giuliano

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IL TOMO

domenica 17 ottobre 2021

COGITO ERGO SUM ovvero, Il Racconto della Domenica

 
























Precedenti Domeniche...:


con la sposa dell'Aria


Nella Terza Rivoluzione Industriale


Prosegue con la...:


Conversazione dei cani (Seconda Parte)









SCIPIONE. Amico Berganza, lasciamo questa notte l’ospedale in guardia della Fiducia e ritiriamoci in questo luogo solitario, su queste storie, dove, senza che nessuno ci veda, potremo godere di quest’insolito favore che il cielo ci ha fatto a tutte e due nel medesimo tempo.

 

BERGANZA. Fratello Scipione, io sento che tu parli e so che io parlo a te, né posso persuadermene, perché mi pare che il parlar noi passi i limiti del naturale.

 

SCIPIONE. È vero, Berganza, e tanto maggiore viene ad essere questo prodigio in quanto che parliamo non solo ma parliamo e ragioniamo, come se fossimo capaci di ragione; mentre tanto ne siamo privi che la differenza tra il bruto e l’uomo consiste nell’essere l’uomo animale ragionevole e il bruto no.

 

BERGANZA. Quanto tu dici, o Scipione, io lo capisco; e il dirlo tu e il capirlo io mi è causa di nuova maraviglia. Ben è vero che nel corso della mia vita spessissimo e in diverse occasioni ho sentito ricordare i grandi pregi che noi abbiamo, tanto che pare ci siano stati alcuni i quali hanno volentieri creduto che noi abbiamo in molte cose un istinto particolare così vivo e così fino da offrire indizio e argomento che poco manca a dimostrare che abbiamo un non so che d’intelligenza, capace di ragionamento.




SCIPIONE. Quel ch’io ho sentito lodare ed esaltare è l’aver noi molta memoria, la gratitudine e la fedeltà nostra, tanto che si è soliti dipingerci come simbolo dell’amicizia. E così avrai visto (se ci hai badato) che sulle tombe di alabastro su cui di solito sono ritratti quelli che lì giacciono sotterrati, mettono, quando sono marito e moglie, fra l’uno e l’altro, giù da piedi, una figura di cane per significare che si serbarono in vita amicizia e fedeltà invidiabile.

 

BERGANZA. So bene che ci sono stati cani così riconoscenti che si sono buttati dentro la stessa sepoltura con i morti corpi dei loro padroni; altri che si sono accucciati sui sepolcri dove erano sotterrati i loro proprietari, senza più discostarsene, senza più mangiare fino a lasciarsi morire; so pure che dopo l’elefante, il primo a sembrare di avere intelligenza è il cane, poi il cavallo e in ultimo la scimmia.

 

SCIPIONE. Così è, però ben vorrai confessare di non avere mai visto né sentito dire che qualche elefante, o cane, o cavallo o bertuccia abbia parlato; perciò son per credere che questo nostro parlare così a un tratto rientra nel numero di quelle cose che son chiamate prodigi, al mostrarsi e all’apparire dei quali l’esperienza ha dimostrato che qualche grande calamità minaccia il mondo.




BERGANZA. E allora dunque, non esiterò gran che a ritenere come segnale di prodigio quello che tempo addietro, passando da Alcalá de Henares, ho sentito dire da uno studente.

 

SCIPIONE. Cosa gli sentisti dire?

 

BERGANZA. Che di cinquemila scolari che quell’anno frequentavano l’Università, duemila studiavano medicina.

 

SCIPIONE. E cosa vuoi dedurne?

 

BERGANZA. Ne deduco che, o questi duemila medici avranno malati da curare (il che sarebbe un flagello, una disgrazia) o essi dovranno morire di fame.




SCIPIONE. Ma sia ciò che vuol essere, noi altri, prodigio o no, parliamo; e quel che il cielo ha disposto che avvenga, non c’è attenzione né sapienza umana che valga a prevenirlo. Perciò non c’è da metterci a discutere noi altri come e perché parliamo. Sarà meglio che questo giorno fortunato, o meglio notte fortunata, lo mettiamo nel guadagno di casa; e siccome l’abbiamo così comoda su queste storie e non sappiamo quanto durerà questa buona fortuna, sappiamone godere e parliamo tutta stanotte senza dar luogo al sonno che c’impedisca questo piacere da me da lungo tempo desiderato.

