giuliano

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IL TOMO

sabato 14 maggio 2022

LA GRANDE MADRE

 










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Circa un darwinismo criminale 


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la Seconda parte



 


 

 

La Bibbia giudaico-cristiana ci mostra un Padre Creatore maschile, sorgente di ogni vita. Ma molte delle più antiche storie di creazione conosciute parlano di una Grande Madre: una divinità femminile che dà e mantiene la vita, la Dea degli animali, delle piante e degli umani, delle acque, della terra e del cielo.

 

Un’antica preghiera sumera esalta la gloriosa Nana come la ‘Signora Potente, la Creatrice’. Un’altra antica tavoletta si riferisce alla dea Nammu come alla ‘Madre che diede vita al Cielo e alla Terra’. In Egitto, la creazione della vita veniva attribuita a Nut, Hathor, o Iside, di cui è scritto: ‘All'inizio c’era Iside, la più Antica di tutto ciò che è Antico. Era la Dea da cui scaturì tutto ciò che diviene’. In Africa troviamo leggende su Mawu, un altro nome per la Madre Creatrice. E nella terra di Canaan, come scrive lo studioso biblico Raphael Patai, Ashera o Ishtar era la ‘Progenitrice degli Dei’.

 

Tutto questo sta a indicare che il culto delle divinità femminili era parte integrante delle nostre più antiche tradizioni sacre. E in verità non è improbabile che all’alba della civiltà, quando per la prima volta l’uomo iniziò a porsi gli interrogativi universali (Da dove veniamo prima di nascere? Dove andiamo dopo morti?), dovette rilevare quello che è il più miracoloso di tutti gli eventi: il fatto cioè che la vita umana scaturisce dal corpo della donna. Dovette quindi essere del tutto logico, per i nostri antenati, immaginare all’inizio la terra come una Grande Madre, una Dea della Natura e della Spiritualità, fonte divina di ogni nascita, di ogni morte e di ogni rinascita.




Questa conclusione logica, di fatto, è comprovata dalle testimonianze archeologiche, dalle innumerevoli statuette femminili primitive, oggi riportate alla luce in luoghi sparsi su tutta l’Asia Minore e l’Europa. Dalle statuette della cosiddetta Venere Paleolitica che datano a più di ventimila anni fa.

 

La stessa idea dell’indole ‘dell’uomo’ come un individuo accentratore, avido, brutale ‘assassino per natura’, per molto tempo ha dato forma a quel che ci è stato insegnato sulla fase successiva della cultura umana: il Neolitico o età agreste. L’idea convenzionale, ancora ampiamente coltivata a livello di insegnamento universitario, è che l’invenzione umana più importante - lo sviluppo della tecnologia per acclimatare le piante - abbia segnato anche l’inizio della dominazione maschile, della guerra e della schiavitù.

 

In questa ottica, con l’invenzione dell’agricoltura ‘da parte dell’uomo’ - e quindi con la possibilità di tenere in piedi la civiltà grazie a un rifornimento regolare e addirittura eccedente di cibo – sopraggiunse non solo il predominio maschile, ma anche la guerra e una struttura sociale gerarchica generalizzata. Ma ancora una volta i dati non convalidano l’idea convenzionale della civiltà come storia della dominazione sempre più strutturata ‘dell’uomo’ tanto sulla natura quanto sugli altri esseri umani.




Tanto per cominciare, oggi gli antropologi ritengono, in linea generale, che l’acclimatazione delle piante sia stata probabilmente invenzione delle donne. Infatti, uno degli aspetti più affascinanti dell’attuale recupero della nostra perduta eredità è l’immenso contributo dato dalle donne alla civiltà. Se guardiamo da vicino i nuovi dati di cui oggi disponiamo a proposito delle prime società agresti o neolitiche, in realtà vediamo che tutte le tecnologie fondamentali sulle quali è basata la civiltà si svilupparono in società che non erano a dominazione maschile e non erano guerriere.

 

In contrasto con ciò che ci è stato insegnato sul Neolitico ovvero sulle prime civiltà agresti come società a dominazione maschile, estremamente violente, queste furono invece generalmente pacifiche, dedite a vasti commerci con i vicini, e non ricorrevano all’uccisione o al saccheggio per procurarsi ricchezza.

 

Grazie a scavi archeologici condotti in maniera assai più scientifica e ampia, ora sappiamo anche che in queste società estremamente creative le donne ricoprivano posizioni sociali importanti in qualità di sacerdotesse, artigiane e membri anziani di clan matrilinei. Si trattava inoltre di società egualitarie dove, come scrive Mellaart, non compaiono segni di importanti differenze di status basate sul sesso. Ciò non significa che queste società neolitiche rappresentassero realtà utopiche ideali. Ma, a differenza delle nostre società, non erano guerriere.

 

Non erano società dove le donne fossero subordinate agli uomini. E non vedevano la terra come oggetto di sfruttamento e di dominazione dal momento che il mondo era considerato come una Grande Madre: un’entità viva che nelle sue manifestazioni temporali e spirituali crea e nutre tutte le forme di vita. La coscienza di questa unità essenziale di tutto quanto ha vita, nei  tempi moderni, si è mantenuta in molte culture tribali che venerano la terra come la Madre. È illuminante il fatto che queste culture spesso siano state descritte dagli antropologi come ‘primitive’. Altrettanto illuminante è il fatto che spesso in queste culture le donne, per tradizione, occupino posizioni pubbliche chiave come sciamane o vecchie sagge, o come capi di clan matrilinei.

 

(R.Eisler)



Quindi la Grande Madre come tale, e come al meglio ed al peggio la conosciamo, la qual Donna e i suoi figli, futuri (mariti ed amanti) (i quali, gli appartenenti a quest’ultima categoria certamente l’amano e adorano più del genere derivato a cui lei purtroppo legata e congiunta suo malgrado…) ‘esseri umani’, i quali un tempo l’amavano qual indispensabile generatrice nonché futura sposa, venerandola come una Dèa per la sua impareggiabile bellezza, alternare e dispensare i propri frutti e colori accompagnati da ire dolori e capricci, nelle alterne Stagioni di cui costantemente beneficia (o dovrebbe) e patisce l’(umano) sposo (a Lei legato suo malgrado).

 

Il quale come tale la vuol dominare e sottomettere.

 

Il quale come tale la vuole amare come un figlio (sgradito) o futuro marito (tradito).




