CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
LA LIBRERIA DELLA LIBERA IDEA

venerdì 29 dicembre 2023

ITALIA RACCOMANDATA & CORROTTA (tutto l'anno); ovvero: NON HANNO SMESSO DI RUBARE, HANNO SOLO SMESSO DI VERGOGNARSI









Con Precedenti 







cesti natalizi   


PROSEGUE CON...: 








PIETRO DERUBATO







All’Eterno Ritorno dell’Uguale cui ci sta abituando la nuova “destra di governo” mancava solo lui, Denis Verdini.

 

Il mefistofelico Macellaio di Campi Bisenzio, icona del tardo-berlusconismo. Prima grossista di carni, poi parlamentare azzurro, editore e persino banchiere. Prima plenipotenziario di tutte le P3 e P4 nella Terra di Mezzo tra politica e affari, poi depositario delle firme del Cavaliere e del Royal Baby Renzi sul Patto del Nazareno.




Tutto torna, nell’ennesima inchiesta in cui è indagato lui, e per la quale è agli arresti domiciliari suo figlio Tommaso. Tornano gli appalti dell’Anas, la solita mucca da mungere tra mazzette di Prandini e Citaristi negli Anni ’90 e gare truccate della Dama Nera negli Anni 2000. Tornano gli impresari, pronti a pagare pur di “entrare nel giro”. Tornano i funzionari delle società pubbliche, pronti a tutto pur di ottenere promozioni e prebende.




Torna il vecchio leone toscano mai domo, il centro del “Sistema” capace di farlo girare sempre in nome delle amicizie e delle parentele, dei soldi e del potere. E tornano anche le intercettazioni, grazie alle quali si svelano le corruzioni, le trame segrete, gli incontri della gang con il sottosegretario leghista Freni, e si possono leggere frasi come “guarda caso arrivano dopo che Salvini si è insediato, che tempistica ragazzi!”.

 

Non si scompongano le anime pie riverginate dalla Dottrina di Arcore: qui nessuno grida “dimissioni”, data l’inutilità del rito e la sordità degli interessati. Ma il nuovo scandalo, che coinvolge il noto quasi-suocero pregiudicato, almeno qualche imbarazzo dovrà pur crearlo all’illustre quasi-genero vicepremier (considerato dai soci della cricca un “referente”, senz’altro a sua insaputa).





Possibile che di questa torbida connection non sia mai uscita una sola parola, nelle allegre serate verdiniane trascorse da Matteo e Francesca ai tavoli di Pastation, il ristorante romano gestito proprio da Tommaso?

 

…E in ogni caso, da ministro competente delle Infrastrutture, non sarebbe doveroso che riferisse al Parlamento ciò che sa di un’indagine su una delle più grandi stazioni appaltanti del suo dicastero e del Paese?

 

Lo sarebbe, certamente.

 

Ma come fa ogni volta che vede la malparata, il condottiero del Carroccio latita, fischietta, parla d’altro. Di calcio, addirittura, pur di evitare quel cognome che inizia con la V. La realtà è che le tre destre oggi coalizzate — come quelle a suo tempo cementate da Berlusconi — hanno un problema irrisolto nei rapporti tra funzioni pubbliche, interessi economici e risvolti giudiziari.




I feticci ideologici giocano brutti scherzi. E soprattutto producono messaggi schizofrenici.

 

Da una parte, verso i colletti bianchi, c’è la foia garantista della Lega e di Forza Italia. Il laissez-faire, il “modello fiduciario” di cui ha scritto Gianluca Di Feo. Basato su una certezza (la corruzione è una bolla pretestuosa, gonfiata solo dall’eccesso di burocrazia e di controllo). Costruito su una necessità (bisogna fidarsi sempre “degli imprenditori, dei sindaci, dei professionisti, degli ingegneri, degli architetti, dei geometri” e lasciare libere le aziende di operare sul mercato senza lacci e lacciuoli).

 

Dunque, deregulation selvaggia e per decreto.




Nel Codice degli appalti: previste meno gare pubbliche e soglie più alte per facilitare gli affidamenti privati. Nel Codice penale: depotenziato il traffico di influenze, con l’eliminazione della fattispecie del millantato credito. Nel Codice di procedura penale: imbavagliata l’informazione, cui si vieta di pubblicare atti integrali delle ordinanze di custodia cautelare (ad esempio, quella che ora riguarda il clan Verdini).

 

Dall’altra parte, i dirigenti della pubblica amministrazione in “buoni” e “cattivi”. Da premiare erano quelli che assicuravano appalti alle società clienti della Inver, la società di consulenza, meglio di ‘influenze illecite’ secondo la procura di Roma, della famiglia Verdini.




I ‘cattivi’ invece erano quelli che mettevano i bastoni tra le ruote. I primi dovevano essere premiati e fare carriera nelle aziende di Stato. I secondi messi da parte. Per farlo, scrive la gip di Roma Francesca Ciranna nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha arrestato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri, ‘grazie al peso politico di Denis Verdini erano in grado di segnalare al nuovo management di Anas/Fs e al sottosegretario al Mef, il leghista Federico Freni, l’elenco di soggetti “affidabili”’. ‘Una lista – chiosa il giudice – di buoni e cattivi’. Che aveva  preso un peso specifico sempre maggiore negli ultimi tempi: quando la Lega  occupa i ruoli chiave del governo.




Ecco il testacoda: mentre lo Stato Minimo protegge e blinda il potere politico-economico, lo Stato Etico bastona e reprime la società civile. La contraddizione è stridente. E deflagra soprattutto in casa della presidente del Consiglio.

 

Giorgia Meloni viene dalla Fiamma di Almirante, che ha sempre riscaldato il totem identitario intitolato a “Legge e Ordine” e ispirato al ruolo sovrano della magistratura. La stessa Sorella d’Italia confessa di essersi iscritta alla gioventù missina sull’onda emotiva dell’eccidio mafioso di Via D’Amelio e del martirio di Paolo Borsellino.




Oggi, nell’ambiguo fregolismo politico che la vede a giorni alterni “di lotta e di governo”, la premier sta facendo stingere anche questa residua fedeltà all’antico “Ideale”. Con il risultato che persino su questo terreno l’azione e la comunicazione dell’esecutivo suggeriscono un progressivo slittamento democratico.

 

A prescindere dalla piccola e presunta Tangentopoli verdiniana, è lo stesso “principio di legalità” che spesso viene vulnerato, negli atti e nei misfatti della destra al comando. Pensiamo all’evasione fiscale, il Grande Interdetto di questa stagione politica. Come possono reagire i cittadini, di fronte a una Meloni che chiama ‘pizzo di Stato’ le tasse e che davanti alle Camere annuncia la fine della ‘persecuzione’ sui lavoratori autonomi, ‘vera spina dorsale della Nazione’?




