giuliano

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IL TOMO

martedì 29 marzo 2022

L'UOM, FIERO PIU' DELLA PIU' FIERE BELVE (54)

 










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Circa l'odierno teatro (50/3) 


Prosegue con i...:  


Duetti (55) 


& Il capitolo completo, 


ovvero:



 






Il Poema Tartaro


Con gli animali parlanti 








La caricatura abbisogna (e abbisognerà) d’un breve ‘commentario’ per meglio comprendere l’ironia del vero aspetto del dramma umano. Se qualcuno rimembra come la storia del teatro nata per causa del Tiranno, si accorgerà che il Dramma in merito alla perenne disumana guerra rappresentata con se medesimo come con il prossimo, supera ogni immaginazione come aspettativa. 

 

Ovvero, oltre la rappresentazione della distruzione della Storia con i personaggi che al meglio o al peggio l’hanno interpretata e la interpretano ancora nostro malgrado, sollevando motivi spirituali e grotteschi (i quali veicolano la farsa al dramma e viceversa sino alla satira meditare e cogitare se medesima) in conflitto, oltre che con sé stessi anche con gli avversati elementi, replicati con impareggiabili interpretazioni e alterni ruoli, che al meglio si confanno ad ogni aspirante attore.




Per ciò detto nell’odierno (‘progresso’) transitato - nostro malgrado - abbiamo rilevato e ancora rileviamo, come dal Dramma (circa l’eterno èvo del Tiranno) si componga per Atti di ugual Storia procedere verso il Grottesco inscenato; il quale per sua natura deplorato da ogni buon ‘critico’ assiso dalla più rinomata loggia sino alla stiva della più povera galleria della replicata contro-Rivoluzione divenire gassata rivoluzione armata e non più proletaria inscenata per ogni borgo e fiera di paese per il bene della ‘gazza ladra’.   

 

Altri giornali apparvero in effetto,

che, le cose ponendo al punto vero,

della Corte ogni vizio, ogni difetto

rilevaro, e gli error del ministero;

ma, come alla rivolta instigatori,

perseguitati furono gli autori.

 

E benché verità riconosciuta

oggi ella sia, non già sofisma e fola,

che aver debba ciascun piena assoluta

libertà di pensiero e di parola

(ché se tal un tal libertà gli toglia,

del più bel dritto natural lo spoglia),

 

pur, s’esser vuolsi in ragionar sinceri,

la petulanza esser dovea repressa,

e la temerità de’ gazzettieri;

poiché non da color dei fatti espressa

era la verità con quel candore

che conviensi a fedele espositore;

 

ma di division sparser semenza,

confuser le cagioni e il quando e il come,

e alla perversa lor maledicenza

d’opinione pubblica dier nome;

secondaro il disordine e il delitto,

e i furbi sol ne trassero profitto.

 

E l’instituzion, che a giusto fine

diretta, esser potea germe fecondo

d’instruzion, di lumi e di dottrine,

divenut’ era un botteghino immondo

di calunnia, d’intrigo e di menzogna,

e di malignità fucina e fogna.

 

Or come in dubbio ornai più non si mette

che le Gazze non sian fra gli animali

le prime che stendesser le gazzette,

bestie mendaci, garrule e venali,

perciò i loro discepoli e seguaci

furon venali, garruli e mendaci.




Ma ciò che in questa sede viene rilevato e non certo proclamato, è l’atto ‘rivoluzionario’: ovvero procedendo in circolo su medesima ugual eterna delirante (in)ferma immobile Scena (…o piatta Terra non ancor affogata…), palco contesa & giostra dell’intera platea, disegnare compiuta geometria circa la forma, ovvero trofeo della propria immutata ‘eternità’ confermare l’infermità dell’equazione in guerra, in cerca della propria ed altrui quadratura economica alla maggiore potenza di fuoco ottenuta & poi restituita...

 

Nell’esclusivo circolo o circolarità della seppur piatta Terra in cui coniata la Storia detta… & la sua moneta!

 

Qual parte il ciitadin, qual prender puote

interesse il cultor, di pace amico,

alle altrui pretendenze oscure, ignote,

a titol dubbio di retaggio antico?

