giuliano

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IL TOMO

giovedì 30 settembre 2021

LA PERCEZIONE DELLA REALTA', ovvero: VERITA' & MENZOGNA (47)

 


























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La percezione della realtà (44)  (45)  (46)


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Percezione della realtà (48)









L’eretico – dal punto di vista politico, morale, religioso, o estetico – era colui che rifiutava di tradire la propria coscienza. La sua visione si riassumeva nelle parole dell’inno revivalista:

 

Abbi il coraggio di essere come Daniele,

 

abbi il coraggio di essere indipendente;

 

abbi il coraggio di avere uno scopo fisso,

 

abbi il coraggio di farlo sapere.

 

Per aggiornare questo inno bisognerebbe aggiungere una negazione all’inizio di ogni riga.




Poiché è tipico del nostro tempo che coloro che si ribellano contro l’ordine costituito, o comunque i più numerosi ed esemplari tra di essi, si ribellino anche contro l’idea dell’integrità dell’individuo.

 

‘Avere il coraggio di essere indipendente’ è deplorevole da un punto di vista ideologico e pericoloso da un punto di vista pratico.

 

L’indipendenza dello scrittore e dell’artista viene erosa da forze economiche imprecisate e contemporaneamente minata da coloro che dovrebbero difenderla.

 

Ciò che è veramente in questione è il diritto di riportare gli eventi contemporanei in modo fedele, o almeno tanto fedelmente quanto lo consentono l’ignoranza, i pregiudizi e l’autoinganno di cui giocoforza risente qualsiasi osservatore.




Mentre scrivo tutto ciò, esseri umani altamente civilizzati mi stanno volando sopra la testa cercando di uccidermi. Non nutrono alcuna inimicizia verso di me come individuo, né io verso di loro. Stanno ‘solo facendo il proprio dovere’, come si dice.

 

Per la maggior parte, non ho dubbi, sono uomini di buon cuore e rispettosi della legge, che non si sognerebbero mai di commettere un assassinio nella vita privata. D’altro canto, se uno di loro riuscirà a farmi a pezzi con una bomba ben piazzata, non ne avrà il sonno rovinato. Sta servendo il proprio paese, il che ha il potere di assolverlo da ogni male.

 

Non si riesce a vedere il mondo moderno per come è se non si riconosce la forza preponderante del patriottismo, della lealtà nazionale. In certe circostanze può venir meno, a certi livelli di civilizzazione non esiste, ma come forza positiva non c’è nulla che possa eguargliarla. Al confronto, il cristianesimo e il socialismo internazionale sono fragili come fili di paglia. Hitler e Mussolini hanno conquistato il potere nei loro paesi perché sono riusciti a intuire questa verità, mentre i loro avversari non l’hanno fatto.




Osserviamo il tutto da un diverso punto di vista!

 

L’inverno fu freddo come quello che lo aveva preceduto e il cibo perfino più scarso. Tutte le razioni subirono un’ulteriore riduzione, eccetto quelle dei maiali e dei cani.

 

Un’uguaglianza troppo rigida, spiegò Piffero, sarebbe stata contraria ai princìpi dell’Animalismo. E comunque non gli era difficile dimostrare che agli altri animali, nonostante le apparenze, in effetti non mancava il cibo.




 Certo, si era ritenuto necessario ritoccare in via provvisoria le razioni (Piffero parlava sempre di ‘ritoccare’, mai di ‘ridurre’); ma in confronto ai tempi di Jones il miglioramento era enorme.

 

Leggendo le cifre con voce stridula e rapida, dimostrava dettagliatamente che ora avevano più avena, più fieno, più rape rispetto ai tempi di Jones, che lavoravano meno, che l’acqua potabile era di miglior qualità, che vivevano più a lungo, che la mortalità infantile era molto calata, che avevano più paglia in stalla e meno fastidi con le pulci.

 

Gli animali credevano a ogni sua parola.

 

A dire il vero, il ricordo di Jones e di tutto ciò che egli rappresentava era quasi svanito dalla loro memoria. Sapevano che adesso la loro vita era dura e austera, che spesso soffrivano la fame e spesso il freddo, che quando non dormivano, di solito erano al lavoro. Ma senza dubbio in passato la situazione era stata peggiore. Erano contenti di credere che fosse così. E poi a quell’epoca erano schiavi, mentre ora erano liberi, e in questo, come Piffero non si stancava di sottolineare, stava tutta la differenza.

 

(G. Orwell)




A poco più di 8 anni dal primo obiettivo climatico, in tema di sussidi ambientalmente dannosi nessuna vera novità concreta, nonostante un’estate alle spalle pesantissima sul fronte degli eventi climatici estremi tra caldo torrido, record europei e piogge intense che hanno portato ad alluvioni, esondazioni e frane.

