovrò perderlo domattina all’alba, non vale la pena nasconderlo. Paker Addison.

- Il tuo grado?

- Alquanto modesto; gli ufficiali sono troppo preziosi perché si faccia loro correre dei rischi col mestiere pericoloso della spia. Sono un sergente.

- Di quale reggimento?

- Mi dovete scusare; la mia risposta potrebbe, a quanto ne so, darvi un’idea di chi comanda le forze che avete davanti. Sono venuto nelle vostre linee per ottenere informazioni simili, non per rivelarne.




- Non sei privo di arguzia.

- Se avrete la pazienza di attendere, mi troverete abbastanza ottuso domattina.

- Come sai di dover morire domattina?

- Per le spie catturate di notte, questa è la regola. E’ una delle simpatiche norme della professione.

Il generale mise da parte la dignità che si addiceva a un ufficiale confederato d’alto rango e di chiara fama, e sorrise. Ma per chiunque fosse in suo potere e tutt’altro che nelle sue grazie, quel sogno di approvazione esteriore e visibile non era affatto di buon auspicio. Non era né cordiale né contagioso; non si comunicò alle altre persone alle quali era rivolto: la spia catturata che lo aveva provocato e la guardia armata da cui era stata portata nella tenda e che ora si teneva un po’ in disparte, osservando il prigioniero alla luce gialla della candela. Sorridere non faceva parte dei doveri di un guerriero; egli era stato comandato ad altri scopi.




La conversazione fu ripresa; si trattava di processare un delitto capitale.

- Dunque ammetti di essere una spia e di essere penetrato nel mio campo, travestito come sei da confederato, per ottenere informazioni segrete sul numero e la disposizione delle mie truppe.

- In particolare, sul numero. La loro disposizione la conosco già. E’ cupa.

Il generale si illuminò di nuovo; la guardia, che aveva un senso più severo delle proprie responsabilità, prese un’espressione più austera e assunse una posizione appena più eretta. Continuando a roteare il cappello grigio a tesa larga sul dito medio, la spia girò senza fretta lo sguardo intorno a sé.

Regnava una certa austerità.




La tenda era una normale ‘canadese’ di due metri e mezzo per tre, illuminata da un’unica candela di sego conficcata nel manico di una baionetta, a sua volta infilzata in un tavolo di pino a cui sedeva il generale, ora intento a scrivere e apparentemente dimentico dell’involontario ospite. Un vecchio tappeto di stracci copriva il pavimento di terra; l’arredamento della tenda si componeva poi di un vecchio baule di cuoio, un’altra sedia e un rotolo di coperte; sotto il comando del generale Clavering, la semplicità dei confederati e la mancanza di ‘pompa magna’ si erano sviluppati al massimo. A un grosso chiodo conficcato nel palo d’ingresso della tenda, era appeso un cinturone che portava una lunga sciabola, una pistola nella fondina e paradossalmente, un coltello da caccia. Di quell’arma per niente militaresca il generale era solito spiegare che era un ricordo dei giorni di pace quand’era un civile.

Era una notte di tempesta.

La pioggia si rovesciava a cascate sulla tela, con quel tamburello smorzato che ben conosce chi dorme in tenda. Ogni volta che le raffiche di vento urlante si avventavano sulla fragile struttura, quella tremava, ondeggiava e tendeva le corde e i paletti che la delimitavano.




Il generale finì di scrivere, ripiegò il mezzo foglio di carta e parlò al soldato che montava la guardia ad Addison:

- Ecco, Tassman, portalo all’aiutante maggiore;
poi torna.

- E il prigioniero, generale?

- disse il soldato salutando, con uno sguardo indagatore rivolto allo sventurato.

- Fa’ come ti ho detto

- ribatté seccamente l’ufficiale.




Il soldato prese la nota e sgusciò dalla tenda. Il generale Clavering girò il bel volto verso la spia federale, lo guardò negli occhi, non senza gentilezza, e disse:

- E’ una nottataccia, amico mio.

- Per me, sì.

- Indovina cosa ho scritto?

- Qualcosa che vale la pena di leggere, penso. E, sarà forse vanità, mi azzardo a supporre che mi si menzioni.

