giuliano

giuliano
IL TOMO

giovedì 15 aprile 2021

IL BRODO INDIANO (6)

 










Precedenti capitoli...:


Di pasti consumati in Mongolia (5/1)


Prosegue con il testo....:


o la ricetta da cui il Brodo (7)








LETTERA DI GIULIANO AI RISTORATORI:



Se pensiamo inquisitori e cinesi (ugual identica stirpe concernente il fine) dimorare solo entro una grande visibile o invisibile antica muraglia, siamo in grave errore storico quanto geografico non meno che ‘dottrinale’. Di come, cioè, distribuito e corrotto nel nuovo assetto societario il globale unanime sapere dispensato, e da taluni - presunti accreditai dotti spacciati per intelligenti - professato.

 

Dacché ci troviamo più a nostro agio con il più saggio mongoloide, oppure con l’indiano e il suo brodino fra breve enunciato nella segreta ricetta da cui la vita, e con lei ogni evoluzione intestinale dai primordi servita per il bene compresa la salute s’intende!




Che il Faggio illumini la segreta Via non ancora ricetta!

 

Con il permesso farmacologico della ditta!

 

Visto l’elevato tasso di idiozia (tralasciando o solo trascurando l’alto indice di mortalità raggiunta) quotidianamente dispensata non men che inalata (con l’aiuto del progresso), e di cui vittime - noi quanto la Natura - compreso il Genio che vi dimora (con il permesso della ditta) che al meglio difendiamo, comandiamo e prescriviamo un umile brodino indiano a tutela dell’intelletto vittima della scure della falsa ragione; compreso - ovviamente - l’immancabile cacciatore recidere (e mai seminare) ogni ramo terreno congiunto con l’avvenire della Terra celebro-lesa, e con lui il piccolo (grande) predicatore dell’abbattuto cantico in Lode (fors’anche maledizione, dipende molto dall’accento da ramo a ramo posto, cambiando dimora e nido e procedendo dal Faggio al Pino abbiamo riscontrato accenti e cantici differenti, tanté abbiamo congiuntamente richiesto intervento dell’esperto poliglotta della nota Università posta nell’Abbazia)…del signore…




Per Signore ovviamente intendesi distinto soggetto posto ad un capo o capotavola (sia questa cinese o europea) munito di bastone di comando (detto capo-bastone dai tempi remoti di Caino) con al centrotavola guarnizioni ramificate di cantici deliziati guarnite con la guardia di cani caldi (detti anche hot-dog) appena sfornati, colti freschi al mercato all’incrocio (fra la quinta e China Street) con il più noto laboratorio…

 

Là ove il Golem fu creato pensato ed in ultimo perdonato…

 

Laudato Sì o mio signore!

 

Ciò che disse Chan esalando l’ultimo macellato gemito assieme al cane.

 

Lo scriba prenda nota!   




 Peccato che talvolta o troppo spesso ci dobbiamo imbattere nell’altrui indistinguibile idiozia spacciata per ‘elevato intendimento’ (soprattutto coloro che dimorando nell’eremo - come e all’opposto - nella grande metropolitana non accettano ironia circa la sorte a cui destinata l’umana capacità creativa), quando l’orango o amministratore delegato (dopo il brodino primordiale della vita) si invecchia e diviene saggio apostrofando verso non ben compreso e ‘glutterato’ (da glottide), retrocesso e non ancor espresso dalla faringe dal senso compiuto dato dalla cervice (hora eternamente connessa o sconnessa dipende molto dai punti di vista e i vari operatori in costante opera) donde si pensa provenire pensiero e non più istinto, abdicandolo al godimento del ‘dovuto intestinale intendimento’ (tradotto) - sottratto allo Spirito in elevato sentimento, ed offrendo - quindi - pasto terreno reclamato da ogni kaverna e grotta entro e fuori porta delle mura… del materiale asservimento.




Tutti i poli non meno dei popoli hanno il dono dell’appetito (al polo certamente più nutrito così disse Pio al secondino…. Un secondino perfavore!), chi più chi meno, chi si accontenta e chi pretende di averne sempre, e chi di appetito s’intende, e non più la fame che unisce ogni retta e meridiana fino al polo dell’indigesta arroganza, d’esser servito come un re alla propria tavola privata del nutrimento da cui ogni pietanza, rimane solo il gesto incancrenito dell’atto della mandibola unita all’istinto, privata dell’antica abitudine senza pensiero alcuno.

 

Tutti hanno fame mentre il virus avanza, anche i nostri nonni che con poco o nulla sopravvivevano ad ogni guerra unita a sua sorella carestia, raccomandando alla gola un Boccaccio mai sia detto comandamento all’altrui ignoranza servita!




