CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 12 settembre 2021

RACCONTO DELLA DOMENIA DEDICATO AGLI IROSI MOLESTI (23)

 




























UBRIACHI! (24) 


Precedenti capitoli...


Della Domenica...: 


(con una confessione...)


Tal dire prestato dal 










Signor Montaigne


& gli ubriachi... (24)








Avere dei confinati vicini in perenne stato d’alcolica ebbrezza, ovvero ubriachi di notte come di giorno, dall’alba al tramonto, dalla prima alla dodicesima hora d’ogni Secolo, rimembrato nonché appestato dal fiato alcolico di ‘popolari populisti leghisti’ eletti nobili cavalieri del popolo; ed in ogni hora accompagnati non men che reclusi dalle consumate sorti al degrado esposte della pubblica decenza - di cui vanno fieri - quali paladini del più retto saggio e cristiano giudizio (senza alcun Dio), additando e apostrofando, ed in qual tempo confondendo ragione e saggezza, barattata al nettare dell’alcolico ubriaco giudizio per ogni bar e osteria qual miglior chiesa ove purgare Dio; partorisce futura nazional progenie di valenti onesti e più che votati molesti calunniatori nonché dotti ciarlatani, della legge come della uguaglianza che al meglio la contraddistingue.


O dovrebbe!

 

Va da se che le strade più che annebbiate, oltre dall’industrioso quotidiano veleno distribuito per ognuno, anche dall’umida velata nebbia che sgorga dal conseguente sudore il quale nasce e sorge da  giudizio offerto assieme alla solenne promessa di ortodosso castigo, avversa ad ogni più elevata Ragione ben al di sopra di ciò che con difficoltà intendono.

 

E restituiscono al precoce vomito da cui Dionisiaco comizio!  




Rappresenta nella sfortuna, un netto filosofico vantaggio nel degrado conseguito, per l’ispirata sobria intelligenza, che tali ‘nobil uomini’ ci ispirano, giacché c’è molto da imparare da un semplice ubriaco non ispirato alla divinità della Natura.

 

L’intero corpo ammirato un arazzo, il quale di naturale presenta solo i colori di tatuaggi ben incisi con cui dipinge ognuno per ogni alcolico insulto privo dell’elevato traguardo della parola, al pari del nativo cannibale suo eterno nemico!

 

Tutto ciò ispira e rivolge la nostra attenzione, posta nella differenza, verso le magnifiche tinte e note di Madre Natura per ogni superiore bestia al naturale della fierezza di colori con cui ispira ed eleva la sobria umile Ragione.

 

Ci asteniamo, quindi, di porla al rogo di cui la vera bestia ne fa pasto, accompagnato e dilettato dall’elevato spirito - qual unanime esempio - così nutrito; il tutto condito nella futura botte ove dispensato e poi distribuito, e di cui se osservate bene, noterete inciso solo l’araldo qual motto che lo contraddistingue: codice a barre con cui andrebbe differenziato nella stiva ove l’intera ciurma si diletta al gioco della caccia di ciò cui superiore Madre Natura… eterna vittima!




La sua ubriachezza è tanto idiota e molesta che nell’osservarla v’è molto da imparare, nonché argomentare, circa il regno dell’umana conoscenza - o più elevata negata intelligenza - rivolta agli insegnamenti della più sobria e modesta Natura.

 

Soprattutto poi, quando lo stesso umano si dedica a ragionamenti arguti, nel voler dimostrare cioè, con nota e unanime disappunto, che lui all’elevato grado alcolico è la migliore botte della corte nordica riunita ed assisa.

 

Quindi, l’assistere a codesti sproloqui conditi con ingiurie, e successive suggerite calunnie (giacché di naturale sussiste poco in codesto ubriaco intelletto), successivamente votate dal popolo ubriacato alla stesso identico grado di elevata gradazione alcolica, ci conferiscono il vero grado di conoscenza unito nella comunione della religiosa mensa.

 

La quale, di conseguenza, dispensa e giammai meditata cogitato pensiero rivolto verso un più profondo pensiero inerente al vero, ma la più elevata calunnia alcolica disgiunta da ogni verità conseguente al giusto circa il miglior e buon governo d’ognuno…

 

Per cui signor ubriachi e - cari amici – vi saluto in questa dedica alla vostra magnifica votata congiunta molesta sbornia al limite dell’idiozia…  

 

E vi ricordo per ogni minaccia offerta…




 ‘Tiranno, non perdere tempo. Io sto benissimo. Non sento dolore. Non avverto i tormenti con i quali mi minaccia.

