CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
PRESENTAZIONE DELLA DIVINA COMMEDIA

domenica 26 maggio 2024

LA FATTUCCHIERA

 








Precedente capitolo


del Dialogo  


Prosegue con: 


il capitolo completo  


& con le...: 


Eretiche Foreste









& Con la presentazione 


del Grasso Legnaiuolo... 








& una Lettera






 PREMESSA

 

 

‘In quali circostanze consideriamo le cose reali?’:

 

Questa domanda sta in uno dei più notevoli capitoli dei Principi di psicologia di William James, il quale inizia da qui per sviluppare la sua teoria dei diversi ordini della realtà. James scopre che tutto ciò che è pensato in modo non contraddittorio viene ipso facto creduto, cioè inteso come assolutamente reale. E una cosa pensata può essere contraddetta da un’altra solo se l’una inizia la disputa affermando qualcosa che non è ammissibile per l’altra.

 

Se si verifica questo caso, la mente deve fare una scelta.

 

Ogni proposizione che si tratti di predicare un attributo, o di affermare l’esistenza di qualcosa, viene creduta per il fatto stesso di essere concepita, a meno che non si scontri con altre proposizioni cui si presta fede contemporaneamente, e che si intendano riferire tutte agli stessi termini.




Sempre secondo William James, la distinzione tra reale e irreale, l’intera psicologia della credenza, dell’incredulità e del dubbio si basano su due fatti mentali: primo, che abbiamo la possibilità di pensare in modi diversi a proposito del medesimo oggetto; secondo, che quando lo abbiamo fatto possiamo scegliere a quale modo aderire e quale scartare. L’origine e la fonte di tutta la realtà, sia dal punto di vista assoluto che da quello pratico, è dunque soggettiva: siamo noi.

 

Di conseguenza, esistono molti diversi ordini di realtà,  probabilmente un numero infinito,  ciascuno con il suo stile di esistenza particolare e distinto: James li chiama ‘sotto-universi’. Fra di loro vi è il mondo dei sensi o delle ‘cose’ fisiche così come sono sperimentate dal senso comune; il mondo della scienza; il mondo delle relazioni ideali; quello degli ‘idoli della tribù’; i mondi soprannaturali come il Paradiso e l’Inferno dei cristiani; i numerosi mondi dell’opinione individuale; e i mondi della pura follia e della fantasia, anch’essi infinitamente numerosi.




Ogni oggetto cui pensiamo si riferisce ad almeno uno di questi mondi, o ad uno di una lista analoga. Ogni mondo, nel momento in cui vi si fa riferimento, è reale a proprio modo, ed ogni relazione con la nostra mente, se non vi è la presenza di una relazione più forte che la contrasti, è sufficiente a rendere un oggetto reale.

 

Fin qui William James.

 

Questa non è la sede per studiare con quali mezzi la mente attribuisca un accento di realtà ad uno di questi sotto-universi e lo sottragga ad altri, né come avvenga il passaggio da una sfera di realtà ad un’altra, e neppure, infine, che tipi di coscienza caratterizzino le varie provincie o sotto-universi di realtà. Le poche frasi citate di James delimitano il nostro scopo, che è quello di analizzare il problema della realtà nel Don Chisciotte…




Così come il Dialogo dei ‘cani’ dello stesso autore che fra breve ripropongo con un diverso Epilogo o ‘accento deduttivo’, nonché espositivo nelle finalità che lasciano sottintendere nel loro significato espressivo, fra allegorico e letterale inerente medesimo linguaggio posto fra Ragione Pensiero ed Intelletto derivato da una Idea, quindi da un Dio - o un Demone dello stesso - che al meglio l’ha ispirata:  

 

“A meno che le sue parole non s’abbiano a prendere in un senso particolare, che ho sentito dire che si chiama ‘allegorico’; ed è un senso che non corrisponde a quel che letteralmente dicon le parole, ma ad un significato diverso che, sebben differente, abbia con esso una certa somiglianza”.

 

E di cui l’Autore - o meglio il Genius Loci del medesimo -, hanno abdicato alla realtà di Sancho, come con l’Io Dialogante d’una diversa Coscienza, condiviso seppur diviso fra Scipione e Braganza, sottratto da una condizione eretica in conflitto con la Fede del proprio Tempo.

 

E Sancho - il più mite e saggio Sancho - così come l’interlocutore Scipione, lo riportano e riconducono alla realtà - ma non certo verità - del nostro - trascorso presente e futuro - Tempo con loro condiviso, sino al Genio dell’Infinito e un più probabile eretico Dio.