 Una buona novella raccomando quando la vita si fa dura!      

 

Giacché la lingua protratta istigata e comandata non più nel meditato pensiero contemplativo, bensì nell’antico atto del miglior gusto, con denti e mandibole protese verso il giudizio divino da cui futuro brodino che andremo a servire per onor del gusto della cervice caduta in mistico oblio.

 

Porfirio - il cuoco - sarà con me sicuramente più che d’accordo!

 

Intendiamoci signori amministratori (delegati & prestanomi) del proprio ed altrui avvenire ed ogni bene iniquamente distribuito dal sud al nord della Terra, ogni popolo conserva la propria mistica come la propria favella con la lingua, la qual va rinnovata e rimembrata anche nei più oscuri moti del pipistrello, quando la sera s’oscura e si fa cupa, e simmetricamente la notte bianca si svela come una antica dèa, un più oscuro mistero si rileva… sangue compreso!




I celebranti del Rito non ancora orgia si radunano vogliono per-Bacco il sangue di Dionisio, il nettare di Salvatore non ancora servito, la carità della mensa - si dice - non abbia la licenza del miracolo di cui il santo economo in sua vece incaricato.

 

Si sperava nel miracolo della resurrezione così come dell’antico banchetto, quello prima dell’ultima cena, quando i pani furono moltiplicati e i vini distribuiti ad ognuno. Si dice che il greco, il noto ristoratore di fianco (fra la dodicesima e tredicesima), sia rimasto digiuno dopo il fallimento dell’esclusivo locale. Insomma la resurrezione dopo il miracolo della cottura da cui vera e sana cucina non ancora avvenuta, anzi taluni narrano e dicono - voci raccolte dall’incolto popolo - che il tempo così come il virus procede come ogni diavolo in moto contrario, si scorge neve di primavera neppure manna della terra avvolta nello strofinaccio…



Qualcuno provò a cuocerla chi cucirla, nacque pan in panno cotto! La sera era più che morto che vivo. Una nota prelibatezza servita alla pasticceria del rivoluzionario francese, quando in segreto medita e conta ogni capo servito quale vera rivoluzione privata dell’oblio dello scontrino!     

 

La neve vien rivenduta dalla Cima - giostra dell’intera contesa - sino all’incrocio della popolata stiva nel tentativo di unirla - a furor di popolo - per il piacere e diletto dell’èstasi mistica!

 

Taluni assuefatti dalla stessa purezza li scorgiamo in ‘atto’ meditativo mentre contemplano dio ed ogni suo profeta (sino alla più nascosta portineria della residenza non ancora residence dell’Olimpo) dagli infiniti altari e Piloni*…




(*pilone: dio nordico derivato da cui il nome Skj, quando l’anima si incarna e diviene - nell’atto contemplativo del corpo - piede e muscolo [in gamba] del dio nel conteso trono di Olimpia, dèa dell’amore da madre natura nata data dall’atto asessuato di Skj con Ice, il dio nordico eternamente sospeso nel sottile filo teso da Thor ed unito all’Olimpo, per indiscussa elevata eccellenza, e disceso in stile libero sino in Terra quindi divenuto, dopo la naturale ermetica conversione, futura Madonna della Terra, da tutto ciò possiamo distinguere e dedurre nonché ammirare - una ad una - la successiva progressione del corrotto mito il quale perde il suo antico vigore, fra il paganesimo nordico e la futura conversione con taluni tratti comuni  dell’Eliade della dell’umana conquista all’oro (‘alloro’ prenda nota dell’errore grammaticale) del gigante e non più divina [da cui le note età dell’oro del ferro battuto successivamente detto bullonato con bulli e deee piantati e inalberati ed equamente distribuiti fra valli e cime], pur conservando gli indistinguibili gradi di elevazione posti ai medesimi gradi della storia in perenne salita e discesa libera…)

 

Piloni e colonne innalzati negli innumerevoli templi in cui poterlo scorgere ed ammirarlo al riparo da ogni elemento, e ove propiziare fuoco terreno in nome della dèa!




Le offerte raggiungono il quorum al Tempio ove la dèa provvede, su incarico del sacerdote, di tradurre il responso oracolare della corretta lettura circa il futuro dispensato, per i singoli adepti… (lo Stato o l’Impero se ne prenda - nella fasi alterne degli stagionali imperatori seminati - dovuta cura!)

