CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
PRESENTAZIONE DELLA DIVINA COMMEDIA

sabato 19 settembre 2015

COSA E' LA DEMOCRAZIA? (3)


















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Cosa è la Democrazia? (1/2)

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Cosa è la Democrazia? (4)












Il Segnalibro di Settembre  (1)   (2)   (3)














Il sangue mi dice, bisogna che io ascolti il mio sangue, usa dire questo lottatore pur così lucido…
‘E' inutile, io sono come le bestie: sento il tempo che viene. Se dò retta al mio istinto, non sbaglio mai…’
Più tardi, un maestro di altro calibro, Vilfredo Pareto, dalla cattedra dell'Università di Losanna gli confermò il valore ‘della somma degli imponderabili’ anche quando si tratta di discipline scientifiche, basate sugli uomini, attingono la bestia e sfiorano Iddio. Difatti, agli imponderabili egli fa la parte larga, nel prevedere gli avvenimenti; e forse per questo sbaglia di rado, la sola logica non basta a tanto, la fantasia devia e travia, occorre la immaginazione creatrice, propria degli artisti.
L’uomo che prepara e prevede l'azione per via di ragionamenti serrati, e al momento di oltrepassarne la soglia chiude gli occhi e si abbandona dai fondi oscuri, non è solo un tattico ma uno stratega, è un uomo di Stato singolarmente vigile, singolarmente intuitivo…
Una notte, nella quiete della sua alta casa dove i rumori di Roma giungono come confusa marea, il Presidente si divorava le sue consuete dozzine di giornali di ogni continente. Il Times, e le altre gazzette di giornali di ogni paese. Il Times e le altre gazzette d'Inghilterra e d'America riboccavano allora di fotografie e notizie su re Tutankhamen e la vana lotta di Lord Carnarvon contro le esoteriche maledizioni egiziane. Ad un tratto, il condottiero balzò al telefono chiamò, tempestò una fila d’ordini secchi e concitati…




La mummia, fresca, scavata dalla tomba mille e donatagli poche settimane prima, gli grandeggiava innanzi, nelle sottili bende e nelle dipinte casse che la ospitavano, laggiù in un angolo del salone della Vittoria, fra gli arazzi di Palazzo Chigi, accanto al suo monumentale tavolo di lavoro.
…Telefonò al tocco, ritelefonò alle due, di dieci in dieci minuti, per assicurarsi che venissero subito eseguiti gli ordini. Gran trambusto, nel placido mondo burocratico degli uscieri e custodi dei ministri di Roma impassibile, dove il tempo ha un valore orientale e storico: chi se ne incarica?
…Ma l’ombra di Benito era terrorizzante, specie in quei primi mesi del 923, per molte leggende e una parte di storia. Non era stato lui a inaugurar l’uso del registro, che alle 8,30 viene ritirato con le firme dei presenti all’ufficio, per cominciar a distinguere gli ‘imbecilli’ che si sacrificano a mandar avanti la macchina burocratica, dai furbi che la sfruttano?
…E un mattino alle 10, si narrava, dopo una firma di presenza, il commendatore X, scendendo le scale del suo ministero, lucido di pancetta e di soddisfazione, aveva incontrato un giovane che saliva.
- Lei che fa, …andarsene dall’ufficio appena venuto?
- E lei che centra? Pensi agli affari suoi.
- Centro proprio, e son Mussolini (in bianco camice) non si vede? Fili al mio gabinetto a spiegarsi; e si vergogni!
Perciò ai ministeri si rassegnarono a ubbidire.




…E alle 3 di quella notte, sacra ai faraonici mani, il furgone, requisito in fretta ai depositi del ministero della Guerra, si fermava alla porta di uno dei musei etnografici di Roma. Come in un cattivo romanzo d’appendice, tinnivano campanelli, accorrevano guardiani, si svegliavano custodi e ispettori.
- Ordine di ricoverare questa mummia, di urgenza, al sicuro e subito…
Gli egizii tenevano il teschio al banchetto, come mònito all’alacre gioia, contro la vana tristezza, e contro l’orgia bestiale, simili entrambe alla morte. Ma chi, non gaudente né asceta, non scettico né trappista, opera nello spazio pel tempo, non può venir turbato da sottili, maligne influenze dall’aldilà; né dal macabro simbolo della breve vita e della fatica inutile.
…E dall’inutil strombazzar di un imbecille...e la sua mummia!
(M. Sarfatti, la Democrazia e Mussolini)




