CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 24 dicembre 2023

REGALI SOTTO L'ALBERO & ALBERI DA TRAPIANTARE (il racconto di Natale)

 








Prosegue con il Legno 


& (i futuri spacca...) 


Pietra 


(ovvero tutta in legno 


& pietra) 


Prosegue con l'Italia 


racc. & corrotta







“Un grande dono alle nostre montagne arriva dal Ministero del Turismo che ha riconosciuto e sostenuto diversi progetti Lombardi, tra cui tre bergamaschi, per oltre 50 Milioni di Euro su circa 150 Milioni di euro – dichiara il sottosegretario con delega sport e giovani di Regione Lombardia Lara Magoni -. Sono orgogliosa che le Prealpi Bergamasche abbiano ricevuto il giusto riconoscimento per l’impegno profuso da sempre per garantire l’ottimo funzionamento dei nostri comprensori, veri e proprio fiori all’occhiello di Regione Lombardia”.

 

“Le montagne lombarde da sempre protagoniste a livello internazionale, saranno una delle sedi dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026 e proprio oggi abbiamo ricevuto un bellissimo regalo di Natale. Il Ministero del Turismo con lungimiranza e attenzione ha voluto rivolgere ai comprensori montani italiani un bando per favorirne il sostegno; il risultato è stato straordinario Regione Lombardia è stata quella premiata maggiormente a fronte dei progetti innovativi supportati da un importante visione di sostenibilità frutto di grande competenza e capacità manageriali. Il nostro territorio è ricoperto dal 40% dalle montagne e comprende 27 stazioni sciistiche, 900 km di piste, 310 impianti di risalita. Località dove hanno sede grandi Eventi sportivi grazie a piste riconosciute come le più tecniche e che regalano grandi emozioni”. 

 

I comprensori che hanno ricevuto questo importante riconoscimento


– I.R.T.A. (Monte Pora – BG) per 2.392.000 Milioni di €;


– I.RI.S Impianti di Risalita Spiazzi (Spiazzi di Gromo – BG) per 6.628.000 Milioni di €;

 

– BELMONT Foppolo (Foppolo – BG) per 2.715.000 Milioni di €;

 

“Grazie al Ministro del Turismo Daniela Santanchè che nel suo mandato ha scelto di essere attenta e presente nel riconoscere la forza che genera il turismo montano, mostrando quindi concretezza e volontà nel sostenerlo – prosegue Lara Magoni -. L’arrivo di questa istruttoria con questo importante risultato ha generato una grande energia di rilancio a tutto il settore, motivandolo fortemente a continuare al meglio su questa strada. Le nostre montagne sono pronte ad accogliervi con piste perfettamente innevate grazie anche al supporto della neve programmata, naturalmente con l’opportunità di poter essere affiancati dal Collegio dei Maestri di Sci nel quale abbiamo circa 2.500 professionisti pronti ad insegnarvi a sciare per regalarvi momenti di sport indimenticabili”.



NEVE DIVERSA...






C’è chi comincia a mettere in dubbio che il futuro della montagna possa basarsi sull’industria dello sci. Mamolti, nelle istituzioni e nell’opinione pubblica, continuano a negare le conseguenze della crisi climatica.

 

Ne abbiamo parlato con Giovanni Carrosio, sociologo ambientale all’Università di Trieste e membro del Comitato Scientifico di Legambiente. Dottor Carrosio, il discorso sulla crisi climatica è stato preso sul serio dall’opinione pubblica forse solo nel periodo degli scioperi dei Fridays For Future. Poi, la pandemia e la guerra hanno di nuovo messo in secondo piano la gravità del cambiamento climatico, per lo meno in Italia. Perché c’è sempre l’idea che i temi ambientali siano questioni accessorie? Che prima ci siano problemi percepiti come più importanti da risolvere?




