giuliano

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IL TOMO

domenica 28 marzo 2021

L'ECOLOGIA... (10)

 










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scritti nell'intento di voler Curare il futuro... (7/9)


Prosegue con...


(l'ecologia) del-La libertà... (11)
















& il Capitolo [quasi] completo (12)








Nel 1977 Gorz dà alle stampe Écologie et liberté, senza dubbio l’opera fondamentale della sua fase ecologico-politica, un saggio di ampio respiro che gli permette di focalizzare alcuni nodi teorici al di là dei limiti strutturali dell’articolo giornalistico e che si presenta dunque come uno sforzo di sistematizzazione, come una sorta di bilancio concettuale che consentirà all’autore di cesellare una prospettiva autonoma e originale attorno alla quale costruire nuove indagini critiche su questioni cruciali quali il lavoro – il suo senso, la sua funzione, i suoi limiti – ed il nesso tra reddito di esistenza e autonomia individuale e collettiva – la loro necessaria compresenza, la questione del tempo liberato come modo della loro articolazione. Con la ristampa accresciuta di Écologie et politique nel 1978 – comprensiva anche di Écologie et liberté – possiamo dunque ritenere conclusa la fase ecologicopolitica del percorso gorziano, benché sia sufficiente richiamare il titolo della postfazione a Adieux au prolétariat (1980), ‘Crescita distruttiva e riduzione produttiva’, per rendersi conto una volta di più di quanto una particolare sensibilità verso le problematiche ambientali sia alla base anche delle fasi successive della ricerca di questo autore.




Leggendolo si ha la strana sensazione di trovarsi di fronte ad un testo al contempo straordinariamente anticipatore e drammaticamente antiquato. Antiquato perché, sebbene con estrema parsimonia, anch’esso non si sottrae alla moda ambientalista della chiaroveggenza. Un esempio: “Sappiamo che il nostro attuale modo di vita non ha futuro; che i figli che metteremo al mondo non useranno più, in età matura, né alluminio né petrolio”. Dalla prospettiva del Febbraio 2018 – momento in cui scriviamo e in cui un’ipotetica figlia avrebbe quasi quarant’anni – segnata dal crollo del prezzo del petrolio dovuto all’effetto combinato della crisi globale (riduzione della domanda), degli investimenti in nuove tecnologie di estrazione (la cosiddetta fratturazione idraulica [fracking]), dell’esplorazione di nuovi giacimenti (sabbie bituminose [tar sands] e gas da argille [shale gas]) e da inedite tensioni geopolitiche (basti citare il caso della Libia); da questa prospettiva, si diceva, tali predizioni potrebbero far sorridere.




 Sarebbe tuttavia sbagliato dedurne un’erroneità senza appello, in primo luogo perché è opinione corrente che il picco del petrolio sia già stato raggiunto e che, quindi, un ipotetico scenario post-crisi riproporrebbe lo stesso problema in forma aggravata. In secondo luogo perché la crisi ambientale ci si presenta oggi in forme talmente evidenti che eventuali imprecisioni al ribasso delle ipotesi passate sono più che compensate dall’emergere continuo di nuove criticità. In terzo luogo perché in Gorz l’analisi di una situazione ecologicamente drammatica è spesso necessaria ma mai sufficiente a definire la strategia politica che si propone di affrontarla. Ecco dunque la dimensione anticipatrice di questo libro: la crisi della natura non è esterna all’economia, alla società, alla politica; ne è semmai il volto estremo, il sintomo inaggirabile, l’ingiunzione cui non ci si può sottrarre procrastinando.




 Gorz è dunque tra i primi a chiederci di pensare la questione ambientale nella sua non-autosufficienza, nella sua impossibilità a spiegarsi da sé: essa dischiude infatti una crisi del produttivismo occidentale e del capitalismo industriale che possiede un’origine storica e che richiede una soluzione politica. Tale soluzione, peraltro, non fornisce alcuna garanzia sulla desiderabilità o meno del suo esito: il testo torna a più riprese sul rischio concreto di una deriva tecnofascista, cioè di una risposta autoritaria alle sfide ecologiche. Il degrado degli equilibri biosferici schiude infatti uno scenario fortemente polarizzato: alla tentazione dispotica deve far fronte un progetto sociale complessivo capace di coniugare la sostenibilità ambientale e l’autonomia individuale e collettiva: “Rigettare il tecnofascismo non può dipendere da una scienza degli equilibri naturali; al contrario, deve derivare da una scelta politica e culturale”.30 Il nesso tra ecologia e libertà, dunque, non si dà in natura – non sta nelle cose: bisogna produrlo, curarlo, difenderlo.