- Sì; è il promemoria di un ordine da leggersi al réveille alle truppe, e riguarda la tua esecuzione. Ci sono anche delle istruzioni per l’ufficiale di polizia militare affinché organizzi i particolari di circostanza.




- Spero, generale, che lo spettacolo sia ben organizzato, perché vi prenderò parte.

- Desideri dare delle disposizioni particolari? Vuoi vedere un cappellano, per esempio?

- Non credo di potermi assicurare un riposo più lungo, privandolo di parte del suo.

- Buon Dio, amico! Non vorrai andare incontro alla morte con nient’altro che delle battute sulle labbra? Lo sai che è una faccenda seria?

- Come faccio a saperlo? Non sono mai stato morto in tutta la mia vita. Ho sentito dire che la morte è una faccenda seria, ma mai da chi ne ha fatto esperienza.




Il generale rimase in silenzio per un attimo; l’uomo lo interessava, lo divertiva forse; certo non si era mai imbattuto in un tipo simile.

- La morte - disse - come minimo è una perdita, la perdita della felicità, che possediamo, e dell’opportunità di averne ancora.

- Una perdita di cui non saremo mai coscienti può essere sopportata con compostezza e dunque attesa senza timore. Avrete osservato, generale, che di tutti i morti che vi compiacete, da soldato, di disseminare il vostro cammino, nessuno mostra segni di rincrescimento.




- Se l’esser morti non è una condizione incresciosa, sembra però che il diventarlo , l’atto del morire, sia nettamente increscioso per chi non abbia perduto la facoltà di sentire.

- Il dolore è spiacevole, non c’è dubbio. Non ne ho mai patito senza provarne un più o meno intenso fastidio. Ma di chi vive più a lungo, vi è più esposto. Quel che chiamate morire è semplicemente l’ultimo dolore, non esiste qualcosa come il morire. Immaginate, tanto per fare un esempio, che io tenti di fuggire. Voi alzate il revolver che per delicatezza tenete nascosto in grembo, e…

Il generale si imporporò come una giovinetta, rise appena, scoprendo i denti smaglianti, inclinò leggermente la bella testa e non disse nulla.


La spia continuò:....














venerdì 12 aprile 2019

I MOLTI MORTI DEL GENERALE WOLFE










































Precedenti capitoli:

La Frattura  &

Circa i Diritti d'Autore (5/1)

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I molti morti del generale Wolfe (Secondo atto)  &   Il quadro della storia 

&...  Finché c'è Leonardo regna speranza















…Il caso dell’Omonimo enunciato ai capitoli ed indici proibiti di similar equazione dei Diritti ora esposti, ai numeri quattro e cinque, mi ‘ispirano’ un ricordo storico circa la difesa del ‘diavolo’ detto in onor di Frazer e non solo, ma proprio dell’antropologia così da risolvere nodo e diverbio fra ciò cui intendiamo per ‘umano’ e la Natura derivata nominata ‘bestia’, e questi nell’indistinto ‘mito’ cui sia l’umano quanto la bestia celebrati e raffigurati.

(Qual specchio della Natura?)

In tal maniera posso esplicitare una più vasta pluralità di argomenti, mi perdoni Greta per questa mia, ma l’Ecologia abbisogna della dovuta ‘materia’ tradotta in ‘dottrina’ per risolvere non solo la statura, ma anche medesimo fine ‘nella e dalla’ Storia rilevato.

Perdonate (anche) l’introduzione, e come dicevo per i pochi che leggeranno la presente, l’ ‘O.’ (Omonimo) anche lui uomo di Natura il quale non va dimenticato né classificato semmai conservato nella Memoria esposta cui ognuno difetta e affretta alla vista e/o alla lettura, ma quantunque affine alla dovuta ugual Natura (il quale ‘O.’ abbrevieremo come un tratto ‘pittografico’ posto nel ‘museo’ della Storia, mi fa giungere alla memoria visiva oltre che storica rappresentata un celebre ‘quadro’; una ‘icona’;  celebrata per la dovuta e retta continuazione della stessa).