“Credo esistano diverse questioni che si sovrappongono e si sommano. Intanto, nel nostro Paese, come in altri dell’Europa mediterranea e dell’est, il racconto pubblico sul cambiamento climatico è sempre secondario rispetto ad altre questioni. I principali organi di stampa continuano a dare spazio a personaggi che stanno costruendo la loro notorietà pubblica ritagliandosi il ruolo di negazionisti o instillatori di dubbi sulla effettiva esistenza del surriscaldamento del pianeta o sulla relazione tra emissioni di anidride carbonica e aumento delle temperature. Esiste un negazionismo strisciante nei grandi media, dove il giornalismo scientifico è relegato ai margini e scrivono di clima opinionisti come Paolo Mieli o Pierluigi Battista. E spesso lo fanno mettendo in dubbio la scienza. In secondo luogo, percepiamo i problemi ambientali se e quando si manifestano direttamente nei nostri spazi di vita quotidiana, ma fatichiamo ad avere percezione della crisi climatica, che è una crisi sistemica e globale. Certo, ha delle ricadute anche nei nostri luoghi di vita, ma sono spesso temporanee e non abbastanza frequenti per percepirle come ordinarie e non eccezionali. In terzo luogo, i nostri comportamenti e le politiche ambientali hanno bisogno di molto tempo perché abbiano qualche effetto percepibile, un po’ come i “capitali pazienti”. Ma i nostri tempi sono sempre più accelerati, e abbiamo bisogno di vedere risultati subito. Enzo Tiezzi, uno degli scienziati che contribuirono sin dall’inizio a costruire la definizione disviluppo sostenibile, parlava di conflitto tra tempi storici e tempi biologici”.




Quest’anno diverse gare mondiali di sci alpino sono state cancellate per mancanza di neve, anche ad alte quote. A inizio della stagione invernale qualche voce (anche sul Corriere della Sera) si è levata per dire che forse il futuro del turismo alpino invernale non potrà basarsi solo sullo sci. Ma dominano ovunque le notizie dell’assalto alle piste da sci... Neghiamo la necessità di adattarci, l’evidenza che la neve, al di sotto di una certa quota, non ci sarà più, oppure magari, proprio perché sappiamo che sono gli ultimi inverni in cui potremo sciare cerchiamo di goderci quello che resta?




Anche qui esistono diversi elementi da mettere in luce. L’industria dello sci è entrata in una crisi irreversibile, proprio a causa dell’incremento delle temperature e della diminuzione delle precipitazioni nevose. In parte non ha idea di come convertirsi, in parte non vuole vedere la vera ragione della crisi. Fa di tutto per convincere la politica e l’opinione pubblica che si tratta di una fase ciclica del clima, che bisogna resistere e fare investimenti, perché finito questo ciclo si ripartirà come e più di prima. È evidente che in questa fase si possono fare molti danni, perché girano ovunque progetti di costruzione di nuovi impianti di risalita (come se aumentando l’offerta iniziasse a nevicare) e di invasi per l’innevamento artificiale. Tra l’altro utilizzando soldi pubblici sia per gli investimenti che per il funzionamento degli impianti, che sono quasi sempre in perdita. Poi ci sono i turisti dello sci. Il nostro Paese, dal dopoguerra, ha iniziato a vedere la montagna come luogo dello svago per gli abitanti delle città. Nell’immaginario urbano, la montagna in inverno è sinonimo di sci, skilift, grandi parcheggi dove lasciare l’auto per raggiungere con gli impianti di risalita ristoranti in vetta, con vista sulla pianura. 




Lo sci è sempre stato un bene posizionale, che consente cioè alle persone di posizionarsi nella scala sociale, o di scalarla in modo fittizio aspirando ai consumi dei ceti benestanti. E continua a esserlo. Una minoranza ricca, o aspirante tale, che si gode il canto del cigno dello sci, gravando sulle finanze pubbliche che sostengono il settore in perdita. In terzo luogo c’è l’economia della montagna. La monocoltura dello sci ha concentrato la ricchezza e contribuito alla desertificazione produttiva della montagna, che soltanto da una ventina di anni vedere nascere nuove attività legate alla terra, all’artigianato e a volte anche all’industria high-tech, ma che resta dipendente dall’industria dello sci. In gran parte delle valli la ricettività turistica è stata costruita sulle economie di scala dello sci, ed è complicato convertirla ad altro. Queste tre resistenze si saldano, e insieme sono difficili da scalfire.




