giuliano

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IL TOMO

mercoledì 29 dicembre 2021

LA TERRA TRASFORMATA (6)

 

























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Della conquista  (5)


Prosegue al...:









Sant'Elia  (7)









Un più che valido esempio per quanto precedentemente espresso, anche se non condiviso, risalta alla lettura di questo articolo il quale riporto nei punti più salienti, circa l’espressa delusione da parte del giornalista per il compiuto acquisto dell’Alaska, ‘una enorme distesa di Terra senza prospettiva alcuna’, ove vengono altresì forniti consigli per come sfruttarla così come potenziarla dal punto di vista del ‘dogma economico’.

 

Lo scrivente - in questo specifico caso - funge da anamorfico specchio rispetto alla trascurata bellezza d’un immenso patrimonio, invidiabile sotto ogni punto di vista. Distorcendo - o peggio - non comprendendo ove risieda la vera sana duratura ricchezza circa il bene, vero patrimonio della Immacolata Terra appena comprata, o sottratta, a simmetrico intento di chi - e ancor peggio - ha provveduto alla vendita.

 

I due soggetti rendono unico il ‘dogmatico’ pensiero riflesso nella dottrina economica precedentemente disquisito (quale vera patologica distorsione caratteriale dell’essere ed appartenere alla Terra), premettendo la successiva corsa all’età dell’oro. Così assistiamo inermi alla disfatta dell’età agognata sino alla grotta d’una miniera, là ove molti o troppi si accalcano per il bene della borsa.




In Europa le cose non vanno sicuramente meglio, l’alpinismo, così come gli intrepidi viaggi polari della nuova corsa all’inviolato primato della conquista, assommati alla sempre più pressante ricerca di Cime altrettanto inviolate (popolate solo da miseri Dèi e Dèmoni venerati in Terra scalzati e puniti del Sacro Santo diritto di contemplare ed essere contemplati come adorati; ammirare e pregare la rara bellezza, divenuta, a Ragione, Rito), rendono ugual oro quotato in medesima borsa.

 

La simmetria non muta prospettiva e forma dell’anamorfica vista che corre da un fiume o una vena sino ad una inviolata Vetta, ruotando coordinate e latitudini di medesimi intenti, il dio del Fiume come la sacra Dèa della montagna, moriranno per ugual cieca mano. La qual mano si accompagna all’approssimata vista prossima alla cecità assoluta come un nuovo Omero in nome e per conto del progresso indicare il Viaggio da compiersi per rinnovare l’antica età dell’oro, oppure, da non compiersi affatto, meglio dedicarsi in alternativa alla caccia…   



  

Ma l’articolo si presta ad altre considerazioni circa il progresso e il rapporto che l’uomo svela pur non volendo, con la bellissima diletta Natura, non men della Beatrice che in tal senso sprona la dovuta e retta Ragione senza più cagione alcuna….

 

I due Imperi hanno concluso un affare, la Russia dello zar non dissimile dalla nuova America colonizzata, in procinto anch’essa ad una perenne trasformazione, sono i termometri barometrici e psicologici di un eterno clima della medesima ugual Storia, a conferma per quanto affermato, circa un sofferto rapporto, e non solo politico che li divide e in qual tempo unisce, fra l’uomo e la sua amata odiata Natura, conquistata e da conquistare (o meglio: violentare) ancora.

 

La dottrina economica compie l’inesorabile corso della Storia. Pochi i credenti profeti che ammirano tutt’altro Spirito!

 

Non introduco - ulteriori saccenti dotte inutili complesse - argomentazioni…, chi sa cogliere la velata sottigliezza comprende molto più di tante troppe parole per quanto fin hora ed allora (da pochi) detto e scritto…

 

(Giuliano)




LA TERRA DELLE PELLICCE:  


 

Nel 1867 il governo degli Stati Uniti, per un pagamento alla Russia di circa un milione e mezzo di sterline, ricevette in cambio lo strano e isolato paese dell’estremo nord noto come Alaska, separato da mille miglia di territorio coloniale britannico dalla frontiera repubblicana. Per alcuni anni ci furono conflitti costanti con gli indiani, e nel complesso la storia antica dell’occupazione americana dell’Alaska non è brillante. Gli speculatori di San Francisco che erano stati attratti dalle speranze di oro e di incalcolabili ricchezze nelle foreste e nella pesca furono terribilmente delusi, e la maggior parte di loro a poco a poco se ne andò di nuovo.