Sicché i popoli sieno in guerra spinti,

per servir sempre, o vincitor o vinti!

 

L’uom, fiero più delle più fiere belve,

è di sua specie disonor, vergogna!

Pugnan color nelle natie lor selve

in lor difesa e per la lor bisogna;

l’un contro l’altro s’armano in lor dano

gli uomini folli, e lo perché non sanno.




Ovvero, ed ancora, il Primo Attore da ognun odiato seppur da tutti amato, si alterna al trofeo del circolo esclusivo della immobile Scena; dalla Rivoluzione al suo contrario, per poi volgere nel grottesco (da cui il Dramma) e da cui nato evoluto… e dicono maturato.

 

Dacché ogni scena, come ben noterete voi assisi se sopravvissuti, in galleria platea o palchetto numerato sino alla grotta del Teatro, immune dalla Storia così come la trama che al meglio la compie e la numera scissa nei vari ma non certo disgiunti ‘Atti’: divenendo, o meglio regredendo, al sulfureo fuoco prometeico dell’antico palcoscenico, ove il Dramma nato dal celato custodito segreto, e sul quale incisa e coniata la segreta moneta della materiale ricchezza, alternare ruoli ed immutati scostumati costumi di corte.




Il motivo del Mondo Perduto proprio questo, l’incompresa volontà degli Dèi non men del Dio unico non certo ben tradotta come interpretata, ovvero il principio e il fine dell’intera ‘rappresentazione’ il quale sfugge ad ogni materiale comprensione da parte della (bestiale) natura umana; negando alla divinità la rimossa Coscienza da cui la derivata Ragion persa e con essa l’Intelletto; regredito all’antico istinto qual solo principio di sopravvivenza, istinto con cui leggere la bestia nostra amica, e porre differenza, rilevando che quest’ultima tende a godere dei benefici evolutivi della detta Divinità (in nome della Natura) dei quali l’uomo ha disgiunto e rimosso ogni arbitrio, aspirando solo all’istinto di sopravvivenza letta nel sulfureo fuoco della comune grotta.

 

Dacché - per ultimo - il rappresentarli quali animali ci sembra cosa gradita alla somma antica (rimossa ed esiliata) Divinità, la quale come l’intera Opera evolve ma non solo per grazia dell’istinto, ma per Superiore amore di Natura ad immagine di Dio!   

(Giuliano) 

 


 

 Quando nel 1769 l’imperatore Giuseppe II andò a Firenze in visita al fratello, tanto ammirò l’ingegno del Casti che lo volle con sé a Vienna. Apprezzato dalla società della Corte, si strinse particolarmente d’amicizia col figlio del principe di Kaunitz e lo accompagnò nei suoi viaggi in Europa, venendo introdotto nelle varie Corti come personaggio del seguito del conte, sebbene egli non ricoprisse nessuna carica diplomatica.

 

Nel 1778 fu a Pietroburgo.

 

L’imperatrice gli dimostrò grande simpatia, ma non per questo egli rinunciò a dare della Semiramide del Nord e dei costumi russi un ritratto crudamente satirico nel Poema tartaro. Le avventure del protagonista, Tommaso Scardassale, crociato che, prigioniero del califfo di Babilonia, di fronte al pericolo di essere promosso eunuco del serraglio fugge con la bella Zelmira e ripara tra i Mongoli, danno modo allo scrittore di illustrare personaggi e costumi della Russia settecentesca…




 …Sotto il personaggio di Siveno il Casti ha  adombrato se stesso per commentare liberamente quanto egli aveva osservato dei costumi russi. Sebbene non pubblicato allora, il Poema tartaro suscitò gravi risentimenti alla Corte russa, e Giuseppe ritenne opportuno allontanare il poeta, che, recatosi a Venezia, di lì intraprese il suo viaggio in Oriente descritto nella Relazione di un maggio a Costantinopoli. Tornato a Venezia, passò poi qualche tempo a Torino, indi a Milano dove rimase sino al 1790.

