CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 28 settembre 2022

NUOVI GIOCHI DI MONTAGNA (31)

 










Precedenti capitoli:









Circa la Tempesta... (29/30) 


& Salviamo le nostre montagne!







Percorrendo le valli prealpine avviene sovente di osservare una gran diversità nel paesaggio tra la parte più elevata e la parte più bassa dei pendii, su ambo le sponde. Il Fiume, di solito, scorre incassato in burroni profondi oppure in una valle ristretta fra le chine molto erte, con chiuse frequenti, ove le rocce si addossano quasi in atto di sbarrare la valle. Se però superiamo quei pendii ripidi e quelle rocce ci troviamo per lo più come portati in una regione più aperta, con declivi assai più dolci, talora passanti a veri altipiani in modo che il vallone dianzi nominato si presenta come una incisione fatta dalle acque nel paesaggio pianeggiante.

 

Sembra che anticamente le nostre regioni fossero assai meno aspre, più ampie e meno ripide le valli; e che i Fiumi vagassero in quel paesaggio fra montagne già da tempo adattate a tale stato d’equilibrio; insomma possiamo dire che i Fiumi ancora potevano circolare liberi nel lento scorrere dei loro Pensieri, diciamo più elevati Pensieri per ciò cui hanno sempre creato.

 


Benché l’invisibile nemico, il quale tra l’altro si specchia su cotal Fiume (o vena di Ricchezza) immaginandosi astuto, ha pensato… credendo o sperando di ‘cogitare’ ancora (giacché privo di atto contemplativo!), come al meglio incatenarlo, e con Lui anche le più inaccessibili Ragioni dell’Universo (inaccessibili giacché l’idiota - ‘pensa di pensare’ in simil ‘atto cogitato’ ciò denominato nell’atto privo di principio cogitante - tra l’altro - di sovrintenderne Ragione e Pensiero, così da prevederlo nelle turbine dell’energia trasmutata al proprio ed altrui ‘cogitato’ convertitore non ancora esportato…); donde un Elevato Primo atto contemplato e cogitato in codesto homo, difettando della necessaria dovuta comprensione circa Natura e Dio, ne distorce il vero contenuto volto alla ‘universale’ comprensione d’ogni Elemento donde proveniamo; dacché ci proclamiamo figli giammai di un industrioso idiota ben allevato entro e fuori il proprio alveare di cristallo - o formicaio sotterraneo; ma quantunque ci riconosciamo nella Natura per ogni Elemento vivo ed imprigionato dall’altrui elevato ‘atto mal cogitato’!




Se vuole l’idiota potrà dispensare la sua venuta con un breve accenno circa il prometeico potere per gioco incatenato, e farla divenire quotidiana ‘tortura’ giacché da quel mondo in verità e per il vero proviene la sua dubbia natura; peccato, però, che la Natura ben sovrintende e conosce quanto da Lei creato, talvolta privandolo del pensiero cui aspira…; così oltre agli antichi Fiumi come dicevo, adesso riesce a controllare anche la singola particella, non più donde proviene il misero limitato intelletto in motivo del falso progresso, bensì la frammentata particella (o onda) la qual uomo pensa, in sragione dello stesso intendimento poter, a suo piacimento, controllare e abdicare all’inutile propria bassa Ragione asservita all’istinto regredendo il forma materiale di orango.

 

L’orango vien osservato nelle fasi alterne del fuoco prometeico, quando cerca di riscaldare la propria ed altrui falsa Ragione in siffatto ‘atto’, è triste osservarlo non men che tradurlo nell’improprio intento - o antico intendimento -, accompagnato dall’istinto non meno dell’intestino, mentre cerca di accendere il fuoco consumato al freddo o alla brace di ugual appetito innato, medesimo di quando chino alla propria caverna sfregava le pietre per la prometeica scintilla dall’alba al tramonto della nuova èra!




