giuliano

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IL TOMO

mercoledì 11 maggio 2022

DARWINISMO CRIMINALE

 










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L’immaginario collettivo non quantifica i danni sociali delle realtà mafiose, gli sfregi al territorio, all’ambiente. Basta sfogliare il rapporto del 2015(-2020) di Legambiente sulla cosiddetta ‘ecomafia’ per rendersi conto dell’impressionante quadro dei reati accertati: circa 80 al giorno, poco meno di quattro ogni ora, per un fatturato criminale che è cresciuto di sette miliardi rispetto al 2013, raggiungendo la ragguardevole cifra di 22 miliardi, cui ha contribuito in maniera eclatante il settore dell'agroalimentare. La Puglia è in testa alla classifica regionale degli illeciti. Il Lazio è sempre la prima regione del centro Italia, la Liguria la prima del Nord, mentre la Lombardia resta al top per le indagini sulla corruzione.

 

Si legge nel rapporto:

 

‘La corruzione è un fenomeno sempre più dilagante nel Paese, è l’altra faccia delle ecomafie’.

 

Dal 1º gennaio 2010 al 31 maggio 2016 (sino al 2021), Legambiente ha contato 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale con 2666 persone arrestate e 2776 denunciate. La pressione dell’abusivismo non si ferma neanche davanti alla crisi generale del settore edilizio. Secondo le stime del Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell'edilizia (Gresme), se nel 2007 l’abusivismo pesava per circa l’8 per cento sul totale costruito, nel 2015 la percentuale è pressoché raddoppiata con circa 18000 immobili costruiti illegalmente.

 

Preoccupano anche i reati legati al traffico illecito di rifiuti, al racket degli animali, alla filiera dell’agro-alimentare ed al caporalato, forme di schiavismo sempre più attuali.

 

Sono tanti comunque quelli che continuano ad accreditare le mafie come agenzie alternative di collocamento. Non si possono sottovalutare le inadempienze dello Stato e la cronica mancanza di occupazione, ma le mafie sono tutt’altro che un’alternativa al malessere sociale ed alla disoccupazione. Il lavoro offerto dai mafiosi - vale la pena ribadirlo - è un vincolo, un ricatto, un vicolo cieco da cui è difficile uscire, una condizione liberticida di assoggettamento sociale ed economico.




L’Amazzonia è il polmone verde del mondo, con una superficie di 643.000 chilometri quadrati, più del doppio dell’Italia, tra paludi di mangrovie e foreste vergini.

 

Qui, dove gli schiavi africani sono stati deportati dai conquistadores spagnoli per cercare l’oro nei fiumi che scendono dalle Ande, si coltiva la foglia di coca, la materia prima della cocaina, la regina delle droghe.

 

Narra una vecchia leggenda che un anziano indigeno abbia chiesto aiuto al dio Sole per sopportare le sofferenze della schiavitù. ‘Vedi questa piccola pianta dalle foglie ovali che ho fatto crescere?’ rispose il dio. ‘Di’ alla tua gente di masticarne le foglie, il succo allevierà le pene della fame e della stanchezza. E se le masticherete tutti insieme, condividerete momenti di fratellanza e unità’.

 

Ancora oggi, chi mastica a lungo le foglie dal sapore aspro che crescono sotto forma di arbusti o piccoli alberelli sempreverdi, è convinto di poter sopportare la fatica, i disagi e qualsiasi disturbo provocato dalla scarsa ossigenazione dovuta all’altitudine di certe regioni andine.




Vista dall’alto, la foresta amazzonica sembra uno sterminato tappeto verde con una vegetazione fittissima, solcata da migliaia di chilometri d’acqua pigra color cacao. È una delle tante aree immolate sull’altare dell’‘oro bianco’, dove cresce bene la coca boliviana (Erythroxylum coca), la varietà più ricca di alcaloidi (ne contiene dal 70 all’80 per cento, contro il 50 per cento della varietà peruviana).

 

Si calcola che per ottenere un ettaro di terreno destinato alla coltivazione della pianta di coca sia necessario disboscarne almeno quattro di selva. Finora, nella sola Colombia sono stati distrutti oltre due milioni di ettari di foresta tropicale, un’area equivalente alla Toscana.

