giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 28 novembre 2021

MECCANICA & MECCANISMO (28)

 








Precedenti capitoli:


Boschi [24]   [25]   [26]  [27]


Prosegue con...:


La... vista... (29)






Gli strumenti ampliano la sfera delle nostre azioni e delle nostre facoltà percettive in quanto essi prolungano il nostro corpo. Quest’osservazione si fonda sull’esperienza diretta; ciononostante, in essa si celano difficoltà notevoli. 


E, in effetti, com’è possibile che il nostro corpo si prolunghi in ciò che per la sua stessa struttura non è il nostro corpo? 


Come può qualcosa di morto proseguire ciò che è vivo e, di conseguenza, entrare in qualche modo a far parte della sua integrità vitale?

 

La lingua greca ci indica la via per rispondere a questa domanda, poiché essa designa con una sola parola, (“organo”), sia gli strumenti e gli utensili, sia le varie parti del corpo. Ma la spiegazione di questa coincidenza, nonché la risposta agli interrogativi di cui sopra, saranno offerti dal termine Organoprojektion, proposto nel 1877 da Ernst Kapp nella sua Filosofia della tecnica e successivamente utilizzato da Paul Carus, Carl du Prel, e infine, in Russia, da M.M. Filippov e da qualcun altro ancora.




L’essenza del pensiero di Kapp risiede nel confronto tra i prodotti artificiali della tecnica e gli organi che si generano naturalmente.

 

L’oggetto creato dalla tecnica è un pezzo staccato dal corpo vivente o, per essere più precisi, dal principio vitale che dà forma al corpo.

 

Il corpo vivente – intendendo questa parola nell’accezione testé rivista – costituisce l’archetipo di qualsiasi tecnica. [l’uomo è la misura di tutte le cose], diremo con le antiche parole di Protagora, conferendo però a questa sentenza un significato non soggettivo, psicologico, bensì oggettivo, fisico e metafisico.

 

Gli strumenti vengono fabbricati sul modello degli organi, poiché la medesima anima, il medesimo principio creativo disceso nell’istinto genera inconsciamente il corpo e i suoi organi, mentre a livello dell’intelletto dà origine alla tecnica e ai suoi strumenti.




Ma anche qui, nelle sue fasi fondamentali, quest’attività costruttiva scivola al di sotto della coscienza; quest’ultima ne può cogliere soltanto i processi secondari. Si può dire che i progetti originari degli organi del corpo e degli strumenti tecnici siano i medesimi e che i laboratori in cui essi vengono creati siano contenuti nella stessa anima. Ma la realizzazione di tali progetti segue due alvei ben distinti, sebbene l’unità originaria del disegno sia preservata anche nelle due diverse direzioni.

 

L’azione diretta dell’istinto (ciò che Ernst Haeckel chiama la “fantasia creativa del protoplasma”), se frenata nel suo spontaneo manifestarsi, origina un artificio apparente, una forma fittizia di impulso creativo. Questa forma è per l’appunto la forma di quest’azione trattenuta; pertanto, nel momento in cui la forma perviene a incarnazione calandosi nella materia, tale materia, sebbene esterna rispetto al corpo vivente, risulta tuttavia ritagliata sul modello, sui contorni, per così dire, di quell’azione (o di quell’azione-organo) frenata. S’è appena detto: azione-organo, poiché è impossibile pensare l’organo al di fuori della sua funzione. Ogni parte del corpo costituisce infatti un’unità indivisibile con la propria azione.




 ‘L’occhio funziona finché è simile a una camera oscura’, – scriveva Gustav Fechner nel [1855?], – e così pure i bronchi finché assomigliano a un flauto, il cuore a una pompa, il corpo con tutti i suoi processi chimici a una stufa accesa, la pelle in grado di produrre umidità a un refrigeratore’.

 

L’osservazione di Fechner non è nuova; tutti coloro i quali hanno parlato del carattere funzionale della struttura del corpo umano hanno riportato con maggiore o minore precisione gli stessi paragoni, poiché l’idea di accostare tra di loro organi e strumenti era presente ab ovo nelle riflessioni teleologiche più generali e, seppur espressa in forma poco chiara, costituiva il nocciolo stesso della dimostrazione teleologica dell’esistenza di Dio.




 ‘Dio, sorgente di ogni bene’, – esclamava nel 1200 Maimonide in una delle sue opere – ‘hai creato il corpo umano con infinita saggezza. Vi hai fuso miriadi innumerevoli di forze che, senza sosta, operano come una pari quantità di strumenti per sostenere e conservare in tutta la sua totalità questo meraviglioso involucro e l’anima immortale dell’uomo’.

 

E di simili testimonianze se ne potrebbero raccogliere a bizzeffe; una certa generalità nel confronto ne caratterizza la stragrande maggioranza.

 

Ma nella storia della riflessione teleologica l’idea di raffrontare strumenti e organi si precisa poco a poco, stabilendo specificamente quali utensili in particolare ricordino i vari organi.




