CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

giovedì 28 gennaio 2021

BENVENUTI... (21)

 









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Di quando incontrai il lupo... (20/19)


Prosegue...:


All'Excelsior (22)    [Ed il capitolo completo (23) ]


Per chi volesse scorgere Frammenti di Memoria 


irrimediabilmente persa... salga con noi sul treno... 








Al Monte... al Monte! Non siamo noi alpinisti?

 

Breve premessa per l’attento o distratto lettore: l’articolo quivi presente nonché pubblicato sulla nostra amata rivista trimestrale sponsorizzato dalla premiata ditta di Camerino & associati di Giuseppe falegnameria con ivi annesso mobilificio, visto l’ospitale accoglienza di Giuseppe e la moglie Maria, l’amministratore delegato Giuliano ci ha accompagnato alla visita della stabilimento ove abbiamo potuto ammirare la rara raffinatezza nella paziente costruzione di panche mobili e rari armadi o madie da cucina. Ringraziamo la sincera ospitalità offerta il buon cuore e la buona bruschetta consumata… non meno delle preziose notizie sul percorso per meglio ammirare il legno quivi rimboscato donde il calore umano ispira gioia e contemplazione…  




E là, in quel centro delle convalli non dovevamo noi incontrarci Umbri e Marchegiani raccolti sotto le insegne dell’Excelsior per stringere patto di concorde lavoro nello studio dei nostri monti, e per iniziarlo al Vettore?




Correre la Valle d’Esino oltrepassando le latebre della Catena Orientale Appennina; salire l’intervalle in che primeggia l’antica città dei Camerti; girarne il dorso e le creste, ed oltrepassando il Monte Appennino scendere a Visso, valicare i suoi monti; e di qua, volgendo al gruppo dei Sibillini, raggiungere la Forca di Conche che sovrasta l’altipiano del Castelluccio al cui confine grandeggia il Vettore; salire quindi le cime del più elevato colosso delle Marche; scenderne la scoscesa pendice che torreggia sulla Valle del Tronto; percorrere quella ubertosa valle per arrestarsi ad Acquasanta a visitarvi le Terme; volgere ad Ascoli, la città delle isteriche memorie; e di là piegando alla marina prender posto in ferrovia a S. Benedetto per restituirsi ognuno alla sua abituale dimora, era invero una escursione che presentavasi alla mente piena di varietà e di bellezza, bellezza e varietà che di gran lunga furono superate dal fatto.




Chi abituato a guardare in cima i colossi delle Alpi coperti dalle nevi eterne, irti di rocce primitive, cui stanno a guardia immensi ghiacciai, che par ne vietino l’accesso a piede umano consideri queste nostre appenniniche escursioni, che corrono le apriche valli, le città festeggianti, traversano i boschi frondosi, e volgendo per l’erta incontrano lo zampillante ruscello anziché il cupo rombo della valanga, per vederci alfine giunti ad un vertice che grandeggia fra pigmei, certo che accoglierà con sorriso — per quanto sia benigno — queste parole colle quali intendiamo ad illustrare quella che qui diciamo Escursione alpinistica al Vettore.




Ci sia egli benevolo, che non lasciamo già noi, minori fratelli, di ammirarlo nella sua forza montana, e nello zelo delle sue indagini sui grandi fenomeni della natura primordiale: noi la contempliamo invece nelle successioni dei suoi atti; ma è concatenata la nostra azione; il fine d’entrambi è lo studio della natura dei monti; è scopo la utilità comune, mirando noi nei lieti convegni o nelle indagini personali all’incremento della scienza della Natura: è una sola l’insegna: Excelsior!

 

La notte aveva dì poco oltrepassato il suo mezzo, ed il fischio della locomotiva — che mossa da Ancona col primo gruppo di noi alpinisti aveva di già varcato il tunnel della Rossa — ci avvertiva che eravamo giunti alla stazione d’Albacina. Le fresche aure della notte scendevano miti dall’Appennino occidentale, rendevano limpido il cielo, scintillanti le stelle, e ci ravvivavano. E di già incominciavano le amichevoli accoglienze, perché i colleghi di Urbino e di Pesaro avevanci colà prevenuti; ond’era un cordiale stringer di mani.




