CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
UN LIBRO ANCORA DA SCRIVERE: UPTON SINCLAIR

venerdì 19 aprile 2024

UNA LETTERA PER LA NATURA









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di cui non parlano 


& UNA PETIZIONE







Non avevo torto, la natura manifesta imprevedibilmente la propria forza se alterata nei propri equilibri assestati ed evoluti nei secoli giacché la secolarizzazione è anche il nostro vero problema… E quando costretta si vendica contro colui che tenta (il troppo) imponendo la propria logica materiale a dispetto di un ordine precostituito che determina il corso ‘naturale’ degli eventi.

 

Pur dettando una nostra volontà di dominio sugli elementi della Natura, non dobbiamo né temere né sottomettere ciò che troppo spesso pensiamo di conoscere, che ci affrettiamo a studiare, sezionare, catalogare, sradicare, ma mai a concepire come elemento unico che tende ad evolversi e se necessario, quando gli equilibri vengono meno, a reagire secondo la violenza a cui viene sollecitato.

 

Quando nostro malgrado, da una premessa di naufragio, semplice nella sua dinamica, ma complessa nelle responsabilità, siamo costretti ad assistere ad eventi di una portata maggiore che superano ampiamente la prevedibilità dell’evento stesso, siamo certi delle sicure responsabilità dell’uomo. Tutte argomentazioni tenute ben celate per il timore che una diversa visione, non materiale, possa intralciare il - regredire - dell’umanità.




Dal ponte della nave lanciamo una scialuppa di salvataggio nell’attesa del prevedibile naufragio dopo la lunga tempesta. Prima e dopo siamo ben lieti di dimostrare che le nostre ragioni e argomentazioni sono state ben occultate negli itinerari culturali che tanto vi affannate a compiere. Se nuove crociate dovranno renderci ciechi e sordi al cospetto di tribunali ben peggiori che l’inquisizione ci ha tramandato, vi rammento con le parole di De André …: “Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti …”.  

 

Ed è vero, anche se ognuno di noi nel tepore della propria intimità, lontano da sciagure e disastri si sente ben al sicuro dagli elementi della bufera, ebbene egli è sicuramente coinvolto quanto lo è l’industriale di turno alle prese con un nuovo sistema di produzione, o il semplice operaio che esegue con diligenza il proprio lavoro. Non cerco facili capri espiatori di fronte alla tragedia, ma certamente è accertata una nostra ben precisa responsabilità nell’evolversi degli eventi.


Alcuni anni fa mi sono permesso di esprimere un giudizio in materia ecologica sviluppandolo in una dinamica matematica, la quale ha trovato puntuale conferma scientifica. Da supposizioni che sono scaturite dalla pura osservazione degli eventi, fino a coinvolgere argomentazioni di natura filosofica e sociologica, rapportate giustamente nella dinamica dell’ambiente che occupiamo. Quest’ultima considerazione, non trascurabile sta ad indicare una precisa presa di coscienza, innanzitutto scientifica, dello spazio da noi occupato e delle nostre esigenze presenti e future.




Qualsiasi solida argomentazione deve poggiare su questa consistenza dei fatti.


Qualsiasi nostra opera presente e futura deve sempre tener conto di questa dinamica.

 

Quando assistiamo ad un nuovo fiorire di opere, in qualsiasi luogo esse vengono concepite, dalle più indispensabili alle più inutili, dobbiamo integrarle perfettamente nell’ambiente circostante ed interagire con esso. Non è un semplice problema circoscrivibile all’architettura, ma bensì, oltre alla forma o lo stile, concepire l’idea che queste due prerogative intervengono nell’equilibrio delle armonie che ci accingiamo a comporre. L’universo appartiene a questo tipo di armonie, così come lo pensarono i Greci, ed è vero! Noi rappresentiamo con la nostra evoluzione la stessa dinamica dell’intero Universo che ammiriamo e scrutiamo, e quindi non possiamo discernere da Gaia ed i suoi millenari equilibri ed evoluzioni, che sono tutte le nostre progressioni stratigrafiche di milioni di anni. La sua armonia poggia su ciò, che alla percezione degli eventi potrebbe apparire come puro CAOS; basta studiare l’evoluzione della terra dal punto di vista geologico o glaciologico.


Come il CLIMA di un pianeta che proviamo a rappresentare alle nostre percezioni, scorgiamo in esso una disarmonia apparente perché contrasta con la concezione della nostra armonia. Quell’inferno che pensiamo di scorgere, in realtà composto dall’evolversi di determinati elementi e condizioni. Così questi progrediranno nei secoli. Ma il tutto appartiene ad una perfetta armonia che governa la meccanica celeste. Così la stessa dall’infinitamente piccolo fino alle ipotesi del pre e post Big-Bang per formulare delle probabili ipotesi su alcuni stati della materia.




C’è alla base di tutto un ‘equilibrio’ e per chi si addentra anche da semplice profano verso queste verità non smetterà mai di cercare e meravigliarsi. Se veniamo meno a questo principio siamo costretti ad assistere nostro malgrado a delle catastrofi incredibili nello scenario delle opere umane. Sono pienamente convinto che questa verità che purtroppo non appartiene più agli uomini, perché protesi verso altri orizzonti di dominio, ci ricondurrà su altre strade abbandonate, riconsiderando argomentazioni che fino ad ora abbiamo trascurato.