Le pietre vennero incise, ed hora sono tutte contenute nel piccolo palmare della propria pelosa e sporca mano, per ogni simbolo l’orango accende la propria scintilla, peccato, però, che talvolta il Fuoco sfugga alla reale comprensione ove l’istinto lo pone, e nel Nulla perirà qual utile nutrimento d’un fuoco amico…

 

Se pur vaccinato!    

 

Dedichiamo questo breve Frammento sperando che tal idiota del Progresso lo possa intendere, giacché non speriamo che il miracolo evolutivo della Vita possa qualcosa in un orango ammaestrato…

 

L’Idea però non si impone precipitando negli abissi in cui osserviamo l’orango, sia perché il cielo benigno che si stende al di sopra dona la nota calma che non induce a tali pensieri differenti e dissimili da un orango, conviene quindi che la vera scienza dell’Intelletto additi la forma primitiva dei monti, risuscitandola.

 

(Giuliano)

 

 


 

Avete trascurato la Natura, cioè non avete rispettato quelle sensazioni profonde e sacre che ci comunicano i paesaggi naturali, avete trasformato le Cattedrali della Terra in piste da corsa; il vostro unico piacere è scarrozzare in vetture motorizzate lungo le loro navate, e mangiare come maiali sui loro altari.

 

State costruendo nuovi ‘sudari’ o strani ponti mobili sulle cascate, avete trasformato con una galleria la più bella scogliera di Lucerna, le Alpi stesse che i vostri poeti amavano con rispetto, le considerate pali insaponati in un parco di orsi, su cui voi stessi vi arrampicate e scivolate con grida indemoniate; e quando smetterete di urlare, non avendo più voce per manifestare la vostra allegria, riempite la quiete delle valli con esplosioni di polvere da sparo…

 

(J. Ruskin 1870)




Il 1865 è un anno fondamentale per l’alpinismo moderno, iniziato nel 1786 con la prima scalata del Monte Bianco e proseguito fino a oggi. In quell’estate vengono mandate a segno oltre quaranta prime soltanto tra i Pirenei e le Dolomiti: per ricordarne alcune, le Grandes Jorasses, Aiguille Verte, Wellenkuppe, Obergabelhorn, Aiguille de Bionnassay, Breithorn, Tschingelhorn, Mont Blanc de Cheilon, Nesthorn, Grande Mèsule, Piz Roseg, Piz Buin, Cima Tosa, Tofana di Dentro, Cevedale, Monte Cristallo.

 

Oltre a queste, alcuni nuovi itinerari pioneristici come lo Sperone della Brenva sul versante sud del Monte Bianco, la Cresta del Leone sul Cervino, il pilastro nord del Silberhorn, la traversata dell’Ortles da nord a sud. Il mestiere di guida alpina è ormai consolidato, e nei paesi turistici emergenti come Chamonix, Valtournenche, Zermatt, Grindelwald e Cortina d’Ampezzo crescono vere e proprie dinastie di professionisti.

 

Nel 1890, anno della morte di Carrel, un imprenditore chiede al governo federale di Berna le concessioni per costruire un impianto di risalita da Zermatt al Gornergrat e un secondo da Zermatt alla cima del Cervino.

 

Presto i giornali annunciano che le opere verranno iniziate.

 

L’impianto sul Gornergrat entra effettivamente in funzione nel 1899, l’altro per fortuna no. Però l’audace progetto, messo a punto dall’ingegnere Xaver Imfeld, esiste tuttora: una linea che arriva fino all’Hörnli e poi prosegue dentro la montagna, attraverso un tunnel rettilineo lungo due chilometri, fin quasi sotto la cima del versante di Zmutt, dove i passeggeri sarebbero sbucati. Come fanno in fretta fantasia e tecnologia a condurre l’alpinismo ai limiti dell’assurdo! A cinque anni dalla morte di Carrel, Whymper torna al Breuil e percorre la sua via fino a metà verso la cima: per scattare delle fotografie. 