 

L’unico cambiamento è quello dell’istituzione della Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi che, entro l’estate 2020, avrebbe dovuto produrre - dopo una consultazione pubblica del tutto discutibile nei modi e nei tempi - una proposta di eliminazione e/o rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi entro il 2030.

 

Si sarebbe anche dovuto aggiornare annualmente il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli, da parte del neo Ministero della Transizione Ecologica, fermo al 2019.




Tutti segnali che dimostrano come, sebbene il tema dei sussidi sia in qualche modo entrato nell’agenda politica del Governo, in realtà questo rimane ancora al palo, in attesa di politiche serie e concrete in grado di trasformare risorse e aiuti, spesso importanti dal punto di vista sociale, in una leva capace di dare nuova spinta alle imprese, alle famiglie e al nostro Paese.

 

Il tutto avviene mentre i dati parlano di un aumento della temperatura di 1,1°C e la ripresa economica post chiusura sanitaria ci mette di fronte ad andamenti e pericoli in termini di numero ed intensità degli eventi climatici estremi, di consumi energetici, di aumento, del 25%, tra il 2020 e il 2021 delle emissioni di CO2.

 

Tutti segnali che mettono a rischio la transizione energetica e il raggiungimento degli obiettivi climatici.




Sia chiaro, nessuno vuole togliere il sostegno a famiglie e imprese. Anzi, esattamente il contrario. È chiaro, infatti, che l’emergenza climatica in questi anni ha portato sviluppo e innovazione, vantaggi economici, sociali, sanitari che devono riguardare tutti, nessuno escluso.

 

Per questo è importante che tutte le risorse disponibili siano dedicate a misure che portino famiglie e imprese, grandi o piccole, ad investire in efficienza e rinnovabili. In altri casi, in cui sussistono difficoltà economiche, è necessario l’intervento dello Stato con fondi e misure studiate ad hoc.

 

Il tema dei sussidi è certamente un problema che non riguarda solo l’Italia.




Nel Mondo, infatti, ancora oggi, secondo l’International Energy Agency si spendono più di 500 miliardi di dollari a sostegno dei combustibili fossili che contribuiscono all’inefficienza, all’iniquità e alla produzione di esternalità negative, come l’inquinamento atmosferico e i problemi di salute.

 

Troppo pochi gli sforzi per eliminare o rimodulare i sussidi ambientalmente dannosi, eppure rimane un tema centrale e cruciale anche per sostenere il cambiamento dei diversi settori produttivi. Ritardare il taglio dei sussidi alle fonti fossili e ai settori inquinanti, infatti, vuol dire impedire l’innovazione di altre parti dell’economia, condannandole al fallimento o alla dipendenza da ulteriori aiuti statali. Oltre a tutte le conseguenze climatiche che l’IPCC ha ampiamente ricordato anche nell’ultimo rapporto sul cambiamento climatico.


Quello dei sussidi è un tema complesso, basta analizzare le 51 voci rilevate da Legambiente per un ammontare di 34,6 miliardi di euro inutilmente a sostegno di un sistema destinato al fallimento.




Parliamo complessivamente di 51 voci diverse di sussidi ambientalmente dannosi, per un costo di 34.573 milioni di euro, suddivisi tra il settore energia, il più numeroso con 24 diversi sussidi per complessivi 12,86 miliardi di euro l’anno, il settore trasporti con 15 voci e 16,6 miliardi di euro di sussidi tra diretti e indiretti, il settore agricolo con 5 voci e 3,1 miliardi di euro, quello edile con 528,8 milioni di euro l’anno e quello legato alle concessioni ambientali con 812,59 milioni di euro l’anno e 4 diverse voci da attenzionare di sussidi indiretti.

 

Forse il dato più interessante è che dei 34,6 miliardi complessivi, 18,3 sono eliminabili entro il 2025, perché parliamo di molte voci che oggi non hanno più senso di esistere. Come tutti i sussidi per il mondo delle trivellazioni, i fondi per la ricerca su gas, carbone e petrolio, ma anche le agevolazioni fiscali per le auto aziendali, il diverso trattamento fiscale tra benzina gasolio, gpl e metano. Senza dimenticare il Capacity Market per le centrali a gas e l’accesso al superbonus per le caldaie a gas. Tutte risorse che potrebbero essere rimesse in circolazione nel giro di pochi anni a favore della transizione energetica: rinnovabili, reti, efficienza, mobilità, bonifiche e molto altro.




 24 voci di sussidi, tra diretti e indiretti, per complessivi 12,9 miliardi di euro. Questa la stima di Legambiente sui sussidi che sono arrivati al settore Oil&Gas.

