CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 21 febbraio 2017

PROGETTI: nel mezzo del cammin di nostra vita incontrai donna Sapienza... (21)



















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Se un primo esame obiettivo dell’atteggiamento generale dei ‘Fedeli dʹAmore’ ci induce a pensare come molto verosimile che essi parlassero in forma convenzionale e fossero stretti fra loro dai legami di un’iniziazione, d’altra parte questa ipotesi è potentemente confermata da una prima obiettiva considerazione del carattere delle donne che essi dicono d’amare.
Le donne?
Ma si può veramente parlare di diverse donne nella poesia di questi ‘Fedeli dʹAmore?’.
C’è una di queste donne che differisca in qualche modo dall’altra?
Conosciamo di qualcuna di esse la fisionomia fisica o morale, il carattere, gli atteggiamenti, il volto?
È qualcuna di esse veramente una persona viva?
Si conoscono le parole dette da qualcuna di queste donne, che non siano parole stereotipate e insignificantissime?
Si conoscono circostanze della loro vita, nomi sicuri, famiglie, vicende?
Nulla!




Per decenni e decenni nella poesia italiana la donna non ha altro nome che ‘Rosa’, proprio (o che bel caso!) il nome del mistico fiore della Persia e del misterioso fiore che si ritroverà meta dello stranissimo amore del Roman de la Rose e del Fiore! Anzi talora si chiama addirittura ‘Rosa di Sorìa’ o ‘Rosa dʹOriente’. Ma quando prende un nome di persona viva, diventa per questo più personale?
C’è qualche cosa che ci faccia supporre una differenza vera tra Lagia di Lapo Gianni e Giovanna di Guido Cavalcanti allʹinfuori del nome?
Ecco, in mezzo a tutte queste donne impersonali ed evanescenti, una ne sorge che, in uno scritto posteriore di circa ottanta anni alla morte di lei, prende per la prima volta il nome di Beatrice Portinari e ha anche un marito. Ebbene, proprio a farlo apposta, questa, che sarebbe l’unica donna storica, la ritroviamo con un indubitabile carattere di simbolo sulla cima del Paradiso Terrestre a rappresentare indiscutibilmente la Sapienza santa. 




Troviamo colei che guidò Dante nella Vita Nuova, che, senza cambiare in nulla nome né figura, e alludendo al primo amore del poeta per lei, appare indiscutibilmente come la personificazione della Sapienza santa. Ma qui ci si risponde: Beatrice era nella Vita Nuova semplicemente una donna vera amata; poi a un certo punto venne in mente a Dante di travestirla da simbolo di quella Sapienza che sta sul carro della Chiesa. Sono tanti anni che si ripete questa assurdità, che abbiamo quasi perduto il senso della profondissima sconvenienza che essa contiene: sconvenienza sentimentale, morale e religiosa. Dante, secondo questa teoria, in mezzo a persone che ricordavano perfettamente di aver visto camminare per le vie di Firenze la moglie di Simone de’ Bardi, avrebbe detto un giorno così: ‘Giunto alla soglia dei cieli, là dove l’uomo riacquista la libertà santa, io vidi in una grande visione la storia dell’umanità, vidi venire innanzi a me i sette doni dello Spirito Santo sotto forma di sette candelabri, i ventiquattro libri dell’Antico Testamento sotto forma di vegliardi e il Cristo biforme, Lui in persona, che tirava la sublime e santa arca della Chiesa e su quell’arca vidi apparire... indovinate chi?