 

L’equilibrio che scomponiamo verso altri orizzonti di energia incontrollata che annienterà per sempre la nostra capacità di sopravvivenza, quell’equilibrio si ricomporrà non solo nelle malattie psicologiche e sociali che sconvolgono il nostro vivere, con tutte le conseguenze a cui assistiamo giornalmente, ma anche in tutte quelle strutture virtuali di cui siamo circondati per momentaneo benessere economico. Futura voce dello squilibrio sociale e della sua totale disarmonia, il rumore dell’inutile che udiamo a piena voce in ogni dove. Tutto ciò che pensiamo costruire senza una composta armonia, potrà tranquillamente ritorcersi contro di noi, nostro malgrado, e nostro malgrado dovremmo assistere sempre a dei disastri che fanno parte della natura.




Appartengono alla natura, per quanto noi ci sforzeremo di dominarla o prevederla. Quindi troveremo conferma nell’affermare ancora una volta, che L’UOMO sta ALL’AMBIENTE (che occupa), trasformando lo stesso per i tempi necessari al suo FABBISOGNO (geopolitica-geostrategia-geofilosofia), come i cittadini o i ‘componenti’ del mondo stanno alla loro economia, la quale in un lasso di tempo  (maggiore o minore) provvede al suo benessere inteso questo come VALORE ECONOMICO RAGGIUNTO REALE ( - reale - valore dato dalla differenza fra il valore economico raggiunto nel breve lasso di tempo, sottratto ai costi per tutti quegli interventi dovuti ad una logica incompatibilità, quindi intendesi - reale - non quello virtuale dato DALL’IMMEDIATEZZA, del traguardo economico, ma bensì quello raggiunto grazie ad una LOGICA COMPATIBILITÀ che equivale all’equilibrio di cui accennavamo precedentemente, con lo SPAZIO OCCUPATO).

 

QUINDI IL VALORE ECONOMICO PERSEGUITO è determinato dalle risorse naturali GIACENTI (che sono la fonte dell’energia a cui nostro malgrado dobbiamo rivolgerci per determinare le nostre capacità economiche), ed in base alle nostre scelte energetiche determiniamo UN MAGGIORE O MINORE LIVELLO DI BENESSERE REALE E NON VIRTUALE; uno sfruttamento eccessivo, questo ci  insegna sia la storia che l’economia, di determinate risorse e il loro incontrollato utilizzo, a dispetto di altre, possono causare sia uno squilibrio ambientale e sia un fattore fondamentale di INQUINAMENTO che scatena un processo irreversibile di alterazione climatica che tende poi a destabilizzare un equilibrio preesistente.




Il fattore climatico appartiene, con le costanti, già accertate, di CAOS, ad uno di quei motivi che favoriranno a creare quei momentanei esempi di - SCHIZOFRENIA - meteorologica a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni. Quindi il livello reale di EVOLUZIONE: sociale, ambientale ed economico, è dato in un lasso di tempo INVERSAMENTE PROPORZIONALE alla industrializzazione raggiunta ed al conseguente benessere economico apportato rispetto al - PRIMITIVO - stato originario dell’ambiente occupato.

 

Minori i tempi, ed OBSOLETE le fonti energetiche, e sempre maggiori saranno i tempi per ristabilirne gli equilibri preesistenti che determineranno in seguito un benessere economico reale, il quale poggia su reali fondamenta. Logicamente questo discorso, è applicabile soprattutto ai grandi PROMOTORI INDUSTRIALI, che sono il cuore della nostra economia.


Se consideriamo che l’industria automobilistica è una delle più potenti multinazionali mondiali, dovremmo pensare che il nostro benessere è raggiungibile nel momento in cui vedremmo modificati i parametri organizzativi di alcune strutture industriali per concepire un prodotto compatibile con l’ambiente in cui esso si deve misurare.




PER COMPATIBILE si intende innanzitutto un suo duraturo impatto con l’ambiente in cui deve coabitare, quindi si deve tener conto di fondamentali caratteristiche che possono e devono essere confacenti con le risorse dell’ambiente che è il motore principale ed unico di questa operazione.


L’ambiente ci fornisce energia in diverse forme, e noi dobbiamo restituirla con il minimo danno ambientale. Se non vorremmo vedere sconvolti in maniera irreversibile gli equilibri che ci insegnano le leggi della fisica. Il surriscaldamento del pianeta, e questo lo insegna soprattutto la glaceologia, non avviene in un lasso di tempo breve come quello che potremmo misurare da una fase all’altra del respiro stagionale di un ghiacciaio, ma impiega un tempo assai vasto, ed è conseguenza di diversi fattori climatici naturali. Al contrario dell’attuale fenomeno che coinvolge NELLA SUA INUSUALE MANIFESTAZIONE, in pari misura, ghiacciai e non, in una spirale di connessioni aliene agli equilibri della natura.