 

Tra questi i 498,94 milioni di euro destinati alle trivellazioni e della quale godono principalmente grandi aziende come Eni. Ma anche vecchie conoscenze e quasi in esaurimento come i CIP6 che ancora pesano per oltre 300 milioni di euro.

 

Agevolazioni fiscali e di iva. Riduzioni di prezzi e fondi pubblici per la realizzazione di infrastrutture del settore. Così come sussidi diretti alla ricerca per petrolio, gas e carbone. Una narrazione variegata di strumenti che mettono in evidenza, ancora una volta, il ruolo centrale delle fonti fossili, ma anche una mancanza di volontà politica nell’affrontare seriamente questo tema.




Tra queste, infatti, almeno 13 voci sono subito eliminabili entro il 2025, per un valore pari a 6,1 miliardi di euro. Gli altri 6,7 miliardi di euro di sussidi andrebbero, invece, rimodulati, in quanto strettamente connessi con settori strategici produttivi o di consumo. Come quelli delle isole minori, o delle aree geograficamente svantaggiate, o ancora la riduzione dell’iva per imprese e utenti domestici. Quest’ultima talmente tanto vecchia, anni ‘70, la cui efficacia andrebbe comunque rivalutata.

 

Risorse importanti che potrebbero essere destinate ad aumentare i fondi destinati alla transizione energetica, per assicurare in questi luoghi percorsi formativi e informativi, ma anche nuovi impianti basati sulle fonti rinnovabili, su accumuli e importanti politiche di efficienza energetica. Sviluppando politiche di rilancio socioeconomiche in quei luoghi fino ad oggi costretti a subire la presenza di impianti inquinanti e dannosi per la salute.

 

& ancora…




È ormai noto che il settore edilizio gioca un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici, contro l’inquinamento atmosferico e contro il consumo di suolo. Per questa ragione ogni strumento studiato e indirizzato al settore edilizio dovrebbe tenere conto di queste tre emergenze ambientali e contenere al suo interno parametri di sostenibilità che tengano in considerazione produzione energetica, efficienza, consumo di suolo, ma anche di utilizzo dei materiali per la costruzione e riqualificazione degli edifici.

 

Nonostante questo, sono 1.147,8 i milioni di euro, in forma di sussidi indiretti, destinati al settore e che impediscono o rallentano una vera innovazione del patrimonio edilizio. Nonostante il superbonus che consentendo l’accesso all’incentivo anche alle caldaie e pompe di calore a gas, di fatto contribuisce alla scarsa innovazione del settore, rendendo più difficile la lotta contro l’emergenza climatica.

 

(Dossier LegaAmbinte)










 


lunedì 27 settembre 2021

LA PERCEZIONE DELLA REALTA' ovvero, IL PATRIMONIO NATURALE (44)

 









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Circa la percezione...   (43)   (42)


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Percezione della realtà, ovvero, 


il Patrimonio Naturale (45)










& La percezione della realtà,


ovvero, LA CREAZIONE









Le riserve naturali sono rammendi, rappresentano il tentativo estremo dell’uomo di fermare il degrado del suolo, il consumo dell’ambiente originario. La forma più complessa e fors’anche dolorosa di astensione dall’operare come sarebbe nella propria ‘natura’:

 

selezionare, purgare, migliorare.

 

Talvolta questi rammendi sono tutela di quel che c’era una volta, di quell’altro mondo selvaggio e oscuro – la selva dantesca – che c’era sempre stato, talora invece si tratta di ri-creazione, ricomporre gli elementi basilari che occorrono per riavviare un’idea di mondo naturale.

 

Esempi del primo caso sono le foreste pluviali, esempi del secondo i giardini oggi storici, iniziati spesso da zero, dal nudo del mondo, dallo spogliato, da un’azione precedente di colui o coloro che hanno cancellato, rimosso, annullando la natura che in seguito si è andata ricercando, ridefinendo, ridisegnando.

 

Così è avvenuto nei parchi delle nostre regge, nelle selve castanili, nelle pinete e nelle abetine dove si coltivano i legni utili alla costruzione di strumenti musicali, e ancora nei boschi che soltanto nel primo Novecento sono stati travolti dalla furia cieca della guerra, abbattuti e ripiantati per le esigenze delle comunità montane.




La natura primigenia è rarissima, essa è stata relegata dalle nostre distinte e ripetute modernità a pochi scarni settori del paesaggio, la natura che ritorna a operare secondo natura invece molto più vasta, ma nondimeno, costantemente in pericolo.

 

Oggi come domani saremo chiamati a scegliere: se desiderare un futuro di padri e madri solitari, piuttosto che un mondo ancora ricco di biodiversità e ambienti naturali, accogliente e da lasciare in eredità ai nostri figli o ai loro discendenti.

