CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 26 dicembre 2022

UNA EPISTOLA IN PROSPETTIVA DEL 'DIALOGO' (mi troverete nel legno e nella pietra) (7)

 










Precedenti capitoli 


circa 


una indagine (5/6) 







& una o due Poesie  


Proseguiamo.... 










con la Pietra (9/10) 


e una Epistola 


ad Aristeo [11]








Tutto ciò che compone la ‘casualità’ dei gesti apparentemente compiuti non della natura umana, ma da quella Divina dove traccia il geroglifico della propria immateriale prima ed assoluta consistenza in Infiniti Mondi ove l’Anima ad immagine di chi l’ha forgiata manifesta il proprio invisibile dominio circa la vera universale potenza, descrive una strada non accessibile né tantomeno individuabile nelle normali cartine o mappe geografiche (eccetto che nella verità della Poesia).

 

La strada ove si inerpica e snoda il Dialogo apparentemente irreale seppur vero, e certamente più concreto assoluto simile all’Infinito (Dio) che lo ha ispirato, rispetto al (censito) limite in cui posto e assoggettato il simmetrico umano dialogare; il quale pur ‘scrutando’ nella umana elevata superiorità intellettuale l’origine di se medesimo e ciò cui aspira, non ne intende e coglie la dimensione dell’Essere ed appartenere ad una diversa realtà giammai recepita (nella sindacata censita materia), fors’anche solo ‘intuita’ in potenza paradossalmente nella immateriale realtà e dimensione del non-Essere.




 Quindi nel limite della comprensione assoggettata alla funzione della materia; e in quanto tale rivela (e rileva) la capacità (o l’impronta) di raccoglierne la luce dell’Anima e l’Eterno immateriale ‘pensiero’ che la presiede e medita nell’assoluta opposta ed invisibile dimensione (seppur ‘cogitata’ talvolta assente all’atto stesso) donde nata la stessa (materia), e come tale (dimensione non ancora specificata né compresa, quindi assente al cogitante pensiero) non soggetta al ciclo della stessa (materia), semmai facente parte della sfera del Divino e la sua Potenza in Atto colta con il Pensiero rivolto alla dimensione dell’Infinito  successivamente incarnato nell’Anima del Dialogo…




[o ciò che intendiamo o traduciamo come tale, seppur non tutto ciò che impropriamente interpretato come ‘divino’ può essere considerato facente parte dell’insieme dato, giacché anche tutto ciò che subordinato al limitato e materiale arbitrio umano, può e deve essere considerato facente parte del demoniaco in cui opera il male…; ovvero, prendiamo in considerazione la differenza fra l’uomo e la Natura; il primo seppur ultimo nei milioni di secoli geologici, tende a meditarla e in ultimo paradossalmente confinarla nell’arbitrio della studiata sezionata materia senza parola e anima alcuna, quindi assoggettata all’assoluto maleficio del dominio ad esclusivo beneficio umano, senza umanità alcuna; in realtà, o ancor meglio, in verità e per il vero, le dimensioni di una più che certa ‘divina sacralità’ appartengono a ciò che erroneamente, per  secoli e millenni, abbiamo posto al nostro insindacabile disquisito arbitrio accompagnato dal giudizio della parola in Atto (e potenza), permettendo ogni sorta di misfatto da cui cogliamo e traduciamo il vero abominio accompagnato, come già più volte specificato, al protratto venerato demoniaco [umano] circa simmetrico Atto in Potenza avverso alla tellurica forza della contrastata Natura da cui nato; il quale come tale pervade e sovrintende l’animo corrotto ragione del presunto ‘Intelletto’ dato e conferito dalla incolmabile assoluta differenza posta al confino [o limite] della parola nata dalla venerata temuta Natura; 




...dacché tutto ciò di cui in Atto senza prerogativa intellettiva circa un diverso Invisibile incompreso divino Dialogo non ancora ben interpretato e neppur compreso, così come udito dal limitato limite umano posto nel rimosso giudizio dello stesso; assoggettato all’insindacabile (nostro ed altrui) giudizio e ugual confino terreno, o ancor peggio, profetico ‘comandamento’; ‘confino’ posto nella differenza fra l’Essere, quindi esistere ad immagine e somiglianza di Dio, e l’inesistente passiva Natura donde nato l’atto creativo; da cui sovrintenderne ed esplicitarne (o ancor meglio, edificarne) l’impropria (corrotta) volontà circa medesima vita interpretata vilipesa e assoggettata al comandato dominio umano; nonché offesa e corrotta negli incompresi seppur magistralmente dialogati principi e Elementi divini conferiti dall’altrettanto esteso dominio della cogitata parola da cui ogni differenza… E se fossimo noi che ancora non abbiamo iniziato né a pensare né a parlare come dialogare? Quindi a sovrintendere il principio stesso della Creazione? ]

