giuliano

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IL TOMO

venerdì 24 giugno 2022

VICISTI, GALILAEE (10)












Precedenti capitoli: 


contra un sol uomo... (9) 


Prosegue con: 


Lettere (eretiche) (11) 


  & il capitolo completo [12]







 

Ospite dell’ambasciatore di Toscana, circondato dai più illustri studiosi dell’Urbe, i padri gesuiti tennero in suo onore un’adunanza accademica alla quale vollero conferire particolare solennità facendo intervenire alcuni cardinali, e confermarono, se pure con qualche insignificante riserva, tutte le sue scoperte scientifiche; il papa Paolo V lo ricevette con benignità e ‘non comportò ch’egli dicesse pure una parola in ginocchioni’; alti prelati, aristocratici, ‘litterati’ vollero guardare col portentoso ‘occhiale’ il cielo e ascoltare la sua parola avvincente che dava incaute anticipazioni sulla vera struttura dell’universo.

 

Il cardinale Maffeo Barberini (il futuro papa Urbano VIII che poi lo perseguiterà sino alla morte e oltre) scrisse della ‘virtù ond’era ornato il signor Galileo’ e la sua ammirazione esprimerà in seguito in versi latini; l’austero cardinale Bellarmino, pur non accettando se non come ipotesi le nuove idee, non disdegnò d’accostare l’occhio al ‘cannone, overo, ochiale’ del ‘valente matematico’; e l’ammirazione generale veniva riassunta dal cardinale Del Monte in una lettera al granduca di Toscana, che concludeva: ‘se noi fussimo ora in quella Republica Romana antica, credo certo che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per onorare l’eccellenza del suo valore’.




Ma s’erano anche già destate le prime diffidenze dell’Inquisizione e i primi sospetti di eresia intorno all'irruente e ignaro innovatore, ché ‘la sua dottrina non dette un gusto che sia a’ Consultori et Cardinali del Santo Offizio… i quali, se Galileo si fosse trattenuto troppo a lungo a Roma, non arebbono potuto far di meno di non venire a qualche giustificazione de’ casi suoi’.

 

L’anno successivo (1612) pubblicò un ‘Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si, muovono’.

 

I moti della Terra erano però in disaccordo non solo con la dottrina aristotelica, ma anche col significato letterale di alcuni passi delle Sacre Scritture: e Galileo, attaccato nelle scuole e dal pulpito, prima di stendere la grande opera sul sistema del mondo si vide costretto a interpretare la Bibbia e a porre i limiti tra scienza e fede.

 

Come già aveva tentato Giordano Bruno, egli, in una lettera del 1613 al Castelli e poi, più ampiamente, in altra del 1615 a madama Cristina di Lorena, pose la sottile distinzione della doppia rivelazione divina della verità, l’una consegnata nei Libri Sacri, l’altra razionale: la prima, dominio della religione, da non interpretarsi nel significato letterale; la seconda, dominio della scienza, scritta in linguaggio matematico nel gran libro della natura.




 …Rivendicava così l’indipendenza della scienza dalla religione, il diritto alla libera ricerca scientifica.

 

 

                                            A DON BENEDETTO CASTELLI I IN PISA 

 

                                                                            (Firenze, 21 dicembre 1613)

 

 

 

Molto reverendo Padre e Signor mio osservandissimo, ieri mi fu a trovare il signor Niccolò Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio della Paternità Vostra: ond’io presi diletto infinito nel sentir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande che ella dava a tutto cotesto studio, tanto a i sopraintendenti di esso quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni; il qual applauso non aveva contro di lei accresciuto il numero de gli emoli, come suole avvenir tra quelli che sono simili d’esercizio, ma più presto l’aveva ristretto a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole anco tal volta meritar titolo di virtù, degeneri e cangi nome in affetto biasimevole e dannoso finalmente più a quelli che se ne vestono che a nissun altro.

 

Ma il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontar i ragionamenti ch’ella ebbe occasione, mercé della somma benignità di coteste Altezze Serenissime, di promuovere alla tavola loro e di continuar poi in camera di Madama Serenissima, presenti pure il Gran Duca e la Serenissima Arciduchessa, e gl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori D. Antonio e D. Paolo Giordano ed alcuni di cotesti molto eccellenti filosofi.