Il quadro di West anche lui ispirato ‘dalla morte del generale Wolfe’, infatti, presenta anche i tratti raffigurati dell’ ‘O.’ detto…

Oltre ad essere un celebre ‘quadro simbolico’, rappresenta altresì lo spunto di un buon libro ‘della e sulla’ Storia, come questa cioè, per sempre numerata rappresentata e ben conservata nella tutela d’una falsa (mi sottraggo nel dire ‘farsa’) coscienza in mancanza d’una Verità per sempre sacrificata al tempio del progresso (o conquista) in cui scritta.

Ed allora, il grande ‘quadro’ motivo del libro, offre esemplare spunto per la ‘visione’ congiunta nel progressivo ‘evolversi’ e ‘dissolversi’, in modo consequenziale, conservando integri tratti toni sfumature panorami e prospettive ‘in e per cui’ la celebre opera ancor oggi ammirata e consacrata, ne più ne meno d’una parola abbreviata raccogliere unanime consenso letto e/o ammirato, formando non solo ‘legittima parola’ ma anche dovuta ‘grammatica’ di come per sempre raffigurata e successivamente coniugata inserendola nel dovuto (e mai sia detto ‘debito’ giacché la storia non conserva la dovuta coscienza nel distinguo della bestia pascolata, oppur ancor peggio, addomesticata) contesto.

Giacché medesimo generale similmente ‘agonizzante’, lo troviamo in ‘diverso ugual’ contesto, celando propria offesa divenuta ‘preghiera’ e difesa, ferito nell’intento mistificatorio di cui il ‘quadro’ qual ‘iconografica’ rappresentazione celebrativa, celando in essa, però, così come simmetricamente ‘il sacro’ rappresentato negli usuali motivi d’una univoca indistinta appartenenza, oltre che mitologica, anche ‘umana disumana’ condizione dell’uomo nell’atto stesso della Storia.

La qual Storia, come già detto, una materia non scissa dalle condizione scientifiche da cui evoluta  rappresentata ed in ultimo posta e coniugata (così come la parola), e dove la trama del libro dal ‘quadro’ della stessa a cui ora ispirato, ‘celebra’ e ‘risolve’ medesimo delitto in nome e per conto di ugual ‘rito’ sottratto alla dovuta sostanza nel ‘tempio’ ove non più mitologia, ma scienza evoluta…

Non dimenticando, però, che i Sacerdoti (o casta) del  ‘Tempio’ pretendono la celebrazione negli schemi ‘sociologici’ del museo ove il ‘quadro’ (ogni ‘quadro’) del generale detto… celebrato, se così non fosse o mai stato, si diviene vittime del museo, oppure, come si risolve l’equazione del libro cui mi riferisco, del tempio della scienza:

“sopravvive solo chi ben conosce le ‘regole’ mistificatorie, oltre che mitologiche, dello stesso (tempio detto proiettato nel Tempo specchio d’ogni mito celebrato)”.

Quindi la Storia di nuovo ferita dall’ ‘O.’, ed il generale in morente attesa non più della morte (di cui portatore) ma dell’ignaro futuro emissario o solo testimone (ritratto) il quale ha ferito non più il ‘soldato’ ma lo Stato così celebrato pregato. Ed infine perdonato!

L’immagine ‘pittografica’ assume un ampio aspetto non solo iconografico, ma anche del principio su come si basa, oltre la ricchezza, anche la differenza.

Mi spiego:

l’agonizzante e mutilato ‘soldato’ racchiude l’equazione della Storia (e non più - come direbbe London - del Tempo…), l’ ‘O.’, cioè l’indiano raffigurato il quale ne osserva l’agonia, rappresenta un ulteriore sviluppo consequenziale di una o più ‘prospettive’ di come l’uno abbisogni dell’altro per ciò di cui l’atto consumato cagione non solo dell’impero ma anche della indistinta ricchezza immolata nel gesto, o esempio, del sacrificio.

Ignorando, oppure ancor peggio, rinnegando distanze (come leggeremo) fra Dio e Dèmone raffigurato, in sostanza si prega la ricchezza nell’atto proprio del sacrificio.