 

BERGANZA. Anche da me che da quando ebbi forza di rodere un osso, ebbi desiderio di parlare per dire cose che riponevo nella memoria, dove, con l’invecchiarvi e accumularvisi, o muffivano o le dimenticavo. Ora pertanto che proprio all’impensata mi vedo ricco di questo dono divino della favella, intendo goderne e trarne il maggior vantaggio possibile affrettandomi a dire tutto ciò che ricordo, quantunque disordinatamente e in confuso, non sapendo quando mi venga ridomandata la restituzione di questo bene che ritengo dato in prestito.

 

SCIPIONE. Sia la maniera questa dunque, amico Berganza, di raccontarmi stanotte la tua vita e le peripezie attraverso le quali sei pervenuto al punto in cui ora ti trovi. Che se domani notte avremo ancora la favella, io ti racconterò la mia, poiché sarà meglio spendere il tempo nel raccontarci le nostre che in cercar di sapere quelle degli altri.




BERGANZA. Sempre, o Scipione, ti ho ritenuto giudizioso ed amico, più che mai ora che da amico vuoi dirmi i tuoi casi e sapere i miei, e giudiziosamente ripartito hai il tempo in cui possiamo esporli. Ma bada prima se qualcuno ci sente.

 

SCIPIONE. Nessuno, secondo me; sebbene qui vicino ci stia un soldato a prendere i bagni di sudore; ma a quest’ora sarà più in via di dormire che per mettersi ad ascoltare qualcuno.

 

BERGANZA. Se posso quindi parlare con questa sicurezza, ascolta, e se quel che ti verrò dicendo ti annoia, avvertimene e comandami di tacere.

 

SCIPIONE. Parla pure fino a giorno o finché non ci sentano, ché io t’ascolterò molto volentieri senza interromperti, se non quando lo veda necessario.




BERGANZA. Mi pare che la prima volta ch’io vidi la luce fu a Siviglia, nell’ammazzatoio, che è fuori di Porta della Carne; dal che avrei immaginato (se non fosse per  quello che poi ti dirò) che i miei genitori dovessero essere di quei mastini allevati da quei promotori di quel bailamme che sono i beccai. Il primo che conobbi per mio padrone fu un tal Niccola detto ‘Naso di cane’ vigoroso garzone, imbroglione, collerico, come tutti quelli che esercitano il mestiere di beccaio: il quale Niccola ammaestrava me ed altri cuccioli a dare, in branco con mastini adulti, l’assalto ai tori ed afferrarli per le orecchie, nel che io riuscii bravissimo molto facilmente.

 

SCIPIONE. Nessuna maraviglia, o Berganza; perché, siccome dipende da naturale disposizione il mal fare, così l’impariamo facilmente.

 

BERGANZA. Che dirti, fratello Scipione, di quel che vidi in quell’ammazzatoio e delle enormità che vi accadono? Devi premettere innanzi tutto che quanti lavorano lì, dal minore al maggiore, è gente senza scrupoli, disumana, senza paura del re né dei suoi ministri, donnaioli la più parte, uccelli rapaci sanguinari che mantengono sé e le loro drude con quel che rubano. Tutti i giorni di grasso, prima che levi il sole, c’è nell’ammazzatoio una gran folla di donnicciole e di ragazzi, tutti con dei sacchi che, vuoti a venire, sono, al ritorno, pieni di tòcchi di carne; e le serve ci hanno granelli e lombi quasi interi. Non c’è capo di bestiame che si macelli e codesta gente non ne riporti le decime e le primizie delle parti piú saporite e prelibate. E poiché a Siviglia non c’è l’appalto della carne, ognuno può portar via quella che gli piace. La prima che si macella o è la più scelta o la più a buon mercato; cosicché, con questa regola, ce n’è sempre in grande abbondanza, e i padroni si raccomandano a questa buona gente che ho detto non perché non li derubi (che è impossibile) ma perché abbiano un po’ di discrezione nelle fette e nelle furberie che usano sui quarti della carne macellata, ché li scapezzano e li potano come se fossero salci o viti da pergola. Ma nulla mi faceva tanto maravigliare né mi pareva peggiore quanto il vedere che questi beccai ammazzano con la medesima facilità un uomo come una vacca; per un fil di paglia, senza tanti complimenti cacciano una coltella dal manico giallo nel buzzo a uno come accoppare un toro. Miracolo se passa un giorno senza liti e ferimenti e talvolta senza morti! Tutti si vantano di essere dei bravacci e hanno pure un ramo di furfanteria. Non c’è nessuno che non abbia il suo angelo custode nella piazza di San Francesco cattivato a furia di lombi e di lingue di vaccina. In breve, ho sentito dire da un uomo di giudizio che tre cose aveva il re in Siviglia pei suoi provventi: Via della Caccia, la Scesina e l’Ammazzatoio.




