CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 6 giugno 2022

I NEMICI

 
















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Di una elevata 


condizione spirituale














Mentre camminavo nel deserto di questo mondo, mentre camminavo nel deserto, mentre camminavo nella città con le urlanti facce elettriche e le dense benzine del vento che m’abbacinavano e mi soffocavano quella sera d’inverno prima che l’Ovest morisse, io ricordavo i venti di quell’alto, bianco mondo che mi aveva generato e le facce di un milione di vermi silenziosi nell’andirivieni del cielo che stavano a guardare la placenta. Coloro che si urtavano nella luce letterata della città, che mi davano spallate e gomitate, che urtavano il mio cappello con le stecche degli ombrelli, che mi offrivano musica e fiammiferi, mi vedevano con i loro occhi di uomini  come una forma d’uomo che camminava. Ma toglietemi, dicevo loro silenziosamente, la lana e il cotone, il feltro e il cuoio. Io sono il più nudo e il più calvo tra la cima e la base, un aldermanno di spettri appeso alla catena dell’orologio e al portafoglio sul pavimento bagnato, il narratore di echi che si muove al tempo dell’uomo. Io tengo Belzebù per la barba, e le notizie del mondo sono nulla, i pettegolezzi e le dicerie del cielo bastano e son troppo per un’ombra che non getta ombra, dicevo ai mendicanti ciechi e agli strilloni che gridavano nella pioggia…




Una sottile connessione di due mondi ed epoche distanti fra loro c’è ed evidente. Una congiunzione fra una Scolastica ed una Surreale condizione di vita c’è ed evidente: il sottile anello della Poesia. Così fra eremiti profeti e visionari proseguiamo codesto Viaggio nel deserto il quale ci accomuna per chi crede in un diverso dispiegamento dell’intera materia. Per chi crede nella Verità della Vita. Per chi guarda il mondo con occhi da Folle ugual pazzo in cerca di Dio. A tutti gli altri porgo i più distinti saluti con annessi e connessi auguri giacché il loro Destino migliore, non tanto del mio, ma del ‘nostro simmetrico dire pensare e scrivere’ in questo Evo poco gradito non solo a Dio ma anche a tutti coloro che al meglio lo hanno restituito come un dilettevole pregiudizio in eccesso dell’inutile dovuto giudizio senza alcun Credo e Dio…




E a tutti coloro che affollano medesimi Sentieri e Vie braccate e perseguitate dalla Dotta Antica ignoranza di chi preferisce l’immagine qual abito alla dovuta moda rappresentato nascondere e celare più nobili ossa ali ed antico istinto assiderato - appassito - come un secco ramo ove appendere l’altrui sudario, rimembro la vista sollecito il frutto proibito nel duraturo dilettevole secolar pregiudizio in cui ognun nato, eccetto chi crede in un deserto di sabbia o di neve la differenza muta poco il Destino di chi nato parla dal Golgota del vostro Paradiso…





Era mattino sui verdi campi della valle di Jarvis, e Mr Owen strappava le erbacce dal sentiero del suo giardino. Un grande vento gli tirava la barba, il mondo vegetale ruggiva sotto i suoi piedi. Un falco si era perso nel cielo e gridava un richiamo alla compagna; ma la compagna non venne, e il falco volò verso Ovest con un dolore nel becco. Mr Owen, che si era rialzato per riposarsi la schiena e guardare il cielo, osservò com’erano nere le ali contro il sole rosso. Nella sua cucina piena di correnti d’aria Mrs Owen si affliggeva sulla minestra. Una volta la vallata ospitava solo gli armenti; i ragazzi delle fattorie scendevano dalle colline per sorvegliare le mucche; ma nessun straniero metteva mai piede nella vallata. Mr Owen, attraversando da solo la campagna, si era imbattuto in quella valle una sera di fine estate quando le bestie giacevano immobili sull’erba e il ruscello che la divideva stava mormorando sui ciottoli. Qui, pensò Mr Owen, costruirò una casetta ad un piano, nel mezzo della valle, circondata da un giardino. E, ricordandosi chiaramente la strada che aveva fatto lungo le tortuose colline, tornò al suo villaggio e alle domande di Mrs Owen. Accadde così che una casa a un piano costruita nei verdi campi e un giardino zappato, seminato e cintato con una bassa staccionata per tenere lontane le mucche dagli ortaggi.