La negazione più grave, quella che ha più conseguenze sulla collettività, sembra essere quella della politica e della classe dirigente che continua a investire soldi pubblici in un settore come lo sci alpino, con un futuro incerto e che necessita sempre più di ulteriori fondi, di acqua ed energia per creare la neve dove non c’è... È davvero così impopolare fare scelte diverse?




La politica non ha una idea di futuro, e se non vedi il futuro non sei in grado di fare scelte per provare a uscire dai problemi del presente. Credo che questo sia il problema principale, che non è soltanto della politica, ma è un po’ di tutta la società in questo momento storico. Non troviamo idee capaci di aggregarci sulla base di una aspirazione per il domani. La lotta al riscaldamento globale potrebbe esserlo. Perché questo accada, però, è necessario spacchettare la questione, generale e globale, in tante vertenze concrete e locali attorno alle quali costruire consenso e percezione delle persone che la loro vita può cambiare in meglio. Se non c’è questo, la politica sarà vissuta dai cittadini sempre più come qualcosa di distante e residuale e continuerà a rispondere agli interessi corporativi di piccole minoranze che hanno paura del cambiamento”.




La dipendenza dalla neve artificiale è sempre più rilevante nel comparto sciistico. Addirittura c’è chi è convinto che sia questa la miglior risposta di adattamento. Non si considera però che se le temperature aumenteranno oltre una certa soglia, l’innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno incrementi consistenti, tanto da permettere l’accessibilità dello sci alpino unicamente ad una ridotta élite, così come accadeva nel passato.

 

In Italia, più che nel resto dei paesi europei, si è sviluppata una forte dipendenza dalla neve artificiale. Una sorta di circolo vizioso che richiede sempre maggiori investimenti per nuove tecnologie e continui ampliamenti della superficie da coprire per stare al passo con gli agguerriti competitor.




Si è creato così un livello di dipendenza che ha enormemente aumentato la rigidità del sistema, rendendo molto difficili i cambiamenti di rotta. Per sostenere questo modello sono enormi gli oneri a carico della pubblica amministrazione, profusi nella realizzazione di sistemi di innevamento artificiale. Scelte che portano a consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare preoccupa l’utilizzo dell’acqua per l’alimentazione di bacini artificiali, a discapito di risorse idriche montane sempre più ridotte con l’inasprirsi della crisi climatica.

 

L’innevamento artificiale in Europa richiede l’uso di miliardi di litri di acqua, quantità difficile da calcolare esattamente perché varia di anno in anno e perché non tutti i consumi vengono dichiarati. Dipende dalle temperature: ovviamente, più fa caldo e meno sono efficienti gli impianti di innevamento. L’aumento delle temperature riduce il potenziale di innevamento, in quanto temperature elevate e/o elevata umidità relativa inibiscono la produzione di neve.




Per i prossimi anni si prevede che nelle Alpi la domanda di acqua per l’innevamento aumenterà notevolmente, dal 50% al 110% secondo Steiger et al. (2019).

 

Questi maggiori fabbisogni idrici dovranno essere conteggiati insieme a usi idrici di altri settori, come l’idroelettrico, l’agricoltura, gli usi domestici in generale, il turismo. Con un clima ancora più caldo, nei prossimi anni andremo incontro a usi plurimi dell’acqua sempre più problematici e conflittuali. L’Italia è il paese alpino dove è più diffusa la neve artificiale: la percentuale di piste innevate artificialmente è del 90%, seguono l’Austria con un 70%, la Svizzera con il 50%, la Francia con il 39%. La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. Se negli anni ottanta in Italia la neve artificiale era usata a integrazione delle precipitazioni naturali, oggi è considerata un elemento indispensabile per la preparazione delle piste, anche in comprensori sciistici in quota come il Monterosa Ski.