…Istintivamente sentivo che dovevamo allontanarci non lo amavo e nemmeno lo desideravo… ma presentivo il pericolo, la conseguenza di un momento di debolezza, l’influenza, l’insidio della terribile ‘ora sessuale’ consumata nella ‘camera’, e dopo, assistita compiaciuta da un ruffiano prestato alla politica al senato della incompiuta venuta… mafia nutrita e protetta...
…E la lettera che, dopo tre giorni, ricevetti da lui mi turbò ben più del suo bacio. Una frase stabiliva un’intesa d’amore accettato e voluto, così lontana dalla realtà, che avrei voluto smentirla immediatamente con un’altra lettera. Mi diceva…

“Mia cara Leda, cielo grigio e lago di piombo oggi, a Lugano. Freddo. Ho desiderato il tuo braciere aromato... Breve sosta e interminabile discussione.... tripolina col Tancredi. Più che parlare, ho ascoltato. Prezzolini, da Firenze, mi ha mandato il suo ultimo volume con questa dedica (lo permetti?) che mi ha un po’ lusingato: ‘Al carissimo Benito Mussolini che stimo, apprezzo e della cui amicizia mi sento onorato’. E’ un libro sulla Francia e i francesi del secolo XX. Ne dicono molto bene. Dopo quattro anni di quiete, apro - col tuo, col nostro amore, - una parentesi nella mia vita. Stanotte ho avuto il sonno più leggero del solito. Oggi verrò da te, un po’ tardi, forse. Ma aspettami, che non mancherò. In questi due giorni ti ho troppo pensato. Ti abbraccio, mia cara. Tuo Benito”.

…Se tale lettera fosse caduta nelle mani di chi amavo, sarebbe stata per me la fine di tutto, la rovina della mia vita intera. Cosa avevo fatto per far credere a Mussolini che lo amavo?
Feci un immediato ma profondo esame di coscienza. Mai gli avevo detto parola che potesse fargli credere che io provassi un desiderio amoroso per lui. Ricordavo piuttosto frasi che avrebbero dovuto disilluderlo, se si fosse illuso. Rileggendo le ultime parole: ‘dal giornale (sono solo)’ ricordai certe nostre discussioni sulla gelosia, certe mie sincere affermazioni.
 ‘Perché non siete gelosa di me?’, mi chiedeva.
  ‘Perché non mi domandate ma chi viene a trovarmi al giornale e se lavoro da solo? Potrei avere un’altra amicizia come la nostra....’.
 ‘Potreste averne altre dieci di queste amicizie’, gli dicevo del tutto serena.  ‘Sapete bene che non vi amo né vi amerò mai. E sapevo - mi conoscevo bene, - che in me l’assenza di gelosia era assenza di amore’.




‘Non pensate’, insisteva, ‘che dopo il mio lavoro posso andare dove voglio? Perché non mi chiedete di vederci di sera?’.
‘Andate dove meglio vi piace, amico mio. Io ho dove passare la sera’.
…Queste, solo queste, le mie frasi intorno all’argomento amore. Avevo colmo il cuore e l’anima dell’amore mio. Non davo alcuna importanza a quelle parole, dette nella stanchezza di una visita troppo lunga. Pensai di scrivergli che non venisse, ma non c’era il tempo. E poi non volevo dimostrargli che lo temevo. Meglio era dirgli a voce, guardandolo senza turbamento, che ‘il mio, il nostro amore’ non esisteva, e che se voleva essermi ancora amico non doveva parlarne più.
Ma lo attesi con un certo turbamento…
Forse lo temevo davvero?
Ci pensai quando, vestendomi dopo il breve riposo del pomeriggio, scelsi una veste che mai avevo indossato con lui. Giorni addietro, nel calore della bella estate avevo indossato una leggera gelabiach bianca, stretta sulla vita da una ascia ‘baiadera’, e quando mi era stato vicino sentivo, attraverso la veste, lo sfiorare delle sue dita, il calore del suo contatto e - istintivamente - sentivo che bisognava evitare quelle vibrazioni fisiche che, quel giorno, non dovevano essere fra noi.
…Dovevo chiudermi isolarmi, essergli lontana, non con l’anima, ma con la carne. Indossai una vecchia veste egizia, di seta nera, coperta di velo ricamato da argento e serrata sul petto da un largo collare di pietre brillanti, pesanti e pungenti. Una cintura ornata di scarabei mi cingeva la vita e, per la pesantezza metallica, corazza dei tempi faraonici, mi faceva assomigliare ad una… mummia… acconciata per sarcofago.
E’ difficile che ad un uomo venga il desiderio di abbracciare una mummia.
…Quell’abito di tempi  remoti quasi funebre, sembrava fatto apposta per tenere distanza qualsiasi audacia per frenare ogni desiderio, per impedire ogni carezza….
Egli venne come aveva promesso e la sua visita fu lunga.
Dapprima dicemmo poche parole, sogguardandoci, come avversari che misurano le proprie forze per un duello decisivo. Mi sembrò inutile dirgli che la sua affermazione amorosa non trovava eco in me.
Pensai dovesse sentirlo.