Questo fu il principio dell’anno.





Ora l’estate e l’autunno erano passati, il giardino era fiorito ed era morto, e c’era la brina sulle erbacce. Mr Owen si chinò a pulire il sentiero, mentre il vento tirava indietro la testa delle erbe e faceva un oracolo di ogni bocca verde. Pazientemente, egli continuava a strangolare le erbe; le radici venivano su, sconvolgendo la terra che avevano intorno; gli insetti si affaccendavano nei buchi del terreno e, morendo sotto le sue dita, non lasciavano nemmeno una macchia. Egli divenne stanco delle loro morti, e ancor di più della caduta delle erbe.




Mrs Owen aveva lasciato la minestra incustodita sul fuoco per scrutare nelle profondità del suo cristallo. La palla divenne buia, poi si illuminò e fu riempita da un arcobaleno. Diventando calda come un sole, e raffreddandosi come una stella artica, brillava nelle pieghe del suo grembo dove lei amorosamente la teneva. Le foglie di tè rimaste nella sua tazza a colazione le avevano annunciato uno straniero vestito di nero. Che cosa le avrebbe detto il cristallo? Mrs Owen attendeva.




Su venivano le radici, e un verme attorcigliato, disturbato dal sondaggio delle dita, si contorse, cieco nel sole. A un tratta la valle riempì tutte le sue cavità con il vento, con la voce delle radici, con il respiro del cielo più basso. Non solo la mandragola grida; le radici divelte hanno i loro gridi; ogni erbaccia che Mr Owen tirava fuori dal terreno strillava come un bambino appena nato. Adesso nel villaggio dietro la collina il vento infuriava; i panni appesi nei giardini dovevano darsi a strane danze. E le donne con una forma nel ventre dovevano sentire un nuovo movimento chinandosi sulle tinozze fumanti. La vita continuava a fluire nelle vene e nelle ossa e nelle fasciante carne che aveva la sua stagione e il suo tempo come la valle che fasciava la casa con la sua carne d’erba verde.




La palla come una tomba aperta, rivelò i suoi morti a Mrs Owen. Ella fissò le labbra delle donne e i capelli degli uomini che si intrecciavano in un disegno geometrico sulla superficie del mondo di cristallo. Ma improvvisamente il disegno scomparve, ed ella non vide altro che le forme delle colline di Jervis. Un uomo con il cappello nero stava camminando per i sentieri delle colline e scendendo nell’invisibile valle. Se si fosse avvicinato ancora di più le sarebbe caduto in grembo. C’è un uomo con un cappello nero che cammina sulle colline, gridò al marito dalla finestra. Mr Owen sorrise senza interrompere il suo lavoro.




Fu a questo punto che il reverendo Davies smarrì la strada; era la prima volta in quella mattina, ma adesso l’aveva persa davvero e, turbato, si fermò sotto un albero. Un grande vento soffiava attraverso i rami, e una vasta terra verde-grigia si muoveva sotto di lui. Ovunque guardasse, le colline assalivano il cielo, e ovunque cercasse riparo dal vento, l’oscurità lo spaventava. Se proseguiva, il paesaggio diventava sempre più strano; si levava ad altezze mai sognate e poi ricadeva in una valle non più grande del palmo della sua mano. E gli alberi camminavano come uomini. Per una divina coincidenza egli raggiunse l’orlo del colle proprio mentre il sole raggiungeva il centro del cielo. Con il vasto mondo che  si cullava da orizzonte a orizzonte, egli si fermò, sotto un albero e guardò la vallata. Tra i campi c’era una casetta con un giardino. La valle ruggiva intorno alla casa e il vento si lanciava su di essa come un lottatore, ma la casa rimaneva immobile. A Mr Davies sembrò che la casa fosse stata presa in un villaggio da un grande uccello e posata proprio nel centro del tumultuoso universo.