Le vetture eran pronte: lunga era la via a percorrere per giungere in sul mattino alla vetta di Camerino. Montammo l’intervalle  delle due catene; e Matelica e Castel Raimondo oltrepassammo immerse nel sonno; intantochè il nostro sguardo spingeva?!

 

Fra le fosche valli, e le cime montane che si succedevano illuminate dal bagliore lunare. Ma già Venere, scintillante di luce, appariva ad oriente, e così ci avvedemmo che gli amichevoli parlari avevanci fatti inconsci del lungo cammino percorso: l’aurora sorgeva quando eravamo alle falde del monte su cui si erge Camerino la più altoposta fra le città delle Marche (metri 667). Salimmo l’erta pendice in drappelli, ed era prossimo il vertice allorché i primi raggi del sole indoravano le cime di quella regione montana, per dipingerci, nel vario effetto della  luce e delle penombre, le tinte più variate di un quadro alpestre che non poteva non produrre incantevoli impressioni.




Al limitare della città ci incontravamo la più gentile e gradita delle sorprese. I rappresentanti del Municipio, e illustri professori dell’Università — che è ornata d’uomini prestanti — ci erano intorno accogliendoci a quella prim’ora del mattino; e con tanta gentilezza di modi e sincerità di affetto, che non è a dire quanto cara e grata cosa a noi fosse. 

 

Varcammo le soglie del palazzo municipale ove era apparecchiata refezione lauta e addicevole alle prime ore mattutine: e quindi, duci a noi l’onorevole Sindaco, cav. Beri, e i professori Berti e Reali ed altri prestanti cittadini, visitammo della città, i principali istituti, che di istituti pubblici ha bel diadema la antica città dei Camerti. Università, biblioteca, orto botanico — cui il chiarissimo Reali impresse le più belle forme negli antri, nelle serre e nelle aiuole, ornandole delle specie più rare — e l’Osservatorio meteorologico — che il Berti, fisico prestante, ha corredato dei più precisi apparati, ideandone ancora di propri, per rendere il suo istituto l’una delle più importanti stazioni meteorologiche italiane ed internazionali, — attrassero il nostro studio e le più attente osservazioni.




Camerino è notevole città, la cui storia si rannoda alle epoche gloriose di Roma. Posta a cavaliere delle due serie appennine gode del più variato orizzonte, nel cui fondo orientale torreggiano, degradando in quinte pittoresche, il Vicino, le Streghe, il Catria ed il Nerone. Le sue vie, le sue piazze, le chiese, i palazzi danno risalto alle sue buone costruzioni: v’ha d’artistico il monumento in bronzo all’astuto Sisto V, Pontefice dagli ardimentosi propositi; ed i ruderi dei fortilizi e gli avanzi di Porta Cybo danno ricordi della sua storia medioevale. 


Gl’ingegni hanno svegliati e colti i Camerinesi; intelligente e seria è la popolazione; e lo .spirito disposto alle industrie, che dovrebbero e potrebbero coltivarsi. Camerino può dirsi gemma in sul culmine delle Marche! 


(Prosegue...)








sabato 23 gennaio 2021

QUANDO INCONTRAI... (19)

 









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Circa talune riflessioni (18/1)


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Il Lupo (20)




    




&  il capitolo completo  



 


 

 

 

Sulla carta fisica 1:500.000 appare evidente come il fascio di catene montuose poste su linee parallele nell’Italia centrale si pieghi verso nordest fino a convergere, verso la costa adriatica, in un unico vasto massiccio calcareo.

 

Sono i Monti Sibillini.