La ricordate?
 La moglie di Simone de’ Bardi.
Era lei in figura della santa Sapienza, perché la moglie di Simone de’ Bardi, se non lo sapete, è tutt’una con la divina Sapienza che Cristo portò in terra e ci rivelò col suo sangue! Si ha un bel dire che egli aveva idealizzato, trasformato, angelicato e sublimato la donna reale! Di fronte alla gente che aveva veduto passeggiare per le vie di Firenze la moglie di Simone, questo rappresentare proprio lei sul carro tirato da Gesù Cristo, non poteva non suonare come una sconvenienza e come una profanazione.
Ma sconvenienza e profanazione non era perché, se molti chiamavano la donna di Dante Beatrice, ‘li quali non sapeano che si chiamare’ cioè ignoravano chi e cosa essa fosse, tutti quelli che avevano ‘intendimento’ sapevano benissimo che cosa significasse Beatrice nella Vita Nuova e perciò vedevano con perfetta logica proprio lei sul carro della Chiesa guidato da Cristo.
Ma ci sono le testimonianze storiche, si grida.




Esamineremo bene il valore di queste testimonianze storiche quando parleremo del ‘mito di Beatrice’. Per ora basti osservare che la testimonianza storica principalissima a favore della realtà di Beatrice Portinari non solo viene fuori quasi ottant’anni dopo la morte di lei (e vale tanto quanto potrebbe valere la mia testimonianza messa fuori oggi per la prima volta sopra un amore infantile del Conte di Cavour), ma è resa da un ‘Fedele dʹAmore’ come era Giovanni Boccaccio, da un ‘Fedele dʹAmore’ che non avrebbe potuto esprimere la vera realtà di Beatrice senza rischiare il rogo e che, invece, doveva far di tutto per nascondere la vera essenza di lei; è una testimonianza che può essere presa sul serio soltanto dalla meravigliosa ingenuità di quella critica ‘positiva’ che dovrebbe prendere sul serio anche il sogno simbolico della madre di Dante, inventato e spiegato artificiosamente per i gonzi dallo stesso Boccaccio.
E per quanto riguarda l’altra testimonianza storica per la quale la critica realistica ha menato grande scalpore, quella cioè del terzo commento di Pietro di Dante, basti ricordare: Primo, che questo Terzo commento è tardissimo e probabilmente in rapporto (come Dimostra la perfetta somiglianza delle frasi usate) con quello del Boccaccio.




Secondo, che l’assenza del nome di Beatrice Portinari dal primo e più autentico commento di Pietro e dal commento di Iacopo, dimostra che la leggenda della Portinari si è creata tardissimo e non ha nessun valore storico.
Terzo, che lo stesso Pietro era, come tutti gli altri, un ‘Fedele dʹAmore’ adoperantesi a tutt’uomo per salvare la Commedia dal rogo che l’aveva minacciata, e che è semplicemente puerile domandare a lui se Beatrice era o no un simbolo di una idea segreta e settaria. Ma, ripeto, l’esame di tutto il problema di Beatrice sarà fatto a suo tempo.
Per ora fermiamoci su osservazioni di altro genere!
Non si è osservato che nella loro assoluta impersonalità e nella loro assoluta mancanza di caratteri individuali queste pretese donne vere hanno però un carattere comune a tutte e stranissimo. Tutti sappiamo che specie di persone fossero le donne vere anche gentili e ornate del Medioevo. Possiamo comprendere perfettamente che l’animo di un poeta ne abbia esaltato la bellezza e la leggiadria fino a trasfigurarle in forma angelicata, ma che queste donne fossero dei veri e propri vasi di Sapienza o di dottrina, questo sembra alquanto inverosimile. oppure, ecco Cavalcanti che dice: ‘Saver compiuto con perfetto onore tuttor si trova in quella cui disio’.