Pur i personaggi apparentemente variati nei successivi ‘fotogrammi’ di suddetta teatralità rappresentata, in realtà non cogliamo la ‘prospettiva’ falsata, la quale se pur l’intero mirabilmente raffigurato nella natura di ciò in cui celebrato merito e sacrificio, dobbiamo ragguagliarci nella dovuta ‘prospettiva’, e/o  ‘punto di fuga’ da cui l’‘O.’ detto, nel cogliere differenze e distanze fra l’‘offeso’ e i presunti ‘assassini’:

Anche i termini ‘terrorismo’ e ‘rappresaglia’ hanno un significato particolare all’interno del sistema di propaganda. Per ‘terrorismo’ si intendono gli atti di violenza compiuti da vari ‘pirati’ di qualsiasi natura essi siano. Gli atti terroristici compiuti dall’‘imperatore’ e dai suoi protetti sono detti invece ‘rappresaglie’ o magari ‘attacchi preventivi’ legittimi per combattere il ‘terrorismo’, prescindendo tranquillamente dai fatti.

Non abbiamo modo, così, in cotal ‘museo’ di poter cogliere dovutamente le reali prospettive, cioè il panorama appena prima, o subito dopo, lo sfondo non convenzionato della natura rappresentata.


O meglio ‘natura morta’ in medesimo cogitato atto!












martedì 9 aprile 2019

LA FRATTURA









































Precedenti capitoli:

Salustio   &

Per ciò concernente i Diritti d'Autore  (1)   (2)   (3)   (4)   (5)

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La Frattura (Seconda parte) &

Navigando verso l'isola di Waikiki













Mi viene annunciata nuova prodigiosa conquista, la qual ‘navigando’ seppure immobili naufraghi e/o coloni reclamati in medesimo ‘Spazio’ conquistato o impropriamente ‘occupato’ (l’eresia ancor gioca la propria inusuale prospettiva dell’immagine posta)… recepiamo; tutto osservato e scrutato dall’occhio proteso a miglior evoluto sguardo - così pretende il progresso non men della Scienza detta e medesima Dottrina velatamente nominata -, il poter raggiungere in ambedue ‘ruoli’ i confini di codesto grande mare… alla grande Notizia approdato...

…Ugual stessi medesimi confini ove un Tempo non troppo remoto pensavamo finire lo mare detto e quantunque conquistato, ed allora navigando pensavamo  immaginavamo affollavamo e in ultimo immagazzinavamo non men di adesso l’enorme ‘baratro enunciato’, indistintamente e sempre affollato di genti merci e schiavi, e successivamente popolato e configurato così da poterne coprire la lacunosa meridiana deriva… qual mondo impossibile ed inesplorato ma quantunque da conquistare al porto della Ragione e del Dio che ne governa il sano dovuto Intelletto.

Il mondo finiva, oppure all’opposto, iniziava!




Come il Buon Dio manifesta il proprio mestiere e Pensiero rimane un conflitto teologico e scientifico che conferma, oppure al contrario, nega talune teorie, per mio conto, rilevo una grande immutabile Frattura con cui taluni dicono esplicitata la Vita.

Un grande dilemma, giacché se pur la Scienza reclama calcolata fotografia innestata ad orologeria d’un ‘Buco Nero’ al largo avvistato, là ove non esiste (più il) Tempo [il dilemma, come vi dicevo, rimane amletico, perché camminando non lontano non più in là dei confini dell’Universo eppur più lontano di questo - sicché osservato non men del ‘Buco Nero’ reclamato -, ho ammirato anch’io - non meno dello scienziato e/o religioso innominato risolvere il dilemma apostrofato di come medesimo Dio si rileva in questo confine ove posto alla deriva e lontano dall’Universo ‘rettamente’ popolato], ho riscontrato su una foglia nel breve cammino concesso, umano cammino e sentiero, giacché non a tutti permesso per quanto l’oculo detto spaziare fino ai confini dell’Universo (suscitando un paradosso degno d’esser constatato), insomma come dicevo anch’io ho osservato un buco nero propria su una foglia…

