CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 31 dicembre 2017

MARTIRIO VERDE (66)










































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Genius Loci (65/1)   &  Re Giorgio (non numerato)

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Cerchi & Spirali (67)













….In nessun paese esiste più una letteratura così grande come quella del mondo antico; i giornali, i libri scadenti d’ogni genere, le preoccupazioni della gente per ogni tipo di trasformazione concreta, hanno scacciato l’immaginazione viva del mondo.
Quest’estate ho fatto fatica a leggere altri libri che non fossero di Cervantes e Boccaccio e qualche dramma greco. Ho compreso che questi uomini, che tante centinaia d’anni separavano fra loro, avevano il medesimo Spirito. Siamo noi ad essere diversi; ed allora mi tornò in mente un pensiero ricorrente, ossia che loro vivevano in tempi in cui l’immaginazione si rivolgeva alla stessa vita per esaltarsi. Il mondo non mutava velocemente intorno a loro. Non c’era nulla che distogliesse la loro immaginazione dal maturarsi dei campi, dalle nascite e dalle morti dei loro figli, dal destino delle loro anime, da tutto quanto costituisce la sostanza immortale della letteratura. Non dovevano intrattenere rapporti con un mondo composto di masse tanto enormi da poter essere rappresentate alla loro mente solo per mezzo di raffigurazioni e generalizzazioni astratte. Tutto quello che percorreva il loro animo vi si imprimeva con la vivacità dei colori dei sensi, e quando scrivevano, ciò scaturiva da una ricca esperienza personale, scoprivano i loro simboli espressivi nelle cose che avevano conosciuto per tutta la vita.

…E’ la trasformazione che seguì il Rinascimento, e venne completata dal dominio dei giornali e dal movimento scientifico, che ci ha sovraccaricato di tutte quelle frasi e generalizzazioni elaborate da menti che pretenderebbero di cogliere ciò che non hanno mai visto né letto né appreso…
(W. B. Yates, Anima Mundi)




…Le immense orde di Vandali, Svevi e Alani, che avevano sfondato le linee romane e attraversato il Reno gelato nel primo decennio del quinto secolo, si erano sparse per tutta la Gallia, saccheggiando e devastando al loro passaggio, fermandosi soltanto dopo aver raggiunto la barriera dei Pirenei… Di lì si riversarono ad oriente e occidente nelle province confinanti; e questa invasione fu seguita da molte altre.

All’inizio del secolo la mappa dell’Europa occidentale era già stata irrimediabilmente alterata da ondate successive di barbari germanici. Alla metà del secolo, Salviano scrive che Treviri, la sede del governo militare romano, è già stata devastata quattro volte, che Colonia ‘trabocca di nemici’ che Magonza è ridotta ad un cumulo di macerie. Non solo non esistono più le province romane, ma è scomparsa la totalità della raffinata struttura organizzativa della politica romana e delle comunicazioni. Ne occupano ora il posto i robusti piccoli principati del Medioevo, gotici analfabeti che regnano su gotici analfabeti, pagano o in certi casi ariani, ossia professanti una forma degradata e semplicistica di cristianesimo, nella quale Gesù rivestiva un ruolo simile a quello di Maometto nell’Islam.




Gli irlandesi dopo Patrick conobbero l’afflusso di anacoreti e monaci in fuga dalle orde barbariche, e da questi indubbiamente appresero talune sottigliezze concernenti la vita eremitica e conventuale.
‘Tutti gli uomini colti al di qua del mare’, afferma la nota contenuta in un manoscritto di Leida risalente a quell’epoca, ‘fuggirono oltremare in luoghi quali l’Irlanda, determinando un importante accrescimento del sapere’ – e, indubbiamente uno spettacolare aumento del numero dei libri – ‘tra gli abitanti di quelle regioni’. Ma un buon numero di questa gente era costituito da asceti macilenti provenienti da remote contrade romane come l’Armenia, la Siria e il deserto egiziano. Il monastero di Bangor nell’Ulster, per esempio, proclamava nella sua litania di essere ‘ex Aegypto transducta’ (‘cioè trasferito dall’Egitto’); e la consuetudine di ornare di puntini rossi le iniziali dei manoscritti, una convenzione presto divenuta un segno distintivo dei manoscritti irlandesi, venne adocchiata per la prima volta dagli Irlandesi nei libri che i fuggitivi Copti portarono con sé.




…Tutte le grandi biblioteche del continente erano scomparse; ne era stato cancellato persino il ricordo dalle menti di chi viveva nelle emergenti società feudali dell’Europa medievale. Le prime tre biblioteche pubbliche erano state fondate a Roma sotto il regno di Augusto, e all’epoca di Costantino erano già 31. Alla fine del quarto secolo, se dobbiamo credere a uno scrittore come Ammiano Marcellino, che forse si compiaceva un po’ nell’iporbole, ‘Bibliotecis sepulcrorum perpetuum clausis’ (‘Le biblioteche, come fossero tombe, vennero chiuse per sempre’).
Prima della fine del quinto secolo, ad ogni modo, la professione di copista era praticamente scomparsa, e quei pochi libri di cui si eseguivano delle copie, venivano copiati personalmente dagli ultimi nobili colti, per le loro biblioteche sempre più sfornite…
Nel sesto secolo papa Gregorio fondò una sorta di biblioteca a Roma. La sua biblioteca, comunque, era piuttosto povera, ciononostante, la folla analfabeta, piena di risentimento, durante una carestia cercò di distruggere i pochi libri che conteneva perché ormai i vescovi cattolici erano come isole in un mare di barbari.