 

Una semplice occhiata alla mappa dà appena un’idea dell’enorme estensione superficiale di questo possesso periferico dei nostri cugini americani. Secondo il rapporto speciale dei commissari del censimento degli Stati Uniti, al quale siamo principalmente debitori per i fatti riportati in questo articolo, l’area totale dell’Alaska è di cinquecentotrentunomilaquattrocentonove miglia quadrate, o circa un sesto dell’intera area degli Stati Uniti.


 

Ma entoventicinquemiladuecentoquarantacinque miglia quadrate sono interamente all’interno del circolo polare artico, un’area che raramente è stata attraversata dall’uomo bianco, e sui cui confini costieri ci sono alcuni villaggi eschimesi. I nativi di questi, è triste apprendere, si deteriorano e ammalano rapidamente a causa del commercio con gli equipaggi dei balenieri che d’estate si recano nei dintorni e cercano solo di barattare i prodotti naturali, sotto forma di pellicce olio e avorio, per poi rimanere intossicati, se non addirittura alcolizzati, dai frequenti pagamenti che avvengono con infimo whiskey.  

 

L’immensa area della divisione settentrionale dell’Alaska è lasciata all’orso e alla volpe, alla renna e ad altri animali polari, e da qualche parte a circa tremila eschimesi degradati.

 

La più grande divisione geografica dell’Alaska è quella che i funzionari degli Stati Uniti hanno chiamato la sezione dello Yukon. È così chiamato perché comprende la valle del fiume Yukon, considerato il più grande fiume d’America, se non del mondo, e che scarica nel Mare di Behring un volume d’acqua stimato in circa un terzo in più rispetto a quello del Mississippi.




La divisione dello Yukon comprende centosettantaseimilasettecentoquindici miglia quadrate ed è abitata da quattromiladuecentosettantasei eschimesi, duemilacinquecentocinquantasette indiani Athabaskan, diciotto bianchi e diciannove creoli... totale, seimilaottocentosettanta.

 

L’occupazione degli indigeni è interamente quella di cacciare animali dalla pelle di pelliccia, che barattano con i bianchi per zucchero, farina, tè, stoffa, ferramenta, ecc. Si dice che il valore in denaro delle pelli barattate sia di circa quindicimila sterline all’anno. Le volpi sono le principali fonti di ricchezza di questo distretto e se ne trovano di tutte le sfumature, dal grigio argento e nero al rosso e bianco come la neve. Accanto a queste per importanza sono le pelli di faina (o di zibellino) e di lontra terrestre; e poi, ma in misura molto minore, quelli degli orsi neri e bruni. Le pelli di alce e di cervo sono tutte conservate dagli indigeni per i propri scopi, per vestiti, biancheria da letto, ecc.




Tutte le isole nelle acque dell’Alaska sono montuose, alcune delle altezze salgono da quattromila a ottomila piedi; ma l’intero territorio è privo di alberi. Il terreno è un misto di terriccio, argilla e detriti vulcanici; ed erbe di ogni specie crescono in grande abbondanza. Il carbone è stato scoperto nell’isola di Ounga; ma questa è l’unica ricchezza mineraria ancora scoperta, sebbene la ‘propensione’ sia stata coltivata per anni. Il carbone è di pessima qualità. Il clima di questa divisione è più temperato di quello degli altri distretti, e un tempo si pensava che le erbe ricche potessero consentire l’allevamento del bestiame su una scala considerevole.