SCIPIONE. Se per dire le diverse condizioni dei padroni che hai avuto e le marachelle nei loro mestieri, devi, amico Berganza, star tanto come ora, bisognerà domandare al cielo che ci permetta la favella almeno per un anno, e temo pure che di questo passo tu non arrivi neanche alla metà della tua storia. Ti voglio poi avvisare di una cosa, che vedrai in pratica quando ti racconterò io i casi della mia vita, ed è che i racconti, alcuni hanno in se stessi di che piacere, altri l’hanno nel modo di raccontarli: voglio dire che ce n’è di quelli che anche a narrarli senza preamboli ed abbellimenti di parole, piacciono; ce n’è altri che bisogna abbigliarli di parole e che con espressioni del viso e con gesti e con mutamenti di voce, da una cosa da nulla divengono qualcosa, da rozzi ed insipidi divengono delicati e saporosi. Non ti dimenticare ora quest’avvertimento per potertene giovare in ciò che ti resta a dire.

 

BERGANZA. Così farò se mi riesce e se me ne darà modo la gran voglia che ho di parlare, sebbene mi paia che molto difficilmente saprò rattenermi.

 

SCIPIONE. Fai attenzione alla lingua, perché dalla lingua dipendono i maggiori guai della vita umana.




BERGANZA. Dico che tutti i pensieri che ho detto, e più ancora, mi fecero vedere come il modo di vivere e di praticare di quei miei pastori e di tutti gli altri di quelle piagge fosse differente da quello che avevo sentito leggere dei pastori dei libri. Infatti se i miei cantavano, non erano già canti armoniosi e ben composti, ma La bella Gigogin oppure Marianna la va in campagna e altre cosucce di simil genere; e neanche al suono di ciaramelle, di ribeche, o di cornamuse, ma al suono che produceva il battere un vincastro con l’altro o delle castagnole messe fra le dita; e neanche cantati da voci gentili, sonore e maravigliose, ma da voci rauche che, sole o in coro, sembravano non cantare ma urlare e grugnire. Il più della giornata se la passavano a spulciarsi o a rammendare le loro cioce; né fra loro c’era chi si chiamasse Amarilli, Filida, Galatea e Diana, né c’erano Lisardi, Lausi, Giacinti o Riselli; si chiamavan tutti Antoni, Domenichi, Paoli e Lorenzi. Dal che venni a  comprendere quello che penso debba essere comunemente creduto che tutti quei libri son sogni, bene scritti per passatempo degli sfaccendati, e nulla affatto verità; perché se fosse stato così, sarebbe rimasta fra i miei pastori qualche traccia di quel vivere felicissimo, di quell’amenità di prati, di quell’estensione di selve, di sacri monti, dilettosi giardini, chiari ruscelli e fonti cristalline; di quelle tanto oneste quanto bene espresse dichiarazioni amorose, di quel sentirsi mancare qui il pastore, lì la pastora, risuonare colà la zampogna dell’uno, qua il piffero dell’altro.

 

SCIPIONE. Basta, Berganza, rimettiti in carreggiata, e va avanti.


(Proseguo....)










giovedì 14 ottobre 2021

LA TERZA RIVOLUZIONE (industriale)

 























Precedenti capitoli:


Ed io a tutti loro...


Prosegue con il...:


Linguaggio (2)








Ciò che ci insegna la Storia comune, è la volontà alchemica di manipolare possedere contenere, più che conoscere i costanti rapporti che nutrono il mondo secondo i propri Elementi, distribuiti fra povertà e ricchezza. L’utensile tratto dalla fornace del fabbro divenuto sia elemento produttivo (dato dalla costante opera geologica) così come creato, forte e sicuro, sia elemento distruttivo per distruggere la stessa forza in cui nato.

 

Da questa equazione riconosciamo l’umano.

 

Infatti nella ricchezza in cui esposto a differenza della bestia nata da un’apparente morta pietra, o peggio sacrificata in nome d’uno o più dei, l’uomo estrae conia e produce, quanto ciò di cui privo di linguaggio donato all’uomo sino all’ultimo stadio di ugual ciclo di materia, ovvero la morte. Tutto ciò riguardo la pietra con cui coniata l’arma per la distruzione di altri suoi simili, la stessa evoluta non più alla simmetrica necessità con il cui la Terra unita e solidificata strato per strato, da cui la forza tellurica, ma distruggere la forza stessa circoscritta ad una impropria arma d’offesa.




