CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 17 settembre 2022

L'IMMAGINE DEL MONDO (25)

 























Precedenti capitoli: 


di un uomo nato dalla Terra   


& la cultura del branco (24)



 





Prosegue verso l'Abisso [26]  









& nel Limite  


.....della vita  (27/8)

  






 

Vi ricordate, non è vero, che vi ho parlato di quella grande e nobile società dei morti, che non permette a nessuna persona sciocca o volgare di entrarci?

 

Che cosa credete che volessi dire con ‘volgarità’?

 

Che cosa intendete voi per ‘volgarità’?

 

Sarebbe un argomento di utile riflessione, ma, per farla breve, vi dirò che l’essenza di ogni volgarità sta nella totale mancanza di sensibilità. Non mi riferisco a quella volgarità semplice e innocente che altro non è che una certa ruvidezza indisciplinata dell’Anima e del corpo, ma parlo della vera volgarità, quella innata, che rivela una insensibilità terribile. E, se spinta all’estremo, può diventare capace di ogni tipo di azione e misfatto, e perfino di crimine, è senza paura, senza piacere, senza orrore, senza pietà.

 

Gli uomini diventano volgari perché la loro mano è rude, il loro cuore morto, la loro inclinazione malata e la loro coscienza indurita; e diventano sempre più volgari nella misura in cui non sono in grado di dimostrare partecipazione, comprensione, non sanno dimostrare tutto ciò che, con un termine comune ma preciso, può essere chiamato ‘tatto’ del corpo e dell’animo.

 

Quella finezza che distingue la mimosa tra gli alberi, quella grazia e pienezza di sentimento che va oltre la Ragione, e che guida  e onora ed in qual tempo eleva la Ragione stessa.

 

La Ragione ci guida ad individuare ciò che è vero, ma è soltanto la passione, donata da Dio agli uomini che può farci riconoscere ciò che Dio ha reso buono.

 

Uniamoci quindi a quella grande Società dei morti, non solo per sapere da loro ciò che è vero, ma soprattutto per sentire con loro ciò che è giusto.

 

Tuttavia per sentire questo insieme a loro, dobbiamo diventare come loro, ma il nostro cambiamento implica fatica e impegno.

 

(J. Ruskin)





 

Quando, nell’ottobre 1913, ebbi la visione dell’alluvione, mi trovavo in un periodo per me importante sul piano personale. Allora, all’età di quarant’anni, avevo ottenuto tutto ciò che mi ero augurato. Avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere e ogni felicità umana. Cessò dunque in me il desiderio di accrescere ancora quei beni, mi venne a mancare il desiderio e fui colmo d’orrore. La visione dell’alluvione mi sopraffece e percepii lo spirito del profondo, senza tuttavia comprenderlo. Esso però mi forzò facendomi provare un insopportabile, intimo struggimento, e io dissi:

 

‘Anima mia, dove sei?

 

Mi senti?

 

Io parlo, ti chiamo...

 

Ci sei?

 

Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta.




Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c’è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato.

 

Mi conosci ancora?

 

Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com’è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine’.

 

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l’aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all’anima umana. Pensavo e parlavo molto dell’anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l’avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima.




Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l’anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l’anima è una cosa dipendente dall’uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un’inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all’anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo.

 

Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più.

 

Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini.

 

Nulla sa dell’anima sua.

 

Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose?




La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione.

 

Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa.

 

L’immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l’anima sua è povera e indigente. La ricchezza dell’anima è fatta d’immagini.

 

Chi possiede l’immagine del mondo, possiede la metà del mondo, anche se il suo lato umano è povero e indigente.

 

Ma la fame trasforma l’anima in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore.

 

[……]




La notte seguente l’aria era gremita di voci.

 

Una voce tonante urlò: ‘Sto cadendo!’.

 

Altre intanto gridavano, confuse ed eccitate:

 

‘Dove?'.

 

Cosa vuoi?’.

 

Devo affidarmi a questo diavolio? Rabbrividisco. È un abisso spaventoso. Tu vuoi che mi abbandoni al caso, alla follia del mio lato oscuro? Dove? Dove? Tu cadi e io voglio cadere insieme a te, chiunque tu sia.

 

Allora lo spirito del profondo mi aprì gli occhi e io vidi le cose più intime, il mondo multiforme e mutevole della mia anima.

 

Vedo grigie pareti di roccia lungo le quali m’inabisso a grande profondità.




Mi trovo davanti a una buia caverna, immerso fino alle caviglie in un nero luridume. Intorno a me aleggiano delle ombre. Sono attanagliato dalla paura, ma so che devo entrare. Striscio attraverso una stretta fenditura nella roccia e giungo in una caverna più interna col fondo ricoperto di acqua nera. Ma dall’altra parte scorgo una pietra che emana una luce rossastra, a cui devo arrivare. Procedo guadando l’acqua melmosa. La caverna è invasa da un mostruoso frastuono di voci bercianti.

 

Sollevo la pietra che ricopre una buia apertura nella roccia. Tengo in mano la pietra guardandomi intorno perplesso. Non voglio dare ascolto alle voci che intendono distrarmi. Però voglio sapere. Qui c’è qualcosa che vuol farsi sentire. Appoggio l’orecchio sulla fessura. Odo lo scroscio di fiumi sotterranei. Vedo la testa insanguinata di un uomo trascinata dalla corrente scura. Laggiù galleggia un uomo ferito, un morto ammazzato. Inorridito, resto a fissare a lungo quell’immagine.

 

Vedo passare sul fiume tenebroso un grosso scarabeo nero.




Nel punto più profondo della corrente risplende un sole rossastro, che fende con i suoi raggi l’acqua tenebrosa. Impietrito dal terrore, scorgo poi sulle pareti scure un groviglio di serpenti che fuggono nell’abisso, dove il sole brilla più tenue. Mille serpenti aggrovigliati ricoprono il sole. D’un tratto si fa notte fonda. Un fiotto di sangue, un denso sangue rosso, sprizza verso l’alto, zampilla a lungo e poi si esaurisce.

 

Resto paralizzato dallo spavento.

 

Che cosa ho visto? 


[Prosegue con il capitolo quasi al completo]








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