…Perdonate la distanza ciclopica o chilometrica fra  l’atto e la cosa osservata qual medesimo buco nero enunciato…




Badate bene prodi naviganti o astronauti, neppure un residuo inflazionato d’un precedente Big-Bang d’una stagione apparentemente morta, la qual ha deposto l’ultimo vagito da me raccolto ed hora narrato lungo il solitario fisico cammino congiunto alla dovuta orbita ed ancorato nella giusta astemia gravitazione, la qual foglia (narra e racconta) presentare uno strano improprio buco anche lei, non distante dai tanti astronauti connessi (anche loro) piegati e indistintamente ricongiunti alla Base Spaziale da cui il dovuto Pensiero e annessa Parola, insomma alla dovuta conoscenza sia essa Dottrina o fisica scienza…

…Eppure vi assicuro che tal morente foglia dall’Universo in cui posta, e da nessuno ammirata, giacché troppo distanti per capirne la pubblica funzione, mi narra un dolore inascoltato, il compito per cui creata ed in cui impossibilitata poterne celebrare ugual foto(sintesi) per tutti gli ‘astronauti’ approdati a codesta riva, ove se alziamo gli occhi per apprenderne il confine, scorgiamo un enorme ‘buco nero’…  




…Cotal foglia, mi dice ancora, che alla sua vista nessuno s’è degnato o piegato per individuare o decifrarne le ragioni di codesto Creato, da nessuno ammirato quanto ragguagliato: un piccolo ‘buco nero’, mi suggerisce, neppure un verme una cicca un’ago per un buco andato o fumato, solo un problema di un Elemento avariato o accompagnato a diverso concerto contrastato ed anomalo per quanto sempre il destino dalla foglia reclamato.

...Si è semplicemente posato sulla verde venatura, e la luce, simmetricamente come il più ‘maestoso cantato’, è apparsa da codesto foro increspato (giacché nella soglia degli ‘eventi’ qui narrati la Luce pur trattenuta dalla foglia restituisce cotal Elemento respirato se pur ritmicamente o meccanicamente senza sguardo coglierne la profondità) come l’emmental del panino svizzero ove oltre il buon cacio anche l’oro riluce come miglior traguardo alla materia connesso…



…Per farla breve, un buco nero di vaste proporzioni tanté gli astronauti i quali in codesto ‘buco nero’ caduto mi osservano cibandosi di buon cacio lanciano l’allarme alla Base Spaziale, e nell’amletico motivo di codesta quotidiana processione non intendendo qual ‘buco nero’ reclamato tantomeno monitorato ho pregato per lei da umile pagano o cristiano anch’io convenuto...

…Non so’ dirvi con esattezza in quanto come vi ho detto proprio in un ‘buco nero’ precipitato et anco respirato ed inalato, in quanto la Frattura apparentemente ispirata, in realtà incarnata da una foglia e il suo ‘buco nero’ la qual la convoglia anch’essa ad un Universo non più ammirato, giacché ognun indistintamente proteso verso cotal ‘buco nero’ annunziato e l’oculo cercare ‘fantasmi’ di catrame e polveri riciclate e sottilmente negate in codesto vasto grande ‘buco nero’ affisso oltre il grande mare navigato e non certo recitato…




…Così non so’ ora a qual ‘buco’ devo destinare questa mia, in attesa del Giudizio d’un probabile Dio, non so’ neppure se questo Dio ammirato divenuto improprio ‘Buco Nero’ da tutti apostrofato, e da tutti ugualmente ignorato nel ‘buco nero’ del mio Universo attraversato e neppure privato…

…Ritornando alla Frattura detta, in questo mese da tutti recitato ma da pochi compreso, annunziamo un vasto Universo processato in tutti coloro che incarnando le ragioni del Creato, compongono il Teschio al Golgota ammirato d’una Divina Natura ignorata vilipesa e derisa, la frattura vi dicevo, d’un più vasto Universo nacque e tracciò il proprio ed altrui Tellurico evento, nei tempi nei quali, grazie al mio nome, rimembro, ma giammai prego né l’una o l’altra sponda divenuta dottrina, invitando così come mi suggerisce la foglia non meno del Dio come lei crocefisso, ad abdicare alla dovuta crosta della terra la propria natura, giacché a lei mi dispiego né più né meno dell’albero che in se mantiene la vita per al meglio poterla restituire…