 Ad esempio, se procedessimo per gradi e principi dagli Elementi dati, e volessimo valutare il grande unico insostituibile valore dell’acqua posta in ugual processo evolutivo in cui, sia l’elemento come l’umano assoggettati, ci accorgeremmo che questa così come la conosciamo, frutto di un processo evolutivo millenario scaturito dall’Universo. Ovvero l’acqua così come il suo contrario posti in simmetrica reciprocità sinonimi di vita.

 

Senza il fuoco dal nucleo di ugual zolla non avremmo la pietra forgiata, neppure l’acqua per riconoscere differenza, e non certo l’univoca discendenza nell’araldo di un antico linguaggio con cui scritto l’Universo e successivamente la misera Terra. Di certo se d’un Tempo perduto l’avessimo ancora pura come acqua e pietra hora non ne evidenzieremmo la Lingua smarrita o peggio perita!  



   

Nella diversa Storia presieduta dall’umano, e non più Elemento del Filosofo divenuto scellerato patto alchemico, l’acqua diviene sinonimo di forza al pari del ferro, ove nei secoli della futura opera meccanizzata, riconosciuta tradotta e contenuta entro un mulino così da poterla trasformare ad uso dell’uomo.

 

Forgiare pane e ferro!

 

Certamente l’idea in se non appare ‘bestiale’, eppure lo stesso principio in forza della superiore Natura muterà ed evolverà secondo schemi del tutto ‘umani’, estranei alla uguale medesima evoluzione in cui nata l’acqua come l’uomo, il quale non più si disseta o la sfrutta per i quotidiani intenti, ma scorgendo la potenza che questa in sé cela ne adopera la forza (così come la pietra) convogliandola secondo nuovi meccanizzati procedimenti affini alla Storia creata dall’uomo, ma non certo della Natura.




La Dottrina, sappiamo bene, gioca il giusto o ingiusto ruolo in questo costante miracolo meccanizzato. Giacché chi ha ed interpreta Dio ha letto la volontà espressa di dominare e sottomettere l’intero Creato.

 

Non volgiamo i termini e fini disquisitori su questa vecchia teoria del miracolo, giacché sappiamo bene che i veri miracoli della Natura per interposta figura umana, poche volte sono riconosciuti dall’accreditata ufficiale istituzionalizzata ‘dottrina’ creata dall’uomo. E nemmeno ci conferiamo il privilegio o il merito di come al meglio tradurre la Parola di ugual medesimo Dio, indicando l’errore, anche nel riconoscere Demone o Santo.

 

Quindi riprendiamo il cammino, abbiamo poco fa detto circa l’acqua là ove, dimenticavo di dire, è nata anche la Parola; cioè, nessun Dio sembra intervenuto durante cotal ‘cantico’, neppure il sogno o l’incubo d’un Profeta in nome esclusivo d’un popolo eletto, semmai un vasto gruppo (pre)umano che imparava attraverso gli Elementi della Natura (tra cui anche l’acqua) a pensare, specchiandosi nelle vaste distese del cielo, sino allo specchio riflesso di ugual contesto e elemento in Terra precipitato. Scomposto e frammentato anch’esso, composto da vari innumerevoli Poesie accompagnate da impareggiabili fraseggi, oppure nelle avverse Stagioni, incubi.




Le varie ère così come l’Universo conoscono un ciclo ben preciso, annoverato nelle raccolte Stagioni della Terra, sia detto per inciso. Suddette lingue si sono al meglio coniugate, assieme agli altri Elementi qual dialetti formare un linguaggio unico. Si osservi per l’appunto il linguaggio dell’uomo, riconosciamo stessa caratteristica, non scorgiamo differenza, soltanto si è prodighi nell’indiscussa grammaticale metrica poetica  dimenticando la vera prima lingua universale disconosciuta ai più.

 

Ovvero, sembrerebbe un Pensiero e successivo linguaggio anch’esso perfezionato nel proprio pensare dialogare come nell’esprimere diversi stati d’animo; sino alla perfetta costante Opera della Natura con il proprio, ma non certo univoco linguaggio, giacché in essa riconosciamo diverse lingue, poste in un ciclo ben preciso, evolute unite e congiunte sino ad una ugual medesima precisa lingua congiunta e connessa in costante moto e processo espressivo, da cui la Vita.