Così, per esempio, Jacques-Bénigne Bossuet riporta più o meno gli stessi paragoni, ma con un notevole grado di precisione, così da far emergere con chiarezza l’affinità di singoli organi del corpo con determinati strumenti o congegni.

 

‘Di tutte le opere della natura’, – scrive Bossuet – ‘quella in cui essa ha raggiunto i suoi scopi nella maniera più soddisfacente è senza dubbio l’uomo’.

 

Chi si metta a indagare l’uomo vedrà che si tratta del risultato di una volontà superiore, qualcosa che poteva essere concepito e realizzato solamente con grande saggezza. E se questa saggezza si manifesta nel suo complesso, essa non risulta tuttavia minore in ogni singola parte.

 

Nel corpo umano tutto appare disposto con arte sorprendente.




Gli occhi hanno i loro umori e il loro cristallino. La rifrazione dei raggi della luce avviene qui con maggior perizia rispetto ai vetri più finemente levigati. Negli occhi vi è anche la pupilla, che ora si contrae, ora si dilata. Tutto il bulbo oculare ora si allunga, ora si appiattisce sull’asse visivo per adattarsi alla distanza, proprio come succede nei cannocchiali.

 

Tutte le macchine del corpo umano sono semplici. La loro attività viene sempre e comunque facilitata e la loro struttura è talmente affidabile da far sembrare primitiva qualsiasi altra macchina. Studiando attentamente ogni parte, possiamo individuare tessuti di ogni genere. Non esiste nulla di più perfetto di questi tessuti […] Nessun bulino, nessun tornio, nessun pennello possono neppure lontanamente aspirare a quella delicatezza con cui la natura ha levigato e tornito i suoi manufatti.

 

La pupilla si dilata e si contrae nel modo più opportuno per consentirci di vedere chiaramente. L’occhio si tende o si accorcia a seconda che si debba guardare lontano o vicino.




 Le similitudini testé citate tra organi e strumenti meccanici sono esatte nella misura in cui sottolineano l’esistenza di affinità; tuttavia esse soffrono di un vizio caratteristico di tutto il XVIII secolo in generale: il deismo e il meccanicismo che ne deriva.

 

Ovvero, da un punto di vista logico e metafisico, si pensa prima il congegno tecnico (immutabile e conforme a funzioni preordinate) e poi l’organismo, concepito come qualcosa di secondario, realizzato sull’esempio dei vari congegni.

 

Il modello di un organo agisce in virtù della coesione esterna delle sue parti e l’organo corrispondente ne imita il funzionamento, essendo di per sé nulla di più di un meccanismo, sia pur assemblato dalla mano del Meccanico più sapiente; non a caso nel XVIII secolo si amava così tanto paragonare il Creatore dell’universo a un orologiaio.




Ma il pregio di un meccanismo sta nel suo carattere automatico; quanti meno interventi esterni esso richiede, dal punto di vista della creazione ulteriore, una volta pronto, tanto più esso in quanto meccanismo è perfetto.

 

Per questo motivo il XVIII secolo scorgeva negli automatismi introdotti nel mondo al momento stesso della creazione (nonché nella sua possibilità di seguire ritmi scanditi da leggi meccaniche) la divina superiorità dell’universo sui meccanismi fabbricati dall’uomo, che abbisognavano di interventi e riparazioni da parte di un nuovo creatore, dell’artigiano.

 

Tuttavia, il tipo di perfezione qui contemplato era pur sempre quello del meccanismo nel vero senso della parola, sempre trasparente allo sguardo del meccanico. Perciò, l’apologetica di quel tempo può essere esemplificata dalla frase seguente: ‘Il mondo è bello – esattamente come le nostre macchine – e dunque è stato creato da un Essere razionale’.




Ma non è difficile accorgersi di come in questo autocompiacimento si celi quella forma di autodeificazione della ragione umana che costituisce l’essenza della visione della vita nell’era moderna e che troverà la propria compiuta espressione nel kantismo.

 

Il XIX secolo, durante il quale ha avuto inizio una brusca svolta verso la concezione medioevale del mondo, ha scoperto, oltre alle sfere pur sempre spirituali del subconscio e del sovraconscio, anche l’organismo. Fu allora che si comprese che quel che chiamiamo meccanico non è che una rozza schematizzazione della vita, la creazione di un modello talvolta utile dal punto di vista pratico, ma che finisce tuttavia col congelare la vita se lo prendiamo per qualcosa di più di uno schema convenzionale.




Se intendiamo infatti comprendere la realtà, non dovremo dedurre l’organismo e i suoi organi dal meccanismo, bensì, al contrario, converrà scorgere in quest’ultimo un riflesso, un calco, l’ombra di una componente dell’organismo. Possiamo affermare che il meccanismo altro non è che un abbozzo dell’organismo, uno schizzo esteriore, una sagoma, ma internamente vuota, quando invece ciò che conta nell’organismo è proprio la sua struttura raffinata, la sua istologia o, per così dire, la sua ultra-istologia.