 (* in riferimento a questo aspetto circa la Divinità sottratta al proprio arbitrio, oggi più che mai urge la necessaria costante affermazione e presenza data da una libera cultura purtroppo vigilata, da troppi impropriamente tradotta e rapportata ad una determinata costante materiale dottrina e specificità - in superiore loco - posta dimenticando il Giano come l’oracolo della congiunta Fisica d’un’onda o particella superare - e non certo ostacolata - dalla barriera posta; per poi essere comandata e specificata, qual motto comune e araldo della falsa moneta coniata, in più elevata frequenza dai media del potere congiunto qual luce dell’intera selva; ovvero il ‘potere’ dato dalla somma di banche e imprese, in ogni ‘grado’ ove in perenne esercizio interessi non facenti parte del corretto svolgimento dell’Ideale degradato illuminare siffatta medesima Terra e tempio pregato; quindi spacciato sempre per Eretico [e non solo nell’avvento solstiziale trascorso dall’uscio della grotta dell’umano Natale sino alla definitiva uscita per la porta deificata d‘una Pasqua] dall’ortodossia dal presunto dotto sapere; per poi essere perseguitato e abdicato al mercato comune dell’irreale pazzia, ove la Libertà e con essa l’Ecologia - immateriale Spirito alla deriva della Coscienza d’ognuno - curata dalla demoniaca materia nella globale incoscienza coltivata nella presunzione della ricchezza, o ancor peggio, benessere raggiunto [dato dalla somma della cenere del Tempio di Zeus sino al Golgota del più noto calvario]; 




...qual comune sentimento e traguardo di quanto ‘divinamente’ rimosso dalla Coscienza - come un Tempo certamente non smarrito - testimonia ancora; giacché non siamo soliti celebrare - Poeti Filosofi Pensatori e umili Viandanti - del nostro comune passato privati delle varie Divinità nel Beneficio della Selva andando ad impersonare, o peggio, leggerne interpretarne e talvolta mistificarne, l’intero senso dell’altrui Rima paradossalmente privata del Principio da cui medesima Natura [e Beatrice] attinge Intelletto e Parola e non più Poesia; per poi in segreto pubblico luogo finalizzare e celebrare meriti e miti dell’immateriale Selva ispirata nell’esclusiva celebrazione del Capitale attinto [dalla medesima Divinità] tratto da ogni respiro mutilato per ogni secolare Foglia Ramo e frutto dall’Albero estirpato, e certo non più Poesia neppur Poeta alla Sua ombra rimembrato; semmai ancor più esiliato da coloro che il Poeta avversava smarrendo di nuovo la retta Via del Secolare cammino con più 




...onesti e taciuti viandanti condiviso e apostrofato; la recita o il teatro, o peggio ancora, il meccanizzato teatrino [e mai sia detta Commedia] affine al ‘pupo’ non nominando il ‘puparo’, i quali di ‘divino’ presentano solo l’antico alito appestato d’alcolica pretesa unito alla certezza di mutilarne l’esistenza, e non solo della Rima, ma oltremodo con Lei dell’intera Selva; ‘divini’ maestri non facenti parte della nostra Coscienza in quanto Fedeli all’amore dell’intera Storia così come l’oscura Selva; seppur muti come silenti Faggi o Abeti avversi alla taciuta costante intimidazione restituiamo - così come la Natura insegna - un più nobile ed elevato sentimento congiunto all’Anima d’ogni Poeta degno della propria poesia accompagnata dal ricordo ‘congiunto’, anch’esso mutilato dall’eterna inquisizione, celebrata al rogo del secolare focolare adornato degli araldi di prelibata cogitante pascolata cacciagione, con la fortuna d’entrambi - corna a forma di ramo - di non essere sepolti da...




...un’unanime valanga di fango, da cui la più nota mannaia accompagnata dall’intrepido scavatore, o meglio che dico, paladino trovator dalla Provenza votato; il peggio deve ancor rimare la frana da cui l’orrore d’ogni Poeta ivi transitato e con lui l’intera Selva persa nell’impresa della Ditta incaricata dalla Compagnia; il mantenere sicura la Via per una più profonda e certa Visione circa la vera Dottrina un’impresa altrettanto fallace - come il contraccambiarne di rimando - la vera Rima! Procederemo in tal senso rendendo duplice la Libertà - e non solo filosoficamente trattata [da cui scaturisce orrore ripulsione e calunnia vicino e lontano da ogni selva conquistata] - nel corretto senso interpretativo qual beneficio e merito circa il vero frutto della Salvezza della Natura intera, compresa ovviamente l’umana derivata…, e trattata nel duplice senso della propria Libertà vilipesa, non smarrendo di certo codesta Via intrapresa da cui un più elevato compito circa la Cura di cui la Natura abbisogna…[il curatore del blog])




 

È questo il realismo ecologico

 

 

Ad esso normalmente si obietta che l’arresto o l’inversione della crescita economica non solo perpetuerebbe, ma potrebbe pure aggravare le diseguaglianze sociali, provocando quindi un deterioramento delle condizioni materiali dei più poveri.

