CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 8 marzo 2021

CIO' CHE FU E DIVENUTO (dedicato alla Natura) (3)

 










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D'una innevata domenica (2/1)


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Della Memoria 


entro la dura zolla (4)










[ovvero il capitolo completo]


Prosegue ancora...:


Così in Terra... (5)








Attraversando a capo chino in umiliata contemplazione medito taluni luoghi - seppur apparentemente rinati in tutta la loro ordinata plastica bellezza - composti di borghi e ricordi per sempre scomparsi, intravisti dal bagliore della neve ove incisa la dura e superiore bellezza della Vita, segnalare la lenta graduale ritirata dopo una vittoria scritta nel ricordo della superiorità della Natura (la quale se pur ferita ancora palesa e riesce a conferire il colore del Quadro a cui l’occhio non men dell’uomo che da lei dipende), ove trarre lo spunto per il grado della ‘sublimazione’ oggettivata nell’arte della vita, ma in qual tempo d’angoscia e sofferenza da cui le presenti meditazioni in accordo a tutti coloro che riescono a sopravvivere non tanto ai suoi capricci, ma alla maestosità da cui deriva ‘bellezza e sventura’.




 Difficoltà sofferenza ma in qual Tempo accordo di pace con ogni superiore Elemento, quando cioè l’uomo viveva un tutt’uno con ciò che da Lei si poteva e può trarre ancora.

 

…Il ‘ricavo’ ovvero - non tanto scritto - come direbbe il Filosofo interprete d’una ecologia più profonda non certo rilevata nel PIL, semmai nel secolar beneficio  che ‘dalla e nella’ Terra il buon pastore, come il contadino, ed ogni artista di ugual elemento può trarre qual costante fiore frutto, senza il necessario ‘bastone’ che divide nell’avverso intendimento (come taluni falsi profeti del progresso tendo a seminare e non certo minacciare nell’improprio utilizzo in ugual nostro sofferto comune cammino) in cui posto.




V’è un bastone per intendere camminare e volere con cui accompagnarsi al proprio ed altrui cammino come codesto Tomo; ed uno per offendere calunniare e mortificare!

 

Il cambiare le cose da cambiare appartiene alla nostra comune lingua…

 

I parametri come mi appresto a leggere dall’ottimo libro in quel dì di Gromo dove ebbi l’onore di fermarmi per meditare Vie Sentieri e più assennate strade, mutati ed irrimediabilmente corrotti dal progresso. Ragion per cui se pur contrario all’arme come al Re di Spade ed ad ogni fabbricante di morte, posso concordare con suddette note rilevate ed esplicitate non men che scritte di precursori d’un comune sentimento d’ugual amore di più profonda Natura.




Prendo atto, e riporto quanto scritto qual araldo di incontrovertibile Verità disgiunta dal falso progresso il quale ha cambiato mutato e corrotto ogni secolar rapporto con cui, a prescindere l’industriosa operatività dell’uomo rivolta alle proprie risorse ferrose, tendeva a stabilire l’ordine millenario della Natura; quell’uomo cioè, che seppur in un tugurio (non diverso dallo stesso Sé medesimo), è pur riuscito nell’intento manifesto di accordarsi e sottomettersi al suo volere, e non certo l’uomo oggettivato e dal falso benessere dedotto nominato progresso; e Lei di rimando contraccambia la scelta a dispetto della falsa ricchezza da ognun agognata e rincorsa…

 

Dedico cotal premessa a tutti coloro che vivono ed amano la propria Terra e per essa operano in ogni settore locale ove poterla al meglio difendere, cercando di promuovere i valori che l’hanno per sempre contraddista, oltre che nella bellezza anche nella sofferenza (soprattutto in cotal difficile hora) di sopravvivere in essa mantenendo integre le scelte scritte nei vasti panorami ugualmente amati e sofferti, adeguandosi al meglio alle difficili e sempre precarie alterne condizioni dell’Elemento.




E con ciò ‘pregarlo’ ‘adorarlo’ ‘elevarlo’ (anche quando costretti ad un più umano vaccino) al meglio in ogni (suo) manifesto improvviso linguaggio avverso alla pur minuscola statura dell’uomo. A chi riuscito in cotal difficile intento ed uscito dal sofferto tugurio e riparo della grandezza della Natura, Lei contraccambierà con un sorriso, con una carezza, con un abbraccio, scorto alle prime luci della primavera, ed ove quella carezza sarà un Poema o una muta Poesia, anche una lacrima offerta alla Vita. Qualcuno parla di un Dio attribuendo il rinato sacrificio, ma come disse un buon psicologo la Storia dell’uomo la puoi scorgere anche in quei borghi ove le tracce della sofferenza simmetriche alla Natura sopravvivono in tutte quelle testimonianze non men di Sogni per sempre cancellati erosi dal nuovo irreversibile malato progresso - in nome e per conto - di un ugual Dio o Demone pregato…




  

L’AMBIENTE DEL COSTRUITO

 

 

Nel 1959 un numero speciale della voce di Gromo, lanciava un grido d’allarme:

 

‘Salviamo l’architettura rustica delle nostre valli’.

