Prosegue con la macchina del Tempo
Purtroppo
per la nostra comune specie vivente e non, ci sono Mondi che ci dividono, ci
sono opposte Frontiere che si fronteggiano per determinare e circoscrivere un
più ‘probabile’ Regno terreno. Ci sono visibili e invisibili confini che si
oppongono nel beneficio (o opposto maleficio) della migliore arte evolutiva,
nonché creativa per come si è …e ancora evolve il suo e nostro comune ‘principio’,
e/o l’inesorabile graduale ‘fine’ giammai sia detto ‘il fine’ affine alla Vita,
contrariamente alla loro limitata visione legata ad un ‘filo’ (più o meno
logico, più o meno confacente con la linea del progresso inerente l’evoluzione,
più o meno legato al tempo che tesse o disgrega la propria invisibile trama…)
sospeso nel vuoto spazio, …ovvero, una sottile tela di Ragno.
Ecco, per iniziare questa nuova Visione e procedere in cotal direzione senza la dovuta Freccia del Tempo, assente allo stesso ed Infinita come i Sogni che caratterizzano una diversa e più immateriale geografia, osserviamo il mondo da lontano, lo meditiamo con la coscienza di un alpinista il quale come uno Straniero, spinge l’impervia sua scelta fino al limite estremo, se compreso nella sua determinazione, nella volontà che lo caratterizza, nel suo apparente delirio di conquista della Cima e non solo, possiamo condividerne la corda, il sottile filo che avvinghia la pietra, la trama stessa della Creazione, per non solo e comunque conquistare l’apparente ‘nulla’ come spesso viene definita cotal impervia conquista, bensì, provare con lui una emozione antica affine alla creazione medesima; ovvero, si sale ma si regredisce nei Geni della nostra esistenza che dalla pietra si è evoluta sino alla fertile Terra, e da questa nata e sgorgata la Vita…
In senso prettamente alpinistico furono definiti ‘i Ragni’, ovvero coloro che con la loro tela, con la corda, aspiravano alla Cima, da lontano possono creare un senso di vertigine mista ad ammirazione, un senso di vuoto e impotenza dinnanzi all’apparente assenza di gravità con cui sfidano ogni grado di impervia conquista.
Poi, la
loro fu definita Filosofia, si sono per decenni attribuiti i meriti
della ‘specie’ non più e solo sportiva, ma della sopravvivenza (come
sosterrebbe Darwin, del più forte) che la stessa determina e implica nella
conquista nel mantenimento affine all’Arte evolutiva. Ovvero, fra diverse
specie di ‘Ragni’ ci sono, in medesimo ‘regno’, nel senso del medesimo filo che
li lega ed unisce per la continuità della Via, della ugual ‘tela’, divergenze,
fra uno spigolo e una roccia, fra una roccia e un rifugio che assomiglia ad una
cantina, ed ancora dalla cantina sino al ‘lume’ ove sporge un sole confuso e
annebbiato che promette qualcosa o un nulla d’una fitta nebbia, con la certezza
che dispiegando la sua forza - illuminandoci - su ugual riparo non si smarrisca
il ‘lume’ della Ragione quando si cerca qualcosa di ‘antico’ di ‘custodito’ di
‘conservato’, di ‘preservato’….
…Di
inviolato!
A dispetto delle false Ragioni dell’insano morbo del Progresso senza nessuna Cima aver, in verità e per il vero, conquistato…
Ed ogni
essere e cosa dalla pietra alla foglia profanato!
Quindi
in questa guerra del Regno dei Ragni facciamo una simmetrica scoperta, e
andiamo a definire il Ragno del Regno animale per come gli alpinisti a lui si
ispirarono… Ci sono anche i pipistrelli
delle grotte ma per hora preferiamo e ci limitiamo al Ragno della vetta…
Gli antenati di alcune delle creature raffigurate in questo breve frammentato articolo furono sepolti nell’ambra trasparente del Baltico migliaia di anni fa, e i resti fossili di altre risalgono a un milione di anni fa o più furono osservati anche da alpinisti e viandanti. Ma mentre l’uomo ha trasformato il suo ambiente, passando da quello primitivo della barbarie a quello quasi inconcepibilmente complesso della vita civilizzata, queste creature, o almeno la maggior parte di esse, sembrano condurre essenzialmente lo stesso tipo di vita che conducevano centinaia di migliaia di anni fa.