 Ovvero, cotal linguaggio, con i suoi accenti, sfumature e successivi miglioramenti da una approssimata nebulosa qual apparente volgare ‘espressione’ nato, sembra essersi ottimizzato. Il ciclo o superiore Idea dell’Universo ha perfezionato tal linguaggio, solo chi pensa di possedere l’esclusività del pensiero come della parola, vuol interpretarlo come subordinarlo.

 

La differenza fra le due lingue, una costantemente in ‘atto’ espressivo e creativo conforme all’Opera raccolta nelle Stagioni e per sempre rinata e migliorata secondo logiche evolutive, l’altra, all’opposto, in costante derivato sfruttamento linguisticamente motivato, riflessa in se medesima qual ‘atto’, seppure posto e dato nella forma del presunto superiore Intelletto (nei secoli disquisito come il motivato Pensiero), non del tutto consapevole, però, di ogni singola frammentata capacità ‘espressiva’.

 

Sia questa riconosciuta nel ‘superiore’ e non più ‘istinto’ del Pensiero, come il successivo atto evolutivo della Parola, all’intera Natura ovviamente negata, in quanto del tutto incapace d’intendere e volere, presieduta solo dall’istinto senza memoria e pensiero alcuno, neppure presenziata dalla più piccola Idea.




Anche qui riconosciamo il dispiegamento di due differenti linguaggi che si dividono in maniera incomprensibile; ovvero, l’uomo cogitante con i suoi superiori Ideali scritti per l’intero arco della sua e purtroppo altrui Storia, ha creato l’immondo nelle peggiori catastrofi edificate, al contrario di chi pensiamo privo di ugual medesimo pensiero ed ‘atto’ privo di qualsivoglia forma espressiva cogitante.

 

Certo il Dio che ha così pensato in ultimo l’uomo deve aver ‘commesso’ un invisibile paradosso, oppure è meglio postulare che non certo Dio, ma l’uomo il quale ha inventato tal limite scritto nel linguaggio (e quindi posto Dio ad un vincolo dato) terreno così espresso, debba aver ‘commesso’ non intendendo.

 

Ovvero l’uomo eletto interprete dell’esclusività posta fra Pensiero e Parola, quindi il dotto linguaggio con cui formula in base ad una Idea, ad un preconcetto, il linguaggio esplicitante circa il proprio ed altrui Essere ed appartenere alla più elevata forma espressiva. Divisa e scissa in diverse dottrine e arti. In diverse materie. Ma sempre queste in vista d’un ‘appropriato’ linguaggio.




 Chi invece, e ripetiamo, senza cotal eccelso dono, parla la più grande incompresa Prosa dell’Universo, nei secoli al di fuori dal ricordo disgiunto della Memoria, e così quando l’uomo cerca di risalirne l’incompresa china fino ai primordi dell’Opera da cui deriva, ponendo occhio ed orecchio al vagito dell’Universo, sino agli abissi più remoti e profondi, ode e traduce quasi incantato un incompreso ‘algoritmo’, quasi metafisico eco, oppure un qualcosa che assomiglia ad una ‘canzone’, ovvero un linguaggio cantato, ossia un cantico.

 

Una musica delle sfere?

 

Quindi sussiste nel Pensiero Primo non percepito neppure compreso, una ‘materia’ devenuta linguaggio (‘onda’ e ‘particella’ altrimenti non potremmo udirne o percepirne la remota volontà espressiva), anch’esso assoggettato al suo costante ‘ruolo’, ovvero esprimere l’Elemento, calco e forma di un più probabile Creatore negato al proprio linguaggio.

 

Scopo e ‘ruolo’ di tal necessità dai primordi dell’Universo, là ove arriva l’orecchio e non più l’oculo, ne più ne meno del fiuto d’un lupo, il quale pur non vedendo avverte l’altro, ne percepisce l’inconfondibile presenza, sia questa amica o minacciosa, una preda o il cacciatore nella volontà della stessa (il cacciatore quando sacrifica ed immola e divora non certo lupo, il quale attenta la sua pecunia, sia detto per inciso in siffatto linguaggio espressivo).


[Prosegue....]









martedì 12 ottobre 2021

...ED IO A TUTTI LORO...

 























Precedenti capitoli:


Circa l'Introduzione al paesaggio...


Posto nella percezione della realtà cosciente... 