 

Allora diventa comprensibile la conclusione: ‘I prodotti della tecnica come, ad esempio, il cannocchiale, il pianoforte, l’organo sono imperfette organoproiezioni dell’occhio, dell’orecchio, della gola’, mentre l’occhio, l’orecchio e la gola costituiscono i loro prototipi organici.

 

Da un punto di vista ottico, la proiezione dell’occhio è rappresentata dalla camera oscura, inventata da Giambattista Della Porta nel 1560. E dal momento che lo scienziato arabo Alhazen aveva descritto la struttura dell’occhio già nell’anno […] e che Christoph Scheiner nella sua opera Oculus stampata nel 1619 ne aveva completato la teoria fisica e che, in generale, fu il XVI secolo a conoscere le discussioni più infiammate sulla visione e, in particolare, sulla prospettiva, occorre pertanto ritenere che l’invenzione di Della Porta non fosse certo passata inosservata in quel quadro di diffuso interesse per l’occhio. Interesse che, di conseguenza, potrebbe essere inteso come uno dei moventi principali alla fabbricazione della camera oscura.




L’origine della fotografia proviene dunque dall’occhio. Ma la cosa più sorprendente è che anche l’evoluzione successiva della tecnica fotografica (e di quella tipografica a lei connessa) segue principi palesemente presenti nella visione. Mi riferisco alla percezione dei colori. L’occhio non solo è in grado di frazionare la superficie luminosa estensivamente, ma anche di scomporre i suoi elementi qualitativamente in base a tre colori fondamentali, corrispondenti ai tre tipi di terminazioni nervose che percepiscono i colori all’interno della retina (se vogliamo prestar fede alla teoria di Young-Helmholtz).

 

Nella storia dell’arte questa facoltà dell’occhio ha condotto, mediante un’imitazione consapevole, al pointillisme. Per quanto riguarda le applicazioni tecniche, su questo stesso principio si basarono prima la fotografia a colori di Joly (ottenuta grazie a un reticolo di linee parallele a tre colori alternati) e poi la fotografia a colori dei Lumière26, fondata su lastre cosparse di una miscela tricolore di granuli d’amido e successivamente entrata nell’uso comune*.




 [ *Ed io a lui:

 

Privilegiando nella volontà tradotta dell’artista una ‘luce’ con la quale miriamo un aspetto della stessa nella totalità dell’Opera compiuta da quando nato il pittogranma di cui futura parola, riducendo però la vastità della prospettiva evidenziata ad una tecnica figlia del suo e nostro tempo. L’evoluzione detta non scorre al....


(Prosegue...)








lunedì 22 novembre 2021

BOSCHI (24)

 























Precedenti capitoli:


La Natura modificata (22/3)


& UN LIBRO RITROVATO


Prosegue con i:


Boschi (25)







& Paesaggio & Memoria [26]








& 25 NOVEMBRE [27]








Il 14 gennaio 1791 grazie agli esperimenti nella Terra del Vermont del dott…

 

Abbiamo appurato quanto necessaria la tutela non solo del Bosco, inserito in un più vasto Paesaggio, ma quanto altrettanto vitale sia che tal Paesaggio - ammirato e disquisito - necessiti dell’evoluto ‘fattore umano’ (…imparando il Linguaggio anche da ciò che taluni ritengono ‘materia morta’ congiunta alla ‘bestia’...) nell’universale Principio adottato (e giammai alla fine), nel saperne valutare e sondare la profondità dell’Ideale unito all’antica volontà… conforme alla giusta autorità attribuita alla comprensione dell’estensione e limite del Dominio umano.

 

Come abbiamo letto ed appreso e non solo da questo Ambasciatore, anche Plutarco, infatti, fu tale nella sua Opera - stratificata alla precedente su cui costruito il discusso concetto di Storia -, ovvero ‘apostolo’ della propria ed altrui Epoca conformata nell’autorità del Dominio… Il ‘parallelismo’ da cui dedotta la corretta Via -, il corretto Sentiero -, ancora lo apprendiamo riflesso nel presunto beneficio o mantenimento della volontà di conquista.




Talvolta o troppo spesso non distinguendo l’alpinista dall’acrobata di Borsa; subordinati alla ‘vista’ la quale conferisce all’Anima estasiata non più ‘al di sopra’, ma inerente ed in accordo a quanto osservato, non più conquistatori dell’inutile, ma l’utilità del benessere che tal vista ispira nel tutt’Uno con la Natura e quanto ammirato.

 

Così distinguiamo e delineiamo l’Ambasciatore della Natura (compresa ovviamente l’umana), e la Storia del Bosco da cui deriva la suddetta Conquista, compreso il Sentiero sino alla celebrata Cima.   