 

Uscì in quell’anno a Roma la prima edizione delle Novelle galanti, delle quali diciotto erano state composte già al tempo del viaggio in Russia; altre poi ne aggiunse il Casti sino nel 1802, componendone in totale quarantotto. Sono esse l’opera che sopra tutto valse al Casti le severissime censure per le quali dal Parini al Carducci e allo Zanella egli è passato in fama di scrittore osceno ed esecrando. In vero anche a proposito di queste novelle, per le quali noi non ammettiamo, se non per riscontri esterni e contenutistici, che si faccia il nome del serenissimo e monellesco Boccaccio e nemmeno quello del molto più geniale Aretino…




Nonostante le aspre critiche italiane i giudizi favorevoli di Goethe (vedi Viaggio in Italia), o di Stendhal (vedi Promenades dans Rome, Lettera del 19 giugno 1828), lo portano alla nostra attenzione, e si assommano al breve Saggio-poetico che stiamo per introdurre - e per il quale - si posò l’attenzione di Lady Morgan adottandolo quale epigrafe al suo libro su La Francia una sestina degli Animali parlanti!

 

In quello che doveva essere il ‘prologo’ degli Animali parlanti e fu dato invece in appendice al poema col titolo di ‘origine dell’opera’, il Casti racconta come la sua storia derivi da un antichissimo testo indiano, ceduto da un vecchio bramino a un viaggiatore inglese e giunto a lui dopo varie traversie. Le vicende si fingono così in un tempo preistorico nel quale gli animali avevano l’uso della ragione e della parola, erano come sono ora gli uomini con le medesime passioni e i medesimi vizi (alle virtù vien fatta ben poca parte); e questo fa sì che il lungo apologo assuma, senza ricorrere a sottili allusioni, il significato di una satira diretta della società in cui il Casti viveva, e, in parte, di qualunque società umana; ma se ogni magagna morale ed intellettuale degli uomini è messa in luce, la satira ha sopra tutto un significato politico.




Lo scrittore narra infatti come, volendo gli animali darsi un governo, per l’abile politica del Cane, capo di parte democratica, elessero re il Leone e come, senza rispetto della libertà, venne costituita una monarchia assoluta, che riuscì pur sopportabile alla maggior parte dei sudditi grazie al carattere bonario del sovrano. Ma alla morte di Leone I la situazione muta: la Leonessa assume la reggenza in nome del figlio deficiente e inetto; congeda il Cane e nomina primo ministro la Volpe, personificazione del peggiore machiavellismo.

 

Cresce la corruzione alla Corte, e, per combattere il partito realista, gli scontenti si organizzano in un loro club del quale sono anima l’Elefante e il Cane, e in seguito la Tigre. Le astuzie della Volpe non valgono ad evitare l’irreparabile sconfitta del partito monarchico, ed in una sanguinosa battaglia campale per la sua incoscienza il Leoncino trova la morte.




Quando si viene alle trattative di pace, delle quali il più attivo intermediario è il Coccodrillo, i plenipotenziari dell’una e dell’altra parte mettono in moto tutta la loro abilità diplomatica. Ma tutto è vano: il grande incontro fissato nell’Atlantide è interrotto da un cataclisma che subissa l’intero continente e gli animali. In questa trama e nei vari episodi che essa implica non è difficile riconoscere molti caratteri della vita politica francese tra gli ultimi anni del regime monarchico e la Rivoluzione, e questo aiuta a comprendere la grande fortuna che il poema ottenne ai suoi giorni. La satira insistentemente rivolta contro le assurdità dei, governi assoluti, il diritto divino dei, sovrani, l’inutilità dei cortigiani e la loro corruzione…., sfocia nel grottesco…






 IL PORCO E’ NOMINATO AMBASCIATORE

 

 

Un Porco ambasciador! Nelle assemblee

si sa però che il Can volea brillare,

e il Porco è un animal che mangia e bee

e dorme e non s’impaccia, e lascia fare;

questa del Can fu la ragione, e in Corte,

come nel ministero, è ragion forte.

 

Ma di quel Can politico le mire,

gli occulti intrighi ed i maneggi suoi

con precision vi vo’ scoprire,

acciò se ambasciador siete anche voi,

esser sappiate a tempo e loco scaltri,

né vi lasciate intrappolar dagli altri.