Ho visto Barabba

Confondere l’oggi e il domani dettar legge

Ed i saggi baciargli le mani

 

Ho visto Umani

Cagionare come bestie

E bestie saggie più degli umani

 

Ho visto ubriachi

Comandare greggi

E lupi confusi per agnelli

 

Ho visto Profeti

Confusi per pazzi

E indemoniati inneggiare al domani

 

Ho visto ieri come oggi

Il passo

E nessun Santo predire una guerra

 

Al ponte del diavolo condurci

Verso la vetta

Come un abisso senza Sentiero

 

Ho visto e letto la Memoria

E nessuno e tutti

Comprendere la trama della vera Storia

 

Ho visto la Storia

Torturare la coscienza incarnata

E ogni Uomo peggio della bestia

 

Ho pregato la Natura

Come una Vergine Maria

E Lei con me condividerne la spada della Fine

 

Ho visto alta

Nel cielo

Splendere l’Apocalisse

 

E nessuno predirne il Teschio

 

Di certo non una stella

Così come una Cometa

Annunziare felice Novella

 

Ho visto un dèmone

Dall’Alba al Tramonto

E ognuno recitarne l’immonda preghiera

 

Ho visto il male

Trionfare nel cielo dall’Universo

Fino alla crosta di questa umiliata Terra

 

Ho visto pazzi alienati

Urlare braccare il buio privo di luce

Guidati da un dèmone nominato domani

 

Ho visto Dio

Donarmi Maria

E la Vergine Madre

 

Accompagnarmi all’altare dell’immacolata Natura

 

Ho visto il Tempio

Così come il lungo Sentiero

E Lei condividerne gioie e dolori

 

Per ogni rosa e spina

Qual futuro regno

Cingermi l’Anima e lo Spirito qual elmo di gloria

 

…Crocefissa…

 

Ho visto lo Spirito

Qual Elemento libero vagare come il Vento

Ed incarnarne il frutto privo d’ogni peccato

 

D’una Natura Grande Madre

Parlare con la voce d’ogni Elemento perseguitato

E da Dio Creato

 

Vedo il peccato

Ogni giorno trionfare

Divenire concime calunnia bestemmia e raggiro

 

Ed ogni uomo evoluto

Raccoglierne il frutto

Pregarne la materia corrotta

 

...Forse solo un dèmone antico

Quanto e più del male

Trionfare imperare comandare…

 

(Giuliano)

 

 


 

 


domenica 10 ottobre 2021

IL RACCONTO DELLA DOMENICA, ovvero, La Sposa (dell'Aria)

 
























Precedenti racconti


di Domenica  (dopo la rivolta)


Prosegue con la...:


Seconda parte (8/10 ottobre).... 









Che pallone formidabile è la Stella! Uno sferico che all’equatore misura quindici metri e fa invidia a molti del raduno di Milano. È imponente, uno spettacolo! Una gemma del cielo.

 

Forma perfetta, armoniosa, morbida. È di seta bianca.

 

Bianca per non attirare i raggi solari e limitare il surriscaldamento del gas. La seta appare sotto forma di grandi spicchi cuciti tra loro con un particolare punto di rinforzo che Charbonnet ha curato personalmente dando poi istruzioni alle operaie giù in Officina. Ed è ricoperta da uno strato di specialissima vernice grassa, diluita con liquido volatile, di resina e olio di lino cotto.

 

Questo formidabile trattamento, ripete spesso Charbonnet al signor Botto durante le loro infinite discussioni nel deposito dell’officina, consente alla Stella, anche senza guttaperca, di disperdere soltanto quattordici litri per metro quadrato ogni ventiquattr’ore!




Il gas è altamente volatile, ma la seta della Stella riesce a trattenerlo a dovere. Qualità importantissima per coprire voli di lunga distanza, come al famoso raduno di Milano.

 

“In volo, durante il raduno,”

 

spiega Charbonnet ai conoscenti che lo interrogano sulle sue peripezie in cielo,

 

“in genere non ci si perde in visioni poetiche, tanto meno in futili chiacchiere. Si sale e si va, sperando nel vento. Non è uno scherzo, credetemi. Col variare della temperatura, quando cala la notte o quando si entra o si esce dal cono d’ombra delle nuvole, gli equilibri aerostatici immancabilmente si rompono e allora il pallone varia il proprio assetto nell’aria. Se la Stella acquista quota, si agisce sulla valvola tirando l’apposita fune che sale verticalmente dalla navicella e si fa fuoriuscire del gas. Se invece la Stella scende, è necessario gettare subito zavorra. Di notte, di giorno, senza sosta, con continue correzioni per mantenere l’equilibrio. No, non è uno scherzo!”




Le notti in volo sono fredde, silenziose: solitudine all’estremo. Niente può rivelare dove ci si trova, se non le rare luci di qualche paese lontano, che appaiono come fari su isole perdute nel mare nero della campagna.

