CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 30 luglio 2013

LA SUA RIMA (35)













Precedente capitolo:

I pellegrini di Dio (34)

Prosegue in:

La sua anima (36)






IL BAGNO







..A volte il fondo su cui mi trasportano i flutti è rivestito da una foresta di erbe
verdi, oscillanti in morbide sinuosità; mi accarezzano, mi avvolgono e mi prepa-
rano un incantevole letto.
E' l'acqua, è la chioma ondulata delle piante che mi solleva e mi fa fluttuare sulla
superficie del ruscello?
Non so, e del resto il mio pensiero si perde in una specie di sogno; mi sembra
persino di essere diventato parte dell'ambiente circostante; mi sento tutt'uno con
le erbe fluttuanti, con la sabbia che scorre sul fondo, con la corrente che fa oscil-
lare il mio corpo; guardo con una specie di stupefazione gli alberi che si chinano
sopra il ruscello, gli squarci di cielo azzurro che si mostrano attraverso il foglia-
me, e il profilo nettamente delineato delle montagne che distinguo in lontananza,
all'orizzonte.
Il mondo esterno è davvero reale?




  Anch'io, come il pescatore della leggenda, vedo la sirena meravigliosa che mi
fa segno con il dito; mi sento attirato dal suo sguardo affascinante e sento risuo-
nare l'eco del suo canto dolce e perfido: 'Ah, vieni, vieni con me saremo felici!'.
A volte sono tentato di invidiare il giovane che cede al richiamo della sinuosa
ondina, la cui chioma fluttuante va a mescolarsi con quella del limo verde.
Ma io so che sbarazzandoci delle preoccupazioni amare della vita, l'esistenza
stessa finisce per spegnersi sotto la carezza dell'acqua limpida e le ondulazioni
dell'erba fremente.




La natura riserva ai suoi amanti seduzioni di cui bisogna diffidare, come della
voce delle sirene o della bellezza della fata Melusina. Facendoci amare troppo
la solitudine, ci porta fuori dal campo di battaglia in cui ogni uomo coraggioso
ha il dovere di battersi per la giustizia e la libertà!
Sì, la natura è bella: dobbiamo cogliere il suo fascino, ma anche saperne go-
dere solo la gioia discreta e non (dissento con l'autore....ed abbandonarci...)
mai al suo incantesimo fatale.




Uno dei grandi piaceri del bagno, un piacere di cui non sempre ci si rende
conto, ma non per questo è meno reale, è che si torna temporaneamente
alla vita degli antenati.
Senza essere schiavi dell'ignoranza come il selvaggio, diventiamo liberi co-
me lui quando ci tuffiamo nell'acqua; le nostre membra non devono più su-
bire il contatto degli odiosi vestiti; e insieme agli abiti lasciamo sulla riva
almeno una parte dei nostri pregiudizi di professione o mestiere; non sia-
mo più operai, commercianti, professori, dottori; dimentichiamo per un'ora




attrezzi, libri e strumenti e, ritornati allo stato di natura, potremmo es-
sere tentati di crederci ancora nell'età della pietra o del bronzo, quando
i popoli barbari costruivano le loro capanne su palafitte in mezzo all'ac-
qua.
Come gli uomini antichi, siamo liberi dalle convenzioni, la nostra serietà
obbligatoria può sparire e lasciare il posto all'allegria rumorosa; noi uomi-
ni civilizzati, invecchiati con lo studio e l'esperienza, ci ritroviamo bambi-
ni nei primi tempi della giovinezza del mondo.




Siamo rinati.
Ricorderò sempre con quanto stupore ho visto la prima volta una compa-
gnia di soldati che si divertivano nel fiume.
Ero ancora bambino e non potevo immaginare i militari se non con le loro
divise multicolore, le spalline rosse o gialle, i bottoni di metallo, i vari orna-
menti di cuoio, la lana o tela cerata; non li concepivo se non in marcia con
lo stesso passo, in colonne rettangolari, con i tamburi in testa e gli ufficiali
di fianco, come se formassero un immenso e strano animale spinto in avan-
ti da chissà quale cieca volontà.