 



Il quale contiene in sé tutti gli Elementi dei quali è composto l’umano posto non più nel virtuale Dialogo, circa la sua ed altrui natura, giacché dopo lunghi tortuosi indecifrati ed incompresi percorsi, anche quella Divina tende a manifestare, sotto molteplici forme il suo Linguaggio. Chi segue e persegue una strada di giustizia, è certo, ponendo in essa una costante ricerca della verità, che saprà mantenere il Sentiero sgombro da qualsiasi falsa occasione di conquistare cime o fondare terre di nuovo sapere, dove il raziocinio, l’intelligenza, il pensiero e l’equilibrio vengono meno.

 

L’uomo, illuso della conquista, traccia strade di morte e ingiustizia, come ha sempre fatto, prigioniero del limite della sua demoniaca natura convinto del primato della propria indiscussa superiore intelligenza. Lungo il Sentiero che cercherò di tracciare, non vi è una rigida segnaletica, così come talune barriere culturali che limitano la nostra visione dell’insieme, e quindi, il nostro deambulare e disquisire attraverso questi luoghi.




Ho spesso incontrato viandanti severi nelle regole, ma miopi nella visione dell’insieme, così come ottimi alpinisti poco propensi all’insieme della montagna.

 

Il mio bagaglio in questa infinita ora è divenuto assente di tutto ciò che pensiamo abbisognare, ma congeniale per quelle Visioni della realtà circostante, le quali ci permettono una corretta evoluzione a dispetto di come altri intendono lo stesso termine. Mi limiterò a dire, che la mia ‘macchina fotografica’ rivolta al Sé originario donde la ‘materia’ cristallizzata alla retina dell’artificioso occhio la quale simmetricamente ‘immortala’, è comunque destinata ad una diversa e altrettanto simmetrica pretesa d’una rimossa capacità funzionale non più interpretativa, immune all’artifizio della ‘materia’ a cui purtroppo assoggettata l’impropria cieca vista; riposta nel bagaglio di ugual Memoria visiva, la quale seppur ‘vedendo’, talvolta o troppo spesso, non comprende circa la reale dimensione e/o infinita prospettiva della rimossa capacità della stessa.




Quindi tende comporre e scomporre in ugual ‘retina intellettiva’ alle finalità di cui il senso universale di  medesima vista (divina), frammentata e ricongiunta alla cecità di cui si compone la materia (e la stessa arte visiva), ricomposta e dedotta qual invisibile immateriale Anima eterna (ad immagine di Dio a cui la vista aspira), e di cui l’organo impossibilitato all’Atto da cui frammentata disgiunta umana Memoria anelare al Divino (o Divina Natura donde nato).

 

Mentre riconosciamo nel Fiume eterno della Natura (e il suo ciclo simmetrico all’infinito) il Principio creativo dell’Atto non più colto né dedotto, in quanto viziato dal limite linguistico - della seppur evoluta materia - rispetto alla potenza del Pensiero originario immune alla parola, in quanto (Sua) muta voce (infinitamente divina) posta nell’incompresa grammatica della vita; quindi ancor più vicina ed ancor più simmetrica al Primo e assoluto Linguaggio da cui l’invisibile eterno Pensiero presiede(va), o ancor meglio, costituiva il principio Dialogante della Vita, in tutto ciò di cui l’uomo, con tutti i propri nuovi artifizi, impossibilitato (talvolta nel delirante) esercizio deambulatorio d’un cieco - che seppur immobile cammina - armato con ampio margine di muto linguaggio scisso o ricongiunto al senso e/o l’istinto della perduta vista.




Gli antichi sapevano ben intendere e vedere cogliendo l’Atto della Natura, ricomposta alla vista dell’Intelletto da cui (il più o meno) decifrato universale mitologico simbolo della parola ne ricomponeva la sacralità dedotta nella spirale divina, comune connesso Pensiero a Lei congiunto comporre l’Uno o l’Anima-Mundi dell’Universo. E sapevano ancor meglio circa la  segreta grande Sua potenza per ogni Elemento ancorato ad una bestia, seppur frammentata e diluita nella mitologia, da cui il tellurico e ancor più potente Primo Pensiero creare l’imperativo degli Dèi poi dell’Uno.

