CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 27 febbraio 2017

ANTISTORIA D'ITALIA (senza trucchetti!)




















Un sito:

Società Dante Alighieri per la Cultura














L'impotenza della intellettualità italiana del ' 200 a crearsi una propria individualità
morale è ancora impotenza di immaturità.
L'egocentrismo senza limitazioni e senza prudenza umana dei potenti conduce
prima o poi alla loro catastrofe, mentre la sofferenza viene man mano prendendo
più coscienza di sé.
L'alternarsi di tragiche antitesi, estrema crudeltà ed estrema umiliazione, è sinoni-
mo di una ambivalenza propria a caratteri estremi non ancora equilibrata in un
ideale di stile o non ancora compressa sotto la maschera di un conformismo di
apparenza.
Di fronte a questa esperienza si avventa un'anima esasperata di sete di vendetta
individuale e il libello di condanna si trasforma in un poema che ha per suo fondo
l'ansia di un rinnovamento.
La lingua, la cultura, l'etica della nazione italiana hanno raggiunto la maturità:
Dante ha scritto la 'Divina Commedia'!




Il peso della personalità di questo poeta nella nostra storia morale impressionò
sempre quanto hanno meditato la storia d'Italia. Pare che in lui si riassuma il
problema etico-politico della vita italiana. In una nazione che si piegherà ad
ogni convenienza egli è il grande eterno ribelle che, dopo aver invano lottato
per ricondurre la giustizia tra il suo popolo, compiere la vendetta sui colpevoli
e pruomuovere la pace tra i concittadini, evade nell'oltretomba, nel mondo del-
la giustizia assoluta a chiedere l'estrema giustificazione per il suo mondo sociale
e per lui stesso uomo.
L'eco del suo tormento fu spesso dimenticata nei secoli seguenti, ché l'Italiano
è per lo più incapace di chiarezza interiore e di rendersi conto del carattere in-
timo dei valori umani (che lo circondano), mentre nel tormento e nella catarsi
dell'anima dantesca sembra siano contenute tutte le ulteriori esperienze della
tragica vita della nazione.
(Dante e Cecco muti testimoni della pochezza e dei limiti del patrio suolo,
albergato ancora da spiriti estranei e limitanti al sapere cui l'orgoglio anche
individualista dei due amici, dovrà e saprà misurarsi nei secoli. Sono il nostro
esterno specchio, su cui ancora possiamo riflettere l'immagine di questa Ita-
lia da fare.....)




Dante, egocentrico, individualista, fazioso e tiranno in potenza, si salva dall'-
esasperato individualismo dei suoi nemici e, dopo esser caduto nella selva
dell'orgoglio, dell'ambizione, del vano desiderio di gloria, propone a se stes-
so e agli altri un programma di rinnovamento che dalla tradizione medievale
cristiana non ha preso che la forma.
Di fronte all'esasperata volontà di potenza, lo spirito nazionale già maturo ha
proposto il rinnovamento politico e morale, quell'ideologia pura, anzi purissi-
ma che salva l'anima della nazione italiana in una possibilità di rinnovamento
che riaffiorirà di tanto in tanto, quale eterna utopia, durante i secoli della sua
melanconica storia.
Di fronte ad un Papato ambizioso, avido e violento, Gioacchino da Fiore
aveva immaginato il rinnovamento fantastico della Chiesa e del mondo e tut-
to il secolo XIII aveva udito e sussurrato e diffuso di bocca in bocca il suo
messaggio sotterraneo.




La vittoria e la gloria dovevano condurre alla subordinazione e all'umiltà:
san Francesco aveva amato e amato per tutti coloro che odiano invano e
aveva cercato la perfetta letizia nella più profonda delle abiezioni che gli oc-
chi della società un uomo può sopportare.
Dante, che ha presente la reazione antindividualista per la quale la potenza
del grande è giustificata soltanto dal voluto sacrificio degli umili, scrive il
gran poema dove egli non si piega sino alla fine, sino a che non ha raggiun-
to la giustizia assoluta, alla quale armato del dogmatismo scolastico, può
ancora credere e di fronte alla quale non resta che inginocchiarsi e pregare;
ma prima egli giudica e condanna come Minosse, beffeggia e si compiace
del supplizio dei più perfidi che non hanno mai avuto pietà e che pietà non
meritano, per i quali l'umanità non è mai esistita e sono stati demoni in terra
anticipatori di quell'inferno da cui in realtà non sono mai usciti: la condanna
della vanità e dell'ostentazione eleva Dante a massimo esponente di un'as-
pirazione che intende liberare l'uomo dalla sua antiumana volontà di poten-
za, e non soltanto in sede di cristiana rinuncia a fini ultraterreni.




