CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 28 aprile 2019

IL 'QUADRO' DELLA STORIA ovvero: sulle colline di Abramo (negli stessi anni) (8)








































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L'intervista (5/6)  &











Il doblone (7/1)  &
















I molti morti del generale Wolfe... 

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L'altro James (dedicata ad un 'innominato' Eretico) (9/10)













…La Storia di quella Storia….

....era cominciata molto tempo prima che Parkman si ponesse a scriverla, all’epoca della sua infanzia; come per Wolfe, che fin da bambino aveva accettato il suo destino di figlio di soldato e vanto di sua madre. Parkman si era ribellato alle aspettative dei suoi genitori, alla soffocante ragionevolezza delle loro dottrine unitariane, a quella urbanità da mercanti che nel loro ambiente era sommamente stimata.




Quando le prime avvisaglie della sua debolezza di costituzione avevano reso consigliabile l’esposizione terapeutica all’aria aperta, Francis Parkman senior lo aveva mandato a Medford, presso uno zio che abitava in campagna. Dalla fattoria il ragazzo scappava sulle colline, perdendosi nel folto dei boschi di cedri, querce, conifere, dietro gli scoiattoli e alle marmotte. Già allora andava cercando l’America primigenia, antica forse non quanto le scabre rocce rosse di origine vulcanica ove si arrampicava, ma fitta di foreste e selvaggia, terra libera e incontaminata.

La trovava nel soffice tappeto di muschio e foglie secche, ne avvertiva il profumo nell’afrore terragno del suo costante generarsi e rigenerarsi. Era stato allora, ricirdò più tardi, che aveva cominciato a fantasticare di una storia dell’America che avesse per protagonista la foresta. In seguito gli era venuta l’idea che la ‘vecchia guerra’ del 1756-63 la cui Storia era stata offuscata dall’autocompiaciuto rifulgere della Rivoluzione, fosse la vicenda eroica che cercava.




Si trattava, in fondo, di una Storia che raccontava lo scontro tra due mondi, l’uno fondato sulla fede e sull’Autorità (della Bibbia), ma tarlato dal dogma e dal servilismo, l’altro caratterizzato da forze che scaturivano da una improvvisazione aggressiva e disordinata.

Francia ed Inghilterra, cacciatori di pelli e uomini di Chiesa, soldati e marinai, comandanti militari e funzionari, avvinti nella lotta, gli parevano materia epica quanto le vicende narrate negli annali della Grecia o di Roma…

…E il momento culminante dello scontro, sulle Alture di Abramo, era una delle fasi in cui un universo ormai remoto nei suoi valori e nelle sue virtù era stato riplasmato in forme più consone alle esigenze degli Imperi moderni.




Wolfe e Montcalm diventavano allora figure di cavalieri, incarnazioni del dovere non meno dei diritti derivanti dalla Bibbia il cui principio doveva manifestarsi in questi mezzi, una Storia in cui destinati entrambi, vincitore e vinto, a soccombere di fronte ad un mondo che aveva spazzato via tutte quelle fantasie. Per raccontare quella Storia, pensava Parkman, ci voleva una voce nuova, una voce intrepidamente americana, affrancata dall’asfittico formalismo della tradizione britannica. 

Nella primavera del 1846 Parkman partì con un compagno di Harvard, suo parente, Quincy Adams Shaw: nome che da solo proclamava una genealogia illustre. Dall’Ohio risalirono in battello fino al ‘trampolino’ di St. Louis. All’inizio, come in Sicilia, Parkman visse con un senso di liberazione il distacco dal rigido perbenismo della costa atlantica, ma presto l’atteso incontro epifanico con l’Ovest svaporò nel sole brutale e nello sconfinato, inquietante spazio vuoto della prateria.




Invece di sentirsi parte del paesaggio, Parkman ebbe l’impressione di esserne respinto, minacciato. Il caldo divenne ‘torrido, quasi insopportabile’; le immense tempeste elettriche che in continuazione si aggiravano all’orizzonte erano fenomeni sinistri, terrificanti; il nobile bufalo (quando finalmente riuscirono a vederlo) apparve ‘spettacolo in verità poco attraente, con la criniera ispida e i resti spelacchiati del mantello invernale che si staccavano a brandelli dal dorso dell'animale in fuga’; i cactus si contorcevano ‘come serpenti  sul ciglio dei burroni’.

Vista non molto migliore offrivano gli esemplari umani, commercianti di pelli che vivevano in luride tende ingombre di pellami con flaccide donne indiane. Parkman ne vide una nascosta nei recessi del suo ‘tepee’, che pareva la personificazione dell’ingordigia e dell’indolenza. In verità gli indiani delle pianure, lungi dall’incarnare le virtù di una aristocrazia naturale e dal respingere l’arrogante e perniciosa intrusione dell’uomo bianco, parvero a Parkman esibire la miseria dei bianchi in forme ancor più squallide e irrimediabili.