 

Quando fisso il tramonto che si incendia in lontananza, fra le vette dei monti, le creste rocciose e gli ultimi avamposti delle conifere[1], mi chiedo se le balene popoleranno ancora gli oceani [2], se le farfalle tesseranno le loro trame sui prati estivi di grano e papavero, se le lucciole coloreranno ancora le notti d’estate, fra cinquanta, cento, o cinquecento anni.

 

Le foreste annose sventoleranno ancora negli occhi degli umani?

 

Dipende anzitutto da noi, da nessun altro dio minore del quotidiano.

 

(Il Principio Ideale, ovvero, T. Fratus, il Bosco è un mondo)

 

[i punti 1 e 2 evidenziati, di seguito esplicitati dalla umana realtà)




  

[1] LA REALTA’

 

26 agosto 2021 

 

I dati forniti dell’European forest fire information system (Effis) mostrano un’Italia assediata da incendi record: dall’inizio di quest’anno sono già andati a fuoco 158.000 ettari, una superficie equivalente alle città di Roma, Napoli e Milano messe insieme.

 

In Sicilia ad esempio, solo dall’inizio del 2021, oltre 78mila ettari sono bruciati, pari al 3,05% della superficie della regione, in Sardegna invece 20mila ettari sono bruciati causando l’evacuazione di centinaia di persone.

 

Una situazione nazionale gravissima, figlia – oltre che della crisi climatica in corso – di una politica senza scrupoli che, anziché puntare sul controllo e la prevenzione ha semplicemente pensato di ignorare il problema, cancellando una risorsa preziosissima come il Corpo forestale dello Stato e privatizzando de facto la flotta di canadair,

 

denuncia in un dossier Europa verde.




 ‘Sono passati vent’anni da quando una legge, fortemente voluta dai Verdi, ha introdotto il reato di incendio boschivo, eppure – si sottolinea nel documento – non si è fatto nulla per aumentare le iniziative di prevenzione e rafforzare il controllo del territorio.

 

Al contrario, con la riforma Madia del Governo Renzi, si è pensato di cancellare e militarizzare il Corpo forestale dello Stato, lasciando che si perdesse un patrimonio prezioso di esperienze e capacità. Il responsabile ha un nome e un cognome e noi non possiamo fare a meno di chiederci cosa stia facendo adesso, dalla sua poltrona al Senato, Matteo Renzi. E il Ministro Cingolani dov’è di fronte all’avanzare del fuoco e, di conseguenza, dell’inesorabile desertificazione del Sud Italia?’.

 

Oltre a un provvedimento che ripristini il Corpo forestale al di fuori del perimetro militare, da Europa verde chiedono di porre attenzione alla paradossale situazione che vivono troppi Comuni italiani, non dotati di un catasto incendi aggiornato.




La legge quadro in materia di incendi boschivi n. 353/2000 definisce divieti, prescrizioni e sanzioni sulle zone boschive e sui pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco prevedendo la possibilità da parte dei comuni di apporre, a seconda dei casi, vincoli di diversa natura sulle zone interessate. In particolare, la legge stabilisce vincoli temporali che regolano l’utilizzo dell’area interessata ad incendio: un vincolo quindicennale, un vincolo decennale ed un ulteriore vincolo di cinque anni. Inoltre, sulle zone boschive e sui pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco, è vietata per dieci anni la realizzazione di edifici nonché di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive.

 

Ma com’è possibile avere precisa cognizione dei territori da sottoporre a vincolo, se non c’è un catasto degli incendi aggiornato?

 

‘La questione che intendiamo sottolineare in questa nostra analisi – concludono nel merito da Europa verde – è rappresentata dal fatto che in molte regioni il dato del catasto non è aggiornato da anni. Secondo i dati forniti d l’Arma dei Carabinieri, solo nel 2020, il 44% dei Comuni non ha presentato la richiesta del catasto degli incendi. Considerando che nello stesso anno 53mila ettari sono andati in fumo nel territorio italiano per via degli incendi, quasi 25mila ettari non hanno ricevuto la tutela che la legge gli avrebbe garantito. Se abbiamo catasti fermi da anni significa che abbiamo centinaia di migliaia di ettari che non sono sotto tutela, e dove paradossalmente è consentita l’attività venatoria, è consentita l’attività di pascolo e, cosa ancor peggiore, sono consentite le attività di trasformazione urbanistica’.

 

(GreenReport)




COSA DOBBIAMO E POSSIAMO FARE 

 

Le foreste coprono oltre un terzo della superficie nazionale, svolgono un ruolo fondamentale per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, forniscono molteplici utilità ecosistemiche e possono contribuire allo sviluppo della bioeconomia circolare, in particolare nelle aree interne e montane.