 

I lunghi inverni, tuttavia, si sono rivelati impraticabili; ed è stato scoperto che il fieno, anche, può essere importato da San Francisco più economico di quanto possa essere coltivato e curato sul posto. L’unica parte in cui il bestiame è tenuto dai sacerdoti e dai commercianti bianchi è a Oonalashka, e il fatto è interessante in quanto indica il pericolo di affidarsi a descrizioni poetiche dei luoghi. Thomas Campbell, si può ricordare, parla circa ‘il pilota’ che guida la sua barca dove

 

Freddo nella sua mezzanotte guarda le brezze soffiare

Da rifiuti che sonnecchiano nella neve eterna;

E aleggia attraverso il tumultuoso ruggito dell’onda,

Il lungo ululato del lupo dalla riva di Oonalashka.




Le isole Aleutine sono ben popolate; e il popolo è semicivile, i russi hanno con loro rapporti, insediamenti e missioni tra loro da più di un secolo. Le dame delle Aleutine, infatti, i cui signori si sono arricchiti con la pesca delle foche, possono persino sfoggiare sete nelle grandi occasioni, e mostrano in ogni momento una passione per i nastri e i gioielli di ‘commercio’. Solo gli eccezionalmente ricchi, tuttavia, possono permettersi cuffie o cappelli. Gli uomini sono particolarmente affezionati ai berretti a corona larga e a fascia rossa delle uniformi russe, che furono i primi esempi di abbigliamento civile mai visti sulle loro coste.

 

Le acque sono ricche di pesci di ogni genere; ma l’industria più importante è la pesca delle foche che ora è condotta in affitto dal governo degli Stati Uniti, che ne mantiene il monopolio e può permettersi notevoli commerci di pelli così da rendere la moda ancora viva e orgogliosa dei suoi cappellini e cuffie alla maniera russa.

 

Per riassumere, si può dire che l’acquisizione dell’Alaska da parte degli americani è stata una grande delusione per la loro economia. Pensavano che sarebbe stato un ottimo distretto per insediamenti estesi per scopi agricoli, e il paese, come abbiamo visto, è del tutto inadatto quasi ovunque a tali scopi. Poi fecero sogni luminosi di ricchi giacimenti minerari; ma sebbene oro, argento e carbone siano stati trovati e parzialmente lavorati, l’industria mineraria è una caratteristica secondaria della ricchezza dell'Alaska.




L’estensione delle foreste, tuttavia, è stata riscontrata maggiore di quanto previsto. Su questo punto il Commissario degli Stati Uniti così ci aggiorna:

 

“Il legname dell’Alaska... riveste le ripide colline e versanti montuosi, e strozza le valli dell’Arcipelago Alexander e la contigua terraferma: si estende, meno fitto, ma comunque abbondante, lungo l’inospitale distesa di territorio che si estende dalla testata di Cross Sound alla penisola di Kenai, dove, scendendo a ovest e a sud-ovest fino alla metà orientale dell’isola di Kadiak, e da lì attraverso lo stretto di Shelikhof, si trova sulla terraferma e sulla penisola confinante con la stessa latitudine; ma è confinato all’interno opposto a Kadiak, non scendendo verso la costa fino all’est di Capo Douglas. Dall’interno della penisola, si troverà che la linea di legname su tutta la grande area dell’Alaska segue la linea costiera a distanze variabili da cento a centocinquanta miglia dalla costa, fino a raggiungere la sezione dell’Alaska a nord della foce dello Yukon, dove una parte della costa del Norton Sound è direttamente delimitata da legname fino a Cape Denbigh a nord. Da questo punto verso est e verso nord-est, una linea può essere tracciata appena sopra lo Yukon e i suoi immediati affluenti come i limiti settentrionali del legname in una misura considerevole.




Ma sebbene l’area coperta da alberi sia così enorme, il valore di mercato del legname non è così grande come si potrebbe immaginare. Il più pregiato è il cedro giallo; ma questo non è così abbondante come l’abete rosso o l’abete, e anche quello non è della migliore qualità.

 

Più importante del legname è il prodotto delle acque, perché si dice che nei mari che bagnano le coste dell’Alaska non ci siano meno di settantacinque specie di pesci da mangiare.

 

Ma la vera ricchezza attualmente dell’Alaska risiede nell’abbondanza dei suoi animali dalla pelle di pelliccia. Fu per il commercio di pellicce che i russi occuparono il paese dopo che fu scoperto da Behring, e fu principalmente per il commercio di pellicce che gli americani lo acquistarono dalla Russia. L’entità degli scambi si è rivelata addirittura maggiore di quanto previsto al momento del trasferimento. Le spedizioni di pelli di lontra marina e di foca da pelliccia da sole sono più che raddoppiate dal 1867, e ora hanno un valore medio annuo di circa trecentomila sterline.