E' in questo mondo terreno, e pur con i sensi delle gioie e dei dolori della
materia, che Dante fissa la condanna dell'eccesso individualista egocentri-
co e fazioso; egli combatte dove e come può, e infine col descrivere per
tutte le genti, anche per i laici e gli indotti, la condanna eterna di quelli che
hanno peccato.
La condanna di Dante colpiva la sfrenata volontà di potenza che si vale
ora della forza, ora dei più deboli inganni; il suo grande nemico è Bonifa-
cio VIII che lo ha personalmente tradito.
Così Dante supererà il suo tradizionale 'guelfismo', chiederà all'Impero
pace e giustizia e infine, viste vane ed inattuabili per pochezza di uomini
queste aspirazioni, si ritirerà in una soluzione che non conosce più in
questo mondo valori etico-politici, e la pace migliore della nazione italia-
na non troverà per secoli rifugio migliore.
Ma gli Italiani in genere accetteranno e assorbiranno in una forma di ac-
comodamento quelle terribili lotte di fazione, frutti di esasperato indivi-
dualismo che Dante e un certo mondo che stava intorno a lui avevano
tentato di risolvere in un clima etico superiore.
Per questo la grandezza di Dante e di Cecco (e pochi altri) i quali han-
no rifiutato ogni accomodamento; ed hanno abbandonato la 'compagnia
malvagia e scempia' degli uomini della loro parte, faziosi e di corte, av-
vezzi ad ogni sorta di privilegio, di corte vedute al pari dei loro avversa-
ri e infine hanno tentato di superare una 'politica' verso cui invece si
indirizzerà la società italiana, che avrà il destino delle canne che si piega-
no al soffio del vento e della tempesta ma finiscono col resistere al tem-
po, pur restando deboli canne in un limbo di eterno purgatorio dipenden-
ti e succubi di ben altri padroni....
(F. Cusin, Antistoria d'Italia)














martedì 21 febbraio 2017

PROGETTI: nel mezzo del cammin di nostra vita incontrai donna Sapienza... (21)



















Precedenti in:

L'Antinferno...  (20)

Prosegue in:

Madonna Sapienza... (22)














Se un primo esame obiettivo dell’atteggiamento generale dei ‘Fedeli dʹAmore’ ci induce a pensare come molto verosimile che essi parlassero in forma convenzionale e fossero stretti fra loro dai legami di un’iniziazione, d’altra parte questa ipotesi è potentemente confermata da una prima obiettiva considerazione del carattere delle donne che essi dicono d’amare.
Le donne?
Ma si può veramente parlare di diverse donne nella poesia di questi ‘Fedeli dʹAmore?’.
C’è una di queste donne che differisca in qualche modo dall’altra?
Conosciamo di qualcuna di esse la fisionomia fisica o morale, il carattere, gli atteggiamenti, il volto?
È qualcuna di esse veramente una persona viva?
Si conoscono le parole dette da qualcuna di queste donne, che non siano parole stereotipate e insignificantissime?
Si conoscono circostanze della loro vita, nomi sicuri, famiglie, vicende?
Nulla!




Per decenni e decenni nella poesia italiana la donna non ha altro nome che ‘Rosa’, proprio (o che bel caso!) il nome del mistico fiore della Persia e del misterioso fiore che si ritroverà meta dello stranissimo amore del Roman de la Rose e del Fiore! Anzi talora si chiama addirittura ‘Rosa di Sorìa’ o ‘Rosa dʹOriente’. Ma quando prende un nome di persona viva, diventa per questo più personale?
C’è qualche cosa che ci faccia supporre una differenza vera tra Lagia di Lapo Gianni e Giovanna di Guido Cavalcanti allʹinfuori del nome?
Ecco, in mezzo a tutte queste donne impersonali ed evanescenti, una ne sorge che, in uno scritto posteriore di circa ottanta anni alla morte di lei, prende per la prima volta il nome di Beatrice Portinari e ha anche un marito. Ebbene, proprio a farlo apposta, questa, che sarebbe l’unica donna storica, la ritroviamo con un indubitabile carattere di simbolo sulla cima del Paradiso Terrestre a rappresentare indiscutibilmente la Sapienza santa. 




Troviamo colei che guidò Dante nella Vita Nuova, che, senza cambiare in nulla nome né figura, e alludendo al primo amore del poeta per lei, appare indiscutibilmente come la personificazione della Sapienza santa. Ma qui ci si risponde: Beatrice era nella Vita Nuova semplicemente una donna vera amata; poi a un certo punto venne in mente a Dante di travestirla da simbolo di quella Sapienza che sta sul carro della Chiesa. Sono tanti anni che si ripete questa assurdità, che abbiamo quasi perduto il senso della profondissima sconvenienza che essa contiene: sconvenienza sentimentale, morale e religiosa. Dante, secondo questa teoria, in mezzo a persone che ricordavano perfettamente di aver visto camminare per le vie di Firenze la moglie di Simone de’ Bardi, avrebbe detto un giorno così: ‘Giunto alla soglia dei cieli, là dove l’uomo riacquista la libertà santa, io vidi in una grande visione la storia dell’umanità, vidi venire innanzi a me i sette doni dello Spirito Santo sotto forma di sette candelabri, i ventiquattro libri dell’Antico Testamento sotto forma di vegliardi e il Cristo biforme, Lui in persona, che tirava la sublime e santa arca della Chiesa e su quell’arca vidi apparire... indovinate chi?