 

La Stella, da sola, pesa pressappoco quanto un cavallino di piccola taglia – due quintali –, ma può portare fino a sei persone in una volta. Cinquanta chili è il peso della rete, ai quali bisogna aggiungere gli altri settanta della navicella con funi e cerchio. E anche il peso dell’ancora e della guiderope, l’ingombrante corda di ancoraggio. Dunque, un carro da trasporto è appena sufficiente a spostare il pallone disarmato.

 

Poi però c’è anche la sabbia asciutta necessaria al riempimento dei sacchetti di zavorra. E se in loco non la si trova, bisogna farla arrivare da qualche cantiere edile. Ma dev’essere un buon cantiere, perché non tutta la sabbia è uguale. Quella per la Stella non può contenere pietrisco, tanto meno sassi, molto rischiosi per chi si trova a terra.




In quell’appendice pendula abbandonata alla gravità e all’incognita dei venti – così da non sapere mai dove si atterrerà –, c’è per Charbonnet un misto di razionalità e di poesia che sfocia in un frenetico desiderio di ritornare sempre a volare. Il volo, per lui, significa soprattutto “travalicare le contingenze di ogni giorno”.

 

Lassù non ci sono regole, c’è la libertà del vento; non esistono leggi, se non quelle della termodinamica. E poi c’è anche la vera mistica del volo: il volo è un’arte incorporea, evanescente, come la danza. “Sì, come la danza!” gli fa eco Botto, che di piroette e coreografie se ne intende, dopo anni alla Scuola Ginnica Ernesto Ricardi di Netro.

 

Lassù si raggiungono punti di vista che permettono di abbattere le barriere dell’immaginazione, e con un solo colpo d’occhio di afferrare l’insieme delle cose: così pensa Charbonnet. In fondo, non avevano fatto così anche i padri dell’Encyclopédie, un secolo prima, a Parigi?




Su uno scaffale, a portata di occhi e di mano, avevano immaginato di raccogliere l’intero universo, tutto lo scibile umano. Guardare la sfera terrestre da lassù non è molto diverso, secondo Charbonnet.

 

Appesi al gas sopra duemila metri di aria.

 

Tutti i sensi all’erta. Lanciarsi con lo sguardo dalla cesta di vimini e avere ogni cosa sotto i propri occhi. Sopra tutte le miserie del mondo. E, sempre più estraneo, come ripete Charbonnet, “alla prospettiva dell’angolino”.

 

Un vago sorriso spunta sulla bocca di Annetta, a sentir ripetere quella parola, “angolino”.




 Tra la polvere e nel centro del piazzale transennato con migliaia di persone che aspettano l’inizio dell’incredibile viaggio di nozze, sotto il cielo azzurro, ampio, caldo, invitante, senza vento, pulito, e inarcuato come in un grande abbraccio, si stavano affrontando gli ultimi preparativi per il volo della Stella.

 

La lunga manica flessibile del gas serpeggiava sulla spianata congiungendo la cisterna all’appendice del pallone. Come una grossa proboscide, la manica di collegamento risucchiava il gas illuminante e lo sputava nella pancia della Stella. Era la vita che entrava nel pallone.

 

E il pallone respirava. Più aspirava, più si gonfiava, e si tendeva, levitando e disponendosi in assetto di volo.

 

Così, lenta, proseguiva l’operazione.




Gli spettatori stringevano le labbra e socchiudevano gli occhi, fantasticando sulla potenza che stava dilatando i fianchi della Stella. Finché l’equatore, tutti i meridiani, i paralleli della rete entrarono in trazione e la seta bianca premette rigonfiandosi tra le maglie della rete.

 

Ora la Stella cominciava a tirare sui cavi di imbrigliamento della navicella. Voleva già salire. Tirava sulle funi di sospensione, su quelle più leggere di manovra, sul cavo di ritegno del pallone. Mentre dall’equatore scendevano, tutt’intorno allineate, le corde agganciate alle catenarie d’ormeggio.

 

Annetta osservava paziente come la propulsione del gas determinasse la metamorfosi del pallone. Da dietro il velo di trine calato sugli occhi vedeva la scena avvolta da una luce morbida, buona.

 

Charbonnet camminava in mezzo al piazzale con le mani intrecciate dietro la schiena e sapeva che non mancava molto al momento del decollo.




Li farò impazzire, pensò, altro che applausi, grideranno fra un po’. Se solo sapessero che cosa li attende...

