IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 12 giugno 2026

LA RICCHEZZA

 








Prosegue con i Processi






   Su cosa si fonda la riserva aurea della ricchezza?

 

Da cui conio di falsa o più ricca certezza?

 

Su cosa si fonda la nostra e loro certezza?!

 

Sicuramente sullo spazio propriamente o impropriamente occupato!




E di conseguenza la capacità di interpretarlo come bene ‘immateriale’ su cui successivamente coniare la ‘materia’.

 

Dall’immateriale Dio è derivata la stessa… giammai sia detto il contrario!

 

Ma questo stesso bene se privato del suo medesimo Principio su cui si fonda la vita e ogni Dio, sia quello più antico del pagano, sia quello del vero cristiano, ci condurrà con estrema puntuale certezza sull’antica Idea di come interpretato il disegno di Madre Natura, o Madonna che sia… entrambe precipitate in un più profondo Abisso.

 

Oggi come allora parlando con Gregorio lungo il Sentiero della Manina, rifletto come il Tempo immobile seppur corre veloce precipitandoli in un Inferno con tre teste e un solo nome (uno l’esercito di Davide, l’altro del Golia suo alleato, ed infine l’oriente orientato verso l’apocalisse con solo la guerra qual più nobile contorno): lo scorgo ‘inciampare’ di fretta questo Tempo ubriaco, salire ancora più rapido per poi scendere dallo stesso pendio credendosi umano.




Se sia un alpinista o uno sciatore non scorgo gran differenza all’altare su cui prego il mio Dio!

 

Se sia un ‘chiodo’ che pone la differenza la grammatica sicuramente ne difetta di comprensione circa l’incompreso Linguaggio con cui il Profeta - ogni Profeta - di questa e ogni Terra con ogni suo Elemento espressione del suo Infinito Dio, per sempre crocefisso al Tempio dell’Albero maestro.

 

Alla cima del Teschio!

 

La Cima, il Golgota lungo questa sofferta salita mi implora di determinarne la Parola nel beneficio di miglior Linguaggio con cui un ‘ungulato’ una ‘marmotta’ un solitario canterino mi ‘comandano’ la salvezza per la condanna a cui l’uomo fece antica promessa confondendo e barattando, purtroppo, Dio con Lucifero.

 

Quello stesso Dio che ordina e ordinò un diverso abominio e quindi a lui non più mi inchino. Mi genufletto verso un fiore, verso una nascosta marmotta che, come la più fedele sentinella, mi narra e racconta del freddo inverno, della bufera, del ghiaccio, del vento, e con loro ogni strofa del nostro comune dio. Poi mi fischia proprio dentro medesimo orecchio, come al risveglio fu braccata da uno strano essere: camminava eretto come fosse un orango, poi arrivò il suo fido a sfidare e violare il sacro rifugio.




L’ungulato alato come fosse un dio beve vicino al sacro torrente il quale luccica come oro antico, è la moneta degli dèi, è la mancanza del sacrificio con cui scriviamo e rinnoviamo l’antico patto, e del suo sangue non mi nutro, non offrirò alla Terra ogni sua goccia, ma da lontano osservo e medito il suo Sentiero; osservo come sale ripido e mi osserva con un sorriso antico come quello di un dio, come per dirmi sono il miglior alpinista di questo perduto Paradiso, impara dal mio cammino giacché il Sogno possa illuminare e ispirare il tuo ugual medesimo braccato Sentiero.

 

Non medito e compio sacrifici su questi antichi altari, non recito la loro ‘delirante frase’, ma al medesimo crocevia ove un solitario credente parla e prega una strana parabola con un altrettanto ed ancor più strano prefisso che sa di martirio comporre il suo numero preferito, medito il mio ed il suo Dio...

 

È uno strano paradosso il loro credo, per cui non mi ciberò di nessun Agnello né tantomeno aspirerò nel perseguitarlo o appenderlo all’uncino su cui il credente edificherà il suo strano ed ancor più paradossale Tempio. Mi ricordo dei loro ‘maestri’ e ciò mi è sufficiente per aver Ragione del perseguitato Intelletto sui medesimi.




Sì!

 

Conieranno moneta seppur pregando ‘cum magna laude’, reciteranno ricca preghiera e rinnegheranno e crocifiggeranno ogni Dio!

 

Perché il nostro Dio parla e narra rivelandosi con una Lingua incompresa alla loro seppur dotta grammatica condita con strani accenti uncinati.

 

Urla come il vento, fischia da una tana profonda e segreta, corre ancor più veloce della loro preghiera, schiva la pallottola dell’insana parola senza alcuna Rima, poi da lontano mi prega di difendere ciò di cui hanno profanato, estirpato e rinnegato.

