CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 28 maggio 2017

LA SAGGEZZA RISPONDE ALL'IGNORANZA


















Con decisione globale ho condonato
la pena dell'esilio a tutti coloro che il
defunto Costanzo ha banditi a causa della
follia dei Galilei; a Te, però non solo condono
la pena, ma, memore della nostra antica 
amicizia e conoscenza, rivolgo l'invito
a divulgare quanto più ti è possibile saggia 
e retta parola.... la quale riporto per tutti
quelli i quali si palesano nella propria ed altrui
malafede... cesari del proprio ed altrui mondo.... 


....Sagge Parole....


Una pessima.... 'governante'...  














Una giusta educazione pensiamo che non consista nell'armonia
magnifica delle espressioni e della lingua, ma nella saggia dispo-
sizione di un pensiero razionale e nella vera opinione sul bene,
sul male, sulla virtù e sul vizio.
Chiunque perciò pensi una cosa e ne insegni un'altra ai suoi di-
scepoli, è, a mio parere, tanto lontano dall'essere un buon edu-
catore quanto dall'essere un uomo onesto.




Se la discordanza tra il pensiero e la parola fosse su punti di
scarsa importanza sarebbe un male, ma fino a un certo livello
sopportabile; al contrario, se una persona in dottrine di somma
importanza insegna l'opposto di ciò che pensa, non è questo il
modo di agire di bottegai, e non di onesti ma di pessimi uomini,
che lodano soprattutto le merci che ritengono di infima qualità,
ingannando e adescando con lusinghe coloro a cui vogliono tra-
sferire, io credo, le loro merci cattive?




Dunque, tutti quelli che dicono di insegnare dovrebbero avere
un comportamento morale ed avere nell'animo pensieri non in
contraddizione con quelli che professano in pubblico; io credo
che dovrebbero comportarsi in tal modo soprattutto quelli che
istruiscono nella retorica i giovani, commentando gli scritti an-
tichi, tanto i retori, quanto i grammatici, e ancora più i sofisti,
e i teologi, che vogliono essere più degli altri maestri non solo
di letteratura, ma anche di comportamento morale ed afferma-
no che sia loro prerogativa la filosofia politica ...e non solo...




Se sia vero o no, si tralasci per ora: io, lodandoli di aspirare ad
un impegno così bello, li loderei di più, se non mentissero e se
non dimostrassero di avere un pensiero in sé e di insegnare ai
loro discepoli un altro.
Ma come?
Ebbene, Omero, Esiodo, Demostene, Tucidide, Isocrate e Lisia
non ebbero gli Dèi maestri di ogni cultura?
Non si credettero gli uni sacri ad Ermete e gli altri alle muse?
Io credo che sia strano che chi spiega opere di questi ed altri
autori neghi onore agli Dèi ed ai Santi che essi hanno onorati!




Ma sebbene io pensi che questo sia strano, non dico che essi deb-
bano insegnare ai giovani dopo aver cambiato opinione, ma con-
cedo loro una scelta: di non insegnare le dottrine che essi non ri-
tengono morali o, se vogliono, insegnino dapprima con l'esempio
e convincano i loro allievi che né Esiodo né Omero né alcuno de-
gli autori che essi spiegano dopo averli condannati di empietà, di
stoltezza e di errore religioso.
E poiché essi dalle opere di questi autori traggono lo stipendio e
il sostentamento, confessano di essere avidi di guadagni immora-
li e di sopportare qualunque cosa per poche dracme.




Fino a questo momento erano molti i motivi che sconsigliavano
di frequentare i templi ed il timore che minacciava da ogni parte
 faceva perdonare il dissimulare le opinioni più sincere riguardo
gli Dèi; ma poiché ora gli Dèi ci hanno concesso la libertà, a me
sembra illogico che gli uomini insegnino quelle dottrine che non
ritengono vere.
Al contrario, se pensano che siano saggi quelli di cui spiegano le
opere e si insediano, per così dire, a loro profeti, per prima cosa
cerchino di emularne la religiosità verso gli Dèi (e correggendo
tale Lettera specchio dei tempi ed adeguandola alla Filosofia, o
meglio, evolvendola come se il Pagano riproponesse se medesimo
fedele alla propria Natura cresciuta alla morale di una nuova
Storia ora di nuovo scritta... ed evoluta più saggiamente compiuta)

ripropongo quanto da lui detto....

"vadano nelle comunità dei Cristiani del proprio Impero ad udire Matteo

e Luca.... questi cesari accompagnati dai loro maestri sempre  che ne

siano all'altezza morale e spirituale.... di intendere tal dire e parlare....

un più nobile e superiore Credo"...

(Dedico la presente lettera a tutti coloro che sono coerenti con
le loro scelte...unite ai loro impegni con se stessi ed il prossimo.)

(L'Epistolario di Giuliano Imperatore)

















sabato 27 maggio 2017

I 'PERFETTI' INGRANAGGI DELL'ARTE ovvero GLI SPECCHI DELLA VERA NATURA (14)










































Precedenti capitoli:

I 'perfetti' ingranaggi dell'arte (13)

Prosegue in:

O, se preferisci, Giochi di Specchi (15)














...Era tutto preso da queste fantasticherie quando Sancio gli disse:

‘Non è strano, signore, che io pur abbia ancora davanti agli occhi lo smisurato naso, l'enorme naso del mio compare Maso Cecial?’…

‘Ma credi tu, Sancio, per avventura, che il Cavaliere dagli Specchi fosse davvero il baccelliere Carrasco, e suo scudiero Maso Cecial tuo compare?’…

‘Non so che mi dire quanto a cotesto’  rispose Sancio; ‘so soltanto che i contrassegni che mi dette della mia casa, della moglie e dei figlioli non me li avrebbe potuti dare altro che lui appunto. Il viso poi, tolto via il naso, era quello stesso di Maso Cecial, come ben gliel'ho io visto tantissime volte nel mio villaggio non ché in casa sua che è a uscio a uscio proprio con la mia. Anche il suono della voce era tutt'uno’.