 

Si notava che le caratteristiche case, le piazzette con le fontane, le balconate, i portici, le decorazioni, le scritte, le insegne, avessero subito quasi tutte da oltre mezzo secolo mutamenti radicali, rifacimenti, demolizioni e rabberciamenti.




Se già in quel periodo la situazione era di questo tipo il confronto odierno non può essere considerato drammatico. La perdita di conoscenza della propria cultura, e il depauperamento sempre maggiore di forza lavoro legate alla tradizionali attività alpine, hanno avuto riflessi sull’ambiente, cambiandone le peculiarità qualitative rivolte al suo vero utilizzo.

 

Lo straordinario fra Natura e Ambiente, costruito dall’uomo e consolidatosi in secoli e secoli di intimo rapporto, è stato stravolto nell’equivoco termine di ‘moderno’ senza essere in grado di fornire modelli altrettanto validi e duraturi.




Le opere di artigiani, dal muratore al fabbro, non più legate al gusto del luogo, hanno raggiunto risultati standardizzati così da omologare l’immagine di una periferia urbana con interventi inopportuni all’interno delle nostre più belle vallate. La superficialità e l’arroganza progettuale hanno portato ad un grossolano carattere di edilizia sciatta e affrettata, appresa, come ricordava Luigi Angelini, ‘in permanenza di lavori vari e disparati’ e che ha trasformato totalmente le caratteristiche di un tempo di gran parte degli antichi villaggi di montagna.

 

Ma la cosa più sconcertante è che tutto ciò è apparso agli occhi dei proprietari e degli amministratori locali (ai quali tra l’altro ci rivolgiamo), come un fenomeno di ‘abbellimento’ e non di deprecabile alterazione. A questi interventi sul tessuto urbano consolidato si sono poi aggiunti quelli delle nuove edificazioni: banali, con anonime aperture su facciate a diversi piani; senza considerare le presuntuose ed inopportune - dal punti di vista non solo paesaggistico - totalmente fuori luogo, di ‘villette’ con contorni e contesti edilizi volgari ove prevale il cemento all’antica pietra.




E intanto a questo scempio - e non solo dal punto di vista architettonico e paesaggistico -, persegue la sistematica cancellazione o rimozione della Storia locale (simmetrica alla naturale da cui tratta) composta da antichi affreschi non meno di umili secolari testimonianze della stratificazione umana consolidata simmetricamente alla Natura in accordo con ogni pietra e non solo tratta da una miniera per puro scopo metallurgico-economico.

 

Via via muta irrimediabilmente l’urbanistica che per sempre aveva contraddistinto il luogo, il quale appare ‘stratificato’ nella ‘composta’ successione affine al terreno in cui sorto, quando cioè, si tenevano anche in specifico reciproco intendimento - oltre i punti cardinali - anche i benefici di secolari risorse naturali scritte nei quattro Elementi (sottratti ai futuri disgiunti alchemici rilevati) e non solo ‘albe e tramonti’ (comuni) rivolti alle stagioni del Tempo nel consolidamento ed affini alla vita.




Ciò dimostra tra l’altro la simmetrica predisposizione non meno della reciproca dipendenza ed appartenenza di ‘uomini bestie e frutti di natura’, i quali se pur sfruttati talvolta seconda una illogica scomposta predisposizione umana, sono sempre convissuti con il proprio ‘artefice’. Il qual ‘artefice’ differisce dal ‘cantore’ (cantando e sfruttando l’opera altrui compreso il secolar cantico di Madre Natura - diverso ed alieno - al poeta all’artista all’artigiano ‘antico creatore’ più che muratore edile…) ogni cantore il qual cantando abusa e pecca d’ingordo indigesto appetito affine allo schifo.

 

Sopravvennero disposizioni e regole le quali al meglio regolavano i mal disposti appetiti approdati allo ‘schifo’, apportando il giusto fiore e frutto contrario all’improvvisato ortolano, rimuovendo così lo scempio talvolta suscitato da tanto troppo appetito vestito da arrogante saccenza o se preferite ‘dotta ignoranza’.   




Ma in altri luoghi tutto questo non è avvenuto: per citare forme di tutela efficaci vicine alle nostre area alpine basterebbe ricordare alcuni paesi d’oltralpe…, da noi invece arriviamo al paradossale controsenso che si distruggono opere sopravvissute attraverso il tempo in modo corretto, per erigerne altre che dopo solo dieci anni denotano già uno stadio di degrado e totale abbandono rendendole del tutti inutili…

 

Anzi, aggiungiamo, facenti parte di ‘progetti’ rivolti sia allo sfruttamento ambientale mal edificati, sia nella volontà di usufruire ed attingere a risorse economiche destinandole, all’opposto per cui stanziate, squalificando nel peggioramento rilevato il fraudolento destino in uso (cio detto vale anche per il privato).