…Così in nome e per conto di cotal Frattura, la qual nulla ha da condividere con il teatro del gesuita Kircker, restituisco - così come la Foglia dal ‘buco nero’ reclamata - al lettore non un infruttuoso dibattito ‘respirato’ ma una più profonda riflessione, come ugual Dio pregato possa esser affermato o negato ed affidato alla difettevole ed alterna natura dell’uomo, e ‘solo’, per non troppo dilungarmi, in quanto ‘solo’ ad essa credo e non più all’uomo se pur dotto celebro e rinnovo cotal Frattura detta, nei tempi e modi come vien rappresentata non al Teatro dell’apparenza, ma ad un più drammatico sudario, in quanto e mi ripeto, medesimo, se pur celebrato, difettevole nel dramma per sempre esplicitato… 

(L'indegno autore del blog al buco nero affisso)

















domenica 7 aprile 2019

SALUSTIO











































Precedenti capitoli:

Quando Dio ride....  &

Circa i Diritti d'Autore  (4/1)

Prosegue in:

La Frattura













Il genere misto lo si rintraccia in molti miti, e in particolare nel rac-
conto del banchetto degli dèi, quando Discordia gettò la mela d'oro.
Le dee ne fecero oggetto di contesa: perciò, si dice, Zeus le mandò
a giudizio da Paride; e a quello parve bella Afrodite, a cui diede la
mela.
Orbene, in questo racconto il banchetto designa le potenze ultramon-
dane degli dèi, ragione per cui sono rappresentati a convegno; e la
mela d'oro il mondo, che, sorgendo dai contrari, è detto, appropria-
mente, esser gettato da Discordia.
E siccome gli dèi hanno cura del mondo chi in un modo e chi in un al-
tro, sembra che litighino a causa della mela; finché l'anima che vive,
secondo sensibilità, non vedendo, nel mondo, altra potenza che la bel-
lezza, dice che la mela spetta ad Afrodite.
Quanto alle differenti inclinazioni, i miti teologici si addicono ai filoso-
fi, quelli naturali e psichici ai poeti, e i misti ai misteri, giacché, come
in questi, anche in ogni iniziazione il fine è di unirci con il mondo e con
gli dèi.
Perciò, dato che il mito è in sì stretta affinità col mondo, noi celebria-
mo un rito che ricorda quegli eventi al fine di imitare il suo grande or-
dinamento.





E quale ordinamento più splendido sarebbe mai dato sfoggiare?
Così per prima cosa, considerando che anche noi siamo caduti dal cielo
e abbiamo vissuto assieme alla ninfa, siamo abbattutti e ci asteniamo
da ogni cibo greve o impuro - cose che, entrambe, sono nocive all'ani-
ma.
Viene, poi, la mutilazione degli alberi e il digiuno, proprio come se an-
che noi recidessimo il progresso ulteriore della generazione.
Dopo di ciò, nutrimento a base di latte, come si addice a dei rigenera-
ti; e per finire manifestazioni di gioia e corone, e come una risalita in
alto fra gli dèi.
Depone a favore di questa interpretazione anche il momento indicato
per l'azione, che si compie al cadere dell'equinozio primaverile, quan-
do il processo di generazione è sospeso, e il giorno diventa più lungo
della notte: momento quanto mai favorevole alle anime impegnate nel-
la propria risalita.
Esattamente al cadere dell'equinozio contrario il mito pone il ratto di
Kore, vale a dire la discesa delle anime. Che gli dèi stessi e le anime
di chi ha scritto i miti siano propizi a noi che ne abbiamo parlato.
(Salustio, Sugli Dèi e il mondo)















giovedì 4 aprile 2019

QUANDO DIO RIDE













































Precedenti capitoli:

Circa i Diritti d'Autore (1)  (2)  (3)

Prosegue in:

Quando Dio ride (Seconda parte)  &

Circa i Diritti d'Autore (Quarta parte)














“Gli dei, gli dei sono più forti; il tempo cade  davanti a loro; le ginocchia di tutti gli uomini si piegano; tutte le preghiere e le sofferenze degli uomini salgono come l’incenso verso di loro; sì, ché questi sono dei, Felici.”

