giuliano

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IL TOMO

lunedì 27 giugno 2022

27 GIUGNO (13)

 









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Circa alcune Lettere (11/10) 


Prosegue con: 


l'inquisitore (14)







Procedendo negli oscuri Lumi della Ragione, ovvero quand’essa illuminata dallo Spirito, oppure e al contrario, annebbiata e offuscata da una insana ortodossa coscienza senz’Anima e Ragione alcuna, ed approdando a Galileo, non posso e debbo trascurare, in funzione della stessa e come oscurata all’ombra di medesimo ‘oculo’, osservare chi osserva, e dall’insano morbo d’una vigilata Coscienza  ieri come oggi immutato nell’invisibile virulenza  dedotta con ugual telescopio, e porla, di conseguenza, al grado della sua ed altrui incontrastata condizione di limitata Ragione a cui la Natura costretta, in merito all’immutata contagiosità per ogni Elemento infettato nella purezza della propria incorrotta essenza.     

 

Sia nell’orbita di ogni assommata e più certa conoscenza, quanto nello Spirito di Natura che la presiede in medesimo Principio di ugual Universo dedotto e posto in successivo e più ordinato Fine di quanto Creato. 

 

Come voler intendere e dire in codesto procedere dall’apparente Caos della materia al moto stabile evolutivo definito dell’Universo osservato.

 

& da un labile involuto seppur moderno oculo del progresso dato…

 

Quindi ‘disquisendo’ in tale eretico contesto, non posso dimenticare e annoverare in uguali processi storici, a cui, sia l’Eretico dello Spirito come della Scienza posti in ugual moto da cui la ‘materia’, apparentemente opposti e avversi, seppur accumunati e ripagati da ugual moneta coniata da medesima storia qual solo tributo d’una corrotta verità sentenziata, perseguitati nella medesima volontà dello Spirito preesistente alla materia in cerca d’un più certo Universo e Dio.  




A cui l’Esilio della Ragione nonché dell’Anima che al meglio la edifica e crea, nei Principi a cui l’istinto, ugual istinto, tende a compiere un medesimo Sentiero tracciato nella Verità del Sacro, e la sacralità a cui la Natura sottomessa e costretta suo malgrado, per sempre perseguitata e naufragata.

 

Cosa intendiamo per ‘Sacro’ negli ‘opposti’ fondare la sintesi di un Idea data e conferita ‘in’ e ‘per’ merito della Natura, significa innanzitutto compiere un gesto di elevato grado di Giudizio a cui la Storia sottomette e costringe il proprio limitato pregiudizio, seppur riscattato da un apparente ‘moto’ della Memoria non immune dalla gravità della rinnovata odierna perseguitata Eresia sancire il vero e più certo Universo negato; coniato nei canoni d’una ‘parola’ in merito ad ugual ‘orbita’ adottata ma quantunque insufficiente ai limiti in cui costretti Ragione e Coscienza senza fede alcuna circa l’Universo della più vera e certa Natura.

 

In ciò conferiamo merito a Galileo circa distanza fra Scritture e Verità accertate e rilevata.

 

Quindi compiere una analoga Idea di Ragione anche là dove erroneamente si è cogitato - e si cogita ancora - circa il Dèmone antico dell’Eresia, quando ugual metro di Giudizio abdicato ad una ‘infallibile parola’ (o una Bibbia), dare una risultante non conforme alla summa del ‘verbo’ con cui - nostro malgrado - scritta e dedotta l’intera grammatica della Storia legiferata.




La quale in ambedue i termini (apparentemente opposti tra loro), crea dubbia sentenza sancita nella  impostazione d’una fallace Verità dedotta, o peggio, interpretata, e con cui scritta l’intera vicenda umana donde i nostri Frammenti d’una o più orbite dedotte e oscurate dai lumi d’una falsa ragione storica, a cui la Storia e la sottomessa Natura perseguitata. 