 

Questo particolare settore appenninico è come un collo di bottiglia nel quale si incontrano le dorsali delle cime più elevate dell’intera catena. Più a nord dei Sibillini, il crinale spartiacque si fa più definito e tende ad allontanarsi dalla costa adriatica verso l’asse centrale della penisola.

 

I Sibillini sono dunque un vero e proprio nodo orografico, un groviglio di forze geologiche da cui origina una catena ben demarcata. Sono un punto di passaggio obbligato nel grande corridoio ecologico che unisce lo stretto di Sicilia alle Alpi.




 Il paese di Visso, capoluogo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, si raggiunge da Terni, Macerata e Camerino lungo la strada statale 109 della Valnerina. Provenendo invece da nord lungo la costa adriatica, una volta giunti nei pressi di Maddalena di Muccia si imbocca la strada 209 che risale un’ampia valle punteggiata da fattorie in mezzo a campi coltivati.

 

Si supera Pieve Torina, Gallano, Capriglia, il paesetto arroccato con le case disposte a cerchi concentrici che prende il nome dall’intera catena, Appennino, e si arriva agli 815 metri del Passo delle Fornaci. Da qui, una discesa di pochi chilometri conduce a Visso, porta dell’area protetta. L’ingresso al centro storico avviene attraverso un arco di pietra stretto fra due case. Pochi passi e si entra nella severa piazzetta medievale: a sinistra la collegiata di pietra chiara con al centro un’ampia porta strombata, a destra e sullo sfondo i palazzotti rinascimentali. Il luogo è austero, elegante, ricco di vestigia del passato. E in uno dei suoi palazzi più importanti si trova la sede del Parco Nazionale.




Le montagne incombono sopra le case di Visso dove vivono poco più di mille abitanti. Un secolo fa ce n’erano il triplo.

 

Dalla piazza principale, specie nel silenzio della mattina presto e prima che le strade si popolino, sembra che la natura debordi dai boschi e si insinui tra le case semidisabitate, con i suoi cinguettii, i gridi improvvisi degli uccelli, gli odori di selva.

 

Nel cielo del Parco ruotano le aquile: quattro coppie nidificanti sono state censite. Ma per arrivare in quota, sul vero e proprio massiccio dei Sibillini, bisogna percorrere ancora un bel tratto di strada. Si deve risalire la valle solcata dalle acque del Nera e poi i tornanti più ripidi fino ad arrivare al Passo di Gualdo, a quasi 1500 metri.

 

Da lassù ci si affaccia sugli ampi spazi del Piano Perduto dove la strada prosegue per il paese medievale di Castelluccio di Norcia, il più alto abitato dell’Appennino, a quota 1452 metri su un cucuzzolo che domina gli altipiani.




Quando si arriva al Passo di Gualdo, prima di ridiscendere sui vasti pianori carsici di Castelluccio, si ha l’impressione di trovarsi su una soglia che dà accesso a spazi occupati in gran parte da cielo. Nel giro di un istante si avverte il cambio repentino delle scale spaziali. Ci sono montagne e orizzonti, ma soprattutto cielo. Specie a fine inverno, con la neve che ricopre i pendii e nel fulgore del sole, la luce lassù si fa violenta come su un ghiacciaio alpino. Le palpebre sbattono per scacciare la luce. Il vento è freddo, frizzante. L’aria limpida fa apparire le cime tanto vicine che sembra di poterle carezzare.

 

Lì la massa Redentore-Vettore, con la punta di 2476 metri nascosta dalla cresta: apice dell’intero massiccio.

 

Tutt’intorno c’è solo cielo.




Ed ecco che socchiudendo gli occhi per ripararsi dal sole, nel buio momentaneo percorso di riflessi sotto le palpebre abbassate, arriva quella vertigine che stavamo aspettando. La visione improvvisa dell’alta montagna porta una fuggevole emozione che tutto abbraccia: euforia, desiderio, leggerezza, grazia, felicità.