Infatti, mai era stato così ‘poco comunicativo’, come soleva dire. Taceva, con la fronte appoggiata alla mano. Sembrava portarmi rancore. La giornata era calda e dava ai sensi uno strano torpore. Prendemmo il caffé in silenzio. Ero nervosa, irritata contro me stessa perché non trovavo le parole per rompere quell’atmosfera subdola, pesante. Mi pareva d essere veramente in Egitto, e in un'altra epoca, lontana dalla mia vita presente. E lui, ad un tratto, quasi sentisse il mio intimo pensiero, disse: ‘Mi sembra proprio d’essere in Egitto....in altri tempi. Parlatemi un poco della vostra sfinge…’.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, mi giunse una sua lettera, scritta nella notte:

“Mia cara Leda.  Sono ubbriaco... ore dodici di notte. Ubbriaco. Sono uscito di casa tua con i nervi deliziosamente eccitati, col cuore che batteva con una irregolarità inconsueta, col tumulto nel cervello. Così. Al giornale buone notizie.... Ossigeno fino a tutto il 1914... E allora, per mantenere i miei nervi esaltati, ho bevuto un gran bicchiere di vino… sai quel tal liquore verde che esercita la sua dolce e diabolica influenza sulla corteccia cerebrale e manda il 13 per mille dei francesi al manicomio... E adesso, dopo quattro ore di vibrazioni, sono qui, tranquillo, e silenzioso a guardare ....il Naviglio. Penso: ieri mi hai detto una cosa sulla quale rifletto solo adesso. Mi accade spesso. Dov’eri per assistere a quella tal discussione alla quale taluni illustri ignoti si disputavano il mio spirito d’uomo… pubblico? E me lo ...laceravano? Dove vai alla sera? Domanda indiscreta? Perché alla sera non potresti venire con me? Dalle 8 alle 11 non ho proprio niente da fare. Ascolta. La notte è stellata. Domani ci sarà il sole. E anche dopo e sempre. Io ti aspetto lunedì sera alle 9 a Porta Venezia. O ti vengo a prendere alla porta di casa? Scegli. Passeremo bene il nostro tempo. Perché non domenica sera? O prima? Troverai che questa mia lettera va a zig-zag. Stasera non sono capace di scrivere. Com’è bello essere di tempo in tempo idiota... Vogliami bene, cara Leda, ricordami e scrivimi.
Ti abbraccio forte. Tuo Benito”.

 Lessi queste parole con indifferenza…
Non lo amerò né più né meno degli altri giorni. 
Ieri era già il passato: non esisteva più.
Gli scrissi brevemente che non era possibile vederci lunedì sera. Gli mandai in omaggio il mio romanzo ‘Seme nuovo’ pubblicato in quei giorni. Era un venerdì, lo ricordo, perché non andai a lavorare in tipografia. Il venerdì per noi mussulmani, è come la domenica per i cattolici. Andai fuori senza mèta. Sostai ai giardini. 
Mi venne anche in mente di andare all’Avanti! ma non vi andai. Seppi poi, della sua lettera, che anche lui aveva....















giovedì 10 settembre 2015

ALDIQUA' E ALDILA' (quale umana e spirituale condizione... Cosa è la Metafisica?) (1)

















Prosegue in:

Cosa è la Metafisica? (2)















Circa i Sentieri percorsi et braccati (con l'umano coraggio et ingegno da umil Perfetto)

(1)  &  (2)  &  (3)













… La notte teatro delle apparizioni, veicoli degli esseri celesti e infernali, è anche lo scenario cupo in cui scorrono attraverso il cielo i messaggi rossastri che annunciano il sangue delle battaglie…
Questi presagi, dai velocissimi asteroidi alla luna rossa alle stelle estemporanee e fuggitive, hanno una loro gerarchia nella potenza del messaggio, del simbolo, con un crescendo che tocca la punta più alta nel chiarore diffuso e forte dell’aurora boreale. Fenomeno nei tempi antichi astronomicamente inspiegabile, esso costituisce la violenza più temuta… dell’ordine divino e naturale delle cose: una luce larga che quasi trasforma la notte in giorno (la nera e scura notte ove il Tempo svela la tortura della vita dettare l’ortodossa dottrina ‘bianca o nera’ che sia…), capovolgendo la sequenza usuale che nello scorrere del tempo alterna la luce al buio (ancor oggi possiamo assistere angosciati e stupiti talvolta tumefatti a cotal segreto evento, ‘aurora’ di notte boreale incanto dell’affaticato palcoscenico di bianco vestito a torturare sovente lo stupore ed il candore riposato smarrito nella visione metafisica di altro intento ad annunciare e ‘battere’ l’inusuale e poco gradita presenza ad antichi Dèmoni discesi e convenuti alla terra prigionieri di una nuova e più strana natura…).