(La psicologica che ne scaturisce apparentemente confusa, anche se dalla ‘gerarchia olimpica’ nasceranno tutte quelle considerazioni circa una remota ‘analisi umana’ dettata da una mitologica condizione dell’Essere ed appartenere alla Terra; giacché tutte le divinità, infatti, nessuna esclusa, rappresentano un ‘prometeico’ intento di predare il segreto inviolato degli Dèi per donarlo agli uomini… Da ciò che ne scaturirà dipenderà ogni ruolo ‘conflittuale’ dal quale il vasto regno - e non solo psicologico - ne indagherà ogni rapporto abdicato all’uomo, non più divino, ma come tale ‘umano’ assoggettato ad ogni forma di peccato, decaduto dalla prima condizione dello Spirito inviolato, come può o poteva Essere la Natura donde e da cui nato; abdicato all’atto o istinto incarnato della materia. La prima mantiene inalterato la segreta impronta del proprio ed altrui Dio suggellato con la Divinità nel continuo ‘atto o Genio creativo’, e essendo scritto in ogni suo Elemento (qual Genio appena detto) tende a celarsi, o come disquisivano gli antichi Filosofi nascondersi; ovvero la Natura ama nascondersi e giammai rivelarsi, divenendo immagine - o specchio riflesso - di una più elevata Idea d’una Dèa dall’umano adorata; con alterni Elementi gravitati in altrettante divinità. Il secondo destinato ad un ruolo, seppur presumiamo ‘elevato’ in quanto predisposto dal genio dell’Intelletto suddiviso in altrettante divine superiori facoltà e capacità di articolato pensiero e parola, eppure paradossalmente subalterno, avendo perso la primitiva immacolata purezza immagine del Dio; il quale ‘uomo’ a Lui come Prometeo si è ribellato volendo donare ogni inviolato antico ‘segreto’ ai suoi figli per dominare, o peggio, ricreare la propria condizione persa in procedimento inverso da umana a divina, alterando, o ancor peggio, violando irrimediabilmente ogni antica divinità della quale vuole usurparne il regno. E seppure la Genesi per bocca di ugual Dio impone una precisa successione del Dominio a cui l’uomo sembra destinato, in verità e per il vero, in cotal volontà sembra aver voluto alterarne il vero precetto, non avendo ben compreso il limite a cui assoggettato, così come fu per Prometeo. 




Solo il Figlio di medesimo (e più evoluto, almeno così dicono…) Dio compiendo identico passo, si è ribellato alla segreta Genesi creatrice dispensata dal ‘comandamento’ del Padre, come alla Legge che da ogni Tempio ne governa il Verbo. La sua e nostra Grande Madre, Immacolata nella propria Natura, nell’atto che ne contraddistingue la nascita, così come la prematura morte per umano intelletto sancito dal Verbo o Legge di Dio, nel calvario o Teschio che ne contraddistingue evidenziandone la Croce, rappresenta l’antico patto con la disconosciuta Divinità, il Dio segreto, a cui suo Figlio, in verità e per il vero, si è ricongiunto per ogni rinascita con la quale riconosciamo le Infinite Stagioni della Vita, di cui la divina sacralità (e il Sacro come nelle alterne fasi mitologiche rappresentato da Iside all’Immacolata Madonna) da cui nato costantemente violate o profanate dall’uomo, non più dio, non riuscendone a comprenderne o decifrarne, pur predandone ogni (prometeico) segreto, l’indecifrato immateriale spirituale Linguaggio; in quanto ogni segreto Miracolo (scritto nel karma della Vita e la sua continua rinascita) difficilmente riconosciuto dall’Intelletto cosiddetto umano, così ogni immateriale intento diverso dalla materia in cui caduto ogni suo peccato. L’elevata volontà sarà sancita dal superamento a cui l’uomo predestinato nel ciclo dell’intera Esistenza per ogni Elemento ‘incarnato’ sino alla lenta graduale universale evoluzione in cui risorgerà per ogni Vita violata, comprenderne il peccato terreno e riscattarne ogni colpa commessa; almeno che il Divino (o la divinità) non abbia prevalso nel Sentiero intrapreso, seppure perseguitati umiliati e derisi come ogni profeta caduto e annunziato da una Verde Cometa precipitata su questa povera Terra, sarà un Dio Straniero tutelare e vigilare l’Anima caduta su questa Terra, perenne amico e invisibile compagno dell’eterno cammino, donde l’antica Dèa o Immacolata purezza assieme veneriamo fondare il nostro e altrui immortale Spirito.) 


(Prosegue....)








      

mercoledì 11 maggio 2022

DARWINISMO CRIMINALE

 










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divisi ed a voi corrisposti fra: 


L'insana mala pianta


Ed una sana 


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la Grande Madre







L’immaginario collettivo non quantifica i danni sociali delle realtà mafiose, gli sfregi al territorio, all’ambiente. Basta sfogliare il rapporto del 2015(-2020) di Legambiente sulla cosiddetta ‘ecomafia’ per rendersi conto dell’impressionante quadro dei reati accertati: circa 80 al giorno, poco meno di quattro ogni ora, per un fatturato criminale che è cresciuto di sette miliardi rispetto al 2013, raggiungendo la ragguardevole cifra di 22 miliardi, cui ha contribuito in maniera eclatante il settore dell'agroalimentare. La Puglia è in testa alla classifica regionale degli illeciti. Il Lazio è sempre la prima regione del centro Italia, la Liguria la prima del Nord, mentre la Lombardia resta al top per le indagini sulla corruzione.

 

Si legge nel rapporto:

 

‘La corruzione è un fenomeno sempre più dilagante nel Paese, è l’altra faccia delle ecomafie’.

 

Dal 1º gennaio 2010 al 31 maggio 2016 (sino al 2021), Legambiente ha contato 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale con 2666 persone arrestate e 2776 denunciate. La pressione dell’abusivismo non si ferma neanche davanti alla crisi generale del settore edilizio. Secondo le stime del Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell'edilizia (Gresme), se nel 2007 l’abusivismo pesava per circa l’8 per cento sul totale costruito, nel 2015 la percentuale è pressoché raddoppiata con circa 18000 immobili costruiti illegalmente.

 

Preoccupano anche i reati legati al traffico illecito di rifiuti, al racket degli animali, alla filiera dell’agro-alimentare ed al caporalato, forme di schiavismo sempre più attuali.