 

Dio ovunque e in ogni luogo così ammirato per ogni sua Opera può dirsi sommamente pregato e in tal Pensiero rinato…




La Natura… compresa l’umana (derivata, quindi evoluta…) di saper conferire alle future generazioni che sopraggiungeranno, il Diritto di riconoscere il proprio ed altrui volto, inciso sia nel Bosco ammirato, per comprendere l’antico ‘parallelo’ Linguaggio (e non solo - superiore o inferiore - lignaggio stirpe della Terra, giacché siamo tutti figli di questa Selva e del Dio che così bella l’ha donata, dal Vermont sino all’Italia…); sia per constatarne l’oltraggio subito (la Storia ne è colma) di tanti troppi profughi, e non più abitanti bensì clandestini, che lo attraversano come bestie per la dovuta sopravvivenza circa l’improprio Dominio adottato.

 

La Natura ha mantenuto integro questo Equilibrio suggellato nel ‘patto’ del Diritto alla Vita (con le varie specie che la contraddistinguono senza estinzioni di massa o peggio ancora…), quindi il suo e nostro Principio, da cui apprendiamo e deduciamo anche ogni successivo ed improprio Dominio adottato.




Dacché ne deduciamo ancora, l’avidità umana comune fattore sin qui studiato oggettivata indistintamente sulla Natura, anche e soprattutto in quella dottrina politica avversa al principio democratico (lo abbiamo detto siamo contro il tiranno!) - inteso come valore adottato e non aggiunto - nella salvaguardia della Terra (e non solo l’armata Difesa dai nemici che in accordo con un altrettanto falso principio tendono a creare la guerra per l’economia e il presunto benessere che ne deriva. Vediamo constatiamo e raccogliamo ovunque i fenomeni naturali altrettanto simmetrici transitare da un bosco ad una riva e viceversa), la quale deve assumere Coscienza giammai rimossa del danno perpetrato, così come assistiamo e rileviamo circa il fenomeno del disboscamento.

 

Saremmo privi di Ragione e non all’altezza del compito sin qui intrapreso per l’intero cammino, se non distinguiamo il Bosco uniformemente ammirato, tanto quello che delimita un delicato Confine, dato da un presunto ‘equilibrio’ geopolitico, tanto quello dato e rilevato da un esperimento che ne conferisce il Diritto di essere ed appartenere al suo Linguaggio.




In entrambe i casi, come abbiamo letto, l’unica specifica rilevata sarà un generalizzato disordine dell’intero ecosistema studiato, e non più separato dalla nostra comune Terra.

 

Chi tende a privilegiare una determinata politica la quale per difettevole miope o cieca indole, tende e tenderà a mutare l’intero Ecosistema abdicato ad un proprio momentaneo beneficio, acquisito o sottratto, quindi dato da una approssimata summa economica ben seminata come coltivata, e privata del risultato da cui la Dottrina aspira (per Dottrina intendiamo l’universalità che questa sottintende nel beneficio dato, compresa ovviamente l’economica detta, non separata dalla Natura), non  all’altezza del proprio e altrui mandato, e neppure per questo, dell’intero Ecosistema da cui presunto Ambasciatore dell’approssimazione non confacente con l’Evoluzione, da cui, non per ultima, la Dottrina economica stabilirne propriamente o non i valori rimossi nel principio della vita per le future generazioni.




E se anche la stessa impropria dottrina adottata ne delinea l’impervio cammino verso la Cima, sarà solo la nota evolutiva circa il principio di conservazione della specie a smascherarne il fine.

 

Quindi il compito di Plutarco, come dei successivi parallelismi adottati fondamentale per la corretta funzione da cui la Storia assoggettato al tiranno. Di piccoli mediocri tiranni la Storia come la Natura ne è colma per ogni Sentiero che conduce alla stessa medesima Cima. Quindi mi ripeto, non siamo conquistatori dell’inutile, bensì dell’universale che attraverso essa l’Anima beneficia.   

 

Un profeta raggiunse tal Illuminazione all’Ombra rimossa di tal principio adottato d’una diversa presa di coscienza, e l’illuminazione che ne deriverà, rimossa la sua Dottrina, sarà la catastrofe per l’intero pianeta.




Ovvero l’uomo nel senso metaforico qui adottato, quale valido principio del Bosco non meno della Natura da lui modificata, deve prendere Coscienza del globale danno, quindi assumere in ogni luogo comportamenti atti a riconciliarne il valore e universale benessere della Pace, la quale, se la deducete nella quiete del Bosco (come della successiva Cima) privato della furiosa lotta, così come nei secoli di Dominio lo distinguiamo e tuteliamo, riflettendolo di conseguenza, nella civile armonia che tal senso ci ispira, derivata dal Secolare Linguaggio per la sua Ombra proiettata in ogni civile luogo, ove in suo nome tal principio dimora e non più impera.   

 

Ovvero, in cotal simmetrica preghiera da cui la materia della Scienza - compresa l’economica - riflessa nel Beneficio d’ognuno come Universale Dottrina, si impari e rifletta con dovuta Coscienza, così quando - il Bosco la Foresta - veniva arbitrariamente ed inconsapevolmente sottratta al beneficio da cui la Vita.  