I chierici vedono in essa l’annuncio dell’imminente ‘Giorno del Signore’, quello, cioè che con la sua forza e giustizia avrebbe prevalso e vinto la malvagità degli uomini nell’estremo confronto fra la luce e le più nere ed oscure per quanto maligne ed arcane… tenebre… Come il giorno poteva irrompere nella notte, ed è, si badi bene, l’incrinatura più temuta nelle leggi della fisica e quindi del mondo, così la ‘metafisica’ della notte può – ed avviene spesso – (tutte le volte, cioè che l’uomo disattende la volontà della ‘stella affissa’ alla ‘parabola’ della vita; tutte le volte, cioè, che un Eretico pensiero disattente l’‘ortodossa’ disciplina; tutte le volte, nonché, il libero ingegno attesta una diversa e spirituale e forse più evoluta Natura… alla ‘fisica’ della vita torturata e smarrita…), sorgere improvvisa nel mezzo della giornata, quando si verificano eventi strani accadimenti giammai svelati, oppure, semplici ‘eclissi’ del dio Sole…




Si fa freddo improvviso lo sguardo smarrito e sudato, possibile che codesto dio può tanto? La mente percossa vacilla nell’esilio comandato, trema di fronte ad una nuova e più terribile evento divenuto paura, il satellite detto passa davanti toglie luce e calore, sino ad oscurarlo totalmente alla visibilità cui l’uomo alla ‘finestra’ attratto con nobile fiero coraggio… Tutti gli uomini in schiere composti cadono nel terrore mentre spira un vento gelido provenire dalle lontane steppe del Nord… Nelle grandi selve del nord gli uomini vedono la luna china sugli alberi fitti ed alti, sugli animali, sulla tutta la globalità della terra ammirata… Il suo chiarore la sua vista il suo ingegno sfiora le vaste brughiere a larghe chiazze…, l’erba…, i pochi alberi…
Nelle notti di plenilunio, la cavalcata di esseri demoniaci che si immagina trascorrere il cielo ha come sfondo questo paesaggio talvolta giallastro ma quantunque deserto giacché chiarore satellitare o forse solo… lunare…
La notte che arriva e scende presto in un mondo poco illuminato, soprattutto in certe stagioni dell’anno, è teatro di scene paurose, ma spesso aprono agli uomini visioni di gioia, o al contrario, (inspiegabile) ‘martirio’, a costituire, di frequente, l’accesso (se permesso… non siamo ancora ancorati al 1984 del millennio dopo giacché più evoluto…), il ponte, per il mondo ultraterreno: esseri ‘informi’ vestiti di bianco, profumati, che intonano melodie soavi, getti di luce incandescente mista a lampi di fumo, boati con formule strane e misteriose comandate dette e ripetute come strani e terapeutici intenti…, rompono la monotonia delle tenebre illuminandole di una luce vivissima che danza scalcia urla sale scende… e discende lasciando l’incredulo ‘villano’ dell’innominato Evo antico stupito trasalito smarrito…




…Scendono dal palcoscenico del cielo ed entrano nelle case dei… non ancor… morti (forse solo vivi), si accostano al letto battono il suono della spirituale presenza soprattutto nel momento la cui Anima è già in procinto di separasi dal corpo (non ha ancora fatto il dovuto testamento, il Notaro come al solito è testimone di altro e più ‘ortodosso’ intento…) ed è preparata alle visioni immateriali del mondo superiore, giacché il bianco fantasma rinnova il pendolo di un terrore antico. Materiale visione a smarrire l’Abisso innominato di chi affranto stupito e da un Dèmone rapito, almeno così dicono… (Salieri è sempre contento di cotal musica all’ora prima e terza della sua innominata e taciuta presenza…io certo non sono Mozart la fine non gradisco neppure cotal intento servito e condito…).




Le piatte e vaste brughiere del nord vivono improvvisamente nel cuore della notte la ‘fredda notte’ perenne guerra fra opposti spiriti… I morti scendono su questa immonda Terra per compiere un pellegrinaggio al sepolcro di un santo martire, vengono a pregare per la loro e sua anima (altrimenti la retta via per sempre smarrita la parola fuggita la Rima inquisita al tempo della loro e nostra comune ora…), ed i (presunti) vivi fanno Viaggi nell’aldilà contemplando la felicità dei beati, è come un andirivieni continuo da un mondo… all’altro, un’incessante  affiancarsi di vivi e morti cosicché il confine tra la vita e la morte è dunque tenue, varcato facilmente dall’una all’altra parte di una nebbia fitta quasi come una cortina…






ROSAURA


Ippogrifo violento
che hai galoppato in gara col vento
lampo privato della luce, uccello
senza colori, pesce senza squame,
e bestia senza istinto
naturale – come mai nel confuso
labirinto di queste nude rocce
hai trovato fuga, assillo e rovina?
resta al pari di Fetente
esempio per le bestie, in quest’altura;
ché io, senz’altra mèta
di quella che il destino m’ha assegnato,
cieca e disperata,
scenderò per l’aspra vetta
di quest’alto monte
che sotto il sole increspa la sua fronte.
Male accogli, o Polonia,
uno Straniero, se col sangue scrivi
il suo ingresso nella terra tua….