 Non è difficile rilevare e constatare ovunque suddette testimonianze le quali sono un perenne monumento all’incapacità manifesta degli operatori e amministratori locali avvicendati nella mala gestione territoriale accumunati dal reciproco solidale patto d’una insana economia scritta nella scadenza della breve o lunga sorte edile, e quindi del tutto inadatti nel rispettare tutelare comprendere e valorizzare - in reciproca armonia - l’Ambiente così degradato, ciò che più adatto al fine di raggiungere obiettivi scritti in ugual medesima Economia seminata e raccolta, o peggio ancora, raccolta e poi seminata, all’opposto cioè, nella più logica e confacente lunga scadenza beneficio d’ognuno…

 

Infatti rileviamo ugual edifici a fini edili non affini al senso di Natura eccetto quella dell’illogica economia del profitto i quali li ha legittimati nell’incapacità di leggere l’opera di un più Elevato Creatore, e certamente i contesti ovunque crescono come i frutti dello schifo paesaggistico protratto nel tempo i quali si differenziano fra le opere poste in essere nel beneficio d’una più corretta e sana economia turistica.




È poi del tutto assente la volontà del ‘controllo pubblico’ (si dice qual ottimo proverbio: chi controlla il controllore?) quando troppo spesso si delega suddetto a tutti coloro i quali primi nel contraffare Leggi a tutela ambientale camuffate ed ignorate per il miglior raggiungimento di dubbi e brevi fini economici con cui l’inesperta politica insedia e consolida il proprio e certamente ‘più esperto’ potere sugellato nel patto ‘mafioso-affaristico’ (ovunque rilevato e accertato) approdato ai vertici dello Stato e scritto nel pubblico consenso elettorale, ed altresì ignorando a tutti i livelli i conseguenti danni arrecati e non solo alla Natura, per ciò di cui mal intendono e dicono scritto nei valori - o peggio ancora - a beneficio dell’Economia…  



 

Bisogna altresì - per la propria ed altrui efficacia - smitizzare la credenza che operazioni di ‘salvaguardia’ (e non solo ambientale) abbiano bisogno di particolari tecnici, architetti, artisti: basterebbe che gli esecutori si guardassero in giro per ciò che appartiene al comune passato, e non più locale, in quanto tale ‘il passato’ conseguente ad un processo psicologico della Storia d’ognuno, e a cui ‘ognuno’ appartiene senza distinzioni di sorta. Rimuovere il Sogno a cui ognuno partecipe, nel distinto beneficio di un ambiente degradato nell’impropria valorizzazione edile o sportiva delimitando o circoscrivendo impropri perimetri privati significa un successivo ed uguale improprio utilizzo delle pubbliche risorse, oltre il danno morale psicologico e del libero arbitrio di potersi al meglio muovere per partecipare alla Natura mal posta e delimitata.  




Creare spazi per i cosiddetti ‘ricchi’ (provincial-metropolitani) e distinguerli dai più ‘poveri’ (o ignoranti montanari e contadini) creando barriere nelle quali si frantuma e disgrega la comune identità di appartenenza, sia essa la difficile realtà locale (ben diversa da una città…), o apportata da una più vasta metropoli provinciale, significa creare fratture irreparabili fra le necessità - le più vere necessità – locali, e quelle promosse dai diversi principi politici adottati a beneficio d’un transitoria economia, la quale ‘transita’ del tutto ignara del vero bisogno di cui necessita la Natura. E con Lei tutti coloro che per sempre hanno convissuto con essa.




 Queste secolari fratture - per amor della stessa - vanno rimosse e non ignorate come avviene in taluni luoghi, ove si creano fratture insanabili a beneficio della guerra; oppure a beneficio d’una cieca politica utilitaristica che persegue i propri interessi di brevi trascorsi paesaggistici o sportivi tradotti e accumunati nella volontà edili. Intendere il reciproco rapporto d’appartenenza ovunque si consuma cotal fattura significa intendere anche un più elevato senso di economia adottata al fine di saper valorizzare ciò che meglio ci appartiene nei valori della cosiddetta patria, e questa non scritta nel cantiere (anche se dicono che abbisogniamo di ciò), bensì in tutti quei portoni e testimonianze d’un Sogno comune ‘in e per cui’ il più elevato senso della Storia.   




 Concludo questa breve premessa affinché prevalga il comune senso scritto nel Sogno d’ognuno, e porgo i miei ringraziamenti alla pro-loco di Gromo come a quella di Gandellino non meno di Valbondione, affermando che il mio fine quello di veder cotal bellissimi luoghi al meglio della realtà storico-paesaggistica valorizzata nel corretto intendimento in cui può e si deve saper ancora Sognare per ogni portone uscio e via, e respirare nell’armonia affine alla natura e non certo paura…

 

(E. Guglielmi & il curatore del blog in corsivo) 








    

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