Quindi la ricerca si deve sforzare di tener presenti questi fattori, che possono non essere compatibili con interessi economici più pressanti rispetto a quelli di più breve durata che sono quelli di alcuni stati produttori di energia prima, come il petrolio, che determinano una precisa strategia economica e politica. Determinate situazioni politiche, le quali influenzano uno stato di equilibrio sociale in quei paesi ricchi di petrolio, sono legati per il loro sviluppo a questa fonte di energia fin tanto che non decidono di rinnovarsi verso un progetto di compatibilità. Ed insieme ad essi trovano numerosi paesi industrialmente avanzati che si scontrano sugli stessi interessi.




L’Europa, gli Stati Uniti, e la Cina, sono direttamente coinvolti in questo discorso, dove l’apparenza ci porta ad esaminare ragioni di futile odio religioso o di semplice geopolitica territoriale, in realtà regnano sovrani interessi corporativi di intere economie. Chi determina questa mancanza di equilibri sono coloro che hanno un interesse specifico affinché una intera linea politica si SFALDI VERSO IL CAOS, consentendo un progressivo controllo di altrui economie, non dimentichiamo che alcuni dittatori trovano il loro maggior profitto da questo stato di cose e quindi di un veloce arricchimento di pochi a danno di molti, condizioni standard di brevi o lunghe dittature ad uso di paesi democratici e civili.

 

Quindi benefici e condizioni economiche favorevoli con una linea politica più confacente con gli interessi dei singoli Stati coinvolti, scadendo di fatto in quella illusione da laboratorio di una economia VIRTUALE, decisa a favore dei più ricchi, mentre i valori ottenuti nel REALE per entrambe le parti coinvolte vanno gradualmente peggiorando.




L’economia virtuale è quella che ci accompagna ora, nella quale l’illusione di una probabile evoluzione non fa i conti con uno dei tanti disastri a cui nostro malgrado siamo costretti ad assistere, imputando responsabilità al di fuori della nostra portata. Essere ciechi e sordi di fronte a ciò, significa essere irrazionali oltre che INVOLUTI.

 

La RAZIONALITÀ ci insegna innanzitutto a constatare i fatti, e non convincersi, nostro malgrado, che la realtà che siamo chiamati a vivere ogni giorno coinvolge altre dinamiche rispetto a quelle certe e vere che sono quelle di una natura di cui abbisogniamo e abbisogneremo per sempre fin tanto che dovremmo vivere con le leggi che la governano e l’hanno governata per millenni. 

(Pietro Autier, Storia di un Eretico




  

                                                         NATURA

 

 

Introduzione

 

 

La nostra età è retrospettiva. Costruisce i sepolcri dei padri. Scrive biografie storie e critica. Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo?

 

Perché non dovremmo avere anche noi una poesia una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione e una religione a noi rivelata piuttosto che la sua storia?

 

Avvinti per una stagione alla naturala cui corrente vitale fluisce attorno a noi e attraverso noi e ci invita mediante il suo potere ad un agire proporzionato alla natura perché dovremmo brancolare attraverso le ossa secche del passato o indurre la generazione attuale a mascherarsi con il suo scolorito guardaroba?

 

Il sole risplende anche oggi. C’è più lana e più lino nei campi. Ci sono nuove terre nuovi uomini nuovi pensieri. Domandiamoci allora quali debbano essere le nostre opere le nostre leggi e il nostro culto.

 

Senza dubbio non ci poniamo domande destinate a rimanere senza risposta. Dobbiamo avere fiducia nella perfezione del creato sino al punto di credere che l’ordine delle cose potrà soddisfare qualunque curiosità l’ordine delle cose abbia destato in noi. La condizione di ogni uomo è una soluzione in geroglifico a quelle domande che vorrebbe porre. Questa soluzione egli la pratica nella vita prima di apprenderla come verità. Allo stesso modo la natura nelle sue forme e tendenze sta già tracciando il suo proprio disegno. Interpelliamo la straordinaria apparizione che risplende così pacificamente attorno a noi.

 

Cerchiamo di scoprire a che scopo esiste la natura.

 

Tutta la scienza ha un unico scopo: trovare una teoria della natura. Noi abbiamo teorie delle razze e delle funzioni ma a stento riusciamo a mettere insieme un sia pure remoto approccio a un’idea di creazione. Siamo ora così lontani dalla strada che porta alla verità che i maestri di cose religiose discutono tra di loro e si odiano l’un l’altro mentre chi si dedica alla speculazione è considerato corrotto e frivolo. Ma a un retto giudizio la verità più astratta è proprio la più pratica. Dovunque appare una teoria vera non avrà bisogno di dimostrazioni. La sua verifica è quella di riuscire a spiegare tutti i fenomeni. Ora molti fra questi vengono ritenuti inspiegati e anzi inspiegabili; come ad esempio il linguaggio il sonno la follia i sogni gli animali il sesso.

 

Da un punto di vista filosofico l’universo è composto dalla Natura e dall’Anima.

 

In senso stretto perciò tutto quello che è separato da noi, tutto quello che la Filosofia distingue come NON IO, cioè sia la natura che l’arte tutti gli altri uomini e il mio corpo deve essere classificato sotto questo nome NATURA. Nell’enumerare i valori della natura e nel sommare i loro risultati userò la parola in entrambi i sensi cioè nel suo significato comune come in quello filosofico. In indagini così generali come la presente l’imprecisione non riguarda la materia; eviteremo ogni confusione di pensiero. La Natura nel senso comune si riferisce ad essenze non modificate dalla mano dell’uomo; lo spazio l’aria il fiume la foglia. 