Non è fioca luce quella
Fugace esaltazione, esile stella,
che in tremuli languori
ma con repentini lampi e bagliori
tende al contrasto più tetro,
con lume incerto, il tenebroso anfratto?
E’ così che ai suoi riflessi
Riesco a distinguere, pur da lungi,
una prigione oscura
ch’è sepolcro a cadavere vivente;
e per mio maggior stupore
in abiti di (lupesca) belva giace
(e scorgo) un uomo,
carico di catene (e altri strani piccoli insetti),
e solo in compagnia d’una lanterna.
E poiché qui non c’è scampo,
da qui le sue sventure ascoltiamo
e ciò che dice udiamo. 
    

SIGISMONDO


Che sventurato e infelice son io!

Sapere, cieli, vi chiedo,












mercoledì 9 settembre 2015

VIAGGI ONIRICI: 'lezioni di vita' (21)









































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Il correttore di bozze (20)

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Viaggi Onirici: 'lezioni di vita' (22)














Un pomeriggio me ne andai ad un tè in una casa dove ero sicuro di incontrare persone simpatiche e se non altro con un po’ dl raro sale della ragione in ‘zucca’, cosa assai rara oggigiorno. E fra le prime che incontrai c’era una vecchia amica, che era stata ad ascoltare alcune lezioni di botanica al museo di Kensigton e ne era rimasta deliziata.
E’ il genere di persona che riesce a ricavare del buono da tutte le cose e aveva assolutamente ragione ad essere deliziata, e inoltre, come scoprii da quello che me ne raccontò quelle lezioni erano davvero interessanti ed esposte in modo piacevole.
Si era aspettata che la botanica fosse noiosa e non l’aveva trovata tale: ‘aveva imparato così tanto’. Udendo ciò, passai naturalmente a domandarle che cosa, poiché l’idea che mi ero fatto di lei era che, prima di recarsi alle lezioni, già conoscesse più botanica di quanta era probabile ne apprendesse con quelle.




Così mi disse che, prima di tutto, aveva appreso che ‘c’erano sette tipi di foglie’. Ora, io nutro sempre forti sospetti sul numero Sette, poiché, quando ho scritto ‘Le sette lampade dell’architettura’, mi è servita tutta l’ingegnosità che possedevo per impedire che diventassero Otto, o persino Nove, in mano mia. Così pensai tra me e me che sarebbe davvero incantevole se ci fossero soltanto sette tipi di foglie, ma che, forse, se si controllassero approfonditamente i boschi e le foreste del mondo, sarebbe almeno possibile che si scoprissero addirittura otto tipi, e allora dove sarebbero le nuove lezioni di botanica della mia amica?
Così dissi: ‘Questo è molto grazioso, ma che altro?’.
Allora la mia amica mi disse che non aveva idea, prima, che i petali fossero foglie. Al che, pensai tra me e me che non sarebbe stato per lei gran danno se fosse rimasta con la sua vecchia impressione che i petali fossero petali.




Ma dissi: ‘Anche questo era molto grazioso, e che altro?’.
Allora la mia amica mi raccontò che il conferenziere aveva detto che ‘il fine di queste lezioni sarebbe stato perfettamente raggiunto se lui avesse potuto convincere il suo uditorio che il fiore era una cosa che non esisteva affatto’.
Ora, in quella frase avete il più perfetto e ammirevole sunto che vi possa essere dato del temperamento e degli scopi generali della scienza moderna. Dà lezioni sulla botanica, il fine delle quali è dimostrare che il fiore è una cosa che non esiste affatto, sull’umanità, per mostrare che l’Uomo è una cosa che non esiste affatto, e sulla teologia, per dimostrare che Dio è una cosa che non esiste affatto.
Non esiste un Uomo, ma soltanto un Meccanismo, non c’è un Dio, ma solo una serie di forze. Queste due fedi sono essenzialmente una: se senti di essere solo una macchina, costruita per essere il Regolatore di macchinari meno importanti, metterai la tua statua di tale scienza sul tuo viadotto di Holborn, e riconoscerai, di necessità, che a regolare ‘te’ sono soltanto dei macchinari più importanti!