Cosa devono dire i contribuenti onesti, di fronte ai quattordici condoni introdotti dalle manovre di questi ultimi due anni?

 

Un paio di mesi fa, con un silenzio quasi carbonaro, il ministro Giorgetti in palese confusione ha depositato in Parlamento la “Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”. Una miniera di dati, che fanno rabbia e indignazione: nonostante l’impatto del Covid, “il valore aggiunto generato dal sommerso economico” ha raggiunto i 157,3 miliardi, pari al 7,5% del Pil.




Nello stesso periodo, l’evasione fiscale e contributiva si è attestata sui 96,3 miliardi. Basterebbe aggredire questa vergognosa montagna di “nero”, invece di ridurre i fondi alla Sanità o tagliare le pensioni di medici e insegnanti.

 

Il governo sa, ma confonde le acque e nasconde il fenomeno. Esattamente come faceva il Cavaliere, pace all’anima sua, che di fronte ai graduati della Guardia di Finanza diceva ‘pagare le tasse oltre un certo limite è immorale’. Questo, per inciso, a conferma di quanto fosse “moderato” l’Unto del Signore, di cui oggi sarebbero orfani chissà quanti milioni di centristi senza tetto.

 

Per questo, oggi, si può serenamente riaffacciare anche Verdini.




E per questo, sia pure su piani diversi, possono tranquillamente restare al loro posto le Santanché, i Delmastro, gli Sgarbi. E finalmente, a Montecitorio, si sono risvegliate le opposizioni che a tratti, pur marciando divise, riescono a colpire unite. Giuseppe Conte, su Repubblica, parla di una ‘nuova questione morale’. Non ha tutti i torti. Ma senza scomodare quel gigante di Enrico Berlinguer, torna più banalmente alla memoria un noto adagio di Piercamillo Davigo, che sugli imputati suicidi l’ha detta grossa e l’ha detta male, ma su molti altri, forse, l’ha detta giusta:

 

non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi. 

 

(la Repubblica) 








domenica 24 dicembre 2023

REGALI SOTTO L'ALBERO & ALBERI DA TRAPIANTARE (il racconto di Natale)

 








Prosegue con il Legno 


& (i futuri spacca...) 


Pietra 


(ovvero tutta in legno 


& pietra) 


Prosegue con l'Italia 


racc. & corrotta







“Un grande dono alle nostre montagne arriva dal Ministero del Turismo che ha riconosciuto e sostenuto diversi progetti Lombardi, tra cui tre bergamaschi, per oltre 50 Milioni di Euro su circa 150 Milioni di euro – dichiara il sottosegretario con delega sport e giovani di Regione Lombardia Lara Magoni -. Sono orgogliosa che le Prealpi Bergamasche abbiano ricevuto il giusto riconoscimento per l’impegno profuso da sempre per garantire l’ottimo funzionamento dei nostri comprensori, veri e proprio fiori all’occhiello di Regione Lombardia”.

 

“Le montagne lombarde da sempre protagoniste a livello internazionale, saranno una delle sedi dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026 e proprio oggi abbiamo ricevuto un bellissimo regalo di Natale. Il Ministero del Turismo con lungimiranza e attenzione ha voluto rivolgere ai comprensori montani italiani un bando per favorirne il sostegno; il risultato è stato straordinario Regione Lombardia è stata quella premiata maggiormente a fronte dei progetti innovativi supportati da un importante visione di sostenibilità frutto di grande competenza e capacità manageriali. Il nostro territorio è ricoperto dal 40% dalle montagne e comprende 27 stazioni sciistiche, 900 km di piste, 310 impianti di risalita. Località dove hanno sede grandi Eventi sportivi grazie a piste riconosciute come le più tecniche e che regalano grandi emozioni”. 

 

I comprensori che hanno ricevuto questo importante riconoscimento


– I.R.T.A. (Monte Pora – BG) per 2.392.000 Milioni di €;


– I.RI.S Impianti di Risalita Spiazzi (Spiazzi di Gromo – BG) per 6.628.000 Milioni di €;

 

– BELMONT Foppolo (Foppolo – BG) per 2.715.000 Milioni di €;

 

“Grazie al Ministro del Turismo Daniela Santanchè che nel suo mandato ha scelto di essere attenta e presente nel riconoscere la forza che genera il turismo montano, mostrando quindi concretezza e volontà nel sostenerlo – prosegue Lara Magoni -. L’arrivo di questa istruttoria con questo importante risultato ha generato una grande energia di rilancio a tutto il settore, motivandolo fortemente a continuare al meglio su questa strada. Le nostre montagne sono pronte ad accogliervi con piste perfettamente innevate grazie anche al supporto della neve programmata, naturalmente con l’opportunità di poter essere affiancati dal Collegio dei Maestri di Sci nel quale abbiamo circa 2.500 professionisti pronti ad insegnarvi a sciare per regalarvi momenti di sport indimenticabili”.



NEVE DIVERSA...






C’è chi comincia a mettere in dubbio che il futuro della montagna possa basarsi sull’industria dello sci. Mamolti, nelle istituzioni e nell’opinione pubblica, continuano a negare le conseguenze della crisi climatica.

 

Ne abbiamo parlato con Giovanni Carrosio, sociologo ambientale all’Università di Trieste e membro del Comitato Scientifico di Legambiente. Dottor Carrosio, il discorso sulla crisi climatica è stato preso sul serio dall’opinione pubblica forse solo nel periodo degli scioperi dei Fridays For Future. Poi, la pandemia e la guerra hanno di nuovo messo in secondo piano la gravità del cambiamento climatico, per lo meno in Italia. Perché c’è sempre l’idea che i temi ambientali siano questioni accessorie? Che prima ci siano problemi percepiti come più importanti da risolvere?




