IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 2 giugno 2026

CIO' CHE VEDIAMO SFILARE E' SOLO UNA RADICATA FORMA DI CORRUZIONE (clientelare)

 








Prosegue con taluni 











quadri astratti






Questa osservazione generale sul funzionamento del Diritto assume particolare rilievo nel caso in esame: il tema giuridico della corruzione, nonché le diverse categorie tecniche che derivano dalla sua analisi, riguarda la regolamentazione delle relazioni tra la sfera pubblica e l’interesse privato, e mira a garantire che i co-membri rispettino l’integrità della sfera pubblica. 

 

Poiché questa appartiene a tutti, essa non appartiene a nessuno; e questo è certamente uno dei fondamenti della legittimità democratica o repubblicana, cioè di un sistema che assicura il sistema di Diritto attraverso il principio dell’assoluta uguaglianza sul piano formale degli individui. Di conseguenza, è possibile ora comprendere a fondo i problemi suscitati dalla nozione di corruzione e apprezzarne la rilevanza a un punto di vista filosofico: in questo sistema, l’acquisizione impropria delle risorse dello Stato in quanto garante della sfera pubblica - che si tratti di un’appropriazione privata dei suoi servizi o di un’appropriazione indebita delle informazioni che esso produce - è un atto estremamente grave, perché destabilizza completamente la modalità di associazione degli individui.

 

Ci si potrebbe spingere fino al punto nell’affermare che i rapporti di corruttela, nelle loro varie forme, reintroducono in realtà un vecchio sistema sociale e giuridico che si basava su una percezione differenziata delle capacità sociali individuali: “privilegi” piuttosto che “diritti”. Ecco perché la corruzione non consiste solo in una deviazione del rapporto di autorità, né solo in un furto (quello delle risorse pubbliche immateriali): in essa è implicata l’attestazione di una eccezione allo status che, minando il principio di uguaglianza individuale nella condizione civile, ristabilisce nei fatti un sistema feudale pre-democratico.

 

 

Una differente separazione tra la sfera privata e pubblica

 

 

L’approccio utilitaristico, funzionalista e sociologico di guardare alla corruzione “semplice” - per esempio, un “compratore” che acquista attraverso un “venditore” un bene o un servizio che è normalmente di proprietà dello Stato o che appartiene più in generale alla sfera pubblica - è utile per comprendere fenomeni più complessi.

 

Ma poi questi fenomeni si integrano in un’interpretazione generale della logica sociale di cui è opportuno precisare le aspettative, perché queste, il più delle volte, rimangono implicite. Nelle analisi che seguono ci proponiamo di allargare la nostra indagine, analizzando e cercando di comprendere quelle tre funzioni sociali studiate dalle scienze sociali che mettono in gioco e pongono in questione proprio questo approccio:

 

 

il clientelismo o patronato, l’acquisto di uffici e delle cariche civili sotto l’Ancien Régime, e l’evergetismo degli Antichi.




Per la loro struttura, agli osservatori che ragionano secondo lo standard epistemologico del diritto moderno questi fatti possono legittimamente apparire come delle gravi deviazioni dalla divisione netta tra la sfera pubblica e quella privata, o addirittura come trasgressioni palesi di questa divisione. Tuttavia, per la complessità del loro funzionamento e per le ragioni che le giustificano, questi fenomeni appaiono come fatti sociali coerenti, o che hanno addirittura una portata globale per il tipo di società in cui sono stati concepiti.

 

Nel loro sforzo di comprendere le dinamiche dei fenomeni che esse studiano, le scienze sociali mettono alla prova la portata universale della normatività del Diritto moderno, e aprono a nuove prospettive di comprensione delle motivazioni della corruzione. Così facendo, non solo relativizzano la definizione legale di corruzione, ma suggeriscono anche che può esistere la possibilità di una diversa partizione tra la sfera privata e quella pubblica.

 

 

Il clientelismo

 

 

Con i termini clientelismo e patronato ci si riferisce al sistema di pratiche con cui alcune élite sociali acquistano voti o servizi personali attraverso i benefici che distribuiscono o si impegnano a distribuire una volta al potere. Un “patrono” approfitta dei suoi mezzi per guadagnare influenza, o una autorità, e dispensa benefici a dei “clienti”, che si sdebitano sotto forma di sostegno o di servizi. Pertanto, il termine descrive i rapporti di potere informali basati sullo scambio di risorse tra individui o gruppi di status diverso.

 

Il clientelismo può quindi essere inteso, secondo questa definizione, come ‘un rapport de dépendance personnelle non lié à la parenté qui repose sur un échange réciproque de faveurs entre deux personnes, le patron et le client qui contrôlent des ressources inégales’.

 

Questo fenomeno si inserisce in un rapporto sociale molto particolare, di cui è importante cogliere il carattere storicamente ricorrente: nell’antica Roma il clientelismo sembra essersi letteralmente fuso con la logica del sistema socio-politico con cui l’élite dominante regolava i suoi rapporti con la plebe; nell’Europa di prima età moderna, sembra aver permesso alla società feudale di mantenere un certo dinamismo sociale, nonostante il carattere statico imposto dal principio della separazione degli ordini; infine, in epoca contemporanea, può essere applicato in tre tipi di situazioni: (1) permette di comprendere le relazioni interindividuali all’interno dei gruppi sociali tradizionali; (2) si riferisce a situazioni nei paesi in via di sviluppo; (3) secondo un uso più recente, viene utilizzato per comprendere il reale funzionamento di alcuni sistemi democratici contemporanei in virtù delle loro specificità storiche.

 

Molte delle caratteristiche distintive del rapporto clientelare sono particolarmente importanti per comprendere la normativa dello scambio sociale corrotto.




In primo luogo, il suo carattere storicamente ricorrente rivela l’esistenza di una forma sociale idealtipica, quella feudale, ma anche, dietro di essa, il rapporto diseguale tra gli individui in qualsiasi società gerarchica e caratterizzata da una scarsa mobilità sociale: ancora molto tempo dopo la scomparsa del feudalesimo dall’Europa, hanno continuato ad esserci dei rapporti di ‘fedeltà’ verso le élites sociali, sia aristocratiche, che dell’alta amministrazione reale o della borghesia economica.

 

Se epoche e civilizzazioni molto diverse (questo termine è inteso come uno ‘stile’ di società irriducibili l’una all’altra) hanno sperimentato questo fenomeno per cui alcuni ‘imprenditori’ locali o regionali ‘proteggono’ le popolazioni svantaggiate guadagnando la loro fedeltà, è perché ciò consolida rapporti sociali disuguali in società fisse, qualunque siano le differenze di dettaglio che esistono, termine per termine, tra aree di civilizzazione. Questo tipo di rapporti sociali ha relazioni profonde con un sistema di rappresentazioni fortemente strutturato, e che si ritrova in contesti storici o in società molto diverse.