 

Poi, assorbita la prima visione del tetto dei Sibillini, ci si incammina scendendo dal Passo verso il pianoro. La cresta sommitale del Vettore forma insieme al Pizzo del Diavolo e al Redentore un ampio circolo a ferro di cavallo. Ma mentre verso l’esterno questa corona di cime degrada con ripidi pendii erbosi punteggiati da piccole falesie chiare verso gli altopiani, all’interno del perimetro i versanti precipitano come tagliati di netto, e formano maestose pareti calcaree, come quella del Pizzo del Diavolo.

 

Nel centro di questo anfiteatro si trova un antico circo glaciale, con il laghetto di Pilato formato da due pozze distinte, che appaiono come due occhi scuri in mezzo ai ripidi ghiaioni grigiastri.




Più a settentrione, anche il sottogruppo dei monti Bove Nord e Bove Sud forma una valletta conchiusa, l’appartata Valle del Bove, e sul lato opposto un altro solco vallivo sovrastato da pareti calcaree alte intorno ai 700 metri, che a un primo sguardo ricordano le prealpine bastionate meridionali del Grignone, con il Sasso dei Carbonari o il Cavallo, o anche la Parete dei Militi in Valle Stretta, sopra Bardonecchia.  

 

Tra il Vettore e il Bove, nel cuore pietroso dei Sibillini, ci si accorge, però, che questi scenari d’alta quota difficilmente potrebbero essere confusi con un paesaggio alpino.

 

Siamo sugli inconfondibili Appennini.

 

A dircelo è quel regolare senso di vuoto e di solitudine che ovunque si rincorre, dove l’occhio vaga libero su spazi aperti e apparentemente privi di presenza umana.




A differenza delle Alpi, così stabilmente contrassegnate dalle tracce dell’uomocon le onnipresenti baite, gli alpeggi, gli impianti a fune, l’infinito reticolo di strade, le frazioni isolate, le seconde case cresciute a dismisura a partire dagli anni del Boom –  qui l’assenza di costruzioni appare come il primo segno rivelatore di un’intera regione montuosa.

 

Mentre il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dopo una lunga marcia di avvicinamento stimolata da un caparbio gruppo di sostenitori e passando attraverso la nascita di commissioni, l’emanazione di decreti di perimetrazioni, la stretta di accordi con le amministrazioni locali, è stato infine istituito con firma del presidente della Repubblica otto anni dopo la manifestazione, il 6 ottobre 1993.

 

L’area protetta è vasta circa 70.000 ettari, pari a tre volte, per esempio, la superficie dell’Isola d’Elba, ed esattamente quanto il più antico e frequentato parco nazionale italiano, quello del Gran Paradiso.

 

Eppure la rivalità nei confronti del Parco non è affatto sopita. Andando in giro per i paesi è facile accorgersi di quanto scarsa sia la sensibilità ambientale.

 

A volte l’antagonismo nei confronti dell’area protetta si palesa nella sua più cruda e brutale realtà.




Nel febbraio del 2011 è stata trovata, appesa con una cordicella al cartello stradale per il Santuario di Macereto (da allora… caro Marco… molti sani Ecologisti sono stati costretti a minor vita all’aria aperta in comunione con il Creato…), una testa mozzata di lupo con un cartellino di latta con su una dedica al presidente del Parco Nazionale e al sindaco di Visso, il quale aveva appena deliberato un’ordinanza che limitava il pascolo delle pecore entro una certa area. Avevo capito: il direttore Franco Perco si trovava in prima linea, e di una buona dose di astuzia non poteva fare a meno. 

(M. A. Ferrari)




 Quando lo vidi per la prima volta, stavo in una piccola tenda, il sole non era ancora spuntato, la Stagione non annunziava neppure l’Alba della Primavera, l’Inverno rigido, giacché se conosci quei luoghi non ti sarà facile intendere che sono più inclementi delle tanto celebrate Alpi e Dolomiti, nonostante le ingannevoli apparenze.