Quantunque sottratto ad ogni freccia o curvatura - spazio temporale - da cui medesime condizioni materiali - in paradossale conflittuale condizione - con il Genio e l’Anima incarnata che ne deduce un diverso contesto narrativo - oppure ed ancor meglio - metafisico, sottratto all’inganno della realtà, ne evidenzieranno la nascita - ma non certo la ‘summa’ - del proprio tempo nato e/o narrante:

 

“Dunque la Camacha fu una burlona bugiarda, la Cañizares una mentitrice, e la Montiela una sciocca maliziosa e perversa, con rispetto parlando per il caso che sia nostra madre, di entrambi, o piuttosto soltanto tua, perché io non voglio averla per madre. Dico dunque che il vero significato di quei versi è ‘un gioco di birilli’, in cui con pronta diligenza i giocatori abbattono quelli che stanno in piedi e rialzano quelli abbattuti, si capisce, per mano di chi lo può fare. Pensa dunque quante volte nel corso della nostra vita abbiam visto giocare a birilli, e se perciò ci siam visti tornare uomini, dato pure che lo siamo”.




Ovvero di una diversa realtà narrante non confacente con le verità soggettivate, nonché calendarizzate, d’una medesima menzogna storica protratta nel tempo contato come numerato…:

 

“BRAGANZA: Confesso che hai ragione, Scipione, fratello mio, e che sei più saggio di quanto credessi. Da ciò che hai detto mi induco a pensare e a credere che tutto quello che fin qua ci è intervenuto, e quel che ora ci accade, sia un sogno, e che in realtà noi siamo cani. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a godere questo bene della favella che ora possediamo e l’immenso privilegio di avere ragione umana, per tutto il tempo che ci sarà possibile. E perciò non ti seccare se ti racconto quel che mi accadde con gli zingari che mi avevano nascosto nella grotta”.

 

Come molti ricorderanno, la storia di Calderon de la Barca racconta di Sigismondo, principe ereditario di un immaginario regno di Polonia. Quando lo incontriamo, Sigismondo è prigioniero in una torre, e non sa di essere principe. A causa di una profezia, il padre lo aveva allontanato dalla corte appena nato, e tenuto all’oscuro della propria origine. Tuttavia, più o meno per caso, un giorno la sua identità gli viene svelata: viene portato a corte, ammesso al suo rango, riconosciuto come l’erede al trono. Però, come era stato predetto,




Sigismondo si rivela dispotico e crudele: dopo averlo fatto addormentare, dunque, i servi del re lo riportano alla torre. Al suo risveglio, egli ritrova tutto com’era all’inizio della storia: poiché i servi si sono accordati tra loro, nessuno gli conferma di aver effettivamente viaggiato fino a corte né l’identità che pensava di avere scoperto. Di fronte alla concordanza di tutti i testimoni con cui è in grado di parlare, egli è portato così a pensare di aver sognato, e di non essersi in verità mai mosso dalla sua torre.

 

Il dramma di Calderon si chiude sul problema metafisico se la vita, per tutti, sia o no un sogno.

 

Al di qua della metafisica, il problema è però: che cosa fa sì che noi riteniamo certe avventure dei sogni, e certe altre realtà?

 

Nel racconto, la risposta è che ciascuno di noi ritiene “reale” ciò che gli altri confermano: in mancanza di questa conferma, siamo costretti a credere di avere solo “sognato”. A rigore, vi è un’altra risposta alla stessa domanda: che noi chiamiamo “realtà” ciò che si offre alla prova della resistenza cioè quegli oggetti che si prestano a una relazione materiale con il nostro corpo, che possiamo modificare con i nostri gesti, che possono piegarsi o resistere ai nostri disegni. È “reale” ciò su cui le nostre mani hanno presa. Tuttavia, non tutto ciò che usualmente chiamiamo “realtà” è effettivamente a portata di mano, e si presta a questo tipo di prova.




E ciò conduce esattamente alla risposta indicata da Calderon de la Barca: chiamiamo “realtà” quello che anche gli altri concordano nel chiamare “realtà”. Anzi: la forza di questo tipo di risposta è tale che, in assenza di una concordanza con gli altri, persino ciò di cui ci sembra di aver provato la realtà sembra svanire nel sogno. In mancanza di un accordo intersoggettivo, il dubbio non può non farsi strada (se non di sogno, potremo parlare di “allucinazione”, di “fantasia”, di “errore” o di “pazzia”). Il senso della realtà, la definizione di cosa è “reale” e cosa no, è dunque una costruzione intersoggettiva.