Ma che strano fenomeno: quell'essere mostruoso, arrivato sulla riva dell'ac-
qua, si frammentava in gruppi sparsi, in individui distinti; i vestiti rossi e
azzurri erano gettati in un mucchio come volgari stracci, e da tutte quelle
uniformi da sergente, caporale, soldato semplice, vedevo uscire uomini che
si precipitavano nell'acqua con grida di gioia.
Basta con l'obbedienza passiva, basta con la rinuncia alla propria personalità;
i nuotatori, ritornati per qualche istante se stessi, si disperdevano leberamen-
 te nella corrente (non erano più burattini...): niente li distingueva dai borghe-
si che si divertivano accanto a loro.
Disgraziatamente si fece sentire un......
(E. Reclus, Storia di un ruscello)
(Dello stesso autore puoi leggere anche: Natura e società)














lunedì 22 luglio 2013

...E MORI' COME VISSE: URLANDO E BESTEMMIANDO (29)

















Precedente capitolo:

Vegio che arde qui il grande fuogo (28)

Prosegue in:

E morì come visse: urlando e bestemmiando (30)












Il Trecento debuttò con una grandiosa festa: il Giubileo.
Essa non esisteva nel calendario della Chiesa, che fin allora non l'aveva mai celebra-
ta. La inventò il Papa che in quel momento sedeva sul Soglio: Bonifacio VIII.
Il momento era favorevole a una prova di forza, diciamo così, organizzativa e spet-
tacolare. Sia pure attraverso momentanee crisi ed eclissi, la Chiesa era uscita bene
dalle dure prove degli ultimi decenni. Il grande pericolo di venire asservita al potere
laico era scomparso con Federico II, 'ultima possanza dell'Impero', come Dante con
una sfumatura di rimpianto.
Da Innocenzo III che aveva indossato la tiara nel 1198 a Gregorio X ch'era morto
nel 1276, era stato un seguito di Pontefici vigorosi e risoluti, che avevano dato al Pa-
pato forza e prestigio.




Bonifacio sembrava l'uomo più adatto a raccoglierne i frutti. Era romano. Veniva dall'-
orgogliosa e prepotente dinastia dei Conti Caetani. E di che pasta fosse, lo si vide dal
modo con cui s'installò sul Soglio Pontificio.
Alla morte di Niccolò IV erano seguiti due anni e mezzo d'interregno perché i Cardi-
nali non erano riusciti a mettersi d'accordo sul successore. E come spesso capita in
questi casi, si era scesi a un compromesso ricorrendo a una figura scialba che non
desse noia a nessuno: un povero fraticello abruzzese, Pietro da Morrone, vissuto
sempre da anacoreta in un eremo vicino a Sulmona.
Quando seppe cosa gli stava capitando, Pietro cercò di sottrarvisi con la fuga. Ma lo
catturarono, lo trascinarono di forza a Napoli, e lo coronarono col nome di Celestino
V. Fra gl'intrighi della Curia, il sant'uomo si sentì perso.




La notte udiva una voce che gli rombava nell'orecchio: 'Io sono l'angelo che ti sono
mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantenente deb-
bi rinunziare al Papato e ritorna' ad essere romito'.
Quella voce non era dell'angelo, ma del cardinale Caetani che aveva installato nella
parete una specie di rudimentale telefono. Il povero Celestino non chiedeva di meglio
che 'ritorna' ad essere romito'. Ma, digiuno com'era di diritto canonico, non sapeva
come compiere quel gesto di rinunzia che non aveva precedenti nella storia della Chi-
esa. 
A fornirgli gli argomenti per il 'gran rifiuto' - come lo chiamò Dante - fu il Caetani, che
invece di diritto canonico era maestro e nel Codice si rigirava molto meglio che nel
Vangelo. Così, sei mesi dopo averla assunta, Celestino depose la tiara e ridiventò fra-
te Pietro Morrone senza mai aver messo piede a Roma.
In capo a undici giorni il Caetani gli succedette col nome di Bonifacio VIII e come pri-
ma cosa mandò ad arrestare frate Pietro, tornato nel frattempo al suo eremo. Lo sven-
turato cercò di fuggire oltre Adriatico. Ma fu catturato e rinchiuso nel castello di Fumo-
ne, dove poco dopo morì.