 

E che maggior favore può ella desiderare, che il veder Loro Altezze medesime prender satisfazione di discorrer seco, di promuovergli dubbii, di ascoltarne le soluzioni, e finalmente di restar appagate delle risposte della Paternità Vostra?




I particolari che ella disse, referitimi dal signor Arrighetti, m’hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale circa ’l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali, ed alcun’altre in particolare sopra ’l luogo di Giosuè, propostoli, in contradizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.

 

Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità.

 

Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a lddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future.




Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi all’incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti. Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli…

 

…Pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura.




Anzi, se per questo solo rispetto, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e indisciplinati, non s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi, attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole?

 

E massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata l’intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute. Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri.




Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl’interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario.

 

E chi vuol por termine a gli umani ingegni?

 

Chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile?

 

E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de’ quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità: e se cosi è, quanto maggior disordine sarebbe l’aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dire a redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni?


(Prosegue....)








martedì 21 giugno 2022

UN SOL UOMO VALE PER MILLE (8)

 









Precedenti capitoli: 


con la fine della.... (1/5)


& i cani di Mosca [6] 


Prosegue ove...:


Mille non valgono 


uno solo (9) 








n.b. il presente post fa 

esclusivo riferimento ad 

un personaggio storico

nonché scientifico,

e per quanto la storia italiana 

abbia contribuito al suo esilio, 

si prega di non offuscarne

o confonderne la Memoria 

con l'attuale odierna politica, 

non certo distante o dissimile, 

da un antico ed uguale processo 

storico..., rinnovato e adeguato, 

ai pur moderni seppur antiquati

termini di pregiudizio a cui ogni

Eretico costretto.... 

(con tutto il rispetto 

del Diritto violato)  

 

[l'Eretico perseguitato...]







Fin dai tempi più remoti l’uomo si era interrogato sulla possibilità di raggiungere il nostro satellite, venerato come una divinità benefica e feconda. Battezzata con il nome di Diana o Lucina, era raffigurata con cento mammelle dalle quali scendeva sulla Terra una linfa vitale.

 

Le leggende lasceranno il passo alla scienza il giorno in cui Galileo, dalle colline di Arcetri, appunterà sulla Luna il suo cannocchiale. Il suo “Sidereus Nuncius” è il primo saggio scientifico sugli astri e sulla Luna in particolare. Egli scrive:

 

‘Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare così da vicino’.

 

Ma dopo il primo attimo di stupita contemplazione, il fondatore della scienza moderna scruta con occhio disincantato la superficie increspata del satellite per darci la prima immagine non fantastica dell’astro delle notti e afferma...

 

‘non essere affatto la Luna rivestita da una superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra presentasi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde vallate, di anfratti’.




Le descrizioni di Galileo, che fornisce le prime ‘carte della Luna’, eccitano la fantasia dell’uomo e gli scrittori si sbizzarriscono a precorrere i tempi della grande conquista.

 

Ricordiamo che Galileo fu condannato dal Tribunale dell’Inquisizione nel giugno del 1633, in quanto ‘vehementemente sospetto d’heresia’ per aver difeso la tesi copernicana, cioè ‘tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture’. È costretto all’abiura, è forzato a giurare che per l’avvenire non sosterrà né a voce né per iscritto gli argomenti per cui è stato condannato, e che denuncerà all’Inquisizione chi lo farà.

 

Il suo Dialogo, ‘opera – nelle parole di Galileo – per i gesuiti più pericolosa per la Chiesa dell’intera riforma di Calvino e Lutero’, è posto all’Indice, e copie della sentenza e dell’abiura vengono inviate in tutta Europa, con l’ordine di dar loro la massima diffusione, onde servano da monito a studiosi e scienziati. Eventi che, come si voleva, segnano l’inizio del declino della scienza in Italia.