 

Naturalmente, non tutti e non sempre si chiedono cosa sia la realtà.




La tesi che voglio proporre è che il racconto (i racconti) di Cervantes ha sistematicamente a che fare proprio con il problema delle realtà multiple posto da William James, e che le varie fasi delle avventure di Don Chisciotte sono variazioni attentamente elaborate del tema principale, cioè di come noi abbiamo esperienza della realtà.

 

Questo problema ha molti aspetti, dialetticamente interrelati. C’è il mondo della follia di Don Chisciotte, il mondo della cavalleria, un sotto-universo di realtà incompatibile con l’ovvia realtà della vita quotidiana, in cui il barbiere, il prete, la domestica e la nipote vivono semplicemente, dandolo per scontato senza problemi. Come avviene che Don Chisciotte possa conferire l’accento di realtà al suo sotto-universo fantastico, se questo si scontra con la realtà preminente in cui non ci sono castelli e armate e giganti, ma solo osterie, greggi di pecore e mulini a vento? Come è possibile che il mondo privato di Don Chisciotte non sia un mondo solipsistico, ma che ci siano altre menti all’interno di questo mondo, e non solamente come oggetti dell’esperienza di Don Chisciotte, ma come menti che condividono con lui,  almeno fino a un certo punto, la credenza nella realtà, attuale o potenziale, di questo mondo?




In effetti, né il sotto-universo della follia di Don Chisciotte né l’ovvia realtà dei sensi, come la chiama William James, in cui noi come Sancho Panza viviamo la nostra esistenza di tutti i giorni sono in verità così monolitici come appaiono. Entrambi contengono delle enclavi di esperienza che trascendono sia il sotto-universo dato per scontato da Don Chisciotte sia quello di Sancho Panza, e implicano riferimenti ad altre sfere di realtà che non sono compatibili con essi.

 

Ci sono rumori notturni enigmatici e inquietanti, ci sono la morte e il sogno, la visione e l’arte, la profezia e la scienza. Come fa Don Chisciotte, e come facciamo noi Sanchi Panza, a riuscire a conservare la fede nella realtà del delimitato sotto-universo che scegliamo come casa-madre, nonostante le diverse irruzioni di esperienze che lo trascendono?




Questo sotto-universo è caratterizzato da peculiari modificazioni delle categorie basilari del pensiero, cioè di quelle che riguardano lo spazio, il tempo e la causalità. Il regno di Micomicona’ in Etiopia, l’Impero di Trebisonda sono concetti geografici ben determinati; la seconda regione dell’aria, dove hanno origine il gelo e la neve, e la terza regione del fuoco, dove nascono i lampi ed i tuoni sono stabiliti dalla fisica celeste.

 

E tutti questi posti possono essere raggiunti con facilità: il saggio, mago o negromante che bada agli affari del cavaliere, e di certo ogni cavaliere, se lo è davvero, ha un compagno del genere, lo piglia dal letto e il giorno dopo sarà mille miglia lontano; oppure gli manda un carro di fuoco o un ippogrifo o Clavilegno, il cavallo di legno, o una barca incantata. Altrimenti sarebbe impossibile a un cavaliere combattere con un drago nelle montagne dell’Armenia ed essere salvato all’ultimo minuto dall’amico che fino a un momento prima stava in Inghilterra.




Don Chisciotte passa quattro notti nella grotta di Montesinos, sebbene quelli che lo aspettano fuori dicano che sia stato via poco più di un’ora, un problema simile a quello che ai nostri giorni ha analizzato Bergson, nella sua discussione sul concetto di tempo nella teoria della relatività di Einstein.

 

Tutto ciò è dovuto al lavoro dei maghi, quelli amici e quelli nemici, che nel sotto-universo donchisciottesco sostengono il ruolo delle cause e dei motivi. La loro attività è la categoria di base con cui Don Chisciotte interpreta il mondo. La loro funzione è quella di tradurre l’ordine del regno della fantasia in quello dell’esperienza di senso comune: per esempio di trasformare i reali giganti attaccati da Don Chisciotte in fantasmi di mulini a vento.




I maghi, come veniamo a sapere, possono trasformare ogni cosa, mutare le forme naturali. Ma, in senso stretto, quello che trasformano è lo schema di interpretazione che prevale in un sotto-universo nello schema di interpretazione che è valido in un altro. Entrambi gli schemi si riferiscono agli stessi dati di fatto, che diventano, nei termini del sottouniverso privato di Don Chisciotte, il miracoloso elmo di Mambrino, e, nei termini dell’evidente realtà della vita quotidiana di Sancho, una comune bacinella da barbiere.