I Pawnee odiavano i Crow che diffidavano dei Dakota che erano nemici degli Arapahoe: un’interminabile catena di sopraffazioni in un deserto abbandonato da Dio. Finì ancor prima di cominciare, dunque, il suo idillio con l’Ovest. Era venuto in cerca delle sorgenti dell’America e aveva trovato il deserto: anticamera non del paradiso, ma dell’inferno.

La delusione quasi lo uccise.

Quando il racconto raggiunse la pista dell’Oregon i membri della ‘Massachusetts Historical Society’ ascoltarono un autoritratto che destava orrore e pietà: un uomo avvilito dall’impotenza, distrutto dall’infermità, divorato dal rimorso, che ciondolava sulla sella da quanto era debole e dolente. Credeva che il sole lo avesse accecato, la nausea gli squassava lo stomaco, la febbre gli imperlava la fronte. A Ovest il miraggio di un Walhalla che costantemente svaniva oltre l’orizzonte, a est la ritirata, la sconfitta: lui nel mezzo, stranito paralizzato.




Lungo la pista vide una catasta di vecchi mobili abbandonati: ‘rottami di vetusti tavoli dai piedi ad artiglio, incerati e tirati a lucido, o di massicce scrivanie di quercia’, oggetti che un tempo erano migrati dall’Inghilterra nel New England, e di là erano stati trasportati nell’Ohio o nel Kentucky, e poi trascinati ancora più a ovest, sotto la spinta di chissà quale illusione, fino al giorno in cui l’amato cimelio ...era stato gettato via, pezzo di legno disseccato e reso contorto dal sole impietoso della prateria.

Di tutte le pagine della ‘Oregon Trail’ nessuna quanto questa immagine fa pensare a un autoritratto. Perkman tornò a casa in uno stato che alternava repentinamente e senza motivo momenti di attività maniacale a momenti di completa prostrazione. Al turbinio selvaggio che s’era impadronito del suo cervello si aggiungeva in generale disordine del sistema nervoso che mise a dura prova la sua integrità come mai prima di allora.




Non riusciva a cavar nulla dalle note della ‘Oregon Trail’. Furono gli amici Shaw e Charles Eliot Norton a completarne la stesura, sì che l’opera risulta ancora più cinica, artificiosa e ostile all’Ovest che se l’avesse scritta lui stesso.

Ciò nonostante un anno dopo, nel 1848, Parkman decise di iniziare la sua attività di storico con una cronaca indiana: la storia non dei miserabili sopravvissuti che aveva incontrato all’Ovest, ma dell’ultima grande rivolta di Pontiac contro le ingerenze anglo-francesi. Con quell’opera avrebbe dimenticato gli incubi della pianura aperta per rifugiarsi, ancora una volta, nell’intricata, fresca penombra del bosco cospiratore.

Era il primo capitolo della sua grande bella epopea della foresta.




I dieci anni che seguirono furono i migliori e i peggiori della sua vita, gli inizi dell’attività creativa. L’isteria si mescolava ai mali reali, l’ipocondria e l’insonnia ai fantasmi della nevrastenia. Un’estate, nel pieno della calura, trovò tre rospi nel giardino della sua casa a Jamaica Pound, ‘morti arrostiti sotto le pietre dove avevano cercato scampo’: visse l’incidente con tale immedesimazione da restarne sconvolto per un pezzo.

I familiari gli si stringevano attorno, facevano del loro meglio per circondarlo di cure e proteggerlo da se stesso. Avevano in mente altri destini infelici nella storia della famiglia. Pure, ben poco di ciò che Francis Parkman scriveva lasciava intuire un uomo smarrito ai confini dell’insania, in preda alla confusione. Dettate da lui stesso faticosamente vergate a matita lungo i fili del suo ‘telaio da scrivere’, le sue pagine erano di solito esaurienti, meditate, eleganti, a volte beffarde. Nonostante le periodiche discese nell’inferno dell’angoscia, durante la stesura di ‘The Conspiracy of Pontiac’, Parkman ebbe la sensazione di essere riuscito a tenere a bada il ‘Nemico’, come chiamava la belva sconosciuta che si aggirava furtiva nelle foreste della sua mente.




E quando avvertì che il Nemico stava per circondarlo, truppe fresche accorsero in suo soccorso. Nel 1850 conobbe e sposò Catherine Scollay Bigelow. L’idillio ebbe breve durata. Nel 1857 morì il figlioletto di quattro anni. La moglie si spense l’anno seguente, lasciando un’altra bambina, confinandoli alla deriva tra i marosi dell’isteria…  

(S. Schama, Le molte morti del generale Wolfe)













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