Per garantire la neve però occorre avere sempre acqua a disposizione e gli operatori del settore sono convinti che gli invasi artificiali siano la miglior soluzione. L’acqua per i cannoni sparaneve può essere prelevata con varie modalità, da fiumi, torrenti, bacini naturali o artificiali. Può altresì essere presa da sorgenti o da pozzi oppure con prelievi da trincea drenante, se non addirittura dalla rete idropotabile. Lo stoccaggio avviene tramite invasi a cielo aperto o in serbatoi.

 

Ma che cosa significa stoccare l’acqua nei bacini artificiali?

 

In montagna a causa della crisi climatica assistiamo ad un complessivo peggioramento delle condizioni degli ecosistemi acquatici. Fenomeni di siccità e conseguente riduzione delle portate, in aggiunta a condizioni di sovra sfruttamento della risorsa idrica, rendono i corsi d’acqua particolarmente fragili. Nemmeno i laghi montani stanno bene con questo clima. Sono ad alto rischio di perdita di biodiversità oltre che di una colonizzazione anomala da specie normalmente insediate ad altitudini più basse.




I frequenti abbassamenti del livello stanno provocando danneggiamenti della vegetazione macrofitica nella fascia litoranea, favorendo il proliferare di piante non ancorate al substrato che possono aggravare la carenza di ossigeno disciolto, oltre a danneggiare la comunità animale delle fasce litoranee e agevolare la proliferazione di specie invasive. L’ulteriore diminuzione della frequenza di precipitazioni e dello strato interessato dal mescolamento convettivo può incrementare l’isolamento delle acque profonde, limitando da un lato l’apporto di nutrienti alle acque superficiali e, dall’altro la loro ossigenazione (Piano Nazionale Adattamento Cambiamenti Climatici - Impatti e vulnerabilità settoriali).

 

I prelievi di acqua per lo sci si inseriscono di prepotenza in una situazione così complessa e delicata. I fiumi e i torrenti sono i primi fornitori della materia prima. Dai corsi d’acqua più o meno vicini alle piste da sci viene attinta l’acqua necessaria alla produzione di neve mediante apposite opere di presa, che attraverso il pompaggio trasferiscono la risorsa in bacini artificiali o in serbatoi. I bacini artificiali sono i più numerosi e in continuo aumento, tanto che con questo dossier si è voluto iniziare a censirli per capire come stanno trasformando il territorio montano.




Queste strutture sono normalmente collocate in depressioni o conche del terreno, che deve presentare un andamento subpianeggiante, e sono realizzate con imponenti scavi. Dopo la fase di sbancamento ed il posizionamento di infrastrutture e reti accessorie, costituite normalmente dalle tubazioni di alimentazione e di scarico, la superficie interna del bacino viene ricoperta da teli di plastica impermeabilizzanti che ne garantiscono la tenuta idraulica. Gli invasi, soluzioni ottimali per il comparto dello sci, non fanno però i conti con il fabbisogno di energia, le alterazioni del ciclo idrologico, la qualità dell’acqua proveniente da fonti lontane e la prevedibile maggiore concorrenza tra le risorse idriche.

 

Oltre ad avere un notevole impatto visivo, i bacini tendono a impoverire temporaneamente il territorio di acqua. Pochi sono i vantaggi: è vero che la neve artificiale contribuisce ad aumentare l’albedo, ma questo aspetto positivo, insieme alla funzione di riserva d’acqua per il periodo primaverile, sono comunque irrisori rispetto alle conseguenze negative.


 (LETTURA CONSIGLIATA AI FRATELLI & SORELLE D'ITALIA...: 


NEVE DIVERSA)








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