 

Così, la funzione dei maghi è quella di garantire la coesistenza e la compatibilità reciproca di sotto-universi di significato differenti ma riguardanti gli stessi dati di fatto, e di assicurare il mantenimento dell’accento di realtà posto su ciascuno di questi sotto-universi. Una volta che il lavoro dei maghi è riconosciuto come elemento costitutivo del mondo, nulla rimane inspiegato, paradossale o contraddittorio.




Ma per Don Chisciotte l’esistenza dei maghi è molto più di una semplice ipotesi. Si tratta di fatti storici provati da tutti i sacri testi che trattano della cavalleria. Ovviamente, questi fatti non sono verificabili con i mezzi ordinari della percezione sensoriale. Infatti i maghi non si fanno vedere, ed è chiaro che l’assioma dell’incantesimo, ciò che rende possibile la riconciliazione tra il sotto-universo della fantasia e la realtà ordinaria, non può essere assoggettato a sistemi di verifica che hanno origine in uno di questi sotto-universi.

 

La nostra epoca illuminata non è sicuramente disposta ad accettare l’azione di incantatori invisibili come principio di spiegazione dei fatti e degli avvenimenti all’interno della struttura causale del mondo. Certo, riconosciamo l’esistenza di virus invisibili, quella dei neutroni o quella dell’“Es” di cui parla la psicoanalisi come origine di fenomeni suscettibili di osservazione. Ma chi oserebbe paragonare queste scoperte dei nostri scienziati con l’attività dei maghi di cui parla il folle Don Chisciotte?




Eppure, nella teoria di quest’ultimo, l’attività dei suoi occulti incantatori ha un grande vantaggio su quella dei principi esplicativi delle scienze moderne: i maghi hanno i loro buoni motivi per agire come agiscono, e questi motivi sono comprensibili per noi esseri umani. Qualche mago getta un maleficio perché sa, grazie alla sua arte, che Don Chisciotte in futuro sconfiggerà in duello uno dei suoi cavalieri preferiti, e che a quel punto egli non potrà più impedire o rovesciare quel che il Cielo avrà decretato.

 

Ma interferiscono anche i maghi buoni: il saggio che è al fianco di Don Chisciotte mostra una rara preveggenza nel far sì che l’elmo di Mambrino, un oggetto di immenso valore, appaia alla gente comune una normale bacinella da barba, proteggendo così il suo possessore da tutti quelli ne potrebbero capire il vero significato. E succede anche, come nella miracolosa avventura della barca incantata, ad esempio, che due maghi potenti si scontrino, in modo da frustrare l’uno i disegni dell’altro.

 

Qui abbiamo tutti gli elementi della teologia dei Greci al tempo di Omero: l’invidia degli dei, i loro interventi in favore dei protetti, la loro lotta per il potere, la loro sottomissione all’inevitabile fato. Certamente, se introduciamo i maghi nella catena delle cause e degli effetti non siamo in grado di risolvere il dubbio cartesiano riguardo al fatto se il mondo sia governato da un genio malefico o da Dio. Ma siamo sicuri che tutto quello che accade ha la sua ragione, una ragione che si rifà alle motivazioni dei maghi. Verrebbe voglia di parlare di una dialettica non-hegeliana, così come si parla di una geometria non-euclidea. 

(A. Schutz)


[IL CAPITOLO COMPLETO]






sabato 25 maggio 2024

IL DIALOGO CONTINUA (con chi? chiede e domanda la Scimmia indovina...)

 









Da precedenti 


...Dialoghi 


Prosegue con: 


la Fattucchiera







SCIPIONE. Il cielo provvederà per il meglio. Seguita la tua storia e non divergere dalla strada carreggiabile con digressioni inopportune. Così per lunga che sia, ne sarai presto al termine…

 

‘Beato don Chisciotte, che è morto nella più assoluta ignoranza’, arrivò a dire don Pietro in merito a tutto quel disordine. Infatti senza saperlo e senza volerlo, era morto rovinato e pieno di debiti e con creditori non meno di strozzini voraci accompagnati da usurai disposti a dividere in tanti pezzetti i beni mobili e immobili che erano appartenuti ai suoi nonni e bisnonni.