(Emerson)




 Le proiezioni dei danni macroeconomici causati dai futuri cambiamenti climatici sono fondamentali per informare i dibattiti pubblici e politici sull’adattamento, la mitigazione e la giustizia climatica.

 

Da un lato, l’adattamento agli impatti climatici deve essere giustificato e pianificato sulla base della comprensione della loro futura entità e distribuzione spaziale. Ciò è importante anche nel contesto della giustizia climatica, così come per i principali attori sociali, tra cui i governi, le banche centrali e le imprese private, che richiedono sempre più l’inclusione dei rischi climatici nelle loro previsioni macroeconomiche per favorire il processo decisionale adattivo.

 

D’altra parte, la politica di mitigazione del clima, come l’accordo sul clima di Parigi, viene spesso valutata bilanciando i costi della sua attuazione con i benefici derivanti dall’evitare danni fisici previsti. Questa valutazione avviene sia formalmente attraverso analisi costi-benefici, sia informalmente attraverso la percezione pubblica della mitigazione e dei costi dei danni.

 

Le proiezioni dei danni futuri affrontano le sfide quando informano questi dibattiti, in particolare i pregiudizi umani relativi all’incertezza e alla lontananza che emergono da prospettive a lungo termine. In questo caso miriamo a superare tali sfide valutando l’entità dei danni economici derivanti dai cambiamenti climatici a cui il mondo è già sottoposto a causa delle emissioni storiche e dell’inerzia socioeconomica (la gamma di scenari futuri di emissione considerati socioeconomicamente plausibili).




Tale attenzione al breve termine limita le grandi incertezze sulle divergenti traiettorie future delle emissioni, sulla conseguente risposta climatica a lungo termine e sulla validità dell’applicazione delle relazioni clima-economiche storicamente osservate su lunghi periodi durante i quali le condizioni socio-tecniche possono cambiare considerevolmente. Pertanto, questo focus mira a semplificare la comunicazione e massimizzare la credibilità dei danni economici previsti derivanti dai futuri cambiamenti climatici.

 

Nel prevedere i futuri danni economici derivanti dai cambiamenti climatici, ci avvaliamo dei recenti progressi nell’econometria climatica che forniscono prove degli impatti sulla crescita economica subnazionale di numerose componenti della distribuzione della temperatura giornaliera e delle precipitazioni. Utilizzando modelli di regressione su panel a effetti fissi per controllare potenziali fattori di confondimento, questi studi sfruttano la variazione all’interno della regione della temperatura locale e delle precipitazioni in un panel di oltre 1.600 regioni in tutto il mondo, comprendente dati sul clima e sul reddito negli ultimi 40 anni, per identificare i fattori plausibili effetti causali dei cambiamenti in diverse variabili climatiche sulla produttività economica.

 

Nello specifico, sono stati identificati gli impatti macroeconomici derivanti dal cambiamento della variabilità della temperatura giornaliera, dalle precipitazioni annuali totali, dal numero annuale di giorni piovosi e dalle precipitazioni giornaliere estreme che si verificano in aggiunta a quelli già identificati dal cambiamento della temperatura media. Inoltre, utilizzando termini di interazione è stata riscontrata l’eterogeneità regionale di questi effetti basata sulle condizioni climatiche locali prevalenti. La selezione di queste variabili climatiche segue prove a livello micro per i meccanismi legati agli impatti delle temperature medie sul lavoro e sulla produttività agricola, della variabilità della temperatura sulla produttività e sulla salute agricola, nonché delle precipitazioni sulla produttività agricola, sui risultati del lavoro e sulle inondazioni danni.




I riferimenti contengono una motivazione più dettagliata per luso di queste particolari variabili climatiche e forniscono test empirici approfonditi sulla robustezza e sulla natura dei loro effetti sulla produzione economica, che sono riassunti in Metodi. Tenendo conto di queste variabili climatiche aggiuntive a livello subnazionale, puntiamo a una descrizione più completa degli impatti climatici con maggiore dettaglio sia nel tempo che nello spazio.

 

Un fattore determinante e fonte di discrepanza nelle stime dell’entità dei futuri danni climatici è la misura in cui persiste l’impatto di una variabile climatica sui tassi di crescita economica. I due casi estremi in cui questi impatti persistono indefinitamente o solo istantaneamente sono comunemente indicati come effetti di crescita o di livello.

 

Studi recenti dimostrano che i danni futuri derivanti dai cambiamenti climatici dipendono fortemente dal fatto se si presuppongono effetti di crescita o di livello.

 

Secondo una letteratura ben sviluppata, queste proiezioni non mirano a fornire una previsione della futura crescita economica. Si tratta invece di una proiezione dell’impatto esogeno delle future condizioni climatiche sull’economia rispetto ai valori di riferimento specificati dalle proiezioni socioeconomiche, sulla base delle plausibilmente relazioni causali dedotte dai modelli empirici e assumendo ceteris paribus. Altri fattori esogeni rilevanti per la previsione della produzione economica sono volutamente assunti costanti.