Carquinez si era finalmente rilassato. Diede un’occhiata alle finestre sferraglianti, guardò verso l’alto il tetto spiovente e ascoltò per un momento il selvaggio ruggito del sud-est mentre pareva volesse afferrarlo tra le sue fauci muggenti assieme l’intero bungalow.

Poi sollevò il suo bicchiere davanti al fuoco e rise di gioia attraverso il vino d’orato.

‘È bellissimo, è soavemente dolce, è un vino da donna, e fu fatto bere ai santi vestiti di grigio’.

‘Lo coltiviamo sulle nostre calde colline!’,

dissi io, con un perdonabile orgoglio californiano.

‘Ieri hai camminato attraverso le viti da cui proviene!’

Valeva la pena di sentire Carquinez!

Non era mai veramente se stesso fino a quando sentiva il dolce calore della vite cantare nel suo sangue. Era un artista, è vero, sempre un artista; ma in qualche modo, sobrio, il tono acuto e l’inclinazione svanivano dai suoi processi mentali e lui era incline a divenire mortalmente noioso come una domenica britannica - non banale come gli altri uomini, ma relativamente a Monte Carquinez quando era davvero se stesso.

Da tutto ciò non si può dedurre che Carquinez, che è il mio caro amico e più caro compagno, era un ubriacone. Tutt’altro: raramente sbagliava. Come ho detto, era un artista. Sapeva quando ne aveva abbastanza, e abbastanza per lui era l’equilibrio – l’equilibrio tuo e mio quando siamo sobri.

La sua era una temperanza saggia e istintiva che poteva essere quella di un greco. Eppure era lontano dall’esserlo.

‘Sono azteco, sono Inca, sono spagnolo’,

…gli ho sentito dire.

E in verità guardandolo sembrava un composto di strane razze antiche con la sua pelle scura e l’asimmetria e primitività delle sue caratteristiche. I suoi occhi, sotto le sopracciglia massicciamente arcuate, erano distanti e neri con l’oscurità che è barbara, mentre, davanti ad essi stavano perennemente cadendo un ciuffo di capelli attraverso i quali guardava come un satiro birichino da un boschetto.

Indossava sempre una morbida camicia di flanella sotto la giacca di velluto a coste e la cravatta sempre rossa. Quest’ultima rappresentava la bandiera rossa (un tempo aveva vissuto con i socialisti di Parigi), e simboleggiava il sangue e la fratellanza dell’uomo. Inoltre, non era mai stato visto senza un sombrero di pelle  a larghe tese. Si diceva persino che fosse nato con questo particolare copricapo. E nella mia esperienza è divertente vedere quel sombrero messicano che chiama un taxi a Piccadilly o schiacciarsi nella calca della ferrovia elevata di New York.

Come ho detto, Carquinez era animato dal vino  ‘come l’argilla fu animata rapidamente dal soffio divino’, secondo il suo modo di dire. Confesso che era ereticamente intimo con Dio; e devo aggiungere che non c’era né eresia né blasfemia in lui. Era sempre onesto e, purché aggravato dai paradossi, molto frainteso da coloro che non lo conoscevo bene. Poteva essere elementarmente rozzo come un selvaggio; e altre volte delicato come una cameriera, o scaltro come uno spagnolo.

Infatti non era lui Azteco? Inca? Spagnolo?

E ora devo chiedere scusa per lo spazio che gli ho dedicato. (lui è mio amico e gli voglio bene).

La casa stava tremando per la tempesta, mentre si avvicinava di più al fuoco e rise attraverso il bicchiere. Mi guardò, e con maggior lucentezza dei suoi occhi e con la loro vigilanza, compresi che aveva raggiunto il punto culminante.

‘E quindi pensi di aver vinto contro gli dei?’,

chiese.

‘Perché gli dei?’.

‘Chi se non loro ha posto la sazietà nell’uomo?’,

…gridò.

