giuliano

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IL TOMO

venerdì 10 settembre 2021

IL SIGNOR MONTAIGNE (poco prima l'esecuzione del CATENA) (26)

 










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Roma, trenta miglia. Ci fecero delle difficoltà, come altrove, a causa della peste di Genova.

 

Scendemmo all’Orso dove restammo anche il giorno seguente; dopo di che, il 2 dicembre 1580, prendemmo alcune camere in affitto da uno spagnuolo, proprio di fronte a Santa Lucia della Tinta. Ci trovammo ben sistemati in tre belle camere con sala, dispensa, scuderia e cucina, a venti scudi il mese: oltre a ciò, il padrone ci forniva il cuoco e la legna per cucinare.

 

Di solito qua gli appartamenti sono un po’ meglio ammobiliati che a Parigi, tanto più che si fa un gran uso di cuoio dorato per rivestire le stanze di qualche pregio. Lì vicino, al Vaso d’oro, avremmo potuto ottenere, allo stesso prezzo, un alloggio tappezzato con tessuti d’oro e di seta, come quello di un re; però, a parte il fatto che le camere fossero troppo dipendenti l’una dall’altra, il signor de Montaigne giudicò che tanta magnificenza era, non solo inutile, ma anche inquietante per la conservazione della mobilia, ché ciascun letto valeva quattro o cinquecento scudi. Nella nostra pensione avevamo pattuito di venir forniti quasi come in Francia quanto a biancheria, di cui – secondo l’usanza del paese – sono un po’ più scarsi.



 Il signor de Montaigne s’indispettiva di trovare sì gran numero di francesi, tanto che per via non incontrava quasi nessuno che non lo salutasse nella sua lingua. Gli riuscì nuovo l’aspetto d’una corte così grande e affollata di prelati e di altri ecclesiastici, e gli sembrò più fitta di gente ricca, di carrozze e di cavalli pregiati, che ogni altra vista fin allora. Asseriva che, per molte cose e specialmente per la moltitudine dei passanti, gli ricordava Parigi più di ogni altro posto dove si fosse mai trovato.

 

Adesso la città è posta tutta lungo le sponde del Tevere, di qua e di là. Il quartiere collinoso, ch’era la sede della città vecchia e dove il signor de Montaigne aveva l’abitudine di compiere ogni giorno gran passeggiate e visite, è cosparso di qualche chiesa, di poche case e dei giardini dei cardinali. Egli giudicava da ben chiari indizi che l’aspetto di questi colli e degli avvallamenti dovesse essere del tutto mutato dall’antico, considerata l’altezza delle rovine, e teneva per certo che in molti punti si camminasse sul culmine di case intiere. Dal livello dell’arco di Severo è agevole arguire che ci troviamo più di due lance sopra l’antico piano stradale, e per vero quasi dovunque si cammina sulla sommità di vecchie mura che pioggia e passaggio dei veicoli mettono a nudo.




Non condivideva l’opinione di quanti paragonavano la libertà di Roma con quella di Venezia, e soprattutto per questi motivi: le abitazioni stesse erano sì poco sicure, che di solito si consigliava a coloro che vi tenevano ricchezze appena rilevanti di affidare la borsa in custodia ai banchieri della città, per non trovarsi il forziere scassinato com’era accorso a parecchi; item, l’uscire nottetempo non era per nulla sicuro; item, questo 1° dicembre il generale dei cordiglieri era stato improvvisamente destituito dalla carica e rinchiuso in prigione per essersi sfogato aspramente durante una predica, in cui si alludeva al papa e ai cardinali, l’ozio e il lusso dei prelati della Chiesa, senza entrar in particolari e solo ricorrendo con qualche vivacità di tono ai soliti luoghi comuni che si usano a questo proposito.




Giungendo in città, la dogana gli aveva visitati i bauli frugando tra gl’indumenti sin la più insignificante minuzia, mentre nella maggior parte delle altre città d’Italia questi funzionari si contentavano che gli venissero semplicemente mostrati, e oltre a ciò gli avevano tolto tutti i libri trovati, allo scopo di esaminarli, e questo richiedeva tanto tempo, che chi avesse dovuto servirsene poteva ben considerarli perduti; si doveva poi tener conto che i criteri erano così strani, che un libro di preghiere alla Madonna, per il solo fatto di essere parigino e non romano, risultava sospetto, e del pari quelli di certi dottori tedeschi contro gli eretici, ché – per confutarli – ne menzionavano gli errori. A tale proposito si compiaceva assai della propria fortuna ché – pur essendo stato prevenuto di tutto ciò e avendo attraversata la Germania – nonostante la sua curiosità, non gli si era trovato nessun libro proibito. Comunque alcuni signori di là lo avvertirono che, quand’anche gliene avessero trovati, se la sarebbe cavata col solo sequestro dei libri.




Dodici o quindici giorni dopo il nostro arrivo si sentì male, e a causa di un’insolita infiammazione ai reni che lasciava temere qualche ulcera, si decise – su pressione d’un medico francese del cardinale Rambouillet e con l’aiuto del suo abile farmacista – a prendere per la prima volta, e sulla punta d’un coltello bagnato in precedenza con un po’ d’acqua, della cassia a grossi pezzi che inghiottì molto facilmente, ricevendone beneficio due o tre volte.

