CHI DELLA FOLLA, INVECE,

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sabato 9 dicembre 2023

LA CORRUZIONE (DOVUNQUE REGNA ET IMPERA con dedica alla caserma!) (19)










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nera (18) 


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taluni Approfondimenti, 


ovvero,  Frank ha cantato 







Prosegue con la Mazzini 


(e che Iddio ci aiuti!) (21)







Questa osservazione generale sul funzionamento del Diritto assume particolare rilievo nel caso in esame: il tema giuridico della corruzione, nonché le diverse categorie tecniche che derivano dalla sua analisi, riguarda la regolamentazione delle relazioni tra la sfera pubblica e l’interesse privato, e mira a garantire che i co-membri rispettino l’integrità della sfera pubblica.

 

Poiché questa appartiene a tutti, essa non appartiene a nessuno; e questo è certamente uno dei fondamenti della legittimità democratica o repubblicana, cioè di un sistema che assicura il sistema di Diritto attraverso il principio dell’assoluta uguaglianza sul piano formale degli individui. Di conseguenza, è possibile ora comprendere a fondo i problemi suscitati dalla nozione di corruzione e apprezzarne la rilevanza a un punto di vista filosofico: in questo sistema, l’acquisizione impropria delle risorse dello Stato in quanto garante della sfera pubblica - che si tratti di un’appropriazione privata dei suoi servizi o di un’appropriazione indebita delle informazioni che esso produce - è un atto estremamente grave, perché destabilizza completamente la modalità di associazione degli individui.

 

Ci si potrebbe spingere fino al punto nell’affermare che i rapporti di corruttela, nelle loro varie forme, reintroducono in realtà un vecchio sistema sociale e giuridico che si basava su una percezione differenziata delle capacità sociali individuali: “privilegi” piuttosto che “diritti”. Ecco perché la corruzione non consiste solo in una deviazione del rapporto di autorità, né solo in un furto (quello delle risorse pubbliche immateriali): in essa è implicata l’attestazione di una eccezione allo status che, minando il principio di uguaglianza individuale nella condizione civile, ristabilisce nei fatti un sistema feudale pre-democratico.




Quando si tratta di comprendere a fondo le forme di corruzione e la loro ragion d’essere, nelle scienze sociali prevale, in altri termini, quella modalità di analisi che in sociologia è definita “funzionalista”. Ritengo che questo sia un postulato cui è opportuno riferirsi per un uso corretto della nozione di corruzione. Per comprendere appieno questo punto è utile richiamare un classico della sociologia. Uno dei fondatori di questo modo di analizzare i fenomeni è infatti Robert Merton, che, nel suo Teoria e struttura sociale presenta le acquisizioni di questo metodo nel suo procedere attraverso l’identificazione e l’analisi delle funzioni che reggono qualsiasi società.

 

La nozione di funzione è essa stessa tutta da costruire, cosa che hanno fatto i sociologi dopo Merton, ma è quest’ultimo che ha postulato metodologicamente l’unità funzionale della società: questa è un insieme di funzioni che si trovano in interrelazione tra loro, con alcune attività che svolgono più compiti (la religione secondo Merton è un caso particolarmente rilevante). Merton opera anche una distinzione per noi molto importante: le funzioni sociali sono manifeste o latenti.

 

Prendendo esplicitamente una distinzione fatta da Freud a proposito del sogno, il sociologo elabora un approccio che ‘chiarisce l’analisi di modelli sociali apparentemente irrazionali’. Questi riporta l’esempio del consumo ostentativo, su cui si era soffermato all’inizio del XX secolo un altro sociologo, Thorstein Veblen, che, secondo Merton, svolge una funzione latente che nessuna funzione manifesta può svolgere nella società puritana.




Questo sembra essere il primo aspetto per il quale la nozione di corruzione, così come descritta dalle scienze sociali, appare chiaramente problematica dal punto di vista della filosofia politica: le analisi più interessanti che si producono sulla corruzione sono effettivamente basate su un principio mertoniano, ossia che la corruzione svolge una funzione sociale latente.

 

Lo possiamo vedere chiaramente nell’interessante lavoro dedicato da Jean-Claude Waquet alla condizione di Firenze tra la fine del XVII e il XVIII secolo. Lo studio attento di alcuni ‘casi’ rivela come la città-stato italiana, nella sua articolata struttura amministrativa, fosse segnata da un enorme fenomeno di appropriazione indebita di fondi pubblici. Tuttavia, nonostante i processi e le esplicite condanne morali e religiose, seguite dalle permanenti riforme amministrative, nessuno strumento ha mai realmente fermato questo fenomeno; ed è significativo che la società del tempo l’abbia in un certo senso incorporato.

 

Tanto che un attento esame delle pratiche sociali corrotte ci porta a considerarle nella loro logica come parte di un sistema generale di organizzazione sociale.