 

Sono tanti comunque quelli che continuano ad accreditare le mafie come agenzie alternative di collocamento. Non si possono sottovalutare le inadempienze dello Stato e la cronica mancanza di occupazione, ma le mafie sono tutt’altro che un’alternativa al malessere sociale ed alla disoccupazione. Il lavoro offerto dai mafiosi - vale la pena ribadirlo - è un vincolo, un ricatto, un vicolo cieco da cui è difficile uscire, una condizione liberticida di assoggettamento sociale ed economico.




L’Amazzonia è il polmone verde del mondo, con una superficie di 643.000 chilometri quadrati, più del doppio dell’Italia, tra paludi di mangrovie e foreste vergini.

 

Qui, dove gli schiavi africani sono stati deportati dai conquistadores spagnoli per cercare l’oro nei fiumi che scendono dalle Ande, si coltiva la foglia di coca, la materia prima della cocaina, la regina delle droghe.

 

Narra una vecchia leggenda che un anziano indigeno abbia chiesto aiuto al dio Sole per sopportare le sofferenze della schiavitù. ‘Vedi questa piccola pianta dalle foglie ovali che ho fatto crescere?’ rispose il dio. ‘Di’ alla tua gente di masticarne le foglie, il succo allevierà le pene della fame e della stanchezza. E se le masticherete tutti insieme, condividerete momenti di fratellanza e unità’.

 

Ancora oggi, chi mastica a lungo le foglie dal sapore aspro che crescono sotto forma di arbusti o piccoli alberelli sempreverdi, è convinto di poter sopportare la fatica, i disagi e qualsiasi disturbo provocato dalla scarsa ossigenazione dovuta all’altitudine di certe regioni andine.




Vista dall’alto, la foresta amazzonica sembra uno sterminato tappeto verde con una vegetazione fittissima, solcata da migliaia di chilometri d’acqua pigra color cacao. È una delle tante aree immolate sull’altare dell’‘oro bianco’, dove cresce bene la coca boliviana (Erythroxylum coca), la varietà più ricca di alcaloidi (ne contiene dal 70 all’80 per cento, contro il 50 per cento della varietà peruviana).

 

Si calcola che per ottenere un ettaro di terreno destinato alla coltivazione della pianta di coca sia necessario disboscarne almeno quattro di selva. Finora, nella sola Colombia sono stati distrutti oltre due milioni di ettari di foresta tropicale, un’area equivalente alla Toscana.

 

Ogni tanto si vedono vaste chiazze grigie: sono i terreni dove si coltivava la coca che sono stati colpiti dalle fumigazioni, in cui si spargono dall’alto erbicidi molto dannosi anche per il resto dell’ambiente naturale e per gli abitanti. ‘Per distruggere seicento ettari di piantagioni con le aspersioni aeree ci mettiamo tre giorni, con l’eradicazione manuale due mesi’ spiega Noel Alfredo Amorocho Martínez, maggiore della Policía Nacional. ‘L’eradicazione manuale, inoltre, comporta rischi alla nostra incolumità. Le bande criminali e i guerriglieri fanno di tutto per proteggere le coltivazioni di coca. Nella selva, il pericolo è continuamente in agguato’.

 

Le fumigazioni, però, fanno molto discutere. Bandite in Bolivia e Perú, vengono praticate solo in Colombia. ‘Nei miei campi hanno distrutto ettari di canne destinate a uno zuccherificio’ racconta Manuel Barbano, un contadino del Putumayo. ‘Con le fumigazioni è andato tutto distrutto. Il governo non si è mai scusato, ci hanno coperto di veleno, come fossimo topi’.




Tantissimi granjeros attribuiscono proprio ai raid erbicidi la responsabilità degli enormi danni alla catena alimentare e alla biodiversità. ‘Sono la causa dell’aumento di forme tumorali, di problemi dermatologici e di una più alta percentuale di aborti’ denunciano.

 

È un ecocidio.

 

La polizia nazionale e il ministero di Giustizia respingono le accuse: ‘Ci sono 180 studi e nessuno attribuisce alle aspersioni di glifosato particolari danni all’ambiente o alla salute pubblica’. E aggiungono: ‘Fanno più danni gli insetticidi e i fungicidi di scarsa qualità acquistati a poco prezzo dai granjeros e utilizzati per proteggere le coltivazioni di coca’.

 

In una sorta di progetto pilota, nella zona del Catatumbo, al confine con il Venezuela, si è tentato di evitare le fumigazioni, ma la produzione di coca è aumentata, benché i granjeros si fossero impegnati a distruggere manualmente le piantagioni in cambio di investimenti nei settori della pubblica istruzione e dei servizi sociali. ‘È stata un’esperienza fallimentare’ dichiara ancora Noel Alfredo Amorocho Martínez. ‘Prima di criticare le fumigazioni bisognerebbe valutare l’impatto sulla salute pubblica, sulla biodiversità e sulla catena alimentare dei precursori chimici che vengono dispersi nell’ambiente dai cocineros, i chimici addetti alla raffinazione della cocaina’.




Ogni anno, infatti, nelle varie fasi di lavorazione della foglia di coca vengono impiegati decine di migliaia di tonnellate di cemento, almeno 250-300 milioni di litri di benzina e qualcosa come 120-150.000 litri di acido solforico, elementi indispensabili e in quantità industriali, che comportano problemi di vario genere, per il reperimento, lo stoccaggio, la conservazione e – al termine del procedimento – l’eliminazione dei residui, che vengono abbandonati senza alcun riguardo per niente e per nessuno. I narcos e i loro ‘manovali’ sono come le marabuntas, le voraci formiche tropicali che al loro passaggio annientano ogni forma di vegetazione.

 

Fabio Castillo, un giornalista molto attento al fenomeno del narcotraffico, già nel 1996 chiama in causa gli interessi economici di alcune grandi società: ‘L’acetone proviene dagli Stati Uniti e viene introdotto da una nota multinazionale, che giustifica l’importazione con le necessità di una propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i giganteschi carichi di bicarbonato di sodio, sequestrati in Colombia a un’impresa statale polacca, erano destinati a un’unica e importante azienda di dentifrici con sede a Cali’.

 

Diciotto anni dopo, la situazione non è cambiata.

 

Il trucco, noto come ‘disvio di precursori’, sta nella capacità di stornare dalle regolari transazioni il quantitativo di prodotto necessario a rifornire i laboratori clandestini, in modo che il prelievo passi inosservato. Il permanganato di potassio, per esempio, è una sostanza chimica lecita, utilizzata per la purificazione dell’acqua, per il trattamento dei rifiuti e per le produzioni tessili e conciarie, ma è fondamentale anche per la raffinazione della cocaina. Chi dovrebbe controllare e impedire la diversione dei precursori non lo fa e così, oltre al permanganato di potassio, allo stesso modo nei laboratori dei narcos arrivano in grande quantità reagenti, solventi e catalizzatori, ovvero tutte le sostanze necessarie per produrre l’‘oro bianco’, la ‘neve’, come viene anche chiamata la cocaina.