 

Se le parole ‘eppur si muove’ non vennero mai da Galileo pronunciate davanti ai suoi giudici, esse tuttavia ben compendiano la sua convinta adesione alle idee condannate e la determinazione a proseguire nella sua opera. Lo conferma il fatto che, a soli pochi giorni di distanza dalla condanna, a Siena, dove il papa gli ha consentito di essere ospitato dall’arcivescovo Piccolomini, inizia a stendere alcune parti del suo lavoro più importante, ‘Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze’, una sostanziale difesa delle nuove idee, pur senza alcuna esplicita menzione del sistema copernicano.




Leggiamo dall’Introduzione del Dialogo sopra i due massimi sistemi:

 

 

Serenissimo Gran Duca

 

 

La differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione.

 

Qual proporzione ha da uno a mille?

 

E pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo.

 

Tal differenza depende dalle abilità diverse degl’intelletti, il che io riduco all’essere o non esser Filosofo; poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento.

 

Chi mira più alto, si differenzia più altamente; e ’l volgersi al gran libro della natura, che è ’l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d’Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l’opera e l’artifizio.

 

La costituzione dell’universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt’altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell’intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e ’l Copernico furon quelli che sì altamente lessero s’affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all’opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch’io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio.

 

E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di vostr’Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce.

 

Accettila dunque l’A. V. con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero lo possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sè medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell’universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

 

Dell’Altezza Vostra Serenissima

 

Umilissimo e Devotissimo Servo e Vassallo

 

GALILEO GALILEI




Il terzo libro, il capolavoro retorico di Galileo – o, per usare le parole di Campanella, la ‘comedia filosofica’ –, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) porta in scena i tre interlocutori del Saggiatore, con ‘Salviati’ nei panni di Guiducci, ‘Sagredo’ in quelli di Cesarini, e Simplicio’ in quelli di Sarsi. Galileo rimane dietro le quinte, per manipolare gli attori nei loro disaccordi e nelle loro digressioni (commedie dentro la commedia, come le descrisse Salviati), e per ricevere le loro lodi.

 

Galileo, come direttore artistico, è il creatore di ingegnose fantasie, di capricci matematici, di un poema epico, di un insieme di storie. Sagredo chiede a Salviati di descrivere la curva di un corpo in caduta libera nello spazio; Galileo, mascherato, risponde con l’intelligente e assurda bizzarria; anche la natura è parte della mascherata. Il talento di Galileo per la commedia raggiunge il proprio apice nelle battute taglienti, nelle burle, nei giochi di parole, nei paradossi, nell’ironia, nella satira e nelle caricature grossolane del Saggiatore. Come se volesse indicare il suo livello epistemologico, Galileo inserì in quest’opera più citazioni da Ariosto di quanto non fece in qualunque altra sua opera.

 

L’editto del 1616 colpì i gesuiti tanto quanto colpì Galileo.




L’entusiasmo dei loro matematici nei confronti dell’astronomia telescopica si scontrò con la tendenza del loro preposito generale, Claudio Acquaviva, di vedere lo scontro sulle novità celesti come un secondo fronte nella lotta contro gli eretici.

 

È proprio vero: i generali combattono sempre l’ultima battaglia. Nel 1611 Acquaviva aveva preteso che le proprie truppe, particolarmente quelle nella zona di combattimento dell’aula, si attenessero alla filosofia di Aristotele così come era stata corretta da san Tommaso. Deluso dalla scarsa osservanza di questo suo ordine da parte del corpo dei gesuiti, che stava crescendo velocemente e velocemente andava diversificandosi (durante il suo regno passò da 5000 a 13 000 unità), lo rinnovò nel dicembre del 1613 in termini ancora più forti:

 

‘si ordina che chiunque insegni concezioni contrarie a San Tommaso o introduca nuove cose in filosofia per propria iniziativa, o prese da autori oscuri, le ritiri immediatamente’.

 

Come risulta dal caso di Grienberger, quest’ordine rese molto difficile ai gesuiti del Collegio Romano sostenere le idee di Galileo sui corpi galleggianti, per non dire la sua religione copernicana. Il decreto della Congregazione dell’Indice limitò ulteriormente le avventure degli astronomi della Compagnia di Gesú, scoraggiando qualunque riferimento positivo alla teoria copernicana e chi la difendeva.