 

Per ciò detto l’uomo ha perduto e dismesso l’istinto scritto nella spirale creativa del suo ed altrui Genio subordinato alla materia evolutiva, e successivamente posto nel degrado della misurata differenza (intellettiva di cui dotato, e di cui ogni natura differente dalla sua, …sprovvista…), distaccata da ciò di cui ogni senso, compreso il dono della Vita, nata nelle molteplice finalità di custodirne immortalarne e preservarne il comune segreto (e linguaggio), seguendo e perseguendo il Sentiero contrario e/o opposto.




Dacché l’uomo e il dio pregato affine al demoniaco e al dominio di un Universo del tutto incompreso nelle finalità per cui nato.  

 

Mi limiterò a dire che la mia ‘macchina fotografica’ tende a cogliere i tratti dell’Anima con tutti i Principi di cui ogni Elemento della Natura (dalla morta pietra sino al legno della prima selva ove si ramificherà l’uomo) ne evidenziano e risaltano le comuni capacità per ogni senso e non solo umano di pensiero linguaggio e muta parola; tralasciando troppo spesso quelle immagini di ogni giorno che apportano facile benessere alla mente d’un corpo malato, lasciandolo vagare come un cane mosso dal puro piacere di annusare le territoriali orine degli altri suoi amici barattate per acque salvatrici, scordandosi così la strada verso casa giacché le fogne colme di prelibato letame.




Quella ‘casa’ a cielo aperto e certamente più pulito, il cui annusare vedere e pensare presieduto dal più articolato e composto Linguaggio della Natura, e di cui ne abbiamo perso la comune Memoria circa l’Arte di saper coglierne ogni libero Pensiero, non più svago dell’altrettanto articolato affamato palato e di cui ancor più bestiale evoluto ingegno, comporne l’articolata divina seppur muta grammatica, nella spirale dell’Atto creativo da cui Universo e Dio.

 

Per sempre cacciato e successivamente demonizzato.   

 

Chi, appunto, attratto da tutti quegli istinti, che fanno di un essere umano una bestia frutto di una socialità corrotta che inquina in maniera, prima transitoria e poi assoluta e definitiva, verso una profonda fogna spacciata per Ade e principio creativo, nella totalità del pensiero e dell’agire umano, riducendo l’intelligenza ad un istinto olfattivo che appaga il proprio principio di territorialità.




Ripercorrere a ritroso i secoli passati oltre a scoprirne i difetti, i quali sono tutti nella natura corruttibile dell’uomo, è una esperienza divinatoria purificatrice e certamente quasi impossibile in questi anni. Come compiere un valido esperimento di fisica delle invisibili particelle, sospesi e in orbita attorno al nostro pianeta. Le devastanti lacune dei secoli passati lasciano spiragli di luce per apprendere, vedere, sondare, vivere quel pensiero puro che era il frutto fra l’uomo e la natura attorno a lui. La purezza di talune immagini, improbabili oggi, ci conducono su quegli stessi Sentieri e strade che l’uomo difficilmente ora riesce a scorgere. Quelle strade, che possiamo disquisire nell’ambito filosofico e artistico sono l’immagine (che ci rimane, presa direttamente dalla bisaccia di quel viandante con cui ho avuto il piacere di passeggiare alcuni secoli fa) …di Dio.




Per cui se lo stesso va ammirato come pregato, nella terrena speranza, appunto, di ricongiungersi alla parola antica, giacché impossibile scorgerlo solo attraverso l’opera dei suoi costruttori, artefici dei limiti del limitato censito linguaggio accompagnato dal disegno posto nel degrado della nuova arte quale costante architettura e grammatica del progresso (e non certo arte evolutiva) rinnegare se medesimo. Ponendo in essere solamente quella che definirei, seppur impareggiabile opera, una elevatissima ‘segnaletica’ frutto di ineguagliati artisti e mercenari dell’arte (della materia) costretti a barattare il proprio grandioso talento (evolutivo) al soldo d’un regno molto più potente di quello dello spirito, il regno del corpo (di Mammona) incarnato nella materia assente a primo atto in potenza, rivolto e proteso alla deficienza assoluta. Nel momento in cui questo abbisogna di colmare grandi incertezze con false certezze, dispensate allora come pria da falsi conoscitori dell’immagine, nella sua totalità quella IMMAGINE che pensiamo poter tracciare sia noi (custodi dell’antico Segreto divino) che loro.