 

La conservazione di questo prezioso patrimonio si deve incentrare su una gestione che tuteli la diversità strutturale e funzionale delle foreste, come premessa per la salvaguardia ambientale e per la valorizzazione del settore forestale e delle sue filiere nello sviluppo socioeconomico del Paese, nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030, del nuovo Green Deal europeo, della Strategia Forestale europea e di quella nazionale in corso di finalizzazione.

 

In questo scenario è utile fare il punto della situazione al fine di supportare efficacemente, tramite una base di conoscenze aggiornata e la prospettiva di adeguamento degli strumenti operativi, le esigenze dei molteplici portatori di interesse.




La salvaguardia del Capitale Naturale ha assunto negli ultimi anni un ruolo importante al livello planetario in quanto rappresenta la conservazione dell’intero stock di beni naturali includendo organismi viventi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche.

 

Negli ultimi anni ed in particolare con il 2021 inizia il periodo di 10 anni che dovrebbe sancire la sostenibilità del capitale naturale, facendo seguito a quanto sottoscritto nel 2015 da tutti i paesi del mondo con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’indicazione dei suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dei 169 target.

 

Ovviamente le foreste ed in generale gli ecosistemi forestali rappresentano uno dei punti chiavi del capitale naturale soprattutto in paesi come l’Italia che rappresenta uno dei principali “hot spot” dei cambiamenti climatici e il principale paese in Europa per ricchezza di biodiversità ed endemismi.

 

Per questo motivo il quarto rapporto sullo stato del capitale naturale ha rivolto grande attenzione agli ecosistemi forestali identificando alcune priorità per il prossimo futuro come quello di potenziare il contributo delle foreste italiane alla mitigazione dei gas climalteranti, puntando su una gestione sostenibile degli ecosistemi forestali e sull’adattamento ai cambiamenti climatici.




Si è anche sottolineato il ruolo al livello urbano della forestazione per supportare il miglioramento ambientale e per massimizzare i servizi ecosistemici sia nell’ottica degli obiettivi del Green Deal Europeo che del PNRR italiano che peraltro già prevede risorse specifiche al riguardo.

 

La gestione sostenibile delle foreste orientata alla massimizzazione della produzione di molteplici servizi ecosistemici (dalla produzione del legno alla protezione della biodiversità) richiede un gran numero di informazioni. Le principali tradizionali fonti di dati per la valutazione dello stato delle foreste sono gli inventari forestali nazionali, che si basano sull’acquisizione di dati di campo raccolti in un campione molto piccolo della superficie forestale totale.


(Prosegue...)









 

LA PERCEZIONE DELLA REALTA' (42)

 






























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Del patto alchemico (41)  (40)  (39)  (38)


Prosegue con la....:


Vostra 'parola' circa la realtà (43)








& una sua visione della stessa...









L’Essere nudo perciò non solo non è un limite esterno a me, ma non è nemmeno un limite esterno alla vita. Essere nudo è un limite interno alla mia vita. La strategia di questo discorso affronta dei luoghi nodali della tradizione filosofica, affronta l’argomento del Cogito cartesiano: penso dunque sono.

 

Derrida commenta la formula cartesiana dicendo che Descartes dice di essere pensiero.

 

Derrida dice invece di essere vita.

 

Dice di essere un vivente, un animale: ‘L’animale che dunque sono’. La vita che dunque sono. ‘Sono la vita’: l’animale è lo schermo e la cerniera di tale affermazione.

 

L’assenza di parola negli animali ci perseguita, ‘l’uomo è dopo l’animale. Lo segue. Questo dopo della sequenza, della conseguenza, o della persecuzione, non è nel tempo, non è temporale: è la genesi stessa del tempo’.

 

Il tempo non è l’ambito di scorrimento dei pensieri e degli atti degli uomini, ma il limite interno alla mia parola. Il tempo cioè occupa lo stesso luogo (?) del mio non sapermi che è in rapporto al mio essere vivente.




Il concetto di essere generato costituisce insieme il sorgere della responsabilità che è anche, al tempo stesso, colpa e debito. Fa parte della responsabilità come aspetto originario della vergogna e del pudore interrogarsi sull’animale in quanto parola.

 

‘L’animale, che parola!’

 

Derrida conia ironicamente il termine animot (ani – mot) come una modalità linguisticamente più rigorosa di nominare l’animale. L’animale infatti, diverso da me e fuori da me, si costituisce in quanto parola, ‘una parola, l’animale, un nome che gli uomini hanno istituito, un nome che essi si sono presi il diritto e l’autorità di dare all’altro vivente’.

 

Non c’è l’animale, ma ci sono dei viventi, in rapporto storico, con l’uomo. L’animale è una parola con cui l’uomo si assicura di un dominio su di sé.