Con il Tempo apprendiamo nella rinascita della comune Vita circa i valori mortificati essenziali per la stessa, così come l’Economia la quale - ha adottato e ancora adotta - tal forma impropria di momentaneo benessere. Ebbene Mursh, come prima di lui Plutarco, insegnano proprio questo, la necessità e parallela opportunità di lasciare ai futuri anelli dell'universale Albero da cui la Vita, le possibilità generazionali di poter godere il più a lungo della nostra comune capacità imprenditoriale simmetrica alla Natura, non dettate dai falsi principi egoistici di cui la Borsa tende a mutare il Bosco in antica bellicosa selva, ma Foresta ‘per e nel’ bene d’ognuno in cui leggere non più i morti per ogni tronco abbattuto, ma dagli anelli dedurre una Scienza precisa, e così imparare a rifondare le perse e mutate Stagioni d’una comune vita, ed universale appartenenza nella certezza d’una rinascita alla sua Linfa…

 

(Giuliano)     



    

 Vi sono buone ragioni per credere che la superficie della terra abitabile, in tutti i climi e le regioni che sono state dimore di popolazioni dense e civilizzate, fosse, con poche eccezioni, già ricoperta da una crescita forestale quando divenne la prima dimora di uomo.

 

Questo lo deduciamo dagli estesi resti vegetali - tronchi, rami, radici, frutti, semi e foglie di alberi -  spesso trovati abbinati con opere d’arte primitiva, nel terreno paludoso di distretti dove non sembrano esistere foreste all’interno del epoche attraverso le quali giungono gli annali scritti; è comprovato da antichi documenti storici, che le grandi province, dove la terra è stata a lungo completamente priva di alberi, erano coperte di boschi vasti e quasi ininterrotti quando furono conosciute per la prima volta dalla civiltà greca e romana.

 

Si possono annoverare tra le testimonianze storiche su questo punto, se non tecnicamente tra i documenti storici, antichi nomi geografici e terminazioni etimologicamente indicanti bosco o boschetto, così comuni in molte parti del Continente Orientale ormai del tutto spoglie di boschi - come, nel sud Europa, Breuil, Broglio, Brolio, Brolo; in Northern, Bruhl, e le desinenze -dean, -den, -don, -ham, -holt, -horst, -hurst, -lund, -shaw, -shot, -skog, -skov, -wald, -weald, -wold, -wood.




 E dallo stato di gran parte del Nord e del Sud America, nonché di molte isole, quando furono scoperte e colonizzate dalla razza europea.

 

L’influenza complessiva della Foresta sulla temperatura globale dell’intero pianeta abitato dall’uomo è fondamentale per ristabilirne un rapporto compromesso con la Natura e cicli delle stagioni da cui la Vita, nonché i benefici che da Lei derivano, circa il clima e la sua naturale stabilità - compresi ovviamente i frutti non solo materiali bensì spirituali - ovvero il linguaggio che da Madre Natura deriva, lo stesso antico linguaggio  che dobbiamo ristabilire odiernamente, dopo aver distrutto e modificato, con l’eccessivo inquinamento e disboscamento, il preesistente equilibrio irrimediabilmente mutato.   

 

Non è stato ancora possibile misurare, riassumere ed equiparare, l’influenza totale della Foresta, dei suoi processi e dei suoi prodotti, morti e vivi, sulla temperatura, e i ricercatori differiscono molto nelle loro conclusioni su questo specifico argomento. Sembra probabile che, in ogni caso particolare il risultato sia, se non determinato, almeno sicuramente modificato dalle condizioni locali che sono infinitamente variate, dacché odiernamente nessuna formula generale è applicabile alla questione, da me scientificamente riscontrata.

 

Solo il futuro saprà dirci se avevamo Ragione o torto!




La più importante influenza igroscopica oltre che termoscopica della Foresta è senza dubbio quella che essa esercita sull’umidità dell’aria e della terra, e questa azione climatica la esercita in parte come materia morta, in parte come materia vivente. Mediante la sua interposizione come una cortina tra il cielo e la terra frena sia l’evaporazione dalla terra, sia intercetta meccanicamente una certa proporzione della rugiada e delle piogge più leggere, che altrimenti inumidirebbero la superficie del suolo, e la restituisce all'atmosfera per espirazione.

 

Abbiamo mostrato che il Bosco, considerato come materia morta, tende a diminuire l’umidità dell’aria, impedendo ai raggi del sole di raggiungere il suolo ed evaporare l’acqua che cade in superficie, ed anche stendendo sulla terra un manto spugnoso che aspira e trattiene l’umidità che riceve dall’atmosfera, mentre, nello stesso tempo, questa copertura agisce in senso contrario accumulando, in un serbatoio non del tutto inaccessibile agli influssi vaporizzanti, l’acqua di precipitazione, che altrimenti potrebbe improvvisamente sprofondare in profondità nelle viscere della terra, o fluire da canali superficiali ad altre regioni climatiche.