Possiedono
poteri che né l’uomo né alcun altro mammifero ha mai sognato di avere (come del
resto chi li imita con medesimo fil di corda).
Alcuni
possiedono la capacità di volare, permettendo loro di percorrere mille miglia
spinti dal vento. Altri possono saltare cento volte la propria lunghezza. Uno
di questi ‘mostri’ può produrre una corda liquida con la stessa facilità con
cui i mammiferi producono il latte, e con essa tessere reti aeree per intrappolare
le prede o, agganciandosi ad essa, può calarsi dalle altezze più vertiginose
senza pericolo; una volta che la corda ha svolto il suo scopo, la divorano.
L’antichissimo patrimonio genetico di queste specie produce creature che agiscono con una precisione di intenti e un grado di assoluto sacrificio di sé che non possono non lasciare sbalordito anche il più coscienzioso degli esseri umani. Potrebbero persino far sorgere il dubbio che la pienezza della vita biologica non consista nel sacrificio dell’individuo per il bene della specie a cui appartiene.
Il mondo
dei ragni è il mondo delle creature a otto zampe, così come il mondo degli
insetti è il mondo di quelle a sei zampe, e gli uomini e le donne istruiti non
dovrebbero confondere queste grandi classi di esseri più di quanto confondano i
bipedi con i quadrupedi.
Differiscono dagli insetti anche per altri aspetti oltre al numero di zampe: non possiedono antenne, quegli straordinari organi di senso presenti in tutti gli insetti, ma qua e là, soprattutto sulle zampe, presentano strane setole o spine cave che terminano con nervi. Anche i loro occhi sono diversi da quelli degli insetti. Gli occhi di un insetto, almeno quelli grandi e prominenti, sono composti da centinaia di lenti o sfaccettature, mentre il ragno, pur avendone generalmente otto, ne possiede solo di semplici, con una singola lente.
La loro
vita è molto semplice rispetto a quella di molti insetti. In autunno, le
femmine depongono le uova in un sacco fatto con la propria seta, spesso con
diverse centinaia di uova in un unico sacco. I ragnetti si schiudono all’interno
del sacco e, nelle regioni settentrionali, vi trascorrono il lungo inverno.
A
differenza dei coleotteri o delle farfalle, non presentano due fasi di vita, ma
nascono già adulti e dotati di zanne velenifere che li aiutano nella loro
esistenza strettamente carnivora, e spesso persino cannibale. Crescono e mutano
la pelle come le cavallette appena nate, ma non cambiano forma a ogni muta e
nessuna di loro ha le ali.
All’interno del loro corpo, possiedono riserve di strani fluidi appiccicosi che possono espellere attraverso delle aperture in molti modi diversi. Questo fluido, asciugandosi, può formare dei fili che trascinano dietro di sé e fissano man mano che si muovono, usandoli come funi di sicurezza; in alcuni ragni può persino essere espulso in quantità tali da formare un aeroplano; nella maggior parte dei casi, tuttavia, viene utilizzato per costruire i nidi, i sacchi delle uova o le meravigliose sfere che si rivelano essere il cimitero di tanti insetti incuranti.
Giacché
i ragni sono nemici del mondo degli insetti, se fossero più selettivi,
sarebbero forse i più grandi amici del genere umano, ma, poiché succhiano il
sangue di ogni tipo di insetto, l’unica certezza che abbiamo è che quelli che
troviamo nelle nostre case sono un beneficio, perché lì uccidono le mosche e
gli altri insetti indesiderati.
Quindi…, svelti in cantina, in quanto il Ragno con la Mosca, pur senza il nostro assenso, meditano il Tempo e partecipano alla nostra medesima esistenza, al nostro avvenire… Di questi mostri e/o insetti alati, di ragni striscianti ne è colma la cantina del loro strano laboratorio; non sono esseri umani, nulla hanno da condividere con ogni specie vivente o meno, sono degli insetti come dei piccoli mostri striscianti, in preda al loro medesimo Creatore (che dico mai, programmatore del Tempo..) e la cantina dell’abisso ne svela la comune appartenenza, si cibano fra loro, si assemblano e accoppiano in medesima polvere, si riproducono strisciando fra un mobile e un Tomo antico…
Hanno i
loro ‘virus’…
E ogni
tanto si prova antico orrore verso questa nuova specie ‘malvivente’…
Il Golem
fu l’inizio la Mosca il fine…
La mattina in cui André ha provato questo terribile esperimento, non si è presentato a pranzo. Mandai giù la cameriera con un vassoio, ma lei me lo riportò con un biglietto che aveva trovato appuntato fuori dalla porta del laboratorio:
‘Non mi
disturbare, sto lavorando’.