‘Ragioniamo un po', Sancio’ soggiunse don Chisciotte. ‘Senti: come fare a supporre che il baccelliere Sansone Carrasco venisse quale cavaliere errante, armato di armi offensive e difensive, a combattere con me? Forse che ci ho mai avuto che dire? Gli ho mai io dato motivo d'averla con me? Sono io suo rivale o fa egli professione delle armi che possa invidiare la fama che con esse io ho conquistato?’…

‘Eppure, che dire, signore’  obiettò Sancio ‘del fatto che quel cavaliere, sia chi si sia, rassomigliava tanto al baccelliere Carrasco e il suo scudiero a Maso Cecial mio compare? E se ciò è incanto, come vossignoria ha detto, non c'erano due altri nel mondo a cui potessero rassomigliare?




‘È tutto artificio e macchinazione’ rispose don Chisciotte ‘dei maligni stregoni che mi perseguitano; i quali, prevedendo che io dovevo rimanere vincitore nella contesa, avevano disposto già che il cavaliere vinto sembrasse avere il viso del mio amico baccelliere, perché l'amicizia che ho per lui si frapponesse tra il filo della mia spada e la rigorosità del mio braccio, e moderasse la giusta ira dell'animo mio, cosicché restasse in vita colui che con sotterfugi e con falsità cercava toglierla a me. A prova di ciò, tu già sai, o Sancio, per certa esperienza che non ti può mentire né trarre in inganno, quanto sia facile agli incantatori cambiare dei visi in altri visi, facendo una cosa brutta di ciò che è bello, e una bella di ciò che è brutto, poiché non son due giorni che tu vedesti proprio con i tuoi occhi la bellezza e la leggiadria della incomparabile Dulcinea, in tutta la sua perfezione e naturale armonia, mentre io la vidi in tutta la bruttezza e la volgarità di una zotica contadina con gli occhi malati e la bocca che le puzzava. Inoltre, che il malvagio incantatore il quale ardì operare così tristo cambiamento, abbia operato quello di Sansone Carrasco e del tuo compare per togliermi dalle mani la gloria della vittoria, non fa meraviglia. Tuttavia però mi consolo, perché, insomma, io sono rimasto vincitore del mio nemico qualunque fosse la figura che egli aveva preso’.

‘Dio sa la verità di tutto’ concluse Sancio.

E siccome egli sapeva che la trasformazione di Dulcinea era stata macchinazione e raggiro suo, non lo appagavano le fantasticherie del suo padrone; non volle però replicare per non avere a dire qualche parola che rivelasse lo sua marioleria....




Erano in questi ragionamenti quando furono raggiunti da un tale che dietro a loro, per la stessa via, cavalcava una bellissima cavalla storna, vestito di un gabbano di fino panno verde con gheroni di velluto lionato e in capo un berretto alla cacciatora dello stesso velluto. I finimenti della cavalla erano da campagna e da cavalcar corto, di colore paonazzo nonché verdi anch'essi. Portava una scimitarra moresca pendente da un largo budriere verde e oro, e come questo erano lavorati i borzacchini. Gli sproni non erano dorati, ma verniciati di verde, così lucidi e levigati che, accompagnandosi con tutto il vestito, facevano miglior effetto che se fossero stati d'oro fino. Come fu loro d'appresso il viaggiatore, li salutò cortesemente e, spronando la cavalla, stava per tirare di lungo, ma don Chisciotte gli disse:
‘Gentile signore, se vossignoria va per il nostro stesso cammino e se non le preme di andare in fretta, sarebbe per me gran mercé il potere andare di conserva’.

‘In verità’ rispose quel dalla cavalla ‘non intendevo tirare così di lungo se non fosse il timore che il cavallo, stando insieme con la mia cavalla, s'avesse a imbizzire’…

 ‘Ben può, signore’ rispose a questo punto Sancio, ben può trattenere le redini alla sua cavalla, poiché il nostro è il cavallo più virtuoso e morigerato del mondo. In circostanze simili non ha mai commesso alcun'azionaccia; una volta sola che scappucciò un po', la scontammo per lui il mio signore ed io a sette doppi. Torno a dire che vossignoria può, se vuole, fermarsi, perché, anche a dargliela come cosa appetitosa, il cavallo per certo non la guarda neppure’.




Trattenne la briglia il viaggiatore, meravigliato dell'assetto e del viso di don Chisciotte, il quale era senza la celata che Sancio portava come una valigia nell'arcione posteriore della bardella dell'asino. E se quel dal Verde Gabbano guardava insistentemente don Chisciotte, molto di più don Chisciotte guardava lui che gli parve persona di merito.
Mostrava avere un cinquant'anni d'età; capelli un po' brizzolati, naso aquilino, l'aspetto fra gioviale e serio; in una parola, al vestire e al bell'assetto faceva capire di essere una persona di alte qualità. Il giudizio ch'egli si fece di don Chisciotte della Mancia fu che una simile specie e figura di uomo non l'aveva vista mai: gli destarono meraviglia la lunghezza del collo, l'alta statura, la magrezza e il giallore del viso, le armi,l'atteggiamento, la sua gravità: una figura e un ritratto che in quella regione non s'eran visti di sicuro da secoli e secoli.
Don Chisciotte ben notò l'attenzione con cui il viaggiante lo guardava e lesse in quello stupore la sua curiosità di sapere; e poiché era tanto cortese e tanto propenso a compiacere tutti, prima che quegli gli domandasse nulla, lo prevenne dicendogli:




‘Se quest'aspetto che vossignoria ha notato in me le avesse, per essere sì strano e sì fuori dell'ordinario, destato meraviglia non me ne maraviglierei già io; ma cesserà di esserne sorpresa quando io le dica, come le dico, che sono cavaliere “Di quei che il popol dice/ Che a lor venture van”. Sono uscito dalla mia patria, ho impegnato i miei averi, ho lasciato ogni mia agiatezza e mi son dato in braccio alla Fortuna perché mi menasse dove più le piacesse. Ho voluto richiamare in vita la già morta cavalleria errante ed è ormai più e più tempo che, inciampando qui, cadendo là, venendo giù a capofitto qua e rialzandomi costà, ho adempiuto gran parte del mio desiderio, soccorrendo vedove, proteggendo donzelle e prestando assistenza a maritate, a orfani e a pupilli; proprio e naturale compito questo dei cavalieri erranti: cosicché, per le mie valorose, numerose e cristiane imprese ho meritato di andar già per le stampe fra tutte o quasi tutte le nazioni del mondo. Trentamila volumi sono stati stampati della mia storia ed è ben sulla via di essere stampata trentamila migliaia di volte se il cielo non ci mette riparo. Insomma, per dirla in poche parole, o meglio, in una parola sola, sappiate che io sono don Chisciotte della Mancia, per altro nome chiamato il Cavaliere dalla Triste Figura. E avvegna ché il lodarsi per sé stesso sia un abbassarsi, mi è pur giocoforza talvolta fare io le mie lodi, ben inteso quando non si trovi presente chi me le faccia. Per il che, signor gentiluomo, né questo cavallo, né questa lancia, né questo scudo e scudiero, né tutte insieme queste armi, né il giallore della mia faccia, né la mia sparuta magrezza vi potrà d'ora in avanti suscitar maraviglia, avendo ormai saputo chi sono e quale è la mia professione’.




Tacque, ciò detto, don Chisciotte, e colui dal Verde Gabbano, poiché indugiava a rispondergli si sarebbe detto che non trovasse le parole. Pur dopo una lunga pausa gli disse:


‘Ben vi apponeste, signor cavaliere, quando dal mio stupore comprendeste la mia curiosità; non siete però riuscito a far cessare la maraviglia che in me si produce alla vostra vista; ché, sebbene, come voi dite, signore, il sapere ormai chi siete me l'avrebbe potuta far cessare, così non è stato; anzi, ora che lo so, più rimango stupito e maravigliato. Com'è possibile che ci siano oggi cavalieri erranti nel mondo e che ci siano storie stampate di veritiere gesta cavalleresche? Non mi posso convincere che ci sia oggi sulla terra chi venga in aiuto di vedove, protegga donzelle, o difenda la reputazione di spose e soccorra orfani; né l'avrei creduto se in vossignoria non l'avessi veduto con gli occhi miei. Sia benedetto il cielo! Almeno ora con cotesta storia, che vossignoria dice essere stata stampata, delle sue alte e veridiche gesta cavalleresche, saranno state poste in dimenticanza quelle innumerevoli dei fantastici cavalieri erranti, delle quali era pieno il mondo, con sì grave danno dei buoni costumi e con tanto pregiudizio e discredito delle storie edificanti’....

















mercoledì 24 maggio 2017

MOSTRI & NEBBIE ARTICHE ovvero l'incubo nell'incubo prosegue... (11)


















Precedenti capitoli:

Personaggi alla Finestra & un Naufragio nel Naufragio...&

Affari con i F.lli Compa'  &  altre storie....

Prosegue in:

Ovvero l'incubo nell'incubo prosegue...(12)
















….Da quel giorno la filosofia naturale, e soprattutto la chimica, nel senso più lato del termine, divenne quasi la mia unica occupazione…
Lessi con ardore quei libri, così pieni di genio e di discernimento, che i ricercatori moderni avevano scritto su questi argomenti. Frequentai le lezioni, e feci conoscenza con gli uomini di scienza dell’università, e trovai persino nel signor Krempe una gran quantità di buon senso e di vero sapere, uniti, è la verità, a una fisionomia e a dei modi ripugnanti, ma non per questo di minor valore. Nel signor Waldman trovai un vero amico. La sua gentilezza non era mai tinta di dogmatismo, e le sue istruzioni erano date con un’aria di franchezza e di benevolenza che bandivano qualsiasi idea di pedanteria. Mi spianò la via alla conoscenza in un migliaio di modi e rese le ricerche più astruse, chiare e facili alla mia comprensione. All’inizio la mia applicazione fu altalenante ed incerta; guadagnò forza man mano che procedevo e presto divenne così ardente e zelante che spesso le stelle scomparivano alla luce del mattino mentre io ero ancora impegnato nel mio laboratorio.  
Poiché mi applicai così tanto, è facile capire che i miei progressi furono rapidi.
In effetti il mio ardore era la meraviglia degli studenti, e il profitto quella dei maestri. Il professor Krempe spesso mi chiedeva, con sorriso malizioso, come andava con Cornelio Agrippa, mentre il signor Waldman esprimeva la più sincera esultanza per i miei progressi. Trascorsero in questo modo due anni, durante i quali non tornai mai a Ginevra, impegnato com’ero, anima e corpo, nella ricerca di alcune scoperte che speravo di fare. 