Non risulta che Bonifacio abbia avuto il minimo trasalimento di rimorso. Egli non era
oberato da una coscienza che potesse procurargliene. E, quanto a una giustizia divina
cui rendere conto dei propri atti, ne negava risolutamente e apertamente l'eventualità.
L'Inferno e il Paradiso, diceva, sono già su questa terra. Il primo è rappresentato dalla
vecchiaia, dagli acciacchi e dall'impotenza; il secondo dalla gioventù, dalle belle donzel-
le e dai bei guaglioni, perché verso i due sessi era imparziale.
Una volta, a un cappellano che implorava l'aiuto di Gesù, gridò inviperito:
'Stolto, stolto! Gesù fu un uomo come noi. Se non poté nulla per sé, cosa vuoi che pos-
sa per gli altri?'.
(Prosegue....)










giovedì 18 luglio 2013

FUORI DAL RECINTO (25)














Precedente capitolo:

il ritorno dei papi il recinto (24)

Prosegue in:

i frutti degli altri (26)











L'uomo emarginato non appare 'explicite' nei documenti della coscienza
sociale medievale. Manca negli scritti che analizzano le divisioni sociali
dell'alto Medioevo; non è presente in quelle opere che illustrano 'i ceti
di questo mondo'; è assente nel quadro tardo-medievale della 'danza
della morte', dove uno scheletro organizza la sfilata dei gruppi e delle
categorie sociali di quel tempo.




Eppure, egli è presente nella vita delle società medievali come risultato
della negazione individuale o di gruppo dell'ordine dominante. Gli emar-
ginati ci vengono presentati dalla letteratura medievale come pure dell'-
arte di quell'epoca; contro di loro si rivolge la letteratura religioso-mo-
rale nonché la legislazione statale, ecclesiastica o municipale: assenti
negli archivi della coscienza sociale, gli emarginati sono più che presen-
ti in quegli schedari (di secolare memoria) giudizari e polizieschi.....




Gli emarginati sono definiti dei 'banditi', coloro cioè, che una decisio-
ne della comunità, una disposizione di legge o la sentenza di un tribu-
nale hanno privato del diritto di restare entro i confini di un determi-
nato territorio o hanno messo 'tout court' fuori legge.
Il bando si presentava in forme diverse nel diritto romano e in modo
diverso veniva interpreato - basti pensare alla raccolta di pareri di
giureconsulti, che troviamo nei 'Digesti' di Giustiniano.
L'ambito dell'esilio era definito in modo vario: poteva trattarsi di e-
spulsione da un determinato territorio, di confino in un luogo rigoro-
samente definito oppure relegazione su un'isola.




Il divieto di 'acqua e fuoco', cioè la perdita di benefici di residenza o di
ospitalità, simboleggiati dalla possibilità di dissetarsi e di riscaldarsi,
non impediva di stabilirsi altrove e di condurre in un altro luogo una
vita normale.
Nella regione colpita da interdetto, il 'bandito' era esposto alla minac-
cia di morte. L'interpretazione di questa pena è tuttavia ardua; in es-
sa è contenuto il diritto 'sui generis' all'impunità a condizione che si la-
sci il posto, e al tempo stesso vi è insito un elemento di esclusione so-
ciale e di privazione per l'individuo di ogni diritto naturale.
Questa ambiguità dell'istituzione del bando sulla base del diritto roma-
no può essere una prova della sua implicazione in un'antica tradizione
che facilmente sfugge alla ricerca storica: occorrerebbe esaminare la
problematica del tabù nell'ambito della civiltà mediterranea.




Nelle 'leggi barbariche' e nelle consuetudini giuridiche dell'alto Medioevo,
il bando compare rigidamente come esclusione. esso sostituisce il sa-
crificio della vita, il quale potrebbe costituire un'indennità nella viola-
zione di un ordine sacro.
Il bando è dunque esclusione dal diritto e significa spogliare l'uomo di
tutti i suoi diritti naturali, privandolo della sua condizione vera e pro-
pria.
La 'Lex Salicia' sentenzia che il 'bandito' 'vagus sit'. Ciò vuol dire che
va trattato come un lupo, quindi scacciato dalla collettività umana, e
la sua uccisione sarebbe un mezzo legittimo di difesa contro il gregge
entro il ricco recinto.