Di tanto in
tanto attaccava alla sua porta biglietti del genere e, anche se me ne sono
accorto, non ho prestato particolare attenzione alla calligrafia insolitamente
grande del suo biglietto.
Fu subito
dopo, mentre stavo bevendo il mio caffè, che Henri entrò saltellando nella
stanza per dirmi che aveva preso una strana mosca e che mi sarebbe piaciuto
vederla. Rifiutandomi persino di guardare il suo pugno chiuso, gli ordinai di
rilasciarlo immediatamente.
‘Ma,
mamma, ha una testa bianca così buffa!’.
Facendo marciare il ragazzo verso la finestra aperta, gli ho detto di liberare immediatamente la mosca, cosa che ha fatto. Sapevo che Henri aveva catturato la mosca semplicemente perché pensava che fosse curiosa o diversa dalle altre mosche, ma sapevo anche che suo padre non avrebbe mai sopportato alcuna forma di crudeltà verso gli animali e che ci sarebbe stato un trambusto se avesse scoperto che nostro figlio aveva messo una mosca in una scatola o in una bottiglia.
Quella
sera, all’ora di cena, André non si era ancora fatto vivo e, un po’
preoccupato, corsi giù in laboratorio e bussai alla porta. Non ha risposto al
mio bussare, ma l’ho sentito muoversi e un attimo dopo ha fatto scivolare un
biglietto sotto la porta. Era dattiloscritto:
HELENE, HO DEI
PROBLEMI. METTI A LETTO IL RAGAZZO E TORNA TRA UN’ORA.
Spaventata, ho bussato e chiamato, ma André non sembrava farci caso e, vagamente rassicurato dal rumore familiare della sua macchina da scrivere, sono rientrata in casa. Dopo aver messo a letto Henri, sono tornata in laboratorio, dove ho trovato un altro biglietto infilato sotto la porta. La mia mano tremava quando lo raccolsi perché ormai sapevo che qualcosa doveva essere radicalmente sbagliato. Leggo:
HELENE, PRIMA
DI TUTTO CONTO SU DI TE PER NON PERDERE I NERVI O FARE NULLA PERCHÉ TU SOLO
PUOI AIUTARMI. HO AVUTO UN GRAVE INCIDENTE. PER IL MOMENTO NON CORRO UN
PARTICOLARE PERICOLO, ANCHE SE È QUESTIONE DI VITA O DI MORTE. E’ INUTILE
CHIAMARMI O DIRE QUALCOSA. NON POSSO RISPONDERE, NON POSSO PARLARE. VOGLIO CHE
TU FACCIA ESATTAMENTE E CON MOLTA ATTENZIONE TUTTO QUELLO CHE TI CHIEDO. DOPO
AVER BUSSATO TRE VOLTE PER DIMOSTRARE CHE AVETE CAPITO E D’ACCORDO, PORTAMI UNA
CIOTOLA DI LATTE CON RUM. NON HO AVUTO NIENTE TUTTO IL GIORNO E NON POSSO FARNE
A MENO.
Tremando di paura, non sapendo cosa pensare e reprimendo un desiderio furioso di chiamare André e tentare finché non apriva, ho bussato tre volte come richiesto e sono corsa fino a casa per andare a prendere quello che voleva. In meno di cinque minuti ero di ritorno. Un altro biglietto era stato infilato sotto la porta:
HELENE, SEGUI ATTENTAMENTE QUESTE ISTRUZIONI. QUANDO BUSSI IO APRO LA PORTA. DEVI AVVICINARTI ALLA MIA SCRIVANIA E POSARE LA SCATOLA DEL LATTE. POI ANDRETE NELL’ALTRA STANZA DOVE SI TROVA IL RICEVITORE. GUARDA ATTENTAMENTE E PROVA A TROVARE UNA MOSCA CHE DOVREBBE ESSERE LÌ MA CHE IO NON RIESCO A TROVARE. PURTROPPO NON POSSO VEDERE LE PICCOLE COSE MOLTO FACILMENTE. PRIMA DI ENTRARE DEVI PROMETTERMI DI OBBEDIRMI IMPLICITAMENTE. NON GUARDARMI E RICORDATI CHE PARLARE È DEL TUTTO INUTILE. NON POSSO RISPONDERE. BUSSA ANCORA TRE VOLTE. E QUESTO SIGNIFICA CHE HO LA TUA PROMESSA. LA MIA VITA DIPENDE INTERAMENTE DALL’AIUTO CHE MI PUOI DARE...