 

Ma da che cosa mai si è desunto che la crescita cancella le diseguaglianze?

 

Le statistiche mostrano piuttosto il contrario.

 

Si dirà forse che queste statistiche riguardano soltanto i paesi capitalisti, che un regime socialista saprebbe mettere all’opera una maggiore ‘giustizia sociale’?

 

Ma in questo caso, perché esso sarebbe necessitato a produrre sempre di più?

 

Perché non si potrebbe ottenere un miglioramento delle condizioni e del livello di vita utilizzando meglio le risorse disponibili; producendo altre cose, in altro modo; eliminando gli sprechi; evitando di produrre socialmente oggetti tanto dispendiosi da non poter essere accessibili a tutti, così come oggetti talmente ingombranti o inquinanti che le loro nocività avrebbero il sopravvento sui loro vantaggi qualora la maggioranza della popolazione se ne servisse?




Tutti coloro che, a sinistra, rifiutano di affrontare sotto questo aspetto il problema di un’equità senza crescita, dimostrano che il socialismo, per loro, non è che la continuazione con altri mezzi dei rapporti sociali e della cultura capitalistica, del modo di vita e dei modelli di consumo borghesi (dai quali, d’altronde, la borghesia intellettuale è la prima a smarcarsi sotto l’influenza delle sue figlie e dei suoi figli).

 

L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita ed il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre ad un miglioramento del benessere, e che essa sia materialmente possibile.

 

L’economia politica come disciplina specifica non si applica né alla famiglia né alle comunità sufficientemente piccole da poter regolare di comune accordo la cooperazione tra gli individui ed i loro scambi di beni e servizi.




L’economia politica infatti comincia laddove cessano cooperazione e reciprocità: essa prende avvio dalla produzione sociale la quale, fondata sulla divisione sociale del lavoro, viene regolata attraverso dinamiche esterne alla volontà e alla coscienza degli individui, cioè attraverso meccanismi di mercato oppure per mezzo della pianificazione statale (o ancora con una combinazione tra i due).

 

L’homo economicus, vale a dire l’individuo astratto che fa da supporto ai ragionamenti economici, possiede questa caratteristica di non consumare ciò che produce e di non produrre ciò che consuma. Di conseguenza, esso non si pone mai problemi di qualità, utilità, piacere, bellezza, felicità, libertà e morale, ma solo questioni di valore di scambio, di flussi, di volumi quantitativi e di equilibrio globale.




L’economista non si occupa dunque di quel che gli individui pensano, sentono e desiderano, ma solo dei processi materiali, indipendenti dalla loro volontà e che le loro attività producono in un ambiente (sociale) limitato dal punto di vista delle risorse.

 

L’ecologista si trova di fronte all’attività economica nella stessa posizione dell’economista di fronte alle attività individuali o comunitarie.

 

L’ecologia come disciplina specifica non si applica né alle comunità né alle popolazioni il cui modo di produzione non implica effetti duraturi o irrimediabili sull’ambiente circostante: le risorse naturali appaiono qui come infinite, l’impatto dell’attività umana come trascurabile. Nel migliore dei casi la cura nei confronti della natura si pone sullo stesso piano del vivere in maniera salubre (‘l’igiene’), parte integrante della cultura popolare.




L’ecologia emerge come disciplina specifica solo nel momento in cui l’attività economica distrugge o perturba irreversibilmente l’ambiente circostante e, in questo modo, compromette la prosecuzione della sua stessa dinamica, oppure ne muta sensibilmente le condizioni.

 

L’ecologia si occupa appunto delle condizioni che l’attività economica deve soddisfare e dei limiti esterni ch’essa deve rispettare per non provocare effetti controproducenti o addirittura incompatibili con la propria prosecuzione.

 

Nello stesso modo in cui l’economia si occupa delle costrizioni esterne che le attività individuali generano non appena producono risultati collettivi involontari, così l’ecologia ha a che fare con i limiti esterni generati dall’attività economica quando essa produce, nell’ambiente circostante, delle alterazioni che sconvolgono i suoi calcoli.




 Come l’economia si pone oltre la sfera della reciprocità e della cooperazione volontaria, così l’ecologia affonda le proprie radici al di là dell’attività e del calcolo economico, tuttavia senza inglobarlo: che l’ecologia sia una forma di razionalità superiore capace di sussumere quella economica non è affatto vero.

 

L’ecologia possiede una razionalità diversa:

 

essa ci fa scoprire i limiti dell’efficacia dell’attività economica, nonché le sue stesse condizioni extraeconomiche.

 

Essa ci mostra, in particolare, come gli sforzi economici volti al superamento di una scarsità relativa finiscano col generare, oltrepassata una certa soglia, una scarsità assoluta e insormontabile: i rendimenti si fanno negativi, la produzione distrugge più di quanto non produca.