Ma anche in questo principio di diritto consuetudinario c'è la constata-
zione secondo cui l'uomo, fuori dei vincoli sociali e fuori dalla 'patria',
esposto ai rischi di un ambiente selvatico e soggetto alle regole di vita
della macchia e dei luoghi disabitati, diviene quasi un lupo, un uomo-
lupo: l'orco delle fiabe corrisponde nella vita all'uomo asociale che ha
trasgredito le norme della vita sociale ed è venuto a trovarsi fuori di
essa...
Vediamo nel seguente capitolo chi trova giovamento da questa consue-
tudine sociale... ieri come oggi.....
(J. Le Goff, L'Uomo Medievale)










martedì 16 luglio 2013

IL RITORNO DEI PAPI: il recinto (23)














Precedente capitolo:

desiderio di carne (22)

Prosegue in:

il ritorno dei papi: il recinto (24)











Nel 1353 Innocenzo VI inviò in Italia il nuovo legato pontificio, il
Cardinale Edigio Alvarez Carrillo Albornoz, già famoso guerriero
al servizio del Re di Castiglia e Arcivescovo di Toledo, per ristabi-
lire l'ordine e l'autorità del pontefice nel cosiddetto 'Patrimonio'....
Alla sua morte, avvenuta nel 1367, lo Stato della Chiesa era defi-
nitivamente riconquistato e il nuovo ordine, così come era stato
concepito dallo stesso Cardinale nelle 'Costituzioni' del 1357, era
vigilato da una rete di rocche e fortezze che si estendeva per tut-
ta l'Umbria e le Marche.




Le possenti rocche, costruite secondo sistemi di fortificazione di
cui lo stesso Cardinale era portatore, oltre ad essere un efficace
strumento di controllo, rappresentavano il simbolo della 'restaura-
zione' e un monito verso ogni tentativo di ribellione.
Con una definizione molto astratta, il 'recinto' e il 'territorio' sono
stati messi in relazione: Recinto è tutto ciò che costituisce il terri-
torio attraverso la pura funzione di impedire l'attraversamento.
Riferendosi più specificatamente alla città, Marconi - che ha ap-
profondito in particolare gli aspetti simbolici dell'architettura mili-
tare nel contesto urbano - scrive:




'Il momento di fortificare è quindi ancora legato, fino al Rinasci-
mento maturo, al momento dell'edificazione di un recinto, di un li-
mes, con tutte le connotazioni di carattere rituale ad esso connes-
se fin dalla più alta antichità. E' ben difficile quindi, dall'antichità
al Rinascimento, trovare città che non abbiano da risolvere proble-
mi di fortificazione dal momento stesso in cui si pone il problema
di fondare la città medesima'.




In particolare nel Medioevo e, più precisamente, nella seconda
metà del 200, tutte le città si conformano in relazione all'idea di
città che veniva suggerita dall'esperienza politica e sociale dei
liberi comuni.
Alla metà del 300, in un momento storico particolarmente criti-
co per varie ragione che vanno dalla degenerazione delle istitu-
zioni comunali alla peste nera, all'assenza dei papi nella sede na-
turale dell'originario pontificato, si inserisce  l'azione dell'Albor-
noz, spedito da un papa in latitanza a conquistare un territorio
per (ri)costruire uno Stato.
L'azione dell'Albornoz fu politica, diplomatica e militare; lui
stesso un personaggio di dubbia reputazione, applicò il suo man-
dato con reverenza subdola, ambigua e violenta, tipica di un
personaggio senza scrupoli prosecutore dell'opera iniziata dal pa-
pa Innocenzo IV il quale instaurò la famigerata bolla Ad Extirpanda.




Si adoperò nel suo mandato con ugual zelo della bolla papale...
La 'reconquista' dello Stato della Chiesa avvenne, come è no-
to, in breve tempo: dal 1353 in avanti il legato e vicario ponti-
ficio eccettuato un solo anno in cui torna in Spagna e fino alla
sua morte, riesce con varie tattiche a sostituirsi progressiva-
mente alle instabili o fragili signorie cittadine, stroncando in-
nanzitutto, oltre ogni eresia, ogni ambiziosa e intelligente atti-
vità intrapresa dai Prefetti di Vico che cercavano, partendo da
Viterbo e Orvieto, di porre le basi di un principato sovracittadi-
no sulle rovine dello Stato Pontificio e guardando oltre l'orizzon-
te ormai troppo limitato della città-stato.




Viterbo e Orvieto prima, Spoleto, Assisi e Narni successivamente
e infine Todi - per limitarsi all'Italia centrale, oggetto di questa
comunicazione - tornarono così a ricostituire quello Stato della
Chiesa 'restaurato' dall'Albornoz.
La determinazione con la quale l'Albornoz perseguì i suoi scopi
trovò la più evidente manifestazione nelle rocche, simboli e con-
crete espressioni della puro Medioevo nonché della forza del nuo-
vo potere.
E come il nuovo potere si sovrapponeva alle varie situazioni po-
litiche locali preesistenti soffocandone ogni aspirazione e minan-
done i principi democratici acquisiti, così le rocche imposero la
loro presenza nelle città, dilandiandone, come in una camera di
tortura, il tessuto urbano e dominandole.