 

Quella disfunzione che la corruzione rende manifesta, può essere quindi anche intesa come l’espressione di una funzione latente: i funzionamenti manifesti acquisiscono il loro significato in relazione a funzioni latenti che presentano una loro utilità sociale. In tal modo, le pratiche corrotte rispondono a un bisogno sociale di cui rendono possibile una salutare espressione.

 

Detto più precisamente: il fatto che lo Stato italiano (ogni stato corrotto) possa essere letteralmente acquistato o acquistabile consente una forma di integrazione o regolamentazione sociale che evita l’emergere di malcontenti, violenze e disordini. Questa lettura socio-storica della corruzione si basa su un funzionalismo metodologico che ha l’effetto paradossale di semplificare il suo oggetto rendendolo tuttavia ‘efficace’.




Anche le condanne nelle due sfere della morale e della religione possono essere comprese da un punto di vista funzionalista se collocate nel “funzionamento” generale della società: mentre le esigenze socio-economiche si esprimono attraverso pratiche corrotte, queste condanne mettono il singolo agente sociale sotto una forma di tutela che salva le apparenze.

 

Un tale approccio ci permette anche di mettere in luce il fatto che la corruzione non deriva da un degradarsi dei costumi, né dal carattere passivo della natura umana, ma da una disfunzione sociale che ha una sua ragion d’essere; benché questi due temi (corruzione dei costumi e debolezza della natura umana) siano quelli usualmente utilizzati per pensarla.

 

Un’osservazione simile è stata fatta su una scala più ampia, nel quadro di una teoria generale della civilizzazione: la corruzione può essere sia illecita che benefica, perché può rappresentare un’alternativa alla violenza consentendo a gruppi con una scarsa rappresentanza sociale e politica di accedere a beni e decisioni. Le condotte che appaiono scorrette in un dato sistema giuridico-morale possono persino essere comprese come espressione di un principio attivo di trasformazione sociale. Questo è il motivo per cui l’esame delle dinamiche della transizione tra “società non sviluppate” e “società sviluppate” ha trovato nell’analisi funzionalista della corruzione una matrice di intelligibilità.

 

Lasciando sullo sfondo la pluralità di figure solitamente coinvolte nelle pratiche corruttive, a questo punto si prendono in considerazione i due principali attori di tali dinamiche – il corrotto e il corruttore – e le risorse da essi scambiate. Com’è facile intuire, le risorse sono di differente natura, la loro utilità per i diversi attori muta nel corso del tempo, esse assumono funzioni diverse a seconda del contesto in cui sono scambiate.




In prima approssimazione, il corruttore introduce nello scambio occulto principalmente risorse economiche sotto forma di tangenti. Egli può inoltre mettere a disposizione ‘altre utilità economiche’, come favori, pacchetti di voti ecc. Dal canto suo, il corrotto mette innanzitutto a disposizione del corruttore (o della rete corruttiva nelle sue diverse configurazioni; cfr. capitolo V) le prerogative e la discrezionalità che derivano dal ruolo pubblico che riveste.

 

Quindi, solo per fare alcuni esempi, egli può fare in modo che il corruttore vinca un appalto o un concorso pubblico; può riferirgli informazioni riservate, evitare controlli sulle sue attività o farne di accurati contro i concorrenti del corruttore; può far in modo di comprare a prezzi più alti di quelli di mercato prodotti venduti dal corruttore o può vendergli beni pubblici a un prezzo inferiore e molto altro ancora.

 

Nelle pagine che seguono, considerando le vicende desunte dalle sentenze della Cassazione e quelle relative alle richieste di Autorizzazione a procedere a carico di parlamentari e ministri, si vedranno dunque quali sono le specifiche risorse che corruttore e corrotto mettono in circolo nelle pratiche corruttive e come queste – limitatamente ai casi considerati – varino nel tempo (prima e dopo Tangentopoli) e sul piano territoriale (Centro-nord e Sud).




Riflettere sulle risorse scambiate da corruttori e corrotti assume una particolare rilevanza a causa delle diverse implicazioni che tali scambi hanno su una pluralità di fronti. Se infatti, a un livello generale, le ricadute negative della corruzione sulla democrazia sono evidenti, euristicamente più proficua può risultare l’esplorazione di alcune altre ricadute dello scambio occulto. Tra queste, l’importanza assunta dalle risorse derivanti dalla corruzione nelle dinamiche politiche e, più specificamente, sulla selezione del personale politico e sulla struttura delle opportunità di carriera politica. Come ha notato Alessandro Pizzorno:

 

‘I politici d’affari raccolgono i profitti di corruzione e li investono, per dir così, nella politica normalmente condotta, un po’ come gli operatori dei mercati illegali (droga, gioco d’azzardo, usura, estorsione) reinvestono in imprese legali i loro profitti colà raccolti. Non è soltanto il denaro, che il politico d’affari reinvestirà; ma le risorse di relazione provenienti dalle reti allacciate grazie alle transazioni illecite; le informazioni privilegiate che è venuto a conoscere; il consenso di chi ha ricevuto favori, o spera di riceverne, o di chi ammira, del politico chiacchierato, o, magari, già denunciato, il successo nella spregiudicatezza’.

