giuliano

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IL TOMO

martedì 9 luglio 2013

'NUMMUS NON PARIT NUMMOS' (17)
















Precedenti capitoli:

tra eresia e ortodossia (15) &

tra eresia e ortodossia (16)

Prosegue in:

'nummus non parit nummos' (18) &

Fra Ubertino Da Casale (19/20)












Nel XIII secolo, alla natura diabolica del denaro si aggiunge una nuova
componente che gli autori scolastici mutano da Aristotele, lui stesso una
grande scoperta intellettuale di quel periodo.
Citando Aristotele, Tommaso dice: 'nummus non parit nummos', 'il dena-
ro non partorisce denari'.
L'usura si configura così anche come un peccato contro la natura, la qua-
le era ormai agli occhi dei teologi scolastici una creazione divina. Per l'-




usuraio, quindi, non c'è possibilità di salvezza, già papa Leone Magno a-
veva affermato che 'fenus pecuniae est animae', 'il profitto del denaro è
la morte dell'anima'.
Nel 1179, il III Concilio Laterananense proclamò che nelle città cristiane
gli usurai erano estranei cui doveva essere negata la sepoltura religiosa.
L'usura è come la morte.
I testi del secolo XIII che raccontano la fine orribile di un usuraio sono
numerosi. Ecco, ad esempio, quello che narra un manoscritto anonimo
del Duecento:




'Gli usurai peccano contro la natura pretendendo di generare denaro dal
denaro, come un cavallo da un cavallo o un mulo da un mulo. Per giunta,
gli usurai sono ladri, perché vendono il tempo che non appartiene loro, e
vendere un bene contro la volontà del possessore non è altro che un furto.
Inoltre, siccome non vendono altro che l'attesa del denaro, ovvero il tem-
po, essi vendono dei giorni e delle notti; ma il giorno è il tempo della luce
e la notte il tempo del riposo: di conseguenza essi vendono luce e riposo.
Per questa ragione non è giusto che essi ricevano la luce e il riposo eterni'.




Nella medesima epoca un'altra categoria professionale conosce un'evolu-
zione parallela. Si tratta dei 'nuovi intellettuali' che insegnano al di fuori
delle scuole monastiche e delle cattedrali richiedendo agli allievi il paga-
mento di un compenso, la 'collecta'.
San Bernardo, tra gli altri, li ha fustigati come 'mercanti di parole', con le
motivazioni che essi vendono la conoscenza che, come il tempo, appartie-
ne a Dio.




Nel secolo XIII questi intellettuali si organizzano in università che, grazie
a un sistema di prebende, garantiscono loro non solo il necessario alla sus-
sistenza, ma anche una certa agiatezza, per quanto siano noti anche univer-
sitari poveri.
In ogni caso la nuova parola di questi intelluttuali è in qualche misura lega-
ta al denaro, che si insinua ormai in tutte le attività umane, siano tradizio-
nali o innovative.




In una delle più antiche summae per confessori, quella scritta al principio
del secolo XIII da Tommaso di Cobbam, si legge che 'l'usuraio pretende
di guadagnare senza lavorare (lavora esclusivamente sull'opera altrui...),
addirittura dormendo; ciò va contro il precetto del Signore, che ha detto:
'con il sudore del tuo volto mangerai il pane'.
Per una larga parte del XIII secolo la sola speranza di evitare l'inferno per
l'usuraio era la restituzione degli interessi ricevuti. La forma migliore di ri-
parazione era quella che avveniva prima della sua morte, ma rimaneva la
possibilità di una salvezza post mortem prevedendo la restituzione nel te-
stamento.




In questo caso sia le responsabilità sia il rischio della dannazione eterna
dell'usuraio ricadono sugli eredi o sugli esecutori testamentari. 
Un racconto esemplare incluso nella 'Tabula exemplorum', testo della fi-
ne del Duecento, narra di: 'un usuraio che al termine della sua vita lasciò,
con regolare testamento, i suoi beni a tre esecutori con il mandato di re-
stituire tutto il guadagno illecito. Egli aveva domandato loro cosa temes-
sero di più al mondo. Il primo rispose la povertà, il secondo la lebbra, il
terzo il fuoco di sant'Antonio..... Dopo la sua morte, però, i tre avidi si
appropriarono di tutti i beni del defunto. Di lì a poco, come per maledi-
zione, furono colpiti da ciò che più temevano: povertà, lebbra e fuoco
di sant'Antonio.......
(Prosegue......)
(J. Le Goff, Lo sterco del diavolo)















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