Dove, poi, queste sostanze chimiche vadano a finire non è un problema che riguarda i narcos. A loro interessa solo il denaro, la plata. Il fatto che le falde acquifere siano inquinate, che i bambini possano bere acqua contaminata, che la vegetazione soffra, che l’aria sia irrespirabile, che gran parte della popolazione faccia la fame e spesso muoia della peggior droga possibile è del tutto ininfluente.


Pedro Sánchez, nipote di un vecchio cocinero, vive nel barrio Las Cruces, uno dei più vecchi quartieri operai di Bogotá. ‘Contrariamente al caffè, la coca cresce dappertutto, anche in zone impervie. Quattro raccolti di foglie l’anno, una tettoia di lamiera per il laboratorio, ed è fatta’. I laboratori, alimentati da un generatore elettrico, sono nascosti nel folto della foresta, vicino a un fiume, perché per la produzione sono necessarie grandi quantità d’acqua.

 

La pianta di coca è un arbusto folto, dalle foglie ovali di un bel verde brillante. I coltivatori potano regolarmente i cespugli, in modo che non superino mai una certa altezza, per rendere più agevole la raccolta delle foglie.

 

Il raccolto viene effettuato, a seconda delle zone, da quattro a sei volte l’anno. I raccoglitori sono sempre molto giovani, spesso ragazzini, che anziché andare a scuola passano le proprie giornate a strappare con le mani le foglie di coca dai ramoscelli. Procedono a oltranza, e riescono ad accumularne anche più di 20 chili in un giorno di lavoro.




Quando il carico è completo, le foglie vengono portate nei pressi del laboratorio. La lavorazione può differire in alcuni dettagli, ma i passaggi salienti sono più o meno gli stessi in ogni Paese produttore. A volte le foglie vengono fatte seccare prima di essere lavorate, altre volte vengono utilizzate fresche. Spesso vengono sminuzzate, in altri casi lasciate intere, ma sempre vengono immerse prima in un miscuglio di candeggina e cemento, diluito con acqua, e poi nella benzina o nel cherosene, dove restano per alcune ore, in modo che gli alcaloidi contenuti si trasferiscano nel liquido solvente. Per accelerare e migliorare il passaggio degli alcaloidi, spesso gli stessi ragazzini procedono a pestare con i piedi nudi la massa di foglie e liquido, come si faceva un tempo con l’uva da vino.

 

Per pochi dollari al giorno, ragazzini di dieci-dodici anni rischiano ustioni e scottature, e respirano esalazioni venefiche senza soluzione di continuità.

 

Il liquido oleoso ottenuto dalla successiva ‘spremitura’ deve essere in seguito decantato tramite una serie di procedimenti chimici. Il più diffuso è l’aggiunta dell’acido solforico, che consente di trasferire la cocaina disciolta nel cherosene all’acido, ottenendo solfato di cocaina, mentre una certa quantità di soda caustica neutralizza l’acido.

 

Il liquido lattiginoso che ne deriva viene integrato con ammoniaca, che fa cristallizzare il solfato di cocaina, mandandolo a depositarsi sul fondo del bidone di solito utilizzato dai cocineros, che infine filtrano il tutto con teli sottili, in modo da trattenere la parte solida, la cosiddetta pasta base di cocaina.




Qui finisce il lavoro dei cocineros e inizia quello dei narcos. Prima di acquistare la pasta base, i trafficanti ne sciolgono un poco in un cucchiaio sopra una fiammella. Se la droga diventa oleosa, la qualità è buona. Il colore bianco e la consistenza vischiosa ne rivelano la purezza. Comincia così il viaggio dei panetti di cocaina, ognuno dei quali aumenta continuamente di prezzo e di peso, tramite ulteriori procedimenti chimici e con ‘tagli’ ad hoc, ovvero progressive aggiunte di lattosio, bicarbonato e amfetamine, fino a quando le singole dosi raggiungono le piazze del consumo nordamericano ed europeo.

 

‘Mio nonno lavorava per conto dei caucheros, i raccoglitori di gomma peruviani’ racconta Juan Carlos Osorio, un indigeno uitoto. ‘Doveva incidere trecento tronchi al giorno e raccoglierne il lattice per poter mangiare e non subire punizioni. Viveva nella zona di Leticia, contesa tra Perú e Colombia nel conflitto scoppiato nel 1932 per l’estrazione del caucciù. Io confessa Osorio sognavo di avere una finca, una fattoria, e vivere meglio rispetto a mio nonno e a mio padre. Ho iniziato a coltivare mais e riso, ma facevo fatica a tirare avanti, anche perché il governo comprava questi prodotti da altri Paesi e non da noi. Per sopravvivere ho cominciato a coltivare arbusti di coca. Dalle nostre parti si dice che “per una buona fame non c’è pane cattivo”. I trafficanti ci procuravano denaro e attrezzi agricoli’.

 

Sono storie, queste, che sembrano segnate dal destino. Come la pioggia e la nebbia che avvolgono la foresta amazzonica.

 

‘Oggi la zona dove si producono più foglie di coca è quella di Nariño e Cauca’ spiega Miguel Tunjano Villaraga, tenente colonnello della polizia colombiana, durante una visita alla Escuela Nacional de Operaciones a San Luís, nel dipartimento di Tolima, 165 chilometri da Bogotá. Ha una laurea in ingegneria agraria, occhiali senza montatura, divisa verde militare. A San Luís esiste l’unico centro al mondo in cui si coltiva la coca in modo controllato e autorizzato. Serve per studiare le tante varietà di questa pianta, per produrre cocaina e valutarne gli effetti sulla salute pubblica e per stare al passo con i narcotrafficanti, i «nemici» da stanare che, grazie ai soldi della cocaina, hanno un passo più veloce. ‘Abbiamo sequestrato coca transgenica che consente una resa migliore e garantisce più raccolti’ ammette il tenente colonnello Tunjano Villaraga. ‘I narcos ormai si servono di ingegneri agronomi e biologi per compiere ogni tipo di esperimento’. Altri sequestri di coca transgenica sono stati fatti nella Sierra Nevada, nel Nord del Paese.