La ricordate?
 La moglie di Simone de’ Bardi.
Era lei in figura della santa Sapienza, perché la moglie di Simone de’ Bardi, se non lo sapete, è tutt’una con la divina Sapienza che Cristo portò in terra e ci rivelò col suo sangue! Si ha un bel dire che egli aveva idealizzato, trasformato, angelicato e sublimato la donna reale! Di fronte alla gente che aveva veduto passeggiare per le vie di Firenze la moglie di Simone, questo rappresentare proprio lei sul carro tirato da Gesù Cristo, non poteva non suonare come una sconvenienza e come una profanazione.
Ma sconvenienza e profanazione non era perché, se molti chiamavano la donna di Dante Beatrice, ‘li quali non sapeano che si chiamare’ cioè ignoravano chi e cosa essa fosse, tutti quelli che avevano ‘intendimento’ sapevano benissimo che cosa significasse Beatrice nella Vita Nuova e perciò vedevano con perfetta logica proprio lei sul carro della Chiesa guidato da Cristo.
Ma ci sono le testimonianze storiche, si grida.




Esamineremo bene il valore di queste testimonianze storiche quando parleremo del ‘mito di Beatrice’. Per ora basti osservare che la testimonianza storica principalissima a favore della realtà di Beatrice Portinari non solo viene fuori quasi ottant’anni dopo la morte di lei (e vale tanto quanto potrebbe valere la mia testimonianza messa fuori oggi per la prima volta sopra un amore infantile del Conte di Cavour), ma è resa da un ‘Fedele dʹAmore’ come era Giovanni Boccaccio, da un ‘Fedele dʹAmore’ che non avrebbe potuto esprimere la vera realtà di Beatrice senza rischiare il rogo e che, invece, doveva far di tutto per nascondere la vera essenza di lei; è una testimonianza che può essere presa sul serio soltanto dalla meravigliosa ingenuità di quella critica ‘positiva’ che dovrebbe prendere sul serio anche il sogno simbolico della madre di Dante, inventato e spiegato artificiosamente per i gonzi dallo stesso Boccaccio.
E per quanto riguarda l’altra testimonianza storica per la quale la critica realistica ha menato grande scalpore, quella cioè del terzo commento di Pietro di Dante, basti ricordare: Primo, che questo Terzo commento è tardissimo e probabilmente in rapporto (come Dimostra la perfetta somiglianza delle frasi usate) con quello del Boccaccio.




Secondo, che l’assenza del nome di Beatrice Portinari dal primo e più autentico commento di Pietro e dal commento di Iacopo, dimostra che la leggenda della Portinari si è creata tardissimo e non ha nessun valore storico.
Terzo, che lo stesso Pietro era, come tutti gli altri, un ‘Fedele dʹAmore’ adoperantesi a tutt’uomo per salvare la Commedia dal rogo che l’aveva minacciata, e che è semplicemente puerile domandare a lui se Beatrice era o no un simbolo di una idea segreta e settaria. Ma, ripeto, l’esame di tutto il problema di Beatrice sarà fatto a suo tempo.
Per ora fermiamoci su osservazioni di altro genere!
Non si è osservato che nella loro assoluta impersonalità e nella loro assoluta mancanza di caratteri individuali queste pretese donne vere hanno però un carattere comune a tutte e stranissimo. Tutti sappiamo che specie di persone fossero le donne vere anche gentili e ornate del Medioevo. Possiamo comprendere perfettamente che l’animo di un poeta ne abbia esaltato la bellezza e la leggiadria fino a trasfigurarle in forma angelicata, ma che queste donne fossero dei veri e propri vasi di Sapienza o di dottrina, questo sembra alquanto inverosimile. oppure, ecco Cavalcanti che dice: ‘Saver compiuto con perfetto onore tuttor si trova in quella cui disio’.




Dice altrove:  ‘E tanto è più d’ogn’altra conoscenza quanto lo cielo de la terra è maggio’.
Ecco Cino da Pistoia dire della sua donna: ‘E le parole sue son vita e pace, ch’è sì saggia e sottile, che d’ogni cosa traggo lo verace’.
Ma (ascoltate voi che date come dimostrato e indiscutibile che la Vita Nuova sia scritta per una donna vera) quando Dante scrisse la canzone: ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’, ebbe da queste donne (che dovevano essere molto sapienti!) una risposta in bei versi e a un certo punto le ‘donne’, dopo avere molto lodato Dante, ringraziandolo di aver loro rivelato la grandezza e la bellezza di madonna (!), fanno dire alla canzone che vuole andare: ‘fin ched iʹ giugnerò a la fontana d’insegnamento, tua donna sovrana’.  
In queste parole noi apprendiamo una cosa che Dante era stato abbastanza furbo per non dire, e cioè che la sua Beatrice, la Beatrice della ‘Vita Nuova’, aveva l’abitudine di abitare presso la fontana d’insegnamento o (se si voglia diversamente intendere) era una fontana d’insegnamento. Ora questa fontana d’insegnamento era stata sempre il simbolo della tradizione iniziatica attraverso la quale si trasmetteva la Sapienza santa: giuro che la moglie di Simone de’ Bardi non solo non abitava presso questa simbolica fontana, ma non sapeva nemmeno che cosa fosse!