 

È questo tutto quello che sai fare?

 

Tu subisci la mia fermezza più di quanto io soffra per la tua crudeltà.

 

Sei un vile.

 

Mentre ti arrendi, io mi rafforzo.

 

Non sei capace di farmi piangere, di piegarmi e costringermi alla resa?

 

Incita i tuoi carnefici.

 

Stanno cedendo, non ce la fanno più. Armali, aizzali!’.




 Nell’uomo dominano la varietà e la differenza. Per gli stoici i vizi sarebbero tutti uguali, ma in realtà non è vero. Non si può credere che chi ha oltrepassato un limite di cento passi, Al di là e al di qua del quale non può trovarsi il bene, non sia peggiore di chi ne è solo a dieci passi. Non si può neanche dubitare che il sacrilegio sia peggiore del furto di un cavolo del nostro orto:

 

e la ragione non ci convincerà che rubare i cavoli nell’orto di qualcuno sia lo stesso che rubare di notte nei templi degli dèi.

 

Tra queste azioni c’è una diversità pari a quella che esiste tra qualunque altra cosa. Confondere la gerarchia e la misura dei peccati è rischioso. Gli assassini, i traditori e i tiranni ne trarrebbero un vantaggio eccessivo. Non è giusto che la loro coscienza si consoli per il fatto che qualcun altro è ozioso, dissoluto o meno costante nella devozione. Ognuno mette in rilievo il peccato del suo compagno e tende ad attenuare il proprio. Secondo me, spesso anche i maestri li classificano male. Come diceva Socrate, il compito principale della saggezza è distinguere i beni dai mali. E anche noi dobbiamo dire lo stesso della scienza di distinguere i vizi, che non risparmiano nessuno, neanche il migliore. Senza questa scienza, che dev’essere rigorosa, resta vago e ignoto chi sia malvagio e chi virtuoso.

 

Ora, l’ubriachezza mi sembra, fra gli altri, un vizio gretto e brutale perché lo spirito non vi gioca un ruolo significativo. Ci sono vizi che, per così dire, sono più generosi. Altri richiedono scienza, perizia, valore, prudenza, abilità e acutezza. L’ubriachezza, invece, è carnale e terrena. Per questo è tenuta in considerazione solo dai popoli più gretti. I vizi alterano la mente. Ma l’ubriachezza la sconvolge, oltre a stordire il corpo:




quando la potenza del vino si è impossessata dell’uomo, i suoi arti si fanno pesanti, le sue gambe impedite lo fanno barcollare, la sua lingua si irrigidisce, la sua intelligenza si dissolve, il suo sguardo fluttua; poi comincia a gridare, a singhiozzare e a imprecare.

 

La condizione peggiore di un essere umano è quella in cui perde la conoscenza e il dominio di sé. Tra l’altro si dice anche che, allo stesso modo in cui il mosto che ribolle in un tino butta verso l’alto tutto quello che si trova al fondo, il vino faccia venire a galla tutti i segreti più intimi di chi ne ha bevuto troppo.

 

Sei tu che fai svanire gli affanni e i pensieri segreti della gente seria nella gaiezza di Bacco.

 

Giuseppe racconta che indusse a parlare un certo ambasciatore inviatogli dai nemici facendolo bere oltre misura. Lucio Pisone, conquistatore della Tracia, non tradì mai Augusto, che pure gli confidò le sue faccende più intime, né Tiberio venne tradito da Cosso, a cui rivelava tutti i suoi pensieri, anche se entrambi erano talmente devoti al vino da dover essere spesso trascinati via dal Senato ubriachi,

 

Come al solito, con le vene gonfiate dal vino.

 

Il progetto di uccidere Cesare fu confidato con pari sicurezza a Cassio, astemio, e a Cimbro, spesso ubriaco. E questi rispose argutamente: ‘Come potrei reggere un tiranno, io che non reggo il vino!’. I tedeschi annegano nel vino, ma si ricordano della loro casa, della parola e del loro grado:

 

Non è facile vincerli, ebbri come sono, e balbettanti, e barcollanti sotto l’effetto del vino.