 

Ogni tanto si vedono vaste chiazze grigie: sono i terreni dove si coltivava la coca che sono stati colpiti dalle fumigazioni, in cui si spargono dall’alto erbicidi molto dannosi anche per il resto dell’ambiente naturale e per gli abitanti. ‘Per distruggere seicento ettari di piantagioni con le aspersioni aeree ci mettiamo tre giorni, con l’eradicazione manuale due mesi’ spiega Noel Alfredo Amorocho Martínez, maggiore della Policía Nacional. ‘L’eradicazione manuale, inoltre, comporta rischi alla nostra incolumità. Le bande criminali e i guerriglieri fanno di tutto per proteggere le coltivazioni di coca. Nella selva, il pericolo è continuamente in agguato’.

 

Le fumigazioni, però, fanno molto discutere. Bandite in Bolivia e Perú, vengono praticate solo in Colombia. ‘Nei miei campi hanno distrutto ettari di canne destinate a uno zuccherificio’ racconta Manuel Barbano, un contadino del Putumayo. ‘Con le fumigazioni è andato tutto distrutto. Il governo non si è mai scusato, ci hanno coperto di veleno, come fossimo topi’.




Tantissimi granjeros attribuiscono proprio ai raid erbicidi la responsabilità degli enormi danni alla catena alimentare e alla biodiversità. ‘Sono la causa dell’aumento di forme tumorali, di problemi dermatologici e di una più alta percentuale di aborti’ denunciano.

 

È un ecocidio.

 

La polizia nazionale e il ministero di Giustizia respingono le accuse: ‘Ci sono 180 studi e nessuno attribuisce alle aspersioni di glifosato particolari danni all’ambiente o alla salute pubblica’. E aggiungono: ‘Fanno più danni gli insetticidi e i fungicidi di scarsa qualità acquistati a poco prezzo dai granjeros e utilizzati per proteggere le coltivazioni di coca’.

 

In una sorta di progetto pilota, nella zona del Catatumbo, al confine con il Venezuela, si è tentato di evitare le fumigazioni, ma la produzione di coca è aumentata, benché i granjeros si fossero impegnati a distruggere manualmente le piantagioni in cambio di investimenti nei settori della pubblica istruzione e dei servizi sociali. ‘È stata un’esperienza fallimentare’ dichiara ancora Noel Alfredo Amorocho Martínez. ‘Prima di criticare le fumigazioni bisognerebbe valutare l’impatto sulla salute pubblica, sulla biodiversità e sulla catena alimentare dei precursori chimici che vengono dispersi nell’ambiente dai cocineros, i chimici addetti alla raffinazione della cocaina’.




Ogni anno, infatti, nelle varie fasi di lavorazione della foglia di coca vengono impiegati decine di migliaia di tonnellate di cemento, almeno 250-300 milioni di litri di benzina e qualcosa come 120-150.000 litri di acido solforico, elementi indispensabili e in quantità industriali, che comportano problemi di vario genere, per il reperimento, lo stoccaggio, la conservazione e – al termine del procedimento – l’eliminazione dei residui, che vengono abbandonati senza alcun riguardo per niente e per nessuno. I narcos e i loro ‘manovali’ sono come le marabuntas, le voraci formiche tropicali che al loro passaggio annientano ogni forma di vegetazione.

 

Fabio Castillo, un giornalista molto attento al fenomeno del narcotraffico, già nel 1996 chiama in causa gli interessi economici di alcune grandi società: ‘L’acetone proviene dagli Stati Uniti e viene introdotto da una nota multinazionale, che giustifica l’importazione con le necessità di una propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i giganteschi carichi di bicarbonato di sodio, sequestrati in Colombia a un’impresa statale polacca, erano destinati a un’unica e importante azienda di dentifrici con sede a Cali’.

 

Diciotto anni dopo, la situazione non è cambiata.