 

Il livello si è alzato e lo scontro è diventato biotech.




Ma dove finiscono i soldi della cocaina? Se lo chiedono due economisti dell’Università delle Ande di Bogotá, Alejandro Gaviria e Daniel Mejía, autori di uno studio che nel 2012 fotografa l’economia della cocaina. I risultati confermano che in Colombia resta solo il 2,6 per cento dei profitti, mentre il 97,4 per cento se lo dividono le organizzazioni criminali e gli operatori finanziari dei Paesi maggiormente coinvolti nel consumo di cocaina.

 

Le ragioni come spiegano gli autori della ricerca ‘sono dovute all’ipocrisia delle nazioni “consumatrici”, più impegnate a sbandierare cifre che a ottenere risultati, ma anche alle restrizioni del sistema bancario colombiano che, a differenza di quello occidentale, non facilita affatto il riciclaggio di denaro’.

 

Dei circa 300 miliardi di dollari provenienti dalla vendita al dettaglio di cocaina nel mondo, solo 7,8 rimangono in Colombia. ‘La società colombiana’ spiega Gaviria ‘non ottiene alcun vantaggio economico dal traffico di stupefacenti, mentre enormi profitti vengono realizzati dalle reti di distribuzione criminali nei Paesi consumatori’. Per i due economisti colombiani, ‘in Europa e in Nordamerica il denaro si disperde, entra nel sistema, garantisce l’aumento dei depositi bancari, l’indice con cui vengono classificate e giudicate le attività delle filiali bancarie, il lavoro di un direttore. Le autorità americane o britanniche preferiscono stare dietro alla microcriminalità della cocaina, o alle coltivazioni in Colombia, piuttosto che perseguire le grandi banche’.




L’unico a puntare il dito contro gli istituti di credito è l’ex direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa. ‘I proventi del traffico di droga’ ha dichiarato qualche anno fa suscitando la protesta dell’associazione dei banchieri britannici ‘finiscono nell’economia legale’. Secondo Costa, la maggior parte dei circa 352 miliardi di dollari generati dal narcotraffico nel 2008 hanno finanziato i prestiti interbancari con cui molti istituti di credito sono riusciti a evitare la chiusura. Com’è noto, in periodi di crisi i narcos sono tra i pochi ad avere in mano denaro contante. Costa è uno che non parla a vanvera e per rendersene conto basta dare uno sguardo alle cronache degli ultimi quindici anni.

 

Nel 1998, l’operazione ‘Casablanca’, definita dal Dipartimento del Tesoro statunitense ‘il più grande caso di riciclaggio di denaro nella storia degli Usa’, si conclude con 160 arresti tra dirigenti e proprietari di banche messicane e venezuelane al pari di altre nordamericane, come Citibank e Bank of America, accusate di aver avuto contatti e relazioni finanziarie con esponenti del cartello di Cali, in Colombia.

 

Nel 2012, la Financial Services Authority (Fsa), l’Autorità di vigilanza sulla finanza della Gran Bretagna, condanna la Coutts & Co., la banca della regina, a una multa di 8,75 milioni di sterline per non aver prevenuto operazioni di riciclaggio di denaro. Un’altra banca, costretta ad ammettere di aver inconsapevolmente riciclato i soldi dei narcos, è la Wachovia, uno dei più importanti istituti di credito americani. La Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia antidroga, e l’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate, trovano le prove di un colossale riciclaggio, ammontante a 378,4 miliardi, ‘una somma equivalente a un terzo del Prodotto interno lordo messicano’. La banca subisce sequestri patrimoniali per circa 110 milioni ed è costretta a pagare solo una multa di 50 milioni per ‘omissione di controllo sull’uso di contante utilizzato per acquistare 22 tonnellate di cocaina’. Nessun procedimento penale viene avviato nei confronti dei suoi dirigenti.




Anche l’Hsbc raggiunge un accordo con le autorità americane per evitare conseguenze penali, pagando una multa di 1,92 miliardi di dollari per aver riciclato denaro proveniente dal traffico di cocaina. Nell’estate 2012, l’istituto di credito britannico riconosce l’inefficacia delle procedure di vigilanza adottate e offre pubblicamente le proprie scuse davanti alla commissione di inchiesta del Senato americano. Significativa è anche la vicenda del Credito Sammarinese, un istituto bancario che nel 2010 per fronteggiare una grave crisi di liquidità accetta i soldi di un narcotrafficante legato alla ’ndrangheta e titolare di un ristorante a Bologna. Gianluca Biordi, uno dei cassieri del Credito Sammarinese, così ricostruisce la vicenda, nell’interrogatorio del 12 luglio 2011, davanti ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro:

 

‘Il 28 dicembre 2010 nel pomeriggio mentre mi trovavo in Credito Sammarinese sono stato contattato dal Direttore [Valter] Vendemini […] il quale mi ha consegnato un trolley di misura media all’interno del quale vi era del denaro in contante credo di tutti i tagli. Ricordo lo stato del denaro [597.260 euro]: stipato, accartocciato, puzzava di muffa ed era racchiuso in mazzette con elastici ma non con senso logico. […] Vendemini mi disse che il conto era già aperto e che quindi si poteva procedere al versamento; in quel frangente il dott. Vendemini mi ha consegnato le distinte di versamento in bianco che recavano la firma del titolare del conto, tale Barbieri Vincenzo. Ho proceduto al versamento contabile, e poi sono uscito. Non so chi avesse aperto il conto a nome di Barbieri, credo che comunque l’operazione sia stata svolta dalla collega Lucy Santolini mentre io ero nel caveau a contare i soldi, sempre su disposizione del Vendemini. La mattina dopo, giunto in ufficio nel corso della mattinata, la collega Lucy Santolini mi ha subito fatto vedere che in fase istruttoria di apertura del conto compariva nel world check il nominativo del titolare del rapporto quale soggetto collegato alla criminalità organizzata in particolare al clan Mancuso e poi vi erano anche indicati tutti i link collegati in merito a tali informazioni. 