 

In quanto molto spesso a non tutti consentito bensì solo agli iniziati delle varie logge posti secondo il grado di…, come direbbe l’architetto indiano non ancora cuoco del nobile palato - gradi di ‘non-conoscenza’ mistica o conoscenza dei tempi di cottura… perché, scusate la parentesi da cameriere, non tutte le cotture uguali, il conoscere e il sapere di non sapere quando porre il coperchio alla pentola del diavolo, o dèmone posto al Giudizio divino, comporta severo indigesto procedimento con arresto digestivo nonché cardiaco [se il divino non accuratamente tradotto e servito], quando altresì si rischia la materiale non-conoscenza derivata dalla ricchezza consumata dalla non-conoscenza di conoscere non-conoscendo il proprio Sé matematico accreditato, e  quindi ignorando gli anni per la corretta digestio sottratto all’essere nel rifiuto del corpo materiale dato dall’invisibile immateriale Intelletto (dato dall’amministratore delegato) il quale pur non vedendo e neppure essendo visto da alcuno Nessuno lo giudica nei successivi tempi e gradi di cottura…

 

Nacque così l’Odissea!



La Filosofia greca fece il suo ingresso nella famosa cucina, dal brodo si passò alla seconda carnivora portata!

 

[per la traduzione con le note si veda il più completo manuale nel quale l’intero argomento viene trattato con abbondanza di port… scusate note; a tal proposito l’argomento dell’essere-non-essere-ma-esserci-a-tavola di Snaider noto filosofo tedesco; Papiri Italiani editore]  




 …Possono successivamente raggiungere la sibilla sino all’edicola dell’edifico ove il Tempio troneggia, offrire obolo e sperare in miglior futuro.

 

Come ben ammirato negli usi e antichi costumi mai dismessi bensì continuamente evoluti e rinnovati e per sempre conservati, e se quindi pensiamo che il Sacro, il Rito o il Selvaggio, non appartengano alla nostra cultura volgiamo in grande difetto di Ragione.

 

Anzi, possiamo altresì affermare senza ombra di dubbio (ombra, in questo caso il soggetto di cui l’ombra il quale ci segue così come nelle lontane terre inesplorate come invisibile ombra, in modo che ogni Tempio non venga mai profanato nel nome di ciò creato e da creare ancora) che la Storia ed ogni piatto offerto dal più difficile Corpo al misero mistico brodino da cui taluni eretici dicono derivato, magnificamente disquisito nella ricetta ben conservata…




 La capra e la dèa e l’antica contesa, così come fu anche detto l’uovo o la gallina, a occhio di bue o il bue sbudellato dal persiano con il suo papiro non ancora menu del convento ove incidere e scrivere i patti clientelari da cui ogni sangue tratto del proprio allevamento; quando rimembrando tutto questo il brodino non fu assaporato in tutte le sue varianti giacché esistevano altri enti locali, quando cioè, l’uomo sbigottito al Giardino della mensa non ancora osteria farfugliava urlo non ancora parola disgiunta, osservando i moti del cielo distribuito dalla parabola divenuto nera maschera senza una stella, si disse e narra ancor oggi allo stesso locale, che finalmente nacque parola o bestemmia, dipende dai punti di vista, insomma l’indiano e il brodo scatenarono le ire degli dei, fu nominata acqua per raffreddarlo, in quanto troppo caldo, si disse ‘nulla’ per dio non vedo ne moto ne capra condita solo celeste parabola, tal esclamazione l’uomo farfugliava nell’ardore della conquistata parola, finalmente arrivò Dio il cuoco in personam e l’uomo fu servito e riverito, trasse dalle tavole il comportamento da tenersi con le dieci portate comandate dalla cucina, capro o capra furono serviti consumati ed ognuno fu soddisfatto dal più elevato regno sino




all’ultimo rifugio del palato, compreso l’ex socio persiano, della terra ben digerito; molti ne furono digeriti ed anche surgelati come vedremo, al che ci sembra opportuno circa codesto intasato avallalamento o avvelenamento di servire un più che misero brodino in onore della Storia, di come cioè l’intero Locale nato poi divenuto  ristorante riservato e non per ultimo Tempio; ci fu anche chi rimase digiuno: consumò l’ultima cena e subito dopo fu cotto e ben servito nonché consumato, di rimando la grande famiglia contraccambiò lo sgarbo offerto circa la ricetta offrendo ceneri comuni per il torto subito, i pasti alla brace furono offerti al lume di candela giacché  chi trasse l’energia e moto dell’intera terra fu consumato anche lui sotto ad un albero… non dopo aver disboscato la selva intera in merito all’energia che da ciò deriva… insomma le varianti tante troppe in questa grande cucina!




 …Trovando punti di connessione con altri Imperi e principi in uso e in difetto di ugual Ragione, tutta cinta entro e non oltre un Muro!