Grandiosa arte, grandi maestri della costruzione, allora come oggi. Ma quel DIO decantato non è mai entrato per quei Sentieri di immensa ricchezza, perché se peschiamo direttamente dalla sua bisaccia lo troveremo con molta probabilità al di fuori di siffatta costruzione, a criticarne i metodi costi e contenuti. Posto, forse e sicuramente, su un probabile rogo in Cima ad un Teschio al soldo e beneficio d’un nuovo Tempio, che i suoi carnefici e dispensatori - alternati custodi della tomba così come dell’incompreso segreto - hanno acceso a cavallo d’un cammello, aizzando il fuoco purificatore che scaccia sia la pestilenza, compagna inseparabile della povertà, sia il malsano (e dicono anche, perverso contrario…) pensiero quasi sempre virulento e contagioso della verità.

 

Ecco da dove parte la mia, se così la si vuol chiamare, Eresia; ecco dove scorgo le fratture del sisma. Ecco che incontro la geologia e con essa l’eterno pensiero di ‘casualità’ il quale inizia a divenire una ‘equazione’ che compone (nel’)l’evento (o l’avvento ripercorso costante nell’invisibile universale indecifrato muto Sentiero), e con esso, il geroglifico dell’invisibile regredito ‘enunciato’ (fuggito da ogni censimento in atto) più simile ad una bestia (assieme chini nella medesima mangiatoia).




Ecco l’‘osservazione’ e l’‘osservatore’, che in entrambi i casi modificano la propria naturale costruzione nel momento in cui si accingono a porre in essere quei vincoli di ‘prevedibilità’ che impone la visione dell’occhio abituato per sua cultura ad una immagine approssimata e irrazionale, o all’opposto, definita e razionale: quindi disturbatrice ai fini d’una comune universale ‘pre-conoscenza’ da cui ogni più elevato senso e genetico linguaggio disturbato dall’arte del presunto calcolato sapere, immune e in perenne deficienza, e da cui lo stesso atto negato da chi per primo ne difetta per sua povera Natura posta al limite dello stesso, e da cui, più elevata Conoscenza non più affine al mistico dubbio (e da cui per quanto si dica ne deriva il sapere di non sapere equivalente al vero sapere in potenza assommato al beneficio del dubbio sottratto ad ogni umano censimento per sempre in atto), ma posta al perenne servizio o esercizio (‘censorio’) dell’infallibile paradossale comprensione del profanato classificato numerato segreto o Principio Primo.   

 

Ecco dove si doveva nascondere la fede la verità la via.

 

La vera via.

 

Quindi proseguiamo là ove ci siamo interrotti, dacché per ciò che si dica e dirà ancora, e per quanto tale Dialogo sarà per sempre incompreso seppure annoverato come ben conservato negli archivi storici di cui la comune Memoria abbonda e in qual tempo difetta… 

(Giuliano)    







domenica 25 dicembre 2022

BUONA NOTTE ALLA FALCE DELLA LUNA (una o due poesie per Natale)

 









Penniwit, the Artist

 

 

I lost my patronage in Spoon River

 

From trying to put my mind in the camera

 

To catch the soul of the person.

 

The very best picture I ever took

 

Was of Judge Somers, attorney at law.

 

He sat upright and had me pause

 

Till he got his cross-eye straight.

 

Then when he was ready he said ‘all right’.

 

And I yell ‘overruled’, and his eye turned up.

 

And I caught him just as he used to look

 

When saying ‘I except’.

 

(E. L. Masters)

 



 


 


 

L’uomo nero

 

 

Amico mio, amico mio,

 

Io sono molto e molto malato!

 

Né io stesso conosco

 

Da dove mai mi venga questo male.

 

Forse è il vento che fischia

 

Sopra il campo deserto e desolato,

 

O forse, come selva di settembre,

 

È l’alcool, che i cervelli fa sfiorire.

 

 

 

Sventola la mia testa le orecchie

 

Come un uccello le ali,

 

Ma più non è capace

 

Di reggersi sul collo.

 

Un uomo nero,

 

Nero, nero,

 

Un uomo nero,

 

Si siede sul mio letto,

 

Un uomo nero,

 

Tutta la notte non mi fa dormire.

 

 

 

L’uomo nero

 

Segue col dito le righe d’un libro abietto.

 

E su di me nasaleggiando

 

Come un monaco sopra un defunto,

 

Mi legge la vita

 

D’un ribaldo ubriacone,

 

Angoscia e paura nell’anima instillandomi.

 

L’uomo nero,

 

Nero, nero.

 

 

 

‘Ascolta, ascolta, -

 

Mi va mormorando -

 

Ci sono nel libro numerosi e bellissimi

 

Pensieri e progetti.

 

Quest’uomo

 

Viveva nel paese

 

Dei più abominevoli

 

Scassinatori e bricconi.

 

 

 

‘In quel paese a dicembre

 

La neve è diabolicamente pura

 

E le tormente avviano

 

Allegri filatoi.

 

Era quell’uomo un avventuriero,

 

Ma di elevata

 

E sopraffina marca.