Insieme abbiamo stampato tutti gli articoli di giornale tratti dal ‘Carlino’ ed altri quotidiani. Da tale documentazione abbiamo appreso che il Barbieri era stato arrestato ed era coinvolto in un processo per traffico di sostanze stupefacenti. […] Apprese queste informazioni mi sono subito recato dal responsabile antiriciclaggio sig. Sapignoli Sandro, al quale ho rappresentato tutta la situazione ed ho manifestato la mia rabbia per essere stato coinvolto la sera prima, a mia totale insaputa, in una operazione relativa ad un soggetto che era stato condannato per traffico di sostanze stupefacenti. Poiché io urlavo con il collega le grida sono state udite anche da Vendemini il quale è venuto nell’ufficio di Sapignoli. Vendemini ha cercato di rassicurarmi dicendo che era un contatto suo personale e che se fosse successo qualcosa io non avrei avuto nessuna responsabilità. Senonché il 3 gennaio il signor Vendemini mi ha consegnato un borsone da palestra contenente denaro contante dicendomi di versarlo sul conto di Barbieri. Il denaro si trovava nelle stesse condizioni critiche e mal odoranti di quello che avevo contato il 28 dicembre’.




I vertici dell’istituto di credito arrivano a Barbieri grazie a due professionisti in contatto con Domenico Macrì, gran cerimoniere della loggia massonica di Vibo Valentia. Barbieri è legato al clan Mancuso di Limbadi. Prima di essere ucciso nel marzo 2011, promette di investire 15 milioni di euro nell’istituto di credito sammarinese. Il cerchio si chiude con l’arresto del direttore Vendemini e del presidente-fondatore del Credito Sammarinese, Lucio Amati.

 

Storie di ordinario opportunismo finanziario, in un mondo in cui il confine tra lecito e illecito diventa sempre più sottile, quasi impercettibile. È un giro d’affari enorme che non conosce confini, come spiega Michael Taussig, docente di antropologia presso la Columbia University.

 

‘La cocaina si trasforma in denaro, il denaro ancora in cocaina’ dichiara al giornalista Roberto Festa. ‘Il potere del capitalismo globale, con le sue proibizioni, trasforma il fango, la sporcizia, la morte che segnano la cocaina in Colombia in un oggetto di desiderio per i banchieri di Wall Street. Ma quelle morti accompagnano la vita della polvere bianca fino a noi, ne strutturano il significato, ne amplificano il fascino e la dimensione mitica’.

 

È un fiume di denaro, quello dei narcos, che deve trovare negocios, ovvero affari, sbocchi di mercato, investimenti.




Sfruttando la stretta creditizia, molte organizzazioni criminali lanciano servizi di credito alle piccole imprese che, per procedure e tassi, somigliano più agli sportelli bancari che alle tradizionali pratiche usurarie. Succede in Messico, ma accade anche in Italia, dove, nel marzo 2014, la polizia scopre l’esistenza di una banca della ’ndrangheta a Seveso, in Lombardia. ‘Dobbiamo essere come i polipi, ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare’ dice uno degli indagati.

 

I soldi vengono investiti nel settore edilizio, in quello dei trasporti, della nautica, delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e dei lavori pubblici. È l’ennesimo capitolo dell’espansione della ’ndrangheta al Nord, e particolarmente in Lombardia, una regione che per troppo tempo, per marketing territoriale, ha fatto finta di non vedere. ‘I fenomeni di compenetrazione tra mafia e impresa’ scrive il giudice per le indagini preliminari che firma le ordinanze di custodia cautelare,13 ‘storicamente confinati nelle ben note aree geografiche dell’Italia meridionale, non solo si sono estesi in Lombardia e al Nord in genere (e questo è un dato risalente nel tempo), ma soprattutto vivono grazie a un intenso e disinvolto connubio tra forme evolute di associazioni mafiose e imprenditori calabresi e lombardi, pronti a fare affari illegali insieme come se niente fosse’.

 

Sì, come se niente fosse. È un termine che gli investigatori di mezzo mondo ripetono sempre più spesso.

 

I soldi attraggono molte persone e il confine tra lecito e illecito diventa sempre più labile.

 

(Gratteri/Nicaso)








ALTITUDINE DI NAVIGAZIONE

 









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Circa strane forme alate....  


& il capitolo quasi al completo 









Da una Verde Cometa annunziate







La perdita di orientamento di uno stormo, oppure, un ‘branco’ di balene alla deriva, rappresentano uno dei tanti o troppi problemi a conferma di valori sfalsati (taluni addirittura invisibili ai nostri occhi) dati da innumerevoli fattori che influiscono sull’equilibrio bio-chimico quale orologio dell’orientamento su cui si muovono questi grandi migratori di cielo e di mare, comporta l’analisi ed i termini di ‘come e cosa’ si manifesta tale prerogativa istintiva, e quindi successivamente la prerogativa ‘funzione’ nella parola (o teoria) che al meglio la specifica; e seppur limitata nel senso ‘specificato’: la parola qual gesto e capacità di unione e richiamo (comune nel vasto mondo animale e natura da cui deriviamo), ed in apparenza, se pur articolata ed evoluta, in realtà ‘abilitata’ a ‘specificare’ quindi ‘dedurre’ una entità ‘superiore’ quindi ‘limitata’ nella propria funzione.

 

Il Discorso esplicita i termini pur non rilevabili dallo stesso, esplicita come un ‘grido’ pur rimanendo al di sotto dell’istinto che lo ha motivato, perché come direbbe il Filosofo, posti nella logica discorsiva confacente con il proprio tempo sottratto, nella dubbia equazione ricavata, ai globali termini discorsivi ricavati nell’intero arco evolutivo in cui per ultima la parola nata.




Ciò equivale anche per il Tempo dato in ugual spartito dell’intero Universo, giacché la nostra minuscola frazione di appartenenza, come una più estesa grammatica quale matematica e/o metafisica, equivale all’ultimo istante di Tempo dato.

 

Alla medesima funzione e proporzione, e non solo matematica, si attesta il Principio discorsivo, pur non conoscendo, o meglio, avendo ricchezza di consapevolezza dell’immateriale donde e perché nato, quale equivalenza di un Primo Atto cogitante sottratto, però, all’intero ‘atto discorsivo’ cogitato che ne vorrebbe svelare la certa appartenenza.

 

Questa la grande presunzione dell’uomo.

 

Il vero peccato originale!




Quindi si parla di ‘orientamento’ pur non avendo piena cognizione di causa dell’istinto con il quale la Vita in Terra manifesta una superiore connessione nei primordiali valori specificanti quale univoco metro di misura nella grammatica in cui rilevati, ma certamente non del tutto compresi e adottati quale comune ‘parola’ cogitata dall’inizio della stessa…

 

Al meno che il Primo Cogitante non esplicita ‘atto  parola e pensiero’ in forme che l’atto del nostro principio discorsivo esclude a priori quali veri e sani valori, facendo del primo principio da cui successivamente la parola, una subordinata negazione alterando ed avvelenando ciò da cui e perché nata.