Ma mentre scendeva faticosamente attraverso rocciosi sentieri, perse il suo posto nel cristallo di Mrs Owen. Una nuvola gli portò via il cappello nero, e sotto la nuvola camminava un fantasma vecchissimo, una forma fatta di aria con stelle congelate nella barba, e una mezzaluna per sorriso. Mr Davies non sapeva nulla di questo mentre le rocce gli graffiavano le mani. Era vecchio, era ubriaco del vino del mattino, ma il liquido che usciva dalle piccole ferite era sangue umano.




Neanche Mr Owen, con la faccia china a terra e le mani sul collo delle urlanti erbacce, seppe della trasformazione del cristallo. Aveva udito Mrs Owen profetizzare la venuta del cappello nero, e aveva sorriso come sempre sorrideva della sua fede nelle forze oscure. Aveva appena alzato gli occhi quando lei lo aveva chiamato e, sorridendo, era tornato al più chiaro e limpido richiamo della Terra. Moltiplicatevi, moltiplicatevi, aveva detto ai vermi disturbati nel loro scanalare, e aveva tagliato i vermi bruni in due perché le due metà potessero generare e spargere la loro vita sul giardino e uscire a contaminare i campi e i ventri delle mucche.




Mr Davies non lo sapeva. Vide un giovane uomo barbuto lavorare curvo nel giardino. La casa gli sembrò un grazioso quadretto, con la faccia pallida di una giovane donna alla finestra. E, togliendosi il cappello, si presentò come il rettore di un villaggio a dieci miglia di distanza.

State sanguinando, disse Mr Owen.

Le mani di Mr Davies, infatti, erano coperte di sangue. Quando Mrs Owen si fu occupata delle ferite, lo fece sedere nella poltrona vicino alla finestra e gli preparò una tazza di tè molto forte.




Vi ho visto sulla collina, disse, ed egli le domandò come avesse fatto, perché le colline erano alte e molto lontane. Ho buoni occhi, rispose la donna. Egli non ne dubitò. Erano gli occhi più strani che avesse mai visto. È tranquillo, qui, disse Mr Davies. Non abbiamo orologi, lei disse, e preparò la tavola per tre. Siete molto gentile, rispose lui. Noi siamo gentili con coloro che vengono da noi.

Egli si domandò quanta gente venisse in quella casa solitaria in mezzo alla valle, ma non espresse la domanda a voce alta per paura della risposta. Pensò che era una donna misteriosa che amava il buio perché era buio. Era troppo vecchio per interrogare i segreti dell’oscurità, e ora, con il vestito nero strappato e bagnato, e le mani sottili fasciate si sentiva più vecchio che mai. I venti del mattino avrebbero potuto abbatterlo, e l’improvviso cadere dell’oscurità renderlo cieco. La pioggia poteva passare attraverso il suo corpo come passa attraverso un fantasma. Sedeva accanto alla finestra, cauto e stanco, quasi invisibile contro i vetri e la stoffa della poltrona.





Presto il cibo fu pronto, e Mr Owen rientrò in casa senza lavarsi.

Devo dire la preghiera di ringraziamento?

Domandò Mr Davies quando furono tutti e tre seduti a tavola.

Mrs Owen annuì.

Iniziò un Pater, ma pur facendo finta di nulla, osservò udì e constatò che Mr e Mrs Owen avevano chiuso gli occhi. E noto che le labbra di Mr e di Mrs Owen si muovevano adagio, e il loro Pater rispondere ad una diversa inusuale metrica.  

Alla fine, Amen dissero tutti e tre insieme.