 

 

 

‘Era elegante

 

E per giunta poeta,

 

Seppur di esile

 

Ma prensile forza,

 

Ed una certa donna

 

Di quarant’anni e passa

 

Chiamava sua diletta

 

E perfida fanciulla.

 

 

 

‘La felicità - diceva -

 

È la destrezza di mente e di mani

 

Le anime maldestre sono sempre passate

 

Tutte per infelici.

 

Né ha importanza

 

Se tante sofferenze

 

Son generate dai gesti

 

Strampalati e bugiardi.

 

 

 

‘Fra tempeste e bufere,

 

E dentro il gelo quotidiano,

 

Nelle crudeli perdite

 

E quando tu sei triste,

 

Mostrarsi sorridente e semplice

 

È la suprema arte del mondo’.

 

 

 

‘Non osare questo,

 

Uomo nero.

 

Tu non fai certo

 

Il palombaro di mestiere.

 

Che cosa dunque m’importa

 

D’un poeta scandaloso.

 

Leggi, per favore,

 

Questo racconto ad un altro’.

 

 

 

L’uomo nero

 

Mi scruta fisso.

 

E gli si velano gli occhi

 

D’un vomito azzurrino:

 

Come volesse dirmi

 

Che son ladro e mariuolo

 

E, svergognato e spavaldo,

 

Ho derubato qualcuno.

 

… … … … … … … . .

 

Amico mio, amico mio,

 

Io sono molto e molto malato.

 

Né io stesso conosco

 

Da dove mai mi venga questo male.

 

Forse è il vento che fischia

 

Sopra il campo deserto e desolato,

 

O forse, come selva di settembre -,

 

È l’alcool, che i cervelli fa sfiorire.

 

 

 

Notte di gelo.

 

Assorta è la pace al crocevia.

 

Sto solo alla finestra,

 

Non aspettando ospite né amico.

 

Di porosa e soffice calce

 

È ricoperta tutta la pianura,

 

E gli alberi, come cavalieri,

 

Sono accorsi a convegno nel giardino.

 

 

 

Piange da qualche parte

 

Un sinistro uccello notturno.

 

I cavalieri di legno

 

Seminano un ticchettare di zoccoli.

 

Ecco di nuovo quella cosa nera

 

Che - toltasi il cilindro e liberatasi

 

Con negligenza della redingote -

 

Si siede alla mia poltrona.

 

 

 

‘Ascolta, ascolta! -

 

Mi dice rauco, guardandomi in viso,

 

E sempre più vicino

 

Chinandosi. -

 

Non ho mai visto

 

Alcun gaglioffo

 

Inutilmente soffrire

 

Tanta stupida insonnia.

 

 

 

‘Ma ammettiamo mi sbagli.

 

E già, c’è adesso la luna.

 

E che cos’altro occorre

 

A questo mondiciattolo ebbro di sonnolenza?

 

Può darsi, di nascosto

 

Giungerà ‹Lei›, dalle grosse cosce:

 

Le leggerai allora

 

Una tua qualche boccheggiante lirica?

 

 

 

‘Come amo i poeti!

 

Che gente divertente!

 

In loro sempre trovo

 

La ben nota al cuore storiella:

 

La studentessa foruncolosa

 

Alla quale parla dei mondi

 

Un chiomatissimo mostro

 

Stremantesi d’erotico languore.

 

 

 

‘Non so, non ricordo…

 

In un villaggio,

 

Credo a Kaluga,

 

O piuttosto a Riazan’,

 

In una semplice

 

Famiglia contadina

 

Un ragazzo viveva,

 

Dagli occhi azzurri e dai capelli gialli…

 

 

 

‘Divenne adulto

 

E per giunta poeta,

 

Seppur di esile

 

Ma prensile forza,

 

Ed una certa donna

 

Di quarant’anni e passa

 

Chiamava sua diletta

 

E perfida fanciulla’.

 

 

 

‘Uomo nero!

 

Sei un ospite abominevole:

 

Da lungo tempo

 

Lo si dice ai quattro venti’.

 

Furiosamente mi imbestio

 

E vola il mio bastone

 

Diritto al grugno suo,

 

Fra bocca e naso…

 

… … … … … … … …

 

… La luna è morta,

 

Alla finestra azzurreggia l’alba.

 

Ah, notte!

 

Che brutto scherzo,

 

Notte, m’hai tu giocato!

 

Io sto in cilindro.

 

Non c’è nessuno con me.

 

Sono solo,

 

Con lo specchio in frantumi…

 

[1925]

 

(Sergej Aleksandrovic Esenin)