Nessuno, eccetto quelli che l’hanno provato, può immaginare il fascino della scienza. Negli altri studi tu vai avanti quanto quelli prima di te, non c’è più niente da sapere, ma in una ricerca scientifica c’è sempre materia per la scoperta e la meraviglia.  Una mente di modeste capacità che persegue attentamente una sola disciplina deve per forza arrivare ad una grande competenza in quella disciplina; ed io, che cercavo continuamente il raggiungimento di un solo oggetto di ricerca ed ero esclusivamente preso da esso, migliorai così rapidamente che in capo a due anni feci alcune scoperte che miglioravano alcuni strumenti chimici, che mi procurarono la più grande stima e ammirazione all’università. Quando arrivai a questo punto ed ebbi ben appreso la teoria e la pratica della filosofia naturale che le lezioni dei professori di Ingolstadt potevano offrirmi, dato che la mia residenza lì non era necessaria per i miei progressi, pensai di ritornare dai miei amici e alla mia città natale, ma proprio allora capitò un incidente che protrasse la mia permanenza. Uno dei fenomeni che aveva attratto particolarmente la mia attenzione era la struttura del corpo umano e, a dire il vero, di ogni animale dotato di vita.

Da dove deriva, mi chiedevo spesso, il principio della vita?

Era una domanda audace, una di quelle che era sempre stata considerata un mistero; eppure quante cose potremmo conoscere se la viltà e la negligenza non limitassero le nostre ricerche. Riflettei su queste circostanze e decisi che da quel momento in poi mi sarei applicato in particolar modo ai rami della filosofia naturale legati alla fisiologia. Se non fossi stato animato da un entusiasmo quasi soprannaturale, la mia applicazione a questa disciplina sarebbe stata fastidiosa e quasi insopportabile.

Per esaminare le cause della vita, dobbiamo prima ricorrere alla morte.




Studiai la scienza dell’anatomia, ma non era sufficiente; dovevo osservare anche il decadimento naturale e la corruzione del corpo umano. Nella mia educazione mio padre aveva preso le più grandi precauzioni affinché la mia mente non venisse impressionata da orrori soprannaturali. Non ricordo di aver mai tremato ad un racconto di superstizioni o di aver mai temuto l’apparizione di uno spirito. Le tenebre non avevano alcun effetto sulla mia immaginazione, e un cimitero non era per me che un semplice ricettacolo di corpi privati della vita che, da sedi di bellezza e di forza, erano diventati cibo per i vermi. Ora dovevo esaminare le cause e lo sviluppo di questo decadimento ed ero costretto a passare giorni e notti in cripte e ossari. La mia attenzione si fissò sugli oggetti più insopportabili alla delicatezza dei sentimenti umani.
Vidi come l’elegante forma dell’uomo viene degradata e distrutta; osservai la corruzione della morte avere la meglio sulla guancia fiorente della vita; vidi come il verme ereditava le meraviglie dell’occhio e del cervello. Mi fermai, esaminando e analizzando tutti i dettagli del rapporto causa effetto come si verifica nel cambiamento dalla vita alla morte, e dalla morte alla vita, finché fra queste tenebre una luce improvvisa mi colpì, una luce così brillante e meravigliosa, tuttavia così semplice, che mentre mi sentii confuso per l’immensità delle prospettive che mi illustrava, fui sorpreso che fra così tanti uomini di genio che avevano diretto le loro ricerche verso la stessa scienza solo a me dovesse essere riservato di scoprire un segreto così stupefacente. Ricordate che non sto riportando le visioni di un pazzo. Quanto è certo che il sole brilla in cielo, così è vero ciò che affermo. Può averlo suscitato qualche miracolo, tuttavia i passi della scoperta furono distinti e verosimili.




Dopo giorni e notti di incredibile lavoro e fatica, riuscii a scoprire la causa della generazione della vita; anzi, di più, divenni capace di animare la materia inerte. Lo stupore che all’inizio provai per questa scoperta lasciò presto spazio al piacere e all’estasi. Dopo così tanto tempo passato in un lavoro penoso, arrivare all’improvviso all’apice dei miei desideri fu il più gratificante coronamento alle mie fatiche. Ma questa scoperta era così grandiosa e schiacciante che dimenticai tutti i passi che, gradualmente, mi avevano condotto ad essa, e vidi solo il risultato. Ciò che dalla creazione del mondo era stato lo studio e il desiderio degli uomini più sapienti era adesso nelle mie mani. Non che tutto mi si rivelasse all’improvviso come in uno spettacolo di magia, la conoscenza che avevo raggiunto era di un genere da dirigere i miei sforzi non appena li avessi indirizzati verso l’obiettivo della mia ricerca, piuttosto che esibire quell’obiettivo già realizzato.

Ero come l’Arabo che era stato sepolto con i morti e aveva trovato un passaggio alla vita, aiutato solo da una luce baluginante e apparentemente vana….  

…..Fu in una lugubre notte di novembre che vidi la realizzazione delle mie fatiche...

Con un’ansietà che rasentava quasi l’angoscia, raccolsi gli strumenti della vita attorno a me, così da poter infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi.




Era già l’una di notte; la pioggia picchiettava lugubre contro i vetri, e la mia candela era quasi consumata, quando, alla debole luce semi-estinta, vidi l’occhio giallo, fermo, della creatura aprirsi; respirava a fatica, e un moto convulso agitava le sue membra. Come posso descrivere le mie emozioni di fronte a questa catastrofe e come descrivere lo sventurato che, con infinite sofferenze e attenzione, ero riuscito a creare?
Le sue membra erano proporzionate, e io avevo selezionato i suoi bellissimi lineamenti.
Bellissimi!
Buon Dio!
La sua pelle gialla copriva a malapena il lavoro dei muscoli e delle arterie sottostanti; i suoi capelli erano fluenti, neri, lucenti; i denti erano bianchi come perle; ma questa rigogliosità formava solo un contrasto ancora più terribile con i suoi occhi timidi, che sembravano quasi dello stesso colore smorto delle orbite bianche in cui erano inseriti, la sua pelle era raggrinzita e le labbra erano nere e diritte. I vari incidenti della vita non sono così mutevoli quanto i sentimenti della natura umana…

…Avevo lavorato duro per circa due anni, con il solo scopo di infondere vita in un corpo inanimato. Per questo avevo sacrificato riposo e salute. Lo avevo desiderato con un ardore che superava di molto la moderazione, ma terminata l’opera, la bellezza del sogno svanì, e l’orrore e un disgusto tale da togliere il fiato riempì il mio cuore. Incapace di sopportare la vista dell’essere che avevo creato, mi precipitai fuori dalla stanza e, per un bel po’, continuai a camminare avanti e indietro nella mia camera, incapace di convincere la mia mente a dormire. Alla fine la stanchezza ebbe la meglio sul tumulto che avevo provato prima, e mi gettai sul letto, vestito, cercando di trovare qualche momento di oblio.
Ma fu inutile; dormii, è vero, ma fui turbato dai sogni più paurosi.