 

È noto che al Leon procurò il regno

il Can per divenir primo ministro;

ma essendo a vòto poscia ito il disegno,

pensò cangiare al solito registro,

e di nuovo in repubblica vorria,

s’è possibil, cangiar la monarchia.

 

Poiché, vedendo esser follia por fede

Nell’arbitraria volontà d’un solo,

di governar più facilmente crede

qual docil gregge un numeroso stuolo,

e, acciò non sia chi gli osti in tale idea,

trovar miglior del Porco non potea.

 

Temea pertanto che la Tigre, infetta

di regie pretendenze essendo anch’essa,

per far più memorabile vendetta

della rivale sua la Leonessa,

in sé non meditasse il gran disegno

di formar nuovo separato regno.

 

Scusar voleasi il Porco, a cui molesta

è ogni incumbenza, ogni fatica è critica,

e al Can dicea: ‘Cosa ti salta in testa

d’aggregar anche i Porci alla politica?’

E il Can: ‘Esperienza, a quel ch’io veggio,

non hai del mondo ancor; tu vedrai peggio. 

 

Credi tu che politiche incumbenze

in corti animalesche, in gabinetti,

in pubblici congressi, in conferenze

non si maneggin spesso da soggetti

in paragon di cui tu co’ tuoi pari

più fatto sei per maneggiar gli affari?

 

Scuotiti dunque al fin: nulla far vuoi

acciò dei Porci ancor parli la storia?’

E il Porco: ‘Ciascheduno ha i gusti suoi;

lascia a me l’ozio, e lascio a te la gloria;

tu piacer trovi a fare il faccendiere

E io trovo in non far nulla il mio piacere’.

 

E il Can: ‘M’avveggio ben che non presumi

come tant’altre bestie, e che diffidi

de’ tuoi propri talenti e de’ tuoi lumi:

ma se ardue cose odi vantar, deh! ridi:

il mestier per cui credi acume e ingegno

richiedersi, in due motti io te l’insegno’.

 

Ad altro stil l’indole tua natia

dalle usate abitudini non torco:

continuerai, come facesti pria,

a far la vita del beato Porco.

Potrai, senza contrarre alcun legame,

mangiar, dormir, finché avrai sonno e fame.

 

Fa sol quel che dich’io, né fallirai;

lascia le cose andar com’ esse vanno:

se andranno ben, tutto l’onor n’avrai;

se mal, la colpa i subalterni avranno.

Gli animai per lo più guastar le cose,

Natura al posto lor poi le ripose.

 

Basta per farti onor che ti procuri

per lo servigio solito, ordinario,

due buoni appoggi solidi e sicuri:

un bravo cuoco e un bravo segretario, 

l’un per gli affari, e l’altro per la mensa;

e ciò da ogni altra cura ti dispensa.

 

Il mondo, Porco mio, va da se stesso,

e chi governa men, meglio governa;

e se me vedi attivo ed indefesso,

ciò vien da malattia innata, interna;

ambo la causa pubblica con frutto

servirem, tu nulla facendo, io tutto’.

 

Mentre il Can già così sillogizzando

Coll’ordinaria sua persuasiva,

il Porco grufolando e bofonchiando

sonnecchiava talor, talor grugniva;

stanco e noiato alfin d’ascoltar più,

disse: ‘Giacché lo vuoi così, fa tu’. 








lunedì 28 marzo 2022

UN MONDO PERDUTO (3)

 









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Per sempre perduti  (1/2) 


Prosegue con...: 


mondi perduti (4)







  

Nel cuore dell’Asia centrale, puntellata dalle più alte montagne della terra, svetta l’immensa fortezza naturale del Tibet. La sua straordinaria altitudine - quasi cinque chilometri su verso il cielo - spinse i viaggiatori vittoriani a definirlo ‘il tetto del mondo’.

 

Emilio Motta, in quegli stessi anni, si trovava in Svizzera, propriamente nella propria mansarda scrutava come ogni mattina, più precisamente dal piccolo ma confortevole sottotetto, le imponenti Cime, avrebbe sempre voluto violarne la Vetta, un po’ per amor di Fuga, un po’ per ripercorrere - anche storicamente - gli antichi tormenti di tutte le genti che scovava nei propri annali storici, ed esiliati li immaginava uniti alla stessa sua corda, e da buona Guida condurli verso la fuga.