 

Il trucco, noto come ‘disvio di precursori’, sta nella capacità di stornare dalle regolari transazioni il quantitativo di prodotto necessario a rifornire i laboratori clandestini, in modo che il prelievo passi inosservato. Il permanganato di potassio, per esempio, è una sostanza chimica lecita, utilizzata per la purificazione dell’acqua, per il trattamento dei rifiuti e per le produzioni tessili e conciarie, ma è fondamentale anche per la raffinazione della cocaina. Chi dovrebbe controllare e impedire la diversione dei precursori non lo fa e così, oltre al permanganato di potassio, allo stesso modo nei laboratori dei narcos arrivano in grande quantità reagenti, solventi e catalizzatori, ovvero tutte le sostanze necessarie per produrre l’‘oro bianco’, la ‘neve’, come viene anche chiamata la cocaina.




Dove, poi, queste sostanze chimiche vadano a finire non è un problema che riguarda i narcos. A loro interessa solo il denaro, la plata. Il fatto che le falde acquifere siano inquinate, che i bambini possano bere acqua contaminata, che la vegetazione soffra, che l’aria sia irrespirabile, che gran parte della popolazione faccia la fame e spesso muoia della peggior droga possibile è del tutto ininfluente.


Pedro Sánchez, nipote di un vecchio cocinero, vive nel barrio Las Cruces, uno dei più vecchi quartieri operai di Bogotá. ‘Contrariamente al caffè, la coca cresce dappertutto, anche in zone impervie. Quattro raccolti di foglie l’anno, una tettoia di lamiera per il laboratorio, ed è fatta’. I laboratori, alimentati da un generatore elettrico, sono nascosti nel folto della foresta, vicino a un fiume, perché per la produzione sono necessarie grandi quantità d’acqua.

 

La pianta di coca è un arbusto folto, dalle foglie ovali di un bel verde brillante. I coltivatori potano regolarmente i cespugli, in modo che non superino mai una certa altezza, per rendere più agevole la raccolta delle foglie.

 

Il raccolto viene effettuato, a seconda delle zone, da quattro a sei volte l’anno. I raccoglitori sono sempre molto giovani, spesso ragazzini, che anziché andare a scuola passano le proprie giornate a strappare con le mani le foglie di coca dai ramoscelli. Procedono a oltranza, e riescono ad accumularne anche più di 20 chili in un giorno di lavoro.




Quando il carico è completo, le foglie vengono portate nei pressi del laboratorio. La lavorazione può differire in alcuni dettagli, ma i passaggi salienti sono più o meno gli stessi in ogni Paese produttore. A volte le foglie vengono fatte seccare prima di essere lavorate, altre volte vengono utilizzate fresche. Spesso vengono sminuzzate, in altri casi lasciate intere, ma sempre vengono immerse prima in un miscuglio di candeggina e cemento, diluito con acqua, e poi nella benzina o nel cherosene, dove restano per alcune ore, in modo che gli alcaloidi contenuti si trasferiscano nel liquido solvente. Per accelerare e migliorare il passaggio degli alcaloidi, spesso gli stessi ragazzini procedono a pestare con i piedi nudi la massa di foglie e liquido, come si faceva un tempo con l’uva da vino.

 

Per pochi dollari al giorno, ragazzini di dieci-dodici anni rischiano ustioni e scottature, e respirano esalazioni venefiche senza soluzione di continuità.

 

Il liquido oleoso ottenuto dalla successiva ‘spremitura’ deve essere in seguito decantato tramite una serie di procedimenti chimici. Il più diffuso è l’aggiunta dell’acido solforico, che consente di trasferire la cocaina disciolta nel cherosene all’acido, ottenendo solfato di cocaina, mentre una certa quantità di soda caustica neutralizza l’acido.

 

Il liquido lattiginoso che ne deriva viene integrato con ammoniaca, che fa cristallizzare il solfato di cocaina, mandandolo a depositarsi sul fondo del bidone di solito utilizzato dai cocineros, che infine filtrano il tutto con teli sottili, in modo da trattenere la parte solida, la cosiddetta pasta base di cocaina.




Qui finisce il lavoro dei cocineros e inizia quello dei narcos. Prima di acquistare la pasta base, i trafficanti ne sciolgono un poco in un cucchiaio sopra una fiammella. Se la droga diventa oleosa, la qualità è buona. Il colore bianco e la consistenza vischiosa ne rivelano la purezza. Comincia così il viaggio dei panetti di cocaina, ognuno dei quali aumenta continuamente di prezzo e di peso, tramite ulteriori procedimenti chimici e con ‘tagli’ ad hoc, ovvero progressive aggiunte di lattosio, bicarbonato e amfetamine, fino a quando le singole dosi raggiungono le piazze del consumo nordamericano ed europeo.