“Credo esistano diverse questioni che si sovrappongono e si sommano. Intanto, nel nostro Paese, come in altri dell’Europa mediterranea e dell’est, il racconto pubblico sul cambiamento climatico è sempre secondario rispetto ad altre questioni. I principali organi di stampa continuano a dare spazio a personaggi che stanno costruendo la loro notorietà pubblica ritagliandosi il ruolo di negazionisti o instillatori di dubbi sulla effettiva esistenza del surriscaldamento del pianeta o sulla relazione tra emissioni di anidride carbonica e aumento delle temperature. Esiste un negazionismo strisciante nei grandi media, dove il giornalismo scientifico è relegato ai margini e scrivono di clima opinionisti come Paolo Mieli o Pierluigi Battista. E spesso lo fanno mettendo in dubbio la scienza. In secondo luogo, percepiamo i problemi ambientali se e quando si manifestano direttamente nei nostri spazi di vita quotidiana, ma fatichiamo ad avere percezione della crisi climatica, che è una crisi sistemica e globale. Certo, ha delle ricadute anche nei nostri luoghi di vita, ma sono spesso temporanee e non abbastanza frequenti per percepirle come ordinarie e non eccezionali. In terzo luogo, i nostri comportamenti e le politiche ambientali hanno bisogno di molto tempo perché abbiano qualche effetto percepibile, un po’ come i “capitali pazienti”. Ma i nostri tempi sono sempre più accelerati, e abbiamo bisogno di vedere risultati subito. Enzo Tiezzi, uno degli scienziati che contribuirono sin dall’inizio a costruire la definizione disviluppo sostenibile, parlava di conflitto tra tempi storici e tempi biologici”.




Quest’anno diverse gare mondiali di sci alpino sono state cancellate per mancanza di neve, anche ad alte quote. A inizio della stagione invernale qualche voce (anche sul Corriere della Sera) si è levata per dire che forse il futuro del turismo alpino invernale non potrà basarsi solo sullo sci. Ma dominano ovunque le notizie dell’assalto alle piste da sci... Neghiamo la necessità di adattarci, l’evidenza che la neve, al di sotto di una certa quota, non ci sarà più, oppure magari, proprio perché sappiamo che sono gli ultimi inverni in cui potremo sciare cerchiamo di goderci quello che resta?




Anche qui esistono diversi elementi da mettere in luce. L’industria dello sci è entrata in una crisi irreversibile, proprio a causa dell’incremento delle temperature e della diminuzione delle precipitazioni nevose. In parte non ha idea di come convertirsi, in parte non vuole vedere la vera ragione della crisi. Fa di tutto per convincere la politica e l’opinione pubblica che si tratta di una fase ciclica del clima, che bisogna resistere e fare investimenti, perché finito questo ciclo si ripartirà come e più di prima. È evidente che in questa fase si possono fare molti danni, perché girano ovunque progetti di costruzione di nuovi impianti di risalita (come se aumentando l’offerta iniziasse a nevicare) e di invasi per l’innevamento artificiale. Tra l’altro utilizzando soldi pubblici sia per gli investimenti che per il funzionamento degli impianti, che sono quasi sempre in perdita. Poi ci sono i turisti dello sci. Il nostro Paese, dal dopoguerra, ha iniziato a vedere la montagna come luogo dello svago per gli abitanti delle città. Nell’immaginario urbano, la montagna in inverno è sinonimo di sci, skilift, grandi parcheggi dove lasciare l’auto per raggiungere con gli impianti di risalita ristoranti in vetta, con vista sulla pianura. 




Lo sci è sempre stato un bene posizionale, che consente cioè alle persone di posizionarsi nella scala sociale, o di scalarla in modo fittizio aspirando ai consumi dei ceti benestanti. E continua a esserlo. Una minoranza ricca, o aspirante tale, che si gode il canto del cigno dello sci, gravando sulle finanze pubbliche che sostengono il settore in perdita. In terzo luogo c’è l’economia della montagna. La monocoltura dello sci ha concentrato la ricchezza e contribuito alla desertificazione produttiva della montagna, che soltanto da una ventina di anni vedere nascere nuove attività legate alla terra, all’artigianato e a volte anche all’industria high-tech, ma che resta dipendente dall’industria dello sci. In gran parte delle valli la ricettività turistica è stata costruita sulle economie di scala dello sci, ed è complicato convertirla ad altro. Queste tre resistenze si saldano, e insieme sono difficili da scalfire.




La negazione più grave, quella che ha più conseguenze sulla collettività, sembra essere quella della politica e della classe dirigente che continua a investire soldi pubblici in un settore come lo sci alpino, con un futuro incerto e che necessita sempre più di ulteriori fondi, di acqua ed energia per creare la neve dove non c’è... È davvero così impopolare fare scelte diverse?




La politica non ha una idea di futuro, e se non vedi il futuro non sei in grado di fare scelte per provare a uscire dai problemi del presente. Credo che questo sia il problema principale, che non è soltanto della politica, ma è un po’ di tutta la società in questo momento storico. Non troviamo idee capaci di aggregarci sulla base di una aspirazione per il domani. La lotta al riscaldamento globale potrebbe esserlo. Perché questo accada, però, è necessario spacchettare la questione, generale e globale, in tante vertenze concrete e locali attorno alle quali costruire consenso e percezione delle persone che la loro vita può cambiare in meglio. Se non c’è questo, la politica sarà vissuta dai cittadini sempre più come qualcosa di distante e residuale e continuerà a rispondere agli interessi corporativi di piccole minoranze che hanno paura del cambiamento”.




La dipendenza dalla neve artificiale è sempre più rilevante nel comparto sciistico. Addirittura c’è chi è convinto che sia questa la miglior risposta di adattamento. Non si considera però che se le temperature aumenteranno oltre una certa soglia, l’innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno incrementi consistenti, tanto da permettere l’accessibilità dello sci alpino unicamente ad una ridotta élite, così come accadeva nel passato.

 

In Italia, più che nel resto dei paesi europei, si è sviluppata una forte dipendenza dalla neve artificiale. Una sorta di circolo vizioso che richiede sempre maggiori investimenti per nuove tecnologie e continui ampliamenti della superficie da coprire per stare al passo con gli agguerriti competitor.




Si è creato così un livello di dipendenza che ha enormemente aumentato la rigidità del sistema, rendendo molto difficili i cambiamenti di rotta. Per sostenere questo modello sono enormi gli oneri a carico della pubblica amministrazione, profusi nella realizzazione di sistemi di innevamento artificiale. Scelte che portano a consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare preoccupa l’utilizzo dell’acqua per l’alimentazione di bacini artificiali, a discapito di risorse idriche montane sempre più ridotte con l’inasprirsi della crisi climatica.

 

L’innevamento artificiale in Europa richiede l’uso di miliardi di litri di acqua, quantità difficile da calcolare esattamente perché varia di anno in anno e perché non tutti i consumi vengono dichiarati. Dipende dalle temperature: ovviamente, più fa caldo e meno sono efficienti gli impianti di innevamento. L’aumento delle temperature riduce il potenziale di innevamento, in quanto temperature elevate e/o elevata umidità relativa inibiscono la produzione di neve.




Per i prossimi anni si prevede che nelle Alpi la domanda di acqua per l’innevamento aumenterà notevolmente, dal 50% al 110% secondo Steiger et al. (2019).