 

Chi al contrario tenta di oltrepassarlo sia con il freddo come il caldo sarà per l’appunto freddato o congelato da una guerra del palato (servita fredda detta anche per anni cena fredda), al che noi asserviti ad ogni Impero e la sua Dèa o Sibilla, offriamo in pasto questo misero brodino indiano.

 

Il congelamento della Ragione comporta vari stadi di utilizzo e messa in opera, l’industria della Dèa (nota ditta in multiproprietà a responsabilità illimitata non ancor inquisita di cui gradita la fila al tempio) addetta alla corretta distribuzione del pensiero congelato, il quale comporta un isolato delicato procedimento di raffreddamento della Coscienza. Dapprima, infatti, il prodotto viene al meglio lavorato dall’industria addetta e privato delle celebrali viscere di cui l’appropriata lettura, quindi sbudellato per renderlo delicato all’altrui palato così più deliziato.




In seconda fase si procede al processo di ibernazione deduttiva dell’intero corpus non ancora ermetico dato cioè per frammentati frammenti, quando cioè l’interpretazione viene puntellata e arricchita con altri e più ricchi deliziati sapori, il veleno in questo caso a piccole dosi molto utile al processo di conservazione e successiva ibernazione precedente al definito congelamento della Ragione, da gustarsi ad ogni tele-tavolata connessa ad un più vasto indice di verità e ascolto di Zeus… Sempre in offerta!

 

Terza fase, l’intero Corpo Ermetico frammentato al fuoco della Dèa (la nota ditta) perennemente accesso (il sacerdote ombra provvede alla legna) posto ai gradi di ebollizione in cui purgare, i vari processi dei cosiddetti virus del sapere, virus dannosi alla salute d’ognuno compresi futuri putti i quali privati di Apple la nota salutare mela, potrebbero contrarre patologie ereditarie con conseguenti disturbi alla Vista e nella Vista d’ognuno.




 Codesto processo di fermentazione equamente distribuito sull’intero futuro Corpus Ermetico, posto al futuro rogo non ancora fornace dell’intero congelamento del Sapere.   

 

In siffatto processo distinto in più fasi in cui riconosciamo l’indiscussa opera dell’uomo non meno di Eva la nota dèa del Tempio, la grande ditta distributrice e sfama dall’inizio dei Tempi (attenta cioè ai dovuti tempi di raffreddamento onde evitare l’evoluzione della crosta posta al forno a micro-onde) procedendo all’opera finale, in cui il Corpus Ermetico così disgiunto potrà essere distribuito nei più remoti rifugi dell’Impero per tutti i futuri cristiani assetati di ragione verità e giustizia.




 Bisogna essere molto accorti e attenti alle date di scadenza poste nell’involucro offerto, ovvero dai più altolocati sino ai più infimi allievi, comandati nel retto saggio consumo in dispute e convenevoli, affinché il già accennato processo della crosta possa non presentare disturbo all’appetito troppo appesantito, il nettare della Terra viene sconsigliato può apportare alterazioni e sollevamento di peso, riscontrati alcuni casi di trombosi di taluni soggetti alimentati da prodotti non congelati e/o controllati dalla Compagnia della ditta addetta ai brevetti; rendendo la Terra come Dio (la nota ditta) comanda dal piatto in cui mai Oceano non rilevi alterazioni quantificabili nell’indesiderato processo evolutivo digestivo solcato da Aqua, il dio indiscusso dei moti delle acque… 

(Giuliano)

(Prosegue con il Testo completo)







martedì 13 aprile 2021

IL VIAGGIO (Prosegue...) (4)

 










Precedenti capitoli...:


Un caso di... (3/1)


Prosegue con...:


Viaggio in Mongolia (5)


& La grande migrazione...


& (con) L'uomo in ciò che ami...








1) DOV’E’ DIO?

 

 

Il giorno seguente era il primo del mese e la Pasqua dei Saraceni, e io cambiai il mio ospite e fui alloggiato vicino a un altro tempio degli dèi, perché il popolo intrattiene i missionari ciascuno come può e secondo le sue capacità.

 

Entrando in questo tempio degli dèi, ho trovato i loro custodi, perché il primo del mese aprono i templi e indossano i loro paramenti sacerdotali, offrono (incenso, appendete le lampade e offrite) le oblazioni di pane e frutti del popolo. Ora, in primo luogo, vi racconterò dei riti comuni a tutti gli idolatri, e dopo quello di quelli degli Iugur, che formano come una setta distinta dalle altre. Pregano tutti rivolti a nord, con le mani unite, si prostrano a terra con le ginocchia piegate, ponendo la fronte sulle mani. Di conseguenza, i nestoriani da quelle parti non uniscono mai le mani nella preghiera, ma pregano con le mani tese davanti al petto. mettendo la fronte sulle mani.