Mi sembrava di vedere Elisabeth, nel fiore della salute, camminare per le strade di Ingolstadt. Felice e sorpreso l’abbracciai, ma non appena le diedi un bacio sulle labbra, queste divennero livide come il colore della morte; i suoi lineamenti sembravano cambiare, e mi sembrò di tenere fra le braccia il corpo di mia madre morta; un sudario avvolgeva la sua forma, e vidi i vermi brulicare fra le pieghe della flanella.
Mi svegliai con orrore; un sudore freddo mi copriva la fronte, i miei denti battevano, e le mie membra erano in preda a una convulsione; allora, alla luce pallida e gialla della luna, che penetrava attraverso le imposte della finestra, vidi lo sventurato, il miserabile mostro che avevo creato.

Alzò la cortina del letto; i suoi occhi, se occhi si possono chiamare, erano fissi su di me. Aprì le mascelle, ed emise alcuni suoni disarticolati, mentre una smorfia gli increspò le guance. Poteva aver parlato, ma io non udii; una mano era tesa, come se volesse trattenermi, ma io scappai e mi precipitai giù dalle scale. Mi rifugiai nel cortile che faceva parte della casa in cui abitavo, vi rimasi per il resto della notte, camminando su e giù nella più grande agitazione, ascoltando attentamente, cogliendo e temendo ogni suono come se annunciasse l’avvicinarsi del demoniaco cadavere al quale io avevo così miserabilmente dato vita.
Oh! Nessun mortale potrebbe sopportare l’orrore di quel volto. Una mummia riportata in vita non potrebbe essere così spaventosa come quello sventurato.

Lo avevo osservato quando non era ancora finito; allora era ripugnante, ma quando quei muscoli e quelle articolazioni furono resi capaci di movimento, divenne una cosa che nemmeno Dante avrebbe potuto concepire. Passai una notte orribile. A volte il mio polso batteva così rapido e forte che sentivo il palpitare di ogni arteria; altre volte quasi cadevo a terra per il languore e l’estrema debolezza. Unito a questo orrore, sentivo l’amarezza della delusione; i sogni che per tanto tempo ciano stati il mio cibo e un piacevole rifugio, adesso erano un inferno; e il cambiamento fu così rapido, la sconfitta così totale! Il mattino, fosco e umido, infine si schiarì e scoprì ai miei occhi insonni e dolenti la chiesa di Ingolstadt, il suo campanile bianco e l’orologio che indicava le sei.




Il portiere aprì il cancello del cortile, che quella notte era stato il mio rifugio, ed io uscii per le strade, percorrendole a passi rapidi, come se cercassi di evitare lo sventurato che temevo di incontrare ad ogni angolo di strada. Non osavo tornare all’appartamento in cui abitavo, ma sentivo che dovevo affrettarmi, benché fossi fradicio per la pioggia che scendeva da un cielo nero e sconfortante. Continuai a camminare in questo modo per un po’, cercando di alleviare con l’esercizio fisico il peso che gravava sulla mia mente. Attraversavo le strade senza una chiara percezione di dove fossi o cosa stessi facendo.
Il mio cuore palpitava attanagliato dalla paura, e mi affrettai a passi irregolari, non osando guardare attorno a me: Come colui, che lungo una strada solitaria cammina nella paura e nel terrore, e dopo aver girato intorno, riprende a camminare e non gira più la testa; perché sa, uno spaventoso demonio si avvicina dietro i suoi passi.
Continuando così, giunsi infine di fronte alla locanda dove di solito si fermavano le varie diligenze e i carri. Mi fermai lì, non so perché, ma rimasi alcuni minuti a fissare una carrozza che, dall’altra parte della strada, stava venendo verso di me. Appena si fece più vicina, notai che era una diligenza svizzera; si fermò proprio dov’ero io, e quando lo sportello si aprì scorsi Henry Clerval, che, vedendomi, saltò subito giù.

‘Mio caro Frankenstein!’…

- esclamò.

‘ Come sono felice di vederti!’…

‘Che fortuna trovarti qui, proprio al momento del mio arrivo!’…


…Ed ora solo ora quando rileggo quella lettera con molta troppa attenzione e nello scorrere delle pieghe del Tempo il terrore mi giunge agli occhi ed ora! Ora capisco….

E di nuovo comprendo!