…..Cosa è successo?
Voi
tutti vi domanderete, qualcosa nel ‘programmatore’ non ha funzionato a dovere;
ricapitoliamo: eravamo avvinghiati ad una corda e salivamo fino al Cerro Torre
con i più noti viandanti di Lecco, poi abbiamo meditato strani forme di Ragni
alati in ragione della paternità della specie in uso ed in via di estinzione da
cui il nome, quindi abbiamo trattenuto un vagito simile ad un urlo di petra
inerente ad un antico pensiero donde meditare la ‘via’…
…Ebbene analizziamo l’evolversi di questa triste e nota sequenza nella Frammentata trama della nostra Storia evolutiva, in quanto il ‘programmatore’ ci sorveglia dalla stratosfera sino alla cantina dell’ultima ‘scena’, infatti ha in dotazione otto occhi, dieci zampe, e un medesimo filo che ci avvinghia e trascina per questa strana e più nuova esistenza di morti sospesi a fil di vita pasto d’un ragno della specie brevettata dalla più acclamata ditta della Compagnia del progresso; ne comprenderemo ancor meglio la Genesi che da umani si retrocede ad una mosca per poi essere intrappolati in una tela del noto Ragno.
…È l’èra dei cavi.
La vita moderna, in tutta la sua intricata complessità, si basa sui fili. Fili ovunque: nei cieli, sulla terra e nelle acque. In tutti i giochi di prestigio della scienza, che hanno reso la natura in schiavitù, il filo è l’elemento indispensabile.
Un
mestiere curioso, lento e meticoloso, in cui i fabbri di razze dimenticate si
sono affannati, hanno lavorato e rovinato la vista per innumerevoli migliaia di
anni, è diventato, in meno di un secolo, sotto la spinta delle esigenze e delle
forze motrici moderne, il motore del mondo e la molla di ogni attività, dalla
culla alla tomba.
Il filo metallico viene ancora utilizzato per realizzare giocattoli e gingilli, come un tempo, ma non è più solo un passatempo per la vanità. Se domani eliminassimo dal patrimonio di risorse umane il filo metallico, le funi metalliche e i relativi ‘fili piatti’, il mondo si fermerebbe di colpo.
Non
è un’esagerazione, immaginate di dover iniziare la giornata lavorativa senza la
rete elettrica e pensate a quale sarebbe il verdetto a fine giornata.
Considerando il ruolo vitale che la rete elettrica svolge nella coltivazione e
nel trasporto del cibo per l’uomo e gli animali, è probabile che non fareste
colazione dopo aver dormito su un letto senza molle o il lusso di un materasso
in rete metallica. Ma questo sarebbe solo l’inizio dei problemi.
Il tram rimarrebbe fermo. Forse siete pendolari e viaggiate in città su un treno a vapore. Il traghetto resterebbe ormeggiato, e dov'è il macchinista che, in questi tempi di traffico intenso e intervalli ristretti, oserebbe mandare un treno senza la protezione dei piccoli fili di collegamento tra le rotaie, che articolano il sistema di segnalazione a blocchi?
Si
poteva telefonare in ufficio? Come e con quale mezzo, a meno che non si usasse
un cavo? Senza fili? Senza le bobine e gli indotti che fanno funzionare gli
strumenti o le antenne che captano l'onda sonora nel suo volo, non esisterebbe
la comunicazione senza fili.
È
il filo che ha unito il mondo e lo tiene unito, e quando le fabbriche di fili
si fermeranno, come anche loro dovrebbero fare se non ci fosse più il filo, la
civiltà moderna potrebbe anche morire, e lo farebbe.
Persino
la guerra si estinguerebbe.
Le popolazioni potrebbero perire di fame, e probabilmente lo farebbero, ma dovrebbero smettere di uccidersi a vicenda se non con metodi primitivi, perché senza il filo, che controlla il movimento di navi, aerei e sottomarini, e permette tramite telegrafo e telefono le manovre di eserciti prodigiosi, che lega le lucide strutture dei grandi cannoni e che costituisce la maggior parte degli strumenti di precisione per puntarli, la guerra non offrirebbe più molte opportunità di gloria artificiale.