In Italia ed in Gallia proseguì un ridotto commercio di libri – la maggior parte con i monaci irlandesi erranti – e alla fine del secolo Isidoro costruiva a Siviglia una vera biblioteca, che consisteva in una quindicina di scaffali contenenti circa 400 codici, un numero sbalordito per l’epoca…
L’Irlanda, pacificata in Cristo fu intenta a copiare furiosamente e si trovò quindi in condizioni di diventare l’editore dell’Europa.

Gli Irlandesi della fine del quinto secolo e dei primi anni del sesto trovarono presto una soluzione, da loro definita il MARTIRIO VERDE in opposizione al tradizionale Martirio Rosso, legato allo spargimento di sangue. I Martiri Verdi furono coloro che, rinunciando alle comodità e ai piaceri della comune società umana, si ritirarono nei boschi, o in cima ad una montagna, oppure in un’isola deserta – per farla breve, in una delle VERDI TERRE di nessuno fuori delle giurisdizioni tribali dei clan – per studiare le Sacre Scritture ed essere in comunione con Dio. Tra le raccolte fornite da Patrick avevano infatti trovato esempi di anacoreti disseminati nel deserto egiziano, i quali, privati anch’essi del rito purificatore della persecuzione, avevano finito per inventare una nuova forma di santità, la quale consisteva nel vivere da soli in eremi isolati affrontando ogni tipo di disagio fisico e psicologico, e nell’imporsi i più eroici digiuni e penitenze, il tutto allo scopo di avvicinarsi a Dio.




…Dopo che ebbero imparato a leggere i Vangeli e gli altri libri della Sacra Bibbia, le vite dei martiri e degli asceti, i sermoni e i commentari dei Padri della Chiesa, cominciarono a divorare la letteratura pagana greca e latina che gli capitasse a tiro. Con il loro cattolicesimo privo di restrizioni sconvolsero gli uomini di chiesa convenzionali, che erano stati abituati ad apprezzare soprattutto la letteratura cristiana e a tenersi alla larga dalla dubbia moralità dei classici pagani.  Secondo John T. McNeill, il più equilibrato di tutti gli storici della Chiesa, fu precisamente ‘l’ampio respiro e la ricchezza dell’erudizione monastica irlandese, derivata dagli autori classici’ che avrebbe assegnato all’Irlanda il suo ‘ruolo unico nella storia della cultura occidentale’. 

Grazie a questi amanuensi è giunto sino a noi un ricco tesoro di letteratura irlandese primitiva, la più antica letteratura europea in lingua volgare sopravvissuta, poiché venne presa abbastanza seriamente da essere trascritta. E sebbene i primi Irlandesi istruiti fossero affascinati dalle tre lingue classiche (il greco, il latino e – in forma rudimentale – l’ebraico), amavano troppo la propria lingua per smettere di usarla. Mentre in Europa un uomo colto non si sarebbe mai sognato di ricorrere ad una lingua volgare, gli Irlandesi consideravano tutti i linguaggi alla stregua di un gioco, troppo divertente ai loro occhi per privarsi di una sola parte di esso...



















sabato 30 dicembre 2017

RE GIORGIO DISPENSA VERBO















(circa il Verbo dispensato alla propria ed altrui corte)










Credo che ci sia Genio ed il suo esatto opposto!

Del resto questa mia vuol essere semplicemente un breve pensiero sussurrato al vicino, mentre il Re dispensa il Verbo all’intera corte…

Come penso anche (giacché abituati a questa nobile arte - altrimenti potremmo condividere e far regnare l’intero impero dallo stalliere ed il suo puledro) che vi sia in questo acclamato Regno il Bene ed il suo opposto (pur essendo accorti all’udienza detta di non precipitare in alcun paradosso ampiamente disquisito come sovente ogni Eretico spesso accusato del peccato, non avendo ben compreso l’intero discorso favellato e per secoli argomentato… come neppure il peccato consumato…).

Penso anche che un uomo (almeno così lo definiscono e non solo per il grande suo soldo che un arguto storico definisce propriamente sterco al servizio di ben altro Dio…) di potere e comando come il nostro Giorgio acclamato, il quale in pubblica udienza afferma quanto per anni rilevato e rivelato sia un cornetto da dare al popolo affamato, non aggiunge nulla al rogo agognato, offendendo di fatto ogni Eretico così sacrificato alla Storia, giacché questa si compone di Eretici e non, e giammai di sterco da cui dispensa utile calore per l’intero suo popolo così apostrofato…

Infatti è molto utile, almeno così dice lo stalliere ed il fido ronzino, qual concime in difetto di pregiato arbusto così caro alla Panza del Re acclamato, con cui si accompagna per codesta mela colta in odor di vero peccato…  

Semmai prendiamo atto a questa acclamata udienza cui Giorgio re indiscusso, che il mondo intero - il quale lo accudisce e serve come si addice a Dio in terra - a qual livello scaduto - affrettando il ‘cornetto’ agognato a chi affamato…(e prendendo atto dell'utilità del peccato derivato - giacché ottimo uso in caso di gelo oltre che per il concime solitamente adoperato...).