I poeti siciliani anche loro hanno avuto la fortuna di amare tutte donne sapientissime; Jacopo da Lentini, per effetto dell’amore non comune, scrive ‘lo vostro amore mi mena dotrina’.
Questi esempi che potrei moltiplicare non si spiegano con un semplice gusto di esagerare e adulare. L’adulazione non spiega né la fontana d’insegnamento né quella conoscenza che supera tutte le altre conoscenze e che avrebbe reso in qualche modo famosa quella Monna Vanna, introvabile tra le introvabili, mentre al solito basta pensare che la donna sia il simbolo del della Sapienza perché naturalmente debba diventare la più sapiente di tutte le donne, perché il suo amore debba menare dottrina, perché Beatrice debba trovarsi già nella Vita Nuova presso la fontana d’insegnamento.  
Ma non basta!
Di queste donne sapientissime e distributrici di dottrina, ma tuttavia raffigurate nelle liriche come vere donne, ben due, non una sola, ne ritroviamo a un certo punto trasformate nettamente e chiaramente in simboli della Sapienza, e sono: l’Intelligenza di Dino Compagni e la Beatrice della Divina Commedia.
Dino Compagni dopo aver scritto poesie d’amore, a un certo punto, continuando con lo stesso stile e con lo stesso formulario, alla donna della quale pare innamorato sostituisce chiaramente e limpidamente una misteriosa Intelligenza, della quale dice:


E così stando a mia donna davanti,
intorneato di tant’allegrezza,
levò li sguardi degli occhi avenanti,
ed io ‘impalidi’ per dubitezza;
allor mi fece dir: Più tra’ ti’nnanti,
e prendi ne la mia corte contezza;
ed io le dissi: Donna di valore,
s’io fossi servo d’un tuo servidore,
sariame caro sovr’ogni ricchezza.

Allor Madonna incominciò a parlare,
con tanta soavezza, e disse allore:
Hai tu sì cuor gentil potessi amare,
quanto potrai amar, ti fo signore;
Quando parlava, lo dolzor c’avea
di ciò che mi dicea Madonna allora,
mi’ spirito neun non si movea,
si fu ben trapassante più c’un’ora;
amor mi confortava e mi dicea:
rispondi: V’amo, donna, oltre misura
allor rispuosi per quella fidanza,
e Madonna mi diè ricca speranza,
perch’i’ l’ho amata ed amerolla ancora.

Le sue compagne son le gran’ bontadi,
che  fanno co la mia donna soggiorno,
che sono assise per settimi gradi;
e le sue cameriere c’ha d’intorno,
son li sembianti suoi che non son laidi,
che la fanno laudar sovente intorno;
e i nomi e la divisa pon l’autore,
assai aperto al buon conoscidore,
e la masnada di quel luogo adorno.

O voi c’avete sottil conoscenza,
più è nobile cosa auro che terra;
amate la sovrana Intelligenza,
quella che trage l’anima di guerra,
nel cospetto di Dio fa residenza,
e mai nessun piacer no le si serra;
 ell’è sovrana donna di valore,
che l’anima notrica e pasce ʹl core,

e chi l’è servidor giammai non erra.
















domenica 19 febbraio 2017

L'INFERNO (di questa Compagnia) (18)













































Precedenti capitoli:

Gli impiegati della Compagnia (17/1)

Prosegue in:

Discesa negli inferi (19)













A Febbraio lascio l’ospedale, incurabile (per tutti coloro che mi hanno visto… Ma chi ha goduto del dono di cui la luce all’occhio si compone? O forse scusate, ho confuso un lontano Cusano? O forse un Eckhart? O ancor prima di loro non distante da quella fonte un Giamblico - passo antico - il quale narrava ugual ‘cammino’…? Scusate il delirio proseguo codesto invisibile Sentiero giacché gli Spiriti che affollano quest’ora son troppi nella parabola nominata vita…)…comunque come dicevo a febbraio lascio l’ospedale, incurabile però guarito dalle tentazioni del mondo. Partendo, volevo baciare la mano della buona Madre, senza prediche, m’aveva insegnato la ‘via crucis’. Ma un sentimento di venerazione per qualcosa di sacrosanto m’ha trattenuto. Vorrei che accogliesse in ispirito il ringraziamento d’uno Straniero sconvolto, smarrito in un paese lontano!