Come
garanzia di pace perpetua e mondiale, nessuna Società delle Nazioni potrebbe
nemmeno lontanamente essere paragonata all’eliminazione del filo dal catalogo
mondiale delle armi.
Il
filo metallico è un membro influente di quella famiglia di giganti materiali
che hanno raggiunto la grandezza in un lasso di tempo relativamente breve, ma
che nondimeno pesano enormemente sui destini dell'umanità. È anche antico, ma
fino a quando un nuovo demone di ambizione materiale non ha cominciato ad
agitarsi nelle popolazioni sovraffollate, aveva poco altro scopo se non quello
di adornare le vesti dei potenti o arricchire le arti antiche.
A coloro la cui visione del passato dell’uomo è limitata all’enciclopedia è stato ripetuto più volte che la veste di Aronne conteneva fili d’oro, che c’era del filo metallico nelle piramidi, che a Ninive si lavorava il filo metallico ottocento anni prima della tragedia del Calvario e che teste di metallo con capelli di filo metallico sono state ritrovate tra le rovine di Ercolano e ora sono di nuovo custodite nelle vetrine del Museo Portici.
…Ma hor hora permettetemi una Eretica considerazione, non fu’ il filo che intrappola, non più e solo la Mosca, con il Ragno e la civiltà intera costretta in cantina, giacché il sole caldo di questo Universo talvolta esposto al simmetrico Lume del nuovo e più artificioso Intelletto confonde la Ragione?
Dunque se fu’ un filo, il filo comandava e comanda il nuovo
burattino? Quello per intenderci che si scorge nelle fiere delle piazze, pur
essendo la fiera di nobile antica tradizione mentre la marionetta che osserva
il burattino una strana caricatura di paese…
Ergo e deduco ancora!
E ne traccio breve profilo:
I burattini sono la caricatura dell’uomo; le marionette ne sono la imitazione. I primi, più democratici, vagabondano per le piazze con un modesto castello, e camminano senza piedi perché li tengono imprigionati nelle mani possenti del loro padre burattinaio. Le seconde, più aristocratiche e quindi più vane, non si mostrano che in veri teatrini, con palchetti e sedie e biglietti d’ingresso; hanno le membra complete, camminano con leggerezza mirabile, e ricevono sempre dall’alto il verbo e la norma delle loro azioni.
I
burattini, conservatori per eccellenza, serbano intatto l’abito ed il costume
dei loro progenitori; sono contenti del proprio stato, né mutano per mutare di
tempi. Le marionette, invece, vanno di pari col progresso; la meccanica e la
plastica non isdegnarono mai di concorrere al loro perfezionamento, e in
passato furono ambita ricreazione di gente seria e financo di principi.
Ed
erano i cantastorie, ultimi eredi dei ‘trobador’, dei menestrelli e dei
torototela, a diffondere e a chiosare tra piazze, cortili, fiere di paese e
osterie, gli episodi tragici, i fatti eclatanti, i delitti efferati, le
conquiste della scienza e della tecnica, le gesta di grandi uomini ed eroi, le
polemiche politiche, i mutamenti di costume, i primi ruimenti sociali. E il
popolo si dilettava, con grande attenzione, a sentire cantare l’episodio da
colui che più degli altri ‘sapeva leggere e poetare’: era l’uomo con il foglio
volante o con il cartellone illustrato che sintetizzava grossolanamente quello
che poco dopo avrebbe spiegato in poesia cantata.
L’uditorio lo ascoltava come oggi ascolterebbe la radio ed osserva la sequenza dei fatti illustrati come si trovasse davanti ad uno schermo televisivo, poi compravano il ‘pianeta della fortuna’ per tentare la sorte al lotto e il ‘foglio volante’ per imparare il testo e cantarlo a loro volta nelle osterie e nelle bisbocce fra amici…
L’automa,
dal burattino fantoccio derivato, procede, suo malgrado, l’inarrestabile
discesa A FOLLE, colpa o
bisogno dell’urgenza circa il ‘valore’ aggiunto della ‘massa ottenuta’.