 

In secondo luogo, il fatto che il patronato sia una delle espressioni di questo tipo di socialità si riflette nel carattere strutturalmente asimmetrico della relazione dal punto di vista economico. Ciò implica anche che la determinazione utilitaristica del fenomeno è piuttosto rilevante, e che essa ricongiunge l’esame storico del clientelismo con la rappresentazione sociologica della corruzione.

 

Nella relazione ‘patrono-cliente’, infatti, i due partecipanti si scambiano dei beni pur non avendo accesso né alla stessa quantità, né allo stesso tipo di beni, senza, almeno apparentemente, mettere in discussione la logica commerciale del processo. Pertanto, il cliente è sostanzialmente il debitore del patrono, mentre quest’ultimo è il suo creditore. Inoltre, l’‘offerta’ corrisponde spesso alla ‘domanda’, pur nella sua molteplice e variegata natura: le risorse scambiate possono essere economiche, ma anche politiche, religiose, psicologiche, militari, giudiziarie, amministrative e educative.

 

La maggior parte degli aspetti della vita umana sono quindi potenzialmente interessati dal patronato, vale a dire che la maggior parte delle esigenze di una vita normale possono essere soddisfatte in una forma incentrata sul cliente.

 

Conviene ugualmente rilevare, alla luce dell’esperienza effettiva dello scambio di servizi, e di colui che in questa relazione ha il ruolo della parte obbligata, che questo scambio è sia vincolante che volontario. Sia nel patronato antico che in quello moderno, ciò che si ‘acquista’ è un comportamento privato e pubblico. Nello spirito del clientelismo colui che viene acquistato è letteralmente “l’uomo” del suo patrono, ed il cliente rende a quest’ultimo un servizio che non gli è permesso rifiutare.

 

La letteratura critica evidenzia all’unanimità il paradosso secondo cui (1) non spetta al cliente rifiutare il servizio richiesto: essendo obbligato dal patrono alcuni aspetti della sua esistenza dipendono quindi dalla volontà di questi; (2) anche se tale servizio non è svolto volentieri o spontaneamente, il cliente in ogni caso si assoggetta volontariamente ad un potente signore.




In questa prospettiva, il rapporto di clientela mette in discussione il modello di responsabilità individuale come lo abbiamo determinato in precedenza nel quadro dell’analisi del concetto giuridico di responsabilità. Il principio stesso di imputazione, che è costitutivo di quest’ultimo, è alterato nelle sue condizioni di possibilità perché la volontà del debitore non è mai concepibile sul piano dell’autonomia necessaria affinché l’imputazione sia tale da renderlo un essere libero.

 

Da qui un’osservazione paradossale.

 

Da un lato, senza ovviamente assimilarsi allo schema standard di corruzione per come l’abbiamo descritto sopra (la transazione occulta con la quale un agente dello Stato vende un bene o un servizio normalmente riservato al pubblico nella sua generalità), il clientelismo è affine alla corruzione: la condotta dei “clienti” viene acquistata dal “patrono” e la loro volontà è sotto l’influenza di quest’ultimo.

 

D’altra parte, l’analisi che abbiamo sviluppato, tipica delle scienze sociali, mostra come il clientelismo non abbia in alcun modo a che fare con la corruzione, vale a dire con qualcosa di illecito e condannabile, perché rientra in quella che è una pratica sociale regolare. Il clientelismo produce quella che potrebbe essere definita come una dispersione o diffusione della responsabilità individuale. In questo sistema gerarchico, la nozione di responsabilità è indebolita dal fatto che il singolo, non può pretendere di essere colui che dà inizio alle sue azioni, né di esserne la causa piena e completa (tanto meno di avere il pieno controllo delle sue modalità).




Poiché si tratta di una relazione di dipendenza, lo scambio clientelare annulla quindi le normali condizioni di imputazione previste dal Diritto. È su questo punto che le scienze sociali e la disciplina giuridica non riescono a unire le loro risorse teoriche nella comprensione di un fenomeno, per la sua complessità, fondamentale.

 

Un’ulteriore osservazione appare necessaria; un’osservazione che mette in discussione l’altro postulato dell’uso della nozione classica di corruzione: l’opportunità di ricorrere all’idea di un agente economico sovrano nelle sue scelte appare discutibile nella misura in cui nello scambio clientelare né il cliente, né il patrono, beneficiano allo stesso modo della capacità di ritirarsi che è propria dell’individuo in un contesto di mercato.

 

Eppure, anche questa osservazione è in qualche modo equivoca.

 

Naturalmente, da un lato, entrambe le parti fanno le loro scelte sotto costrizione; ed è in questa situazione che qualsiasi agente economico si trova a fare le sue scelte in un mercato il cui equilibrio è il prodotto di squilibri permanenti tra domanda e offerta dinamica. Ma d’altra parte, la logica economica ha significati più specifici, che un tale approccio tende a nascondere.

 

Lo scambio clientelare ha una dimensione sociale globale che non può essere adeguatamente colta in termini economici.

 

Non sono realmente beni economici quelli che le due parti si scambiano, ma sono più propriamente dei segni connessi alla loro condizione sociale, o ancora dei mezzi di identificazione in quanto individui socialmente determinati. Innanzitutto, dal lato del patrono, lo scambio non è solo di interesse, ossia che stando in una posizione relazionale strutturalmente a suo favore il patrono ottiene di più di quanto non dia.




Per ragioni diverse, il patronato non deve essere confuso con lo sfruttamento economico. In primo luogo, perché il contenuto dello scambio non è puramente e semplicemente economico, e non ha per fine diretto un certo profitto materiale - questa relazione riguarda il potere piuttosto che l’avere, o più precisamente, designa uno scambio che considera l’avere come mezzo di transazione del potere. In secondo luogo, il patrono è egli stesso per certi aspetti obbligato nei confronti del cliente: gli deve protezione, si impegna implicitamente in un obbligo di servizio, mettendo con ciò in gioco il suo stesso status (un patrono che non può garantire la protezione del proprio cliente perde questo status o comunque indebolisce la sua posizione).

 

Allo stesso modo, anche se appare asimmetrica, la relazione ‘patrono-cliente’ non è unilaterale, ma deve essere invece concepita come bilaterale: le due parti sono egualmente coinvolte in questa relazione. Inoltre, si deve ammettere che questo carattere bilaterale si fonda su di un’ambiguità strutturale.