 

Alla morte di don Chisciotte questa fu la vera Panza scudiero di ben diverso Viaggio… scalciare il proprio ed altrui malessere nell’ingorda avventura…




Quando partì a miglior vita, oppure se preferite, nella Panza di cotal compagnia…, morì nell’appetito e intestino d'altrui dubbia natura, di certo la sua in compagnia del lungimirante e stanchissimo Ronzinante comporre più degno quadro fedele alla dottrina di ogni Elemento celebrato…

 

Se non se ne fossero assieme andati dialogando come pazzi da quella casa masticata sarebbero morti di malinconia digeriti dalla Panza di un diverso destino…

 

Infatti a don Chisciotte non bastava sì miserevole tavola…

 

Quello che bastava al curato, al barbiere, al farsettaio, alla governante e alla nipote, insomma quello che sembrava andar bene a tutti, divenne per don Chisciotte un’inquietudine che gli divorava l’Anima non meno dello Spirito.




La malinconia non meno dell’antica melanconia lo fece impazzire, ed ancora la malinconia lo uccise, quando ormai rinsavito.

 

Lo seppe in un modo oscuro.

 

Non disse:

 

‘Sono pazzo perché non posso uscire’

 

o:

 

‘Se non me ne vado di casa, finirò per impazzire’

 

e neanche:

 

‘Siccome sono pazzo, diventerò un cavaliere errante’.




E non era neanche vero che avesse mangiato il coriandolo verde, come in un primo tempo ipotizzò uno dei medici.

 

No!

 

Semplicemente don Chisciotte aveva pensato:

 

‘La vita è fuori di qui, la realtà è lì che aspetta da qualche parte e con lei più certa e degna verità; e tutto ciò che sembra reale non lo è, è solo un brutto sogno, un sogno quotidiano, una cosa che sembra ma non è, e così la o il governante, non è né Tempo né governo, mia nipote non è mia nipote, mia figlia non è mia figlia, e io non sono io, finché non me ne andrò via di qui.

 

O adesso o mai più!

 

E che duri la vita’…




In verità e per il vero… la cavalleria errante e tutto l’armamentario di cui si è parlato tanto furono una scusa. Se non ci fosse stata la cavalleria errante, avrebbe pensato a qualcosa d’altro. Avrebbe potuto partire con una tribù di zingari o una compagnia di soldati, o magari mettersi a fare il pellegrino. Il caso volle che gli piacessero i romanzi e quella fu la piega che prese la sua pazzia, perché la pazzia e l’acqua puntano sempre al punto più debole.

 

E cosa poteva fare un hidalgo in quel misero paese se non leggere romanzi? E certo, quando li ebbe letti volle farsi cavaliere.

 

Cos’altro avrebbe potuto diventare, sennò?

 

In quella sua prima uscita arrivò ad una locanda che scambiò per un castello, a tre o quattro leghe da casa sua. Si sarebbe potuto pensare che chiunque, vedendolo, l’avrebbe riconosciuto, ma don Chisciotte non lo conosceva nessuno, perché non aveva l’abitudine di viaggiare o di farsi vedere in giro…

 

Per cacciare per come la intendono loro, i suoi paesani, andava appena fuori dal paese, nei campi comunali, e se restava fuori una notte dormiva all’aperto. Lì c’erano cerbiatti, volpi, faggi, gheppi e tanto altro e lui parlava e dialogava con tutti della caccia a ben altri Spiriti ed Elementi destinava e cimentava il proprio ed altrui istinto in diversa connessione elevato, e Ronzinante compie un inchino giacché lui li scorge prima con il suo fiuto… nel Dialogo celebrato…




Ad esempio ai lupi aveva insegnato come fuggire ogni avverso cavaliere e come scannare ogni belante pecunia di un visibile e diverso reame colmo di catrame; alle volpi di cogliere i frutti ben maturi non meno dei polli, giacché il suo cruccio fu un tomo mal interpretato oltre che mal copiato…; ai gheppi di volare ben alti altrimenti il Pensiero e con lui il Genio braccati vigile sulle ali di elementi a cui comandava direzione e Tempo… disperdere il vero Principio e Dio… nella Parola cacciata…; ai cerbiatti di correre lesti giacché il bosco divorato dal medesimo rogo di chi brucia ogni Tomo e magnifica miniatura al fuoco della vita…, ed ornare più oscuro castello padrone dell’intera selva…; ai cinghiali di scavare le fosse in cui seppellire ogni ortodosso accadimento non meno della retta via…

 

E così via! 

 


 

Arripit ut lapidem catulus

 

morsuque fatigat,

 

Nec percussori mutua damna facit.

 

Sic plaerique sinunt veros elabier hosteis,

 

quos nulla gravat noxia, dente petunt.