I professori a conoscenza della situazione, che sentivano una responsabilità nei confronti della loro materia di insegnamento, si ritrovarono a vivere un dissidio doloroso. Tra il 1616 e il 1620, quando pubblicarono la prima edizione della ‘Sphaera’ dopo l’ultima curata da Clavio, i matematici della Compagnia cercarono il modo di rimanere fedeli sia al loro preposito generale, sia a ciò che dovevano insegnare.

 

Alcuni segnali indicavano che a Roma, nel 1624, il vento non aveva cambiato direzione: non si era volto a favore di Galileo. In autunno, durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico al Collegio Romano, molto seguita, il relatore principale paragonò i filosofi e i matematici indipendenti, che si ponevano al di sopra della tradizione, ai costruttori della torre di Babele: seminatori di confusione, uomini che anteponevano il soddisfacimento della propria vanità agli interessi della solidarietà dei cristiani.




Anni dopo in ginocchio davanti all’Inquisizione, Galileo aveva giurato di non dire o scrivere nulla sulla Terra in movimento o sul Sole fisso, ‘et contra’, a pena di essere nuovamente sospettato di eresia. A questa prescrizione Urbano aveva aggiunto, in un decreto che Galileo non aveva ricevuto ufficialmente, ‘et contra’, per impedirgli di scrivere contro il copernicanesimo – una misura diretta, forse, contro la sua proposta di aggiungere due ulteriori giornate al Dialogo per confutare le argomentazioni delle quattro giornate precedenti. Non aveva però l’obbligo di rimanere in silenzio su altre questioni, e già quando era ancora a casa di Piccolomini Galileo iniziò a pianificare la propria opera di meccanica, cosí a lungo rimandata. Continuò a lavorarvi, incoraggiato dagli amici e nonostante la perdita di alcuni manoscritti durante la loro rimozione preventiva da casa per mano di Bocchineri e di Aggiunti.

 

Leggiamo qualche suo appunto…




 Natura non intraprende a far quello che è impossibile a esser fatto;

 

Natura per indur nel mobile qualche grado di velocità lo fa muover di moto retto;

 

Natura non conferisce immediatamente un determinato grado di velocità, se ben potrebbe;

 

Natura non opera con molte cose quello che può con poche;

 

Natura prima fece le cose a modo suo, e poi fabbricò i discorsi degli uomini, abili a intenderle;

 

La natura e Dio si occupano nella cura degli uomini come se altro non curassero; 


(Prosegue...)










venerdì 17 giugno 2022

LA FINE DELLA ‘GUERRA FREDDA’ … & L’INIZIO DI QUELLA ‘CALDA’ (4)

 









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della guerra.... 









& i conigli... 


Prosegue con: 


un 'appunto' 










& i cani di Mosca  


& un uomo... (8/9)







 

 

‘Perché l’uomo va sulla Luna?’

 

…aveva domandato un giornalista all’ultima conferenza stampa prima del lancio.

 

‘Semplicemente perché la Luna è là’

 

…aveva risposto un pragmatico Neil Armstrong.

 

‘Che cosa vorrebbe portare con sé?’

 

‘Se si potesse, più carburante’.




Suo padre, revisore dei conti dello stato dell’Ohio, gli aveva fatto fare il primo volo a sei anni su un Ford Trimotor, un aereo soprannominato ‘l’oca di latta’. A sedici anni Neil aveva preso il primo brevetto aeronautico.

 

Gli intellettuali americani erano più problematici.

 

Mentre l’Apollo 11 si staccava dalla rampa 39/A, il sociologo Marshall McLuhan (1911-1980) parlava di

 

‘arroganza ridicola’.

 

L’antropologa Margaret Mead (1901-1978) ribatteva:

 

‘Il viaggio verso la Luna era nel destino dell’uomo’.




Il filosofo della scienza Giorgio De Santillana (1902-1974) obiettava:

 

‘Andare sulla Luna è come costruire le piramidi o il palazzo di Versailles: è scandaloso fare queste cose quando altri uomini non riescono ancora a soddisfare necessità elementari’.

 

Robert Rauschenberg (1925-2008), pittore neodadaista vicino alla pop art, proponeva un’analisi da Scuola di Francoforte:

 

‘L’esplorazione della Luna è l’impiego di un surplus finanziario della società dei consumi. C’è il rischio che tecnologia e moralità sociale si allontanino sempre di più’.