(R. Messner)




Da allora ad oggi, l’inizio della Fine…, ritorniamo sugli stessi luoghi….: 

 

COMUNICATO STAMPA

 

Ayas, 30 agosto 2020

 

 

La società Cervino SpA si fa partito e parte all’attacco del Vallone delle Cime Bianche, in piena campagna elettorale. Dopo l’improvvida uscita del Presidente del proprio Collegio sindacale per costituire il Comitato Collegamento Cervino-Monterosa, scende ora in campo direttamente la Società Cervino SpA, la società che gestisce gli impianti di risalita nella Valtournenche, per promuovere con una newsletter indirizzata agli operatori turistici e in piena campagna elettorale, la discutibile campagna a favore del Collegamento funiviario Ayas/Cervinia, sulla base delle note e fumose argomentazioni propagandistiche.

 

La discesa in campo della Società Cervino nella campagna elettorale è particolarmente grave perché si tratta di una società pubblica (partecipata Finaosta all'86,33%) che dovrebbe attenersi alla buona gestione societaria, a realizzare gli interventi concordati con la proprietà pubblica e non a promuovere gli interessi di un Comitato privato. Di questa discesa in campo la società Cervino dovrà rendere conto. Si diffida formalmente la società Cervino, e i Consorzi turistici finanziati dalla Pubblica Amministrazione, dal continuare a intervenire in modo scorretto e improprio nella campagna elettorale.




Negli ultimi dieci anni la Società Cervino si è occupata più di avventate operazioni immobiliari, quale l’operazione Gran Baita sulla quale sta indagando la magistratura, che non di ammodernare i propri impianti e servizi: ad esempio l’obsoleta sciovia che collega il comprensorio della Valtournenche con quello del Breuil, la dotazione di parcheggi del tutto insufficienti, il rifacimento o lo smantellamento di sette importanti impianti funiviari in disuso da più di trent’anni.

 

Nel merito, la società Cervino si fa portavoce di argomentazioni infondate e talora false del Comitato Promotore. L’idea del grande comprensorio è unicamente un’operazione d’immagine, in realtà sarebbe unicamente un carosello d’impianti perché nel Vallone delle Cime Bianche non sono possibili piste da sci.

 

Quanti prenderebbero 5/6 impianti per venire a fare una sciatina al Bettaforca e altrettanti per ritornare a Zermatt?

 

Una percentuale prossima allo zero.




Impatto ambientale minimo: una bugia colossale, che dà conto dell’attenzione all’ambiente da parte dei promotori e della stessa società Cervino. Il collegamento perorato prevederebbe una sequenza di 4 cabinovie, di cui 3 nel cuore del Vallone delle Cime Bianche con la posa di piloni ogni 150 metri, cioé 55/60 piloni da Frachey al Colle superiore delle Bianche, senza contare le stazioni intermedie: una devastazione.

 

Neppure un accenno al fatto che il Vallone delle Cime Bianche per gran parte gode della massima tutela ambientale a livello europeo con l’identificativo “IT1204220 - Ambienti glaciali del gruppo del Monte Rosa”, che prevede l’esclusione di nuove infrastrutture.

 

Chi mette i soldi per la campagna propagandistica di chiaro sapore elettorale?

 

Le Cime Bianche, bianchi dentini carbonatici che orlano la testata della Val d’Ayas sul confine con la conca del Breuil, sono un’insolita presenza in un paesaggio dominato da rocce più scure. Si tratta di un confine non solo geografico, ma anche simbolico. Da una parte domina l’invasione dello sci di pista con le sue modernissime strutture invasive, dall’altra un’area di tutela ambientale della rete Natura 2000: “Ambienti glaciali del gruppo del Monte Rosa”.




Nonostante la presenza dei vincoli ambientali, sanciti dalla legislazione europea, nazionale e regionale, la Monterosa Ski, che gestisce il dominio sciistico delle valli del Monte Rosa, sta portando avanti, con l’acquiescienza della Regione Valle d’Aosta, uno studio che in base ad un qualche cavillo consenta di collegare Cervinia alla Val d’Ayas via fune, attraversando l’area protetta lungo il vallone dele Cime Bianche. La motivazione principale del progetto consiste nel fatto che il vallone delle Cime Binche è l’unica area rimasta immune da impianti di risalita nella traiettoria Zermatt – Alagna.