Dapprima,
inscenata con sfarzo d’allori, coronata d’alluminio e prometeico acciaio
temprato, sponsorizzata dalla nota Compagnia del russo burattinaio bandito
seppur servito & nutrito per l’intera durata del noto spettacolo: le sue
marionette e automi temprati invadono le Corti con i loro più che noti
spiritati Drammi…
Peccato,
però, che al Secondo Atto della rinomata secolare Commedia divenuta transumante
Tragedia, rappresentata per ogni fiera piazza e nobile corte d’Europa,
l’universale salita dell’industrioso automa per sua evoluta natura, sia
divenuta inarrestabile FOLLE DISCESA.
Nonostante
dal retro della “quinta” (e non più Sinfonia, Opera dispendiosa tanto al
germano quanto al piccione suo alleato e viaggiatore anch’esso) l’agente
segreto - burattino imperfetto - segnala inesauribile esaurita riserva ove
celato ogni intero segreto di Scena!
Da
cui la Commedia divenuta farsa per sua ignobile natura!
Infatti, se fin da principio il burattino, più politico che umana marionetta donde la differenza di massa, si fosse consapevolmente reso conto della Compagnia servita, oppure, si fosse dedicato con maggior zelo a più nobile nonché filosofica lettura (dal futuro Pinocchio) interpretata (con grande incomparabile successo); avrebbe raggiunto l’Atto della Giostra avverso alla nota Fiera (presso la piazza del Lupo), donde deriva il filo dell’intera Commedia, hor hora sospesa per improvvisi litigi con la più nota marionetta (Ragion della sua ed altrui movenza per ogni serio Teatro compresa ogni Fiera accompagnata, motivo dell’intero automa); ne consegue che avrebbe dovuto, cogitare concordare nonché meditare, e in ultimo interpretare, imprevisti cambi di più nobile Scena.
Non
più il filo accompagnato dalla mano, qual fantoccio burattino avverso alla
marionetta sua eterna prometeica concorrente per ogni Scena interpretata qual
vera Opera rappresentata, bensì un sì più vasto meccanismo congeniato, ove alla
materiale Archita meccanica a cui abdicata l’antica commedia, sarebbe succeduto
idraulico passo maledetto da ogni Dio dell’Olimpo scalzato dalla Parabola
profeta del progresso.
Ovvero,
dall’antico mito filosofico siamo succeduti - o caduti - nel baratro del Dio
unico (e trino) rivenduto al megawatthore: dato dal Tempo del vettore
esponenziale & diviso in pugnate quote scavate e derivate dalla grotta
della ninfa in attesa del futuro profetico pargolo.
Hora quotata al Tempio del progresso inscenato, e mai più al rimpianto ponte del Diavolo, bensì all’automa dal noto Sentiero (666) Rifugio del Golem, a cui ogni futura marionetta aspira per la prometeica eterna disavventura nominata profeticamente: luce et morte ancora in vita dell’eterna salita prima della segnalata discesa del Santo Olimpico successo, applaudita con illuminato eroico sfarzo, e replicato da ogni futuro automa al palco d’ogni Guerra ben rappresentata in disaccordo con l’olimpico burattino d’un èvo superato.
Sottratta,
disgraziata ulcerata meschina marionetta, al dovuto consenso della povera
Sibilla, oracolo senza più Regno né Grotta né oscuro riparo magistralmente
interpretato, e neppure, se per questo, della povera scalza ignuda Cibele
accompagnata dallo scomparso, o meglio, pluriricercato e dato per defunto,
Genio della Foresta o Selva, bruciata dall’infiammata platea.
Neppure
il noto Rifugio, anch’esso liricamente et magistralmente interpretato nonché
eternamente disoccupato, gestito da Meschino detto il Guerrino d’ogni Fiera,
cibata nutrita squartata e divorata in attesa del defunto rimpianto Inverno
sponsorizzato dalla più nota Compagnia di Stato.
Quando
la neve facea da cornice alla marionetta, nonché alla corda dell’avversato suo
compagno burattino, per la conquista d’ogni Cima e Vetta della vera coronata
classifica dell’Opera magistralmente rappresentata; e ove ogni fantoccio aspira
per un futuro senza automa rubargli gli averi di Scena, prima e dopo aver
pregato la parabola del Vento implorando il segnale del Dio del sano commercio
circa la Via migliore da seguire secondo i comandamenti e precetti di Golem:
Salire e salire ancora sino all’Olimpo di Zeus in personam, quotato compartecipato nonché evaso per ovvie cristiane ragioni di un più nobile Stato… e al Passo della frontiera rimpianto.
