CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 28 marzo 2022

UN MONDO PERDUTO (3)

 









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mondi perduti (4)







  

Nel cuore dell’Asia centrale, puntellata dalle più alte montagne della terra, svetta l’immensa fortezza naturale del Tibet. La sua straordinaria altitudine - quasi cinque chilometri su verso il cielo - spinse i viaggiatori vittoriani a definirlo ‘il tetto del mondo’.

 

Emilio Motta, in quegli stessi anni, si trovava in Svizzera, propriamente nella propria mansarda scrutava come ogni mattina, più precisamente dal piccolo ma confortevole sottotetto, le imponenti Cime, avrebbe sempre voluto violarne la Vetta, un po’ per amor di Fuga, un po’ per ripercorrere - anche storicamente - gli antichi tormenti di tutte le genti che scovava nei propri annali storici, ed esiliati li immaginava uniti alla stessa sua corda, e da buona Guida condurli verso la fuga.




Per questo più li ammirava e animava di nuova linfa e Vita immaginandoli ‘panorami’ congiunti  alle proprie vallate, e più ne scrutava la geologica geografia fin sulle  inviolate alte Cime quali Cattedrali d’un credo mai scomparso. Dai Boschi li scrutata uno ad uno lenti ed infiniti dimorare come Dèi rinati, Selve quali schiere di genti rivivere e procedere al Passo ricongiunto verso la bellezza della Terra che il buon Dio concede loro qual promessa d’una Natura viva… e da ravvivare ancora… 

 

La natura non ha sistema, essa ha vita, essa è vita e successione da un centro ignoto verso un confine non conoscibile. La contemplazione della natura è perciò senza fine: si può procedere nella sua suddivisione nei più piccoli particolari, oppure seguirne nell’insieme le tracce nelle dimensioni più estese e profonde. L’idea della metamorfosi è un dono che viene dall’alto, molto solenne, ma al tempo stesso molto pericoloso. Essa conduce all’assenza di forma; distrugge il sapere, lo disgrega. È simile alla ‘vis centrifuga’ e si perderebbe nell’infinito se non avesse un contrappeso: voglio dire l’istinto di specificazione, la tenace capacità di persistere di ciò che una volta è divenuto realtà. È come una ‘vis centripeta’ che nessuna esteriorità può danneggiare nel suo fondamento più profondo.




Ed una mattina mentre ciò andava meditando ebbe a ricevere una inattesa Lettera. L’ufficiale addetto di Posta corse immediatamente presso il domicilio dello storico nonché ricercatore, giacché dedusse dal Regio Timbro che fosse di notevole importanza… 

 

Egregio Signor Motta

 

Le parrà cosa alquanto strana che dalle remote regioni della Svezia ho ritrovato le sue argute riflessioni accompagnate da appunti di notevole interesse storico.

 

Provo orrore e umano risentimento circa la Storia così soffocata e costretta nel breve perimetro di cotal confini, e le confesso che la mia patria non è e sarà da meno.

 

Per questo motivo principiato dall’amor di ugual medesima cultura circa la Verità vorrò sindacarne anche la Dottrina e le fonti in cui la Geologia ha contribuito a inciderne il Pensiero, dacché come ben vede e vedrà esiste ancora una vasta regione inviolata ed ove desumo e presumo ivi ricolma di Tomi i quali confermano quanto da lei non detto.

 

Non mio l’intento di discutere un unico Principio semmai confermare che l’Uno conteso in inutili accenti e toni presiede una genetica trascurata e priva di tutti quegli elementi i quali ne avvelenano la Dottrina d’ un’antico  Profeta.

 

Questo un mio segreto Pensiero giacché ho la ferma volontà di renderLa partecipe del mio Viaggio, ed ove so’ fin d’ora, la sua collaborazione, preziosa collaborazione, sarà di una utilità nella conferma di una Idea che assieme possiamo disquisire…

 

Certo della sua profonda comprensione rinnovo l’invito circa il mio Viaggio il quale se pur periglioso potrebbe convalidare talune teorie…

 

Stoccolma 15 Novembre 1905

 

Suo Sven Hedin




Il Motta si sedette quasi tremante vicino alla finestra, mai avrebbe pensato che una eccelso personaggio, figura importante e di rilievo nel tempo delle grandi esplorazioni, gli avrebbe offerto siffatta proposta. Quindi rimuginò se qualcuno lo avesse raccomandato, magari qualche parente di tutte le schiere che con la sua penna e ricerca andava rianimando di nuova linfa, probabilmente fra tutti quelli doveva pur esserci, non visto ed ignoto, qualche illustre avo dedotto dalla pianta della genealogica discendenza che andava spesso studiando.