Cauto ma ottimista l’astronomo e futurologo Robert Jastrow (1925-2008):

 

‘La parte scientifica del volo lunare prevale su quella mondana, politica, sciovinistica. Che cosa ci aspettiamo dalle pietre lunari? Di trovarci la storia della nostra origine. Se ci riusciremo sarà valsa la pena di fare questo sforzo’.

 

Una indagine d’opinione faceva sapere che 41 cittadini americani su 100 erano favorevoli alle esplorazioni spaziali, 59 contrari.

 

‘Da questo punto di vista l’allunaggio è una violenza contro l’opinione pubblica’,

 

…concludeva il sociologo e sondaggista Louis Harris (1921-2016).




In Italia il chimico-scrittore Primo Levi, scampato allo sterminio di Auschwitz, scriveva per ‘La Stampa’ una riflessione fatta di interrogativi e intelligenti sfumature:

 

‘Sappiamo cosa stiamo facendo? Da molti segni è lecito dubitarne. Certo conosciamo, e ci raccontiamo l’un l’altro, il significato letterale, sto per dire sportivo, dell’impresa: è la più ardita, e ad un tempo la più meticolosa, che mai l’uomo abbia tentato; è il viaggio più lungo, è l’ambiente più straniero. Ma perché lo facciamo, non sappiamo: i motivi che si citano sono troppi, intrecciati fra loro, ed insieme mutuamente esclusivi. Sotto tutti, alla base di tutti, si intravede un archetipo; sotto l’intrico del calcolo, sta forse l’oscura obbedienza ad un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppi ad avvolgersi di bambagia per volare lontani nel vento, e le rane dopo l’ultima metamorfosi a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su un territorio vasto quanto è possibile; poiché notoriamente le “aiuole” ci fanno feroci, e la vicinanza del nostro simile scatena anche in noi uomini, come in tutti gli animali, il meccanismo atavico dell’aggressione, della difesa e della fuga’.




Altri scrittori cedevano a languide preoccupazioni o polemizzavano tra loro. In un articolo intitolato ‘Non deluderci, Luna’ Dino Buzzati invitava il satellite della Terra a sottrarsi alla conquista, a difendere la sua verginità. Nel 1965 Italo Calvino aveva pubblicato le ‘Cosmicomiche’. Il primo di questi racconti, scritto nel novembre 1963 e poi più volte ritoccato, descriveva in termini fiabeschi l’attrazione (non solo gravitazionale) tra la Terra e la Luna. Al contrario di Buzzati, Calvino sta dalla parte della conoscenza, spera che la Luna riveli i suoi segreti, e si contrappone ad Anna Maria Ortese, che sul ‘Corriere della Sera’ grida alla profanazione. Il poeta Giuseppe Ungaretti, ipnotizzato davanti alla tv, seguirà lo sbarco con entusiasmo.

 

Se per alcuni intellettuali americani i dubbi erano materia di discussione salottiera, per altri diventavano slogan da urlare con violenza in faccia alla Nasa, invettive contro la Casa Bianca.




Erano gli anni delle rivolte nelle università, degli hippies, delle marce contro la guerra in Vietnam, della contestazione giovanile, degli scontri razziali.

 

Anche la Luna veniva contestata.

 

A Cape Canaveral erano arrivati cinquanta neri. Erano partiti dal profondo sud con i loro muli, la loro miseria, la loro rabbia intrisa di tristezza atavica.

 

In testa c’era Ralph Abernathy (1926-1990), il successore di Martin Luther King, da poco assassinato: con cartelli e striscioni gridavano la loro protesta. Un altro gruppo di neri della Florida picchettava l’ufficio per le pubbliche relazioni del Centro spaziale di Cape Canaveral. Il loro slogan era:

 

‘Luna no, Terra sì’.




Thomas O. Paine, direttore generale della Nasa dal marzo 1969 al settembre 1970, riceve Abernathy e gli offre l’ingresso alla tribuna dei ‘vip’. Lui accetta, purché ci siano altri dieci ingressi per altrettanti dimostranti. Così, al tempo zero sarà nella tribuna d’onore accanto a Nixon. Qualcuno dei suoi gli urla: ‘Sei uno zio Tom’.