Sì è vero mi hanno inviato in questa guerra invisibile ove il Kurtz innominato è la miglior compagnia rispetto alla ditta che risale lenta la china…
Così siamo due e…, per non offendere una fonte innominata della liquida storia qui narrata e non ancora del tutto solidificata al numero della vita, siamo in una dualità perfetta, e con questa Anima benedetta dovrò affrontare lunga disquisizione…, ma scusate io vado ora a narrarvi un breve mio inciampo per questo Inferno maledetto, giacché la Compagnia si appresta ad indagare l’Empedocle fuggito: non vuol godere né vista né correre ripido e rinfrescare dovuta ed invisibile intelligenza…
Lui è solo un fiume lontano per chi pensa godere della vista affissa ad una avversa parabola della vita…

Ed ecco che vedano l’Inferno…





E mentre taccio questi pensieri ed abbasso le tende della mia porta a vetri, noto in salotto, un gruppo di signore e signori che bevono dello champagne.
Sono certo degli stranieri arrivati stasera…
Ma non sono certo qui per divertirsi, hanno l’aria troppo seria, discutono, fanno progetti, parlano a bassa voce come cospiratori…. Come se non bastasse si girano sulle sedie e col dito indicano la mia camera.
Alle dieci la mia lampada è spenta, e m’addormento, tranquillo, rassegnato come un agonizzante.
Mi sveglio; una pendola suona le due, una porta si chiude e… balzo dal letto, come attirato da una pompa aspirante che mi succhiasse il cuore…
Appena in piedi, una doccia elettrica mi s’abbatte sulla nuca e mi preme sul pavimento.
Mi rialzo, afferro gli abiti e mi precipito in giardino, in preda a orribili palpitazioni.
Vestito per prima cosa penso ad andare dal commissario di polizia, per chiedere una perquisizione dell’albergo. Ma il portone è chiuso, e anche la guardiola del portiere, così debbo avanzare a tastoni, apro una porta sulla destra ed entro in una cucina dove sta accesa una piccola lampada. La rovescio e mi trovo in piedi, nell’oscurità profonda della notte.




La paura mi fa riprendere coscienza e, guidato dal pensiero che se mi sbaglio sono perduto, torno in camera mia.
Trascino una poltrona in giardino e, seduto sotto la volta stellata, penso a quanto m’è successo.
Una malattia?
Impossibile!
Perché stavo bene prima di svelare la mia identità.
Un attentato?
E’ chiaro!
Ne ho visti io stesso i preparativi!
D’altronde, qui in giardino, fuori dal tiro dei nemici di questa immonda Compagnia, la quale, in nome del Progresso ingombra ogni più certa via ogni rima ogni simmetria ogni diversa chimica invisibile alla congiunzione di una più antica alchimia…, mi sento meglio, ed il cuore a dispetto delle loro tenebre… funziona…




Dov’era il cuore? Il mio cuore! Su per uncino?
Affisso al petto?
Nel diletto segreto di un padre gesuita rimembrato ho anche questo antico dilemma da svelare e rilevare giacché dovrei entrare in conflitto col Cartesio e procedere all’esclusione di ogni possibile direzione del Tempo ma siamo Infiniti e correggere la rotta è nostro compito, Soli in questo Frammento d’Universo…
Anche se la misera materia pur vedendo non gode dell’emozione…: pulza una diversa semenza che la foglia appassisce l’inverno uccide la primavera annega e l’autunno rinnega nel palpito smarrito della vita, o forse, l’alito appesantito di una diversa coscienza cardiaca… Chissà?  
La loro è una diversa Compagnia…
Mentre sto così riflettendo (sì riflettendo hai letto bene! Perché pensavi che ciò che pur leggi nella Memoria sia solo un in inciampo momentaneo? La mia follia continua in quest’Inferno della vita e medita quel che dico… il Kurtz mio amico sa bene ciò che scrivo!!).
Ma ora sento qualcuno tossire non gradisce quest’Eretico Intelligibile Pensiero, un ortodosso?
No!
La Compagnia!




Subito gli risponde, dalla stanza di sopra, un piccolo colpo di tosse.
Sembrano segnali, simili appunto a quelli che avevo udito l’ultima notte all’Hotel Orfila.
Tento la porta a vetri del pianterreno, sperando di forzare la serratura, ma inutilmente!
Stanco per l’inutile lotta contro questa Compagnia, m’accascio nella poltrona ove il sonno della vita ha il sopravvento su di me, e così m’assopisco, ho meglio, ancora vivo all’oculo distratto della vista la quale contempla  Infinita mia Natura, forse poco compresa…
Comunque da quella follia sono pur guarito ed ora cerco di curare la malattia invisibile di una più solida scienza anche se il liquido alcolico ancor non ho ingerito solo rinato in un’altra vita, o forse una lotta, del resto anch’io sono il Giobbe che pensa, certo non fu’ solo il Gustav della stanza a fianco…




Dovrei spiegargli il tutto quando il sole mi sveglia, grazie alla provvidenza che mi ha strappato da una strana morte incompresa frutto della limitata conoscenza…
Raccolgo le mie poche cose per andare a Dieppe, dove troverò rifugio presso alcuni amici, trascurati da me come tutti gli altri, nonostante siano indulgenti e generosi con gli sfortunati ed i naufraghi…
Quando chiedo della padrona dell’albergo, mi dicono che non è visibile, e raccontano che è indisposta. Lasciando il terreno luogo della mia avventura lancio una maledizione sulla testa dei malviventi e invoco il fuoco del cielo su quel covo di briganti; a torto o a ragione, chi può saperlo?