 

Seppure lo Stregone-Sciamano sembra lontano anni luce dal matematico-filosofo-astronomo, eppure ed in verità, l’Universo a cui entrambe fanno riferimento, è quello negato dello Spirito in cerca di ugual Dio nella e per ogni superiore Verità della Natura. Il quale Spirito, come disquisirebbe il Filosofo Giamblico, prefigura e presiede la ‘materia’ dell’Intelletto. Quindi elevare lo Spirito conforme ad una o più ‘orbite’ dedotte da ugual vicenda ‘storico-giudiziaria’ poste, seppur apparentemente distanti fra loro, in ugual medesimo Universo, significa innanzitutto elevarle e mai smembrarle (seppur talvolta raccolte in meteoritici Frammenti) nella giusta ‘osservazione’ a cui la gravità umana (senza alcun Dio) le ha costrette, tratte dall’oculo d’una ortodossa ‘parola’ presiedere l’Universo e Dio.




Abbiamo solo accennato tutto ciò che abbia significato, e che purtroppo nonostante Secoli e tomi di parole, significa ancora! 

 

Se questo sia confacente ad un ordine ‘universale-divino-matematico’, oppure e al contrario, immateriale e istintivo, solo il Sentiero del karma legato all’esistenza sancirà la Rinascita per ogni verità negata rapportata al numero della materia numerata (in cui si enumera e rinnova la medesima Storia), e a cui costretta per ogni nuova esistenza in cui la Vita si rinnova, in attesa di ricongiungersi definitivamente nella più elevata essenza da cui lo Spirito in cerca della Natura (circa il vero Dio) aspira l’Infinito.

 

Ovvero, seppure gli opposti sembrano procedere con logiche asimmetriche e inconciliabili tra loro, letti nella proporzione conferita dalla sacralità sancita dall’ordine divino, o immateriale Principio, comunque ricongiungersi alla materia universale da cui l’ordine osservato nato. Noteremo che, applicando cotal ‘decodificazione’ circa lo Spirito e la sua Eterna Infinita Natura, il Benandante si insidia al Principio del divino da cui conseguirà la forma dell’Universo successivamente osservato e dedotto dalla teologica matematica del numero calcolato e applicato porre i gradi d’un più certo Spazio ricavato nell’essenza della sua vera Natura.    





L’uno non può esistere senza l’altro, sono imprescindibili, e l’altro non sarebbe in grado di ‘osservare’ o ‘dedurre’ ciò che il primo proteso in ugual Spirito Divino divenire Universo della materia, coniato e costretto, però, da una ‘infallibile’, per come possa esserlo la fallace orbita dell’umana parola posta nell’interpretazione delle ‘profetiche’ Scritture stabilire l’Infinito e Dio. Nulla e materia. Forma e Universo. Spirito Coscienza e Intelletto. Dèmone e Dio. Verità e Eresia. Legge e Natura.

 

Gravitate nell’orbita della Storia…   

 

L’Universo a cui facciamo riferimento e il suo Spirito così come l’intera Natura sprovvisti di questo ‘infallibile’ dono, paradossalmente formare ed evolvere il simmetrico Universo dell’Intelletto gravitato nella ‘materia’ da cui l’uomo e il proprio Dio interpretato ad uso e consumo d’una fede malriposta nei gradi della sacralità da cui la Vita per sempre violata nei Principi come nei Fini ad immagine d’un Dio negato.

 

Se non fosse e come per sempre sarà l’eccentrica come geocentrica infallibile irreversibilità a cui costretta l’inumana vicenda estinguersi per propria limitata deficienza, e da cui opposti Universi rilevati e rivelati in conformità d’una più elevata e per sempre negata circolarità (storica) da cui la sfericità della Terra nonché la dedotta Memoria orbitata, seppur vaga eppur immobile raggira. Seppur perseguitata eppur divina nell’immobile raggirato nobilitato intento d’ogni giorno.

 

Seppur circolare eppure piatta per ogni rinnovato enunciato!