Delle pellicce di terra, come vengono chiamate, l’elenco è lungo, e nell’ordine di ampiezza di distribuzione si può dare così: lontra terrestre, castoro, orso bruno, orso nero, volpe rossa, volpe argentata, azzurra e volpe bianca, visone, faina, orso polare, lince e topo muschiato. Sono comuni anche conigli, marmotte e ghiottoni, ma le pelli sono conservate dagli indigeni. Il valore annuo delle pellicce, mare e terra, ora ottenuto dall’Alaska è stimato in media di circa mezzo milione di sterline, e non vi è alcun segno di diminuzione della resa. Al contrario, la concorrenza dei commercianti di pelli ha stimolato gli indigeni ad una maggiore industria nella caccia; mentre i prezzi ora pagati ai cacciatori sono da quattro a dieci volte superiori a quelli correnti durante la dominazione russa. 

(Gennaio 1866)

 

 

BREVE EPILOGO:

 

 

La mattina del 24 gennaio 1855, Henry Thoreau si sedette con il proprio diario a riflettere su come Concord, la sua terra natale, era stata modificata da più di due secoli di colonizzazione europea. Aveva letto da poco il libro ‘New England’s Prospect’ nel quale il viaggiatore inglese William Wood narrava il proprio soggiorno del 1633 nel New England meridionale descrivendo il paesaggio ai lettori inglesi.

 

Ora Thoreau tentò di stabilire quanto il Massachusetts di Wood fosse diverso dal suo. I cambiamenti sembravano veramente radicali. Iniziò dai prati che, scrisse, ‘a quel tempo sembravano crescere più rigogliosi’. Anche le fragole, se le descrizioni di Wood erano precise, erano state più grosse e abbondanti ‘prima che i campi coltivati non le costringessero in spazi angusti’. Alcune arrivavano a misurare almeno tre centimetri di diametro ed erano così numerose che se poteva raccogliere mezzo staio in una mattina.




Altrettanto abbondanti erano l’uva spina, i lamponi e, in modo particolare, i ribes dei quali, pensò Thoreau, ‘così tanti scrittori del passato hanno narrato, mentre così pochi tra i moderni ne trovano allo stato selvatico’. Nel 1633, le foreste del New England erano state molto più estese e gli alberi molto più grandi. Sulla costa, dove gli insediamenti indiani erano stati maggiormente vasti, i boschi erano apparsi ai primi coloni inglesi più aperti, simili a parchi, senza sottobosco e senza vegetazione cedua, così comuni invece nella Concord del XIX secolo.

 

Per poter ammirare una simile foresta, secondo Thoreau, sarebbe stato necessario organizzare una spedizione fino al Maine, dove si trovava l’unico ‘esemplare ancora esistente di essa’. Le querce, gli abeti, i prugni e i liriodendri erano comunque tutti, a suo dire, meno numerosi di quanto non lo fossero stati ai giorni di Wood. Nonostante la foresta fosse stata molto ridotta al suo stato originario, la maggior parte delle specie degli alberi erano rimaste.




Non si poteva dire lo stesso per gli abitanti del regno animale. L’elenco di Thoreau delle specie scomparse era desolante: ‘L’orso, l’alce, il cervo, il porcospino, il leopardo delle nevi, il lupo vorace, il castoro, e la martora’. Non solo se ne erano andati i mammiferi terrestri; anche il mare e l’aria sembravano più vuoti. Un tempo si potevano catturare due o trecento esemplari di pesce persico in una sola volta. La riproduzione delle alose era stata ‘quasi incredibile’. Nessuno di questi pesci era ormai presente in tale abbondanza.

 

Circa gli uccelli, Thoreau scrisse:

 

‘Le aquile sono probabilmente meno comuni; sicuramente i piccioni i fagiani sono scomparsi e i tacchini. Probabilmente allora vi erano stati più gufi, e cormorani, e poi uccelli marini in genere, e cigni’.