 

Per vivere e sostenere la sua famiglia, il cliente fornisce alcuni servizi al suo patrono; ma al di là dei servizi concretamente resi, e di cui questi potrebbe aver bisogno, ciò che il patrono cerca e guadagna nello scambio è il riconoscimento del proprio status da parte dei suoi clienti. Letteralmente: lo ‘scambio clientelare’ conferma lo status del patrono. Ci sono quindi due logiche diverse all’opera in questo scambio, e tutto avviene come se una sola relazione sociale contenesse due relazioni interindividuali tra loro irriducibili ma complementari: mentre si scambiano beni e servizi, il cui valore di mercato è oggetto di una stima costante da parte delle due parti, ciò che viene scambiato in una relazione clientelare non può essere concepito solo in termini di valore d’uso né in termini di valore di mercato, ma deve essere concepito in termini di valore simbolico.

 

Quello che il cliente dà in cambio di quanto il patrono gli offre è spesso privo di un valore commerciale (ad esempio quando il patrono nutre la famiglia del cliente per un lungo periodo), ma il vero oggetto della transazione rimane prezioso perché questo è la sua fedeltà, soprattutto perché spesso questa è semi-pubblica.

 

Se dal punto di vista del valore di mercato il patrono è talvolta perdente nello scambio (ciò che scambia ha un valore di mercato inferiore a quello che questi riceve), dal punto di vista del valore simbolico egli è però il vincitore. Si vede quindi che l’asimmetria dello scambio alimenta la natura bilaterale del rapporto. Lo scambio di favori e la fidelizzazione non sono valutabili in termini strettamente economici: non solo non sono quantificabili, e sono tra loro incommensurabili, ma siccome tutti i loro rapporti più rilevanti sono l’oggetto di un’attenzione costante da parte del patrono e del cliente ciò qualifica il rapporto in termini diversi da quelli economici.

 

Si può anche affermare che la natura bilaterale della relazione produca un costo per entrambi i partecipanti: per il patrono è impossibile impiegare nello scambio più di quello che ha (non può impegnarsi a garantire una protezione dei suoi clienti oltre i suoi mezzi, può fare da patrono solo verso alcuni o ha solo un certo numero di obbligati). La sua zona di influenza è sempre, in modo abbastanza specifico, circoscritta. Da un certo punto di vista, la relazione di patronato permette di determinare la capacità o l’area di influenza di un patrono, e costituisce un indicatore sociale efficace per assegnare ad ognuno il proprio posto. In effetti, valutare l’estensione dell’area di influenza del patrono permette di determinare il suo potenziale riconoscimento.

 

Per il cliente, si tratta di ricompensare il suo patrono per i benefici ricevuti mostrando la sua lealtà, a volte molto tempo dopo averli ricevuti. Lo scambio clientelare ribadisce la dipendenza del cliente, il servizio che egli deve in qualità di debitore non ha nulla a che vedere con la temporalità di uno scambio contrattuale ordinario, e non potrà essere determinato in modo esatto, né soprattutto specificato in anticipo.

 

È importante esaminare e discutere il preteso valore sociale dello scambio clientelare in un ambito extra o prestatale, anche all’interno di un contesto in cui la sfera pubblica e lo Stato sono oggettivamente corrotti.




A questo proposito, ritengo che possa effettivamente darsi un’inversione nei rapporti, perché in caso di disfunzione dell’apparato statale questo tipo di scambio può svolgere, in modo paradossale, una effettiva funzione sociale e il clientelismo può operare come “corruzione virtuosa”. Una tesi di questo tipo sembra effettivamente sostenibile all’interno di alcuni paesi dell’Africa. Nelle pratiche clientelari si metterebbe in pratica una vera comunità tra i partecipanti in una relazione sociale, nonostante il carattere asimmetrico del loro scambio. La reciprocità dello scambio instaura paradossalmente un’effettiva coesione sociale.

 

In questi casi il metodo funzionalista di analisi del fenomeno della corruzione ci consente di cogliere una delle modalità di legittimazione che viene usata dai corrotti così come dai corruttori: il loro scambio non costituisce un male perché vendendo un bene a un privato, un servizio o un’informazione di natura pubblica, si “rende un servizio” alla propria comunità. Spesso, nelle giustificazioni addotte, il corrotto evidenzia il legame personale che lo lega a colui al quale ha venduto una parte della cosa pubblica.




Lo scambio commerciale in realtà ricopre ‘une conception personnaliste de la politique comme échange de faveurs’, in cui è in gioco ‘l’amicizia’ tra individui.

 

Sicuramente differente dalla parentela (che designa lo scambio personale di favori tra membri della stessa famiglia o dello stesso gruppo), la relazione di patronato si distingue dallo scambio economico standard perché mobilita una serie di affetti: amicizia, ma anche sentimenti di riconoscenza, lealtà e affetto. Ciò nonostante, una simile argomentazione richiede comunque cautela dal momento che un’organizzazione come quella della mafia la utilizza sia per legittimare il suo potere, sia per impedire il buon funzionamento sociale dello Stato, deviandone le risorse per ridistribuirle per proprio conto e dopo varie sottrazioni.

 

Per meglio valutare queste indicazioni, potremmo dire che il fenomeno del ‘clientelismo’, inteso nella logica dell’analisi funzionalista, ci permette di cogliere la dimensione sistemica dello scambio corrotto. In altre parole, offre la possibilità di considerare la nozione di scambio occulto come la base di un certo modo di concepire la logica sociale nel suo insieme. Quando abbiamo ripercorso gli elementi di base dell’analisi funzionalista, abbiamo sottolineato come le pratiche corruttive potrebbero essere viste non come casi isolati, ma come espressione empirica delle contraddizioni del sistema sociale. Quest’ultimo, fondato su consuetudini tradizionali, su di una morale fissa e di norme giuridiche, ha necessariamente bisogno di un sottosistema nascosto e parallelo per permettere al dinamismo delle forze vive della società di esprimersi.

 

Grazie all’analisi del ‘clientelismo’ possiamo allora affermare che ciò che passa in un insieme sociale attraverso uno scambio di corruttela - per cui l’individuo rinuncia al principio della sua responsabilità e al controllo della sua azione personale - può benissimo costituire (o può con una certa probabilità costituire) la base per una comunità sociale.




Tanto che nel confronto col Diritto, per la loro natura comprensiva più che normativa, le scienze sociali acquistano una maggiore capacità euristica nell’analisi dei fenomeni di corruzione.