Per questo più li ammirava e animava di nuova linfa e Vita immaginandoli ‘panorami’ congiunti  alle proprie vallate, e più ne scrutava la geologica geografia fin sulle  inviolate alte Cime quali Cattedrali d’un credo mai scomparso. Dai Boschi li scrutata uno ad uno lenti ed infiniti dimorare come Dèi rinati, Selve quali schiere di genti rivivere e procedere al Passo ricongiunto verso la bellezza della Terra che il buon Dio concede loro qual promessa d’una Natura viva… e da ravvivare ancora… 

 

La natura non ha sistema, essa ha vita, essa è vita e successione da un centro ignoto verso un confine non conoscibile. La contemplazione della natura è perciò senza fine: si può procedere nella sua suddivisione nei più piccoli particolari, oppure seguirne nell’insieme le tracce nelle dimensioni più estese e profonde. L’idea della metamorfosi è un dono che viene dall’alto, molto solenne, ma al tempo stesso molto pericoloso. Essa conduce all’assenza di forma; distrugge il sapere, lo disgrega. È simile alla ‘vis centrifuga’ e si perderebbe nell’infinito se non avesse un contrappeso: voglio dire l’istinto di specificazione, la tenace capacità di persistere di ciò che una volta è divenuto realtà. È come una ‘vis centripeta’ che nessuna esteriorità può danneggiare nel suo fondamento più profondo.




Ed una mattina mentre ciò andava meditando ebbe a ricevere una inattesa Lettera. L’ufficiale addetto di Posta corse immediatamente presso il domicilio dello storico nonché ricercatore, giacché dedusse dal Regio Timbro che fosse di notevole importanza… 

 

Egregio Signor Motta

 

Le parrà cosa alquanto strana che dalle remote regioni della Svezia ho ritrovato le sue argute riflessioni accompagnate da appunti di notevole interesse storico.

 

Provo orrore e umano risentimento circa la Storia così soffocata e costretta nel breve perimetro di cotal confini, e le confesso che la mia patria non è e sarà da meno.

 

Per questo motivo principiato dall’amor di ugual medesima cultura circa la Verità vorrò sindacarne anche la Dottrina e le fonti in cui la Geologia ha contribuito a inciderne il Pensiero, dacché come ben vede e vedrà esiste ancora una vasta regione inviolata ed ove desumo e presumo ivi ricolma di Tomi i quali confermano quanto da lei non detto.

 

Non mio l’intento di discutere un unico Principio semmai confermare che l’Uno conteso in inutili accenti e toni presiede una genetica trascurata e priva di tutti quegli elementi i quali ne avvelenano la Dottrina d’ un’antico  Profeta.

 

Questo un mio segreto Pensiero giacché ho la ferma volontà di renderLa partecipe del mio Viaggio, ed ove so’ fin d’ora, la sua collaborazione, preziosa collaborazione, sarà di una utilità nella conferma di una Idea che assieme possiamo disquisire…

 

Certo della sua profonda comprensione rinnovo l’invito circa il mio Viaggio il quale se pur periglioso potrebbe convalidare talune teorie…

 

Stoccolma 15 Novembre 1905

 

Suo Sven Hedin




Il Motta si sedette quasi tremante vicino alla finestra, mai avrebbe pensato che una eccelso personaggio, figura importante e di rilievo nel tempo delle grandi esplorazioni, gli avrebbe offerto siffatta proposta. Quindi rimuginò se qualcuno lo avesse raccomandato, magari qualche parente di tutte le schiere che con la sua penna e ricerca andava rianimando di nuova linfa, probabilmente fra tutti quelli doveva pur esserci, non visto ed ignoto, qualche illustre avo dedotto dalla pianta della genealogica discendenza che andava spesso studiando.

 

Oppure è tutto frutto della…



 

Natura!

 

Ne siamo circondati e avvolti, incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia.

 

Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna – tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri.

 

Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra aver puntato tutto sull’individualità, ma non sa che farsene degli individui.