Se una volta Wood poteva affermare che era possibile acquistare per cena un cigno appena preso al prezzo di sei scellini, Thoreau non poteva che scrivere sbigottito:

 

‘Pensateci!’




Vi è una sorta di malinconia in questa lista di Thoreau, il lamento di un romantico per un mondo incorrotto di tempi passati e ormai perduti. Il mito di un’umanità perduta in un mondo perduto è sempre molto presente negli scritti di Thoreau, e risulta maggiormente percepibile nella sua descrizione del paesaggio antico.

 

Un anno dopo il suo incontro con il New England del1633 di William Wood, Thoreau ritornò alle sue lezioni con un linguaggio più esplicitamente morale.

 

Quando penso’,

 

scrisse

 

‘che qui gli animali più nobili sono stati sterminati il puma, la pantera, la lince, il ghiottone, il lupo, l’orso, l’alce, il cervo, il castoro, il tacchino e altri ancora – non posso che sentirmi come se vivessi in un paese addomesticato ed evirato rispetto al suo stato originario’. 

(W. Cronon)


  

A sera, su un mare squallido,

ho visto una montagna alzare la testa canuta

per guardare con sguardo fisso il cielo vicino.

 

La terra era fredda e immobile.

Non si udiva alcun suono tranne

le voci oniriche del mare addormentato.

 

La montagna strinse il suo grigio manto di nubi,

come senatore romano, eretto e vecchio,

alzando in alto una fronte seria e calma,

con lo sguardo rivolto verso l’alto intento di ferma fede.

 

Il cielo era scuro; nessuna luce gloriosa brillò

a coronare la fede della montagna; che non vacillò,

ma, sempre fiducioso, attese pazientemente.

 

Al mattino ho guardato di nuovo. L’attesa sedeva

di gloria immanente sulla cima della montagna.

 

E, in un attimo, ecco! è arrivata la gloria!

La mano di un angelo arrotolò una nuvola cremisi.

 

Una luce rossa e profonda di tono e potenza meravigliosi -

Una corona di splendore ineguagliabile - adornava la sua testa,

Maestosa, regale, pura come il Cielo, ma calda

Con amore terrestre. Un movimento, come un cuore

con un ricco battito di sangue, sembrava oscillare e pulsare,

con potenza di estasi, il picco di granito.

 

Era un poema grandioso dell’Amore Divino -

Un inno, dolce e forte, di lode a Dio -

Un grido di vittoria dai campi sterili della morte.

 

Il suo sguardo era ancora verso il cielo,

ma anche verso la terra -

Perché l’amore non cerca il proprio, e la gioia è piena,

solo quando è più gratuita. Il sole rifulse,

e ora la montagna si tolse la sua corona di rubini

Per uno dei diamanti. Eppure la luce scorreva verso il basso;

Non più freddo e cupo, il mattino risplendeva di

calore e luce, e nuvole di colore infuocato

Ammantavano il gelido ruscello del ghiacciaio di cristallo,

E tutto il paesaggio palpitava di gioia improvvisa.








domenica 26 dicembre 2021

IL VIAGGIO DELLA VERGINE (4/17)

 










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Spero  &  Boreal


Prosegue con la...:






Conquista  (5/18)  &  [4/5]








Due velieri norvegesi, di ritorno da nord, entrarono nella baia e si prepararono a gettare l’ancora di fronte al capannone. Si scambiarono segnali, per chiedere loro di prendere una posizione diversa, in modo da lasciare un passaggio libero per il pallone di Andrée, che sarebbe partito tra poche ore.

 

Gli operai sono pronti e vengono portati a terra dalle barche.

 

I carpentieri e un distaccamento di marinai salgono veloci nel capannone e demoliscono la parte settentrionale con sorprendente rapidità.




Sono le 11 del mattino. Andrée è in piedi davanti al capannone, osservando tutto. I suoi ordini si susseguono, brevi e rapidi; la sua voce risuona, resa ancora più forte da una tromba parlante. Non si sente altro che il crepitio del legno quando viene spezzato e le travi di legno che cadono a terra. Un distaccamento di uomini porta via i rifiuti che cadono.