Alla Signora Saville, Inghilterra  5 agosto, 17 



Ci è capitato un incidente così strano che non posso fare a meno di annotarlo, benché sia molto probabile che tu mi veda prima che questi fogli giungano in tuo possesso.  
Lunedì scorso (31 luglio) eravamo quasi circondati dal ghiaccio, la nave era chiusa da tutti i lati e a fatica avanzava lungo uno specchio di mare. La situazione era piuttosto pericolosa, soprattutto perché eravamo avvolti da una nebbia molto fìtta. Perciò gettammo l’ancora, con la speranza che si verificasse qualche cambiamento meteorologico.  
Verso le due la nebbia si alzò, e noi vedemmo una vasta e irregolare distesa di ghiaccio, che si estendeva in ogni direzione e sembrava non aver fine. Alcuni dei miei compagni si lamentarono, e la mia stessa mente si fece allarmata per pensieri inquietanti, quando una strana visione attirò improvvisamente la nostra attenzione, attenuando la nostra preoccupazione. Vedemmo un carro basso, attaccato a una slitta e trainato da cani, dirigersi verso nord a una distanza di circa mezzo miglio: un essere, dall’aspetto umano, ma che doveva avere una statura gigantesca, sedeva nella slitta e guidava i cani. Seguimmo il lapido avanzare del viaggiatore con i nostri cannocchiali finché scomparve fra le irregolarità dei ghiacci. Questa apparizione suscitò in noi un’incredibile meraviglia. Pensavamo di trovarci a centinaia di miglia da terra; ma questa visione ci rivelava che, in realtà, non eravamo così lontani come avevamo supposto. Comunque, circondati dal ghiaccio, era impossibile seguire la sua pista, che avevamo osservato con la massima attenzione.
Circa due ore dopo udimmo il mare gemere, e prima di notte il ghiaccio si ruppe e liberò la nave. Tuttavia, navigammo alla cappa sino al mattino, per timore di incontrare nell’oscurità quei grossi ammassi vaganti, che dopo la rottura del ghiaccio vanno alla deriva. Io approfittai di questo momento per riposare qualche ora.
Il mattino, non appena fu chiaro, salii in coperta e trovai tutti i marinai indaffarati su un lato del vascello, come se stessero parlando con qualcuno in mare. In effetti, si trattava di una slitta, come quella vista in precedenza, che, durante la notte, era scivolata verso di noi sopra un grande frammento di ghiaccio. Era sopravvissuto solo un cane; ma c’era un essere umano sulla slitta e gli uomini lo stavano convincendo a salire a bordo. Non era un abitante selvaggio di qualche isola inesplorata, come invece sembrava l’altro viaggiatore, ma un europeo. Quando arrivai in coperta il nostromo disse ‘Ecco il capitano, egli non vi permetterà di morire in mare aperto’.
Vedendomi, lo straniero mi si rivolse in inglese, benché con un accento straniero. ‘Prima che salga a bordo del vostro vascello - disse - avreste la gentilezza di dirmi dove siete diretto?’.
Puoi immaginare il mio stupore al sentire una tale domanda, fattami da un uomo sull’orlo della distruzione e per il quale, credevo, la mia nave rappresentasse un bene che non avrebbe scambiato per tutte le ricchezze del mondo. Comunque, risposi che eravamo in viaggio di esplorazione verso il Polo Nord.  Udito ciò sembrò soddisfatto e acconsentì a salire a bordo. Buon Dio! Margaret, se avessi visto l’uomo che aveva patteggiato per la sua salvezza, la tua sorpresa sarebbe stata enorme. Le sue membra erano quasi congelate, e il suo corpo terribilmente emaciato per la fatica e la sofferenza.
Non avevo mai visto un uomo in condizioni così pessime. Cercammo di portarlo in cabina, ma non appena lasciò l’aria aperta svenne. Allora lo riportammo in coperta e lo rianimammo frizionandolo con del brandy e forzandolo a inghiottirne una piccola quantità. Appena diede segni di vita lo coprimmo di coperte e lo facemmo sedere accanto al camino della stufa della cucina. Pian piano si riprese e mangiò un po’ di minestra, che lo ristorò in modo eccezionale.
Passarono così due giorni prima che riuscisse a parlare e io, spesso, temetti che le sofferenze l’avessero privato dell’intelletto. Quando si fu un poco ripreso, lo portai nella mia cabina per assisterlo quel tanto che il mio dovere mi consentiva. Non avevo mai visto una creatura più interessante: i suoi occhi hanno, in generale, un’espressione selvaggia, persino folle, ma ci sono momenti in cui, se qualcuno compie un gesto di gentilezza nei suoi confronti o gli presta un minimo servizio, il suo volto si illumina di un raggio di benevolenza e di dolcezza di cui non ho mai visto l’uguale. Però è solitamente malinconico e disperato, a volte digrigna i denti, come se non reggesse il peso del dolore che l’opprime.
Quando il mio ospite si fu abbastanza ristabilito, non mi fu facile tener lontano gli uomini, che volevano fargli migliaia di domande; ma non avrei permesso che lo tormentassero con la loro futile curiosità, visto che la sua ripresa fisica e mentale dipendeva chiaramente dal riposo assoluto. Tuttavia una volta il mio vice gli chiese come mai si fosse spinto così lontano sul ghiaccio su un veicolo così strano. Il suo volto si fece subito triste, e rispose…

‘Per cercare uno che fuggiva da me’…

‘E l’uomo che inseguite viaggia nello stesso modo?’…

‘Sì’…

‘Credo allora di averlo visto, perché il giorno che vi abbiamo raccolto, abbiamo notato dei cani tirare una slitta sul ghiaccio, con a bordo un uomo’….

Questo attirò l’attenzione dello sconosciuto, che fece una moltitudine di domande circa la strada che il demone, così lo chiamò, stava seguendo. Subito dopo, quando rimase solo con me, disse

‘Senza dubbio ho sollevato la vostra curiosità, così come quella di questa brava gente; ma voi siete troppo rispettoso per fare domande’...

‘Certamente; in effetti sarebbe stato davvero molto impertinente e disumano da parte mia turbarvi con la mia curiosità’….  

‘Eppure voi mi avete salvato da una strana e pericolosa situazione; mi avete benevolmente riportato alla vita’….