 
… Orbene, la Scienza moderna, esattamente col medesimo intento per cui dichiara che il Fiore è una cosa che non esiste affatto, ha dichiarato che l’Uomo è una cosa che non esiste affatto: esiste soltanto una forma transitoria degli ascidiacei e delle scimmie. E tutta la vera scienza – pensando che io non la possedessi, la mia guida savoiarda, giustamente mi disprezzava – tutta la vera scienza è ‘savoir vivre’. Ma tutta la vostra scienza moderna è il contrario di questo! E’ ‘savoir mourir’.
Neppure delle sue stesse scoperte, così come sono, essa può fare uso. Il sistema di segnalazione telegrafico è stato una scoperta, ed è pensabile che, un giorno, possa essere una scoperta utile. E qualche scusa c’era per il vostro inorgoglirvi un po’, quando all’incirca il sei di aprile scorso, avete annodato n filo di rame alla lontana Bombay, e lungo quello, come un fulmine, avete fatto sfrecciare un messaggio e l’avete fatto tornare indietro.
Ma qual era il messaggio, e quale la risposta?
L’India sta meglio per ciò che avete detto?
Voi state meglio per ciò che ha risposto?
Se non è così, avete soltanto sprecato una quantità di filo di rame pari a tutto il giro del mondo – e questo è, in effetti, più o meno l’ammontare della vostra azione.




Se aveste avuto, per caso, due parole di buon senso da dire, anche se vi foste affannati nell’impiegare tempo e fatica per inviarle – anche se le avete scritte lentamente con l’oro e sigillate con cento e più sigilli, e inviato una flottiglia di navi di linea per portare la pergamena, e la flottiglia avesse combattuto le intemperie circumnavigando il Capo di Buona Speranza, per un anno di tempeste, con la perdita di tutte le sue navi tranne una – le due parole di buon senso sarebbero valse il trasporto, e ancor di più. Ma non avete da dire nulla che vi si approssimi, né all’India, né a qualunque altro posto.
Pensate che sia un grande trionfo far sì che il sole disegni per voi dei paesaggi color bruno. Anche quella è stata una scoperta, e un giorno potrà forse essere utile. Ma il sole, anche prima, aveva disegnato paesaggi per voi, non in bruno, ma in verde e blu e in tutti i colori che si possono immaginare, qui ed ovunque…
Non uno di voi li ha mai guardati, allora; né a uno solo di voi importa della loro perdita, ora che avete offuscato il sole con il fumo sicché lui non può disegnare altro che delle macchie marroni attraverso un buco in una scatola….
C’era una valle rocciosa fra Buxton e Bakewell, una volta, divina come la Valle di Tempe; lì mattina e sera avreste potuto vedere gli Dèi – Apollo e tutte le dolci Muse della luce – camminare in bella processione sui prati e avanti e indietro fra i pinnacoli degli spuntoni di roccia. Non vi importava né degli Dèi, né dell’erba, ma dei contanti (che non sapevate in che modo procurarvi), avete pensato che avreste potuto procacciarveli con quella che il Times chiama ‘Railroad Enterprise’.




Avete intrapreso una strada ferrata attraverso la valle – avete fatto saltare in aria le sue rocce, ammucchiato migliaia di tonnellate di argillite nel suo incantevole fiume. La valle è svanita, e con essa gli Dèi, e ora ogni stolto di Buxton può essere a Bakewell in mezz’ora e ogni stolto di Bekewell a Buxton, cosa che voi considerate un lucroso processo di scambio – voi, STUPIDI OVUNQUE!
Parlare a distanza, quando, anche se foste vicinissimi, non avreste nulla da dire; andare veloce da un posto ad un altro, con nulla e niente da fare nell’uno o nell’altro: questi sì che sono poteri da deficienti.
Il potere di accrescere la produzione, se voi effettivamente lo possedeste, sarebbe, a maggior ragione, qualcosa di cui vantarsi. Ma siete del tutto certi di averlo – che il morbo mortale dell’abbondanza e la piaga della ricchezza di cose buone siano tutto ciò che avete da temere?
Prima che otteneste i vostri telai meccanici, una donna poteva sempre farsi una camicia e una sottana dall’aspetto vivace e grazioso, ma adesso, qui in Inghilterra, eccovi serviti da demoni domestici, con almeno cinquecento dita che tessono, al posto dell’unico che era solito tessere al tempo di Minerva. Dovreste essere in grado di mostrarmi cinquecento vestiti al posto del singolo vestito che c’era prima, l’ordine dovrebbe essere diventato cinquecento volte più preciso, l’arazzo dovrebbe essere aumentato nella sua iridescenza fino a cinquecento volte l’iridescenza degli arazzi. Non soltanto la vostra giovane contadina dovrebbe starsene sdraiata sul divano a leggere poesie, ma dovrebbe anche avere nel guardaroba cinquecento sottane invece di una.....