 

In Italia tra le voci più critiche si distingue Oriana Fallaci, che dai suoi servizi di inviata speciale a Cape Canaveral trarrà due libri. Nelle prime pagine del secondo scriveva:

 

‘Entro il 1969, dicevano, sbarcheremo sulla Luna. Ed entro il 1969 ci sbarcano: per darci il Grande Spettacolo. […] Certo le insidie sono cupe. La prima è che un microscopico germe lunare invada la biosfera e contagi il genere umano, gli animali, le piante, le acque: senza che la natura e la scienza sappiano difendersi. La morte fisica insomma. La seconda è che la tecnologia prenda il sopravvento e addormenti i nostri cuori, i nostri cervelli, ci trasformi in robot incapaci di fantasia, sentimenti, rivolta. La morte spirituale insomma. La terza è che tutto si risolva in un avvenimento giornalistico, uno show televisivo dietro cui non c’è nulla fuorché qualche dato scientifico per far guadagnare chi guadagna già troppo. La morte morale insomma. Per destino o per scelta, ci siamo imbarcati in un’impresa che rischia di annientarci o peggiorarci o deluderci’.




Questo il dibattito in America e nel mondo, mentre nella sala di controllo di Houston il direttore delle operazioni di lancio, l’italo-americano Rocco Petrone (1926-2006), di origini lucane, seguiva il conto alla rovescia e si preparava a comunicare il ‘go’ con destinazione Luna. Come lui trepidava Joseph Tufaro, ingegnere progettista del Lem alla Northrop Grumman, altro italo-americano proveniente dalla Lucania, migrante di seconda generazione.

 

Gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso sono quelli della Guerra fredda tra il blocco occidentale – Stati Uniti ed Europa – e il blocco sovietico, una guerra che russi e americani combattono sperimentando armi nucleari sempre più distruttive e sviluppando missili in grado di portarle sul nemico scavalcando gli oceani. Negli arsenali si accumulavano migliaia di bombe atomiche con un potenziale tale da distruggere il pianeta in pochi minuti. I test nucleari nell’atmosfera erano all’ordine del giorno.




Il 12 settembre 1962, proponendo la conquista della Luna come ‘nuova frontiera’ degli Stati Uniti, con un discorso di 17 minuti e 48 secondi all’Università Rice il presidente Kennedy spostò la Guerra fredda tra blocco occidentale e blocco sovietico su di un piano simbolico. Portare la sfida nello spazio significava trasformare la rivalità tra le superpotenze in una competizione dal sapore quasi sportivo. La forza militare si dava un obiettivo di progresso anziché di sopraffazione. In termini etologici, lo scontro fisico diventava uno scontro stilizzato: come i camosci quando si incornano senza farsi troppo male, basta che sia chiaro chi ha diritto alla femmina più ambita.

 

La dissoluzione dell’Unione Sovietica fu in parte una conseguenza della supremazia spaziale conquistata dagli Stati Uniti con il Programma Apollo. Decisiva nel 1989 fu la caduta del muro di Berlino. Ne derivò un nuovo equilibrio mondiale che soltanto ora, con l’ascesa di Trump negli Stati Uniti, il dominio assoluto di Putin in Russia, la potenza cinese e la debolezza dell’Europa – di nuovo corrosa da stolti nazionalismi –, si sta incrinando.




Partita in forte vantaggio con il lancio del primo satellite artificiale, il 4 ottobre 1957, e con il primo uomo in orbita, Jurij Gagarin, il 12 aprile 1961, l’Unione Sovietica perse la guerra simbolica dello spazio. Il 3 luglio 1969, mentre Armstrong, Aldrin e Collins stavano per decollare verso il Mare della Tranquillità, il gigantesco razzo N-1 che Sergej Korolëv aveva progettato per lo sbarco sovietico esplodeva sulla rampa di lancio, e in una gara come quella non c’era posto per il secondo arrivato.