 

‘Mio nonno lavorava per conto dei caucheros, i raccoglitori di gomma peruviani’ racconta Juan Carlos Osorio, un indigeno uitoto. ‘Doveva incidere trecento tronchi al giorno e raccoglierne il lattice per poter mangiare e non subire punizioni. Viveva nella zona di Leticia, contesa tra Perú e Colombia nel conflitto scoppiato nel 1932 per l’estrazione del caucciù. Io confessa Osorio sognavo di avere una finca, una fattoria, e vivere meglio rispetto a mio nonno e a mio padre. Ho iniziato a coltivare mais e riso, ma facevo fatica a tirare avanti, anche perché il governo comprava questi prodotti da altri Paesi e non da noi. Per sopravvivere ho cominciato a coltivare arbusti di coca. Dalle nostre parti si dice che “per una buona fame non c’è pane cattivo”. I trafficanti ci procuravano denaro e attrezzi agricoli’.

 

Sono storie, queste, che sembrano segnate dal destino. Come la pioggia e la nebbia che avvolgono la foresta amazzonica.

 

‘Oggi la zona dove si producono più foglie di coca è quella di Nariño e Cauca’ spiega Miguel Tunjano Villaraga, tenente colonnello della polizia colombiana, durante una visita alla Escuela Nacional de Operaciones a San Luís, nel dipartimento di Tolima, 165 chilometri da Bogotá. Ha una laurea in ingegneria agraria, occhiali senza montatura, divisa verde militare. A San Luís esiste l’unico centro al mondo in cui si coltiva la coca in modo controllato e autorizzato. Serve per studiare le tante varietà di questa pianta, per produrre cocaina e valutarne gli effetti sulla salute pubblica e per stare al passo con i narcotrafficanti, i «nemici» da stanare che, grazie ai soldi della cocaina, hanno un passo più veloce. ‘Abbiamo sequestrato coca transgenica che consente una resa migliore e garantisce più raccolti’ ammette il tenente colonnello Tunjano Villaraga. ‘I narcos ormai si servono di ingegneri agronomi e biologi per compiere ogni tipo di esperimento’. Altri sequestri di coca transgenica sono stati fatti nella Sierra Nevada, nel Nord del Paese.

 

Il livello si è alzato e lo scontro è diventato biotech.




Ma dove finiscono i soldi della cocaina? Se lo chiedono due economisti dell’Università delle Ande di Bogotá, Alejandro Gaviria e Daniel Mejía, autori di uno studio che nel 2012 fotografa l’economia della cocaina. I risultati confermano che in Colombia resta solo il 2,6 per cento dei profitti, mentre il 97,4 per cento se lo dividono le organizzazioni criminali e gli operatori finanziari dei Paesi maggiormente coinvolti nel consumo di cocaina.

 

Le ragioni come spiegano gli autori della ricerca ‘sono dovute all’ipocrisia delle nazioni “consumatrici”, più impegnate a sbandierare cifre che a ottenere risultati, ma anche alle restrizioni del sistema bancario colombiano che, a differenza di quello occidentale, non facilita affatto il riciclaggio di denaro’.

 

Dei circa 300 miliardi di dollari provenienti dalla vendita al dettaglio di cocaina nel mondo, solo 7,8 rimangono in Colombia. ‘La società colombiana’ spiega Gaviria ‘non ottiene alcun vantaggio economico dal traffico di stupefacenti, mentre enormi profitti vengono realizzati dalle reti di distribuzione criminali nei Paesi consumatori’. Per i due economisti colombiani, ‘in Europa e in Nordamerica il denaro si disperde, entra nel sistema, garantisce l’aumento dei depositi bancari, l’indice con cui vengono classificate e giudicate le attività delle filiali bancarie, il lavoro di un direttore. Le autorità americane o britanniche preferiscono stare dietro alla microcriminalità della cocaina, o alle coltivazioni in Colombia, piuttosto che perseguire le grandi banche’.