 

Il risultato è un inquinamento duraturo del campo politico dovuto a meccanismi che ricordano da vicino la legge di Gresham (per la quale, com’è noto, la moneta cattiva scaccia quella buona). Oltre che per la selezione del personale politico, l’alterazione della fisiologia della vita politica democratica imputabile allo scambio di risorse ruotanti intorno alle pratiche corruttive riguarda una molteplicità di altri attori, quali burocrati, imprenditori, faccendieri ecc.




Tralasciando una disamina accurata di tali aspetti, cui la letteratura ha dedicato molta attenzione, è solo il caso di notare che un aumento dell’importanza delle risorse derivanti dalla corruzione nella lotta politica ha l’effetto di depotenziare, e dunque deprimere, la partecipazione politica. Difatti, il coinvolgimento dei cittadini deriva, tra le altre cose, dalla credenza nell’efficacia politica soggettiva che si riduce ai minimi termini quando le decisioni politiche sono il frutto di accordi inconfessabili che non tengono conto delle preferenze e degli interessi della collettività. Inoltre, come nota ancora Pizzorno, nei contesti pervasi dalla corruzione, anche il senso dell’iscrizione ai partiti viene alterato.

 

Non ci si iscrive per dare un apporto volontario all’opera di governo, bensì per essere ammessi a concorrere a posizioni di interesse privato. Ne conseguirà che i partiti tenderanno a chiudersi e piuttosto ostacolare che cercare nuove iscrizioni, perché coloro che già vi sono iscritti non hanno interesse a che altri accedano a posizioni da cui si può concorrere a benefici ambiti. Se si cercheranno iscrizioni, sarà più per rafforzare questo o quel leader, questa o quella fazione.

 

Se sul versante della partecipazione alla vita politica la corruzione esplica essenzialmente effetti depressivi e perversi, su quello del ceto politico essa può invece essere una potente quanto versatile arma da impiegare nella competizione politica e a fini di carriera politica. Analoga utilità e funzione la corruzione può svolgere per gli imprenditori, il cui successo e capacità di competere sul mercato può giovarsi dall’adesione a reti corruttive.




Allo stesso tempo, tuttavia, la corruzione è anche un gioco molto rischioso per quei politici e quegli imprenditori che la usano come scorciatoia verso il successo, visto che una condanna per fatti di corruzione (anche non definitiva o, addirittura, un semplice avviso di garanzia) può innescare il meccanismo dello scandalo politico, a sua volta potenzialmente esiziale per le carriere politiche e imprenditoriali.

 

La duplice logica comparativa (tempo e spazio) impiegata nell’analisi delle risorse messe in campo da corrotti e corruttori sarà poi adottata per esplorare l’entità degli scambi monetari tra i due principali attori della corruzione e, soprattutto, la loro finalità o destinazione. Su quest’ultimo punto, nel dibattito pubblico si riscontra una ormai consolidata contrapposizione per la quale il corrotto ruberebbe ‘per il partito o per sé’.

 

Tangentopoli è spesso considerato lo spartiacque che segna il passaggio dalla prima alla seconda forma di corruzione. Chiaramente, si tratta di una distinzione utile sul piano analitico, ma che, oltre a presentare qualche implicazione rischiosa in termini di rappresentazione pubblica del fenomeno, difficilmente si riscontra in maniera così netta nella realtà.

 

L’attività di classificazione condotta in questo studio ha inteso queste due finalità come poli di un continuum e ha consentito di attribuire a ogni vicenda una destinazione delle risorse prevalente, più vicina all’uno o all’altro polo. Oltre alla canonica distinzione ‘per sé/per il partito’ (dove con per il partito si è inteso anche un gruppo politico di cui il corrotto fa parte, ma che non assume la forma classica del partito politico), si è prevista una modalità per la quale i proventi della corruzione siano destinati a una rete criminale cui il corrotto fa riferimento.




Ovviamente, siamo consapevoli che nella realtà i comportamenti e le finalità dei corrotti sono più intricati e meno lineari da come qui li si rappresenta, visto che, ad esempio, anche rubare per il partito significa promuovere il proprio ruolo nel partito e, dunque, costruirsi migliori chance di carriera politica. Tuttavia, il ricorso a questa immagine volutamente e forzatamente dicotomica (o poco più) delle finalità della corruzione ha permesso di ricostruire il quadro di sfondo delle vicende prese in considerazione.

 

Da ultimo, l’analisi verterà sulla stabilità/occasionalità degli scambi e sui settori di attività prevalentemente interessati dalle pratiche corruttive. Oltre a far emergere ulteriormente la varietà delle forme che può assumere la corruzione, l’approfondimento sulla sua natura occasionale o continuativa e sulla diversa vulnerabilità dei settori agli scambi illeciti, può fornire utili indicazioni a chi è chiamato a disegnare e implementare le politiche di contrasto alla corruzione. 

(Thierry Ménissier)







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