Quando i miei amici mi vedono si spaventano non potrebbe essere altrimenti tutte le volte che estranei si avventurano per le nostre dimore…
Ho con me la mia borsa da Viaggio colma di manoscritti debbono essere protetti dalle grinfie della Compagnia è il miglior avorio con cui azzannare quei colpi piantati nel petto come elefanti cresciuti nel giardino del Tempo ove la mela hanno colto ed il sapore gradito… Li ha sfamati forse anche saziati del resto la fame conosce la propria passione nella genesi di questa evoluzione…
Ma anche questa è una favola antica nella disputa fra la foglia il seme la radice ed il frutto proibito, tutti indistintamente ammirati nell’Albero certamente appassito e bruciato al rogo di un fuoco che non sazia alcun appetito, solo il muscolo di un cardiaco e meccanico movimento più affine allo stupore pari all’inganno con cui si è soliti crocifiggere codesto Sentiero e con lui ogni Stagione da cui la vita… 


      

‘Da dove viene, poveretto?’.
‘Vengo dalla morte’.
‘Me l’ero immaginato, con quella faccia cadaverica!’.
La cara e buona signora di casa mi prende per mano e mi conduce davanti a uno specchio, ove posso guardarmi il viso (Dio sono ancora vivo!).
Il viso nero dal fumo della ferrovia, le guancie scavate, i capelli sudati e grigi, gli occhi stralunati, la biancheria annerita: facevo pietà.
Quando la gentile signora, che mi trattava come un bambino malato e abbandonato, mi lasciò solo davanti allo specchio, esaminai da vicino il mio viso.
C’era nei miei tratti una congiunzione di elementi sconosciuti alla matematica della loro chimica ed ora andiamo a formulare l’elemento della vita…
Siamo soli in questa Eresia…
(lo Swedenborg della loro vista lo abdico ad un altro sogno non certo del tutto compreso)

(A. Strindberg mi ha detto: vedo l’Inferno!) 
















PROGETTI: gli impiegati della compagnia contro il sogno della vita (4/16)



















Precedenti capitoli:

L'industria anarchica (3/1)  &

Castità & Purezza (15/1)

Prosegue in:

....Avversi al Sogno nominato vita.... (17)













Ero appena tornato in quella specie di città densa di fumo misto ad olio fritto che si chiama Londra… ve lo ricordate?, dopo anni di Oceano Indiano, Pacifico, mari della Cina - una buona dose di Oriente, sei anni o poco meno – e bighellonavo qua e là, impedendovi di lavorare e invadendo le vostre case, proprio come se avessi ricevuto dal cielo la missione di civilizzarvi. Per un po’ andò benissimo, ma ben presto cominciai ad averne abbastanza di stare a riposo. Allora mi misi a cercare una nave: penso che sulla terra non ci sia un lavoro più ingrato. Ma le navi non sapevano cosa farsene di me. E anche quel gioco finì con lo stancarmi.
Dovete sapere che, quand’ero un ragazzino, avevo la passione per le carte geografiche. Passavo delle ore a guardare l’America del sud, o l’Africa o l’Australia, e mi perdevo in tutte le glorie dell'esplorazione. A quei tempi c’erano molti spazi vuoti sulla carta della terra, e quando ne vedevo uno dall’aria particolarmente invitante (ma ce l’hanno tutti quell’aria) ci posavo il dito sopra e dicevo: ‘Quando sarò grande, ci andrò’.




Il Polo Nord era uno di quei luoghi, mi ricordo. Non ci sono ancora stato e non mi ci proverò certo adesso. L’incanto è finito. Altri di quei luoghi erano disseminati intorno all’Equatore, alle più diverse latitudini su tutti e due gli emisferi. In qualcuno ci sono stato, e... beh, non è di questo che voglio parlarvi. Ma ce n’era uno ancora, il più grande, il più vuoto, se così si può dire, dal quale ero particolarmente attratto.
È vero che nel frattempo non era più uno spazio vuoto.
Dalla mia infanzia, si era riempito di fiumi, di laghi, di nomi. Non era più una macchia bianca deliziosamente avvolta nel mistero, un terreno vergine su cui un ragazzo potesse fare i suoi sogni di gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma là dentro c’era soprattutto un fiume, un fiume possente, che sulla carta si snodava come un gigantesco serpente, con la testa nel mare, il corpo ripiegato su un immenso territorio, la coda perduta nel cuore del continente. E mentre io guardavo la carta nella vetrina di un negozio, lui mi affascinava, come un serpente affascina un uccello, un povero stupido uccellino. Mi ricordai allora che c’era una grossa impresa, una Compagnia che commerciava su quel fiume.




Diamine, mi dissi, non potranno commerciare senza usare una qualche specie di imbarcazione su tutta quella massa d’acqua dolce - i battelli a vapore! Perché non tentare di farmene affidare uno?
Camminavo avanti e indietro per Fleet Street senza riuscire a scuotermi l’idea di dosso. Il serpente mi aveva incantato. Si trattava in realtà di un’impresa continentale, la Compagnia commerciale, ma io ho molte conoscenze nel Continente; vivono lì, perché, a sentir loro, costa poco e non è così sgradevole come sembra. Devo purtroppo ammettere che incominciai a scomodarle. Già questa era una novità per me. Non è mia abitudine ricorrere a questi sistemi per ottenere quello che voglio, sapete. Son sempre andato per la mia strada, e con le mie gambe, dove avevo in mente di andare. Non avrei mai creduto di esserne capace, ma, vedete, avevo proprio l’impressione che lì ci dovevo andare, a qualunque costo.