 

Questi maggiori fabbisogni idrici dovranno essere conteggiati insieme a usi idrici di altri settori, come l’idroelettrico, l’agricoltura, gli usi domestici in generale, il turismo. Con un clima ancora più caldo, nei prossimi anni andremo incontro a usi plurimi dell’acqua sempre più problematici e conflittuali. L’Italia è il paese alpino dove è più diffusa la neve artificiale: la percentuale di piste innevate artificialmente è del 90%, seguono l’Austria con un 70%, la Svizzera con il 50%, la Francia con il 39%. La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. Se negli anni ottanta in Italia la neve artificiale era usata a integrazione delle precipitazioni naturali, oggi è considerata un elemento indispensabile per la preparazione delle piste, anche in comprensori sciistici in quota come il Monterosa Ski.




Per garantire la neve però occorre avere sempre acqua a disposizione e gli operatori del settore sono convinti che gli invasi artificiali siano la miglior soluzione. L’acqua per i cannoni sparaneve può essere prelevata con varie modalità, da fiumi, torrenti, bacini naturali o artificiali. Può altresì essere presa da sorgenti o da pozzi oppure con prelievi da trincea drenante, se non addirittura dalla rete idropotabile. Lo stoccaggio avviene tramite invasi a cielo aperto o in serbatoi.

 

Ma che cosa significa stoccare l’acqua nei bacini artificiali?

 

In montagna a causa della crisi climatica assistiamo ad un complessivo peggioramento delle condizioni degli ecosistemi acquatici. Fenomeni di siccità e conseguente riduzione delle portate, in aggiunta a condizioni di sovra sfruttamento della risorsa idrica, rendono i corsi d’acqua particolarmente fragili. Nemmeno i laghi montani stanno bene con questo clima. Sono ad alto rischio di perdita di biodiversità oltre che di una colonizzazione anomala da specie normalmente insediate ad altitudini più basse.




I frequenti abbassamenti del livello stanno provocando danneggiamenti della vegetazione macrofitica nella fascia litoranea, favorendo il proliferare di piante non ancorate al substrato che possono aggravare la carenza di ossigeno disciolto, oltre a danneggiare la comunità animale delle fasce litoranee e agevolare la proliferazione di specie invasive. L’ulteriore diminuzione della frequenza di precipitazioni e dello strato interessato dal mescolamento convettivo può incrementare l’isolamento delle acque profonde, limitando da un lato l’apporto di nutrienti alle acque superficiali e, dall’altro la loro ossigenazione (Piano Nazionale Adattamento Cambiamenti Climatici - Impatti e vulnerabilità settoriali).

 

I prelievi di acqua per lo sci si inseriscono di prepotenza in una situazione così complessa e delicata. I fiumi e i torrenti sono i primi fornitori della materia prima. Dai corsi d’acqua più o meno vicini alle piste da sci viene attinta l’acqua necessaria alla produzione di neve mediante apposite opere di presa, che attraverso il pompaggio trasferiscono la risorsa in bacini artificiali o in serbatoi. I bacini artificiali sono i più numerosi e in continuo aumento, tanto che con questo dossier si è voluto iniziare a censirli per capire come stanno trasformando il territorio montano.




Queste strutture sono normalmente collocate in depressioni o conche del terreno, che deve presentare un andamento subpianeggiante, e sono realizzate con imponenti scavi. Dopo la fase di sbancamento ed il posizionamento di infrastrutture e reti accessorie, costituite normalmente dalle tubazioni di alimentazione e di scarico, la superficie interna del bacino viene ricoperta da teli di plastica impermeabilizzanti che ne garantiscono la tenuta idraulica. Gli invasi, soluzioni ottimali per il comparto dello sci, non fanno però i conti con il fabbisogno di energia, le alterazioni del ciclo idrologico, la qualità dell’acqua proveniente da fonti lontane e la prevedibile maggiore concorrenza tra le risorse idriche.

 

Oltre ad avere un notevole impatto visivo, i bacini tendono a impoverire temporaneamente il territorio di acqua. Pochi sono i vantaggi: è vero che la neve artificiale contribuisce ad aumentare l’albedo, ma questo aspetto positivo, insieme alla funzione di riserva d’acqua per il periodo primaverile, sono comunque irrisori rispetto alle conseguenze negative.


 (LETTURA CONSIGLIATA AI FRATELLI & SORELLE D'ITALIA...: 


NEVE DIVERSA)








venerdì 15 dicembre 2023

GLI OMINI VERDI (25)

 









Precedenti capitoli circa 


Diritto & Democrazia (23/4)  


Prosegue con...:



 




l'uomo che sapeva 


troppo [26] 








& con l'uomo che sapeva 


troppo poco [27] 







In quei tempi di Guerra Fredda e caccia alle streghe imperversava un duplice sospetto. Da un lato l’FBI, galvanizzato dalle requisitorie del senatore Joseph McCarthy, sospettava che dietro ogni cittadino americano si nascondesse un comunista, sebbene, per ammissione dello stesso Edgar Hoover, in tutto il paese gli iscritti al Partito non fossero più di venticinquemila, contando anche gli agenti federali infiltrati, che erano all’incirca uno su sei. 

 

Dall’altro lato i cittadini americani non necessariamente comunisti, ma su cui potevano gravare dei sospetti, sospettavano a loro volta i propri vicini di essere dei poliziotti che sospettavano di loro, o come minimo delle spie pronte a denunciarli. Gli esseri malvagi che, nell’Invasione degli ultracorpi e in decine di storie simili, si insinuavano fra gli uomini potevano quindi simboleggiare tanto gli agenti di Mosca, quanto quelli dell’FBI incaricati di braccarli: le intenzioni degli autori contavano meno delle disposizioni ricettive del pubblico.




Ognuno, in maniera più o meno cosciente, tendeva a identificare, nei lineamenti immutati e terribilmente familiari del proprio vicino, il suo nemico: un rosso schifoso per il fattore del Midwest, un poliziotto di merda per il cittadino di Berkeley. Dagli anni Trenta Berkeley era diventata la capitale rossa degli Stati Uniti. Non solo perché ospitava un nucleo di ‘veri’ comunisti, iscritti al Partito, ma perché tutti lì erano in un certo senso simpatizzanti e utilizzavano un gergo ispirato al marxismo in cui il termine ‘capitalista’ era sinonimo di ‘fascista’ e veniva affibbiato a chiunque avesse anche solo un minimo rapporto con l’autorità costituita o addirittura a chiunque portasse la cravatta.

 

Dick era cresciuto in quell’ambiente.