Hora
corre tanta troppa differenza fra un automa e il suo Teatro! Fra un automa ed
una marionetta, e questa, in ugual Scena e contesa, dal rimpianto burattino
senza neppur un Teatro ove replicare l’eterna Tragedia della vita a cui il vero
automa aspira e deriva.
Ogni
singola specie vuole e pretende la propria autonomia, compresa la dovuta
batteria con cui appagare e compensare il disagio dell’attesa, quando
dall’acrobatico palco sino alla numerata platea, cimento dell’invisibile Filo
di Scena, nasce una nuova èra con più respiro ricaricato al Sole del Dio più
morto che vivo, quasi trasudato, compensare il disagio della marionetta
rimpiangere il rivale suo per ogni rimpianta Fiera, in attesa, ovviamente
dell’atomo automa, ovvero quando il copione cede lo Passo et ogni Elemento
dell’intera orchestra accompagnata, a Democrito, impresario della nuova
Compagnia.
In
quest’hora l’automa fiero della nuova avventura, il burattino e la marionetta,
fossili antichi d’una sorpassata èra lo guardano e omaggiano pur l’eterna
contesa ancor rappresentata, Prometeo incatenato fu la Prima dell’atto, dopo
solo Omero e Ulisse suo argo, né automa né marionetta né burattino, oseranno
cantarne o interpretarne la futura disavventura!
L’ira che seguì circa il Segreto del palco inscenato, neppure l’acheo fu in sufficiente grado d’intenderlo e interpretarlo, ogni Elemento o automa rimpiangeva i tempi del fungo araldo del Sacro bosco pregato, quando fate e bambini, comprese le antiche fiere donde deriva il palco d’ogni rispettabile Compagnia potevano al meglio intendere e assaporare il sapore della Vita!
Così
hora et in questa difficile hora, ogni Bestia che ne deriva da un fungo
avvelenato, deve fare un soldo di conto con ogni futuro burattino, in attesa
che il Dio della materia lo destini qual vero automa. Il dilemma sì grande e
vasto, ove l’intero palco giostrato ne va guasto e incontrollato, cede e
procede per sua e altrui disgrazia & disavventura, verso una perenne
discesa, ed ove ogni povero automa diviene fiero paladino dell’antico e reciso
filo donde deriva la sua e altrui odierna disavventura. Si inerpica giù e su
alla fiera, ogni Scena sempre più dispendiosa, quasi non più trova l’energia
per divenire un vero automa…
Meditiamo la Torre di tal conquista sperando solo che l’impervia, giacché il buon intenditore ancor meglio mi comprende, fu conquista e non certo una dottrina da palcoscenico... legata con la sua corda ad un dogmatismo alieno - come o peggio - del Progresso contrastato…
HELENE, PREFERISCO NON DIRLO, VISTO CHE DEVO ANDARE, PREFERISCO CHE TI RICORDI DI ME COME ERO PRIMA. DEVO DISTRUGGERE ME STESSO IN MODO TALE CHE NESSUNO PUÒ SAPERE COSA MI È SUCCESSO. OVVIAMENTE HO PENSATO SEMPLICEMENTE DI DISINTEGRARMI NEL MIO TRASMETTITORE, MA FAREBBERO MEGLIO DI NON PERCHÉ, PRIMA O POI, POTREI TROVARMI REINTEGRATO. UN GIORNO, DA QUALCHE PARTE, QUALCHE SCIENZIATO FARÀ SICURO LA STESSA SCOPERTA. HO QUINDI PENSATO AD UN MODO CHE NON È NÉ SEMPLICE NÉ FACILE, MA TU PUOI E MI AIUTERAI.
‘André’,
…dissi
infine,
‘qualunque cosa tu abbia scelto o pensato, non posso e non
accetterò mai una soluzione così codarda. Non importa quanto terribile sia il
risultato del tuo esperimento o incidente, sei vivo, sei un uomo, un
cervello... e hai un’anima. Non hai il diritto di distruggerti! Lo sai!’.
La risposta fu presto digitata e infilata sotto la porta.
SONO BEN VIVO,
MA GIÀ NON SONO PIÙ UN UOMO. QUANTO AL MIO CERVELLO O INTELLIGENZA, PUÒ
SCOMPARIRE IN QUALSIASI MOMENTO. COSÌ COM’È, NON È PIÙ INTEGRO. E NON PUO’
ESSERCI ANIMA SENZA INTELLIGENZA. . . E TU LO SAI!
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