L’unico a puntare il dito contro gli istituti di credito è l’ex direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa. ‘I proventi del traffico di droga’ ha dichiarato qualche anno fa suscitando la protesta dell’associazione dei banchieri britannici ‘finiscono nell’economia legale’. Secondo Costa, la maggior parte dei circa 352 miliardi di dollari generati dal narcotraffico nel 2008 hanno finanziato i prestiti interbancari con cui molti istituti di credito sono riusciti a evitare la chiusura. Com’è noto, in periodi di crisi i narcos sono tra i pochi ad avere in mano denaro contante. Costa è uno che non parla a vanvera e per rendersene conto basta dare uno sguardo alle cronache degli ultimi quindici anni.

 

Nel 1998, l’operazione ‘Casablanca’, definita dal Dipartimento del Tesoro statunitense ‘il più grande caso di riciclaggio di denaro nella storia degli Usa’, si conclude con 160 arresti tra dirigenti e proprietari di banche messicane e venezuelane al pari di altre nordamericane, come Citibank e Bank of America, accusate di aver avuto contatti e relazioni finanziarie con esponenti del cartello di Cali, in Colombia.

 

Nel 2012, la Financial Services Authority (Fsa), l’Autorità di vigilanza sulla finanza della Gran Bretagna, condanna la Coutts & Co., la banca della regina, a una multa di 8,75 milioni di sterline per non aver prevenuto operazioni di riciclaggio di denaro. Un’altra banca, costretta ad ammettere di aver inconsapevolmente riciclato i soldi dei narcos, è la Wachovia, uno dei più importanti istituti di credito americani. La Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia antidroga, e l’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate, trovano le prove di un colossale riciclaggio, ammontante a 378,4 miliardi, ‘una somma equivalente a un terzo del Prodotto interno lordo messicano’. La banca subisce sequestri patrimoniali per circa 110 milioni ed è costretta a pagare solo una multa di 50 milioni per ‘omissione di controllo sull’uso di contante utilizzato per acquistare 22 tonnellate di cocaina’. Nessun procedimento penale viene avviato nei confronti dei suoi dirigenti.




Anche l’Hsbc raggiunge un accordo con le autorità americane per evitare conseguenze penali, pagando una multa di 1,92 miliardi di dollari per aver riciclato denaro proveniente dal traffico di cocaina. Nell’estate 2012, l’istituto di credito britannico riconosce l’inefficacia delle procedure di vigilanza adottate e offre pubblicamente le proprie scuse davanti alla commissione di inchiesta del Senato americano. Significativa è anche la vicenda del Credito Sammarinese, un istituto bancario che nel 2010 per fronteggiare una grave crisi di liquidità accetta i soldi di un narcotrafficante legato alla ’ndrangheta e titolare di un ristorante a Bologna. Gianluca Biordi, uno dei cassieri del Credito Sammarinese, così ricostruisce la vicenda, nell’interrogatorio del 12 luglio 2011, davanti ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro:

 

‘Il 28 dicembre 2010 nel pomeriggio mentre mi trovavo in Credito Sammarinese sono stato contattato dal Direttore [Valter] Vendemini […] il quale mi ha consegnato un trolley di misura media all’interno del quale vi era del denaro in contante credo di tutti i tagli. Ricordo lo stato del denaro [597.260 euro]: stipato, accartocciato, puzzava di muffa ed era racchiuso in mazzette con elastici ma non con senso logico. […] Vendemini mi disse che il conto era già aperto e che quindi si poteva procedere al versamento; in quel frangente il dott. Vendemini mi ha consegnato le distinte di versamento in bianco che recavano la firma del titolare del conto, tale Barbieri Vincenzo. Ho proceduto al versamento contabile, e poi sono uscito. Non so chi avesse aperto il conto a nome di Barbieri, credo che comunque l’operazione sia stata svolta dalla collega Lucy Santolini mentre io ero nel caveau a contare i soldi, sempre su disposizione del Vendemini. La mattina dopo, giunto in ufficio nel corso della mattinata, la collega Lucy Santolini mi ha subito fatto vedere che in fase istruttoria di apertura del conto compariva nel world check il nominativo del titolare del rapporto quale soggetto collegato alla criminalità organizzata in particolare al clan Mancuso e poi vi erano anche indicati tutti i link collegati in merito a tali informazioni. 