 

La sua baby-sitter, una certa Olive Holt, non si stancava mai di contrapporre la bella vita dei lavoratori dell’Unione Sovietica alle misere condizioni del proletariato americano, che ingrassava i vampiri di Wall Street con il suo sudore e il suo sangue. Sua madre, pur senza mai arrivare a iscriversi al Partito, approvava quei discorsi. Sua moglie ne teneva di molto simili con voce squillante e a volte, dopo i corsi di scienze politiche, partecipava ad assemblee di cui poi ripeteva gli slogan.




Dick invece non aveva molta simpatia per il comunismo e, agli occhi degli amici che Kleo invitava a casa, appariva un emerito reazionario. Dalle sue letture, in particolare da Orwell e da Hannah Arendt, aveva tratto una filosofia politica che respingeva in blocco comunismo e fascismo, rifiutando al primo il riconoscimento delle buone intenzioni e considerando solo i risultati, vale a dire l’instaurazione di un regime totalitario.

 

Un giorno, discutendo con un comunista, aveva trovato esasperanti il suo dogmatismo e la sua chiusura mentale. Questo però non gli impediva di ammirare i grandi rivoluzionari, di schierarsi istintivamente dalla parte dei perseguitati e, pur senza amare l’Unione Sovietica, di disprezzare i borghesi che ne erano terrorizzati. Quindi era abbastanza in sintonia con le persone del posto, che erano di idee ‘radicali’, ovvero, secondo la definizione straordinariamente precisa dell’FBI, ‘positivamente orientati verso gruppi e persone a loro volta positivamente orientati verso il comunismo’.




 Alle persone così orientate non erano sfuggiti i brillanti esordi del senatore repubblicano della California, Richard Nixon, che aveva cominciato a farsi conoscere verso la fine degli anni Quaranta nell’Orange County. Quella zona spaventosamente reazionaria, situata quasi mille chilometri più a sud, rappresentava per Berkeley una specie di antimondo, un po’ come il dipartimento del Var, popolato da pensionati che votano per il Fronte nazionale, potrebbe essere visto da una comunità di sessantottini dell’Ardèche. Nixon ne era il tipico rappresentante, uno zotico infido con il mento mal rasato e i capelli impomatati, che si faceva fotografare davanti alla sua collezione di armi da fuoco con in testa un cappello Stetson.

 

Il problema di sapere se da un tipo del genere qualcuno avrebbe mai comprato un’auto usata non era stato ancora posto esplicitamente, ma cominciava già a circolare il soprannome ‘Tricky Dick’, Dick l’Imbroglione, e fin da allora, quando le carriere di entrambi erano agli inizi, il Dick di cui parlo vedeva nell’altro un nemico personale. La ‘Berkeley Gazette’ lo descriveva come un uomo dalle dita pelose, che era stato eletto solo grazie a una feroce campagna di diffamazione contro la sua rivale democratica, accusata di essere lesbica e ‘rossa fino alle mutande’.




Nessuno si sorprese quando il senatore Nixon, nominato membro della Commissione per le attività antiamericane, si distinse per il suo zelo. In confronto a lui McCarthy era solo un gran chiacchierone e il Congresso non ebbe problemi a metterlo a tacere appena cominciò ad averne abbastanza. Ma non era facile mettere a tacere Nixon: lui non sbraitava a destra e a manca, faceva le sue mosse a tradimento. Nel 1952, quando Phil Dick vendeva i primi racconti, Tricky Dick, candidato in ticket con Eisenhower, era diventato vicepresidente degli Stati Uniti. L’epoca in cui le baby-sitter potevano dichiararsi apertamente comuniste era bell’e finita.

 

Nell’inverno del 1955, un giorno che Dick era solo in casa e stava ascoltando una sinfonia di Beethoven, si presentarono due tizi, che in un primo momento lui prese per venditori porta a porta. Uno era alto e grasso, l’altro basso e magro, e il contrasto era accentuato dalla loro tenuta identica. Portavano entrambi un abito grigio a tre pezzi, un cappello di feltro e delle scarpe nere lucide, come Gli intoccabili della serie televisiva, i cui primi episodi sarebbero stati trasmessi di lì a poco, e anche come suo padre, che nel frattempo era diventato terribilmente chiuso, rigido e conservatore e che Phil non vedeva più da anni: per l’esattezza dall’epoca di Hiroshima, perché Edgar trovava inammissibile che suo figlio disapprovasse quell’energico avvertimento lanciato contro i musi gialli.




I due tizi non avevano niente da vendere. Gli mostrarono i tesserini dell’FBI, e Dick, per sembrare disinvolto, volle raccontare una barzelletta. L’aveva letta sul ‘New Yorker’, nella rubrica ‘Chiacchiere in città’: due agenti dell’FBI interrogano il vicino di un individuo sospetto; il vicino riferisce che il tipo ascolta spesso delle sinfonie.

 

‘Sinfonie, ma guarda!’

 

…dicono gli agenti.

 

‘E in che lingua?’.




Benché fosse una storiella semplicissima, Dick s’impappinò nel raccontarla. Come gli capitava sempre quando era turbato, la voce prese un tono acuto, tornando al falsetto dell’adolescenza. I due agenti, che erano rimasti sulla soglia, non sorrisero nemmeno. ‘Di sicuro non erano del nostro ufficio’ commentò uno dei due. Entrati in casa notarono la macchina da scrivere e il giradischi, che Dick spense con un gesto nervoso. Disapprovavano visibilmente il comportamento di quel tipo alto, che alle undici di mattina, in maniche di camicia, con la barba non fatta, ciondolava per casa, invece di andare a lavorare come tutti in un ufficio, in una fabbrica o in un negozio.

 

Il più robusto dei due gli chiese che cosa scrivesse esattamente, e la sua risposta lo divertì: storie di marziani, di omini verdi, quella roba che piace tanto ai ragazzi; naturalmente il tizio non ne leggeva mai, ma aveva capito il genere... Il suo sorrisetto tradiva un disprezzo a cui Dick era abituato, ma che lo offese in modo particolare da parte di un simile interlocutore. Per un attimo aveva immaginato che si interessassero a lui proprio in quanto scrittore di fantascienza. In quel caso i loro sospetti gli sarebbero sembrati logici: se fosse stato un agente dell’FBI, lui ne avrebbe avuti.




Un autore di fantascienza si rivolge al grande pubblico, a persone prive di cultura, che non leggono nient’altro e che di conseguenza sono facilmente manipolabili; è nella posizione ideale per traviare le loro menti, proprio come un ingegnere idraulico per avvelenare la riserva di acqua potabile di una grande città. Senza considerare che, credendo di seguire la propria immaginazione, potrebbe benissimo scoprire e svelare segreti tecnologici d’importanza capitale per la difesa del paese.