Loro (gli idolatri) collocano i loro templi a est e ad ovest; sul lato nord formano un’alcova che sporge come un coro, o talvolta, se l’edificio è quadrato, è al centro dell’edificio. Quindi hanno chiuso sul lato nord un’alcova al posto di un coro [J: se l’edificio è quadrato, separano un’alcova all’interno, al centro del lato nord, corrispondente al coro], e lì hanno messo un scrigno lungo e largo come un tavolo, e dopo [cioè, dietro] quello scrigno a sud mettono il dio principale, e quello che vidi a Caracarum era grande quanto quello dipinto di San Cristoforo.

 

Un nestoriano venuto da Cathay mi ha detto che in quel paese c’è un dio così grande che si vede da due giorni di viaggio. E mettono altri dèi intorno (il principale), tutti meravigliosamente dorati. E su quel forziere, che è come una tavola, mettono lampade e offerte. Contrariamente all’usanza dei Saraceni, tutte le porte dei templi si aprono a sud. Hanno anche delle campane grandi come la nostra: è per questo, credo, che i cristiani orientali non ne hanno. I ruteni, tuttavia, li hanno, e così anche i greci a Gazaria.




 Tutti i sacerdoti (degli dèi) si radono la testa [J: si radono completamente la testa e la barba], sono vestiti di color zafferano, e osservano la castità dal momento in cui si radono la testa, e vivono in congregazioni di uno o due centinaio. Nei giorni in cui entrano nel tempio, mettono due panchine e si siedono nella zona del coro, ma di fronte al coro [J: posano due panchine e si siedono per terra l’uno di fronte all’altro in file di fronte come cori], con i libri in mano, che a volte posano su queste panchine; e tengono il capo scoperto finché sono nel tempio, leggendo in silenzio e stando in silenzio.

 

Quando sono entrato in uno dei loro templi a Caracarum li ho trovati così seduti, ho provato ogni mezzo per indurli a parlare, ma non ci sono riuscito. Attorno al loro tempio fanno un bel cortile ben circondato da un muro, e sul lato di questo rivolto a sud, fanno il cancello principale dove si siedono e parlano. E sopra questa porta mettono un lungo palo, che, se possibile, si innalza sopra l’intera città, e da questo palo si può sapere che questo edificio è un tempio degli dèi.




Questa pratica è comune a tutti gli idolatri.

 

Quando sono entrato nel tempio degli idoli di cui parlavo, ho trovato i sacerdoti seduti nella porta esterna, e quando li ho visti con i loro volti rasati mi sembravano sinceri, ma avevano mitra barbare sulle loro teste [J: ma le mitre che portavano sulla testa erano di carta) sulla spalla sinistra, passata intorno al petto e alla schiena al lato destro, come la casula (casula) indossata da un diacono in quaresima.

 

I Tartari hanno adottato le loro lettere (cioè gli Uigurs) [J: Il loro alfabeto è stato adottato dai Tartari]. Cominciano a scrivere all’inizio e seguono la riga verso il basso; e allo stesso modo lo leggono, e fanno che le righe si susseguano da sinistra a destra. Fanno un grande uso di disegni e lettere per la loro stregoneria [J: fanno un uso frequente di caratteri scritti su carta nella loro stregoneria], quindi i loro templi sono pieni di brevi frasi (brevibus) appese lì. La lettera [che] Mangu Chan ci manda è in lingua Mo’al, ma nella loro scrittura.

 

Bruciano i loro morti secondo l’usanza degli antichi [J: seguendo un’usanza consolidata] e mettono le ceneri in cima alle piramidi.




Quando poi mi sono seduto accanto a questi sacerdoti, dopo essere stato nel tempio e aver visto i loro numerosi dèi, grandi e piccoli, ho chiesto loro cosa credessero riguardo a Dio.

 

Risposero:

 

Crediamo solo che ci sia un solo Dio.

 

Poi ho chiesto:

 

Credi che sia uno spirito o qualcosa di corporeo?

 

 Crediamo che sia uno spirito,

 

mi dissero.




 Credi che non abbia mai assunto su di lui la natura umana?

 

Mi risposero:

 

Mai.

 

Allora,

 

dissi,

 

se credi che sia uno e uno spirito, perché gli fai delle immagini corporee, e così tante? Inoltre, se non credi che sia diventato uomo, perché lo rendi umano forma piuttosto che in quella di qualche animale? 




Quindi mi risposero:

 

Non facciamo queste immagini a (di) Dio [G: per Dio], ma quando muore qualche persona ricca tra noi, suo figlio, o sua moglie, o qualcuno a lui caro, facciamo un’immagine del defunto, e la mette qui, e noi la veneriamo in sua memoria.