 

Il clientelismo - poiché designa forse uno scambio speciale di beni o servizi di natura indeterminata - può essere considerato un fatto sociale in grado di influenzare e determinare aspetti molto diversi dell’esistenza umana (si pensi, ad esempio, ad una transazione clientelare che opera - seppure in maniera piuttosto superficiale - sul piano molto differente degli effetti della dimensione spirituale dell’esistenza, nei casi in cui un patrono offre ai suoi clienti strumenti religiosi, come sacrifici, messe e pellegrinaggi).

 

Questo è il motivo per cui c’è qualcosa di seducente nell’affermazione, in sé molto problematica, che il clientelismo induce una ‘corruzione benefica’; questo tipo di formula viene utilizzata quando gli autori delle scienze sociali sottolineano che, come modalità di redistribuzione parziale di beni e servizi non equamente distribuiti, il clientelismo mostra una capacità di aiutare i più svantaggiati.

 

Possiamo cogliere questo aspetto in un altro modo: esprimeremmo qualcosa di totalmente in linea con lo spirito dell’analisi funzionalista se affermassimo che le relazioni con i clienti, poiché possono essere intese come un fatto sociale, devono rappresentare qualcosa di socialmente ineludibile, addirittura di strutturante per lo scambio sociale. Di conseguenza, sulla base di una considerazione che sembra suscettibile di invertire la prospettiva tra il normale e l’anormale, la possibilità stessa della normatività si pone in termini del tutto particolari.

 

Molti altri rilevanti fenomeni sociali possono essere analizzati in questo modo. È impossibile equipararli alla corruzione se si ragiona all’interno del quadro proposto dalle scienze giuridiche moderne, almeno in termini rigorosi. D’altra parte, questi fenomeni mettono in gioco alcune caratteristiche specifiche e decisive della definizione giuridica di corruzione, e ci invitano a riflettere sulla portata sociale degli usi ricoperti da quest’ultima. E ciò è rilevante, sia perché si tratta di fenomeni che hanno una considerevole durata (ognuno ha attraversato secoli diversi, mostrando una capacità di adattamento a nuove configurazioni sociali), sia perché le questioni che implicano o hanno implicato vanno al cuore della civilizzazione che li ha generati, e circoscrive un problema ricorrente fondamentale.


(T. Ménissier)








venerdì 15 maggio 2026

VIAGGIO NEL TEMPIO DEL TEMPO PERDUTO

 









Lo strano capitolo.... 


Prosegue senza Tomo  


& i Wolfsbandners  & 


Con la freccia del Tempo







La vostra idea di una macchina per viaggiare nel tempo è ottima perché, a parte Wells, nessuna opera veramente soddisfacente è stata mai scritta su questo argomento. La debolezza della maggior parte dei racconti su questo tema, consiste nel fatto che essi non provvedono alla registrazione storica degli inspiegabili avvenimenti del passato che furono causati dai viaggi indietro nel tempo di persone del presente o del futuro.

 

Bisogna ricordare che, se un uomo del 1930 viaggia all’indietro fino al 400 a.C., lo strano fenomeno della sua apparizione ‘è avvenuto realmente’ nel 400 a.C., e deve aver provocato scalpore quando ha avuto luogo.

 

Naturalmente, un modo per aggirare questo intoppo è far nascondere il viaggiatore quando questi arriva nel passato, essendo consapevole di quanto la cosa possa apparire anormale. O meglio, egli dovrebbe semplicemente nascondere la propria ‘identità’, celando le prove della sua appartenenza al futuro e mescolandosi quanto meglio possibile agli antichi sul loro piano.




Sarebbe un’ottima cosa che egli sapesse in anticipo della sua apparizione nel passato prima di intraprendere il Viaggio.  Facciamogli, per esempio, trovare un documento del passato in cui si riferisce dell’avvento di un misterioso straniero, che è innegabilmente egli stesso. Questo potrebbe essere l’impulso al suo Viaggio, cioè l’impulso cosciente.

 

Un fatto affascinante da introdurre, potrebbe essere che un uomo moderno scopre, tra i documenti esumati da una città preistorica sepolta, un papiro a brandelli ‘scritto in inglese e nella sua grafia’ che narra uno strano racconto e desta - nel misto di stupore, orrore e semi incredulità - un senso fievole, remoto, di familiarità, che diviene sempre più invitante e provocatorio a mano a mano che le corde della memoria inconscia continuano a vibrare.

 

La rilettura desta ancora altri ricordi, finché si rende inevitabile una condotta definita, e così via e così via. Quest’idea dorme da secoli nel mio taccuino d’appunti; e, se la potete utilizzare voi, siete certamente il benvenuto. Io potrei non svilupparla mai per anni ed anni. Naturalmente, si crea una serie di condizioni interamente a carico dello sfortunato sperimentatore della Compagnia stipulatrice... se si estende il periodo del viaggio nel tempo - sia in avanti sia indietro - al di là della durata del sistema solare e della Terra.

 



Potreste far raggiungere all’esploratore una fase di esistenza ‘in cui la materia non esiste’, provocando, di conseguenza, la distruzione della macchina e di lui stesso, e rendendogli necessario inviare le sue COMUNICAZIONI ATTRAVERSO ‘LA MEDIUM BAYROLLES’. O forse, dopo la distruzione, le onde dell’etere che ne risultano potrebbero arrivare ad un altro regno dell’essere, dove esse - o parte di esse - potrebbero stranamente ‘reintegrarsi’.

 

Ma voi ...forti della vostra esperienza dai tempi di Arkam e Salem o Provvidence siete in grado di elaborare questo genere di artificiose esibizioni molto meglio di me!

 

 

 

L’INFLUENZA DI UN PIANETA

 

 

 

Forse proprio in questo stesso momento in cui sto meditando la ‘macchina del Tempio’, invisibile occhio di cotal paradosso inscritto nella libertà privata nel vilipeso violato principio della stessa; la quale per sua elevata meccanica natura vede provvede e crea dubbio o indubbio consenso per il difetto - nel pregio - per cui spacciata dall’imprevedibile dio del ‘verbo’ a beneficio d’ogni più fruttuoso ‘di-verbio’ per cui la stessa creata, - o meglio programmata -, al fine di un ancor più falso contesto sociale solo per confondere il più saggio onesto nonché elevato Intelletto, o Anima-Mundi di questo ed ogni Universo creato sognato desiderato fors’anche inanimato ma quantunque animato da un diverso invisibile Principio.