Caro Re Giorgio - peggiori freddi arriveranno sul tuo ed altrui trono - così potrai far di conto quanto l’ingegno difetta nel far il vero rendiconto, giacché quello da te pronunciato è proprio il risultato di quanto limita la saggezza con la quale ogni retto sovrano dispensa parola… Verbo accompagnato da ciò di cui la mela mai sia colta in odor di peccato…

(Porfirio…)  












   

mercoledì 27 dicembre 2017

DALLA FOGLIA ALL'UOMO (M. Twain) (62)



















Precedenti capitoli:

Se avrai imparato a disegnare la foglia (61)

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Orion (M. Twain) (63)














… È mia convinzione che il carattere umano è legge, legge ferrea, e bisogna obbedirle, anche se non la si approva; è palese, a mio modo di vedere, che il carattere è una legge divina e suprema e ha precedenza su tutte le leggi umane. È mia convinzione che ognuna delle leggi umane esistenti ha uno scopo distinto e un’intenzione precisa, e solo questi: opporsi, cioè, a una legge divina e sconfiggerla, degradarla, deriderla e calpestarla.




Non troviamo nulla di male se il ragno proditoriamente tende la trappola alla mosca e le toglie la vita; non lo chiamiamo assassinio; ammettiamo che il ragno non ha inventato il proprio carattere, la propria natura, e non è perciò da biasimare per gli atti che la legge della sua natura richiede ed esige. Facciamo perfino questa grossa concessione: che nessun’arte e nessuna abilità potranno mai riformare il ragno e persuaderlo a far cessare i suoi crimini.




Non biasimiamo la tigre perché ubbidisce alla legge crudele del carattere che Dio le mise dentro e alla quale la tigre deve ubbidire.

Non biasimiamo la vespa per la terribile crudeltà che usa paralizzando il ragno con il suo aculeo e ficcandolo in un buco nel terreno per farvelo soffrire per molti giorni, mentre i suoi piccoli torturano sempre più l’impotente creatura con una morte lunga ed orribile, rosicchiando dal suo corpo la razione giornaliera; ammettiamo che la vespa obbedisce rigorosamente e impeccabilmente alla legge di Dio, così come è richiesto dal carattere che Egli le ha messo dentro.




Non biasimiamo la volpe, la ghiandaia e le molte altre creature che vivono rubando; ammettiamo che obbediscono alla legge divina emanata dal carattere che Dio ha fornito loro.

Non diciamo alla capra e al montone: ‘Non commetterai adulterio’, perché sappiamo che esso è radicato in modo inestirpabile nel loro carattere, cioè nella natura con la quale sono nati; Dio ha detto loro: ‘Tu commetterai adulterio’.




Se continuassimo fino a distinguere e nominare separatamente i singoli caratteri distribuiti fra le miriadi del mondo animale scopriremmo che la reputazione di ciascuna specie è determinata da un tratto speciale e prominente; e scopriremmo poi che tutti questi tratti, e tutte le sfumature di questi molti tratti, sono stati distribuiti anche fra il genere umano; che in ogni uomo esistono una dozzina o più di questi tratti e che in molti uomini esistono tracce e sfumature di tutti i tratti. In quelli che chiamiamo animali inferiori il carattere è spesso composto semplicemente di uno o due o tre di questi tratti; ma l’uomo è un animale complesso e occorrono tutti i tratti per costituirlo.




Nel coniglio troviamo sempre mansuetudine e timidezza, e mai coraggio, insolenza, aggressività; perciò quando si nomina il coniglio ricordiamo sempre che è mansueto e timido; se ha degli altri tratti o distinzioni - che non siano un’eccessiva e disordinata fecondità -, essi non ci vengono in mente.

Quando consideriamo la mosca domestica e la pulce, ricordiamo che per splendido coraggio il nobile cavaliere e la tigre restano distanti e che per impudenza e protervia sono a capo dell’intero regno animale, compreso anche l’uomo; se queste creature hanno altri tratti, essi sono tanto oscurati da quelli che ho nominati che ad essi non ci capita di pensare.

Quando si nomina il pavone ricordiamo la vanità e nessun altro tratto; quando pensiamo alla capra ricordiamo l’incontinenza e nessun altro tratto; quando si nominano alcune razze di cani ricordiamo la fedeltà e nessun altro tratto; quando si nomina il gatto ricordiamo la sua indipendenza - un tratto che egli solo, di tutte le creature, uomo compreso, possiede - e nessun altro tratto, a meno di essere stupidi e ignoranti, e allora pensiamo all’inganno sleale, un tratto comune a molte razze di cani ma non comune fra i gatti.




Possiamo trovare un paio di tratti cospicui in ogni famiglia di quelli che chiamiamo impudentemente animali inferiori; in ciascun caso questo paio di tratti cospicui distinguono quella famiglia e sono così importanti da stabilire eternamente e immutabilmente il carattere di quel ramo del mondo animale. In tutti questi casi ammettiamo che i singoli caratteri costituiscono una legge divina, un comando divino, e che qualsiasi cosa si faccia in obbedienza a quella legge non possa biasimarsi.

L’uomo discende da quegli animali; da essi egli ereditò ogni suo tratto; da essi ereditò in massa tutti i loro numerosi tratti, e con ognuno la parte della legge divina insita in esso.




Da essi egli si distingue in questo: che egli non possiede un singolo tratto che abbia la stessa e uguale importanza in ciascun membro della razza. La famiglia umana non può esser descritta con una sola frase; ogni individuo va descritto separatamente.