Costruisce sempre e sempre distrugge: la sua fucina è inaccessibile. Vive tutta nei suoi figli; ma la madre dov’è? Unica vera artista, essa va dalla più semplice materia ai contrasti più grandi e, apparentemente senza sforzo, alla perfezione assoluta – alla determinatezza più precisa, eppure delicata.

 

Ognuna delle sue opere ha la sua propria essenza, ognuna delle sue manifestazioni il concetto più isolato; eppure, formano un Tutto unico.

 

Recita uno spettacolo; se lei stessa lo veda, non sappiamo; eppure lo recita per noi, spettatori seduti in un angolo.

 

C’è in lei una vita eterna, un eterno divenire, un moto perenne; eppure, non fa un passo avanti. Si trasforma di continuo, non conosce un attimo di quiete. Ignora l’immobilità; colpisce di maledizione l’indugiare.




È salda.

 

Il suo passo è misurato, rare le sue eccezioni, invariabili le sue leggi. Ha pensato e non cessa mai di pensare; non come l’uomo, tuttavia, ma come natura. Si è riservata un’intelligenza propria, che abbraccia ogni cosa e di cui nessuno può carpirle il segreto.

 

Gli uomini sono tutti in lei, e lei in tutti.

 

Gioca da amica con ciascuno di noi, tanto più soddisfatta quanto più la vinciamo. Con molti il suo giuoco è tanto segreto, che finisce prima ch’essi se ne accorgano. Anche la cosa più innaturale è natura. Chi non la vede dappertutto, non la riconosce in nessun luogo.

 

Ama se stessa e tiene fissi su di sé innumerevoli occhi e innumerevoli cuori. Si è moltiplicata per godere di sé. Crea sempre nuovi goditori, mai sazia di offrirsi. Si compiace d’illudere. Punisce come la più severa tiranna chi distrugge l’illusione in sé o negli altri; stringe al cuore come un figlio chi le si abbandona con fiducia.




Innumerevoli sono i suoi figli.

 

Avara, propriamente, non è con nessuno; ma ha i suoi beniamini, cui prodiga molto e molto sacrifica. Ha preso sotto la sua protezione ciò ch’è grande. Suscita dal nulla le sue creature, e non dice loro né da dove vengono né dove vanno.

 

Devono soltanto correre.

 

La strada, la conosce lei.

 

Ha pochi congegni, ma sempre operanti, mai inerti, sempre multiformi. Il dramma ch’essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta; la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita.

 

Avvolge l’uomo nella tenebra e lo sprona continuamente alla luce. Lo inchioda, torpido e greve, alla terra; ma lo scrolla sempre a nuove imprese. Suscita bisogni perché ama il moto: il miracolo è che ne ottenga tanto con mezzi così limitati.




Ogni bisogno è un beneficio; presto appagato, presto risorgente. Se ne elargisce uno di più, è una nuova fonte di piacere; ma, ben presto, ristabilisce l’equilibrio.

 

A ogni momento spicca il balzo verso la mèta più lontana; a ogni momento è alla mèta. È la vanità in persona; ma non per noi, agli occhi dei quali si è fatta la cosa più importante.

 

Permette a ogni bambino di baloccarsi con lei, a ogni pazzo di giudicarla, a migliaia e migliaia d’inciampare in essa e non vedere nulla; ma trae piacere da tutti, trova il suo tornaconto in ciascuno.

 

 Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro. Trasforma in beneficio tutto ciò che dà, perché lo rende a priori indispensabile.

 

Indugia per farsi desiderare; fugge via perché non se ne diventi mai sazi. Non ha linguaggio né discorso, ma crea lingue e cuori attraverso i quali parla e sente.




La sua corona è l’amore.

 

Solo per mezzo suo ci avviciniamo a lei.

 

Essa scava abissi fra le sue creature; ma tutte aspirano a riunirsi. Ha isolato ogni cosa, per ricongiungerle tutte. Con pochi sorsi alla coppa dell’amore, rende lieve il tormento di tutta una vita.

 

È tutto.

 

Si premia e si punisce, si diletta e si tormenta.

 

È rude e dolce, piacevole e terribile, debole e onnipotente. In essa, tutto è sempre lì. Non conosce passato né avvenire; la sua eternità è il presente.


(Prosegue)