Se codesta ‘infallibilità’ viene contestata da una pur negata contrastata Ragione nell’immobile fine della materia, a cui il Divino o la Divinità estranea per sua profetica e più certa Natura, sorge il vero paradosso a cui, sia l’Astronomo come lo Stregone-Sciamano sovrintendono un profondo e più certo Universo, perseguitati ed accumunati non in Ragione del vero, bensì  nel Fine e mai sia detto Principio, a cui ogni Verità gravitata nel suo piccolo Universo di morta materia a cui costretta ogni più elevata Natura in cerca del suo Intelletto sottratta alla moneta d’un infallibile Dio… 

 

(Giuliano)  

 

 


 

 Il 27 giugno 1580, l’inquisitore fra’ Felice da Montefalco riprende la causa lasciata a mezzo dal suo predecessore, facendo comparire davanti a sé uno dei due… ‘benendanti’, Paolo Gasparutto

 

Costui dichiara di ignorare per quale motivo sia stato chiamato. Si è confessato e comunicato ogni anno dal suo piovano; non ha mai sentito dire che a Iassico ‘ci sia alcuno che viva da lutherano, et viva malamente’.

 

Allora fra’ Felice chiede ‘se lui sa o conosca alcuno che sia… strigone o benandante’.

 

Il Gasparutto risponde negativamente: ‘di strigoni non so alcuno, né anco di benandante’. E improvvisamente scoppia a ridere: ‘Padre no che io non so… io non sonno benandante, né la profession mia è tale’.

 

…Allora l’inquisitore comincia a bersagliarlo di domande: ‘ha mai curato il figlio di Pietro Rorato?’.

 

‘Il Rotaro mi ha chiamato’, dice Paolo, ‘ma io gli ho risposto di non saperne nulla e di non poterlo aiutare’.

 

‘Ha mai parlato di benandanti con l’inquisitore passato e con il piovano di Iassico?’.

 

Paolo dapprima nega: poi ammette, sempre ridendo, di aver affermato di sognar di combattere con gli stregoni. Ma di fronte alle domande incalzanti dell’inquisitore, che gli ricorda particolari dei suoi racconti di cinque anni prima, riprende a negare, tra continui scoppi di risa.

 

Chiede il frate: ‘Perché hai tu riso?’.




E il Gasparutto, inaspettatamente: ‘perché queste non sonno cose da addimandarsi, perché si va contra il voler de Iddio’.

 

L’inquisitore insiste, sempre più sconcertato: ‘perché se va contra il volere de Iddio interrogandosi di queste cose?’.

 

A questo punto il benandante si accorge di aver detto troppo: ‘perché se addimanda cose che io non so’, risponde, e ritorna sulla negativa…

 

Il giorno stesso viene interrogato l’altro benandante, il banditore Battista Moduco, detto ‘Gamba Secura’, nato a Tralignano ma abitante da trent’anni a Cividale. Anch’egli dichiara di essersi confessato e comunicato regolarmente, e di non conoscere eretici: ma, interrogato a proposito di ‘stregoni’ e ‘benandanti’, risponde tranquillamente: ‘de stregoni non so che ve ne siano alcuni; et de benandanti io non conosco altri che mi’.

 

Immediatamente fra’ Felice chiede: ‘che vuol dire questa parola benandante?’.

 

Il Moduco sembra pentirsi dell’incauta risposta e cerca di volgere la cosa in scherzo: ‘benandanti io chiamo quelli che mi pagan bene, vo volentieri’.

 

Tuttavia finisce per ammettere di aver detto a diverse persone di essere benandante, aggiungendo: ‘io delli altri non gli posso dire perché non posso andar contra il divin volere’.




Per quanto riguarda la sua persona il Moduco dichiara senza esitare: ‘Io sonno benandante perché vo con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè le quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo Spirito et resta il corpo; et noi andiamo in favor di Cristo (o de altri Profeti prima de Lui…) et li stregoni del diavolo, combattendo l’un con l’altro, noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo’.

 

Non è difficile immaginare lo sconcerto dell’inquisitore di fronte a questi benandanti, per tanti versi simili a veri e propri stregoni (sciamani…), che contro gli stregoni (diavoli avversi….) si atteggiano a difensori della fede di Cristo.

 

Ma il Moduco non ha finito: ‘et se noi restiamo vincitori, quello anno è abbondanza, et perdendo è carestia in quel anno’.