Uno è coraggioso, un altro codardo; uno è mite e gentile, un altro feroce; uno è superbo e vanitoso, un altro umile e modesto. I molteplici tratti sparsi, uno o due per volta, per il grande mondo animale, sono tutti concentrati, in vari e delicati gradi di sfumatura di intensità e sottigliezza, sotto forma di istinti, in ciascuno dei membri dell’umana famiglia.

In alcuni uomini i tratti malvagi sono così tenui da risultare impercettibili, mentre quelli più nobili emergono cospicui.




Noi descriviamo quell’uomo secondo i suoi bei tratti e gli rendiamo lode e gli accordiamo alto merito per il loro possesso.
È ridicolo.
Non inventò lui i tratti che ha; non fu lui a fornirsene; li ebbe in eredità quando nacque; glieli conferì Dio; sono la legge che Dio impose a lui, ed egli non potrebbe sottrarsi all’obbedienza, anche se lo tentasse.

Talvolta un uomo è un assassino nato, o un furfante nato - come Stanford White -, e il mondo gli è prodigo di censura e di biasimo; ma egli non fa che obbedire alla legge della sua natura, alla legge del suo carattere; è affatto improbabile che tenti di disobbedite, e se tentasse non vi riuscirebbe.




È un fatto curioso e umoristico che noi scusiamo tutte le cose spiacevoli che fanno le creature che strisciano e volano e nuotano e camminano su quattro zampe, riconoscendo sufficiente la ragione che essi obbediscono alla legge della loro natura, che è legge divina, e sono perciò innocenti; poi facciamo un voltafaccia, e pur avendo di fronte il dato evidente che noi riceviamo tutti i tratti spiacevoli ereditandoli da quelle creature, affermiamo pianamente di non aver ereditato insieme ad essi l’immunità, ma ch’è nostro dovere ignorare, abolire e infrangere queste leggi divine.

A me sembra che tale argomentazione non si regge sulle gambe e che non è tanto moderatamente umoristica quanto violentemente grottesca.

È mia convinzione che la razza umana non è il bersaglio adatto per le espressioni aspre e le critiche amare, e che l’unico sentimento giustificabile nei suoi confronti è la compassione; essa non inventa se stessa, e non ebbe parte nel progettare il proprio carattere debole o solido…



















giovedì 21 dicembre 2017

PORFIRIO














Appunti & Riflessioni dal cap. 6













accompagnare l'Eretico Viaggio sino al cap. 61  (buona lettura e auguri...)









Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al
cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti, poiché faceva-
no della terra il simbolo della materia di cui il cosmo è costituito (per
questo motivo alcuni identificavano terra e materia) e d'altra parte gli
antri rappresentavano per loro il cosmo che si forma dalla materia:
essi, infatti, per la maggior parte sono di formazione spontanea e con-
naturali alla terra, circondati da un blocco uniforme di roccia, che in-
ternamente è cava e all'esterno si perde nella infinita illimitatezza della
terra.




Il cosmo d'altra parte è di formazione spontanea ed è connaturale alla
materia, che gli antichi designavano enigmaticamente pietra e roccia
per il fatto che appare inerte e ostile alla forma, e la consideravano in-
finita per il suo essere amorfa.
Poiché la materia è fluida, priva in sé della forma che la modella e le
conferisce apparenza, gli antichi, come simboli delle qualità insite nel
cosmo in virtù di essa, accolsero l'acqua che sgorga e trasuda dagli
antri, la tenebrosità e, come dice il poeta, l'oscurità.
A causa della materia, quindi, il cosmo è oscuro e tenebroso, ma è




bello e amabile per l'intrecciarsi delle forme che lo adornano, per le
quali è chiamato cosmo.
Pertanto è giusto dire che l'antro è amabile non appena vi si entra
per il fatto che esso partecipa della forma ma, per chi esamina le sue
profondità e le penetra con l'intelletto, è oscuro; quindi, ciò che è al-
l'esterno e in superficie è amabile, ciò che è all'interno e in profon-
dità è oscuro.




Così anche i Persiani danno il nome di antro al luogo in cui durante
i riti introducono l'iniziato al mistero della discesa delle anime sulla
terra e della loro risalita da qui.
Eubulo testimonia che fu Zoroastro il primo a consacrare a Mitra,
padre e artefice di tutte le cose, un antro naturale situato nei vicini
monti della Persia, ricco di fiori e fonti: l'antro per lui recava l'imma-
gine del cosmo di cui Mitra è demiurgo, e le cose situate nell'antro
a intervalli calcolati erano simboli degli elementi cosmici e delle re-
gioni del cielo.




Dopo Zoroastro prevalse anche presso gli altri l'uso di celebrare riti
iniziatici in antri e caverne, sia naturali sia costruiti artificialmente.
Come infatti consacrarono in onore degli dèi olimpi e templi, edifici
e altari, per gli dèi ctonii e gli eroi are, per le divinità sotterranee bu-
che e cavità, così consacrarono anche antri e caverne al cosmo e al-
le Ninfe, in virtù delle acque che stillano o sgorgano dagli antri, alle
quali presiedono le ninfe Naiadi, come mostreremo tra poco.




Consideravano l'antro simbolo non solo, come si è detto, del cosmo,
cioè del generato e del sensibile, ma l'oscurità degli antri li indusse
a vedervi il simbolo anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza
appunto non è percepibile allo sguardo.
Così Crono si prepara un antro nell'Oceano e lì nasconde i suoi fi-
gli, anche Demetra alleva Kore in un antro tra le Ninfe e passando
in rassegna le opere dei teologi si troverebbero senz'altro molti altri
esempi analoghi.