 

Nonostante la diffida inviata in data 5 dicembre 2020 dalle maggiori associazioni di tutela dell’ambiente montano a firma dell’Avv. Paola Brambilla di Milano e nella sezione Società trasparente non se ne abbia traccia, dalla seduta di ieri del Consiglio regionale abbiamo appreso cha la società Monterosa SpA ha proceduto ad affidare gli studi preliminari riguardanti il progetto di collegamento funiviario nel Vallone delle Cime Bianche.




Una scelta sorda alle richieste di rispetto della normativa di tutela e cieca di fronte alla bocciatura di progetti simili. Il D.M. 17-10-2007 “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS). Pubblicato nella Gazz. Uff. 6 novembre 2007, n. 2582, non lascia adito a dubbi All’art. 5 lettera m, stabilisce in modo inequivocabile che sia vietata la: “realizzazione di nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da sci, ad eccezione di quelli previsti negli strumenti di pianificazione generali e di settore vigenti alla data di emanazione del presente atto....”.

 

 L’unica deroga è quella prevista al capoverso 4 dell’art. 1 del Decreto stesso, che recita “Per ragioni connesse alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica o relative a conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente, si può provvedere all’autorizzazione di interventi o progetti eventualmente in contrasto con i criteri indicati nel presente atto, in ogni caso previa valutazione di incidenza, adottando ogni misura compensativa atta a garantire la coerenza globale della rete Natura 2000”.

 

Non è certo questo il caso del progetto funiviario.




In più, in data 14 maggio 2021 il Ministero della transizione ecologica, con nota della Direzione generale per il patrimonio naturalistico, ha sonoramente bocciato l’autorizzazione concessa dalla Regione Lazio per un intervento del tutto simile in area tutelata Natura 2000 sul Monte Terminillo. Monterosa SpA (partecipata Finaosta al 94,57%) dovrà ora assumersi tutte le responsabilità per lo sperpero di fondi pubblici (403.000 euro) ai fini della realizzazione di un intervento impossibile.

 

Non solo, si continua così ad alimentare false aspettative fra alcune fasce delle popolazioni e degli operatori interessati e a perdere anni preziosi nell’inseguimento della manna che cade dal cielo anziché lavorare per migliorare gli impianti esistenti, per mettere a punto offerte turistiche innovative e per individuare strategie di sviluppo all'altezza dei tempi. Ne beneficeranno le attese speculative legate alla rendita immobiliare, come avvenuto al Breuil/Cervinia con l’affaire Gran Baita e come si paventa ad Ayas con l’ex Ermitage di località Crocetta4. La Valle d'Ayas, in primo luogo, ne pagherà le conseguenze.

 

Ayas, 22 luglio 2022 

 

Mountain Wilderness










martedì 27 settembre 2022

IL FIUME IN TEMPESTA (29)

 










Precedenti capitoli circa: 


Il Limite della vita (27/8) 


Prosegue con la...: 







Tempesta del Fiume  (30)







 

Carrel lancia un grido nel sonno e alza la testa, come se si fosse svegliato.

 

   ‘Ha chiamato?’

 

chiede Sinigaglia.

 

   ‘No’,

 

risponde Gorret, la giovane guida alpina.

 

‘Sta sognando. Forse la transumanza, ma non più la caccia’.

 

    ‘Ha paura?’

 

    ‘Di cosa?’ 

 

    ‘Magari del maltempo’.

 

Gorret guarda Carrel, sdraiato sul suo tavolato a russare. Si è addormentato subito, nel piccolo rifugio a metà strada verso la vetta.    

 

 ‘No, ha preso sonno prima che scoppiasse la tempesta’.   


  


 

‘E allora come mai quest’urlo spaventoso?’    

 

 ‘Jean-Antoine è stanco. Sono giorni ormai che a mezzanotte è già in attività, prima sul Monte Bianco, poi la traversata da Chamonix a Courmayeur attraverso i passi’.     