 

La mia Vela nervosa ed inquieta annusava e presagiva la presenza di qualcosa, quel qualcosa mi costringe all’esterno del caldo sacco a pelo, ed uscire fin sul ponte della Nave per scrutarne ed interpretarne l’avvisaglia. Allorché scopro il motivo di tanto nervosismo misto a curiosità della mia fedele insperabile amica, o Primo Ammiraglio con cui intendo rotta e Viaggio, con la grande sua aspirazione ricongiunta alla Selva di questo grande Mare navigato.

 

Di primo mattino il mare si scorge in tutta l’apparente quiete, nuvole coprire le più profonde vallate - e stive - ove il gregge medita e sovrintende, almeno così dicono, ogni humano intento!




Eppure l’infallibile ammiraglio a cui votato e ingaggiato nell’imbarco, accorta. Nulla sfugge alla vigile sua guardia e presenza in cima all’Albero maestro in cui cresciuta. Giacché rude uomo di mare come i miei avi hanno insegnato, il coraggio si deve palesare per ogni Cima esposta al Vento qual simmetrico suo Elemento.

 

Dacché il Primo Ufficiale di bordo mai scende da tal Albero donde motivo di un medesimo mare navigato…, ogni tanto per il vero, cerca di prendere il volo, Ragion per cui la debbo tener ben ancorata al difficile compito per il comune bene del Veliero!

 

Sarebbe una bestemmia abdicare al Vento del progresso una sì preziosa… Vela…

 

Mi incammino incuriosito circa il suo fiuto antico.

 

Deve aver pur fiutato o avvistato qualcosa. La seguo più da sonnambulo sprovvisto del dovuto Lume con cui la loro Ragione tende da sveglia, conquistare Passi e Cime che ognun sprovvisto della stessa mai mediterebbe, o tantomeno, navigherebbe. Da provato scienziato della flora, e pur la stanchezza con la vista messa a dura prova, qualcosa si muove non lontano, qualcosa che ci osserva e forse ci ha osservato da lungo tempo (assieme) meditato.




Poi, forse, mosso dalla fame o dalla curiosità palesa la propria vigile presenza.

 

Si sarebbe potuto allontanare senza dar avvisaglia circa la propria Natura, giacché ogni Verità in Lei ben velata e celata; ma qualcosa lo ha condotto su una diversa presa di coscienza (nell’essere ed avere come un altro ha ugualmente intuito) rispetto all’istinto che sempre lo ha contraddistinto.

 

Per quel poco che so circa il Lupo, difficilmente si sarebbe concesso. Quel qualcosa che lo pone nella consapevolezza dell’essere circa la curiosità vigilata da molto tempo. Ognuno cerca di idealizzare il proprio Lupo qual riflesso di un mondo perduto, addirittura c’è chi ne ha terrore antico motivato da una più che sindacata patologia, non solo - privata patologica dismessa avversa psicologia -, bensì un odio antico che non permette alla vista d’intendere quanto l’uomo disprezza la libertà che questo palesa, giacché sappiamo bene che il danno che può apportare all’intero ecosistema nullo ed inversamente sproporzionato rispetto a ciò cui capace l’uomo del lupi ancor malato...


(Prosegue....)








venerdì 22 gennaio 2021

RIFLESSIONI FILOSOFICHE (17)

 










Precedenti capitoli:


Di Egocentrismo & Ecocentrismo (13/5)  


& appunti di Ecosofia (17)


Prosegue con...:


Riflessioni Filosofiche (18)








Nel West americano del XIX secolo, a volte ai coloni veniva promesso tanto terreno quanto potevano coprirne cavalcando per un giorno: era il land grab, l’accaparramento della terra.

 

Noi pensiamo, in linea di principio, di poter possedere tutto ciò che le frecce dei nostri desideri, obiettivi e progetti possono coprire. Ciò che più importa nella vita - il significato della nostra vita - può essere afferrato grazie al talento, all’operosità e forse alla fortuna.