Dice altrove:  ‘E tanto è più d’ogn’altra conoscenza quanto lo cielo de la terra è maggio’.
Ecco Cino da Pistoia dire della sua donna: ‘E le parole sue son vita e pace, ch’è sì saggia e sottile, che d’ogni cosa traggo lo verace’.
Ma (ascoltate voi che date come dimostrato e indiscutibile che la Vita Nuova sia scritta per una donna vera) quando Dante scrisse la canzone: ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’, ebbe da queste donne (che dovevano essere molto sapienti!) una risposta in bei versi e a un certo punto le ‘donne’, dopo avere molto lodato Dante, ringraziandolo di aver loro rivelato la grandezza e la bellezza di madonna (!), fanno dire alla canzone che vuole andare: ‘fin ched iʹ giugnerò a la fontana d’insegnamento, tua donna sovrana’.  
In queste parole noi apprendiamo una cosa che Dante era stato abbastanza furbo per non dire, e cioè che la sua Beatrice, la Beatrice della ‘Vita Nuova’, aveva l’abitudine di abitare presso la fontana d’insegnamento o (se si voglia diversamente intendere) era una fontana d’insegnamento. Ora questa fontana d’insegnamento era stata sempre il simbolo della tradizione iniziatica attraverso la quale si trasmetteva la Sapienza santa: giuro che la moglie di Simone de’ Bardi non solo non abitava presso questa simbolica fontana, ma non sapeva nemmeno che cosa fosse!




I poeti siciliani anche loro hanno avuto la fortuna di amare tutte donne sapientissime; Jacopo da Lentini, per effetto dell’amore non comune, scrive ‘lo vostro amore mi mena dotrina’.
Questi esempi che potrei moltiplicare non si spiegano con un semplice gusto di esagerare e adulare. L’adulazione non spiega né la fontana d’insegnamento né quella conoscenza che supera tutte le altre conoscenze e che avrebbe reso in qualche modo famosa quella Monna Vanna, introvabile tra le introvabili, mentre al solito basta pensare che la donna sia il simbolo del della Sapienza perché naturalmente debba diventare la più sapiente di tutte le donne, perché il suo amore debba menare dottrina, perché Beatrice debba trovarsi già nella Vita Nuova presso la fontana d’insegnamento.  
Ma non basta!
Di queste donne sapientissime e distributrici di dottrina, ma tuttavia raffigurate nelle liriche come vere donne, ben due, non una sola, ne ritroviamo a un certo punto trasformate nettamente e chiaramente in simboli della Sapienza, e sono: l’Intelligenza di Dino Compagni e la Beatrice della Divina Commedia.
Dino Compagni dopo aver scritto poesie d’amore, a un certo punto, continuando con lo stesso stile e con lo stesso formulario, alla donna della quale pare innamorato sostituisce chiaramente e limpidamente una misteriosa Intelligenza, della quale dice:


E così stando a mia donna davanti,
intorneato di tant’allegrezza,
levò li sguardi degli occhi avenanti,
ed io ‘impalidi’ per dubitezza;
allor mi fece dir: Più tra’ ti’nnanti,
e prendi ne la mia corte contezza;
ed io le dissi: Donna di valore,
s’io fossi servo d’un tuo servidore,
sariame caro sovr’ogni ricchezza.

Allor Madonna incominciò a parlare,
con tanta soavezza, e disse allore:
Hai tu sì cuor gentil potessi amare,
quanto potrai amar, ti fo signore;
Quando parlava, lo dolzor c’avea
di ciò che mi dicea Madonna allora,
mi’ spirito neun non si movea,
si fu ben trapassante più c’un’ora;
amor mi confortava e mi dicea:
rispondi: V’amo, donna, oltre misura
allor rispuosi per quella fidanza,
e Madonna mi diè ricca speranza,
perch’i’ l’ho amata ed amerolla ancora.

Le sue compagne son le gran’ bontadi,
che  fanno co la mia donna soggiorno,
che sono assise per settimi gradi;
e le sue cameriere c’ha d’intorno,
son li sembianti suoi che non son laidi,
che la fanno laudar sovente intorno;
e i nomi e la divisa pon l’autore,
assai aperto al buon conoscidore,
e la masnada di quel luogo adorno.

O voi c’avete sottil conoscenza,
più è nobile cosa auro che terra;
amate la sovrana Intelligenza,
quella che trage l’anima di guerra,
nel cospetto di Dio fa residenza,
e mai nessun piacer no le si serra;
 ell’è sovrana donna di valore,
che l’anima notrica e pasce ʹl core,

e chi l’è servidor giammai non erra.
















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