Da ciò cosa ‘superiore’?: la finalità discorsiva della parola mutata in esteso umano orientamento, o ciò da cui proveniamo quale costante simmetrico ‘orientamento’ connesso con la Vita?

 

Con la Natura.

 

Se solo Filosofi ecologisti ed economisti si misurassero su tal principio nel cogitare l’atto cogitante avremmo maggiore assennatezza e dovuto orientamento.

 

Esplicitata tale premessa circa l’orientamento; fra cui sicuramente e non per ultimo la capacità dell’uomo di modificare determinati valori di equilibrio quale condizione di perdita dell’Ambiente per cui questi esseri, dal mare al cielo, capaci di percorrere centinaia di chilometri per i loro fabbisogno, per la loro secolare sopravvivenza, rendendoli una sol cosa con la Terra ed i principi regolatori, anche e soprattutto quelli del tutto invisibili all’umana percezione.




L’orientamento sotto certi aspetti il meno conosciuto e rilevabile in ogni specie animale quale diretta connessione con l’intera Natura, risiede appunto nell’innato istinto genetico, superiore all’umano; quindi l’orientamento, assieme ad altri ‘sensi’, quali ‘pensieri’ ‘parole’ e ‘atti’, privi dicono di intelligenza alcuna, pur scrivendo un grandioso geroglifico e univoca Parola e atto di Dio. Quindi gli Animali quali strofe del Suo grande spartito con cui scritta musica armonia e sinfonia dell’intera Opera.

 

Nell’antichità quando il genere umano pur vivendo nella costante paura godeva di maggiore armonia con il senso della Natura, il rapporto con ogni specie, pur non profondo come nell’odierna conoscenza, conservava una innata armonia, quasi un sottinteso reciproco rispetto, come se il minor grado di evoluzione avesse in un certo senso accorciato le distanze, suggellando rapporti di reciproca comprensione e comunione.

 

Addirittura possiamo ‘leggere’ in notevoli studiosi della ‘musicalità’ dell’intera Natura qual principio derivato preesistente creatore della parola. Un segreto alfabeto decifrato e dedotto dall’antica religiosità qual rispetto del Creato, scritto e scolpito nel proprio Eremo interiorizzato quindi celata e preservata per il mantenimento del ‘vero sapere’.

 

Un gesto ed atto comune nella Storia!




Un linguaggio celato ai più; nascosto se pur in evidenza qual icona scolpita, così come la Vita di cui ne svela l’esistenza, celata nel significato al profano il quale non l’ha ben compreso con l’Anima così come lo Spirito partecipato ad altra indubbia appartenenza. Quindi lo Spirito motivo di più profonda innata comprensione capace di raccogliere e decifrare più profonda ‘musica’ non ancora parola. Crittografato, indecifrato, il quale conserva e nel segreto suggella tutti i tratti di una reciproca appartenenza, e, oserei dire, solidarietà circa un linguaggio comune…

 

Di cui dopo Cartesio, pur ed ugualmente cogitando e approfondendo, ne abbiamo smarrito l’intero senso e nesso.

 

Sprofondando nell’oblio della cieca conoscenza affine alla simmetrica perdita di consapevolezza, gli antichi invece, conservarono tali meriti fino ad elevarli al pulpito del comune credo quale parola ed atto di Dio. San Francesco ne rappresenta una mirabile visione, ma si badi bene non la sola, non certo l’unica. Al grande scienziato tedesco riconosciamo il grande senso dell’orientamento, sino al suo linguaggio segreto.




E se talvolta la Natura agli umani occhi e relative comprensioni, risulta una summa di atomi in perenne evoluzione privati di logica ed intelligenza, quindi null’altro che un motore meccanicamente mosso da istinto e sopravvivenza senza coscienza alcuna, e crudele nelle leggi che ne determinano la stessa; in realtà per ciò che l’occhio non vede e scorge, regna ed impera quella metafisica intesa qual superamento delle circoscritte ragioni della fisica. In verità e per il vero, il filo comune, il senso dell’invisibile (come ed anche l’orientamento), lo Spirito, l’Anima-mundi e Pensiero di un probabile Creatore principia i propri atti gesti e finalità attraverso ciò da cui ‘immaterialmente muove’.

 

Quindi non regredendo su antiche disquisizioni fra materia e Spirito, credo che non tutto ciò che riteniamo erroneamente visibile e comprensibile come una ‘parola’ partecipi al nostro insindacabile atto e giudizio.

 

Un Discorso ben più profondo e non disquisito secondo la grammatica nel giudizio e merito della parola potrebbe, al contrario, sottintendere una più profonda verità a cui l’uomo non (più) abituato a leggerne, o peggio, comprenderne un più profondo Principio negato.




Il Discorso come anche accennato dal Filosofo, l’intero Discorso, potrebbe essere celato al nostro sguardo, e pretendere di spiegare la materia dall’immateriale donde proveniamo precedente al grande Big-Bang principio dell’intero Creato mi sembra una condizione discorsiva limitante e circoscritta. Non che l’uomo abbisogna di inventarsi un Dio per tutto ciò che non comprende o di cui abbisogna nella mancanza di comprensione, riducendo il tutto alla materia con cui la Parola, quindi principio di presunta e manifesta intelligenza, ma procedendo su ugual ragionamento, ed accettando l’evoluzione come dato di fatto, di certo l’umano ingegno nato da un perfezionamento evolutivo cui siamo chiamati per giustificare il bisogno innanzitutto di tutelare il mondo che ci ha creato, e non solo subordinarlo al nostro infausto dominio. Giacché seppure la differenza e la dovuta evoluzione, l’uomo con tutta la propria logica di superiorità di sta dimostrando l’essere per propria limitata natura inferiore.

 

Quindi anche se erro, continuerò ad errare ancora, e se intendiamo per immateriale anche l’animale se non addirittura l’intera Natura uniti nel reciproco rapporto di invisibilità che suggella ed intende la paradossale nuova e condizione offerta, privi di gesto pensiero e parola, non avremmo ancora compreso il semplice linguaggio di Dio, cioè come cogita e pensa dall’immateriale donde proveniamo.




Noti fisici al culmine del proprio sapere si sono adoperati per la sua dimostrazione, che a qualcuno potrà sembrare il capolinea di una intera carriera svolta e consumata nella rettitudine psicologica, a riprova di quanto limitato sia l’ingegno umano. Taluni addirittura hanno trovato il proprio orientamento, o più certa verità, attraverso l’opposto di quanto hanno speso nell’arco di una vita intera.