 

Questa inversione si manifesta nel momento in cui l’attività economica lede alcuni cicli elementari e/o distrugge risorse la cui rigenerazione si situa al di fuori della sua stessa portata.




A questo genere di situazione il sistema economico ha sempre risposto – almeno fino ad ora – con sforzi supplementari di produzione: esso cerca di combattere attraverso l’accrescimento della produzione quella scarsità creata precisamente da un previo aumento della produzione.

 

Esso non si avvede (e torneremo su questo punto) che, così facendo, la condizione di scarsità non può che aggravarsi: che, attraversata una certa soglia, le misure a favore della mobilità privata automobilistica non fanno che moltiplicare gli intasamenti; che la crescita dei medicinali consumati crea malattie più che rimuoverle; che l’aumento dei consumi energetici ha un effetto inquinante che, a meno di non combatterlo alla fonte, costringe ad un’ulteriore intensificazione nell’uso di un’energia a sua volta inquinante, e così via.

 

Per comprendere e attaccare queste ‘controproduttività’ occorre distaccarsi dalla razionalità economica.




È per l’appunto ciò che fa l’ecologia: essa ci mostra che la risposta alla scarsità, alla nocività, all’intasamento e alle impasses della cultura industriale deve essere cercata non in un accrescimento ma in una limitazione o una riduzione della produzione materiale.

 

Essa rivela che può risultare più efficace e ‘produttivo’ gestire i giacimenti naturali piuttosto che sfruttarli, sostenere i cicli naturali invece che intervenire su di essi. Tuttavia, è impossibile dedurre una morale dall’ecologia. Ivan Illich è stato tra i primi a comprenderlo. L’alternativa che egli vede è, schematicamente, questa:

 

…o ci si unisce per imporre alla produzione istituzionale e alle tecnologie dei limiti che permettano la gestione delle risorse naturali, preservino gli equilibri favorevoli alla vita, sostengano le dinamiche comunitarie e la sovranità degli individui (opzione conviviale); oppure i limiti necessari alla preservazione della vita calcolati e pianificati in modo centralizzato dagli ecoingegneri, e la produzione programmata di un ambiente di vita ottimale sarà affidata ad istituzioni centralizzate e a tecnologie oppressive (opzione tecno-fascista sulla cui strada siamo già più che per metà avviati). 

(A. Gortz; Ecologia e Libertà)




 

 

Tecnologia & Produzione

 

 

Nel prendere in esame la tecnologia e la produzione ci imbattiamo in un curioso paradosso: siamo profondamente combattuti tra una grande aspettativa nei confronti delle innovazioni tecniche, da un lato, e una totale disillusione nei confronti dei loro risultati, dall’altro. Un duplice atteggiamento che non solo riflette un conflitto comune alle più diffuse ideologie, ma che evidenzia altresì forti dubbi sulla natura dello stesso immaginario tecnologico moderno.

 

Siamo sconcertati dalla facilità con cui quegli stessi strumenti concepiti dalla nostra mente e creati dalle nostre mani ci si possono rivolgere contro, con conseguenze disastrose per il nostro benessere se non addirittura per la sopravvivenza stessa della nostra specie. Per i giovani d’oggi è difficile rendersi conto di quanto sarebbe stato anomalo, solo alcuni decenni fa, un tale conflitto sull’orientamento e sull’immaginario tecnologico.




 Perfino un eroe controculturale e ribelle come Woody Guthrie ha celebrato quelle dighe imponenti e quegli impianti giganteschi che sono poi assurti a simbolo di obbrobrio. La gente alla quale Guthrie e i suoi compagni radicali si rivolgevano negli anni Trenta nutriva una profonda reverenza per la tecnologia, specialmente per quelle competenze e quei congegni che cataloghiamo nella categoria tecnica.

 

Le nuove macchine, al pari delle opere d’arte, erano oggetti da esposizione che incantavano non solo l’esperto di futurismo, l’industriale o lo specialista ma anche la gente comune di ogni ceto sociale.

 

Le più famose utopie americane si sono sviluppate attorno a una serie di immagini fortemente tecnocratiche che incarnavano il potere, un esaltante senso di signoria sulla natura, il gigantismo fisico e un’impressionante mobilità territoriale. L’ipertecnicizzato Mondo nuovo di domani, celebrato nell’ultima vera grande esposizione mondiale, ovvero quella di New York del 1939, ha affascinato milioni di visitatori con il suo messaggio di affermazione e speranze umane. In effetti, la tecnica era divenuta un prodotto tanto culturale quanto meccanico.

(Prosegue...)