 

Rimembro l’acheo Ulisse e il periglioso suo come nostro Viaggio approdato ad un occhio ciclopico il quale preferisce una diversa spirale che tutto divora senza ‘nulla’ creare…

 

Indossare il suo zaino preferito ancorato ad una strana gravità orbitare, o solo bramare, il latte della semplice via avversare il più noto umile… cappuccino… 

 


 

Ogni incredibile e più ‘miracoloso viaggio’ quale ‘facoltà oracolare’ dettata da una diversa immateriale dimensione nutrita da un Principio inscritto nei trascorsi della nostra Anima connessa con chi l’ha forgiata Infinita al pari della Natura, negata contraddetta, ed infine inquisita dai noti Proci dell’isola promessa…

 

L’agriturismo con rimessa di non mostrarne o solo svelarne l’identità del vero profilo…

 

L’italica serva ha una storia lunga e fruttuosa…

 

Qual peggior Eretico braccato nel limitato (finito) tempo d’un’improbabile ‘regno terreno’ ed ogni custode sovrano e/o papa che sia,  sovrintenderne, o al contrario, sovverto il Principio della vera ‘ricchezza’, che Ognuno, Nessuno escluso ovviamente, può beneficiare nel credo dell’Essere ed Avere con la parola e il linguaggio che ne predica il frutto, o peggio, ne confonde l’Albero della vera e antica ‘parabola’ divenuta nuova Odissea con il Beneficio di Cristo e il permesso di Pietro… suo ammiraglio preferito…




Ed hor hora di nuovo salpati quali nuovi argonauti viandanti emigrati dalla propria terra, inquisita da ogni più nobile agriturismo, per seminare più vasti campi inariditi nonché devastati da uno strano improprio usufrutto al servizio di un dio luciferino e più ingordo del gigante Polifemo…  

 

Seduto ancorato al bar preferito nonché distribuito in prezioso distillato messaggino indossare il baseball con l’araldo distintivo covato di fresco…

 

Bianco come un uovo la gallina lo strapazza e apostrofa in una strana lingua, l’oste lo coltiva in serra e ne fa moneta, la serva lo brama dalla riva opposta promettendo di tenere a bada i futuri cappuccini non ancor consumati dal vento della radio di bordo…  




Ed in qual medesimo Tempo mentre urla bufera e il mare con lo monno intero corre alla rovescia promettendo tempesta, ne divulga e principia, paradossalmente nel contesto della stessa Odissea, ingegno e meccanica magnificenza del nuovo progresso…

 

Un selfie service fa da contorno e il pieno del giorno garantito alla pompa si promette pugna e il Viaggio prosegue la ceca avventura…

 

…E così facendo pur non volendo, propagandone la paradossale contraddizione allo pari dello mare incamminato scalzo seppur ben calzato al numero convenuto seppur dissociato dal Re di denari, eppur contrario a colui che predicò una ignobile perseguitata e più umile Fede del tutto simile ad un’eresia distribuita su una diversa frequenza d’onda, così la carta narra e racconta quando la partita diviene stadio d’una strana disputa…




Ed hor hora passeggero d’una diversa e più perigliosa avventura disturbata dalla parabola del credo collettivo e udita sino alla piazza della cupola, là ove fu bandito eretico e tratto in giudizio da uno strano impero al servizievole pregiudizio d’un antico tempio a cui associato per l’ultimo malaffare dell’elmo di Scipio…

 

Lo Padre suo, infatti, armatore ufficiale dell’intera disarmante avventura, ne risulta offeso nonché bestemmiato e non solo da Polifemo associato a Golia in uno strano concorso esterno da ogni Sacra Scrittura, e quindi di nuovo inquisiti dalla Legge del Tempio spacciata da David re di una nota scialuppa di salvataggio…

 

…Ovvero, allorquando, la tempesta promette l’emissario Eolo il dio del vento, desinando anticipata pensione al padre pregato per corrispondenza al porto d’una diversa e più remunerata giudaica disavventura, ancorata dalla stiva sino al porto della futura globale fors’anche deriva collettiva, che solo alla pronunzia del suo nome all’Albero Maestro di poppa, l’antico dio per ogni porto della nota Paideia surgelata nella stiva, urla preghiera indicando la nuova e più fresca bestemmia…




In quanto il Suo non certo un REGNO TERRENO, bensì ci aggiorna Achab in persona dalla nota cabina di regia, inabissato in un più profondo mare di Tetide, la sua concubina preferita!

 

(‘ricchezza’ abbiamo poco sopra detto, o forse l’abbiamo pensata ma non certo arpionata, né avuto il coraggio di prometterla, in quanto a tutti noi, compreso il vecchio marinaio Plutarco, ci asteniamo dal sacrificio immaginando oppure navigando il morbo del grasso a cui ognuno votato preferendone il ricordo di quanto nuotava libera affogando l’intero equipaggio dell’isola promessa, ma ora con ansa e sorpresa la nota Agenzia, affiorata come una Atlantide disgiunta e sconnessa dal resto della ciurma, da cui Platone sfrattato e concessa in sub-appalto alla Compagnia del progresso, con la sola promessa di non farvi più ritorno…    

 

La lotta, non solo e non più con la balena, si fece dura: il male divenne per uno strano miracolo il bene maledetto da Ognuno, Nessuno escluso ovviamente in quanto latitante, per lo più associato in concorso esterno in attesa di pregiudizio per la mala legge di Giona… 



 

Promessa & Giustizia la quale affiora come un cartello, o meglio un’insegna da bordello, li accomuna infatti, anche nel plateale diverbio a cui solo Mosè pose severo rimedio ancorato alla tavola d’una più elevata onda emersa sommergere ogni cosa ancor viva…

 

Affinché l’apostolo di Cristo possa asservire uno strano regno terreno con l’intera armata assisa in platea in attesa della giusta rotta o armata che sia… non c’è differenza nel regno di ugual medesimo dio…

 

Giacché il (pre)Giudizio proviene dallo stesso Verbo e la serpe striscia ancora maledetta su ugual Giardino proibito ad Ognuno, Nessuno escluso in quanto narrato in tenda o nel ventre di Giona…

 

Di Pinocchio preferiamo non parlare il suo un impero ciabattino al calzare d’Ognuno, Nessuno ignudo scalzo e digiuno povero implorare mensa ed elemosina alla Sala d’attesa in attesa di Giudizio… 

 

Il Processo sarà servito all’intero popolo in attesa del mostro inquisito affiorato in Prima e deceduto in Quarta senza la barra uncinata ancora del tempio attraccato per ogni porto navigato seppur proibito, come uno strano drago al passo dell’oca ove il confino sarà la terra dello straniero con la promessa di non farvi più ritorno…    