Consacravano antri alle Ninfe, soprattutto alle Naiadi, che presiedo-
no il nome Naiadi dalle acque da cui sgorgano le correnti: lo dimostra
anche l'inno ad Apollo, in cui si dice:

A te fonti di acque intellettuali
assegnarono quelle che vivono negli antri della terra,
nutrite dal soffio della Musa
a un canto divino; esse facendole sgorgare sul suolo
per ogni rivo
offrono ai mortali di dolci acque
flussi inesauribili.




Di qui, penso, presero spunto anche i pitagorici e dopo di loro, Plato-
ne quando chiamarono il cosmo antro e caverna.
In Empedocle, infatti, le potenze che guidano l'anima dicono:

Siamo giunte in questo coperto

e in Platone nel settimo libro della Repubblica si dice:

Ecco, immagina che vi siano uomini in una dimora a forma di 
caverna sotterranea, aperta verso l'alto alla luce, e che ha una
via di accesso la quale si snoda lungo tutta l'ampiezza della ca-
verna.




E quando l'interlocutore esclama:

Che strana immagine la tua!

Egli aggiunge:

Ora, caro Glaucone, bisogna adattare questa immagine a tutto 
il nostro discorso precedente e paragonare il mondo delle appa-
renze visibili alla dimora della prigione, e la luce del fuoco alla
potenza del sole.




Questo dimostra dunque che i teologi ponevano negli antri il simbolo del
cosmo e delle potenze cosmiche, e anche, come si è detto, della essenza
intellegibile, ma partendo da considerazioni diverse: simbolo del mondo
sensibile perché gli antri sono tenebrosi, rocciosi e umidi, e tale considera-
vano il cosmo resistente e fluido per la materia di cui è costituito.
D'altra parte, l'antro era simbolo del mondo intellegibile perché esso è di
essenza invisibile alla percezione, salda e stabile.




Così è simbolo anche delle potenze particolari invisibili e soprattutto di
quelle insite nella materia. Gli antri, infatti, ne erano considerati simboli par-
ticolari per la loro formazione spontanea, e per l'aspetto oscuro, tenebroso
e roccioso, e certo non sotto tutti i punti di vista né, come alcuni immagina-
rono per la loro forma, poiché ogni antro è sferico.
Se l'antro è a due entrate, come quello di Omero che ha due porte, non lo
consideravano simbolo della essenza intellegibile, bensì di quella sensibile,
così l'antro di cui ora si tratta, per il fatto che, come dice Omero, vi 'scorro-
no acque perenni', non potrebbe essere simbolo della essenza intellegibile,
ma di quella legata alla materia.
E perciò è sacro non alle Ninfe dei monti, delle vette o altre simili, ma al-
le Ninfe Naiadi che prendono il loro nome dalle acque correnti.




Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono
alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discen-
dono nella generazione. Essi, infatti, ritenevano che tutte le anime si posas-
sero sull'acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli affer-
ma che proprio per questo motivo anche il profeta disse:

Il soffio divino si muoveva sull'acqua.

Di qui il detto di Eraclito:

Per le anime è piacere, non morte,
divenire umide.
Noi viviamo la morte di quelle,
e quelle vivono la nostra morte.

(Porfirio)


















martedì 19 dicembre 2017

GALLERIA DI STAMPE (& punti di fuga...) (59)


















Precedenti capitoli:

Lettera di un defunto (58)

Prosegue in:

& punti di fuga (60)  &

Se avrai imparato a disegnare la foglia... (61)  &




















Porfirio














Zero ed Infinito furono in senso stretto al centro del Rinascimento. Allorché l’Europa si riscuoteva dal sonno dei Secoli Bui, questi concetti – il nulla e il tutto – avrebbero demolito le fondamenta aristoteliche della Chiesa e aperto la strada alla rivoluzione scientifica. Sulle prime la Curia romana non avvertì l’insidia, e altri dignitari ecclesiastici si cimentarono con le pericolose idee, benché queste minassero il fulcro medesimo di quella filosofia tanto grata alla Chiesa; lo zero fece capolino…




 (come abbiamo visto nelle pagine precedenti, di cui sottolineo la Memoria fedele a codesto principio, in quanto il solo evocare l’impropria sua natura [eretico nulla e zero]  espone ad ogni numerata ora e ciarliero intento evoluto nel Tempo e secolo l’inquisitore di tale opera… Scusate l’asterisco ma l’aguzzino in italico principio va ravvisato nella verità della propria limitata veste e cultura di cui oppone ogni tortura ed intento… di cui si affanna e nutre… E se osservato nella piatta sua prospettiva, mirato cioè, nel museo che adorna, e, spogliato dell’ipocrisia con cui cura forma e sostanza e prospettica apparenza nell’- icona per ogni chiesa e opera mirata e pregata e da un papa difesa…, rivelerà, in verità e per il vero, un corpo malato un’Anima violenta quale essere che dibatte la clava in difesa dell’errato principio velato nella propria intimidatoria natura… Chi perenne antenato, e chi invece, filosofo alla caverna assiso ad incidere verità ed opera qui non dico, in quanto lo scritto Eretico per suo principio e l’aguzzino scalcia alla porta con mezzi e metodi dei quali provo vergogna per ogni sua sillaba o vocale che sia, scusate che dico, per ogni ‘grugnito’ neppur ‘evoluto’ solo regredito ad un verso dalla ‘gola’ nutrito come un rutto nei confronti della Parola mal digerita…o forse giammai compresa nella difficile impresa di saziare il corpo dalla bestia macellata…)…