Al recinto della comunità medievale si contrappone il recinto del-
la rocca, corpo estraneo nel corpo vivo della città: sia che fosse-
ro poste fuori che dentro le mura urbane, tutte le rocche fondano
infatti il presupposto del dominio (oltre che del libero arbitrio) su
quello dell'isolamento urbanistico.
Il proliferare delle innumerevoli rocche, fondate ricostruite o ria-
dattate nel periodo Albornoziano, diventa il simbolo del nuovo sta-
to e segna anche una lacerazione instabile nelle città.
(Prosegue....)












sabato 13 luglio 2013

DESIDERIO DI CARNE (21)













Precedente capitolo:

Fra Ubertino Da Casale (20)

Prosegue in:

desiderio di carne (22)










.... Quando una regola monastica consente (o addirittura impone) l'utilizzo
della carne per ricostituire le forze di un fratello malato, indebolito nel cor-
po, è evidente la condivisione di valori con la cultura del tempo: la carne
è l'elemento ideale per nutrire il corpo, quello che, ripetiamo con Aldobran-
dino, 'lo ingrassa e gli dà forza' (proprio per questo, rinunciarvi è la scelta
paradossale di chi rifiuta le ragioni del corpo in favore di quelle dello spiri-
to: ma talvolta le prime non lasciano scampo).




Se - per assurdo - esistesse una regola monastica di età romana, la rinun-
cia alla forza fisica si tradurrebbe piuttosto nella rinuncia al pane (primo a-
limento dei soldati romani); il recupero di quelle forze, nel ricominciare a
mangiarlo.
Se quel ruolo ora è della carne, è anche perché i parametri di valutazione
nutrizionale si sono rovesciati. Inoltre, è tipicamente medievale il ragiona-
mento sottile che sostiene la rinuncia alla carne.




Se il vegetariano classico - Pitagora, Plutarco, tanti altri - evitava la carne
come ricettacolo di malvagità, vuoi perché implicava un gesto di uccisione,
vuoi perché rappresentava la corruttibilità terrena dell'essere umano, il ve-
getariano cristiano evita la carne per una pratica di 'penitenza': rinuncia a
un bene, non a un male.
Sottesa alla scelta è la convinzione, ampiamente diffusa e condivisa dalla
cultura medievale, che la carne sia il massimo piacere gastronomico, il
'piacere della carne' per eccellenza.




L'immagine funziona sul piano simbolico (la carne che nutre la carne) ma
ciò presuppone che funzioni sul piano della dietetica e del gusto. La carne
è il cibo più adatto a nutrire l'uomo.
La carne è il cibo migliore e più buono.
Questi giudizi, che i testi monastici ci consegnano assieme alla stigmatiz-
zazione del consumo di carne, sono figli del loro tempo. Anche l'astinenza
quaresimale, come pratica di penitenza imposta dalla Chiesa nei quaran-
ta giorni che precedono la Pasqua, rientra perfettamente nel quadro che
abbiamo tracciato.




In qualche modo essa rappresenta l'estensione all'intero corpo dei fedeli -
pur se limitata nel tempo - del modello alimentare monastico, e ancora una
volta conferma l'immagine alta, che si ha di quel cibo.
Se un'astinenza deve avere valore di merito, la cosa da cui ci si astiene de-
ve essere oggetto di desiderio. Non per nulla l'astinenza dalla carne va di
pari passo, nella normativa quarisemale come nelle scelte di vita monastica,
con l'astinenza della sessualità.