 

 Più avanti preciserà: ‘nel combattere che facciamo, una volta combattiamo il formento con tutti li grasami, un’altra volta li minuti, alle volte li vini: et così in quattro volte si combatte tutti li frutti della terra, et quello che vien vento da benandanti quell’anno è abondanza’

 

Il 24 settembre l’inquisitore fa condurre a Udine il Gasparutto, che non ha tenuto fede all’impegno (se ne scuserà affermando di essere stato malato) e lo fa incarcerare. Due giorni dopo il benandante viene nuovamente interrogato.

 

Finora i racconti del Moduco e del Gasparutto avevano mostrato un quasi assoluto parallelismo. A questo punto si ha uno scarto: il Gasparutto modifica la sua confessione in un punto essenziale, introducendo un elemento nuovo.

 

‘Io ho pensato di havere a dire la verità’, dichiara all’inizio dell’interrogatorio; e l’inquisitore che ripropone la domanda volta ad intaccare la cerniera ‘teologicamente’ più importante della sua confessione (“chi vi ha insegnato ad entrare in questa compagnia di questi benandanti?”) risponde inaspettatamente: ‘l’angelo del cielo… di notte, in casa mia, et poteva essere quattro hore di notte sul primo somno… mi apparse un angelo tutto d’oro, come quelli delli altari, et mi chiamò, et lo Spirito andò fuori… egli mi chiamò per nome dicendo: “Paulo, ti mandarò un benandante, et ti bisogna andare a combattere per le biade” Io gli risposi: “ io andarò, et son obbediente” ’.

 

Come interpretare questa variazione?


(Prosegue...)









venerdì 24 giugno 2022

VICISTI, GALILAEE (10)












Precedenti capitoli: 


contra un sol uomo... (9) 


Prosegue con: 


Lettere (eretiche) (11) 


  & il capitolo completo [12]







 

Ospite dell’ambasciatore di Toscana, circondato dai più illustri studiosi dell’Urbe, i padri gesuiti tennero in suo onore un’adunanza accademica alla quale vollero conferire particolare solennità facendo intervenire alcuni cardinali, e confermarono, se pure con qualche insignificante riserva, tutte le sue scoperte scientifiche; il papa Paolo V lo ricevette con benignità e ‘non comportò ch’egli dicesse pure una parola in ginocchioni’; alti prelati, aristocratici, ‘litterati’ vollero guardare col portentoso ‘occhiale’ il cielo e ascoltare la sua parola avvincente che dava incaute anticipazioni sulla vera struttura dell’universo.

 

Il cardinale Maffeo Barberini (il futuro papa Urbano VIII che poi lo perseguiterà sino alla morte e oltre) scrisse della ‘virtù ond’era ornato il signor Galileo’ e la sua ammirazione esprimerà in seguito in versi latini; l’austero cardinale Bellarmino, pur non accettando se non come ipotesi le nuove idee, non disdegnò d’accostare l’occhio al ‘cannone, overo, ochiale’ del ‘valente matematico’; e l’ammirazione generale veniva riassunta dal cardinale Del Monte in una lettera al granduca di Toscana, che concludeva: ‘se noi fussimo ora in quella Republica Romana antica, credo certo che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per onorare l’eccellenza del suo valore’.




Ma s’erano anche già destate le prime diffidenze dell’Inquisizione e i primi sospetti di eresia intorno all'irruente e ignaro innovatore, ché ‘la sua dottrina non dette un gusto che sia a’ Consultori et Cardinali del Santo Offizio… i quali, se Galileo si fosse trattenuto troppo a lungo a Roma, non arebbono potuto far di meno di non venire a qualche giustificazione de’ casi suoi’.

 

L’anno successivo (1612) pubblicò un ‘Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si, muovono’.

 

I moti della Terra erano però in disaccordo non solo con la dottrina aristotelica, ma anche col significato letterale di alcuni passi delle Sacre Scritture: e Galileo, attaccato nelle scuole e dal pulpito, prima di stendere la grande opera sul sistema del mondo si vide costretto a interpretare la Bibbia e a porre i limiti tra scienza e fede.