RACCONTI DELLA DOMENICA (8)



















Prosegue in:


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Racconti della Domenica (5/7)













E’ certo giunto il momento di presentarmi….
Per cominciare non sono né un pazzo né un essere stravagante. Ci tengo a precisarlo, perché non vorrei che prendeste per menzogne le cose che vi racconterò…
Mi chiamo Darrell Standing, un nome che alcuni lettori non faranno fatica a ricordare ma, poiché a tutti gli altri non dirà nulla, è opportuno che mi presenti come si deve…
Anni fa ero docente di Agronomia ed Ecologia Eco-compatibile alla Facoltà di Scienze della Terra dell’Università della California. Otto anni fa la sonnolenta città universitaria di Berkeley fu sconvolta dall’omicidio del professor Haskell, assassinato all’interno del laboratorio dell’Istituto minerario inerente alle Ricerche geologiche della stessa… Terra…
Fu detto l’assassino Darrell Standing…
Sì, certo, ma voglio confessarvi che non sarò impiccato per questo delitto, che al tempo mi costò l’ergastolo: avevo allora 36 anni… oggi non me lo ricordo più sempre in ragione del Tempo… (poi vi spiegherò…).




Qui al carcere penitenziario lo chiamano isolamento, cinque dei quali immerso nell’oscurità, eppure in questi anni di ‘morte in vita’ sono riuscito ad attingere una libertà che solo pochi conoscono. Io, che fra tutti i detenuti ho sofferto la segregazione più dura, la persecuzione più ingiustificata e spietata, eppure non ho vagato soltanto per il mondo, ma anche come vi accennavo attraverso il Tempo…
Coloro, i maledetti, che mi murarono vivo per anni, mi concessero – involontariamente, si intende – il privilegio di percorrere i secoli… Ora sono qui, nel braccio degli assassini del carcere che attendo il giorno fissato dalla macchina dello Stato, quando cioè i suoi fedeli servitori ed aguzzini mi porteranno in quella che chiamano tenebra di cui hanno paura e da cui attingono immagini di superstizione e terrore, davanti agli altari delle loro divinità antropomorfe, generate dal medesimo orrore.
Non sarò mai preside di una facoltà di agricoltura né tantomeno un celebrato docente ecologo, ma la materia la conosco bene: era il mio mestiere, sono nato con essa e prima di questa…




Mi basta uno sguardo per distinguere una vacca da un porco… e mi basta uno sguardo, non al singolo appezzamento, ma alla pura e semplice morfologia della zona, per indicare pregi e difetti del suolo nonché futuri accidenti… Non mi serve la cartina al tornasole quando dico che un terreno è avvelenato, ma tuttavia lo Stato accompagnato dalla grande massa del suo gregge della propria movibile e barattabile pecunia nominata ‘cittadini’, crede di poter cancellare questa mia osservazione scagliandola nel buio eterno mettendomi alla forca e dando un brusco strattone alla forza di gravità, se non fosse propria la nominata Facoltà della Terra che ha contraccambiato e rovesciato l’esito della sentenza e la forca si è trasformata nel loro capestro… del tempo belato… non certo rimato in quanto la poesia come la Visione senza Tempo non gradita al Convivio di un popolo nominato eletto… (1*)




(1*) Per compier l’esame di quei mondo fantastico che, in diverse forme atteggiato, era presente alla immaginazione del poeta (come dello scrittore…), quando, per compiere un giuramento affettuoso, poneva mano alla Commedia, giova adesso conoscere la categoria di Visioni che dicemmo politiche.
Alleato alle visioni contemplative, nate da allucinazione sincera, o dettate da zelo di spirituale perfezionamento, altre ne sorgono ben presto, che, sotto l’involucro religioso, celano fini ben differenti. Queste, non più di monaci devoti, ma sono opere principalmente di ecclesiastici involti negli umani negozi, i quali se ne fanno strumento tanto più terribile e poderoso, quanto maggiormente il secolo è proclive a ciecamente credere ciò che in esse è narrato.




Così all’estatico  rapimento del devoto, succede il sogno premeditato del politico, e la visione diventa acconcissima non solo a punire i persecutori della religione quanto la società intesa come luogo ove vivere e consumare l’umano e terreno passaggio materiale (vedi S. Francesco e gli Eretici prima e dopo di lui), ma anco a santificare il possesso dei beni terreni, a magnificare e premiare i dotatori dei monasteri, a minacciare i renitenti e i ribelli, e spaventarli con terribili esempi.
La visione di questa forma non invita tanto al pentimento del peccato, quanto al pagamento delle decime, e più che la religione tutela le immunità degli ecclesiastici e con loro dei politici corrotti.