Da questo punto di vista i 'piaceri della carne' - o la rinuncia a essi - si inse-
guono l'un l'altro, con un gioco di parole che non è solo linguistico, ma riflet-
te anche una precisa cultura dietetica, che affida alla carne-alimento la fun-
zione, tra le altre, di stimolare la carne-corpo, cioè la sessualità....
(Prosegue....)












martedì 9 luglio 2013

'NUMMUS NON PARIT NUMMOS' (17)
















Precedenti capitoli:

tra eresia e ortodossia (15) &

tra eresia e ortodossia (16)

Prosegue in:

'nummus non parit nummos' (18) &

Fra Ubertino Da Casale (19/20)












Nel XIII secolo, alla natura diabolica del denaro si aggiunge una nuova
componente che gli autori scolastici mutano da Aristotele, lui stesso una
grande scoperta intellettuale di quel periodo.
Citando Aristotele, Tommaso dice: 'nummus non parit nummos', 'il dena-
ro non partorisce denari'.
L'usura si configura così anche come un peccato contro la natura, la qua-
le era ormai agli occhi dei teologi scolastici una creazione divina. Per l'-




usuraio, quindi, non c'è possibilità di salvezza, già papa Leone Magno a-
veva affermato che 'fenus pecuniae est animae', 'il profitto del denaro è
la morte dell'anima'.
Nel 1179, il III Concilio Laterananense proclamò che nelle città cristiane
gli usurai erano estranei cui doveva essere negata la sepoltura religiosa.
L'usura è come la morte.
I testi del secolo XIII che raccontano la fine orribile di un usuraio sono
numerosi. Ecco, ad esempio, quello che narra un manoscritto anonimo
del Duecento:




'Gli usurai peccano contro la natura pretendendo di generare denaro dal
denaro, come un cavallo da un cavallo o un mulo da un mulo. Per giunta,
gli usurai sono ladri, perché vendono il tempo che non appartiene loro, e
vendere un bene contro la volontà del possessore non è altro che un furto.
Inoltre, siccome non vendono altro che l'attesa del denaro, ovvero il tem-
po, essi vendono dei giorni e delle notti; ma il giorno è il tempo della luce
e la notte il tempo del riposo: di conseguenza essi vendono luce e riposo.
Per questa ragione non è giusto che essi ricevano la luce e il riposo eterni'.




Nella medesima epoca un'altra categoria professionale conosce un'evolu-
zione parallela. Si tratta dei 'nuovi intellettuali' che insegnano al di fuori
delle scuole monastiche e delle cattedrali richiedendo agli allievi il paga-
mento di un compenso, la 'collecta'.
San Bernardo, tra gli altri, li ha fustigati come 'mercanti di parole', con le
motivazioni che essi vendono la conoscenza che, come il tempo, appartie-
ne a Dio.




Nel secolo XIII questi intellettuali si organizzano in università che, grazie
a un sistema di prebende, garantiscono loro non solo il necessario alla sus-
sistenza, ma anche una certa agiatezza, per quanto siano noti anche univer-
sitari poveri.
In ogni caso la nuova parola di questi intelluttuali è in qualche misura lega-
ta al denaro, che si insinua ormai in tutte le attività umane, siano tradizio-
nali o innovative.




In una delle più antiche summae per confessori, quella scritta al principio
del secolo XIII da Tommaso di Cobbam, si legge che 'l'usuraio pretende
di guadagnare senza lavorare (lavora esclusivamente sull'opera altrui...),
addirittura dormendo; ciò va contro il precetto del Signore, che ha detto:
'con il sudore del tuo volto mangerai il pane'.
Per una larga parte del XIII secolo la sola speranza di evitare l'inferno per
l'usuraio era la restituzione degli interessi ricevuti. La forma migliore di ri-
parazione era quella che avveniva prima della sua morte, ma rimaneva la
possibilità di una salvezza post mortem prevedendo la restituzione nel te-
stamento.




In questo caso sia le responsabilità sia il rischio della dannazione eterna
dell'usuraio ricadono sugli eredi o sugli esecutori testamentari. 
Un racconto esemplare incluso nella 'Tabula exemplorum', testo della fi-
ne del Duecento, narra di: 'un usuraio che al termine della sua vita lasciò,
con regolare testamento, i suoi beni a tre esecutori con il mandato di re-
stituire tutto il guadagno illecito. Egli aveva domandato loro cosa temes-
sero di più al mondo. Il primo rispose la povertà, il secondo la lebbra, il
terzo il fuoco di sant'Antonio..... Dopo la sua morte, però, i tre avidi si
appropriarono di tutti i beni del defunto. Di lì a poco, come per maledi-
zione, furono colpiti da ciò che più temevano: povertà, lebbra e fuoco
di sant'Antonio.......
(Prosegue......)
(J. Le Goff, Lo sterco del diavolo)















lunedì 8 luglio 2013

L'ERESIA DEL LETTORE (ed i limiti della cultura...) (13)













Precedente capitolo:

sosta ad Avignone (12)

Prosegue in:

l'eresia del lettore (ed i limiti della cultura) (14) &

tra eresia e ortodossia (15)










Nell'anno Domini Mille trecento ventuno, frate Michele da Cesena,
dottore di santa Teologia, essendo generale dell'ordine de' frati mi-
nori, nell'anno sesto del suo ministero, alcuno bighino, o vero pinzo-
chero, fu preso nella città di Nerbona, per fatto di resia, per l'arcive-
scovo di Nerbona e per frate Giovanni Dalbena dell'ordine de' frati
predicatori, inquisitore de eretica pravità.