Una procedura ‘Monte Carlo’ che campiona da proiezioni di modelli climatici, modelli empirici con diversi numeri di ritardi e stime dei parametri del modello è utilizzata per stimare l’incertezza combinata di queste fonti. Date queste distribuzioni di incertezza, troviamo che i danni globali previsti sono statisticamente indistinguibili tra i due scenari di emissione più estremi fino al 2049.

 

Pertanto, i danni climatici che si verificano prima di questo momento costituiscono quelli verso cui il mondo è già impegnato a causa della combinazione delle emissioni passate e della gamma di scenari di emissione futuri considerati socio-economicamente plausibili. Questi danni commessi comprendono una riduzione permanente del reddito del 19% in media a livello globale (media ponderata in base alla popolazione) rispetto a uno scenario di riferimento senza impatti dei cambiamenti climatici (con un intervallo probabile dell’11-29%, secondo la classificazione di probabilità adottata dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici [IPCC] ).

 

Anche se i livelli di reddito pro capite in genere continuano ad aumentare rispetto a quelli odierni, ciò costituisce una riduzione permanente del reddito per la maggior parte delle regioni, tra cui il Nord America e l’Europa (ciascuna con riduzioni medie del reddito di circa l’11%) e con l’Asia meridionale e l’Africa che rappresentano le regioni più colpite.




In uno scenario intermedio di sviluppo del reddito futuro (SSP2, in cui SSP sta per Shared Socio-economic Pathway), ciò corrisponde a danni annuali globali nel 2049 pari a 38 trilioni di dollari internazionali nel 2005 (probabilmente un range di 19-59 trilioni di dollari internazionali del 2005). Rispetto alle specifiche empiriche che presuppongono la pura crescita o i puri effetti di livello, la nostra specifica preferita che fornisce un robusto limite inferiore all’entità della persistenza dell’impatto climatico produce danni tra queste due ipotesi estreme.

 

Confrontiamo i danni a cui il mondo è impegnato nei prossimi 25 anni con le stime dei costi di mitigazione necessari per raggiungere l’Accordo di Parigi sul clima. Prendendo le stime dei costi di mitigazione dai tre modelli di valutazione integrata (IAM) nel database IPCC che forniscono risultati in scenari comparabili, troviamo che i danni climatici medi commessi sono maggiori dei costi medi di mitigazione nel 2050 (seimila miliardi di dollari internazionali del 2005) di un fattore pari a circa sei (si noti che le stime dei costi di mitigazione vengono fornite solo ogni 10 anni dagli IAM e quindi un confronto nel 2049 è non possibile).

 

Questo confronto mira semplicemente a confrontare l’entità dei danni futuri con i costi di mitigazione, piuttosto che condurre un’analisi formale costi-benefici della transizione da un percorso di emissione a un altro. Le analisi formali costi-benefici in genere rilevano che i benefici netti della mitigazione emergono solo dopo il 2050, il che potrebbe portare alcuni a concludere che i danni fisici derivanti dai cambiamenti climatici semplicemente non sono abbastanza grandi da superare i costi di mitigazione fino alla seconda metà del secolo.




Il nostro semplice confronto delle loro entità chiarisce che i danni sono in realtà già considerevolmente più grandi dei costi di mitigazione e l’emergere ritardato dei benefici netti di mitigazione deriva principalmente dal fatto che i danni attraverso diversi percorsi di emissione sono indistinguibili fino alla metà del secolo.

 

Sebbene questi danni a breve termine costituiscano quelli per i quali il mondo è già impegnato, notiamo che le stime dei danni divergono fortemente tra gli scenari di emissione successivi al 2049, trasmettendo i chiari benefici della mitigazione da un punto di vista puramente economico che sono stati enfatizzati in studi precedenti.

 

I danni causati si verificano principalmente attraverso i cambiamenti della temperatura media. Ciò riflette il fatto che i cambiamenti previsti nella temperatura media sono maggiori di quelli di altre variabili climatiche se espressi in funzione della loro variabilità interannuale storica. Poiché la variabilità storica è quella su cui vengono stimati i modelli empirici, i cambiamenti previsti più ampi rispetto a questa variabilità portano probabilmente a maggiori impatti futuri in senso puramente statistico.

 

Da una prospettiva meccanicistica, si può plausibilmente interpretare questo risultato nel senso che implica che i futuri cambiamenti della temperatura media sono i più senza precedenti dal punto di vista delle fluttuazioni storiche a cui l’economia è abituata e quindi causeranno i maggiori danni. Questa intuizione può rivelarsi utile per orientare le misure di adattamento verso le fonti di maggior danno.




La distribuzione spaziale dei danni commessi riflette una complessa interazione tra i modelli di cambiamento futuro in diverse componenti climatiche e quelli della vulnerabilità economica storica ai cambiamenti di tali variabili. I danni derivanti dall’aumento della temperatura media annuale sono negativi quasi ovunque a livello globale, e maggiori alle latitudini più basse nelle regioni in cui le temperature sono già più elevate e la vulnerabilità economica agli aumenti di temperatura è maggiore. Ciò si verifica nonostante il riscaldamento amplificato previsto a latitudini più elevate, suggerendo che l’eterogeneità regionale nella vulnerabilità economica ai cambiamenti di temperatura supera l’eterogeneità nell’entità del riscaldamento futuro.