Così li scomodai.
Gli uomini mi dissero ‘Carissimo’ e non fecero nulla.
Allora, ci credereste?, provai con le donne. Sì, io, Charlie Marlow misi le donne all’opera per avere un lavoro. Dio santo! Ma capite, era l’idea a trascinarmi. Io avevo una zia, una tenera anima entusiasta.
Mi scrisse: ‘Con immenso piacere. Sono pronta a fare qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa per te. La tua è un’idea straordinaria. Conosco la moglie di un personaggio molto in vista nell’Amministrazione e anche un signore che ha molta voce in capitolo...’, ecc., ecc.
Era decisa a smuovere mari e monti per farmi nominare capitano di un vapore fluviale, se questo era il mio desiderio. Naturalmente ottenni il posto, e anche rapidamente. Pare che la Compagnia fosse venuta a sapere che uno dei suoi capitani era stato ucciso in una rissa con gli indigeni. Fu questa la mia occasione, che mi rese ancor più impaziente di partire. Solo dopo molti mesi, quando cercai di recuperare ciò che restava del corpo, seppi che all’origine della questione c’era stato un malinteso per delle galline.
Sì, per due galline nere!




…Corsi come un matto per essere pronto in tempo e, meno di quarantott’ore dopo, attraversavo la Manica per presentarmi ai miei datori di lavoro, e firmare il contratto. In pochissime ore arrivai in quella città che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato. Un pregiudizio, certo.
Non mi fu difficile trovare gli uffici della Compagnia.
Era la cosa più notevole della città ed era sulla bocca di tutti quelli che incontravo. S’accingevano a gestire un impero d'oltremare e a trarne una barca di soldi con il commercio.
Una strada stretta e deserta, sprofondata nell’ombra di alte case, piene di finestre, con le persiane chiuse, un silenzio mortale, l’erba che spuntava fra le pietre, imponenti portoni a destra e a sinistra, immense doppie porte che stavano faticosamente socchiuse. Mi infilai in una di queste fessure, salii una scala spoglia e pulita, arida come un deserto, e aprii la prima porta che trovai.
Due donne, una grassa e una magra, sedute su seggiole impagliate, sferruzzavano della lana nera. La magra si alzò e venne dritta verso di me, sempre sferruzzando, con gli occhi bassi, e proprio mentre pensavo di scansarmi per lasciarle il passo, come si farebbe per un sonnambulo, lei si fermò e sollevò lo sguardo. Indossava un vestito insignificante come il fodero di un ombrello. Si voltò senza dire una parola e mi precedette in una sala d’aspetto.




Dissi il mio nome e mi guardai attorno. Un tavolo di abete nel mezzo, seggiole comuni intorno alle pareti, su un lato una grande carta lucida, segnata con tutti i colori dell'arcobaleno. Una gran quantità di rosso - sempre bello da vedere, perché si sa che lì si lavora sul serio – un bel po’ di azzurro, un po’ di verde, macchie di arancione e, sulla costa orientale, una chiazza violacea, che stava a indicare il luogo in cui gli euforici pionieri del progresso bevono l'euforizzante birra bionda. Ma io non andavo né qui né lì. Io andavo nel giallo. Dritto nel centro. E il fiume era là, mortalmente affascinante, come un serpente.
Ohi, ohi!
Una porta s’aprì, e comparve una canuta testa da segretario, ma con un’espressione di compatimento, e il suo indice ossuto mi fece cenno di entrare nel santuario. La luce era fioca, e una massiccia scrivania ingombrava il centro della stanza. Dietro quel monumento si distingueva una pallida pinguedine in redingote.
Il grand’uomo in persona.




Poco più alto di un metro e sessanta, a quanto potei giudicare, teneva in pugno le fila di chissà quanti milioni. Mi strinse la mano, se non mi sbaglio, mormorò qualcosa, si dichiarò soddisfatto del mio francese. Bon voyage.
Passati quarantacinque secondi mi ritrovai nella sala d’aspetto con il segretario compassionevole, che, afflitto e partecipe, mi fece firmare dei documenti. Credo di essermi impegnato, fra l’altro, a non rivelare segreti commerciali. Beh, non ho intenzione di farlo. Cominciavo a sentirmi un po’ a disagio. Sapete che non sono abituato a questo genere di cerimonie, e nell’atmosfera c’era qualcosa di sinistro. Come se mi avessero coinvolto in una cospirazione - non so - in qualcosa di non proprio onesto; ed ero contento di andarmene.
Nell’anticamera, le due donne sferruzzavano febbrilmente la lana nera. Arrivava gente e la più giovane andava avanti e indietro ad accompagnarla. La vecchia restava seduta sulla sua sedia, con le ciabatte di stoffa appoggiate su uno scaldino, e un gatto che le riposava in grembo. Portava sulla testa un affare bianco, inamidato, aveva una verruca su una guancia e gli occhiali cerchiati d'argento poggiavano sulla punta del naso. Mi diede un’occhiata da sopra le lenti. La placidità sbrigativa e distaccata di quello sguardo mi turbò. A due giovanotti, che con aria allegra e spensierata stavano seguendo la loro guida, lei lanciò la stessa rapida occhiata di imperturbabile saggezza. Pareva sapesse tutto di loro e anche di me. Mi invase una sensazione inquietante. Lei mi sembrava misteriosa e fatale.