 

‘Capisco, dev’essere davvero esausto’.     

 

‘Ritirata?’

 

chiede Sinigaglia mentre si scalda le mani davanti al fuoco.     

 

Gorret scuote il capo. Guarda storto il torinese, solo per un istante, e borbotta qualcosa tipo

 

‘No, no’.

 

Non torneranno indietro, lui ha bisogno del compenso da guida per i suoi figli.    



 

Dentro la piccola stufa a muro crepitano ciocchi di legno, sul tetto tirano raffiche di vento degne di un uragano. Quando Carrel si sveglia, si guarda attorno, fiuta l’aria di quella stanza fumosa, tende l’orecchio verso il temporale: un animale spaventato.     

 

‘E questa tempesta?’

 

chiede, come assente.     

 

‘Venuta all’improvviso, dal nulla’,

 

gli risponde Gorret.     

 

‘Non mi piace per niente’.

 

Segue un lungo silenzio.

 

‘C’è neve fresca?’    

 

 ‘Grandine e neve’.     




‘Quanta?’    

 

 ‘Non lo so’.

 

[….]

 

…E dov’è il resto del mondo?

 

Dietro a nubi che s’inseguono veloci, Carrel scorge una pallida luna invernale, così lontana ed eterea che non sembra nemmeno di questo mondo.

 

‘Il cielo non c’è più’,

 

Gorret sente dire al vecchio mentre torna dentro al rifugio. Carrel si scuote, alza la testa, mormora qualcosa. Ora lo sa anche Sinigaglia: non si mette bene.

 

Arrivati al rifugio, in tarda mattinata, avevano incontrato Daniele e Antonio Maquignaz, Pietro Maquignaz e Edoardo Bich, che avevano attrezzato un tratto di via con corde fisse. Le giovani guide avevano rafforzato la speranza di Sinigaglia che il giorno seguente il tempo sarebbe stato magnifico: Carrel sarebbe senz’altro riuscito a condurre la sua squadra in vetta!




Verso le tre del pomeriggio, il gruppo Maquignaz era sceso verso il Breuil. Carrel era rimasto a guardare i quattro giovanotti e li aveva salutati un’ultima volta con la mano. Poi aveva voluto riposarsi un attimo. Ora, dentro al rifugio, Carrel non parla. Controlla ancora una volta il tempo: dal Monte Bianco soffiano nuvole di tempesta, il cielo si è incupito come un oceano in burrasca.

 

Quando esce per la terza volta dal rifugio, la depressione ha raggiunto la Dent d’Hérens; i seracchi a lui familiari e le creste di ghiaccio filigranate sono spariti, sulla grande montagna a ovest regna solo il caos: un quadro nei toni del nero e del blu. Carrel spera si tratti di un temporale passeggero.

 

 Però prevede guai, è incerto.

 

Il vento che soffia da nord aumenta ora dopo ora.




Carrel rimugina, rievoca con la memoria i peggiori episodi di maltempo della sua vita da guida alpina. Come se dai pericoli scampati fosse possibile trarre la forza di sopravvivere. Spetta a lui la responsabilità, ora non può commettere errori, non può allarmare l’ospite. Se avessero continuato verso la vetta come voleva Sinigaglia, a quest’ora, in discesa, si sarebbero trovati in trappola: chissà dove, senza riparo, ancora molto in alto sulla montagna. Nel frattempo, anche l’ospite ha capito che se Carrel non avesse imposto quell’attesa a quest’ora sarebbero tutti morti.

 

Il vecchio era riuscito a prevedere il brusco cambiamento?

 

A intuire cosa sarebbe accaduto?

 

Il tempo aveva iniziato a peggiorare soltanto dopo che i quattro giovani avevano lasciato il rifugio. E lo aveva fatto con una rapidità ignota tanto a Sinigaglia quanto a Gorret.

 

Che tempesta!

 

Neve, prima a ciel sereno, poi neve ghiacciata.