Vediamo ora che, come organismo vivente, tende, da un lato, a diminuire l’umidità dell’aria assorbendone talvolta l’umidità, e, dall’altro, aumentare tale umidità riversando nell’atmosfera, sotto forma di vapore, l’acqua che essa aspira attraverso le sue radici. Quest’ultima operazione, contemporaneamente, abbassa la temperatura dell’aria a contatto o in prossimità del legno, per la stessa legge degli altri casi di trasformazione dell’acqua in vapore.

 

Come ho più volte detto, non si può misurare il valore di nessuno di quegli elementi di perturbazione climatica, innalzamento o abbassamento della temperatura, aumento o diminuzione dell'umidità, né si può dire che in una stagione, in un anno o in un ciclo fisso, lungo o breve che sia, si equilibrano e si compensano a vicenda. A volte, ma certamente non sempre, sono contemporanei nella loro azione, sia che la loro tendenza sia nella stessa direzione o in direzioni opposte, e quindi la loro influenza è a volte cumulativa, a volte conflittuale; ma, nel complesso, il loro effetto generale è quello di mitigare gli estremi del caldo e del freddo atmosferici, dell’umidità e della siccità.


(Prosegue...)








venerdì 19 novembre 2021

LA NATURA MODIFICATA.... (22)

 


















Precedenti capitoli:


Del paesaggio che muta (20/1)


Prosegue con....:


L'azione 'umana' (23)


& il racconto della 







Domenica: IL LIBRO RITROVATO








È noto a tutti coloro che si sono occupati della psicologia e delle abitudini delle razze più rozze e delle persone con intelletti imperfettamente sviluppati nella vita civile, che sebbene queste umili tribù e individui sacrifichino senza scrupoli la vita degli animali inferiori per la gratificazione dei loro appetiti e la fornitura degli altri loro bisogni fisici, eppure sembrano nutrire con i bruti, e anche con la vita vegetale, simpatie che sono molto più debolmente sentite dagli uomini civilizzati. Le tradizioni popolari dei popoli più semplici riconoscono una certa comunità di natura tra l’uomo, gli animali bruti e perfino le piante; e questo serve a spiegare perché l’apologo o favola, che attribuisce il potere della parola e la facoltà della ragione agli uccelli, ai quadrupedi, agli insetti, ai fiori e agli alberi…




Quello che sto per sottolineare non è esattamente rilevante per il mio argomento; ma è difficile ‘prendere la parola’ nella grande società mondiale di dibattiti, e quando un oratore che ha qualcosa da dire trova un varco all’orecchio del pubblico, deve sfruttare la sua opportunità, senza indagare troppo bene se le sue osservazioni sono ‘in ordine’.

 

Non danneggerò nessun uomo onesto sforzandomi, come ho spesso fatto altrove, di attirare l’attenzione degli uomini di pensiero e di coscienza sui pericoli che minacciano i grandi interessi morali e persino politici della cristianità, dalla spregiudicatezza delle associazioni private che ora controllano gli affari monetari, e regolano il transito delle persone e dei beni, in quasi tutti i paesi civili.




Più di uno Stato (e non solo) americano è letteralmente governato da corporazioni prive di principi, che non solo sfidano il potere legislativo, ma hanno, troppo spesso, corrotto anche l’amministrazione della giustizia. Il tremendo potere di queste associazioni è dovuto non solo alla corruzione pecuniaria, ma in parte a un’antica superstizione legale - fomentata dalla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel famoso caso del Dartmouth College - riguardo alla sacralità delle prerogative aziendali.

 

Non c’è una buona ragione per cui i diritti privati ​​derivati ​​da Dio e la stessa costituzione della società debbano essere meno rispettati dei privilegi concessi dai legislatori.




 Non va mai dimenticato che nessun privilegio può essere un diritto, e che gli organi legislativi non dovrebbero mai concedere una concessione a una società, senza espressa riserva di ciò che molti sani giuristi ora ritengono essere coinvolti nella natura stessa di tali concessioni, il potere di revoca.

 

Simili mali sono divenuti egualmente diffusi in Inghilterra e nel continente; e credo che il decadimento della morale commerciale, e del senso di tutti gli obblighi superiori a quelli di natura pecuniaria, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sia da imputare più all’influenza delle banche per azioni e delle imprese manifatturiere e ferroviarie, al funzionamento, insomma, di quello che è chiamato il principio di ‘azione associata’, che a qualsiasi altra causa di demoralizzazione. 