 

Ma la folla ora si era fatta meno chiassosa. I “Viva gli sposi” erano cessati da un pezzo. Si coglieva già una certa impazienza. I giornalisti facevano gruppo. Anche Salvo della “Gazzetta di Torino” si trovava tra la calca, d’altronde lo aveva promesso allo sposo che si sarebbe fatto vivo al momento giusto. Ostentava un’aria indifferente, ma in segreto si compiaceva di essere stato lui a intervistare Charbonnet in esclusiva. Indossava il solito completo principe di Galles con la pochette, portava una bombetta e aveva una copia della “Gazzetta” sotto il braccio.

 

L’attesa cresceva. Era palpabile, amplificata da migliaia di sguardi impazienti.




Annetta, impassibile, sedeva in fondo sulle transenne di legno. La mano in quella della mamma. Il suo elegante sposo, accanto al signor Botto e a Costantino, stava terminando nella polvere le ultime operazioni. Si muovevano rapidi, governando il grande tubo che penetrava nel pallone, e organizzavano la zavorra e i cavi di ormeggio.

 

Costantino correva da uno all’altro per prendere ordini.

 

Il signor Botto dirigeva gli uomini di fatica addetti alle catenarie di ormeggio e osservava con aria di approvazione.

 

Era passata un’ora dall’ingresso del corteo nuziale nel Gazometro e lo sferico finalmente si stagliava in tutta la sua energia esplosiva. Bianco e tirato, contro il cielo di metà pomeriggio.




Adesso i cavi vibravano sotto sforzo. La seta era tesa, dilatata e gonfia, proprio come quella dell’abito bianco sul petto di Annetta.

 

Con gli ultimi sbocchi di gas, il pallone emise un sibilo basso che si propagò per tutto il Gazometro. Era pronto. Quello era il segnale.

 

Annetta fu la prima a capire che il momento stava per arrivare. Si guardò intorno e sorrise.

 

Quando vide Charbonnet camminare lentamente verso le transenne ne ebbe la conferma. Sentì che dalla folla si era alzato un brusio.

 

Le dame dietro il primo recinto con le loro raffinate toilette, i bambini eccitati, i signori incuriositi, e più lontano, dietro gli elegantoni, il chiassoso popolo di seconda classe, tutti mossero qualche passo in avanti.




La folla premeva.

 

Charbonnet stava arrivando da lei.

 

“Vai, tesoro,” sussurrò la madre con un sorriso d’incoraggiamento.

 

“Sì, vado.”

 

Si alzò di scatto. Poi lentamente guardò la folla.

 

“Quanti sono!, tantissimi!” sussurrò tra sé.

 

“Su, vai.”

 

“Sì.”

 

Si sollevò il velo di trine e sfiorò la guancia della madre con un bacio. Le due donne si guardarono negli occhi.

 

“Vado, allora.”




Charbonnet era arrivato da lei.

 

E alle quattro e venti di domenica 8 ottobre 1893, Santa Reparata, con il marito, l’ammiraglio dell’aria Giuseppe Charbonnet che le sorrideva porgendole il braccio, Annetta si fece il segno della croce.

 

Deglutì. Allungò la mano e con il suo sposo iniziò a camminare.

 

Attraversarono sorridendo i trenta metri di terra battuta che li separavano dalla Stella. Lo sbuffo dell’ampia gonna seguiva le forme perfette di Annetta. Il cuore le batteva sempre più forte, la bocca era secca. Non riusciva più neppure a deglutire.

 

“Viva gli sposi! Viva gli sposi aeronauti!”




“Stai calma,” si disse.

 

Percorse tutti i trenta metri camminando come su una passerella d’onore e arrivò vicinissima al pallone.

 

Charbonnet si tolse il cappello da ammiraglio. Fece un profondo inchino verso di lei. Poi verso il pubblico.

 

Prese in braccio Annetta. La sentì leggera. Le sfiorò con le labbra le guance profumate e la posò dentro la cesta di vimini.

 

“Oplà,” gli sussurrò lei nell’orecchio.




 Ci fu un applauso.

 

Il capitano della Stella ringraziò con un altro inchino.

 

Poi si fece serio. Dopo aver rivolto un cenno agli aiutanti, a uno a uno, infilò il piede destro nell’apposito appoggio sul fianco della cesta. Con un lungo passo montò in equilibrio sul bordo e, tenendosi alle corde, si fece scivolare all’interno.

 

“Sì. Tutto a posto,” disse tra sé con un impercettibile movimento delle labbra. Si girò di nuovo verso la folla. E gli spuntò un ghigno furbesco, da prestigiatore che si esibisce nel trucco più riuscito.


(Prosegue...)