 

Come già aveva tentato Giordano Bruno, egli, in una lettera del 1613 al Castelli e poi, più ampiamente, in altra del 1615 a madama Cristina di Lorena, pose la sottile distinzione della doppia rivelazione divina della verità, l’una consegnata nei Libri Sacri, l’altra razionale: la prima, dominio della religione, da non interpretarsi nel significato letterale; la seconda, dominio della scienza, scritta in linguaggio matematico nel gran libro della natura.




 …Rivendicava così l’indipendenza della scienza dalla religione, il diritto alla libera ricerca scientifica.

 

 

                                            A DON BENEDETTO CASTELLI I IN PISA 

 

                                                                            (Firenze, 21 dicembre 1613)

 

 

 

Molto reverendo Padre e Signor mio osservandissimo, ieri mi fu a trovare il signor Niccolò Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio della Paternità Vostra: ond’io presi diletto infinito nel sentir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande che ella dava a tutto cotesto studio, tanto a i sopraintendenti di esso quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni; il qual applauso non aveva contro di lei accresciuto il numero de gli emoli, come suole avvenir tra quelli che sono simili d’esercizio, ma più presto l’aveva ristretto a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole anco tal volta meritar titolo di virtù, degeneri e cangi nome in affetto biasimevole e dannoso finalmente più a quelli che se ne vestono che a nissun altro.

 

Ma il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontar i ragionamenti ch’ella ebbe occasione, mercé della somma benignità di coteste Altezze Serenissime, di promuovere alla tavola loro e di continuar poi in camera di Madama Serenissima, presenti pure il Gran Duca e la Serenissima Arciduchessa, e gl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori D. Antonio e D. Paolo Giordano ed alcuni di cotesti molto eccellenti filosofi.

 

E che maggior favore può ella desiderare, che il veder Loro Altezze medesime prender satisfazione di discorrer seco, di promuovergli dubbii, di ascoltarne le soluzioni, e finalmente di restar appagate delle risposte della Paternità Vostra?




I particolari che ella disse, referitimi dal signor Arrighetti, m’hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale circa ’l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali, ed alcun’altre in particolare sopra ’l luogo di Giosuè, propostoli, in contradizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.

 

Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità.

 

Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a lddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future.




Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi all’incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti. Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli…

 

…Pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura.




Anzi, se per questo solo rispetto, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e indisciplinati, non s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi, attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole?

 

E massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata l’intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute. Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri.




Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl’interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario.

 

E chi vuol por termine a gli umani ingegni?

 

Chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile?

 

E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de’ quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità: e se cosi è, quanto maggior disordine sarebbe l’aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dire a redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni?


(Prosegue....)








martedì 21 giugno 2022

UN SOL UOMO VALE PER MILLE (8)

 









Precedenti capitoli: 


con la fine della.... (1/5)


& i cani di Mosca [6] 


Prosegue ove...:


Mille non valgono 


uno solo (9) 








n.b. il presente post fa 

esclusivo riferimento ad 

un personaggio storico

nonché scientifico,

e per quanto la storia italiana 

abbia contribuito al suo esilio, 

si prega di non offuscarne

o confonderne la Memoria 

con l'attuale odierna politica, 

non certo distante o dissimile, 

da un antico ed uguale processo 

storico..., rinnovato e adeguato, 

ai pur moderni seppur antiquati

termini di pregiudizio a cui ogni

Eretico costretto.... 

(con tutto il rispetto 

del Diritto violato)  

 

[l'Eretico perseguitato...]







Fin dai tempi più remoti l’uomo si era interrogato sulla possibilità di raggiungere il nostro satellite, venerato come una divinità benefica e feconda. Battezzata con il nome di Diana o Lucina, era raffigurata con cento mammelle dalle quali scendeva sulla Terra una linfa vitale.

 

Le leggende lasceranno il passo alla scienza il giorno in cui Galileo, dalle colline di Arcetri, appunterà sulla Luna il suo cannocchiale. Il suo “Sidereus Nuncius” è il primo saggio scientifico sugli astri e sulla Luna in particolare. Egli scrive:

 

‘Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare così da vicino’.