(Prosegue....)


















domenica 6 settembre 2015

IL PRIMO (Dio) (61)
















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Frate Girolamo vescovo di 'Carafa' (60)

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Il Secondo (Dio) (62)













Scavo nella memoria,
scavo la zolla,
scrivo con l'aratro il sogno nascosto
confuso con il passato.
La pietra assume visione
di un altro Dio,
per tanti è solo un incubo
mal scolpito.
La pietra mi racconta
un'altra visione,
coniata nel profilo di una moneta,
nella giara antica dove la tomba
l'ha restituita.
Racconta un diverso amore
e la terra di un altro colore.
Racconta la gloria di un altro peccato,
racconta la storia di un altro Dio,
forma la statua di un altro oracolo.
Racchiuso nella pergamena di un filosofo,
raccolto dalla parola di un'astronomo,
raccontato per bocca di uno storico,
intuito dalla mente di un matematico.
(G. Lazzari, Frammenti in Rima; Il Primo Dio 12/3)












... Conferme sostanziali a quanto detto finora troviamo nella teoria dei Neopitagorici
dichiarati, di coloro di cui, seppur approssimativamente e parzialmente, conosciamo
la collocazione storica, la produzione teorica e soprattutto l'appartenenza al neopita-
gorismo.
In tutte le trattazioni documentanti il monismo trascendenstico neopitagorico e la su-
bordinazione del principio diadico alla Monade  suprema, è citato innanzitutto un pas-
so, riferibile a Moderato di Gades, il passo in questione ha costituito un rovello per i
critici, sia sul piano testuale, sia sul piano della storiografia filosofica.




"Sembra che i primi fra i Greci ad avere questa concezione della
materia siano stati i Pitagorici e, dopo di loro, Platone, come an-
che Moderato attesta.
Costui infatti, seguendo i Pitagorici, dimostra che 'il Primo Dio' è
al di sopra di ogni essere e di ogni essenza; dice poi che il 'secon-
do Uno', che è l'essere in senso assoluto e l'intelligibile, sono le
Forme, mentre il 'Terzo Uno', che è quello in cui consiste l'anima
partecipa al Primo Uno e alle forme e che la natura che viene ul-
tima dopo questo (dopo il Terzo Uno), ossia la natura delle cose
sensibili, non partecipa di quelli, ma riceve il suo ordine per un
riflesso di quelli, poiché la materia delle cose sensibili è l'ombra
del non essere che si trova in primo luogo nella 'quantità' (= nel-
la materia intelligibile) ed è ancora inferiore a quello, derivando
da esso".




Al culmine della gerarchia ontologica qui presentata figurerebbe dunque un Uno
assolutamente trascendente, simile, si nota talora, al Bene Platonico, per il suo
essere, e verosimilmente d'altronde sopranoetico.
'Dopo' questo, viene un 'Secondo Uno', Intelligibile e sede delle Forme: non c'è,
nella descrizione di esso, nessuna espressione che ne allarghi il concetto oltre
quello del paradigma del 'Timeo', che cioè consenta di parificare questo 'Secon-
do Uno' al Dio aristotelico o a quello medioplatonico, in quanto Intelligente, o
nous, oltre che intelligibile o noetòn, e che dunque trasformi le idee in noèma-
ta divini.
E tuttavia, dato il parallelo consolidarsi di queste nozioni nella teologia medio-
platonica e nella stessa letteratura preparatoria al neopitagorismo, è effettiva-
mente probabile che questo 'Secondo Uno' di Moderato sia nous e che le Forme
costituiscano i suoi pensieri.




Il 'Terzo Uno' infine è la sede dello psichico e dunque l'Anima del Mondo.
Essa è esplicitamente legata ai primi due (partecipa al 'Primo Uno' e alla For-
me) da un rapporto di metessi, che può perciò forse considerarsi rapporto in-
tercorrente fra 'tutti e tre' i primi livelli del reale (anche il 'Secondo Uno' parte-
ciperebbe del 'Primo'): invece la physis, il complesso delle cose sensibili, si pre-
cisa, non partecipa dei primi tre livelli, ma ne 'riflette' solo l'ordine.
E' dunque ravvisabile qui effittivamente 'una gerarchia dell'essere su tre livelli -
e perfino su quattro, se includiamo la natura - in cui il livello più basso dipende
in qualche modo da quelli ad esso superiori'; già fin qui la teoria riferita assomi-
glia molto al sistema triadico delle ipostasi plotiniane: ma la somiglianza risalta
di più, se si legge il seguito del passo, in cui Simplicio, per il tramite di Porfirio
ed in un modo che rende piuttosto difficoltosa una distinzione fra le dottrine di
costui e quelle di Moderato, riferisce una teoria della materia.