 

Sì, se fosse stato un ‘cacciatore di streghe’, Dick non si sarebbe preoccupato dei raffinati scrittori della costa orientale o dei registi ostentatamente rossi di Hollywood, che forse servivano soltanto a sviare l’attenzione; non si sarebbe lanciato su quelle false piste, ma avrebbe sorvegliato giorno e notte i veri manipolatori dell’opinione pubblica, quelli che la producono alla fonte attraverso questa letteratura proletaria e puerile che tutti fanno mostra di disprezzare.

 

‘Lei è impegnato in attività politiche, signor Dick?’

 

….gli chiese l’agente grasso.

 

Lui rispose di no, ed era la verità.




Non aveva mai militato in nessun gruppo, mai votato, e l’unica cosa che nella sua vita poteva essere considerata in un certo senso sovversiva era la passione per Dostoevskij e per il Boris Godunov, di cui possedeva due registrazioni.

 

‘Sua moglie però’

 

…riprese l’agente grasso

 

‘appartiene alla sezione studentesca del Partito socialista dei lavoratori. Le parla mai delle riunioni a cui partecipa?’.

 

‘No. Sa che non m’interessano’.

 

‘Però, se lei si mostrasse interessato, probabilmente gliene parlerebbe. Non pensa che potrebbe essere una buona idea?’.




Dick stentava a credere che gli stessero proponendo così apertamente di spiare sua moglie. Era inverosimile: forse aveva a che fare con falsi agenti dell’FBI. Perché rivolgersi a lui quando tutti sapevano che il Partito socialista dei lavoratori e tutti gli altri partitini di sinistra erano pieni di informatori?

 

E poi, pure ammettendo che per qualche motivo avessero bisogno di lui, avrebbero dovuto ricorrere a lunghe e astute manovre di avvicinamento, tendergli una trappola e dargli l’aut aut solo dopo averlo messo con le spalle al muro. Ma forse la trappola c’era, ed era lui che non riusciva a vederla. Non conoscendo le loro reali intenzioni, assunse un’aria ottusa e rispose di no, che la cosa non gli interessava. Sembrava non interessare molto neanche all’agente magro e silenzioso, che in piedi dietro la scrivania leggeva senza tanti complimenti il foglio inserito nel carrello della macchina da scrivere.




Il collega grasso volle allora sapere se Dick aveva qualche simpatia per il Partito comunista. Dal punto di vista ideologico non ne aveva per niente, ma ancora una volta gli sfuggiva il senso della domanda. Dal momento che essere comunista era proibito, che risposta potevano aspettarsi da lui? A un tratto gli tornò in mente quella che una celebre spia inglese aveva dato a una domanda simile. Phil aveva apprezzato l’eleganza della battuta e aspettava da tempo l’occasione giusta per riproporla.

 

‘No’,

 

…disse

 

‘non ho simpatia per il Partito comunista. Ma lei sa perfettamente che se ne avessi le risponderei la stessa cosa’.




Per quanto veritiera fosse, la risposta sembrò lasciare interdetti i due uomini, che si guardarono l’un l’altro e poi si congedarono annunciando che sarebbero tornati un altro giorno. Rimasto solo, Phil si chiese se fosse riuscito a levarsi di torno con l’astuzia quei due imbecilli o se al contrario fosse cascato in pieno in un astuto tranello. In quello stato d’animo cogitabondo gli tornò in mente una frase che aveva sottolineato in un libro di Bertolt Brecht, scrittore notoriamente comunista, nonché autore preferito di sua moglie: ‘Rideva perché i suoi nemici non riuscivano a colpirlo; ma non sapeva che si stavano esercitando a sbagliare mira’.

 

Sulle prime Kleo prese la faccenda molto sul serio, cioè si mise a gridare ai quattro venti che gli Stati Uniti erano diventati un paese fascista. Ma un po’ alla volta si calmò. Per qualche tempo George Smith e George Scruggs – così si chiamavano i due – andarono a trovarli una volta alla settimana. Smith, quello grasso, faceva domande, parlava del più e del meno, mentre Scruggs, quello magro, badava discretamente ai fatti propri, come se, non avendo niente di meglio da fare, avesse accompagnato l’amico a un appuntamento che non lo riguardava. Kleo ne dedusse che era il più pericoloso dei due, ma senza mai trovare prove a sostegno di quell’impressione. Uscendo lasciavano alla coppia dei questionari, che ritiravano, compilati, la volta successiva. Li presentavano come sondaggi d’opinione, ma era chiaro che si trattava di test finalizzati a stabilire il grado di correttezza della convinzioni di ciascuno.




Ciò che risultava sconcertante in quei test, come nel comportamento dei due George, era la difficoltà nel capire quanto andassero presi sul serio. Le domande ricordavano quelle che ti fa l’Ufficio immigrazione quando entri nel paese: ‘Lei è tossicodipendente? Terrorista? Ha intenzione di assassinare il presidente degli Stati Uniti?’. Più i quesiti sembravano stupidi e le risposte da dare evidenti, più era probabile, secondo Dick, che celassero un trabocchetto, come nella scala K2 del Minnesota Multiphasic, la cosiddetta ‘scala della menzogna’.

 

Per esempio, bisognava scegliere fra questi tre enunciati:

 

‘La Russia’

 

1) si sta indebolendo;

 

2) si sta rafforzando;

 

3) resta più o meno allo stesso livello del mondo libero’.




Naturalmente era meglio barrare la casella 2, per mostrare di condividere la preoccupazione delle autorità di fronte alla crescente potenza della Russia e la convinzione che il mondo libero dovesse perennemente raddoppiare le sue spese militari.

 

Questa prima domanda, però, era resa sospetta da una successiva:

 

‘La tecnologia russa è’

 

1) molto buona;

 

 2) media;

 

3) tipicamente inadeguata.




La scelta della casella 1 sarebbe suonata come un complimento ai comunisti. La risposta 2 sembrava la migliore e probabilmente era anche la più vicina alla verità. D’altro canto la 3 era formulata in modo tale che qualsiasi cittadino benpensante l’avrebbe scelta senza un attimo di esitazione: dopotutto che cosa ci si poteva aspettare da quei rozzi slavi asserviti se non una tecnologia inadeguata? Ma, se era così, come avrebbe fatto una nazione tecnologicamente inadeguata a rafforzarsi di continuo?

 

Per fortuna c’erano domande in cui la risposta era sottintesa:

 

‘Il maggior nemico del mondo libero è’

 

1) la Russia;

 

2) il nostro elevato tenore di vita;

 

3) gli infiltrati nascosti in mezzo a noi.

 

‘D’accordo’, disse Kleo ‘barriamo la 3’.