 

Ma dopo il primo attimo di stupita contemplazione, il fondatore della scienza moderna scruta con occhio disincantato la superficie increspata del satellite per darci la prima immagine non fantastica dell’astro delle notti e afferma...

 

‘non essere affatto la Luna rivestita da una superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra presentasi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde vallate, di anfratti’.




Le descrizioni di Galileo, che fornisce le prime ‘carte della Luna’, eccitano la fantasia dell’uomo e gli scrittori si sbizzarriscono a precorrere i tempi della grande conquista.

 

Ricordiamo che Galileo fu condannato dal Tribunale dell’Inquisizione nel giugno del 1633, in quanto ‘vehementemente sospetto d’heresia’ per aver difeso la tesi copernicana, cioè ‘tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture’. È costretto all’abiura, è forzato a giurare che per l’avvenire non sosterrà né a voce né per iscritto gli argomenti per cui è stato condannato, e che denuncerà all’Inquisizione chi lo farà.

 

Il suo Dialogo, ‘opera – nelle parole di Galileo – per i gesuiti più pericolosa per la Chiesa dell’intera riforma di Calvino e Lutero’, è posto all’Indice, e copie della sentenza e dell’abiura vengono inviate in tutta Europa, con l’ordine di dar loro la massima diffusione, onde servano da monito a studiosi e scienziati. Eventi che, come si voleva, segnano l’inizio del declino della scienza in Italia.

 

Se le parole ‘eppur si muove’ non vennero mai da Galileo pronunciate davanti ai suoi giudici, esse tuttavia ben compendiano la sua convinta adesione alle idee condannate e la determinazione a proseguire nella sua opera. Lo conferma il fatto che, a soli pochi giorni di distanza dalla condanna, a Siena, dove il papa gli ha consentito di essere ospitato dall’arcivescovo Piccolomini, inizia a stendere alcune parti del suo lavoro più importante, ‘Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze’, una sostanziale difesa delle nuove idee, pur senza alcuna esplicita menzione del sistema copernicano.




Leggiamo dall’Introduzione del Dialogo sopra i due massimi sistemi:

 

 

Serenissimo Gran Duca

 

 

La differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione.

 

Qual proporzione ha da uno a mille?

 

E pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo.

 

Tal differenza depende dalle abilità diverse degl’intelletti, il che io riduco all’essere o non esser Filosofo; poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento.

 

Chi mira più alto, si differenzia più altamente; e ’l volgersi al gran libro della natura, che è ’l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d’Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l’opera e l’artifizio.

 

La costituzione dell’universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt’altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell’intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e ’l Copernico furon quelli che sì altamente lessero s’affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all’opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch’io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio.

 

E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di vostr’Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce.

 

Accettila dunque l’A. V. con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero lo possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sè medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell’universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

 

Dell’Altezza Vostra Serenissima

 

Umilissimo e Devotissimo Servo e Vassallo

 

GALILEO GALILEI




Il terzo libro, il capolavoro retorico di Galileo – o, per usare le parole di Campanella, la ‘comedia filosofica’ –, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) porta in scena i tre interlocutori del Saggiatore, con ‘Salviati’ nei panni di Guiducci, ‘Sagredo’ in quelli di Cesarini, e Simplicio’ in quelli di Sarsi. Galileo rimane dietro le quinte, per manipolare gli attori nei loro disaccordi e nelle loro digressioni (commedie dentro la commedia, come le descrisse Salviati), e per ricevere le loro lodi.

 

Galileo, come direttore artistico, è il creatore di ingegnose fantasie, di capricci matematici, di un poema epico, di un insieme di storie. Sagredo chiede a Salviati di descrivere la curva di un corpo in caduta libera nello spazio; Galileo, mascherato, risponde con l’intelligente e assurda bizzarria; anche la natura è parte della mascherata. Il talento di Galileo per la commedia raggiunge il proprio apice nelle battute taglienti, nelle burle, nei giochi di parole, nei paradossi, nell’ironia, nella satira e nelle caricature grossolane del Saggiatore. Come se volesse indicare il suo livello epistemologico, Galileo inserì in quest’opera più citazioni da Ariosto di quanto non fece in qualunque altra sua opera.