 

I danni economici dovuti alla variabilità della temperatura giornaliera mostrano una forte polarizzazione latitudinale, riflettendo principalmente la risposta fisica della variabilità giornaliera alla forzatura dell'effetto serra in cui gli aumenti della variabilità alle latitudini più basse (e in Europa) diminuiscono alle latitudini elevate. Questi due termini di temperatura sono i determinanti dominanti del modello dei danni complessivi, che mostra una forte polarità con danni in gran parte del globo tranne che alle latitudini settentrionali più elevate.

 

I futuri cambiamenti nelle precipitazioni annuali totali apportano principalmente benefici economici, tranne che nelle regioni di siccità, come il Mediterraneo e il Sud America centrale, ma questi benefici sono contrastati dai cambiamenti nel numero di giorni piovosi, che produrre danni con uno schema simile di segno opposto. Al contrario, i cambiamenti nelle precipitazioni estreme giornaliere producono danni in tutte le regioni, riflettendo l’intensificazione delle precipitazioni estreme giornaliere sulle aree terrestri globali. 


(Nature)







mercoledì 10 aprile 2024

VALORIZZARE I LUOGHI SACRI

 









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con Mary Austin 







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Seconda Parte







La vicenda della nascita e della crescita di un sistema di parchi nazionali e di riserve protette in Italia è una storia non lineare, fatta di slanci pionieristici, di profonde crisi, di improvvise accelerazioni, di periodi di crescita lineare e di lunghe stasi. Una storia insomma estremamente sofferta, che si intreccia strettamente con le vicende culturali e istituzionali nazionali e nostra tempi diversi rispetto alla media degli altri paesi europei. I motivi che hanno reso questo percorso così accidentato sono molti e sono tuttora in parte ben vivi: uno sguardo alla durevole e duratura ‘conservazione’ dei parchi italiani può servire quindi anche a migliorare la situazione presente e a difendersi meglio da rischi futuri.

 

I parchi nazionali sono un’invenzione relativamente recente, risalendo agli anni ’70 dell’Ottocento, e nascono negli Stati Uniti sulla base di alcune considerazioni ed esigenze specifiche. Una prima considerazione è data dalla rapidità con cui il progresso tecnico innescato dall’industrializzazione diviene in grado, già nell’Ottocento, di infliggere inedite, profonde ferite agli ambienti naturali sia nei pressi delle città sia lontano da esse, persino nelle aree più remote del pianeta.




 

Facciamo una breve cronologia: 


 

1853

 

 

Gli scrittori europei sono tra i primi a denunciare i problemi ambientali delle grandi città industriali. Charles Dickens introduce il romanzo Bleak House descrivendo una Londra oscura, spettrale e affumicata mentre nel successivo Uncommercial Traveller (1875) porterà la sua attenzione sull’inquinamento dei quartieri più poveri. Non meno potente sarà la descrizione del sistema fognario parigino nei Miserabili (1862) di Victor Hugo.





1854 


 

Nasce in Francia la Société impériale zoologique d’acclimatation. I suoi fini sono anzitutto utilitari, ma nel corso del tempo essa diverrà l’antesignana dell’ambientalismo francese.

 

Esce Walden; or, Life in the Woods (Boston, Ticknor and Fields; tradotto per la prima volta in italiano nel 1920) di Henry David Thoreau (18171862), frutto di un lungo periodo vissuto in solitudine in un bosco nei pressi di Concord, nel Massachussets. Opera tra le più importanti e influenti della letteratura americana, rivendica il valore di un’esistenza semplice e a contatto con la natura nella convinzione che la conservazione della “wildness” sia un valore fondamentale per l’intera umanità. Oggi Walden è considerato un testo fondativo della cultura ambientalista, non solo statunitense.





 

1858

 

 

Gli scarichi fognari nel Tamigi provocano un lungo periodo di odori nauseabondi (‘The great stink’) che avvolgono tutta Londra. Pur non causando vittime è uno dei primi casi di inquinamento percepito da milioni di persone. A partire dal dicembre 1873 e con frequenza abbastanza regolare (ad esempio nel 1880, 1882, 1891, 1892 giù giù fino ai drammatici episodi del 1952 e 1956), Londra conoscerà invece delle ondate di ‘killer fogs’, alte concentrazioni di nebbia e fumo dalle conseguenze letali, con migliaia di vittime.

 

Queste catastrofi inducono le autorità inglesi ad emanare un gran numero di provvedimenti antiinquinamento, tra i primi adottati in Europa.

 

Particolarmente importanti lAlkali Act del 1863 per contrastare l’inquinamento dell’industria chimica e specialmente quello dovuto all’acido cloridrico durante la produzione della soda Leblanc, il Public Health Act del 1875 contenente diverse importanti misure di igiene pubblica nel campo del trattamento dei rifiuti e della prevenzione e il Factories and Workshops Act del 1878 volto a prevenire le malattie professionali nell’industria e a impedire l’impiego di donne e bambini nelle lavorazioni più pericolose.