Subito dopo mi chiese se pensavo che la rottura del ghiaccio avesse distrutto l’altra slitta. Risposi che non potevo rispondere con certezza, perché il ghiaccio non si era rotto che verso mezzanotte, e forse per quell’ora il viaggiatore aveva già raggiunto un luogo sicuro; ma di questo non potevo essere certo.
Da questo momento una nuova vitalità ha animato il corpo deperito dello sconosciuto. Ha manifestato il più gran desiderio di salire in coperta per vedere la slitta apparsa in precedenza, ma l’ho persuaso a rimanere in cabina, perché è troppo debole per sopportare la rigidità della temperatura. Gli ho promesso che qualcuno osserverà per lui e che se dovesse avvistare qualcosa lo informerà immediatamente. Tale è il mio diario per ciò che riguarda lo strano episodio sino ad oggi. Lo sconosciuto è gradualmente migliorato in salute, ma è molto silenzioso e sembra a disagio quando qualcuno, oltre a me, entra nella sua cabina. Comunque i suoi modi sono così concilianti e gentili che tutti i marinai si interessano a lui, anche se non gli parlano quasi mai. Da parte mia comincio a volergli bene come a un fratello, e il suo costante e profondo dolore mi riempiono di tenerezza e di compassione. Deve essere stata una nobile creatura nei suoi giorni migliori, visto che persino ora, nella sventura, è così affascinante e amabile. In una delle mie lettere ti avevo detto, mia cara Margaret, che non avrei trovato un amico sul vasto oceano; e invece ho trovalo un uomo che, prima che il suo spirito venisse abbattuto dalla sofferenza, sarei stato felice di avere come amico del cuore.
Continuerò il mio diario a intervalli, con notizie sullo sconosciuto quando avrò altri episodi da annotare….











domenica 21 maggio 2017

AFFARI CON I F.lli COMPA' & ALTRE STORIE...


















Prosegue in:

Più o meno negli stessi anni... (2)


















Il gorilla ammaestrato
ha vegliato le porte della notte
l’attesa del numero a conferma
della sorte
il destino gli è nemico!

Il circo ha barattato
una cassa di fuochi d’artificio
per una nuova acrobazia
e più degna tranquillità rappresentata
allo show della vita
per le bestie dell’intera fattoria
con vista su un circo…
nominato vita…

Il numero lo stesso
da quando Bisonte impazzito
mima il proprio ed altrui circo:
tutti lo conoscono come il Bufalo
di un antico sogno

Ora scortato da strani animali
il numero uguale
da quando il mago si libera
delle catene
… e il Bufalo ringrazia il pubblico…

Il gorilla ha vegliato
fuori e dentro la gabbia
le porte onde il tutto creato:
suoi ed altrui desideri;
quando il giocoliere comanda
lui fa un inchino…
a vegliare Pensiero & Dio…

Il suo numero
è un amplesso strano…
mal riuscito:
testimoniare l’evoluzione
che vuol compiere l’acrobata
del trampolino
e vegliare ogni possibile
e avvenuto naufragio
fuori e dentro il capannone
per ogni sparo di cannone…

Ed ove la donna
al numero comandato
lo guarda e lo ammira
poi accende la miccia
e vola alta verso…
una nuova acrobazia

Il suo numero il più difficile:
giacché con cura preparato
in nome e per conto del fato
che attento studia ogni particolare
per nulla abdicare al caso…

Il suo numero il più difficile
dell’intera compagnia:
si lancia verso una strana mèta
sfidare sorte e gravità
a dispetto della miccia
se pur corta
allontana e accorcia
ogni possibile misura…

Quando il pubblico l’ammira
è alta nell’acrobazia
narra l’uomo del circo
e il numero con gli indiani
conferma…. la riuscita
e in sol tributo
la gente accorsa
…applaude…
non scorgendo la miccia…

L’uomo del circo
confuso nella fiera sicurezza
comanda l’antica fattoria
donde il tutto evoluto:
il suo numero è fuoco che scintilla
e la sua parola allieta
la sofferta maggioranza
…in trepida attesa!

Il gorilla lo veglia
e lo scorta
Fra i due regna confusa paura
mista a reciproca diffidenza
affinché la cassa dove seduto
sia colma del proprio intuito
…evoluto…

Mangiafuoco sputa acqua
su qualcuno del pubblico
hanno scoperto il vecchio trucco
la miccia bruciata prima
del numero previsto…

Ed il gorilla scalcia un verso
e comanda un nuovo trucco

Mangiafuoco…
annuncia acqua verso il pubblico
per allietare secolare acrobazia
al circo della vita…

Tartarino anche lui
Fa il proprio numero
ad allietare a mo(n)do suo
medesima cassa in trepida
attesa:
dicono non sia approdata al porto
comandata e ordinata

Lui morirà per ugual miccia
per medesimo artificio
un po’ più lungo
fedele alla magnifica storia
ancora non esplosa…

L’Europa è cosa seria!

Il gorilla non ancora
approdato al porto per
un ultimo addio
per un solerte inchino
la monarchia fu suo martirio
e Tartarino lo guarda avvilito
lui è figlio di un altro Dio…
un po’ più evoluto
…almeno così dicono…

(Il Poeta [è] impazzito!)







Verso la metà degli anni trenta dell’Ottocento, una categoria sconosciuta di uomini bianchi portò nuovi prodotti commerciali e nuove opportunità. La gente di Victorio volle a tutti i costi ricavarne un vantaggio. Benjamin Davis Wilson fu il perfetto rappresentante di questi americani. Inizialmente ottenne una licenza dal governo messicano per cacciare i castori, ma scoprì presto che il commercio era più redditizio delle pellicce.
Dopo il 1821 i bianchi avevano iniziato a migrare verso il Texas e, come le haciendas già presenti e le comunità minerarie nel nord del Messico, le fattorie e i ranch di nuovo insediamento avevano bisogno di bestiame e di manodopera. Wilson capì anche che gli Apache e i Comanche volevano fucili e munizioni di fabbricazione americana. E così iniziarono gli scambi. Quando, per esempio, il governo di Sonora si impegnò per cercare di impedire che il traffico dei contrabbandieri d’armi americani prendesse piede, gli Indiani continuarono a fare razzie nel Sonora ma liberandosi delle merci saccheggiate nel Chihuahua o nel New Mexico.