 Non avrei mai creduto che vi fosse un’ebbrezza così marcia, radicata e profonda se non avessi letto di Attalo, il quale invitò a cena Pausania per fargli un affronto straordinario. Questi, con il medesimo pretesto, aveva ucciso Filippo, re di Macedonia, che con le sue qualità testimoniava la bella educazione che aveva ricevuto in casa di Epaminonda. Attalo lo fece bere fino a che, senza che Pausania se ne accorgesse, proprio come si fa con il corpo di una puttana da quattro soldi, la sua bellezza fu data ai mulattieri e a molti altri intimi servitori della casa.

 

Una signora che stimo e apprezzo particolarmente mi disse che vicino a Bordeaux, verso Castres, abita una vedova che tutti avevano sempre considerato casta. Avvertendo alcuni sintomi, diceva alle sue vicine che, se avesse avuto un marito, avrebbe pensato di essere incinta. Quel sospetto si faceva di giorno in giorno più fondato ed evidente. Così la donna giunse al punto di far dichiarare dal pulpito della sua chiesa che, se chi aveva provocato questo fenomeno avesse confessato, lo avrebbe perdonato, e se gli fosse piaciuto lo avrebbe anche sposato. Un giovane contadino, un suo garzone, si sentì incoraggiato da questa dichiarazione. Confessò di averla trovata, un giorno di festa, dopo che aveva bevuto in abbondanza, immersa in un sonno profondissimo accanto al focolare. Vista la posizione così sconveniente non aveva potuto fare a meno di approfittarne senza svegliarla. Si sono sposati e vivono ancora insieme.




L’antichità non ha condannato molto questo vizio. Parecchi filosofi, nei loro scritti, ne parlano con molta indulgenza. Persino alcuni stoici consigliano di abbandonarsi al bere, qualche volta, e di ubriacarsi per distendere l’animo:

 

Pare anche che un tempo Socrate vinse questa nobile contesa.

 

Catone, censore e castigatore dei costumi altrui, veniva accusato di bere molto:

 

Si dice anche che il vecchio Catone trovasse spesso nel vino l’ardore della sua virtù.

 

Ciro, re molto famoso, annoverava tra i suoi meriti, tramite i quali voleva rendersi superiore al fratello, Artaserse, quello di saper bere molto meglio di lui. Nei paesi meglio amministrati e governati la capacità di bere parecchio era una prova molto diffusa. Sylus, eccellente matematico parigino, dice che una volta al mese, per evitare che le nostre forze si intorpidiscano, è bene ridestare lo stomaco con questo eccesso e stimolarlo perché non si addormenti. I persiani pare discutessero dei loro affari più importanti solo dopo aver bevuto.

 

Il mio gusto e la mia costituzione sono nemici di questo vizio più della mia ragione.

 

A parte il fatto che tendo a sottomettere le mie opinioni all’autorità degli antichi, considero il bere un vizio vile e stupido. Ma lo ritengo meno cattivo e dannoso di quelli che colpiscono quasi tutta la società pubblica. Un piacere ha sempre un prezzo. E mi pare che questo vizio costi meno degli altri alla nostra coscienza. Non richiede, poi, strumenti complicati o difficili da reperire. E non è cosa da poco.




Un uomo, di età avanzata e molto avanti anche in dignità, mi confidava che nella vita gli restavano tre piaceri fondamentali. Uno era proprio questo. Ma non ci aveva capito niente. Non c’è bisogno di scegliere il vino con cura e raffinatezza. Questo piacere non può basarsi solo sulla gradevolezza del vino, perché ciò significa esporsi al dolore, se capita di berne uno cattivo.

 

Il gusto dev’essere più semplice e più libero.

 

Un buon bevitore non ha il palato fine.

 

I tedeschi, ad esempio, bevono ogni vino con lo stesso piacere. Lo tracannano più che centellinarlo. E spendono meno. Il loro piacere è molto più abbondante e molto più abbordabile. Per altro verso, bere come fanno i francesi – durante i pasti e moderatamente – significa restringere troppo i favori di questo dio.

 

Ci vuole troppo tempo e troppa costanza. 


Gli antichi trascorrevano nottate intere, e spesso anche giornate, a bere. Ciascuno di noi deve stabilire la sua misura, che dev’essere abbondante e costante. Un signore della mia epoca, protagonista di molte imprese e grandi successi, normalmente, durante i suoi pasti, non beveva meno di dieci boccali, e con poco sforzo. Alzandosi da tavola si mostrava quanto mai saggio e avveduto nel trattare gli affari che condividevamo.


(Prosegue mio nobile... buffone...)








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