….al centro come enunciato di tale intento o pittogramma predire futuro per quanto incerto matematico enunciato o equazione che sia… …Un Cardinale dichiarò che l’Universo era infinito, senza limiti. Ma d’infatuazione si trattava, e non era destinata a durare. Come la Chiesa si sentì minacciata, si trincerò nuovamente dietro la vecchia dottrina filosofica che così bene l’aveva affiancata per tanto tempo. Ma era troppo tardi: lo zero aveva ormai preso piede in Occidente e, nonostante le pontificie obiezioni, la sua forza era tale da non consentire più un nuovo esilio – Aristotele dovette piegarsi di fronte all’infinito e al vuoto, e con lui si sfilacciò la prova dell’esistenza di Dio. Alla Chiesa restava aperta un’unica via: accettare lo zero e l’infinito; i credenti, ad ogni buon conto, avrebbero sempre potuto trovare Iddio anche celato dentro l’uno e l’altro. …Nei primi tempi del Rinascimento non risultava evidente che lo zero avrebbe posto una minaccia nei confronti della Chiesa; esso appariva uno strumento pittorico, un infinito nulla che annunciava lo straordinario rifiorire delle arti figurative…




…(l’offesa non arrechi fallace intento giacché la prospettiva all’indice posta e rilevata da una più attenta analisi monitorata danno più che certa tale arte figurativa pregata ed ammirata, infatti ogni anima e spirito avere sicura stella nell’ora di ogni mattino e sera giacché così piace et conviene all’oculo… tempo e quadro della sua vista… Così la parabola per ogni cielo affisso adornare la volta ed ogni parete con l’icona e la figura di chi privato del principio – di volta in volta l’affresco divenire sublime opera quando per sua indomita natura rifiuta ogni legge alla parabola dal feudatario ‘fui...ita’… per l’appunto… ‘Fuire’ in volgo intento divenuto odierno… ‘fuggirre’ alla legge, non certo qual punto tridimensionale o più certa prospettiva [di fuga] anche questa vien ora spacciata e venduta qual nuova ed evoluta icona -  talché l’opera sua sublime intento distribuito in globalizzato principio dal Nuovo al Vecchio continente a rete (e/o rate) distribuito… E l’arte di cui il pittogramma intento e figura per magia della nuova e secolare avventura, inquisito nella prospettiva della dubbia sua virtuale natura in nome del nuovo traguardo cui comporre regredita opera… alla parete di ogni ominide ornare e comporre ‘parola’… 




Ma non per questo possiamo ricordarlo Eretico nella sua prospettiva di fuga… forse solo un moderno ed evoluto ‘ciarlatano’ nella piazza del borgo reclamare falsa ricchezza e bellezza… Ed il libro come poc’innanzi dicevo sopraffatto nel suo proverbiale e sicuro martirio, indice ed oblio nell’onda divenuta ingiuria cenere di un avverso destino, giacché dalla pianta e cellulosa nati ed alla fotosintesi destinati porgiamo l’onore di rilevare e rivelare immateriale dimensione la quale da lei si nutre ed a lei ritorna per ogni illuminato intento papiro ed antico Frammento… Reclamare il quadro o l’icona dipinta per tanta bellezza… ed un lupo in solitaria compagnia alla caverna cui assieme costretti. Ma per Dio! Di nuovo in codesto cunicolo confondere Rete e Gog di chi Google padrone del Tempo…! L’indice appare cosa più gradita e sarà il mio come l’altrui destino di un remoto intento al cunicolo ove passato e futuro corrono dall’uno all’altro principio condensato nella materia ed invisibile impresa di svelarerne significato… In quanto si rimprovera, da chi, dio e padrone dell’icona (così come ieri ed oggi…) di non ben decifrare la luce del  motivo, di non comprendere cioè, i valori numerati nella prospettiva cui l’apparenza ogni cosa adorma... 




Scusate signori giudici, chierici, porporati, scienziati, formare la comune ‘materia’ della sapienza di cui dispensate secolare verbo, e cui distribuite saggezza non certo antica distillata nella velenosa opera e critica… O chiunque voi siate celati nell’ottica della vostra prospettiva… Scusate signor miei, quantunque latitanti e debitori della verità nella prospettiva divenuta falsa misericordia ed opera e di cui nutrite e purgate la Storia e coltivate la Memoria… nella pretesa e secolare premessa di torturare il libero arbitrio e Dio, se qui offendo la vostra illuminata ragione e con essa la geografia, oppur che dico, l’invisibile ‘oculo’ con cui inquisite l’Anima o lo Spirito giacché reclamate, nonché, come più volte ripetuto alla corda della vostra secolare tortura, il sogno e la coscienza… Il Sé primordiale geneticamente monitorato qual nobile e prefissato Orwelliano traguardo… ed altra Verità non affine alla vostra ingiuria ed armati di tale e più certo intento offendere ed attentare la quiete con cui affrancate e rincuorate dai tempi remoti ogni anima e natura (già espresso i motivi di cui fui e sono oggetto nell’aggressione di cui il citato asterisco, aggressione nell’intento e giardino ove la mela è stata colta…)… 