 

La conseguenza, imprevista anche dal governo americano, fu il tramonto della Guerra fredda e l’inizio della collaborazione nelle attività spaziali, sancita dalla missione congiunta Apollo-Sojuz del luglio 1975 e tuttora garantita dalla Stazione spaziale internazionale, che orbita sulle nostre teste con le bandiere di Usa, Russia, Unione Europea, Canada e Giappone. Visto così, lo sbarco sulla Luna diventa una vittoria della Ragione. Gli astronauti russi e americani sono gli Orazi e Curiazi del nostro tempo.




Certo va messo all’attivo l’impulso allo sviluppo tecnologico, un’onda lunga che porta alla navigazione satellitare, a Internet, ai telefoni cellulari, all’Intelligenza Artificiale. Ma forse ancora più importante è che volando verso la Luna l’uomo vide la Terra in tutta la sua bellezza e (violata) fragilità. Da allora siamo consapevoli di vivere su un’astronave naturale che corre intorno al Sole alla velocità di 30 chilometri al secondo: una nicchia ecologica con risorse limitate ed equilibri instabili. L’uomo, animale esploratore, andando per la prima volta su un altro mondo, scopriva il proprio.

 

Merita una riflessione l’aleatorietà della Storia.




Il 12 settembre 1962 Kennedy presentò al mondo il progetto di conquista della Luna con queste parole, pronunciate allo stadio della Rice:

 

‘Non vi è alcun contrasto, nessun preconcetto, nessun conflitto nazionale nello spazio. I suoi rischi lo rendono a tutti ostile.

 

La sua conquista merita il meglio di tutta l’umanità.

 

Certe opportunità di cooperazione pacifica potrebbero non ripresentarsi.

 

Ma perché, qualcuno dirà, la Luna?

 

Perché preferire questo come nostro obiettivo?

 

E costoro potrebbero allora domandarsi a buon diritto perché scalare le montagne più alte?

 

Perché, trentacinque anni fa, trasvolare l’Atlantico?

 

Perché la Rice gioca con la Texas?

 

Noi scegliamo di andare sulla Luna. Noi scegliamo di andare sulla Luna entro questo decennio non perché sia facile ma perché è difficile, perché quell’obiettivo ci servirà a organizzare e misurare le nostre migliori energie e capacità, poiché questa è una sfida che siamo disposti ad accettare, non siamo disposti a rimandare una sfida che intendiamo vincere. È per queste ragioni che io ritengo la decisione di rendere prioritaria la conquista dello spazio, tra le più importanti della mia presidenza’.




Risulta che Kennedy, a grandi linee, avesse concordato con i suoi consiglieri il discorso della ‘nuova frontiera’, ma che lo sbarco sulla Luna dovesse avvenire ‘entro questo decennio’ sembrò aggiunto nella foga oratoria del momento. Quando sentirono quella frase, i tecnici del suo staff ebbero un brivido di sgomento e dopo il bagno di folla segnalarono al presidente l’imprudenza.

 

Ma il sogno di inviare un americano sulla Luna Kennedy lo aveva già comunicato al Congresso il 25 maggio 1961. In quei giorni la Nasa aveva fatto arrivare al vicepresidente Johnson il sospetto che l’Unione Sovietica, dopo il successo di Gagarin in orbita, stesse preparando lo sbarco sulla Luna per il 1967, cinquantenario della Rivoluzione di ottobre.




Kennedy, allora, pensò a quell’anno anche per il programma spaziale americano. Alla Nasa si diffuse il panico. All’inizio degli anni Sessanta, lo svantaggio rispetto all’Unione Sovietica era troppo grande. Robert Seamans, codirettore della Nasa, telefonò al consulente di Kennedy, Ted Sorensen, spiegandogli che non ci si poteva esporre per quella data. ‘Allora che cosa consigliate?’ domandò Sorensen, e Seamans suggerì di dire ‘entro il decennio’.

 

Le parole di Kennedy furono:

 

‘Io penso che questo paese possa darsi un traguardo e raggiungerlo: far scendere un uomo sulla Luna e riportarlo sano e salvo sulla Terra prima che questo decennio sia finito’.

 

In realtà nessuno credeva che fosse un obiettivo raggiungibile. Capita che parole avventate trasformino in realtà sogni improbabili.

 

(P. Bianucci)