 

1863

 

 

Primi passi negli studi sugli effetti dell’azione umana sul clima: in una lettura alla British Royal Society John Tyndall illustra la teoria dell’effetto serra, già formulata in precedenza da Fourier. Sulla base delle sue osservazioni il geologo americano Thomas Sterry Hunt ipotizza, in una pubblicazione dello stesso anno, che i cambiamenti climatici verificatisi nelle varie ere geologiche possano dipendere da mutamenti di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera.

 

Sarà tuttavia soltanto nel 1895 che in una relazione presentata all’Accademia svedese delle scienze Svante Arrhenius (18591927, premio nobel per la chimica nel 1903), ipotizzerà un aumento della temperatura terrestre dovuto allaumento di CO2 conseguente al processo di industrializzazione.

 

Assieme a tre soci John D. Rockefeller crea a Cleveland la sua prima raffineria di petrolio. Nel giro di pochi anni Rockefeller sarà in grado di edificare il monopolio statunitense della nuova materia prima energetica e chimica smantellato solo formalmente nel 1890. La Standard Oil di Rockefeller sarà dissolta in una serie di società alcune delle quali cruciali nella storia mondiale dell’approvvigionamento energetico come la Esson, la Mobil, la Chevron e l’Amoco. Quattro delle “sette sorelle”, cioè del grande oligopolio planetario novecentesco del petrolio, proverranno dai ranghi della Standard Oil.

 

A imitazione di quello inglese fondato nel 1857 viene fondato a Torino il Club Alpino Italiano. In varie fasi della storia d’Italia esso rivestirà un ruolo significativo all’interno dell’associazionismo protezionista.





 

1864-72

 

 

Negli Stati Uniti vengono istituite le prime aree protette del mondo. Nel 1864 viene tutelato il complesso montuoso californiano di Yosemite mentre nel 1872 nasce il primo parco nazionale, destinato a proteggere l’enorme area selvaggia di Yellowstone, nel Wyoming. Per lungo tempo la formula statunitense del “parco nazionale” sarà quella più imitata a livello mondiale e darà un contributo notevole alla formazione dell’identità americana. Fino ai primi decenni del Novecento, tuttavia, l’esempio statunitense sarà seguito soltanto nei dominions britannici (Australia 1879, Canada 1885).

 

Il diplomatico americano George Perkins Marsh pubblica Man and Nature or Physical Geography as Modified by Human Action (New York, C. Scribner; tr. it. L’uomo e la natura, ossia La superficie terrestre modificata per opera dell’uomo, Firenze, Barbera, 1870), oggi considerata la prima analisi su vasta scala spaziale e temporale del degrado sistemico dellambiente provocato dallazione antropica.

 

Essendo Marsh ambasciatore statunitense in Italia, l’opera viene tradotta e pubblicata nel nostro paese quasi immediatamente, a Firenze nel 1868. Scarsamente influente al momento della sua comparsa, l’opera è stata fatta oggetto di un’ampia rivalutazione a partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento ed è oggi considerata una delle pietre miliari delle scienze ambientali e del pensiero ambientalista.




 

1865

 

 

In Inghilterra inizia a formarsi una pionieristica galassia di associazioni ambientaliste, in questi anni probabilmente la più articolata e avanzata del mondo. Preceduta da alcuni gruppi prevalentemente locali come ad esempio la Manchester Association for the Prevention of Smoke, nel 1865 viene fondata da politici e intellettuali progressisti come Robert Hunter, John Stuart Mill e Octavia Hill la Commons Preservation Society.

 

Ad essa faranno via via seguito tra le altre la Kyrle Society (1876), la Society for the Protection of Ancient Buildings (1877), la Lake District Defence Society (1883), la Selborne Society for the Preservation of Bird, Plants and Pleasant Places (1885), la Society for the Protection of Birds (1891), il National Trust (1895). L’adesione di alcuni dei più influenti intellettuali dell’epoca come William Morris e John Ruskin garantisce al movimento una grande visibilità e un altrettanto grande consenso. 

 

Viene promulgata la ‘legge per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia’, detta anche ‘legge Lanza’. L’allegato C della legge contiene una sere di importanti in materia di organizzazione della sanità pubblica. In tal senso si tratta del primo provvedimento nazionale riguardante la salute dei cittadini.




 

1889

 

 

Il protezionista statunitense John Muir (18381914), che nel 1892 sarà cofondatore e primo presidente del Sierra Club, s’impegna in una campagna di stampa sul ‘Century Magazine’ per salvare Yosemite dalle manomissioni. I suoi articoli avranno un gran peso nel favorire il rafforzamento delle normative federali di tutela già nel 1890 e, più in là nel tempo, nella costituzione del National Park Services. 

 

L’avvio negli Stati Uniti della cosiddetta Progressive Era favorisce un ampio dibattito pubblico sulla filosofia e sulle politiche di protezione della natura nel quale si confrontano una corrente ‘conservazionista’ (più utilitarista e moderata) e una ‘preservazionista’ (più radicale) ma entrambe opposte al laissez faire in campo ambientale. Il dibattito favorisce un rafforzamento sia della popolarità della tutela della natura presso l’opinione pubblica, sia dell’associazionismo ambientalista, sia infino delle politiche di tutela federali. Emblematica di questa fase è la figura del conservazionista Theodore Roosevelt, che sarà presidente americano dal 1901 al 1909.