 

Tutto ciò è stato ampiamente disquisito, eccetto una sola condizione, che se cancellati i termini di una impropria metafisica, nel superamento e accettazione dell’odierna evoluzione, compresa l’economica, lo sfacelo è e sarà l’ordine del giorno: la preghiera costante dei nuovi fedeli del tempio del dio denaro circa la rimozione del Pensiero.

 

I disastri accumulati nella Storia una serie inesauribile di negazione del vero Pensiero, di tutto l’orientamento con il quale dovremmo manifestare la presunta superiorità. Tale forma di orientamento quale indice di comuni valori, a livello evolutivo economico e politico si è dimostrata un disastro. Non è stata mai corrisposto alle  genetiche discendenze ed appartenenza dell’uomo, si sono innestati dei valori per i quali i termini discorsivi di orientamento all’interno della volontà di vita e il proprio dominio sullo stesso principio frainteso della stessa, quale valore dato ma non del tutto compreso; si sono tradotti in valori ed orientamento puramente economici, quando sappiamo bene che il primo principio su cui si poggia l’economia, quindi la ricchezza, donde proveniamo, è data dalla lucida scientifica consapevolezza dei valori reali donde ricava e conia la ‘parola’ oltre oro e moneta; affine ai nuovi miti innestati in un processo irreversibile nel quale pensare e concepire diversamente le nostre comuni fondamenta sembrerebbe un gesto da folle.




Ed in cui cala il veleno immutato o la perenne segregazione del principio negato di cui il libero arbitrio irrimediabilmente vilipeso ed inquinato.

 

 Tolstoj alla fine della sua vita manifesta e rappresenta questa linea di pensiero, per taluni, patetico ultimo ideale incompreso. Thoreau nello stesso secolo ugualmente. Taluni ‘padri fondatori’ in ogni stato dove hanno svolto la loro funzione hanno saputo mantenere integro il Pensiero connesso all’appartenenza al mondo occupato affinato ed evoluto dall’ambiente - e non solo umano - in cui dedotto e specificato; ed isolandosi dal comune senso discorsivo pur partecipando e fondando la summa del discorso intero hanno dato prova di una superiore consapevolezza, una capacità di riflettere legiferare ed orientarsi per se ed il prossimo.

 

Una capacità quindi non inerente solo ai migratori e alle loro insolute capacità, ma al mondo intero e su cui dovremmo maggiormente riflettere.




Trovo ripugnante il gesto del cacciatore appostato nel punto fisso ed irremovibile della Storia, non dimostra e dimostrerà mai l’evoluzione della specie, neppure la capacità comune predatoria affine al mondo animale, neppure il sostentamento per la sopravvivenza, ma la più vile concezione di abbrutimento inferiore a qualsiasi specie cacciata.

 

Ammira la bellezza di quel Pensiero alto volare in cielo. È un padre fondatore del tuo essere ed appartenere di comune concerto alla Sinfonia della Terra.

 

Ammira la superiorità e l’innato istinto, quando dopo aver combattuto guerre con gli elementi interi, e con solo la capacità della natura al proprio orecchio, riesce a riconquistare la minuscola porzione di terra che aveva fondato il proprio avo, il luogo dove aveva dissetato l’innata volontà del sapere, là  ove beve ancora, il ramo e lo scoglio su cui si posa e poserà ancora per il proprio bene e il bene dell’intero branco che nuota cammina e vola.

 

In nome della propria ed altrui specie per l’intero equilibrio della Terra!

 

E tutto ciò pensi sia disgiunto dal comune senso di appartenenza e orientamento?




Un tempo quando imparammo la Filosofia della democrazia vivevamo cotal mirabile istinto, oggi l’istinto del naufragio prevale sulla logica non solo della ragione, ma dell’intera natura, sui primordiali principi regolatori da cui i grandi padri fondatori.

 

E dove pensi che si dissetassero e nutrivano?

 

A quale tempio a quale piuma?

 

 A quale delfino, a quale onda?

 

A quale vento, a quale ruscello, a quale fuoco e tempio, a quale ghiaccio a quale cima…?

 

L’orientamento quindi ed innanzitutto quale facoltà e capacità non solo di unirci e ricongiungerci con i fondatori ma soprattutto la conferma della nostra appartenenza, il nostro diritto morale non solo di consacrare e preservare le nostre comuni radici, ma altresì di ristabilire i principi regolatori dismessi, che l’intera economia si orienti verso questa consapevolezza non meno dei predatori, odierni predatori, che la detengono in nome della politica cedano il passo alla sana e vera democrazia.  

 

(Giuliano)




Probabilmente non c’è un singolo aspetto dell’intero argomento della migrazione degli uccelli che accresca la nostra ammirazione tanto quanto l’infallibile certezza con cui percorrono migliaia di miglia di terra e acqua per fermarsi esattamente nello stesso punto in cui hanno trascorso l’estate precedente o inverno. Le registrazioni di uccelli contrassegnati da bande numerate offrono prove abbondanti che gli stessi individui di molte specie torneranno ancora e ancora in luoghi identici per la nidificazione o l’alimentazione invernale.

 

Questa capacità di viaggiare con precisione su distese di terra o d’acqua apparentemente insignificanti non è limitata agli uccelli, ma è anche posseduta da alcuni mammiferi, rettili, pesci e insetti; esempi notevoli sono le famose migrazioni di salmone e anguille.

 

Affinché un animale torni in un punto specifico dopo una lunga migrazione, deve utilizzare la vera navigazione per arrivarci. Cioè, deve non solo viaggiare in una determinata direzione della bussola e sapere dove si trova in un dato momento in modo che la rotta possa essere modificata quando necessario, ma anche essere in grado di riconoscere la sua meta quando è arrivata. È pericoloso generalizzare sui mezzi di orientamento e navigazione in migrazione; diversi gruppi di uccelli con differenti modalità di esistenza hanno sviluppato mezzi differenti per trovare la propria strada da un luogo all’altro. Stiamo solo iniziando a renderci conto delle complessità coinvolte nelle molte modalità di orientamento e navigazione degli uccelli. Tutto ciò che possiamo fare in questa sezione è presentare un breve riassunto di alcuni dei principi più importanti coinvolti e degli studi che hanno migliorato le nostre conoscenze nell’area.


(Prosegue con il capitolo quasi al completo)