Questo commercio in espansione fece emergere la tendenza dei leader apache di negoziare parziali trattati di pace con città, haciendas o persone. Non che gli Indiani riuscissero a comprendere il concetto di realtà politiche più ampie, come a volte è stato sostenuto. Questi trattati erano utili soprattutto come accordi commerciali che gli Apache rispettavano per il tempo sufficiente a piazzare il loro bottino e che poi rompevano quando qualcuno offriva loro condizioni migliori.  
I messicani lo capirono, gli americani no!
Un trattato firmato il 29 agosto 1832 da 29 uomini tra capi apache e rappresentanti del Chihuahua evitava accuratamente qualsiasi menzione al Sonora. Come previsto, i funzionari chiusero un occhio quando i fratelli Compà depredarono beni nel Sonora che poi distribuirono a compratori in attesa nel Chihuahua o a nord del Rio grande. Certa merce arrivò in territorio americano addirittura attraverso Fort Bent, nel Colorado sud-orientale. Nel periodo in cui Victorio era immerso nel suo addestramento di dihoke, aveva già visto spesso i gruppi di guerrieri chihenne radunarsi per preparare un saccheggio a cantare prima di tutto per ore al ritmo dell’esadedene, il tamburo, fino a ricoprirne il suono martellante con le loro voci.




E’ molto probabile che almeno una delle missioni da novizio di Victorio lo abbia portato nel Sonora a fare una razzia e a scambiare i beni rubati per ritornare con armi, pezze di cotone o tessuti di lana, coltelli d’acciaio, vasellame metallico e molti altri prodotti americani ben realizzati. A culmine di questi traffici, il governo del Sonora ripristinò una nuova versione della scellerata politica della taglia sulle orecchie istituita alla fine del secolo XVIII. Nel corso del tempo, ovviamente, le taglie sugli scalpi che da quella politica derivava generarono un odio fortissimo nei popoli indiani del Sudovest. Se questo non ridimensionò i traffici illegali, provocò però atti di estrema crudeltà da entrambe le parti per il resto del secolo XIX.
Le gesta di John James Johnson, del Kentucky, illustrano bene la ferocia che quella politica incoraggiò. Johnson, come Benjamin Wilson, arrivò in Messico cercando for-tuna nel settore delle pellicce. Come richiesto, si dichiarò cittadino del Sonora, teoricamente si convertì al cattolicesimo e partì per arricchirsi. Come Wilson, si accorse rapidamente che il commercio era molto più redditizio. Due dei suoi soci commerciali preferiti erano capi nednhi, Juan Diego e Juan José Compà, che avevano molti contatti con i Chihenne. Insieme a Johnson, nel 1837, viaggiavano due americani, James, o Santiago, Kirker e Charles ‘il re’ Woosley, nomi che più tardi diventeranno sinonimi di cacciatori di scalpi.




Il 20 maggio 1837, Johnson si mise in contatto per la prima volta con i fratelli Compà, che si trovavano accampati vicino alle miniere di rame, probabilmente insieme a Man-gas Coloradas. Come era consueto, le due parti si riunirono e mercanteg-giarono per parecchi giorni. Né Juan né Juan Diego avevano alcuna ragione per dubitare di quegli americani più del solito. Scambiarono il loro bestiame e i loro prigionieri con coltelli e altri strumenti, ma era la riserva di fucili americani che i due fratelli volevano davvero e che li spinse a continuare i traffici…
Un uomo che Victorio arrivò a odiare fu James Kirker, un altro cacciatore convertito al commercio. Nel 1821, Kirker lavorava per McKnight & Brady, la più fiorente attività di commercio di Saint Louis. Quella primavera, Kirker e John McKnight ammassarono nei loro carri i prodotti da smerciare e partirono per il territorio del New Mexico nella speranza di poter approfittare dell’indipendenza del Messico e della prolungata penuria di beni tra gli abitanti di Santa Fe. Lungo il cammino, i Comanche intercettarono i carri e saccheggiarono gran parte della mercanzia e, più avanti, i soldati messicani li fermarono e li minacciarono di im-prigionarli. Kirker e McKnight errarono fino a Santa Fe con i pochi beni rimasti. Erano il terzo gruppo di venditori americani che arrivava e se fossero riusciti a raggiungere la città con la merce intatta avrebbero fatto una fortuna. Kirker intuì comunque le potenzialità del territorio messicano. Lasciò Saint Louis nel 1822 e andò all’Ovest, mantenendo però forti legami con il Missouri. Avendo ottenuto dal nuovo governo messicano il permesso di cacciare i castori, usò le carovane che entravano e uscivano da quel territorio per portare le sue pellicce a Saint Louis.
Intanto iniziò a scavare attorno a Santa Rita e dal 1828 usò il rame anche come merce di scambio per procurarsi materiali per l’estrazione. Poi acquistò una tenuta vicino   a Santa Rita e nel 1834 ne fece il suo quartiere generale per trafficare illecitamente con gli Apache e i Comanche. Offriva pistole, polvere da sparo e munizioni in scambio di cavalli e muli rubati che poi rivendeva alle carovane dirette a sud, in Messico, o a nord, verso Santa Fe. Dopo il 1849, i convogli sarebbero andati anche in California e quasi tutti con un disperato bisogno di bestiame.

(K. P. Chamberlain, Victorio)

(Prosegue...)