 

Poi dissi:

 

Allora li fai solo per adulazione per l’uomo.

 

Solo,

 

dissero,

 

in ricordo.

 

Poi mi chiesero, come per scherno:

 

Dov’è Dio?




Al che ho detto:

 

 Dov’è la tua anima?

 

Nel nostro corpo,

 

hanno detto.

 

Ho risposto:

 

Non è dappertutto nel tuo corpo, e non lo dirige per intero, e, tuttavia, è invisibile? Quindi Dio è ovunque e governa tutte le cose, anche se invisibile, poiché è intelligenza e saggezza.




I Mo’al o Tartari che appartengono a questa setta, sebbene credano in un solo Dio, fanno tuttavia le immagini dei loro morti in feltro, e li vestono con le stoffe più ricche, e li mettono in uno o due carri, e nessuno osa toccarli questi carri, che sono sotto la cura dei loro indovini, che sono i loro sacerdoti, e di cui vi parlerò più avanti.

 

Questi indovini sono sempre davanti all’ordu di Mangu e di altri ricchi, perché i poveri non ne hanno, ma solo quelli della famiglia di Chingis. E quando sono in marcia, questi (indovini) li precedono come la colonna di una nuvola fecero i figli d’Israele, e decidono dove piantare il campo, e quando hanno stabilito le loro abitazioni, tutto l’orduli segue. E quando arriva un giorno di festa, o il primo del mese, prendono le loro immagini e le sistemano in cerchio nella loro casa. Poi viene il Mo’al, entra in casa, si inchina davanti alle immagini e onora loro. E nessun estraneo può entrare in quella casa. Ho cercato di entrare con la forza in una capanna, ma sono stato trattato in modo molto scortese [J: ha ricevuto un aspro rimprovero].

 

 


 

2) DIBATTITO RELIGIOSO 

 

Il giorno successivo, che era domenica prima della Pentecoste (24 maggio [1254]), mi portarono in tribunale; e i grandi segretari della corte vennero da me, e uno era il Mo’al che porse al Chan la sua coppa, e gli altri erano Saraceni, e chiesero da parte del Chan perché fossi venuto. Poi ho ripetuto quanto detto in precedenza; come ero arrivato a Sartach, e da Sartach a Baatu, e come Baatu mi aveva mandato là; poi gli ho detto:

 

Non ho niente da dire da parte di alcun uomo. (Questo deve averlo saputo da ciò che Baatu gli aveva scritto). Devo solo pronunciare le parole di Dio, se desidera ascoltarle…. 

 

Mi hanno interrotto, chiedendomi quali parole di Dio volessi dire, pensando che volevo preannunciargli qualche pezzo di buona fortuna, come fanno tanti altri.




Ho risposto loro:

 

Se volete che gli dica le parole di Dio, procurami l’interprete.

 

Dissero:

 

Lo abbiamo mandato a chiamare; ma parla (ora) attraverso questo come meglio puoi; vi comprendiamo molto bene.

 

E mi hanno fortemente esortato a parlare. Così ho detto:

 

A colui al quale molto è stato dato molto [G: più] sarà richiesto. E inoltre, a colui al quale molto è stato dato è richiesto molto amore [J: Colui a cui è stato dato di più deve amare di più]. Con queste parole di Dio insegno a Mangu, perché Dio gli ha dato un grande potere e le ricchezze che ha non gli sono state date dagli dèi dei Tuins, ma da Dio Onnipotente, che ha fatto il cielo e la terra, nelle cui mani sono tutti regni, e chi lo rimuove (cioè il potere) da una nazione all'altra a causa dei peccati degli uomini. Quindi, se lo amerà, andrà bene per lui; in caso contrario, deve sapere che Dio richiederà ogni cosa da lui fino all'ultimo centesimo.

 

Allora uno dei saraceni disse...


(Prosegue...)








domenica 11 aprile 2021

RACCONTI DELLA DOMENICA, ovvero: NEVER IN MY NAME (13)

 










Precedenti capitoli:


Stabilità (12/10)


Prosegue con...:


La Seconda parte  


(& il capitolo completo con qualche Fotografia del nonno)


Prosegue ancora con...:


La grande migrazione neoplatonica 


& Uomo in quel che ami sarai...









1) IL SOGNO

 

 

 

Nella casa di Hlaðbær c’è una fotografia del matrimonio della nonna Hulda e del nonno Árni, ritratti davanti al Hvannadalshnjúkur. Dalla fondazione della Società glaciologica islandese avvenuta cinque anni prima, quella era la quinta spedizione.