Mr Owen avido di cibo, si chinò sul piatto come si era chinato sulle piangenti erbe. Fuori dalla finestra c’era il corpo bruno della terra, la pelle verde dell’erba, e i seni delle colline di Jervis; c’era un vento che gelava la terra animale, e un sole che aveva bevuto tutte le rugiade dei campi; c’era la creazione che sudava dai pori degli alberi un apparente Nulla che faceva gelare il sangue al rettore Davies; ed i granelli di sabbia sulle lontane spiagge che si moltiplicavano sotto il rotolio del mare. Sentì sulla lingua il sapore amaro e agro-dolce d’un granello di senape; c’era un significato nella durezza della carne che mangiava e uno scopo nell’alzare il cibo alla bocca, pur Mr e Mrs Owen non avendo toccato neppure un atomo uno della carne appassita del piatto.




Mrs Owen non mangiava perché era stata riafferrata dalle antiche potenze e non osava alzare la testa per non mostrare il verde dei suoi occhi. Dal suono sapeva da quale parte il vento soffiava sulla valle; sapeva a che punto era il sole dalle ombre sulla tovaglia. Oh se avesse potuto guardare dentro il suo cristallo l’avanzare dell’oscurità su quella luce invernale! Ma un’oscurità invadeva il suo Spirito ingoiando la luce intorno a lei. Tutta la luce intorno a lei. C’era un fantasma alla sua sinistra: con tutta la sua forza ella tirò a sé l’intangibile luce che si muoveva intorno a lui e la mescolò al suo oscuro destino…




Mr Davies, come un uomo succhiato da un uccello, sentì la desolazione nelle proprie vene, e, in un dolce delirio, si mise a raccontare le proprie avventure sulle colline; parlò del freddo e del vento e delle colline che salivano e scendevano come antichi fantasmi armati che avevano un lontano tempo rinchiuso il suo Sogno. Si era perduto anche lui, disse, e aveva trovato un buio rifugio per ripararsi dalla tirannia del vento quanto da medesimi fantasmi vestiti di nero. L’oscurità, però, lo aveva spaventato, ed egli si era messo di nuovo in cammino, scosso come una barca in mare in tempesta. Ovunque andasse egli era sbattuto dal vento o spaventato dalle strette ombre che lo braccavano. Non c’era un posto ove un vecchio potesse andare, si lamentò. Amando la propria Università come la parrocchia aveva amato anche le terre che la circondavano, ma le colline gli erano mancate sotto i piedi e lo avevano scaraventato in aria. E, amando il suo Dio Unico, egli aveva amato l’oscurità come nell’antichità gli uomini avevano adorato l’invisibile buio da dove sapevano provenire. Ma ora le caverne erano piene di forme e di voci che lo deridevano per la sua vecchiaia.

Ha paura del buio, pensò Mrs Owen, del bellissimo buio, lo esorcizzi allora, rifletta il suo e nostro Principio.

Sorridendo, Mr Owen pensò, ha paura del verme della terra, della cupola nell’albero, del sudiciume vivente dell’intera materia!

Guardarono il vecchio Maestro che era più spettrale che mai. La finestra dietro di lui gli gettava una frastagliato cerchio di luce intorno alla testa.





Improvvisamente Mr Davies s’inginocchiò e si mise a pregare. Non riusciva a comprendere il freddo che aveva nel cuore né la paura che lo confondeva ma, pregando per esserne liberato, fissava gli occhi pieni d’ombra di Mrs Owen e quelli sorridenti di suo marito. Inginocchiato sul tappeto vicino alla tavola, fissava pieno di confusione la mente oscura e l’oscuro, rozzo corpo. Li fissava e pregava, come un vecchio dio assalito dal’ispirazione di antichi innominati dèi apparentemente nemici; e fu allora che osservando il corpo della donna scorse un qualcosa celato dall’abito come un oscuro sudario, come un tomo nascosto, come un abisso…


(Dyalan Thomas)












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