 

Sul lato sud, in cima al capannone, i marinai stanno allungando la tela tra gli alberi, aumentando così di 13 piedi l’altezza del tetto.

 

Ovunque c’è un’attività febbrile; i preparativi procedono spediti.

 

Rivolgiamo ora la nostra attenzione all’aerostato, che si alza lentamente, mentre i sacchi di zavorra vengono lentamente fatti scendere da una rete all’altra fino a quando non si fermano al cerchio.




Il vento diventa sempre più violento.

 

Gli sbuffi raggiungono il pallone, che oscilla molto da un lato all’altro; le cinghie equatoriali lo sostengono bene e ne frenano i movimenti.

 

Vengono quindi sistemate le corde che azionano le valvole e il lembo lacerante. Queste parti delicate richiedono un controllo costante durante queste ultime operazioni, per evitare che funzionino male. Stadling pende sopra il cerchio, su una corda orizzontale, una serie di ceste in cui erano i piccioni viaggiatori. Conclusa questa parte preliminare dei preparativi, i sacchi di zavorra vengono ritirati fino a quando il pallone non è adeguatamente bilanciato. 




Il telaio rimane saldamente tenuto a terra da tre cavi sufficientemente lunghi da consentirgli di sollevarsi sufficientemente in alto da poter fissare l’auto in posizione. Il resto dei sacchi di zavorra viene raccolto in tre gruppi, appesi al telaio da tre corde.

 

L’auto, che, con tutto il suo contenuto, pesa quasi 1.102 libbre, viene portata sotto. È scivolata al suo posto, e rapidamente fissata al telaio dai sei cavi che la sostengono.

 

Andrée fa il giro del pallone e del capannone, dando un’ultima occhiata ad ogni dettaglio, accertandosi che tutto sia pronto e in buone condizioni.

 

L’ora solenne è arrivata.




Strindberg, che è sempre stato un mio grande amico, poiché abbiamo una simpatia reciproca, mi prega di inviare alla sua fidanzata le prove delle ultime fotografie che riuscirò a sviluppare e che le interesserebbero. Mostra una grande emozione mentre mi parla; non è la paura dei pericoli che sta per affrontare, ma altri sentimenti che lo agitano in questo momento. È facile per me indovinare quali sono.

 

Quando rivedrà quell’affascinante ragazza svedese, la cui fotografia che mi ha mostrato così spesso e che porta nel suo cuore?

 

Per quanti giorni, per quanti mesi aspetterà con ansia senza ricevere notizie?

 

Quale ansia, quale suspense attende quella povera fanciulla?




Ma quale gioia seguirà il glorioso ritorno del suo amato! Quali saldi legami di affetto li uniranno dopo questa lunga, dura separazione!

 

Oh! come auguro loro questa felicità con tutto il cuore!

 

Molto commosso anch’io, stringo convulsamente la mano del mio amico, che sta lasciando tutto ciò che ha di più caro al mondo per il glorioso compimento di un’impresa scientifica, e con un’ultima stretta gli prometto ancora una volta che il suo desiderio sarà un sacro dovere verso di me!




Mi dà un’ultima lettera per la sua fidanzata; poi, controllando l’emozione che stava prendendo il sopravvento, raggiunge Andrée e Fraenkel, che si congedano anche loro dai loro amici.

 

Andrée ringrazia tutti i membri della spedizione per l'aiuto che gli hanno prestato nella sua impresa. Dà al capitano parecchi telegrammi scritti frettolosamente all’ultimo minuto; uno, indirizzato al re di Svezia, è così formulato:

 

Spitzbergen , 11 luglio , 14:25

 

“Al momento della loro partenza, i membri della spedizione al Polo Nord pregano Vostra Maestà di accettare i umilissimi saluti e l’assicurazione della loro più profonda gratitudine”.