Seguendo le vicissitudini della Chiesa, dal momento che essa divenne un potere umano, e alla direzione delle anime volle unire il governo della civile società; la visione diviene arma dei vescovi contro i principi, e via via dei monaci contro i vescovi, e degli ordini religiosi l’un contro l’altro.
Allora gli abissi si popolano di coloro che peccarono anziché contro Dio, contro il pontefice e con lui contro la società; e nel paradiso abbondano, più che i confessori ed i martiri, coloro che arricchirono il clero accompagnati ai corrotti uomini di governo, e ne furono devoti e mansueti servitori. Uno dei più antichi esempi di queste visioni, nelle quali vediamo menzionati per nome, ad ammonimento i potenti della Terra…




Così come quel passo del Dialogo di S. Gregorio in cui si narra che un monaco dell’isola di Lipari, il giorno in che Teodorico moriva in Ravenna, vide volar per l’aria tre anime. Legato e scalzo, il signore d’Italia era trascinato da Giovanni papa e da Simmaco patrizio, da lui già perseguitati e fatti uccidere, e gettato entro la bocca del vulcano. Or non si direbbe che questa leggenda sia quasi la postuma vendetta dell’uomo romano e del cristiano ortodosso, contro il re barbaro e l’eretico seguace di Ario?




E mi portai con la memoria ai giorni della mia gioventù quando sedevo ai piedi di Ario, che era stato presbitero della città di Alessandria, prima di vedersi derubato della carica da quell’eretico e blasfemo di Alessandro, il seguace di Sabellio. Sì perché questo era Alessandro, un sabelliano, una vera creatura dell’inferno.
Avevo partecipato al Concilio di Nicea, che aveva sorvolato sulla questione. E ricordavo quando l’imperatore Costantino aveva bandito Ario e motivo della sua rettitudine, e che poi per motivi politici e per il bene dello Stato si era pentito di questa decisione e aveva ingiunto ad Alessandro di raccogliere Ario nella comunione subito, il giorno dopo.
Quella notte stessa Ario morì per strada per un violento malore, si sostenne, con cui Dio aveva esaudito le preghiere di Alessandro. Ma io dissi, e lo stesso fecero tutti i seguaci di Ario, che il malore era stato causato dal veleno e che il veleno proveniva da Alessandro in persona, vescovo di Costantinopoli e avvelenatore per conto del demonio. A questo punto il corpo su e giù lungo la roccia acuminata, parlando fra i denti e proclamando la mia inflessibile convinzione: ‘Che ebrei e pagani ridano pure, che celebrino pure il loro trionfo! Il loro tempo sta per finire. Quando verrà la fine dei tempi, per essi sarà la fine’.




Parlai a lungo tra me e me, su quello sperone di roccia che dava sul fiume. Avevo la febbre e di tanto in tanto bevevo in sorso d’acqua da un otre maleodorante che tenevo esposto al sole, in modo che il fetore aumentasse e l’acqua diventasse più calda e non mi trasmettesse alcun senso di refrigerio. In mezzo alla sporcizia della spelonca avevo un po’ di cibo, qualche radice e un pezzo ammuffito di focaccia d’orzo, ma, sebbene avessi fame, non mangiai nulla. Per tutta quella benedetta giornata non feci che sudare e soffocare al sole, mortificai la carne contro la roccia, contemplai il paesaggio desolato, riesumando vecchi ricordi, sognando e proclamando i  miei convincimenti.
Quando il sole tramontò nella effimera luce del crepuscolo diedi un ultimo sguardo a quel mondo che presto sarebbe scomparso. Tutt’intorno ai piedi dei colossi distinguevo le forme striscianti di belve che si rintanavano in quelli che erano stati una volta superbi monumenti innalzati dalla mano dell’uomo. Accompagnato dai loro ruggiti, mi rintanai nel mio buco e qui, già mezzo assopito, in preda a fantasticherie e visioni febbrili, mormorando fra me e pregando che la fine del mondo venisse presto, scivolai nel buio del sonno.
Ripresi conoscenza nella mia cella di rigore, attorniato dal solito gruppetto di bulletti...
Sono Darrell Standing e come vi ho detto fra non molto mi uccideranno, prima che questo avvenga voglio dire ciò che serbo dentro di me e parlare, in queste pagine… di altri tempi ed altri luoghi…