Insieme abbiamo stampato tutti gli articoli di giornale tratti dal ‘Carlino’ ed altri quotidiani. Da tale documentazione abbiamo appreso che il Barbieri era stato arrestato ed era coinvolto in un processo per traffico di sostanze stupefacenti. […] Apprese queste informazioni mi sono subito recato dal responsabile antiriciclaggio sig. Sapignoli Sandro, al quale ho rappresentato tutta la situazione ed ho manifestato la mia rabbia per essere stato coinvolto la sera prima, a mia totale insaputa, in una operazione relativa ad un soggetto che era stato condannato per traffico di sostanze stupefacenti. Poiché io urlavo con il collega le grida sono state udite anche da Vendemini il quale è venuto nell’ufficio di Sapignoli. Vendemini ha cercato di rassicurarmi dicendo che era un contatto suo personale e che se fosse successo qualcosa io non avrei avuto nessuna responsabilità. Senonché il 3 gennaio il signor Vendemini mi ha consegnato un borsone da palestra contenente denaro contante dicendomi di versarlo sul conto di Barbieri. Il denaro si trovava nelle stesse condizioni critiche e mal odoranti di quello che avevo contato il 28 dicembre’.




I vertici dell’istituto di credito arrivano a Barbieri grazie a due professionisti in contatto con Domenico Macrì, gran cerimoniere della loggia massonica di Vibo Valentia. Barbieri è legato al clan Mancuso di Limbadi. Prima di essere ucciso nel marzo 2011, promette di investire 15 milioni di euro nell’istituto di credito sammarinese. Il cerchio si chiude con l’arresto del direttore Vendemini e del presidente-fondatore del Credito Sammarinese, Lucio Amati.

 

Storie di ordinario opportunismo finanziario, in un mondo in cui il confine tra lecito e illecito diventa sempre più sottile, quasi impercettibile. È un giro d’affari enorme che non conosce confini, come spiega Michael Taussig, docente di antropologia presso la Columbia University.

 

‘La cocaina si trasforma in denaro, il denaro ancora in cocaina’ dichiara al giornalista Roberto Festa. ‘Il potere del capitalismo globale, con le sue proibizioni, trasforma il fango, la sporcizia, la morte che segnano la cocaina in Colombia in un oggetto di desiderio per i banchieri di Wall Street. Ma quelle morti accompagnano la vita della polvere bianca fino a noi, ne strutturano il significato, ne amplificano il fascino e la dimensione mitica’.

 

È un fiume di denaro, quello dei narcos, che deve trovare negocios, ovvero affari, sbocchi di mercato, investimenti.




Sfruttando la stretta creditizia, molte organizzazioni criminali lanciano servizi di credito alle piccole imprese che, per procedure e tassi, somigliano più agli sportelli bancari che alle tradizionali pratiche usurarie. Succede in Messico, ma accade anche in Italia, dove, nel marzo 2014, la polizia scopre l’esistenza di una banca della ’ndrangheta a Seveso, in Lombardia. ‘Dobbiamo essere come i polipi, ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare’ dice uno degli indagati.

 

I soldi vengono investiti nel settore edilizio, in quello dei trasporti, della nautica, delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e dei lavori pubblici. È l’ennesimo capitolo dell’espansione della ’ndrangheta al Nord, e particolarmente in Lombardia, una regione che per troppo tempo, per marketing territoriale, ha fatto finta di non vedere. ‘I fenomeni di compenetrazione tra mafia e impresa’ scrive il giudice per le indagini preliminari che firma le ordinanze di custodia cautelare,13 ‘storicamente confinati nelle ben note aree geografiche dell’Italia meridionale, non solo si sono estesi in Lombardia e al Nord in genere (e questo è un dato risalente nel tempo), ma soprattutto vivono grazie a un intenso e disinvolto connubio tra forme evolute di associazioni mafiose e imprenditori calabresi e lombardi, pronti a fare affari illegali insieme come se niente fosse’.

 

Sì, come se niente fosse. È un termine che gli investigatori di mezzo mondo ripetono sempre più spesso.

 

I soldi attraggono molte persone e il confine tra lecito e illecito diventa sempre più labile.

 

(Gratteri/Nicaso)








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