…Ben differente dal faro d’una diversa scelta indicare la giusta rotta, la quale per sua elevata ispirata Natura poco riconducibile in fin di bene - seppur in fin di vita - conferita dallo stesso principio sebbene coniata nell’oro d’una strana moneta, meridiana e più retta geografia, a cui Nessuno rinunzia seppur in difetto della perduta Memoria nell’èra della Parola in perenne fiera o festa che sia…

 

…Neppure la diletta sua sposa, infatti, lo riconoscerà in codesto nuovo e più lacero abito, solo la fiera che sporge dal profilo sarà lacrima prima della Parola… Quando muta scendea dalla grotta ove riparato in codesto strano Viaggio pasto dalla più fiera e superba dottrina nonché digerito dall’ultimo o primo sovrano di questa ancor più strana dinastia…   

 

E la Borsa che al meglio la conserva nella collettiva mangiatoia spacciandola per l’età dell’oro al pari e non meno di chi l’avversa bramando lo stesso medesimo principio…

 

…L’oro, infatti, li accumuna nell’èra del virtuale volgare diverbio, e l’assenso forgerà, allo ‘scambio’ di medesima borsa, nuova ricchezza al fine della controversia affinché dal tempio fino alla cupola ognuno ne possa beneficiare e proclamarne l’infallibile dottrina alla moneta di Giano il dio della più nota osteria, e dalla prima alla quarta per ogni edicola con il permesso della Madonna da ognun nominata ma da Nessuno profanata in quanto vergine come l’isola promessa…




Di non farvi più ritorno in quella Selva ove fu colto in fragranza di reato mentre la baciava e rimava come una dea antica e alla sua fonte di poppa dissetava la povera fiera sfrattata…

 

Ma hor hora che vi narro inscritta nella più fallace dogmatica fallibilità giacché le scritture lo narrano in fallo di mano ma privo della pugna del reato in contumacia osservato da Golia la parabola del popolo unito…

 

Si odono urla bestemmie e molto altro ancora nella fogna al piano di sotto….

 

‘Dottrina’ abbiamo appena detto, negata seppur pregata cum magno gaudio dalla folla intera alla sola capacità umana - o meglio disumana facoltà d’intenderla a suo diletto e in libero arbitrio di libera Coscienza evolutiva - inerente alla sacralità della vita medesima dedotta da un diverso Principio non confacente, né con il ‘credo’ votato, o ancor peggio, ‘interpretato da un presunto ‘verbo’ o futuro ‘vangelo’ a furor di popolo eletto...




Né dal commerciante del Tempio con la sua Bibbia - in magnifici caratteri miniati - da cui e paradossalmente ciò di cui resta nel totale della ‘summa’ al libero servigio dell’umanità intera in perenne guerra…

 

…In nome e per conto della Parola del dio pregato, e non solo nel tempio come nella vicina chiesa più o meno ortodossa, più o meno fedele al suo papa nella protesta d’un diverso credo… nominato germano…

 

Vola anche lui a servire due e più padroni a forma d’uncinato uncino pietrificato al passo proibito d’un oca coltivata in vetro in stretto recinto comunitario…

 

La quale come ogni impero avversato purga l’Anima come la Coscienza connessa con un più probabile dio, e con Lei l’antica ispirata Idea simmetrica al Suo Pensiero.

 



Ciò a cui il nostro Animo e con lui l’Anima Mundi che l’alberga e forgiata non si rassegna e in qual tempo si dispera, allorquando, recitando la parte che al meglio nel peggior metodo vi consegnerà alla futura Storia numerata come una strana moneta che vi accomuna.

 

Onore ad ogni banchiere del Tempio al tempo prestabilito…

 

Scribi farisei coltivati in serra, come allorquando recitando la parte, o meglio che dico? l’intera farsa della medesima ugual sceneggiatura quasi a Memoria nei gigabyte di cui ne coltivate ogni moneta – coniata ed innestata nell’altrui Coscienza come l’èra del nuovo progresso insegna ancora – rotolate nel fango della ricchezza non meno delle sabbie mobili d’ogni diverbio qual vera fortuna, dimenticando sempre ciò di cui difetta la vostra anima priva di qual si voglia forma d’antico principio di Coscienza…

 

Questo il vostro Futuro, ma noi meditandolo ed ancor meglio quando vi osserviamo, preghiamo ciò da cui proveniamo…  




Nessun sistema di governo, infatti, potrà restituire all’individuo quella pressoché illimitata possibilità d’azione e d’iniziativa che esisteva nel mondo agricolo-artigianale di un tempo: è questa una conseguenza inevitabile della crescita demografica - che provoca una sempre maggiore interazione tra gli individui - e di un sistema industriale meccanizzato che impedisce l’iniziativa imprenditoriale all’individuo medio privo di assistenza, ma consente al contrario un’attività produttiva virtualmente illimitata all’individuo o gruppo dotato di ampia disponibilità di macchinari e di risorse utili al lavoro.

 

Questi due fattori sono perfettamente naturali, e dunque inevitabili: non li si potrà eliminare. Non ha senso fermarsi e rimpiangere la scomparsa dell’epoca d’oro dell’individualismo. La crescita della densità demografica e l’avvento della meccanizzazione nella produzione industriale sono due fenomeni ormai consolidati: non possiamo che adattare le nostre abitudini e i nostri stili di vita a queste realtà ineluttabili.

 

Logicamente, non lotteremo contro queste nuove realtà in sé, ma contro il loro abuso.




Potremo quindi legittimamente opporci a che la crescita demografica e la produzione di massa vengano prese a pretesto per attuare misure unilaterali. Se la maggior parte della popolazione dovrà modificare il proprio atteggiamento a causa delle nuove condizioni che sono maturate, lo stesso dovrà fare il mondo dell’industria e degli affari. L’illimitata libertà d’azione non è un principio che vada necessariamente difeso come sacro o inviolabile: tutte le civiltà, in misura variabile, lo adottano - a causa dell’infinito arricchimento dell’esistenza che esso comporta.

 

Ma analogamente, l’illimitata iniziativa individuale, che porti a una logica del profitto non regolamentato, non è a sua volta alcunché di sacro o inviolabile. Se la situazione della società moderna fa sì che la politica economica liberista si rilevi dannosa sul piano sociale - provocando, ad esempio, la concentrazione delle risorse nelle mani di pochi e il generale peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza - allora questa politica di ricerca del profitto, e l’iniziativa individuale priva di regole, devono essere respinte.