 

Questa strategia di attraversamento dell’animale come parola, dell’‘animot’, è in grado di spiazzare radicalmente il clima culturale e il dibattito odierno sul rapporto tra l’uomo e l’animale, la questione della parola nell’animale.




 Tutti i filosofi che interroghiamo (da Aristotele a Lacan, passando da Descartes, Kant, Heidegger, Lévinas), tutti dicono la stessa cosa:

 

‘l’animale è senza linguaggio’.

 

O, più precisamente è senza risposta, intendendo per risposta qualcosa che si distacca precisamente e rigorosamente dalla reazione:

 

‘gli animali sono privi del diritto e della capacità di rispondere’.

 

E quindi anche di tante altre cose che sarebbero il proprio dell’uomo.

 

Gli uomini sarebbero innanzitutto quei viventi che si sono dati la parola per parlare univocamente dell’animale e per designare in lui quell’unico essere che sarebbe rimasto senza risposta, senza parole per rispondere. […] Dipenderebbe da questa parola, o forse si coagulerebbe in questa parola, l’animale, e gli uomini se la sono data con l’intento di identificarsi, di riconoscersi in vista di essere ciò che si dicono di essere, degli uomini, capaci di rispondere e rispondenti al nome di uomini.




L’animale in quanto ‘parola’ costituisce, nella logica di tale discorso, il punto e il mezzo identificativo della coscienza di sé.

 

L’animale in quanto ‘parola’, sottolineo, in quanto parola è lo strumento dell’identificazione come nominazione di sé. Non si dà la parola ‘uomo’, non si dà identità come uomo al di là della relazione strutturale con la parola animale. A quell’animale indicato dalla ‘parola animale’ è originariamente tolto, con questo atto, il ‘potere della parola’.

 

Preventivamente al fatto che l’animale non parla.

 

Che l’animale si ostina a non parlare.




Motivo della presente introduzione nella successiva differenza posta esplicitata come disquisita nei contesti della Logica, quindi della Filosofia, seppure indistintamente consumata dalla Parola, o meglio ancora, ‘masticata’ qual atto di improprio ‘consumo’ nella presunta differenza detta, per la sopravvivenza, ne più ne meno della differenza da cui la bestia, la quale anch’essa consumando con ugual appetito mai precipiterebbe l’umano nell’abisso colmato dal grido a lei offerto d’aiuto.

 

Di certo, immaginiamo la suddetta bestia soccorrerlo come al meglio può, pur digiuna comandata e confinata ai vari altari del tempio (ce ne sono tanti che abbiamo smesso di contarli); negli alternati tempi di cui eterna preda abdicata alla più dotta e mirata parola (mai sia detta ammirata, il pasto consumato all’hora del sacrifizio non comporta cotal basso istinto dell’arte confinata all’eremo rifugio della bestia, quando medita senza ‘parola’ alcuna l’intera Natura!).

 

Di certo conosciamo atti eroici in questo senso, da cui il sacrificio sottratto al sogno di Isacco.

 

Di certo, pur senza ‘parola’ alcuna, scrive i più bei esempi della civiltà - che al meglio o al peggio - vi contraddistingue e in qual tempo condanna, nell’eroico altruismo, nella violata purezza elevata sino al settimo cielo. Quello, per intenderci, più avvelenato e appestato qual frutto della ‘parola’ come dell’elevato ‘pensiero’ che la ispira.




Ed ove, se osservate bene, dotti principi e commedianti, in mancanza di quest’ultimo o primo Elemento appena detto, scorgono, o almeno intendono oppure sottintendendo, nel nuovo grado evolutivo che li eleva dalla povertà alla nuova ricchezza, il principio dell’abisso donato dalla stessa dotta ‘parola’, culminare o precipitare, dipende molto dalla prospettiva come dall’anamorfico disgiunto specchio di se medesimo, sino nella Terra più profonda d’un'infernale soffocato urlo.

 

Da cui le note Danze della Morte, contarne ed edificarne come l’affrescarne gesta e ultime glorie!

 

Immerse nella prospettiva divenuta icona, in quanto come abbiamo detto, pur non dicendo - ‘ovvero nulla’ - in quanto sprovvisti del diritto della ‘parola’ in quanto bestie, le quali assistono al compimento della prematura morte per sopraggiunto soffocamento, dato da una meteora senza anch’essa parola alcuna.   




La quale, non volendo, innesca antico dibattito, il quale dibattito coinvolge l’intera Natura e non solo umana, e dall’ ‘umano uomo’ percepita, intuita, cogitata,  rapportata ‘recintata’, nonché ‘confinata’ ad una determinata Filosofia o Teologia.