E' questa seconda parte d'altronde che risalta il monismo di Moderato, nella
sua manipolazione dell''originario dualismo', e che emerge forse il suo mate-
matismo.
Porfirio, continua dunque Simplicio, cita Moderato e riferisce la seguente teo-
ria della materia, la quale esplicita le ostiche ultime battute della prima parte
del passo (la materia delle cose sensibili è un'ombra del non essere che si trova
in primo luogo nella 'quantità'): 'volendo il Lògos dell'unità come da qualche par-
te dice Platone, produrre la generazione degli esseri a partire da sé, attraverso
un processo di privazione separò da sé la 'Quantità', sottraendo da questa tutti
i propri lògoi e le proprie forme.




Nel seguito della sua relazione, Porfirio-Simplicio riferisce il complesso di nomi
con i quali Moderato e Platone avrebbero chiamato la 'Matera/Quantità' e pre-
cisa che questa Quantità - cioè l'èidos che si concepisce sia privato di tutte le
forme che contiene - è paràdeigma della materia che è nei corpi: i Pitagorici e
Platone chiamavano anche questa materia quantità, intendendola come idea,
bensì appunto come privazione, dispersione, deviazione da ciò che è e dunque
come "male"; per questo, si conclude, la materia sensibile non è altro che una
deviazione dell'intelligibile.
A noi, ancora, non interessa tanto sottolineare l'effettiva somiglianza della dot-
trina con la teoria plotiniana della materia, quanto fare qualche considerazione
esplicativa sul processo di 'generazione' della 'Materia/Quantità' e sui tratti ma-
tematistici impliciti nella teoria.




L'elemento che 'genera' l'èidos 'Materia/Quantità', determinandola come priva-
zione di tutte le sue forme', è stato spesso identificato con il 'Primo Uno'; ef-
fettivamente, la possibilità di descrivere una 'comunanza del genere', ma una
gerarchizzazione del 'Primo Uno' e del 'Secondo Uno' ed una 'generazione' del-
la 'Materia/Quantità' a partire dal 'Primo Uno', accomunerebbe la teoria di
Moderato a quelle di Sesto Empirico e di Eudoro, i cui concetti sarebbero me-
glio esplicitati nella dottrina di Moderato: tutte indicherebbero una trasforma-
zione sostanzialmente simile del dualismo in monismo.




Molto si potrebbe d'altronde dire sui tratti matematistici di Uno-Dio Supremo,
capace di generare per privazione dei lògoi e delle forme un ente intelligibile
che è precisamente ipostatizzazione della 'Pura Quantità' ed ancora sulla confi-
gurazione matematistica di quegli stessi lògoi e di quelle forme.
In sintesi quindi, è ascritta a Moderato una gerarchia ontologica, con a capo un
pròtos hèn assolutamente trascendente (oltre l'essere e l'essenza), verosimilmen-
te identificabile con il Dio Primo, nozione alla quale lavorarono parallelamente i
Medioplatonici e già avevano lavorato gli autori di pseudepìgrapha e coloro cui
si rifanno le relazioni anonime sui Pitagorici.
Il 'Primo Uno' è legato da un rapporto di metessi al 'Secondo ed al Terzo Uno':
i documenti visti fin qui e d'altronde la successiva Introduzione Aritmetica' di Ni-
comaco mostrano come il neopitagorismo andasse sistemando la stessa relazione
genere-specie in rapporto unilaterale e gerarchico di pròteron-hysteron e non ab-
biamo ragione di escludere che tale fosse anche il tipo di rapporto, descritto co-
me metessi, intercorrenti fra i tre 'Uni' di Moderato.




Il 'Secondo Uno', sede delle forme-paradigma e forse dello stesso intelletto, ge-
nera e perciò subordina a sé la Materia Intelligibile, agendo dunque come già a-
givano la monàs descritta dal Poliistore e la pròte Monàs di Sesto Empirico. 
Questa 'generazione' è descritta come privazione delle proprie forme; come pri-
ma già accennato, sarebbe ravvisabile una caratterizzazione aritmetica in un'ipo-
stasi che dà luogo precisamente alla 'Quantità Pura', se privata delle sue forme:
il 'Secondo Uno' di Moderato potrebbe perciò essere modellato sulla monade arit-
metica che, come spiegherà Nocomaco è radice naturale e principio di tutti i
numeri, poiché è capace di produrli da sé.
(Prosegue....)

(L. M. Napolitano Valditara, Le idee, i numeri, l'ordine)