 


 

Uno pecca, l’altro viene punito! Uno uccide e colpisce l’indifeso ingannando per il proprio tornaconto di Stato, e l’altro, l’innocente, viene punito per nessun inganno aver perpetrato e giammai consumato. In nome e per conto del più elevato o falso principio dell’altrettanta miserevole Ragion di Stato. Come il cagnolino afferra il sasso e lo tormenta a morsi senza restituire il danno a chi l’ha colpito, così i più lasciano sfuggire via i veri nemici e azzannano col dente chi non ha nessuna colpa. Platone, discutendo sul codice d’onore del saggio-guerriero, condanna come espediente infame quello di chi si mette a spogliare il cadavere di un nemico mentre dovrebbe combattere ancora gli altri avversari. Vigliacco e avido, dunque, chi perde tempo rimanendo chinato sopra un morto per depredarlo (compreso il suo segreto Diario) e lascia fuggire via l’effettivo nemico. Costui si comporta, sentenzia il Filosofo, come un cane che si sfoga contro i sassi che l’hanno colpito e non tocca chi li ha lanciati. Il concetto, che ricompare in Pacuvio, viene rivisitato negli Adagia di Erasmo nel motto ‘Canis seviens in lapidem’ , che cita proprio Platone e Pacuvio. 




Un araldo coniato nella falsa moneta di Stato ed incisa con nobile cura al fine della più degradata Ragion economica, in attesa di Monopodio e il suo eterno Governo sancirne il traffico. Ma sappiamo altrettanto bene che la votata Dama di questo e ogni futuro Stato per sua pregiudizievole genesi accompagnata da difettevole natura, proprio dal traffico d’una strana stiva fu posta in essere nel destino e principio (o fine) dell’insana dottrina. Fu battezzata fascista! Ovvero, quando neonata chiamava Rachele da uno strano padre trascurata, e Benito dalla stiva rispondea. Ché avendola messa al mondo per ogni sventurato viandante, trascurò bene di narrare qual oggetto di natura fosse il principio del traffico di cui oggetto Monopodio e il suo trascorso e futuro governo. Trascurò il morbo che censura dunque l’avarizia e la codardia che offuscano la coscienza dell’uomo di fronte al proprio dovere e onore, degradandolo all’insipienza di una bestia.




BERGANZA. Abbiamo detto già che non dobbiamo sparlare.

 

SCIPIONE. È vero, ma io non sparlo di nessuno.

 

BERGANZA. Ecco qui confermata la verità di quello che ho sentito dire tante volte. Un maldicente avrà, col suo mormorare, esposto alla rovina dieci famiglie e calunniato vecchi galantuomini; e intanto se qualcuno lo riprende di ciò che ha detto, risponde che lui non ha detto nulla; che se ha detto qualcosa non lo ha detto per male, e che se avesse pensato che qualcuno se ne dovesse offendere non l’avrebbe detto. In fede mia, Scipione, molta saggezza deve avere e molto bene deve reggersi sulle staffe chi volesse durare a conversare due ore senza confinare colla maldicenza. Io vedo infatti in me stesso che, pur essendo animale come sono, in questi discorsi che faccio, mi corrono sulla lingua come moscherini al vino parole, e tutte malevoli e sprezzanti. Per il che, torno a dire quel che ho detto già, che il mal fare e il dir male lo ereditiamo dai nostri progenitori e lo succhiamo col latte. Lo vediamo chiaramente nel fatto che appena il bambino ha messo fuori dalle fasce il braccio, alza la mano come se volesse vendicarsi di chi, secondo lui, lo molesta, e quasi la prima parola formata che dice è dar di bagascia alla balia o alla madre.




SCIPIONE. Così è, io confesso il mio errore e te ne domando perdono, avendone perdonati tanti a te. Rappattumiamoci, come si dice, e non mormoriamo più d’ora in avanti. Seguita il racconto che hai lasciato al fasto con cui i figli del mercante tuo padrone se ne andavano alla scuola della Compagnia di Gesù.

 

BERGANZA. E a Gesù mi raccomando ad ogni occorrenza. E sebbene lo ritenga difficile smettere di mormorare, penso di usare un espediente che ho sentito dire usava un gran bestemmiatore, il quale, pentito della sua cattiva abitudine, ogni volta che dopo questo pentimento gli accadeva di bestemmiare, si dava un pizzicotto nel braccio o baciava in terra a sconto del peccato. Ma, nonostante, seguitava a bestemmiare. Così ogni volta che abbia a fare contro il comando che mi hai dato, di non sparlare, e contro la buona intenzione che ho di non sparlare, mi morderò la punta della lingua sì da sentirne dolore e mi richiami a mente la colpa per non ricaderci.