Sicché è bene offrire e coltivare tal prospettiva nell’ottica di una diversa cultura che fa della stessa icona ed opera evoluta nell’arte una diversa moneta coniata per la ricchezza del corpo di taluni e pochi fortunati feudatari e lo Spirito di tutti… al sogno contemplato (‘prima o seconda visione’ è solo questione di tempo… pausa in cui diluita la celeste ‘briciolina’ o ‘seme’ della vita nella verità composta in fibra trascesa in megapixle sintetizzata quale mondiale visione per ogni stella e stellina affissa…) …Giacché monasteri come l’evo andato parlano e predicano identica, l’antica visione accompagnata dal miracolo distribuito e certificato in etere distribuito, ma che dico! Forse solo aggiornato! Sì certo è pur strano questo Dio predicato al giubileo di chi fui-to perdonato, e il Dio da loro predicato convenire alla fotosintesi di un pensiero a Lui alieno, giacché lo gnostico principio nella dualità espresso assumere nel nulla l’antica consapevolezza di un illustre antenato al tempo Autier di cui lo zero certificò eretico motivo e principio… fine di ogni Perfetto nato! Le statistiche attestano e parlano chiaro, o al contrario, scusate signori miei…, scuro… in questa duplice visione, allorché il tomo ed il sapere gravemente punito da altra e diversa prospettiva fuggita o solo sfuggita… allo zero convenuto  per l’appunto! 




Scusate nobili signori meglio sprono l’illuminata vostra ragione diluita nella scientifica certezza, o meglio, come spesso ben dite, ‘evoluta’ e trascesa verso una diversa e più sicura matematica consapevolezza… da quando, cioè, il tempo nato e con questo, come poco sopra a questa crosta di cui nutro l’apparente Abisso al nucleo di un invisibile fuoco (e tomo) espresso… la relativa memoria genetica che ne deriva… Così il ‘sacrificio’ ben evoluto e consumato nella prospettiva del tomo accresciuto – scusate signori miei odo un tonfo sordo neppure un sisma: benvenuta dama ingiuria battere colpo e coniare l’indole della limitata tua natura conficcare il chiodo della propria crosta… certifico qui la tua reale consistenza attesto nell’immutabile verità di chi vede scorge  confonde e spia e si immagina non visto nel misfatto di cui il violento intento  seminare aggredire diversa ed Eretica Parola… In cui opera, cioè, l’irrazionale certezza di una superiore vista ed altezza alla quale vorrai sfuggire, alla quale, nella pretesa del limite ti pensi e credi superiore: si affanna proprio in questa breve se pur nutrita pagina di Storia mentre fuori invade la violenza di ogni risma e consistenza e/o tempo… Come sempre composto e convenuto alla secolare semina della propria incompiuta natura accompagnata al nutrimento del limitato e materiale intento!




Sì! E pur tutti la vedono e la sentono: batte e fustiga la mia schiena, batte la Parola spacciandosi per Verbo, colpisce ed ingiuria: è nulla dal nulla taciuto: il male di cui nato e composto il Tempo convenuto al teatro cui fu ed è affidato ruolo consumare e recitare il copione alla genesi intrappolato e circoscritto alla caricatura della propria maschera: anima ricomposta fuoco che sgorga bruciare in ortodosso principio: cacciatore che bracca la sua vittima: vapore e caos scomposto sgorgare non oltre la crosta ed alla crosta ritorna dopo il ciclo della nuova ed antica evoluzione destino della limitata e non certo infinita Natura crearne di nuova e aliena… e non certo simmetrica Anima Mundi nutrire la terra: male consumare e comporre la propria dottrina affine al Big-Bang cui tradisce ed offende la vita: dèmone accresciuto nella falsa prospettiva e Dio ‘veicolato’ verso materiale visione e sempre avverso all’immateriale ed irrazionale principio: e non certo assiso al trono di un diamante in cui la Verità evoluta ed ad un diavolo ridotta comporre il razionale cui il nostro Dio trascendente assente al Tempo detto… Numero che a quello torna dopo aver fatto di conto nell’orbita della limitata materia ridurre i dèmoni dei primi elementi ad una genesi contraria alla verità… 




E con questa incidere [falsa] ‘prospettiva’! Infatti, e per concludere, la ‘pedanteria’ o verità divenuta denso nucleo dell’Opera: il sapere è un male antico il quale per il ‘bene’ comune va taciuto nel paradosso della ‘mitica formula’ in cerca dell’agnello cui nutrire lo stesso nel computo e algoritmo di un numero [in cui ogni Cristo e profeta braccato per il bene del libero mercato]: e l’indice e le statistiche in questa breve parentesi confortare lo stesso in cui ogni messaggino composto e nutrito per la prossima visione programmata al telecomando di una diversa implosione: chi osa tanto esposto anche a questa certa e sicura equazione tanté il prete più che inchinato ed assiso nella secolare processione della sua venuta al Rina di cui la mafia padrona… E più taccio e non dico nobili signori padroni del sogno e dello Spirito…) …