Spesso, quand’ero laggiù, ripensai a quelle due - le guardiane della porta delle tenebre - che sferruzzavano la loro lana nera come per farne una calda coltre funebre, una che accompagnava, accompagnava senza tregua verso l’ignoto, l’altra che scrutava i volti allegri e spensierati con i suoi vecchi occhi impassibili.
Ave! Vecchia sferruzzatrice di lana nera.
Morituri te salutant... 
…Non restava che una cosa da fare: salutare la mia ottima zia. La trovai trionfante. Mi offrì una tazza di tè - l'ultima tazza di tè decente per non so quanto tempo - in una stanza che rispondeva nel modo più lusinghiero all’idea che ci si fa del salotto di una signora.
Parlammo a lungo, tranquilli, vicini al camino…
Nel corso di quelle confidenze divenne evidente che ero stato descritto alla moglie dell’alto dignitario, e Dio sa a quante altre persone ancora, come un essere eccezionalmente dotato una vera fortuna per la Compagnia  un uomo come non se ne trovano tutti i giorni.




Dio santo!
Ed io che andavo ad assumere il comando di un vaporetto da quattro soldi munito di un fischio da due. Risultava chiaro, però, che io ero anche uno dei Pionieri, con la P maiuscola, capite. Qualcosa come un portatore di luce, una specie di apostolo in formato ridotto. Proprio a quel tempo circolavano sulla stampa, e nei discorsi, un mucchio di stupidaggini di questo tipo e quella bravissima donna, che in mezzo a quelle frottole ci viveva, se ne era lasciata travolgere.
Parlò di ‘distogliere quella massa di ignoranti dalle loro orribili usanze’, tanto che alla fine, parola d’onore, riuscì a farmi sentire molto a disagio.
Provai ad accennare al fatto che la Compagnia agiva a scopo di lucro.
‘Tu dimentichi, caro Charlie, che ogni fatica merita una ricompensa’, disse lei raggiante.
 Straordinario che le donne siano così lontane dalla verità. Vivono in un mondo che si costruiscono loro stesse, che non c'è mai stato e non ci sarà mai. Troppo perfetto nel suo insieme e tale che, se dovessero realizzarlo, non vedrebbe neanche un tramonto, crollerebbe prima. A buttar giù tutto salterebbe fuori uno di quei maledetti fatti a cui noi uomini siamo rassegnati sin dal giorno della creazione. Poi mia zia mi abbracciò, mi raccomandò di portare la maglia di lana, di scrivere spesso, ecc., ecc., e me ne andai. 




Per strada, non so perché, ebbi la curiosa sensazione di essere un impostore. Strana cosa che io, abituato a partire per qualsiasi parte del mondo in meno di ventiquattr’ore, senza pensarci tanto quanto la maggior parte degli uomini mette per  attraversare la strada, davanti ad una faccenda di ordinaria amministrazione come quella possa aver avuto un momento, non dirò di esitazione, ma di pausa allarmata davanti a questa impresa banale.
Non saprei spiegarmi meglio se non dicendo che, per un paio di secondi, mi sentii come se, invece di partire per il centro di un continente, stessi per avventurarmi nel centro della terra.




Mi imbarcai su un piroscafo francese, che fece scalo in ognuno di quei dannati porti che loro hanno laggiù, al solo scopo, per quanto mi fu dato di vedere, di sbarcarvi dei soldati e dei doganieri. Io osservavo la costa. Osservare una costa mentre scivola via lungo la nave, è come riflettere su un enigma. È là, davanti a voi, sorridente o accigliata, invitante, splendida o mediocre, insipida o selvaggia, e muta sempre, ma con l’aria di sussurrare: ‘Venite a vedere’. Quella era quasi informe, come ancora incompiuta, con un aspetto ostile e monotono.
....Il limitare di una giungla colossale, di un verde così scuro da sembrare quasi nero, orlato dal bianco della risacca, correva dritto, come tracciato con la riga, lontano, lontano lungo un mare azzurro il cui scintillio era offuscato da una foschia strisciante. Il sole era implacabile, la terra sembrava rorida e luccicante per il vapore. Qua e là affioravano delle macchie di un grigio biancastro raggruppate dentro la bianca risacca, con a volte una bandiera inastata: insediamenti vecchi di qualche secolo, e non più grandi di capocchie di spillo sull’intatta distesa di quell’immenso entroterra....