 

I nonni si sposarono il 25 maggio 1956, che era un venerdì, e già il giorno dopo erano a Þverholt, dove li attendeva una carovana di nove veicoli, tre dei quali cingolati, con un nutrito gruppo di escursionisti. La guida Guðmundur Jónasson e il geologo Sigurður Þórarinsson avevano fatto un volo di ricognizione sopra il Vatnajökull per valutare la percorribilità delle piste, perché i movimenti glaciali e l’attività vulcanica potevano facilmente compromettere la spedizione. Era un viaggio molto impegnativo e il gruppo aveva scorte sufficienti per fermarsi sul ghiacciaio tre settimane.




All’epoca il Vatnajökull era un territorio quasi sconosciuto e senza nome, come gran parte degli altopiani interni. Pochissime persone si erano avventurate sul ghiacciaio: qualche ricerca sul campo c’era stata, ma i rilievi sistematici delle precipitazioni e dello spessore o della natura del ghiacciaio cominciarono solo quando la Società glaciologica intraprese delle regolari spedizioni ogni primavera.

 

I miei nonni erano sistemati in una tenda per due. Una bufera che durò tre giorni la coprì di neve e loro restarono bloccati dentro finché il maltempo non si placò. Quando i loro compagni cominciarono a spalare per tirarli fuori, della tenda si intravedeva appena la sommità. Una volta chiesi loro se non avessero mai avuto freddo, lì dentro.

 

‘Freddo?’ risposero allibiti, e giù una risata. ‘Ci eravamo appena sposati!’




 Avevo undici anni quando glielo chiesi e le loro parole mi lasciarono a lungo perplesso. Come mai chi si è appena sposato ha caldo?

 

Il rilievo più alto nella dorsale del Kverkfjallahryggur all’epoca non aveva un nome. Il dottor Sigurður Þórarinsson scrisse di questo punto di riferimento anonimo in un articolo pubblicato su Jökull, la rivista della Società glaciologica islandese:

 

Ci siamo diretti sull’altura senza nome che si erge nel punto più nordorientale del Kverkfjallahryggur, separato dai Kverkfjöll dal passo di Gusaskarð. Durante la spedizione ho misurato due volte con un barometro lo scarto tra l’altitudine di tale cresta e quella di Kverkfjöll Eystri e secondo i miei rilievi la cresta è alta circa 1760 metri, mentre Gusaskarð è più basso di 60. Tra noi l’abbiamo battezzata Brúðarbunga, ed è lecito aspettarsi che questo resti il suo nome, a meno che non se ne trovi un altro a breve.




Stando alle carte, il Brúðarbunga (Altura della sposa) è alto 1781 metri. È il quindicesimo monte islandese in ordine di altezza e le coordinate precise sono 64 35.378 N 16 44.691 O.

 

Il rifugio che il gruppo aveva costruito l’anno prima era piccolo e accogliente, nero con il tetto rosso, e ospitava venti posti letto. Gli escursionisti furono sollevati nel constatare che aveva resistito al rigidissimo inverno. La costruzione è tuttora in piedi, circondata da un nerissimo deserto di sabbia, colline di lava e detriti glaciali, vicino al versante occidentale del Vatnajökull. Nel libro degli ospiti del rifugio di Jökulheimar si legge:




27 maggio 1956

 

Viaggio di nozze, spedizione topografica, rilievi nivometrici, realizzazione di una pista aerea. Venticinque partecipanti, di cui un quinto donne. Arrivati poco prima delle ore 12 del giorno suddetto, quello della Santissima Trinità.

 

Partiti da Reykjavík alle 16.25 del 26 maggio con due Weasel, il Gusi di Guðmundur Jónasson e sei automobili. Pioggia battente per tutto il tragitto verso est fino al fiume Tungnaá, raggiunto alle 5.30 del mattino del 27 maggio. Due ore dopo, tutto era stato trasferito sull’altra sponda del fiume e abbiamo proseguito verso Jökulheimar in condizioni di tempo sereno. La viabilità può definirsi buona per tutto il tratto, ed è stato un bene essere partiti ieri e non prima, perché alle pendici dei Ljósufjöll la pista era ancora quasi bloccata dalla neve; da lì in poi non abbiamo incontrato contrattempi degni di nota.




 Il nostro primo compito è stato quello di preparare il talamo nuziale nel rifugio, disponendo un materasso morbido nella cuccetta che a giudizio dei massimi esperti del gruppo aveva il fondo più robusto.