 

L’obiettivo di un buon governo non è quello di realizzare ideali astratti come quelli di ‘libertà’ o di ‘buona amministrazione’, bensì, più semplicemente, di assicurare un’equa distribuzione delle risorse esistenti e di trovare il giusto equilibrio tra il soddisfacimento dei normali istinti e bisogni della popolazione e il mantenimento del sistema, senza far sprofondare le persone in uno stato di miseria peggiore rispetto a quello che potrebbero sopportare sotto quel sistema e le sue leggi.




La completa libertà d’azione, e l’iniziativa non regolamentata in campo economico e nella ricerca del profitto, probabilmente non saranno più ammissibili in futuro - e un’oculata politica economica potrebbe rivelarsi più efficace di un avventato radicalismo leninista. Una moderna nazione civile è perfettamente in grado di salvaguardare la libertà di pensiero, di opinione, di ricerca scientifica, e di espressione artistica, nonostante la Russia abbia deciso di ripudiarle.

 

Sarebbe come affermare che alcuni piaceri della vita debbano essere eliminati, solo perché esistono categorie di persone che non riescono ad apprezzarli. Se tutto il patrimonio culturale che abbiamo ereditato ci fosse portato via, quale altra ragione di vita rimarrebbe?

 

È questa la critica principale che muovo alla Russia sovietica. L’ultimo, irrinunciabile baluardo d’indipendenza individuale per il quale vale la pena lottare fino in fondo è ‘la libertà di pensiero, opinione, ricerca, ed espressione artistica’. Sono questi i principi realmente costitutivi della personalità nel senso migliore del termine: senza di essi, la tanto decantata libertà fisica del selvaggio non ha alcun valore.

 

Invece, se quei principi sono garantiti, non può esistere schiavitù. Ma naturalmente la libertà fisica presenta gradazioni, e di queste è ancora necessario e opportuno discutere. Quando affermo che alla libertà stessa dell’individuo occorre più freno, non intendo auspicare che vengano poste continue limitazioni agli spostamenti quotidiani delle persone, o che in qualunque periodo della sua vita il cittadino debba rendersi disponibile alla chiamata alle armi o a trasferirsi in territori lontani per lavorare nelle industrie statali che ne fanno richiesta - come invece è previsto dal programma sovietico.




Queste sono misure estreme, assolutamente non necessarie e intollerabili, poiché rendono virtualmente impossibile il soddisfacimento degli istinti primari - e non è ragionevole considerarle misure richieste dalle attuali (e probabilmente future) condizioni dell’industria. Ci vuole sempre moderazione, e non possiamo trasformare le pur necessarie misure di riduzione della libertà individuale in una scusa per introdurre arbitrarie e ingiustificate restrizioni, perché in tal modo scadremmo nella TIRANNIDE.

 

H.P.L.

 

 

 

L’ANTINFERNO DI PHIPPS (mentre leggo una strana notizia...)

 

 

 

Mi alzo in piedi e sento l’energia che gremisce questa stanza, una corrente che ha attraversato il tempo, attirata da tutte queste letture. Sento tutte le altre persone con cui mi sono fuso, quelle coscienze distaccate dal loro momento storico, lontane dal corso del tempo, che sono riuscito ad afferrare e immergere in questo.... (ed altri testi...).  

 

Aspiro una grande boccata di questa energia, con tutte le sue vampate, con tutti i suoi crepitii. Tutto mi sembra perfetto, possente. Tutto è come deve essere. Intorno a me ci sono torri composte da libri che ho consultato, una riproduzione in miniatura di tante città.

 

Ci sono Stregoneria nel Northamptonshire - Sei rari opuscoli a partire dal 1612 e le poesie di John Clare. Ci sono i coritani, i crociati, compendi di omicidi e vite di santi, una topografia della storia in forma solida, dirupi verbali di quaranta secoli d'altezza attorno ai quali devo destreggiarmi per raggiungere la porta e le scale moquettate e rumorose.




Come una valanga imbottita di medicinali, precipito diretto al soggiorno, alla televisione, al divano. La storia è un’ondata di calore. È opprimente, spossante. Più che sedermi, crollo sul sofà, un cimelio di famiglia ormai a rischio, e cerco di individuare al tatto il telecomando, passando al setaccio il permafrost di riviste e di tazze vuote che nascondono la moquette per puro senso di decenza.

 

Lo ammetto, guardare sarebbe molto più semplice, ma anche molto più deprimente. Le dita stringono il marchingegno, snack concepibile da una forma di vita basata sul silicio, e individuano il suo indispensabile pulsantino.

 

Un lieve sfolgorio infiamma il telegiornale di Channel Four.

 

La storia è un’ondata di calore. L’analisi del bilancio di ieri sera si conclude con la previsione che ora il 10% dei più ricchi starà molto meglio, mentre il 10% dei più poveri starà molto meglio se tira le cuoia.




I vecchi numeri seicenteschi del quotidiano locale Mercury & Herald elencano le morti appena avvenute all’epoca, indicando cause che sono ormai diventate assolutamente incomprensibili: ‘il groviglio di luci’, ‘la febbre viola’. Leggo in questa lista che un uomo è stato ‘affetto dall’influenza di un pianeta’.

 

Mentre sto seduto a bocca aperta nell’aura catodica di questa Apocalisse fotogenica, mi rendo conto che i tempi sono maturi per riesumare quell’espressione. Queste immagini implacabili appiattiscono e annullano i nostri paesaggi interiori, sono un bombardamento a tappeto della nostra mente.

 

La lingua del mondo ci schiaccia e ci sommerge.

 

Non ci comunica davvero nulla, se non la strisciante sensazione che il mondo abbia raggiunto l’acme della sua instabilità e che sia malleabile come la gelignite. La storia è un’ondata di calore, un fuoco basso che sta portando il pianeta all’ebollizione.

 

La nostra cultura sta passando dallo stato liquido a quello gassoso e si trova ora in quella fase violenta e caotica che segna la transizione di questo passaggio. Qui, in questa nuvola di vapore, il processo storico avanza verso il punto di crisi, interrotto solo dai consigli per gli acquisti.

 

Spengo la televisione, momentaneamente sconfitto....




John Bunyan: è stato il primo a tracciare la mappa delle terre dello spirito e dell’immaginazione che si estende sotto l’Inghilterra centrale, a riportare il tragitto di un autentico Viaggio fatto nel mondo concreto sul territorio dell’allegoria. L’intento della sua opera era quello di far percepire ai lettori l’esistenza di un paesaggio visionario sotto le strade e sotto i ampi e sotto i mari, e di accendere un sogno incendiario che facesse bruciare di nuovo significato la materia scialba di paesi coetanei e così riuscì a trasformarli.