 

Quindi ed innanzitutto, scorgiamo la paradossale condizione umana, la quale principiando il diritto sulla Natura come la dovuta interpretazione del Dio che così l’ha pur creata, con tutto ciò che ne deriva circa la ‘divina parola interpretata’; e nel corso dei secoli, ovvero da quando dotato di Pensiero cogitante e parola, non meno del Verbo, ha quindi sentenziato sancito e scritto il proprio ed altrui delirante dominio.

 

Quindi ed ancora, il primo ‘assunto’ qual odierno quotidiano paradossale argomento dell’apostrofato Abisso, da cui l’Apocalisse e l’intera Natura priva di ‘parola’ alcuna nella lacuna in cui posta, sancita (paradossalmente) dalla stessa ‘icona’ (ovvero 'simbolo' assente all'atto della cogitata ‘parola’), confinare l’umano nel proprio ed altrui precipizio, da chi al di sopra della legge, come lo stesso Derrida paragona e congiunge (in ugual icona) il Sovrano con la bestia.




L’unione del filosofo nell’arguta interpretazione della Società nel tempo costruito per identico ugual intento di sopravvivenza, ci sembra la migliore definizione per inserirla a Ragione nell’odierno contesto.

 

Da cui l’uomo sovrano e la bestia!

 

Ovvero, rovesciando le successive considerazioni scritte in identiche prospettive nate da punti di fuga, circa ricchezza e povertà [di mondo], andremo a verificare, chi in realtà in povertà di mondo, e chi, al contrario, nella ricchezza pur senza parola o oro alcuno contarne il merito della differenza  [con la quale si èra soliti coniare e misurare nonché forgiare e stampare la stessa da cui opposta appartenenza].

 

Quindi, solo dopo le argute dotte argomentazioni dedotte ‘con e nella parola’, sancite nel diritto del Verbo, espresse con la Logica del Pensiero, cogliamo la marginalità dell’uomo nella percezione dell’intero Creato.

 

Quindi della vera realtà in cui confinato come una lucertola su una pietra opposta!




Quindi, ed ancora, ci domandiamo, e da animali non più intendiamo, qual uomini lupi e bestie esclusi dal dotto discernimento circa parola e pensiero abdicato ad una comitiva di coloni ubriachi, quanto, in verità e per il vero, l’uomo con il dono del pensiero come della parola percepisce intende e traduce quindi sottoscrive, la realtà del mondo intero.

 

Da noi povere bestie in ugual o diverso tempo osservato!

 

Sopra un albero, dentro una Selva, a volo d’angelo da una Cima, da un mare in odor di tempesta, dal fondo di una corrente ugualmente alternata la quale anch’essa mutata, dal nido riparo d’una roccia, dalla corsa d’un ungulato ucciso nell’istinto del primo pensiero, eretto alla sala del fiero ingordo paladino, adornare, incorniciato, l’icona della parola masticata!

 

Fors’anche abbrutita!

 

 Osservandolo di nascosto, dicevo e dico ancora, nelle coloniche profetiche apparizioni del nuovo èvo dato, ci sembra di scorgere l’animale che mai è appartenuto fors’anche nato o evoluto nell’intero contesto Creato.




Ovvero l’animale che mai siamo stati e diverremo, preferiamo l’assenza di parola come di ugual pensiero, e mai diverremmo ho appena detto e ripeto, secondo l’esempio dedotto e osservato.

 

Scrutando le alcoliche appestate viscere di quest’essere ci sembra di scorgere l’atto privo di pensiero comandato e dedotto da una impropria intelligenza artificiale ispirato, coniare tempo in procinto   dell’attentata Natura, la quale intimorita incarica parola.

 

Avendoli osservati come un animale privo della parola, da più accreditati ‘dotti’ sottratta, in nome e per conto della disquisita disuguaglianza, e pur disquisendo sulla stessa sostanza eretta o sorretta con illuminati retti principi d’un fine congiunto, e quindi come dicevo, in questo piccolo paese oppure bosco [circa ricchezza e povertà di mondo interpretata nonché applicata sancito dal principio della parola], oppure tana e non più riparo, senza diritto ad alcuna più elevata grammatica con la quale cementano - edificando - medesimo intento su ugual sentiero posto; ove mi trovo non avendo diritto alcuno alla esiliata parola detta, circa comune principio e differenza, in nome e per conto della più elevata Natura e Dio, pur senza il dio di chi impropriamente la dispensa oppure ne eleva lo spettro dell’umano demoniaco opposto principio alieno alla Terra, così come alla Parola.




 Giacché talvolta in taluni luoghi preferiamo il sublime superiore primo Silenzio qual vero esempio rispetto all’ingorda ubriaca elevata parola data da siffatto ingegno!