 

L’editto del 1616 colpì i gesuiti tanto quanto colpì Galileo.




L’entusiasmo dei loro matematici nei confronti dell’astronomia telescopica si scontrò con la tendenza del loro preposito generale, Claudio Acquaviva, di vedere lo scontro sulle novità celesti come un secondo fronte nella lotta contro gli eretici.

 

È proprio vero: i generali combattono sempre l’ultima battaglia. Nel 1611 Acquaviva aveva preteso che le proprie truppe, particolarmente quelle nella zona di combattimento dell’aula, si attenessero alla filosofia di Aristotele così come era stata corretta da san Tommaso. Deluso dalla scarsa osservanza di questo suo ordine da parte del corpo dei gesuiti, che stava crescendo velocemente e velocemente andava diversificandosi (durante il suo regno passò da 5000 a 13 000 unità), lo rinnovò nel dicembre del 1613 in termini ancora più forti:

 

‘si ordina che chiunque insegni concezioni contrarie a San Tommaso o introduca nuove cose in filosofia per propria iniziativa, o prese da autori oscuri, le ritiri immediatamente’.

 

Come risulta dal caso di Grienberger, quest’ordine rese molto difficile ai gesuiti del Collegio Romano sostenere le idee di Galileo sui corpi galleggianti, per non dire la sua religione copernicana. Il decreto della Congregazione dell’Indice limitò ulteriormente le avventure degli astronomi della Compagnia di Gesú, scoraggiando qualunque riferimento positivo alla teoria copernicana e chi la difendeva.




I professori a conoscenza della situazione, che sentivano una responsabilità nei confronti della loro materia di insegnamento, si ritrovarono a vivere un dissidio doloroso. Tra il 1616 e il 1620, quando pubblicarono la prima edizione della ‘Sphaera’ dopo l’ultima curata da Clavio, i matematici della Compagnia cercarono il modo di rimanere fedeli sia al loro preposito generale, sia a ciò che dovevano insegnare.

 

Alcuni segnali indicavano che a Roma, nel 1624, il vento non aveva cambiato direzione: non si era volto a favore di Galileo. In autunno, durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico al Collegio Romano, molto seguita, il relatore principale paragonò i filosofi e i matematici indipendenti, che si ponevano al di sopra della tradizione, ai costruttori della torre di Babele: seminatori di confusione, uomini che anteponevano il soddisfacimento della propria vanità agli interessi della solidarietà dei cristiani.




Anni dopo in ginocchio davanti all’Inquisizione, Galileo aveva giurato di non dire o scrivere nulla sulla Terra in movimento o sul Sole fisso, ‘et contra’, a pena di essere nuovamente sospettato di eresia. A questa prescrizione Urbano aveva aggiunto, in un decreto che Galileo non aveva ricevuto ufficialmente, ‘et contra’, per impedirgli di scrivere contro il copernicanesimo – una misura diretta, forse, contro la sua proposta di aggiungere due ulteriori giornate al Dialogo per confutare le argomentazioni delle quattro giornate precedenti. Non aveva però l’obbligo di rimanere in silenzio su altre questioni, e già quando era ancora a casa di Piccolomini Galileo iniziò a pianificare la propria opera di meccanica, cosí a lungo rimandata. Continuò a lavorarvi, incoraggiato dagli amici e nonostante la perdita di alcuni manoscritti durante la loro rimozione preventiva da casa per mano di Bocchineri e di Aggiunti.

 

Leggiamo qualche suo appunto…




 Natura non intraprende a far quello che è impossibile a esser fatto;

 

Natura per indur nel mobile qualche grado di velocità lo fa muover di moto retto;

 

Natura non conferisce immediatamente un determinato grado di velocità, se ben potrebbe;

 

Natura non opera con molte cose quello che può con poche;

 

Natura prima fece le cose a modo suo, e poi fabbricò i discorsi degli uomini, abili a intenderle;

 

La natura e Dio si occupano nella cura degli uomini come se altro non curassero; 


(Prosegue...)