  

1890

 

 

Fondazione del Sierra Club, per la tutela e il godimento della wilderness e della montagna della California e più in generale degli Stati Uniti occidentali. L’associazione diverrà una delle più famose e influenti del proprio paese.

 

William Morris pubblica News from Nowhere (Boston, Roberts Brothers), primo esempio di ‘ecotopia’, incentrato sulla restaurazione dell’armonia tra uomo e natura.


 


 


1901 

 

 

Tra il 1900 e il 1913 si sviluppa negli Stati Uniti il Progressive Conservation Movement. In questo contesto il termine conservazione introdotto nel 1907 da Gifford Pinchot e W. J. McGee e includente luso collettivo e la tutela di foreste, acque, suoli e minerali viene definito come luso razionale (wise use) delle risorse naturali a beneficio del maggior numero di persone per il più lungo tempo possibile.

 

In un discorso del 1908, il presidente Theodore Roosevelt  conservazionista convinto, sodale di John Muir e creatore del Wildlife Refuge System e della National Conservation Commission indicherà nella difesa della natura obiettivo di primaria importanzaper gi Stati Uniti.

 

Tutti questi importanti eventi hanno in ogni caso uneco scarsa se non nulla in Europa.

 

Gli Stati Uniti sono uno dei primi paesi in cui si avverte la necessità di sottrarre aree naturali ancora poco sfruttate e contaminate alle trasformazioni che necessariamente derivano da insediamenti di tipo moderno, a forte impatto tecnologico. Una seconda considerazione riguarda la presenza, nell’America Settentrionale, di vaste estensioni territoriali non stabilmente abitate e di grande valore naturalistico, una circostanza estremamente rara in Europa ad eccezione delle frange pioniere dell’ecumene.




L’esigenza, infine, che spinge le autorità statunitensi a intraprendere la creazione di parchi nazionali è quella di dotare la giovane nazione di un patrimonio monumentale che possa emulare quello dei ben più antichi stati europei. In assenza di un patrimonio basato sulle testirnonianze della storia e sulle opere d’arte, gli Stati Uniti cercano nella solenne natura incontaminata i propri monumenti e li tutelano per la libera fruizione dei cittadini e per lasciarli intatti  alle generazioni future.

 

Non mancano infine, come ha sottolineato la storiografia più recente, considerazioni di tipo più materiale: già dagli ultimi  decenni  dell’Ottocento  compagnie  ferroviarie  e gestori di catene  alberghiere si rendono conto che un parco nazionale può trasformarsi in una straordinaria attrazione  turistica, capace di generare  consistenti profitti.

 

Dopo l’istituzione del parco nazionale di Yellowstone nel 1872, e grazie a questo concorrere di elementi, i parchi nazionali statunitensi aumentano progressivamente di numero giungendo a formare una vera e propria rete che riceve una sanzione istituzionale ancora più alta nel 1916 con la creazione di un organismo di coordinamento federale, il National Park Service. A questa data i parchi americani sono ormai una dozzina e l’idea di parco nazionale si è diffusa ormai in tutto il mondo, facendosi oggetto anche di progetti internazionali tra potenze coloniali.




Molto diversa è la situazione europea.

 

Qui la disponibilità di aree non antropizzate e scarsamente contaminate è molto minore, l’identità nazionale si lega assai più al patrimonio storico, artistico e letterario dì quanto non si leghi al paesaggio e il turismo ha ancora, salvo alcune eccezioni, caratteristiche di élite e destinazioni principalmente urbane e termali. In Italia alcune di queste caratteristiche appaiono ulteriormente esaltate. Per lunghi secoli il paese è stato il più fittamente e densamente popolato sia dell’Europa continentale che dell’area mediterranea, con trame  insediative generalmente molto fitte e un intenso  uso  del  territorio. 

 

Per  dare  un’idea delle realtà che si confrontano basti dire che la superficie del Parco Nazionale di Yellowstone, nei  primi  anni ’70 dell’Ottocento  del tutto  disabitato,  equivale a quella della Sardegna. In secondo luogo l’Italia, a differenza di paesi come la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti, è una nazione che resta molto a lungo sulla soglia di un’incompiuta modernizzazione socio-economica, con una larga preponderanza del settore agricolo, una rete urbana fitta ma non ancora industriale, una rete infrastrutturale fragile  e un ceto medio piuttosto esiguo.




I processi che trasformano profondamente le grandi potenze industriali a cavallo tra Otto e Novecento si verificheranno definitivamente in Italia soltanto a  partire dal secondo dopoguerra. Ciò implica che gli effetti di devastazione del paesaggio e della qualità della vita urbana che stimolano solitamente la nascita di una domanda di tutela ambientale si verificano in Italia con un certo ritardo  rispetto  ad altri paesi  europei.

 

Nonostante tutti questi limiti, che resteranno peraltro profondamente influenti per gran parte del Novecento, il nostro paese ha la fortuna di svolgere un ruolo pionieristico in Europa nel campo dei parchi nazionali. 

(Piccioni)


[PROSEGUE CON LA SECONDA PARTE]