 

Oppure è tutto frutto della…



 

Natura!

 

Ne siamo circondati e avvolti, incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia.

 

Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna – tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri.

 

Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra aver puntato tutto sull’individualità, ma non sa che farsene degli individui.




Costruisce sempre e sempre distrugge: la sua fucina è inaccessibile. Vive tutta nei suoi figli; ma la madre dov’è? Unica vera artista, essa va dalla più semplice materia ai contrasti più grandi e, apparentemente senza sforzo, alla perfezione assoluta – alla determinatezza più precisa, eppure delicata.

 

Ognuna delle sue opere ha la sua propria essenza, ognuna delle sue manifestazioni il concetto più isolato; eppure, formano un Tutto unico.

 

Recita uno spettacolo; se lei stessa lo veda, non sappiamo; eppure lo recita per noi, spettatori seduti in un angolo.

 

C’è in lei una vita eterna, un eterno divenire, un moto perenne; eppure, non fa un passo avanti. Si trasforma di continuo, non conosce un attimo di quiete. Ignora l’immobilità; colpisce di maledizione l’indugiare.




È salda.

 

Il suo passo è misurato, rare le sue eccezioni, invariabili le sue leggi. Ha pensato e non cessa mai di pensare; non come l’uomo, tuttavia, ma come natura. Si è riservata un’intelligenza propria, che abbraccia ogni cosa e di cui nessuno può carpirle il segreto.

 

Gli uomini sono tutti in lei, e lei in tutti.

 

Gioca da amica con ciascuno di noi, tanto più soddisfatta quanto più la vinciamo. Con molti il suo giuoco è tanto segreto, che finisce prima ch’essi se ne accorgano. Anche la cosa più innaturale è natura. Chi non la vede dappertutto, non la riconosce in nessun luogo.

 

Ama se stessa e tiene fissi su di sé innumerevoli occhi e innumerevoli cuori. Si è moltiplicata per godere di sé. Crea sempre nuovi goditori, mai sazia di offrirsi. Si compiace d’illudere. Punisce come la più severa tiranna chi distrugge l’illusione in sé o negli altri; stringe al cuore come un figlio chi le si abbandona con fiducia.




Innumerevoli sono i suoi figli.

 

Avara, propriamente, non è con nessuno; ma ha i suoi beniamini, cui prodiga molto e molto sacrifica. Ha preso sotto la sua protezione ciò ch’è grande. Suscita dal nulla le sue creature, e non dice loro né da dove vengono né dove vanno.

 

Devono soltanto correre.

 

La strada, la conosce lei.

 

Ha pochi congegni, ma sempre operanti, mai inerti, sempre multiformi. Il dramma ch’essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta; la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita.

 

Avvolge l’uomo nella tenebra e lo sprona continuamente alla luce. Lo inchioda, torpido e greve, alla terra; ma lo scrolla sempre a nuove imprese. Suscita bisogni perché ama il moto: il miracolo è che ne ottenga tanto con mezzi così limitati.




Ogni bisogno è un beneficio; presto appagato, presto risorgente. Se ne elargisce uno di più, è una nuova fonte di piacere; ma, ben presto, ristabilisce l’equilibrio.

 

A ogni momento spicca il balzo verso la mèta più lontana; a ogni momento è alla mèta. È la vanità in persona; ma non per noi, agli occhi dei quali si è fatta la cosa più importante.

 

Permette a ogni bambino di baloccarsi con lei, a ogni pazzo di giudicarla, a migliaia e migliaia d’inciampare in essa e non vedere nulla; ma trae piacere da tutti, trova il suo tornaconto in ciascuno.

 

 Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro. Trasforma in beneficio tutto ciò che dà, perché lo rende a priori indispensabile.

 

Indugia per farsi desiderare; fugge via perché non se ne diventi mai sazi. Non ha linguaggio né discorso, ma crea lingue e cuori attraverso i quali parla e sente.




La sua corona è l’amore.

 

Solo per mezzo suo ci avviciniamo a lei.

 

Essa scava abissi fra le sue creature; ma tutte aspirano a riunirsi. Ha isolato ogni cosa, per ricongiungerle tutte. Con pochi sorsi alla coppa dell’amore, rende lieve il tormento di tutta una vita.

 

È tutto.

 

Si premia e si punisce, si diletta e si tormenta.

 

È rude e dolce, piacevole e terribile, debole e onnipotente. In essa, tutto è sempre lì. Non conosce passato né avvenire; la sua eternità è il presente.


(Prosegue)









 

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