 

Questo potrebbe essere la felicità, o potrebbe essere uno scopo.

 

Si possono avere entrambi.




Ma Brenin (il mio Lupo) mi ha insegnato che non è così che vanno le cose con il significato della vita.

 

La cosa più importante della vita - il significato della vita, se è in questi termini che volete pensare – si trova esattamente in ciò che non possiamo avere.

 

L’idea che il significato della vita sia qualcosa che può essere posseduto è, ritengo, un retaggio della nostra avida anima scimmiesca.

 

Per una scimmia, avere è molto importante.

 

Una scimmia valuta se stessa in base a ciò che ha.




 Ma per un Lupo è cruciale essere, non avere.

 

Per un lupo ciò che più importa nella vita non è possedere una data cosa o una quantità di cose, ma è essere un certo tipo di lupo.

 

Tuttavia, anche se ammettiamo questo, la nostra anima scimmiesca cercherà subito di ribadire il primato del possesso. Essere un certo tipo di scimmia è qualcosa che possiamo sforzarci di ottenere. Essere un certo tipo di scimmia è solo uno dei tanti scopi che possiamo avere.

 

La scimmia che vogliamo essere è un obiettivo verso il quale possiamo progredire.

 

È qualcosa che possiamo realizzare, se siamo abbastanza in gamba, abbastanza operosi e abbastanza fortunati.




La lezione più importante e difficile da imparare nella vita è che le cose non stanno così.

 

La cosa più importante nella vita è qualcosa che non si potrà mai possedere. Il significato della vita si trova proprio in ciò che le creature temporali non possono possedere: i momenti.

 

È questa la ragione per cui per noi è così difficile individuare un significato plausibile della vita. I momenti sono l’unica cosa che noi scimmie non possiamo possedere. Il nostro possesso delle cose si basa  sulla cancellazione del momento: attraversiamo i momenti al fine di possedere gli oggetti dei nostri desideri.




Vogliamo possedere le cose cui diamo valore e che reclamiamo; la nostra vita è un unico, grande land grab.

 

Ed è per questo che siamo creature del tempo e non del momento, di quel momento che sfugge sempre dalle nostre dita pronte ad afferrare e dai pollici opponibili.

 

 Affermando che il significato della vita si trova nei momenti non sto riprendendo quelle superficiali prediche che ci esortano a ‘vivere nel momento’. Non raccomanderei mai di cercare di fare qualcosa d’impossibile. Piuttosto, l’idea è che ci siano alcuni momenti. Non tutti, certo, ma ci sono alcuni momenti. E nell’ombra di quei momenti scopriremo ciò che più importa nella vita.

 

Questi sono i nostri momenti più alti.




Senza dubbio l’espressione ‘momenti più alti’ può indurci in errore, orientandoci di nuovo in direzione di quella visione del significato della vita che dovremmo respingere.

 

Probabilmente pensiamo ai nostri momenti più alti in uno dei tre modi seguenti, tutti sbagliati.

 

Il primo modo è pensare ai nostri momenti più alti come a quelli verso i quali la nostra vita può progredire, momenti in vista dei quali le nostre vite stanno lavorando, momenti che possiamo raggiungere, se siamo abbastanza in gamba e operosi.

 

Ma i momenti più alti non sono il culmine della nostra vita, non sono la meta della nostra esistenza.




I momenti più alti sono disseminati lungo la vita.

 

Sono momenti sparsi nel tempo: le piccole onde create da un lupo che sguazza nelle calde acque estive del Mediterraneo. Siamo tanto condizionati a pensare che ciò che importa nella vita è la felicità - da noi intesa come sensazione di benessere - che ogni discorso sui momenti più alti porta inevitabilmente alla mente uno stato di piacere intenso simile al nirvana.

 

È il secondo modo di fraintendere ciò che voglio dire con ‘momenti più alti’.