 

Consumata una zuppa calda, la compagnia è andata a coricarsi e i più si sono svegliati solo al nuovo aroma di vivande, sei ore dopo. Le cinque signore e Bjössi avevano preparato un pasto delizioso. Poi, quella stessa sera, hanno avuto inizio i festeggiamenti in onore della coppia di sposini. Abbiamo bevuto qualche bicchiere e intonato canti appassionati. Un appropriato rossore è salito alle guance della sposa quando Úlfar Jakobsson le ha cantato la sua serenata. Abbiamo reso omaggio alla coppia con vari discorsi e la festa si è svolta con tutti gli onori del caso. Alla conclusione del banchetto è stato espresso l’augurio che questa non fosse l’ultima luna di miele a Jökulheimar, e il consenso è stato unanime. D’ora in poi ci sarà sempre un letto matrimoniale pronto. Sia il rifugio di esempio in questi e in altri aspetti. 

Jón Eyþórsson

 



Lessi ai nonni il brano e quando arrivai al talamo nuziale e al fondo robusto si misero a ridacchiare come ragazzini. Le mie figlie, che all’epoca avevano nove e undici anni, non capivano che cosa ci fosse da ridere.

 

Secondo il libro degli ospiti, gli obiettivi di quella spedizione della primavera del 1956 erano questi:

 

1. Collocare la strumentazione geodetica sui monti Þórðarhyrna, Kverkfjöll Eystri, Grendill, Hvannadalshnjúkur, Svíahnjúkur Eystri e Svíahnjúkur Vestri.

 

2. Analizzare gli strati nevosi e le precipitazioni totali dell’inverno appena trascorso nel maggior numero possibile di zone raggiungibili.

 

3. Se le condizioni lo consentono, recuperare una slitta sugli Esjufjöll e là controllare i rifugi della Società glaciologica.

 

4. Per i semplici ospiti della spedizione, cinque donne e un uomo, la libertà di spostamento sul ghiacciaio sarà quella consentita dalle condizioni; non è indispensabile che loro raggiungano tutte le sedi in cui saranno collocati gli strumenti geodetici.




 Il capo della spedizione era Guðmundur Jónasson, nominato per l’occasione sindaco di Grímsvötn. Era alla guida del suo cingolato R-345, detto Gusi, e attendeva alle comunicazioni via radio col resto del mondo. Il geologo Sigurður Þórarinsson si occupava dei rilievi nivometrici, l’economo era Árni Kjartansson, la cuciniera era Hulda Guðrún Filippusdóttir. Ólafur Nielsen era alla guida del Grendill, un mezzo cingolato, mentre Haukur Hafliðason guidava lo Jökull I. Hörður Hafliðason e Magnús Eyjólfsson collaboravano con tutti loro per i rilievi geodetici. C’erano poi Ingibjörg Árnadóttir, la migliore amica della nonna, e un famoso alpinista americano, Nick Clinch, che lavorava come avvocato alla base militare di Keflavík.36 In seguito Clinch avrebbe scalato per primo lo Hraundrangi e affrontato molte delle ascese più impegnative del mondo.

 

Il gruppo di valorosi esplorò tutto il ghiacciaio, da Jökulheimar fino ai Kverkfjöll. In alcuni punti selezionati scavarono delle fosse per analizzare gli strati delle precipitazioni e sulle vette posero gli strumenti per i rilievi topografici. Sul monte Hvannadalshnjúkur sistemarono un barile alto due metri, salendo sul quale poterono sovrastare la vetta più alta d’Islanda. A volte dovevano avanzare alla cieca, affidandosi solo a bussole e altimetri. Coprirono distanze incredibili, considerate le tecnologie dell’epoca, ovviamente senza poter esaminare tutti i crepacci.




 Lo spessore del ghiacciaio, nei punti in cui è maggiore, è di oltre mille metri. Un chilometro intero di ghiaccio. Poiché il ricevitore dell’apparecchio radio era guasto, con il resto del mondo avevano contatti solo unilaterali, senza poter sapere se qualcuno li riceveva. Il viaggio procedeva a fatica e si ritrovarono presto a corto di benzina, e per risolvere la situazione si esposero a non pochi rischi: 


Il 10 giugno, quattro di noi hanno tentato di arrivare al Grímsvötn per procurarsi della benzina. Non abbiamo fatto nemmeno cinque chilometri col Weasel che il carburante era già finito, così abbiamo proseguito sugli sci. Il clima era pessimo, il tragitto impervio. Ci siamo detti fortunati a essere riusciti a tornare al campo, dopo aver arrancato per 35 chilometri tra grandi difficoltà e senza risolvere niente. Avremmo trovato a stento il campo, se non avessimo avuto l’accortezza di piantare dei paletti a brevi intervalli lungo tutto il percorso.

(A. S. Magnason,  Il Tempo e l’acqua)


(Prosegue...)