Ma, se capisco bene quello che intendono, mi sa che gli infiltrati nascosti in mezzo a noi siamo proprio noi! Ridevano, giocavano a mettersi paura a vicenda. Sapevano di essere pesci piccoli. Con il passare del tempo George Scruggs cominciò a presentarsi a casa loro da solo o con Merton, il suo bracco tedesco. I Dick si chiesero se quel cambiamento preannunciasse nuove manovre o fosse semplicemente un segnale di allentamento della sorveglianza. Finché non venne fuori che a George il Magro, che abitava da quelle parti, faceva piacere, andando in ufficio, fermarsi un po’ a chiacchierare con loro. Le sue visite non avevano più granché di minaccioso. A differenza del suo incolto e sprezzante collega, George Scruggs sembrava impressionato dal fatto di conoscere uno scrittore.

 

Voleva sapere da dove prendeva le idee e lesse anche un suo libro. Phil era lusingato da quell’interessamento. Pur sospettando che l’agente federale cercasse di conquistarsi la sua fiducia solo per incastrarlo più facilmente, finì per stringere con lui una specie di legame di amicizia. Quando venne a sapere che Phil non sapeva guidare, George si offrì di dargli lezioni. Quell’uomo minuto aveva una macchina piccola come lui: Phil doveva contorcersi per farci entrare le sue lunghe gambe. Tutte le domeniche mattina, intrappolato fra il sedile e il volante, passava un paio d’ore a parlare con l’agente, scoprendo a poco a poco il piacere della manipolazione.




Sotto la crosta delle certezze categoriche indispensabili alla sua professione, in George Scruggs c’era un fondo di onestà e di buonafede che ne faceva la vittima ideale di un sofista. Era disposto a riflettere sulle cose più di quanto richiedesse il suo mestiere, e Phil ne approfittava per fargli accettare, sotto l’apparenza dello scherzo, della fantasia o della semplice argomentazione logica, idee francamente sovversive. Un giorno, mentre giravano attorno all’isolato con il motore al minimo, l’allievo interrogò il suo istruttore a proposito dei dossier che sicuramente l’FBI aveva su di lui e su Kleo. Imbarazzato,  George Scruggs alzò le spalle e borbottò qualche vaga parola.

 

‘Dica la verità’,

 

…insisté Dick

 

‘lei crede ancora che mia moglie sia comunista’.

 

‘Frequenta le assemblee del Partito socialista dei lavoratori, e il Partito socialista dei lavoratori è un’appendice occulta del Partito comunista. Ha firmato l’appello di Stoccolma. Mi dispiace, ma i fatti parlano chiaro’.

 

‘A chi vuole darla a bere!’

 

…disse Phil strizzando l’occhio.




‘Partecipa alle assemblee, scandisce slogan di sinistra, firma petizioni. Questo dimostra una sola cosa, e lei lo sa meglio di me: che, per l’appunto, non è comunista. Se lo fosse, sarebbe più prudente’.

 

‘D’accordo’

 

…disse George Scruggs (e questa semplice concessione attestava l’avvenuto irretimento: George Smith non si sarebbe mai detto d’accordo con Phil).

 

‘Ma allora come dovremmo riconoscerli i comunisti? Se non partecipano alle assemblee, non scandiscono slogan e non firmano petizioni?’.

 

‘Be’, proprio dal fatto che non fanno niente di tutto questo. Del resto lo sapete già: fingete di sorvegliare gli innocui simpatizzanti come mia moglie, ma quelli che vi interessano veramente sono i tipi che non si fanno notare. O quelli che sbraitano di più contro i comunisti. Non sono così ingenuo’.




George Scruggs si grattò la testa. Phil aveva capito che era facile confonderlo attribuendogli retro-pensieri machiavellici. Quel sospetto gli insinuava il dubbio che avrebbe dovuto averne davvero.

 

‘Però’

 

…protestò debolmente

 

‘dobbiamo pur basarci su qualche indizio, su quello che la gente fa. Altrimenti come potremmo sapere che cosa gli passa per la testa?’.

 

‘Ma via, George, non penserai che sono nato ieri?’.




George era sempre più nervoso. Senza capire quando e come fosse accaduto, aveva l’impressione che lui e il suo interlocutore avessero invertito i ruoli. Non si sarebbe stupito più di tanto se Phil gli avesse rivelato di essere a sua volta un agente dell’FBI, un suo superiore camuffato da scrittore miserabile e trasandato.

 

‘Stando alla sua logica, in questo paese sarebbero tutti pericolosi...’.

 

‘E chi dice che non sia così?’.

 

‘La smetta... Se tanto mi dà tanto, anche Nixon è un rosso’.

 

Negli occhi azzurri di Phil balenò un lampo di sarcasmo. Sorrise.

 

‘George, si ricordi che questo non l’ho detto io’.




Questa conversazione gli diede da riflettere, soprattutto l’osservazione sconsolata dell’uomo dell’FBI sulla difficoltà di sapere che cosa passa per la testa alla gente. Si chiese che effetto gli avrebbe fatto ritrovarsi nella testa di qualcuno così diverso da lui come George Scruggs, o, peggio ancora, come George Smith, o come suo padre, o come Richard Nixon. Per un po’ giocò con l’idea, poi accantonata, di scambiare il suo cervello con quello di Nixon, almeno per la durata di un romanzo: un bel giorno Phil Dick si sarebbe svegliato nei panni del senatore della California, e quest’ultimo in quelli di uno scrittorucolo di Berkeley. Magari ne sarebbe venuta fuori una buona storia, carica di sviluppi, ma non era questo che interessava a Dick.

 

In un manuale di filosofia aveva scoperto la distinzione fra l’idios kosmos, la particolare visione del mondo che ciascuno di noi ha in testa, e il koinos kosmos, ovvero ciò che s’intende come mondo oggettivo. Quando parliamo della ‘realtà’, per  comodità ci riferiamo al koinos kosmos, ma il koinos kosmos, propriamente parlando, non esiste: la sua percezione deriva da una convenzione che gli uomini stipulano pur di avere un terreno stabile su cui costruire le loro relazioni; è una sorta di finzione diplomatica, il minimo comune denominatore fra il mio idios kosmos e quello dei miei vicini – sempre ammesso che i miei vicini esistano davvero e che io non sia solo al mondo, come vorrebbe l’idealismo più intransigente.




Di fatto, Dick non pensava di scambiare il proprio idios kosmos con quello di un altro, rischiando oltretutto di non accorgersi di nulla, perché a quel punto non sarebbe stato più se stesso, ma quell’altro. L’idea era semmai di visitare l’idios kosmos di un altro senza spogliarsi del proprio, di viaggiarvi all’interno come in un paese straniero. Aveva solo bisogno di un espediente per rendere possibile il viaggio, e il genere letterario in cui era specializzato aveva perlomeno il vantaggio di fornirne a bizzeffe.