 

(R. Messner)           


 


 

 Vi ricordate, non è vero, che vi ho parlato di quella grande e nobile società dei morti, che non permette a nessuna persona sciocca o volgare di entrarci?

 

(J. Ruskin)

 

 

La data del 1851 inizia a Zermatt, colla presenza del famoso alpinista Alfred Wills, il periodo delle conquiste. Non è più solo l’amore della scienza che eccita gli animi e sospinge l’uomo sulle cime, ma la passione vera del monte e la conquista del medesimo. Ben 9 anni dura la lotta col Monte Rosa, infine nel 1855 quest’eccelsa sommità viene debellata. In quell’anno nasce a qualcuno l’idea di scalare anche il Cervino; Dollfuss-Ausset ne insegna il modo :..... in pallone!

 

Piemontese Angelo Sismonda, il quale col suo libro compieva la prima opera di ravvicinamento fra le regioni montane e gli abitatori delle città. Il Rey ricorda però con compiacenza alcune luminose eccezioni, ossia i primi cultori dell’alpinismo in Italia: Pietro Giordani (1801) Vincent e Zumstein (1819), Gnifetti e l’abate Chamonin (1842), e infine il Padre della Patria, che ‘professò pubblicamente, prima di ogni altro forse, in Piemonte, la passione dei monti’.

 

Il Rey ci ricorda gli abitanti, gli usi e i costumi della valle, le emigrazioni periodiche, cine in parte si verificano tuttora, le feste, le storie lunghe, per lo più di fate, in cui il Cervino entra tratto tratto, e infine le comitive che percorrono la Valtournanche. Quivi non esisteva il mestiere di guida e nemmeno quello di albergatore: unico, il parroco dava alloggio e contorto ai viandanti nella sua ‘cure’.




Solo nel 1855 troviamo nel villaggio di Valtournanche il modesto Hotel du Mont- Cervin, che prese poi nome di Hôtel du Mont Rose. Esso è l’attuale locanda albergo, ‘che tiene il suo piccolo posto nella grande storia del Cervino’. Per convincersene, basta sfogliate il libro dei viaggiatori, contenente le firme di quasi tutti gli illustratori del Cervino. Nell’anno successivo (1856) si apre l’albergo al Grornein, il quale viene via via ampliandosi, sino a costituire l’attuale grandioso hotel.

 

Interessante, soprattutto, è la storia remota del Colle del Teodulo, pel quale transitavano i pellegrini che per la Valtournanche recavansi a Sion ‘la piccola Gerusalemme del Vallese’. Ma sul finire del secolo VIII viene la luce della scienza a fugare le tenebre e la santificazione del Colle: è De Saussur che vi colloca la sua famosa tenda e procede ai suoi studi di geologia. Sessant’anni dopo (1849), i viaggiatori erano meravigliati ai trovare lassù, accampati al riparo di una tenda mal rabberciata, due poveri coniugi J. Pierre Meynet, i quali loro offrivano cibi e i propri servizi.




Durante questo soggiorno estivo di 3 mesi al Teodulo, essi attendevano alla costruzione di una baracca destinata a dar ricetto ai passanti. E questa venne terminata nel 1855 dal successore di costoro, certo B. Meynet.

 

Interessa pure la storia delle prime guide della valle.

 

In epoca anteriore al 1840 i viaggiatori duravano molti stenti prima di trovarvi una guida, la quale era poi quasi sempre un contrabbandiere, iniziato assai poco ai misteri della montagna. Ma come i valligiani si accorsero che gli alpinisti cominciavano ad affluire nella loro contrada, ‘compresero che c’era qualche cosa da guadagnare: allora sentirono di essere guide, e una vera smania li colse e un sentimento di emulazione’, di fronte alle guide che da Chamonix e da Zermatt capitavano nella Valtournanche (dopo il 1857). E fu questa delle guide straniere una buona scuola per le nostre, e tanto  più l’appresero, in quanto comprendevano che, emancipandosi dalle guide savoiarde o vallesane, essi avrebbero acquistato maggior nome e ricavato e maggior profitto.


(Prosegue...)