(George P. Marsh)

 

 



Le rivoluzioni delle stagioni, con le loro alternanze di temperatura e di lunghezza del giorno e della notte, i climi delle diverse zone, le condizioni generali e i movimenti dell’atmosfera e dei mari, dipendono da cause per lo più cosmiche, e di ovviamente, completamente al di fuori del nostro controllo. L’elevazione, la configurazione e la composizione delle grandi masse della superficie terrestre, e la relativa estensione e distribuzione della terra e dell’acqua, sono determinate da influenze geologiche ugualmente lontane dalla nostra giurisdizione. Sembrerebbe quindi che l’adattamento fisico delle diverse parti della terra all’uso e al godimento dell’uomo sia una questione così strettamente appartenente a poteri più potenti dell’uomo, che possiamo solo accettare la natura geografica come la troviamo, e accontentarci di tale suoli e cieli che lei spontaneamente offre.

 

Ma è certo che l’uomo ha reagito alla natura organizzata e inorganica, modificando, se non determinando, la struttura materiale della sua dimora terrena. La misura di quella reazione costituisce manifestamente un elemento molto importante nella valutazione dei rapporti tra mente e materia, nonché nella discussione di molti problemi puramente fisici. Ma sebbene l’argomento sia stato toccato incidentalmente da molti geografi e trattato con molta pienezza di dettagli riguardo a certi campi limitati dello sforzo umano e a certi effetti specifici dell’azione umana, nel suo insieme non ha effetti duraturi sul sapere, è stato oggetto di osservazione speciale, o di ricerca storica, da qualsiasi ricercatore scientifico.




Infatti, fino a quando l’influenza delle condizioni geografiche sulla vita umana non fu riconosciuta come un ramo distinto dell’indagine filosofica, non c’era motivo per perseguire tali speculazioni; ed era desiderabile indagare fino a che punto siamo, o possiamo, diventare gli architetti del nostro stesso luogo in cui dimorare, solo quando si sapeva come il modo del nostro essere fisico, morale e intellettuale è influenzato dal carattere della casa che la Provvidenza ha designato, e abbiamo modellato, per la nostra abitazione materiale.

 

È ancora troppo presto per tentare un metodo scientifico nel discutere questo problema, né lo è il nostro presente archivio dei fatti necessari con qualsiasi mezzo sufficientemente completo da giustificarmi nel promettere qualsiasi approccio alla pienezza dell’affermazione che li rispetti. L’osservazione sistematica in relazione a questo argomento è appena iniziata, e i dati sparsi che sono stati registrati per caso non sono mai stati approfonditi. Ora non ha posto nello schema generale della scienza fisica, ed è solo materia di suggestione e speculazione, non di conclusione stabilita e positiva.




Al momento, quindi, tutto ciò che posso sperare è di suscitare l’interesse per un argomento di grande importanza economica, indicando le direzioni e illustrando i modi in cui l’azione umana è stata, o può essere, più dannosa o più vantaggiosa nella sua influenza sulle condizioni fisiche della terra che abitiamo.

 

Non sempre possiamo distinguere tra i risultati dell’azione dell’uomo e gli effetti di cause puramente geologiche o cosmiche. La distruzione delle foreste, il prosciugamento di laghi e paludi, e le operazioni dell’agricoltura rurale e dell’arte industriale hanno, senza dubbio, teso a produrre grandi cambiamenti nelle condizioni igrometriche, termometriche, elettriche e chimiche dell’atmosfera, sebbene non siamo ancora in grado di misurare la forza dei diversi elementi di disturbo, o di dire fino a che punto sono stati neutralizzati l’uno dall’altro o da influenze ancora più oscure; ed è altrettanto certo che le miriadi di forme di vita animale e vegetale, che coprivano la terra quando l’uomo entrava per la prima volta nel teatro di una natura di cui era destinato a sconvolgere le armonie, sono state, per sua interferenza, molto cambiate in proporzione numerica, a volte irreversibilmente modificate nella forma e nel prodotto, e a volte del tutto estirpate.




 L’uomo non solo ha sovvertito le naturali relazioni numeriche di quadrupedi selvatici e domestici, pesci, uccelli, rettili, insetti e piante comuni, e anche di tribù ancora più umili di vita animale e vegetale, ma ha effettuato nelle forme, abitudini, nutrimento e prodotti degli organismi che soddisfano i suoi bisogni e i suoi piaceri, cambiamenti che, più che ogni altra manifestazione dell’energia umana, assomiglia all’esercizio di un potere creativo (ma in realtà è distruttivo).

 

Anche gli animali selvatici sono stati da lui costretti, attraverso la distruzione delle piante e degli insetti che fornivano il loro giusto alimento, a ricorrere a cibi appartenenti a un diverso regno della natura. Così un uccello della Nuova Zelanda, originariamente granivoro e insettivoro, è diventato carnivoro, per mancanza di provviste naturali, e ora strappa il vello dal dorso delle pecore, per nutrirsi della loro carne viva. Tutti questi mutamenti hanno esercitato un’azione più o meno diretta o indiretta sulla superficie inorganica del globo; e la storia delle rivoluzioni geografiche così prodotte fornirebbe ampio materiale per un volume.