SCIPIONE. È un espediente cotesto che, se l’userai, mi aspetto che tante volte ti debba mordere che avrai a rimaner senza lingua: così, ecco, non ti sarà più possibile mormorare.

 

BERGANZA. Ma almeno io ci avrò messo da parte mia ogni impegno: il cielo supplisca poi dove manco. Dico dunque che i figli del mio padrone un giorno lasciarono una borsa della scuola nel cortile dove io in quel mentre mi trovavo. E come avevo imparato a portare la sportina del beccaio così feci del vademecum e tenni loro dietro con l’intenzione di non lasciarlo andare finché non fossi nella scuola. Tutto andò secondo il mio desiderio: i miei padroni, cioè, che mi videro venire col vademecum tenuto stretto in bocca accortamente per le cinghie ordinarono ad un paggio di levarmelo, ma io non lo permisi e non lo lasciai andare finché non entrai nell’aula: cosa che fece ridere tutti gli scolari. Allora mi accostai all’aio dei miei padroni, molto garbatamente, io credo, glielo posi in mano e mi accoccolai alla porta dell’aula guardando fisso il maestro che leggeva sulla cattedra. Non so che cosa abbia in sé il valore, perché, quantunque me ne sia toccato poco o punto, subito sentii piacere a vedere l’amorevolezza, il contegno, la premura e l’impegno con cui quei padri e maestri benedetti insegnavano a quei fanciulli, dirizzando il tenero arbusto della loro giovinezza, perché non piegasse né s’avesse a viziare per la via della virtù, che indicano loro insieme col sapere. Notavo come li riprendevano dolcemente, li punivano con indulgenza, li animavano con esempi, li stimolavano con premi, e li sopportassero con discrezione; come, infine, dipingevano loro la bruttezza e l’orridezza dei vizi e descrivevano la bellezza della virtù perché, con l’abborrire quelli e con l’amare queste, raggiungessero il fine per cui erano stati creati.




SCIPIONE. Dici benissimo, Berganza, poiché di questi padri benedetti ho sentito dire che come uomini capaci per le mondane faccende della vita pubblica non ce n’è in tutto il mondo di così savi, e come guide e scorte nella via del cielo pochi se gli avvicinano. Sono specchi dove si vede riflessa l’onestà, la purezza della dottrina cattolica, la singolare prudenza e infine la profonda umiltà, base su cui si è elevato tutto l’edificio della felicità.

 

BERGANZA. Proprio così, tutto. Continuando ora il mio racconto, ti so dire che i miei padroni ebbero piacere che io portassi sempre il vademecum; il che io feci molto volentieri, dovendo a questo se io conducevo una vita da re e anche meglio; perché era una vita riposata, avendo preso gli scolari a scherzare con me ed essermi io familiarizzato con loro talmente che mi mettevano la mano in bocca e i più piccini mi montavano addosso: gettavano in aria berrettini o cappelli e io glieli riconsegnavo pulitamente e con segni di grande soddisfazione. Presero a darmi da mangiare quanto potevano darmi, e godevano a vedere che quando mi davano noci o nocciole io le spaccavo come fa la bertuccia, lasciando i gusci e mangiando il gheriglio. Ci fu uno che per mettere alla prova la mia capacità mi portò in un fazzoletto una buona quantità d’insalata, e io la mangiai come un uomo.




D’inverno quando in Siviglia consumano panini di fiore e schiacciatine col burro, me ne regalavano tanti che si impegnarono e vendettero ben più di due calepini per farmi far colazione. Insomma io vivevo da studente, ma senza la fame e senza la rogna, che è quanto più si possa dire per significare che era buona vita; perché, se la rogna e la fame non fossero tanto tutt’una cosa con gli scolari, fra le tante condizioni di vita non ce ne sarebbe un’altra di maggior godimento e spasso, ché in essa la virtù e il piacere vanno di pari passo, e la giovinezza trascorre nell’imparare e nel divertirsi.

 

Da questa beatitudine e da questa pace mi venne a sbalzare una gran dama chiamata, mi pare, da queste parti Ragion di stato, ragione che a contentarla bisogna scontentare molte altre ragioni. Vale a dire, a quei signori maestri sembrò che quella mezz’ora, fra una lezione e l’altra, gli scolari la occupassero non nel ripassare le lezioni, ma a divertirsi con me; perciò comandarono ai miei padroni di non portarmi più alla scuola. Ubbidienti, essi mi fecero tornare a casa, a far la guardia, come prima, alla porta; e senza più rammentarsi il mio vecchio signore della grazia concessami, di poter andare sciolto di giorno e di notte, ritornai a rimettere il collo alla catena e il corpo su una piccola stoia che mi stesero dietro la porta.