Il quale bighino, intra l'altre cose cose, dicea, andea predicando
  et scrivendo (in illegibile volgare...) et nonché affermando che
Cristo e gli apostoli suoi, vita di perfezione seguitando, niuna cosa
ebbono per ragione di proprietade e di signoria, in ispeziale, né e-
ziando in comune.




Il quale inquisitore, vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a
consiglio in moto celere tutti i priori e guardiani (della corretta et
sanctissima Parola) e lettori (dello Convento...) de' religiosi e non-
ché molti altri savi.....
Intra' quali fu presente frate Beringario Talloni (datosi lo nome suo
dalla gente i cui ignudi piedi guardava mentre con passo silente se-
guitava...), lettore nel convento de' frati minori da Nerbona.




Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore fece leggere il predet-
to articolo della povertade di Cristo e degli apostoli (da cui noi umili
spirituali dobbiamo deducere anche et circa lo ugual popolo che.....
lo predica e ...) suoi: per lo quale voleva condannare questo cotale
bighino.
Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto articolo richie-
sto, rispouse che questo dire non era eretico, ma era dottrina sana,
cattolica et fedele, massimamente, conciò sia cosa che questo fos-
se diffinito per la chiesa cattolica nella discretale che comincia:......
Exiit q. seminat....
(Prosegue....)












domenica 7 luglio 2013

SOSTA AD AVIGNONE (denaro & guerra) (9)














































Precedente capitolo:

una bolla per il paradiso (8)

Prosegue in:

sosta ad Avignone (denaro & guerra) (10)












...Andiamo qualche secolo indietro (certo non c'è bisogno del prezioso
tomo della storia, comunque...), con il trasferimento ad Avignone, pa-
radossalmente, il papa si avvicina alla posizione di un principe secola-
re in misura maggiore rispetto all'epoca in cui le circostanze lo aveva-
no indotto ad allontanarsi da Roma e dall'Italia.
Fin dal primo papa avignonese, Clemente V (1305-1314), le spese
della Santa Sede s'impennano. In breve tempo il numero di dignitari
della corte pontificia si assesta tra le 400 e le 500 persone, un centi-
naio in più rispetto all'ultimo papa romano, Bonifacio VIII.




Sulla scorte di una documentazione particolarmente ben conservata,
Guillemain ha dimostrato che nel suo quarto anno di pontificato Cle-
mente V spese 120.000 fiorini, di cui 30.000 per la sola gestione do-
mestica del suo palazzo tra stipendi, cibo, cera, bucato, fieno, e....
mantenimento dei cavalli.
Le spese non domestiche includono acquisti di pergamena (fra cui
nel presente post ne includiamo una risalente alla fondazione dell'-
antica Università di Perugia...), compensi onerosi di cappellani, no-
tai e messi.




Le entrate provengono in primo luogo dai diritti sovrani della Santa
Sede, come i censi dovuti dal re di Napoli e da altri signori italiani
e l''obolo di San Pietro' versato dai regni scandinavi.
Tutte queste imposte vengono saldate di malavoglia dai debitori no-
nostante il frequente ricorso alla scomunica.
26.000 fiorini provengono dalle somme che vescovi ed abati sono
tenuti a pagare al momento dell'elezione o della nomina. Jan Favier
ci ricorda che i pagamenti delle decime arretrate contribuiscono in
parte al completamento del bilancio.




Una rilevante voce di spesa nei conti di Clemente V è rappresenta-
ta dai doni elargiti sia ai grandi personaggi di cui voleva conquistar-
si favore e protezione, ad esempio i re di Francia e Inghilterra, sia,
soprattutto, a membri della sua famiglia nell'ambito di una prassi
sfacciatamente nepotista....
(Prosegue...)
(J. Le Goff, Lo sterco del diavolo)