 

Andrée




Un altro telegramma, indirizzato all’Aftonbladet di Stoccolma, diceva:

 

“In accordo con la nostra decisione precedentemente presa, abbiamo iniziato domenica, alle 10:45, i preparativi per la nostra salita, e in questo momento, le 14:30, siamo pronti per iniziare. Probabilmente verremo spinti in direzione nord-nord-est. Speriamo di raggiungere gradualmente le regioni dove i venti ci saranno più favorevoli. A nome di tutti i nostri compagni, invio i nostri più cordiali saluti ai nostri amici e al nostro paese!”

 

Andrée.




Gli ultimi addii sono brevi e commoventi; si scambiano poche parole, ma strette di mano fra coloro i cui cuori sono in sintonia dicono più delle parole.

 

All’improvviso Andrée si strappa dagli abbracci dei suoi amici, e prende posto sul ponte di vimini della macchina, da dove grida con voce ferma:

 

‘Strindberg,... Fraenkel,... andiamo!’

 

I suoi due compagni prendono subito posto accanto a lui. Sono tutti e tre armati di coltello per tagliare le funi che sostengono i gruppi di sacchi di zavorra.




Fatto ciò, il capitano Ehrensvärd e i luogotenenti Norselius e Celsing impartiscono ai loro marinai ordini che vengono immediatamente eseguiti.

 

Le cinghie equatoriali cadono in un colpo solo.

 

Il pallone, liberato da questo vincolo, si muove leggermente; esce dallo stato di torpore in cui sembrava immerso; ora sembra aver preso vita e, nonostante il suo riparo, rotola grandemente sui suoi ormeggi inferiori, dai quali cerca di liberarsi.

 

Aspettiamo qualche secondo, per cogliere un momento di calma, prima che venga dato l’ordine di partire.

 

Tre dei marinai più abili, armati di coltelli, si tengono pronti, a un dato segnale, a tagliare i tre cavi dai quali solo ora è tenuto prigioniero dell'aerostato.




Presenti l’intero equipaggio della Svensksund e anche gli equipaggi delle tre baleniere norvegesi ancorate a Virgo Bay. 

 

C’è un silenzio profondo in questo momento; si sente solo il sibilo del vento attraverso la boiserie del capannone, e lo sbattere della tela, che pende sulla parte alta del lato sud.

 

Tra le corde dell’auto si vedono i tre eroi, ammirevolmente calmi e calmi.

 

Andrée è sempre calmo, freddo e impassibile. Nessuna traccia di emozione è visibile sul suo volto; nient’altro che un’espressione di ferma determinazione e di una volontà indomita.

 

È l’uomo giusto per una simile impresa; ed è ben assecondato dai suoi due compagni.




Finalmente arriva il momento decisivo.

 

‘Uno! Due! Taglio!’

 

grida Andrée in svedese.

 

I tre marinai obbediscono simultaneamente all’ordine, e in un secondo la nave aerea, libera e senza ostacoli, si erge maestosa nello spazio, salutata con le nostre più calorose acclamazioni.

 

Corriamo alle porte per uscire dal capannone. Ho la possibilità di uscire prima attraverso un’apertura segreta che ho praticato nella falegnameria, così da poter correre al mio apparato fotografico e avere il tempo di scattare qualche fotografia di questo momento stupendo.




Essere ingombrato con il pesante cordame che porta con sé, l'aerostato non raggiunge un’altezza di 328 piedi.

 

È trascinato dal vento.

 

Dietro la montagna che ci ripara infuriano venti tempestosi, e una corrente d’aria scende dalla vetta e attacca il pallone, che per un attimo scende rapido verso il mare. Questo incidente, che avevamo previsto prima della partenza, ma la cui causa naturale ha colpito al momento pochi spettatori, produce una grande eccitazione tra alcuni di noi.




I marinai si precipitano alle barche per essere pronti a prestare assistenza agli esploratori, che si aspettano di vedere inghiottiti dalle onde. Il loro allarme fu di breve durata; il movimento di discesa diventa presto più lento e l’auto tocca appena l’acqua e risale immediatamente.

 

Purtroppo a riva sono rimaste le parti inferiori delle funi-guida, che erano fatte in modo da staccarsi in caso di impigliamento nel terreno. All’inizio le funi si sono impigliate in alcuni scogli a riva, e le viti per separare le parti hanno funzionato. Ma Andrée è ben fornito contro questa perdita, quindi questo incidente non avrà conseguenze gravi.