 

Il giorno successivo ingerì trementina di Venezia, proveniente – dicono – dalle montagne del Tirolo: due grosse porzioni avvolte in un’ostia sopra un cucchiaio d’argento bagnato con una o due gocce di certo sciroppo gradevole al gusto; non ne risentì altro effetto che odore di violetta di marzo nell’orina. Dopo ciò prese per tre volte, ma non di seguito, una specie di bevanda che aveva esattamente sapore e colore della mandorlata, tanto che il medico asserì che non si trattava d’altro; però il signor de Montaigne pensa che vi fosse dentro qualcosa delle quattro semenze fredde.

 



Il sorbire questa bevanda non presentava nulla d’incomodo né di strano, salvo il tempo stabilito: troppo mattutino, [dovendosi bere] tutta tre ore prima di colazione. Non avvertì in che gli avesse giovato questa mandorlata, ché anche dopo provò il medesimo malessere; in seguito, il 23 dicembre, sopraggiunse una forte colica, per il che si pose a letto verso mezzogiorno, rimanendovi fino a sera, quando espulse parecchia sabbia e poi una grossa pietra, dura, lunga e compatta, rimasta cinque o sei ore nel canale della verga. Durante tutto questo tempo, dopo il bagno, aveva sempre un gran beneficio di corpo, grazie al quale pensava d’essere al riparo da guai peggiori, e saltava molti pasti, sia a pranzo, sia a cena.

 

Il giorno di Natale ci recammo alla messa del papa in San Pietro, dove il signor de Montaigne ebbe un buon posto per osservare a suo agio tutto il rito. Molti particolari sono diversi: [dai soliti] vangelo ed epistola si recitano prima in latino e poi in greco come avviene anche il giorno di Pasqua e quello di San Pietro. Il papa fece la comunione a molti, e con lui officiavano i cardinali Farnese, Medici, Caraffa e Gonzaga. Per bere nel calice si usa un certo strumento come precauzione contro i veleni. Gli parve inconsueto che, durante questa e altre messe, papa, cardinali e prelati rimanessero seduti e, per quasi tutta la durata, a testa coperta, intrattenendosi e chiacchierando: queste cerimonie appaiono più imponenti che pie.




 Peraltro si rese conto che non c’è nulla di speciale, nella bellezza delle donne, da parer degno di quella assoluta eccellenza che la fama attribuisce a questa città nei confronti di ogni altra al mondo; e che, del resto, così come a Parigi, la bellezza più singolare si trova fra quelle che ne fan mercato.

 

Il 29 dicembre il signor d’Abein, allora nostro ambasciatore, nobile studioso e da gran tempo amicissimo del signor de Montaigne, fu del parere che questi si recasse a baciare il piede al papa. Il signor d’Estissac salì con lui sulla vettura del detto ambasciatore; e, quando costui venne ricevuto in udienza, li fece chiamare dal cameriere del papa. Trovarono il pontefice e, con lui, l’ambasciatore solo, secondo le consuetudini: egli si tiene accanto un campanello e lo suona quando desidera che venga qualcuno.




 L’ambasciatore gli era seduto alla sinistra, il capo scoperto; mentre il papa non si leva mai la berretta dinanzi a chicchessia, nessun ambasciatore può restare coperto in sua presenza.

 

Prima entrò il signor d’Estissac, dopo il signor de Montaigne, poi il signor de Mattecoulon e il signor du Hautoi.

 

Avanzato un passo o due nella stanza, in un angolo della quale stava assiso il papa, coloro che entrano, chiunque essi siano, pongono un ginocchio al suolo e attendono che il pontefice impartisca loro – come fa – la benedizione; dopo di che si rialzano per avanzare fin quasi a metà della stanza. Invero i più non si avviano direttamente a lui attraversando la sala nel mezzo, bensì procedono strisciando un po’ lungo la parete per rivolgerglisi alfine dopo aver compiuto quel giro.

 

A metà di tale percorso si pongono ancora su un ginocchio e ricevono la seconda benedizione; ciò fatto, vanno verso il papa, sino a un tappeto che gli è steso sette od otto piedi dinanzi, e al limite di esso si mettono ginocchioni.

 

A questo punto, l’ambasciatore che li presentava si piegò a sua volta su un ginocchio, rialzando al papa il manto sul piede destro, calzato in una pantofola rossa con una bianca croce sopra. Gl’inginocchiati si trascinarono senza levarsi fino al piede, chinandosi a terra per baciarlo: il signor de Montaigne asserisce che il papa aveva alzato un poco la punta del piede; tirandosi da parte, si fecero posto l’un l’altro perché il bacio avvenisse sempre nello stesso punto. Ciò fatto, l’ambasciatore ricoprì il piede del papa e, ripostosi a sedere, gli disse quanto giudicò opportuno per raccomandare il signor d’Estissac e il signor de Montaigne.


(Prosegue...)








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