 

In realtà i nostri momenti più alti sono raramente piacevoli. A volte sono i momenti più spiacevoli che si possano immaginare, i più bui della vita. I momenti più alti sono quelli in cui siamo al nostro meglio. E spesso ci vuole qualcosa di veramente orribile per farci essere al nostro meglio.

 

C’è un altro modo, più sottile e insidioso, ma altrettanto sbagliato, di pensare ai momenti più alti, e cioè ritenere che ci rivelino ciò che siamo davvero. Sono i momenti, crediamo, che ci definiscono. Nel pensiero occidentale c’è una persistente tendenza a immaginare il Sé o la persona come il genere di cosa che può essere definito.

 

Riecheggiando Shakespeare, declamiamo solennemente frasi come ‘Questo su tutto: fedeltà a te stesso’. Il che implica l’esistenza di un vero te stesso, nei confronti del quale puoi essere o meno fedele.

 

Dubito seriamente che le cose stiano così. 


(Prosegue...)








lunedì 18 gennaio 2021

EGOCENTRISMO... (13)

 










Precedenti capitoli circa lo Spirito dell'...:


Ecosofia (12/1)


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L'Ecocentrismo (14)   & Il capitolo completo (15)












  & J. Ruskin...


Prosegue ancora con...:










Appunti di Ecosofia (16)


& Riflessioni Filosofiche (17/8)








La storia della Filosofia ci mostra soprattutto gli sforzi di riflessione continuamente rinnovati che lavorano per attenuare le difficoltà, per risolvere le contraddizioni, per misurare con crescente approssimazione una realtà incommensurabile con il nostro Pensiero.

 

Ma di tanto in tanto si conferma un’Anima che sembra trionfare su queste complicazioni con la forza della semplicità, l’anima dell’artista o del poeta, tenendosi vicina alla sua origine, riconciliandosi con un’armonia sentita dal cuore termini forse inconciliabili dall’intelligenza.

 

Il linguaggio che parla, quando prende in prestito la voce della Filosofia, non è compreso allo stesso modo da tutti. Alcuni pensano che sia vago, e così è in ciò che esprime. Altri lo sentono preciso, perché sperimentano tutto ciò che suggerisce. A molte orecchie porta solo l’eco di un passato svanito…

 

(H. Bergson)




  (1) Il sistema economico, cioè il processo produrre-vendere-consumare, si può ricondurre ad un unico parametro: il denaro. Il sottosistema economico non può integrarsi in un sistema complesso come la Biosfera, in stato stazionario e con un gran numero di variabili. La crescita economica in sostanza impedisce l’omeostasi della Biosfera, che perde la sua capacità di mantenersi in condizioni vitali.

 

In un sistema vivente questo significa la morte. A maggior ragione, se pensiamo che il sistema economico debba essere in crescita continua, la fine è sicura.

 

Un sistema economico in crescita permanente può essere solo un breve transitorio, un fenomeno patologico della Biosfera che conduce ad un punto di collasso. Questa è una posizione ottimistica: il vero pessimismo è pensare che la crescita continui per lungo tempo, perché questo significherebbe un mondo terribilmente degradato.

 

L’uomo non evita mai le catastrofi, ne guarisce: speriamo che sia vero.





(2) L’Ecosofia T é la personale risposta di Naess alla crisi ecologica globale (dovuta al costante dominio e globale applicazione circa una errata interpretazione economica, scritta nel binomio crescita rivoluzione industriale, nell’esercizio delle sue ed altrui funzioni applicate…). Essa muove dalla constatazione di un negativo che ancor prima di essere materiale, ambientale, è esistenziale.

 

L’inquinamento, la distruzione della biodiversità, lo sfruttamento delle risorse sono motivazioni superficiali, accettabili ad un primo livello di comunicazione del problema, ma essenzialmente antropocentriche, cioè incentrata sull’uomo, mentre alla Natura viene conferito un significato solamente strumentale, ossia in termini di uso e abuso da parte dell’essere umano.