‘E da dove viene la volontà in me per sfuggire alla sazietà?’,

…chiesi trionfalmente.

‘Di nuovo gli dei’,

disse sorridendo.

‘È il loro gioco che giochiamo, mischiano tutte le carte e prendono la posta. Non pensare di essere scappato fuggendo dalle pazze città. Tu con le tue colline ricoperte di vite, i tuoi tramonti e le tue albe, la vostra vita casalinga e semplice!

‘Ti ho osservato da quando sono venuto, non hai vinto hai capitolato. Hai parlamentato con il nemico. Hai confessato che sei stanco. Hai volato sventolare la bandiera bianca. Hai giocato un trucco, un vile trucco. Hai esiliato al gioco. Ti rifiuti di giocare. Hai gettato le tue carte sotto il tavolo e sei scappato per nasconderti, qui tra le tue colline’.

Si scostò i capelli lisci dagli occhi lampeggianti, e appena interrotto si arrotolò una lunga sigaretta marrone messicana.

‘Ma gli dei sanno che è un vecchio trucco, tutte le generazioni di uomini ci hanno provato …e perso. Gli dei sanno come comportarsi con uno come te. Perseverare è possedere, e possedere vuol dire essere sazio. E così tu, nella  tua saggezza hai rifiutato di perseverare più a lungo. Avete scelto di smettere: benissimo vi sazierete con questo. Ottimo. L’hai semplicemente barattato per la senilità. E la senilità è un sinonimo di sazietà. È la maschera della sazietà. Bah!’.

 ‘Ma guardami!’,

…esclamai.

Carquinez è stato sempre un demone per trascinare l’anima di qualcuno per farci stracci e brandelli.

Mi squadrò con sguardo fulminante.

‘Non ne vedete i segni’,

…dissi con aria di sfida.

‘La decadenza è insidiosa’,

ribatté.

‘Sei più che maturo’.

Ho riso e perdonato la sua diavoleria.

Ma lui rifiutò di essere perdonato.

‘Non lo so?’,

chiese.

‘Gli dei vincono sempre, ho visto giocare gli uomini per anni e secoli quello che sembrava un gioco vincente. Alla fine hanno perso’.

‘Non fai mai errori?’,

…ho chiesto.

Ha soffiato molti anelli di fumo meditativi prima di rispondere.

‘Sì, sono stato quasi ingannato, una volta. Lascia che te lo racconti. C’era Marvin Fiske (un idealista, un poeta, un amante della Natura come della Verità e della Bellezza).

Ti ricordi di lui?

E il suo volto dantesco e l’anima del poeta, cantando il proprio ed altrui canto dello Spirito innalzava il suo inno all’Amore? E c’era Ethel Baird (bella come Madre Natura pura come ogni suo Elemento cantato), che anche tu devi ricordare’.

‘Una santa Madonna’,

dissi!

‘Proprio Santa come l’Amore! E più dolce! Solo una Natura e Donna fatta per l’amore spirituale, e ancor meglio come posso spiegartelo? Intriso di santità come la stessa tua aria, qui, è impregnata dal profumo dei fiori. Bene, si sono uniti: Uno ha generato l’altro, l’altro ha generato Lei. Senza peccato alcuno! Hanno giocato una partita con gli dei’.

‘E l’hanno vinta, hanno gloriosamente vinto (pur perdendo l’intera mano)!’.

(Poi la Terra s’è spaccata gli dei - o il tuo dio - hanno perso o vinto la partita il dilemma rimane…)

Lo interruppi!

Carquinez mi guardò con compassione e la sua voce era come una campana funebre.

‘Hanno perso, in modo supremo, in modo divino, in modo colossale’.

‘Ma il mondo crede diversamente’,

…mi azzardai freddamente.

‘Il mondo congettura, il mondo vede solo il volto delle apparenze. Ma io so. Ti è mai venuto in mente di chiedermi perché ha preso il velo, sepolta in quel doloroso convento di morti viventi?’.

‘Perché Lei lo amava così tanto che quando morì...’…

 La parola mi fu troncata sulle labbra dal sogghigno di Carquinez.