 

La sera stessa batté a macchina queste righe, che sono un eloquente concentrato di ciò che nei libri di fantascienza induce gran parte del pubblico colto a interrompere la lettura prima ancora di arrivare alla seconda pagina:

 

‘Il 2 ottobre 1959 [era il 1956, quindi si trattava di un futuro vicinissimo] il deflettore di raggi protonici del bevatrone di Belmont ebbe un’avaria: un fascio da sei miliardi di volt si irradiò verso il soffitto della sala, riducendo tutto in cenere al suo passaggio, e in particolare una piattaforma di osservazione su cui si trovavano otto persone che caddero sul pavimento, dove giacquero ferite e in stato di incoscienza fino a quando il campo magnetico non fu disattivato e le radiazioni almeno in parte neutralizzate’.




Nel paragrafo successivo le otto persone coinvolte nell’incidente riprendono conoscenza: alcune vengono portate in ospedale, mentre le altre, quelle ferite in modo più lieve, tornano a casa loro. Tutto sembra rientrato nell’ordine, se non fosse per certi piccoli particolari apparentemente trascurabili, che lasciano una sensazione di inquietudine. Con il passare del tempo questi particolari cominciano a diventare meno trascurabili: una bestemmia attira sulla testa di chi l’ha pronunciata uno sciame di locuste; una preghiera mormorata distrattamente viene subito esaudita.

 

Presto i sopravvissuti non possono più nascondere a se stessi di essere finiti, Dio solo sa come, in un mondo impazzito in cui le più grossolane superstizioni hanno l’autorità oggettiva che nel ‘vero’ mondo è riservata alle leggi della fisica, la preghiera prende il posto della tecnica e chiunque faccia un passo falso viene fulminato all’istante: in breve, l’universo mentale di un predicatore pazzo. E in effetti è pressappoco così: i personaggi capiscono che in realtà si trovano ancora nel bevatrone, svenuti; ma l’energia liberata durante l’incidente ha trasformato il mondo personale di uno di loro, probabilmente quello più vicino a riprendere i sensi, in un universo mentale collettivo in cui gli altri sono rimasti intrappolati.




E come dice il protagonista sconvolto:

 

‘Siamo soggetti alla logica di un fanatico religioso che mischia islamismo e cristianesimo medioevale, un vecchio che nella Chicago degli anni Trenta ha aderito a un culto di svitati. Siamo dentro la sua testa’.

 

Dick si divertì molto a ritrarre questo universo delirante. Ma non aveva intenzione di restarci per tutto il libro: aveva messo otto persone nel bevatrone proprio per visitare l’idios kosmos di ognuno di loro. Dal fondamentalismo religioso di un veterano di guerra che ricordava suo padre, si passa all’utopia puritana di una gentile signora piena di buoni sentimenti, che, come sua madre, ama l’arte, la bellezza, la purezza, e come lei detesta il disordine, il sesso, la vita organica ed è convinta che sia possibile separare il bene dal male, vale a dire eliminare il male: e così, nell’abolire i mali del mondo, non fa sparire solo singoli oggetti, ma intere categorie: i clacson, i netturbini che svuotano rumorosamente i bidoni della spazzatura, i venditori porta a porta, la carne, la povertà, gli organi sessuali, l’asma, l’ubriachezza, la sporcizia, la Russia, la musica dodecafonica...




Migliorato in tal modo, per sottrazione sempre più frenetica degli elementi da lei ritenuti indesiderabili, il mondo della dama di carità si autodissolve e cede il posto a quello, ancora più temibile, di una giovane paranoica. Un mondo gelido, infido, ineccepibilmente normale, eppure pieno di minacce. Un mondo in cui tutto ha un significato, fa parte di un complotto. Tutto è ostile, pericoloso, ingannevole, anche gli oggetti. I personaggi, in balìa di questa mente malata, cadono nel panico. Ogni mondo è peggiore del precedente.

 

Come sarà il prossimo, se ce ne sarà uno?

 

Tre di loro, che sembravano del tutto inoffensivi – un vecchio militare mezzo rimbambito, una pia donna, una segretaria un po’ inibita –, si sono rivelati un fanatico religioso, una puritana monomaniaca, una psicotica.

 

Quali abissi nascondono gli altri?

 

Peggio ancora, si chiedono i più intelligenti, quale abisso ciascuno porta dentro di sé?




Che genere di incubo sarebbe il proprio universo per gli altri, se fossero costretti a viverci?

 

Nelle prime pagine del romanzo Dick si era soffermato a presentare, fra i visitatori del bevatrone, una coppia. La moglie, Marsha, è sospettata di comunismo. Giura al marito che l’accusa è infondata, ma lui comincia ad avere dei dubbi. Tanto più che il gruppo cambia di nuovo mondo – dopo la fine della paranoica, divorata, come voleva la sua logica, da due dei loro compagni trasformati in giganteschi insetti – e si ritrova in quello di un militante comunista.

 

Per scrivere questo capitolo Dick richiamò alla mente i racconti di Olive Holt e le parole dell’esasperante amico di Kleo, per poi attingervi ampiamente e con grande diletto: capitalisti con le mani sporche di sangue, milizie fasciste, neri linciati a ogni angolo di strada, città popolate di gangster, barboni affamati che frugano nell’immondizia – ecco l’America secondo l’ortodossia comunista.

 

Ma chi è il comunista ortodosso?




Da quale membro del gruppo proviene questa visione al tempo stesso terribile e grottesca?

 

Naturalmente tutti i sospetti si appuntano su Marsha, già denunciata all’inizio del libro dal responsabile della sicurezza del bevatrone. E, benché lei neghi, perfino il marito comincia suo malgrado a crederci, a credere che Marsha gli abbia sempre mentito. Su questo punto Dick stava esagerando: le divergenze politiche tra lui e Kleo non avevano mai preso una piega così drammatica. Ma voleva a tutti i costi che l’identificazione del comunista fosse il momento clou del libro.

 

Mentre batteva a macchina l’ultimo capitolo, appena due settimane dopo aver cominciato, immaginava il momento in cui George Scruggs lo avrebbe letto: avrebbe intuito in anticipo il colpo di scena finale?

 

Avrebbe sospettato che il comunista nascosto nel gruppo non era la generosa attivista di sinistra, ma il viscido responsabile della sicurezza, il tirapiedi del grande capitale che si fingeva ossessionato dai rossi, il supremo cacciatore di streghe? 

(M. Carrère)