 

Il mese di settembre del 1681 il conte di Peterborough impose a Northampton un nuovo statuto e Bunyan riprese queste scene nel suo ‘La guerra santa’, trasformando il tutto nella città allegorica di ‘Anima’.

 

Questo nome fittizio non fa che sottolineare il peso e l’importanza esercitata da questa città e dai suoi abitanti, confermandone l’immensa e invisibile centralità.

 

Una struttura narrativa come quella di Il pellegrinaggio del cristiano ha un grande vantaggio rispetto a questo romanzo: il Viaggio va avanti finché non si conclude con una redenzione. Purtroppo, nel nostro caso, non possiamo arrivare ad una conclusione altrettanto pulita. La vicenda si svolge nello stesso territorio, ma in queste pagine manca un pellegrino, almeno che non sia l’autore o il lettore, e il senso dell’avanzamento è sempre incerto, strano, metafisico ed astratto.

 

Nessuno conclude che possa esserci una redenzione, ma è soltanto una possibilità remota, molto remota. In effetti, finora no è stato certo uno dei temi principali dell’opera.

 

Questo è un luogo magico e delirante che sta nel divario tra le parole e il mondo…

 

Leggo una notizia e medito la legge di un primo dio…




 (Talvolta, nella febbre sopra accennata, che sempre avanza e mai arretra come un male antico che maledico, e la sua tortura a cui sfuggo per mai divenire uno di loro, a cui la decenza l’impegna con maggior decoro soprattutto quando la Rima li ricopre di ridicolo; sembra che il senso stesso della parola sfugga di mano scivola sottobanco fa capolino poi riaffiora non vista l’ombra dell’Idea, la scorgo da lontano fulgida chioma che hor hora risorge e implora preghiera, è tradita anche dal prelato la divora con l’incantesimo della parola divina sottratta al dio della Rima spacciata per un unguento con la ricetta della preghiera; se ripetuta a memoria toglie l’impeto della vita; e allora solo allora, subentra un elemento primitivo nel ventre di Maria, sgorga Cibele ad implorare Pensiero quando da un diverso tempio fu profanata e posseduta per comandamento divino perBacco e Dionisio non c’è dio in questa bibbia;  forse in medesimo ugual ventre sgorga qualcosa che ha che fare con il Lupo, e con lui ogni Elemento solcato da una strana bufera… e con lei tutti gli Elementi di questa terra; penso al povero Osso divorato dal suo stesso racconto pubblicato con buon successo ed ora sepolto uno strato di terra primitiva per essere compresa; un branco di Lupi racconta la nuova odissea, lo ha sacrificato e privato della vita lui umile cacciator cacciato servo del suo ed ogni padrone con la bisaccia a forma di fungo, con la preda in bocca per il fedele pasto del signore; e proprio hor hora che mi trovo a narrarli vicino alla selva, seduto sdraiato mi domando cosa prova il padrone appostato proprio qui accanto seduto alla torre di comando? Forse, spiego e svelo alla mia Anima impietrita, che se purtroppo il dolore deve aver preso il sopravvento quando raccolto l’ultimo Osso di un pasto del sacrificio, fors’anche un più profondo messaggio di cui prova di amore rancore o certa e futura promessa di vendetta che accumuna nel senso d’un insana ortodossia; il Lupo agisce per conto di un istinto primitivo, vuole il suo territorio, la sua Natura, la sua preghiera, il fiume la selva ogni elemento pregato con uno strano ululato; e non accetta alcun compromesso, più o meno come un indiano di un secolo non certo superato; non falcia l’erba del colono ma lo getta nel più profondo abisso solo dopo aver profanato l’intero corpo; poi lo fa a pezzi e con ogni Osso concima ciò che del sangue rimasto; il campo di patate scavato da un affamato cinghiale risalta una antica e rinnovata simmetria, si tinge d’uno strano rossore per poi divenire pallore, poi l’eco d’un’ululato, come per dire udirai uno schioppo di chi una volta mi èra amico …

 

Questa non più la Legge ma la prova di fuoco d’un incompreso primitivo dio…

 

…Ecco!

 

Il Lupo agisce su medesimo Principio non riconosce padrone non riconosce Legge, è l’Eretico per eccellenza… è un predicatore saggio e solitario con l’ululato di Madre Natura e una intelligenza da genio criminale in carriera… Eppure mi tiene per mano come fossi il suo pargolo preferito… Solo per dirmi, sono il migliore amico altri non troverai su medesimo Cammino…

 

(È una cattiva Strada? Il poeta d’un tempo perduto la cantò dal profondo di uno gnostico sentimento; tu componi un numero da fiera dopo questo strano evento e odierai sia il lupo che l’intera selva che ti priva del tuo Osso preferito…)

 

Talvolta incute terrore primitivo pur essendo il più saggio e intelligente predatore nonché stimato cacciatore dell’intera selva…

 

Il problema che non accetta nessun colono e parla la Lingua d’ogni Elemento; ode la lontano il Pensiero lo percepisce e ode ne condivide la Rima, poi si mette in posa e mi implora di farne ricordo fu un Principe d’una selva perduta quando lo braccarono implorò non certo perdono urlò alla Luna sua compagna e lei, solo lei, azzannò ciò chi lo torturava…Ne fece scempio poi si ricompose l’abito a vederla sembra pallida smorta ma con una strana luce color di fuoco rosso selva…

 

È un èvo troppo antico per esser narrato…

 

Talvolta, sapete, devo stare in silenzio allorquando provo un antico dialogo che sa di comando, mi guarda con lo sguardo di fuoco simile alla Luna e mi comanda di udire ogni Elemento… Potrebbe divorarmi in sol boccone, ma quando come lui sono braccato da uno strano cacciatore, mi seguì nel calvario e mi porse la sua mano…

 

Ed anche se il presente non coincide nel remoto in questa grammatica c’è una Rima strana simile all’Universo che me l’ha donato, forse per dirmi, non sempre la selva può esser divorata da uno strano colono a forma di Osso…, poi si ode l’ululato sommesso come una lingua di fuoco, tutto tace intorno perché hanno intuito un Principe rinato attendere il trono…

 

Ed anche se non è e sarà mai una favola per infanti la Natura segue una strada in cui cela l’abito di scena abdicando alla maschera dell’uomo l’antica promessa che sa di vendetta…

 

Il patto di fuoco fu stipulato seppur penso che non sia il diavolo neppure Lucifero, forse solo uno strano messaggero di un Primo mondo abdicato ad un diverso cortocircuito… prestampato e divorato da un saltimbanco alla fiera del Tomo proibito…

 

(A. Moore, La voce del fuoco, con brevi interventi dell'Apostata...)