 

In riva all’acqua, sulla spiaggia costellata di scogli e grossi sassi, restiamo tutti a guardare senza fiato le varie fasi, che si susseguono rapidamente, dell’inizio di questo emozionante e inedito viaggio aereo.




L’aerostato, che ora si è raddrizzato a circa 50 metri sopra il livello del mare, si allontana rapidamente; le funi-guida scivolano sull’acqua, formando una scia molto percettibile, visibile dal punto di partenza, come la pista tracciata da una nave. Lo stato delle cose a riva ci sembra il migliore che si possa sperare. Scambiamo gli ultimi segnali di addio con i nostri amici; cappelli e fazzoletti si agitano freneticamente.

 

Presto non riusciamo più a distinguere gli aeronauti; ma si vede che stanno sistemando le vele, poiché queste ultime sono disposte in successione sul loro albero di bambù; poi osserviamo un cambio di direzione.

 

L’aerostato ora sta viaggiando dritto verso nord; procede veloce, nonostante la resistenza che deve offrire le funi di trascinamento; stimiamo la sua velocità da 18 a 22 miglia orarie. Se mantiene questa velocità iniziale e nella stessa direzione, raggiungerà il Polo in meno di due giorni.

 

Il globo aereo ora non sembra più grande di un uovo.




All’orizzonte appare un ostacolo nel percorso; questa è la continuazione di una catena di montagne alte circa 328 piedi proprio nel percorso del pallone, che sembra molto vicino all’ostacolo, e alcuni dei marinai intorno a me, che non hanno mai visto un pallone compiere il suo viaggio, sembrano assaliti da un grande terrore; pensano che l’aerostato sarà irrimediabilmente distrutto.

 

Li rassicuro, dicendo loro che l’aerostato è ancora lontano dalle colline, che saranno facilmente superate, senza che ci sia nemmeno bisogno di buttare via la zavorra.

 

Il pallone prosegue il viaggio, mantenuto alla stessa quota dalle funi guida. Nelle vicinanze delle colline c’è una corrente d’aria ascendente; il pallone seguirà questo; rischierebbe di urtare contro l’ostacolo solo se il movimento fosse verso il basso, il che non è il caso. Inoltre, le funi guida si appoggiano prima sulle rocce e quindi alleggeriscono il pallone, che gradualmente si alza.




Lo vediamo nitido in cima alla collina, e per qualche minuto risaltiamo nettamente contro l’azzurro cielo, per poi scomparire lentamente dalla nostra vista dietro la collina.

 

Sparsi lungo la riva, stiamo immobili, con il cuore pieno e gli occhi ansiosi, guardando l’orizzonte silenzioso.

 

Per un attimo poi, tra due colline, percepiamo un puntino grigio sul mare, molto, molto lontano, e poi finalmente scompare.

 

La strada per il Polo è chiara, niente più ostacoli da incontrare; il mare, il ghiacciaio e l’Ignoto!

 

Ci guardiamo un attimo, stupefatti.




Istintivamente disegniamo qualche fotogramma dell’evento insieme senza dire una parola. Non c’è niente, niente in lontananza che ci dica dove sono i nostri amici; ora sono avvolti nel mistero.

 

“Addio! Addio! Vi accompagnino le nostre preghiere più fervide. Che Dio ti aiuti! Onore e gloria ai vostri nomi!”

 

La vera Conquista è appena iniziata.




Flammirion alcuni mesi dopo alla fine del mondo sentenziò a Ragione, che dell’epoca di cotal ispirazione non rimarrà che gas e tenebra!

 

Shiel, dopo di lui, intravide la fine del Mondo, l’Apocalisse purpurea.

 

L’Italia, più coraggiosa, attende un più Nobile evento posto in ugual medesimo inizio della fine; l’aerostato nel frattempo, a regolari intervalli, viene gonfiato per il bene del Progresso.

 

Dedicato agli odierni equipaggi della Vergine, che in cotal Cielo aspireranno alle agognate, non men che respirate come ispirate, appestate avvelenate tenebre così saggiamente seminate!