Prima del XV secolo i dipinti ed i disegni erano sostanzialmente immobili e privi di rilievo; le immagini vi erano rappresentate fuori proporzione e costrette in due dimensioni, con piatti cavalieri che spuntavano… (come bene avete letto ma di cui solo vedete l’indomita loro natura…) da deformati castelli in miniatura. Neppure i migliori artisti sapevano ritrarre con verosimiglianza – non conoscevano il potere dello zero. Fu un architetto italiano, Filippo Brunelleschi, che per primo mostrò le possibilità di uno zero infinito, usando un punto di fuga (certo fu un altro illuminato secolo ora come espresso la latitanza adorna ben altra dipinto e fuga… nella prospettiva di ineguagliato intento….) per creare un dipinto realistico. Considerato dal punto di vista dimensionale, un punto è uno zero geometrico per definizione. Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con oggetti tridimensionali; l’orologio che teniamo nel cassetto, la tazza di caffè che prendiamo ogni mattina, lo stesso libro che stiamo leggendo ora, sono tutti oggetti a tre dimensioni. Ma immaginiamo che una mano possente cali a schiacciare il libro fino a ridurlo perfettamente piatto; non più simile a un parallelepipedo, esso è divenuto un rettangolo floscio, ha perso una dimensione ed è rimasto bidimensionale (ecco delinearsi l’intento in tale pittogramma…), con larghezza e lunghezza ma nessuna profondità…




Nel 1425 Brunelleschi collocò un tale oggetto al centro del disegno di un famoso edificio fiorentino, il Battistero. Questa entità di dimensioni nulle, il punto di fuga, è un’impercettibile macchiolina sulla tela che rappresenta un punto infinitamente lontano lungo la direzione di osservazione. Più gli oggetti raffigurati sono distanti da chi guarda [ed infatti nell’Universo ove l’eternità della creazione e questa Opera quale fossile del Viaggio, similmente ed al pari di ciò cui visto: lontani da chi nutre il proprio intento - distanti in cotal punto confluiti e concentrati in una impercettibile prospettiva di fuga quale futuro cunicolo nell’assenza dello Spazio e Tempo… Cosicché l’osservatore maggiormente impegnato nell’inquisire con falsi ed avversi pretesti mascherati da principi e disegni come già espresso - intimidire e calunniare, offendere confondere e ingiuriare, minacciare qual indesiderata sentinella Coscienza Anima Spirito e Dio: visione dell’opera nel limite della cornice in cui ancora non costretta e posta… giacché spiano la cornice che l’adorna non cogliendo la sostanza [la rocca come espresso in un precedente asterisco protegge la cornice da ogni altro manifesto intento di qual si voglia vista ed opera]… 




Più o meno ed in pari tempo e prospetticamente tradotto, conformi alla verità di cui questa nutre e adorna la stessa nella prospettiva della luce sovrintendere la Terra ammirata calcolata o solo spiata calco dell’Universo [sicché scorgono il riflesso nello specchio ma non percepiscono o sovrintendono la vera forma - oppure ed ancora -  vedono un serpente là dove vi è una corda e là dove vi è un serpente di gnostica scienza… scorgono una corda per altra equivalenza tradotta e rapportata alla sostanza di una mela]; ed ancora, tanto più l’occhio che vede ma non comprende affida alla facile favella il glutterato ‘verso’ dell’inquisitore, inversamente alla proporzione percepita, io… alla bottega del Brunelleschi convenuto, traduco e compongo uguale intuito diametralmente opposto ricomporre il Tempo di una piatta prospettiva… e pur questa è sì certa matematica ed enunciato annunciare opera e forma…; ed ancora, nel futuro di questo infinitesimale punto, tanto più la navicella del progresso perseguita o solo pensa scrutare o modificare intento e orbita con la gravità del limite della propria secolare opera parente di ogni inquisizione detta, tanto più e similmente nella prospettiva di una non ancora ben definita natura matematica il sottoscritto punto perseguitato, allontana(ta) [e/o distante] quanto accertata come universale verità tradotta. 




In ciò componiamo l’irrazionale Opera, fieri, ogni qual volta la rima la poesia un pensiero non conforme al progresso del tempo (come da Jung espresso) è avviato alla prossimità infinitesimale di una fuga di un prospettico punto non visto… Ed anche questa inoppugnabile verità nutrirà e comporrà asterisco cui certificare la Storia nella rinuncia di una più elevata certezza! Quindi per concludere il matematico enunciato: tanto più l’improprio visitatore di questo Universo navigherà e violerà cotal spazio, tanto più si allontanerà - ed in pari tempo - allontanerà da ogni verità certa, e questa teologica e filosofica verità da un pittogramma precedente alla parola conformata al numero enunciato, comporre il ciclo di ciò che non appare sì certo manifesto, ma in verità e per il vero, più consona alla materia affine del Primo Dio…],  più sono prossimi al punto all’infinito e risultano, quindi, progressivamente ridotti in proporzione, fino a che ogni figura sufficientemente remota – persone, alberi, edifici – finisce in pratica per collassate in un punto a zero dimensioni e scomparire con esso. Lo zero al centro del dipinto contiene un’infinità di spazio… 




[Rapportiamo un valido esempio di cui la poesia in memoria e fedele a cotal principio ha creato o solo ricreato tale intento ed ove alla prova del nove la Rima non certo intuita nel panorama fedele alla vista, di chi, cioè, con quella pensa tutto comprendere non cogliendo, e neppure se per questo, svelato principio, ragion per cui adotto come esempio il Gog evoluto in compagnia del suo Lupo e propongo siffatto intento sperando che il breve ed eretico racconto nutrirà infinitesimale comprensione verso lo zero dell’ingegno nel quadro dipinto… E pur non essendo propriamente un edificio la prospettiva non muta la profondità e immutabilità di chi difettando nel disegno ha riproposto ugual intento in ragione della Rima, qual sia superiore natura Leonardo tracciò distinzione nel suo tomo sulla pittura, nella simmetria abbiamo scorto ugual punto albero pianta e lontana prospettiva… in questa ‘galleria di stampe’…]….