La modificazione delle specie organiche mediante l’addomesticamento è un ramo della ricerca filosofica che possiamo quasi dire sia stato creato da Darwin; ma i risultati geografici di queste modificazioni non sembrano essere stati ancora oggetto di indagine scientifica.

 

La Natura, lasciata indisturbata, modella il suo territorio in modo tale da dargli una permanenza quasi immutabile di forma, contorno e proporzione, tranne quando è sconvolta da convulsioni geologiche; e in questi relativamente rari casi di squilibrio, si mette subito a riparare il danno superficiale, e a restaurare, per quanto possibile, l’antico aspetto del suo dominio. Nei nuovi paesi, la naturale inclinazione del terreno, i pendii e i livelli auto-formati, sono generalmente tali da garantire al meglio la stabilità del suolo. Sono stati graduati e abbassati o elevati dal gelo e dalle forze chimiche e gravitazionali e dal flusso dell’acqua e dai depositi vegetali e dall’azione dei venti, finché, per una generale compensazione di forze contrastanti, si è preparata una condizione di equilibrio che, senza l’azione principale, rimarrebbe, con poche fluttuazioni, per innumerevoli secoli.




Non occorre tornare molto indietro per arrivare a un periodo in cui, in tutta quella porzione del continente nordamericano che è stata occupata dalla colonizzazione britannica, gli elementi geografici quasi si equilibravano e si compensavano a vicenda. All’inizio del XVII secolo il suolo, salvo insignificanti eccezioni, era ricoperto di foreste.

 

Le foreste ininterrotte avevano raggiunto la loro massima densità e forza di crescita e, man mano che gli alberi più vecchi decadevano e cadevano, furono seguiti da nuovi germogli o piantine, così che di secolo in secolo non sembra essersi verificato alcun cambiamento percettibile nel bosco, tranne il lento, spontaneo succedersi dei raccolti. Questa successione non comportava alcuna interruzione della crescita, e solo poche interruzioni nella ‘contiguità sconfinata dell’ombra’, perché, nella costante crescita della natura non ci sono ‘evoluzioni distruttive, ma solo creative’. 




 Gli alberi cadono isolati, e l’alto pino è appena prostrato, prima che la luce e il calore, ammessi al suolo mediante l’asportazione della fitta chioma di fogliame che li aveva chiusi, stimolino la germinazione dei semi delle larghe -lasciava alberi che erano rimasti, aspettando questa benevola influenza, forse per secoli.

 

L’uomo ha troppo a lungo dimenticato che la terra gli è stata data solo in usufrutto, non per consumo, tanto meno per spreco dissoluto. La natura ha provveduto alla distruzione assoluta di ogni sua materia elementare, materia prima delle sue opere; il fulmine e il tornado, gli spasimi più convulsi anche del vulcano e del terremoto, essendo solo fenomeni di decomposizione e ricomposizione. Ma ha lasciato in potere dell’uomo sconvolgere irreparabilmente le combinazioni della materia inorganica e della vita organica, che durante la notte degli eoni aveva proporzionato e bilanciato, per preparare la terra per la sua abitazione, quando nella pienezza dei tempi il suo Creatore dovrebbe chiamarlo a entrare in suo possesso.




A parte l’influenza ostile dell’uomo, il mondo organico e inorganico sono, come ho notato, legati insieme da tali reciproche relazioni e adattamenti come sicuri, se non l’assoluta permanenza ed equilibrio di entrambi, una lunga continuazione delle condizioni stabilite di ciascuno in un dato momento e luogo, o almeno, una successione molto lenta e graduale di cambiamenti in quelle condizioni.

 

Ma l’uomo è ovunque un agente di disturbo.

 

Ovunque metta il piede, le armonie della natura si trasformano in discordie.

 

Le proporzioni e le sistemazioni che assicuravano la stabilità degli assetti esistenti sono rovesciate. Le specie autoctone vegetali e animali sono estirpate, e soppiantate da altre di origine straniera, è vietata o limitata la produzione spontanea, e la faccia della terra o è messa a nudo o è coperta da una nuova e riluttante crescita di forme vegetali, e da tribù estranee di vita animale.




 Questi cambiamenti e sostituzioni intenzionali costituiscono, infatti, grandi rivoluzioni; ma per quanto vaste siano la loro grandezza e importanza, sono, come vedremo, insignificanti in confronto ai risultati contingenti e non ricercati che ne sono scaturiti.

 

Il fatto che, di tutti gli esseri organici, solo l’uomo sia da considerarsi essenzialmente un potere distruttivo, e che eserciti energie per resistere alla quale la Natura, quella natura alla quale obbediscono ogni vita materiale e ogni sostanza inorganica, è del tutto impotente, tende a dimostrare che, pur vivendo nella natura fisica, non è di lei, che è di parentela più elevata, e appartiene a un ordine di esistenze più alto, di quelle che nascono dal suo grembo e vivono in cieca sottomissione ai suoi dettami.


(Prosegue....)