 

L’essenza dell’ecologia profonda, o ecosofia, consiste invece nel porsi domande più radicali, laddove l’aggettivo radicale indica esattamente l’atto, o meglio l’attività, di interrogarsi circa il perché della crisi ecologica. L’ecosofia supera il livello scientifico fattuale per approdare a quello del perché si sia prodotto un certo stato di cose. L’ecosofia si presenta, dunque, come una forma di saggezza, di visione profonda, la quale muove dalla gravità della situazione (ambientale ed esistenziale), proiettando la domanda di cambiamento.

 

L’ecosofia supera il livello cosiddetto scientifico fattuale per approdare al livello del Sé dove Sé sta per totalità organica e della saggezza della Terra. L’intuizione di fondo è, allora, quella di una visione completa o totale del mondo e delle cose. La consapevolezza ecosofica suprema consiste nell’idea che non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza, si tratta della consapevolezza di una relazionalità intrinseca di ciascun ente nei confronti di ogni altro, la quale viene formulata per la prima volta da Naess nell’articolo del 1973 attraverso l’immagine del campo relazionale totale…

 

Le scienze naturali (lo abbiamo già letto con ugual concetto espresso dal Guenon), attraverso il loro modello oggettivo di realtà, ci offrono solamente dei punti di riferimento comuni (come nel caso della fisica le coordinate di spazio e tempo) ma questi punti non sono luoghi reali, non esistono come realtà fisiche. Essi creano una struttura pura o astratta, nel senso di priva di un contenuto materiale o di altro tipo.

 

La struttura appartiene alla realtà, nel senso che ci serve per interpretare la realtà e orientarci in essa, ma non è la realtà. Bisogna allora, secondo Naess, modificare la nostra percezione della realtà, distinguendo tra strutture astratte, o entia rationis, ovvero tutti quei concetti e parametri, scientifici o meno, che utilizziamo per organizzare la realtà, e contenuti concreti, la nostra reale esperienza spontanea del mondo. Bisogna ritornare al mondo in cui viviamo, al concreto mondo della vita.




 (3) Seguendo talune scuole di pensiero, ci troviamo in un mondo con entità mentali, senza alcun confine preciso, di cui gli umani sono solo componenti: quindi l’Etica deve riguardare tutta la Natura. Questa idea è presente in molte filosofie di origine indiana (Buddhismo e Jainismo), dove l’etica riguarda non soltanto gli umani, ma anche gli altri esseri e le entità naturali.

 

L’emergenza di fenomeni mentali rende un sistema complesso degno di considerazione etica.

 

Gli altri viventi, una foresta, una palude, un termitaio, una specie sono entità dotate di mente: partendo da un altro approccio, già lo psichiatra junghiano James Hillmann (Autore, fra molti altri libri, di Politica della bellezza e Il piacere di pensare) parlava della nostra immersione nell’Anima del mondo.

 

L’etica richiede una sorta di empatia verso tutte le entità naturali.

 

È evidente che si può parlare di mente associata al sistema totale, ovvero a tutta la Biosfera: abbiamo così ritrovato l’idea di Gaia già teorizzata da altri scienziati (Lovelock, Margulis, Sheldrake). È chiaro che ci siamo portati su posizioni ben lontane dall’idea tradizionale dell’uomo che studia dall’esterno e manipola a suo piacimento un mondo fatto di materia-energia.

 

La distinzione fra mondo energetico-materiale, al servizio della nostra specie, e mondo mentale-psichico-spirituale, che un tempo era considerato - nella cultura occidentale - come esclusiva umana, si è dissolta. Qui siamo molto lontani anche dall’idea che la mente sia soltanto ‘il prodotto’ di un sistema nervoso centrale.

 

…E Gregory ammise che la Mente associata al Sistema Totale era molto simile all’idea di un Dio immanente (da un libro di Fritjof Capra).


(Prosegue...)