Dopo la sentenza, dunque, andai a trascorrere il resto della mia ‘vita naturale’ nel carcere di San Quentin, qui diedi prova di essere incorreggibile, e per ortodossa psicologia carceraria un soggetto spaventoso una sorta di mostro…
Mi avevano messo in un laboratorio di concimi chimici dannosissimi per il suolo ma con l’unico pregio di creare un ottimo raccolto, e vicino a questo laboratorio un altro ove assemblavano scarti di prodotti derivanti dal mancato riciclo di componentistica per computer, ove volenterosi ergastolani come me nonché programmatori ricavati dalla pirateria del nuovo oceano lavoravano a ingegnosi programmi da installare su parabole da orbitare per la sicurezza dell’Apocalisse del nuovo millennio…
Insomma un vero e proprio Inferno…
Io odio lo spreco non tanto del moto ma lo spreco del vero e più puro Intelletto così cercai di fargli comprendere che tutto ciò portava alla dissoluzione di qualsiasi ordine e comprensione contesi fra Verità e Ragione.
L’unico risultato che ottenni che è mi fecero rapporto e mi rinchiusero in una cella sotterranea, ove all’esterno e liberi nel fraudolento intento circolano indisturbati nei loro secolari misfatti falsi predicatori nonché ecologi e curatori dell’Anima composta e dismessa fra Terra e Cielo… così malamente curata…
Quando ne venni fuori, cercai di adattarmi alla caotica inefficienza dei laboratori di ogni risma e alchemica nuova sostanza… Mi ribellai di nuovo e questa volta, oltre la cella di rigore, mi beccai la camicia di forza: in segreto (e quanto vi sto narrando pura verità del misfatto) gli aguzzini dopo avermi pestato mi immobilizzavano contro il muro con le braccia in croce, mi appendevano per le mani con i loro chiodi….
Dovetti patire secoli e devo ancora soffrire quanto già sofferto giacché queste animali non conoscono Intelletto e Spirito e con loro l’Anima-Mundi della Terra con la quale riconoscere il vero e Primo Dio… Deve essere terribile, per un uomo, essere rosicchiato vivo dai topi: ebbene, per me, quelle guardie, quegli esseri sciocchi e brutali, erano e sono come dei ratti comandati a distanza… Dei ratti che mi rodono l’intelligenza la coscienza e tutto quanto fa di me una persona viva e pensante…(2*)




(2*) Ma l’abuso che per politici intenti e per fini mondani erasi fatto della visione, aprì la via, come suole accadere, ad altro abuso : e questa forma non fu quasi più altro se non tema di poesia e modo di satira nonché di inventiva dipanata nella scrittura (sottointeso ambedue perseguitate come Standing narra dal carcere).
Già non credevasi più allo visioni se non fossero raccontate da uomini che indi a poco fossero venuti a morire, come se il gran passo all’eternità fosse riprova del vero, e l’anima allora presentisse i suoi futuri destini e la vita avvenire; né tutti potevano addurre a testimoni dei loro racconti quella pelle color di fuoco che il tedesco Evervaco riportò dai tormenti infernali (tutto chiuso ed assiso all’alchemico suo laboratorio… un ergastolano anco lui…).




Intanto ai monaci solitari ed agli inframettenti prelati succedono lieti e giocondi poeti laici. La famiglia dei Troveri, dei Giullari e dei Menestrelli, allegri e spensierati quanto severi e cupi erano stati quei loro antecessori nell’uso della visione, venne a sorgere quando appunto più erasi della visione abusato. 
Posti quasi sempre in lotta e in antagonismo con un’ordine sacerdotale, questi poeti vollero anch’essi provarsi ad un soggetto così spesso trattato, e divenuto ormai popolare e comune; e ad occhi aperti e con aperto intelletto, finsero anch’essi un inferno e un paradiso. Ma se il clero e con lui l’intiera società detta civile aveva confitto....
















martedì 23 marzo 2021

CURARE IL FUTURO... (7)

 










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Viaggio... (6/1)


Prosegue nel...:


Naufragio... (8)  &  il Capitolo completo (9) 








Raramente ci è concessa la completezza culturale che l’argomento pretende in tutta la propria urgenza abdicato ai mutevoli scostanti Tempi della Storia (senza Memoria)  esaminando due Testi complementari nell’interdisciplinarietà che si richiede nell’intervento della stessa, dacché possiamo ben dire che ci sono vari modi sia d’intendere che comporre la vera Storia così come Madre Natura impone; e dei quali i Tomi consultati (compreso il breve Tomo di Prosperi, giacché di Memoria trattavo in taluni luoghi ove - come adesso - in ugual Storia rimossa, altri pensavano - dicono meglio del medesimo - al meglio non tanto circa secolari boschi di Faggi ove riparato, ma come al meglio distruggere e rimuovere la comune Storia rinnovata, sia degli stessi silenti Geni da cui ispirato, non meno della necessaria coscienza nel dovuto coraggio che suddetto ‘atto’ comporta… nel rimuoverla circa il predato e sottratto ‘bene d’ognuno’ nel percorrere le strade della Memoria…) rispondono ad una Coscienza troppo spesso abdicata alla mancanza del vero Sapere applicato in ogni campo o ‘processo’ nominato ‘umano’, giacché sappiamo bene che la Natura ha creato e crea continuamente nella propria o impropria Evoluzione, Opere impareggiabili fra cui all’ultimo Secondo della comune Storia genetica anche l’orango… a voi narrato…

 

E il cui orango essendo evoluto proprio dalla Natura ne vorrebbe mutarne il corso non men che il destino  modellandola a suo intendimento o ancor peggio piacimento…

 