 

Ah! amico Scipione, com’è duro sopportare il passaggio da una condizione di felicità a una d’infelicità!




Vedi: quando le miserie e le disgrazie sono una gonfia fiumana ininterrotta, o finiscono presto con la morte, oppure, continuate, ci si fa l’abitudine e ci si avvezza a sopportarle, il che suol alleggerire la maggiore loro asprezza; ma quando uscito, all’impensata e d’un tratto, da una condizione disgraziata e sventurata per goderne un’altra prospera, fortunata e di gioia, poi di lì a poco ritorni a soffrire la sorte di prima e gli affanni e le disdette di prima, è un dolore così acerbo che se non fa morire è per dare maggior tormento facendoti vivere.

 

In una parola, tornai alla mia razione da cane e agli ossi che mi gettava una mora della casa e che due gatti romani mi riducevano, perché, sciolti e svelti come sono, era facile per essi portarmi via quel che non cadeva dentro il termine dove arrivava la mia catena. Caro Scipione, il cielo ti conceda il bene che desideri, ma, senza che tu t’inquieti, lasciami ora filosofare un po’, perché se tralasciassi di dire le cose che in questo momento mi son venute alla mente fra quelle che allora mi accaddero, mi parrebbe che il mio racconto non sarebbe completo né utile punto.




SCIPIONE. Bada, Berganza, che non sia tentazione del demonio questa voglia che dici esserti venuta di filosofare. La maldicenza infatti non ha miglior velo per palliare e ricoprire la sua sfrenata malignità che darsi a credere chi mormora che tutto quanto dice son sentenze di filosofi e che il dir male è un rimproverare, che lo scoprire i difetti degli altri è giusto zelo, mentre nessun maldicente, se ne consideri e ne scruti la vita, troverai che non sia pieno di vizi e presunzione. E ora, premesso questo, filosofa quanto ti pare.

 

BERGANZA. Puoi star sicuro, Scipione, che non mormoro più; ne ho fatto proponimento. Or bene, siccome me ne stavo tutto il giorno in ozio, e l’ozio genera le riflessioni, ecco ripassarmi per la mente certi detti latini che mi erano rimasti impressi fra i tanti che avevo sentito quando andavo con i miei padroni a scuola: detti latini con i quali, a mio credere, mi ritrovai un po’ meglio d’intelligenza, sì che decisi, quasi sapessi parlare, di giovarmene nelle occasioni che mi si dessero in modo però diverso da come certi ignoranti sogliono giovarsene. Ci son di quelli che, parlando in volgare spagnolo, buttan là nel discorso, di tanto in tanto, qualche motto latino breve e concettoso, dando ad intendere a chi non lo sa il latino, di essere solenni latinisti; e sì e no che sanno declinare un nome e coniugare un verbo.




SCIPIONE. Meno male, secondo me, questo che non quello di coloro i quali sanno veramente di latino, tra cui ce n’è alcuni di così malaccorti che, parlando con un calzolaio o con un sarto, fanno spreco di latino come se fosse acqua.

 

BERGANZA. Possiamo dedurre da questo che tanto sbaglia chi dice motti latini davanti a chi non li capisce, quanto chi li dice senza capirli.

 

SCIPIONE. E devi notare anche un’altra cosa; cioè, ci sono certuni che il saper di latino non toglie che siano asini.

 

BERGANZA. E chi ne dubita? È chiaro; quando infatti al tempo dei romani parlavano tutti latino, per essere il latino la propria lingua materna, ben ci sarà stato fra loro qualche tanghero che, con tutto il suo parlar latino, non lasciava di essere imbecille.

 

SCIPIONE. Per saper tacere in volgare e parlare in latino, ci vuol giudizio, caro Berganza.




BERGANZA. Così è: si può dire infatti una sciocchezza così in latino come in volgare. E io ho visto sapientoni babbei e grammatici pesanti e parlanti in volgare, lardellare il discorso di fette di latino da seccare con tutta facilità la gente, non una, ma cento volte.

 

SCIPIONE. Lasciamo questo e comincia a dire le tue osservazioni filosofiche.

 

BERGANZA. Le ho dette già; son quelle che ho finito ora di dire.

 

 

(Arripit ut lapidem catulus

 

morsuque fatigat,

 

Nec percussori mutua damna facit.

 

Sic plaerique sinunt veros elabier hosteis,

 

quos nulla gravat noxia, dente petunt)