 

Paradossalmente coniugo infruttuoso ‘Verso’ nel principio comandato per incarico della stessa ugual ‘Natura-animale’, la quale sancisce l’enorme differenza fra chi posto nel superiore diritto della ‘parola’, con i propri proclami scritti nel sangue dell’Abisso in cui precipitato, motivo dell’urgenza nei termini disgiunti dalla stessa, posta non più nel detto ‘verso’ bensì nell’articolato linguaggio; qual reclamata improvvisa assommata calamità - quindi povertà - paradossalmente offerta dall’unione degli Elementi (da cui anche la bestia) ‘sacrificati’ qual vera e sana ricchezza mal interpretata nutrire la ‘parola’.

 

 E purtroppo condannati alla povertà assoluta.

 

La quale (umana) ‘parola’ - altresì - lo distingue dal suo stesso ‘oggetto-soggetto’ ‘assoggettato’ non cosciente di se medesimo; così come, in paradossale verità ivi esposta al rancore della futura ‘parola’, poste entrambe nell’Essere del Tempo contato coniato e numerato in cui quest’ultimo (uomo) precipitato.




Ovvero, il mondo da cui proviene assoggettato all’istinto dell’elevata ‘parola’, il quale si consegna alla disgrazia del nuovo congiunto ‘verbo’ del tempio, scritto nell’unanime baratro di ciò che in grazia della stessa (‘parola’), evoluto; e chi, al contrario, - nella differenza - senza ‘parola alcuna’, povero di mondo!

 

Dacché ci sorge la certezza di ciò con cui definito, sottratto alla Logica del Pensiero e della Parola, di cui l’odierna umana superiorità per ogni Natura; in realtà ben al di sotto circa la dovuta percezione del mondo, ovvero di ciò da cui moneta e dominio nei secoli fagocitati per ogni Elemento della stessa, derivanti dall’impedimento espresso nei termini di ‘pensiero e parola’.

 

Quindi nell’essere ed appartenere al mondo strato su strato, elemento su elemento, dall’Alto dell’Universo, sino al mare più profondo; ove se non più cammina nuota come l’antico comune antenato da cui derivata presunta parola, può rinascere delfino e vedersi allo specchio di un delirante destino, mentre lo stesso animale lo attende con l’arpione uncinato del proprio pensiero macellare ciò che intendiamo qual Viaggio terreno.

 

Medesimo Viaggio di Ulisse.




Il quale però, l’uomo cieco per sua Natura e senza percezione alcuna della realtà, ma colmo della 'poesia' della propria dottrina, macella ogni Ulisse il quale nel perenne Viaggio della Parola, pur non essendo da Nessuno cogitata o dedotta neppure cantata, ne fa’ fiero macello in nome delle più antiche odi di guerra, sia contro se medesimo, come della più nobile patria di cui più nessuna Natura udita o cantata.

 

Questo di certo uno dei tanti esempi, per non parlare di coloro che intonano digiunata appestata Poesia, i quali anche loro come Ulisse si accingono al lungo Viaggio in alto nei pregati e congiunto cieli di Adamo, scorti da moderne parabole a portata di bestiale mano, i quali pur recitando elevato Pensiero nella certezza dell’inspiegabile direzione del Tempo (dall’umano non ancora capito ne intuito), da un procio [chiamarlo con il suo nome ci pare cosa conveniente] viene colpito nell’atto della retta Natura superiore alla capacità eterna mira dell’uomo.

 

Intento della comandata Parola, così come spesso avviene nell’uccisione di medesimi antenati derivati in ugual gesto condiviso, uccisi dalla congiura della parola, abdicata all’arma del nuovo litico strumento.




 Oggigiorno il problema non risiede più nel Pensiero e Parola, giacché l'intero motivo scritto nel paradossale fine ed intento, cioè tacitare chi al meglio la interpreta e traduce alla colonica insana condizione umana senza alcuna percezione della realtà circa il Mondo.   

 

Dunque ci sembra l’umana condizione della stirpe per sempre cantata, molto più vicina alla bestialità di quanto il pensiero cogitato o su circuito artificiale comandato o barattato alla moneta dell’odierno tempo travasato nel tempio del dio denaro, impropriamente lo eleva; non avendo percezione e concetto dello stesso in falsato rapporto alchemico, di ciò che più comunemente definiamo puro oro, e ciò e al contrario, lo ‘sterco’ con cui viene concimata e seminata nonché edificata ogni Terra.

 

L’odierna umana povera percezione raccoglie hora ogni suo frutto seminato!

 

 Ben al di sotto dell’essere ed appartenere al mondo, in tutti i gradi della stessa che nei secoli si sono attribuiti nell'uso della parola; mi escludo in quanto animale da cotal paradossale esempio di odierna disuguaglianza sociale, in cui il distinto colono si differenzia nell’ubriaca molestia d’ogni giorno. (Giuliano; si prenda nota!)  ]  


(Prosegue...)