La Natura umana vigilata - nella rimossa coscienza genetica - sia nell’aspetto ‘ecologico’ non men che storico nei continui errori, e non solo grammaticali, ma oltremodo sociali applicati indistintamente sia alla Storia d’ognuno, per ciò cui fraintendono opera e necessità, sia più pratici e direi ‘strutturali’, in cui la Storia in tutti i propri aspetti si snoda, compresi i più pratici nel falso intendimento applicato alla Storia del senso dell’Economia intesa, almeno così dicono, per il ‘bene’ d’ognuno con il ‘bene comune’ sottratto per l’appunto ad ognuno…

 

Vigiliamo quindi l’orango…

 

Pur i tempi difficili per colpa di una grande pandemia, non dobbiamo e possiamo abbassare la guardia circa il degrado mafioso-ambientale cui la falsa Economia vorrebbe beneficiare. Specificatamente un Tomo dei due, di cui segnalo a tutti gli addetti ai lavori per un più elevato grado di giudizio, va posto in ‘comune’ meditata considerazione accademica indistintamente applicata, sia all’uomo che alla Natura da cui deriva la propria specie, per l’urgenza d’una Dottrina Medica circa la comune Terra abitata e in qual Tempo curata.




Questa urgenza va rinnovata giacché i pupari della nuova Economia detta ‘green’, - ciechi e muti - seppur colmi di incomprensibili promesse [deducibili anche ai fini di più lucrosi redditi dalla summa della ricchezza ottenuta nel tradurre in codesto modus operandi la Natura ‘maltrattata’], congiunte da intraducibili indecifrabili fraseggi di proposte nuove condite da alternative, le quali di alternativo rinnovano l’unanime consenso adottato secondo gli impropri schemi acquisiti di perseverare - non preservando - nessuna forma di tutela circa la Natura applicata ad un’impropria Economia economico-affaristica quotata in borsa…

 

Altresì posta dinnanzi al continuo degrado & sfacelo - e non solo umano e sociale - apostrofando e intendendo, o meglio, sottintendono una Natura - dedotta scoperta evoluta - e poi e ancor peggio - tradotta secondo i rigidi schemi ingegneristici d’una Intelligenza Artificiale, costantemente apportata qual unico rimedio e beneficio del congiunto progresso (come un antico èvo circa l’unguento  venduto e spacciato…) facente parte di componentistica innestata d’un Golem bellico - e non certo ‘umano’ -, evoluto secondo schemi informatizzati e applicati, tanto ai sistemi di puntamento balistici (per la Difesa o offesa del mercato delle armi vendute al miglior offerente circa lo scopo della guerra…), quanto a sofisticati radar per intenti bellici, del tutto estranei al mondo della Natura e la sua Genetica e l’intera Ecologia che la caratterizza!




…Detto ciò passiamo ad una più profonda analisi circa questi ottimi testi osservando come la cura medica deve intendersi e essere insegnata, non più come una Scienza applicata per la tutela, ma come una ‘Medicina’ (diversa da un ‘unguento’) applicata ad un corpo malato privo di Memoria di cui rimossa una più profonda Coscienza e non solo ecologica…

 

(Curatore del Blog)



 

La storia intellettuale dell’umanità

 

– ha scritto Jurij M. Lotman –

 

si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi.

 

La verità di questa osservazione non ha bisogno di essere dimostrata. Basta ripercorrere rapidamente i momenti fondamentali della storia dell’Europa e del mondo per trovarci davanti a continue conferme. Se ne viene prendendo coscienza sempre più man mano che l’onda di alta marea della cultura europea si ritira e fa emergere storie di culture represse o dimenticate.

 

Non è la prima volta che questo accade.

 



La stessa cultura europea prima di diffondere nel mondo il calendario di un tempo giudaico-cristiano dovette fare i conti con l’antichità pagana. Ma oggi nella lotta per la Memoria, l’Europa, per secoli protagonista nell’uso della sua cultura come mezzo per conquistare e addomesticare tutte le altre, appare sempre più in posizione di difesa quando non di silenzioso arretramento.

 

E davanti alla sua storia sembra provare un desiderio bizzarro: quello di fermarla.

 

Forse anche oggi, come nell’età del classicismo francese descritta da Paul Hazard in un suo celebre libro, il povero navicello umano ha toccato finalmente il porto: possa rimanervi a lungo, rimanervi sempre! […] si vorrebbe fermare il tempo…

 

E magari oziare tra le pagine di un libro di gran successo dello storico israeliano Yuval Noah Harari che pochi anni fa (dunque prima del Covid-19) parlava di un trionfale presente in cui l’umanità si era lasciata per sempre alle spalle ‘carestie, pestilenze e guerre’ Allora, in laboratori accademici più cauti la crisi della coscienza europea aveva già rallentato gli assemblaggi frettolosi di storie del mondo intero.


(Prosegue...)