 

Sì!




Con Gregorio parlai proprio di questo e cercherò di fargli comprendere che il nostro un Sentiero troppo antico per essere vilipeso. Rinasceranno parassiti e funghi attentare l’Albero del divenire, per poi fondare la comune Stratosfera pregata ma giammai vissuta; ogni suo Fiore un Universo troppo vasto e con lui curai i mali di questo predato mondo aggrappato all’ortodossa parola interpretata per bocca d’uno strano profeta per essere con lui condiviso… nel profumo!

 

Sì!

 

I nostri Sentieri si dividono non accettiamo i vostri strani paradossali compromessi, il nostro Dio ha una diversa forma, una incompresa Simmetria, un Infinito per ogni miracolo da voi rinnegato. Parla per tramite della Natura intera e prega difesa dell’Opera compiuta nei secoli d’una corrotta Memoria.    

 

Ora il loro pregato Tempo scorre veloce come una marmitta ingolfata di vapore per generare una nube ancor più spessa con cui svela la sua parola; come la calunnia di Gregorio, pretende ancor più spazio per abusare dell’abominio dettato da un comandamento; vuole profanare e conquistare ogni antico Tempio seppur, nell’apparente ricco diverbio ove la Giona romana mammona assisa come una antica matrona conia ugual medesima strofa, sgorgherà comunione ed assieme nel diverbio come fu scritta la Storia sul monte del Teschio, crocifiggeranno il comune dio pregato in nome di ugual moneta.

 

La ricchezza li unisce ed ispira!




Dio sovrintende - pur non rivelandolo - nella giusta invisibile immateriale dimensione ove Crea attraverso un’onda o una particella del medesimo Mistero, lo Spazio occupato…

 

Usurpato rubato predato deriso confuso umiliato calunniato rinnegato…

 

Sì!

 

…Caro Gregorio, lo Spazio…




…Appunto lo Spazio occupato e i suoi Elementi giammai usurpati, quindi distinguiamo ‘ricchezza’ e ‘povertà di mondo’ un po’ come fece un Filosofo, nella sostanziale differenza che per quanto dal filosofo tradotto quale povertà di mondo di cui la muta Natura assoggettata nel beneficio dell’umana ricchezza da cui la presunta umanità dell’uomo, così come comanda uno strano dio, noi lo ricomponiamo e adeguiamo ad un diverso e più antico concetto (celato al loro sguardo in quanto la Natura ama nascondersi al sorriso beffardo dell’uomo) circa la vera ricchezza di cui ognuno predato e attentato.

 

Quindi abbiamo appena detto ‘povertà e ricchezza’, il mondo intero la celebra e quota alla borsa di medesimo Tempio, promettendola ad ognuno, Nessuno escluso, in quanto derivato e coniato da una diversa e più distante certezza circa il Viaggio compiuto e da compiere ancora su questa stessa martoriata Terra.

 

Per quanto il progresso nonché il progressista al soldo d’un principe machiavellico diluito sul paradosso e negando il suo stesso medesimo principio quando abbandonata l’età della Ragione dell’Intelletto…, sempre si avvierà per una parete troppo scoscesa per essere appena compresa rivenduta o rinnegata nel concetto esposto ma quantunque vilipeso seppur difeso della Democrazia…, andando a rinsaldare l’artifizio della politica…

 

….Ogni politica infatti nemica di questa Natura….

 

(Giuliano)




  

 

 

DIALOGANDO CON IL DIAVOLO! 

 

 


 

Chi dai monti della Val Malenco guarda la lunga e sinuosa costiera dell’Alpi Orobiche, non può a meno di distinguere, fra le tante cime, un’ardita piramide che fra tutte si eleva con elegante e ben marcato profilo. É la vetta del Pizzo del Diavolo, che s’innalza fin presso i tremila metri, a cavaliere delle più importanti vallate Orobiche, e cioè: la Val Brembana, la Val Seriana e la Val d’'Ambria (Val Venina).

 

E come il nocciolo della catena principale da cui si stacca la lunga giogaia, che divide le due grandi Vallate Bergamasche e viene a digradare con gli ameni colli di Bergamo, nella pianura Lombarda. Questa cima, che, per una serie di bizzarre anomalie tanto frequenti in alpinismo, non è molto frequentata, e di riflesso quindi è pochissimo conosciuta, meriterebbe tuttavia d’essere illustrata con una diligente monografia, tanto essa è interessante dal punto di vista alpinistico, come da quello delle bellezze naturali che per vastissima plaga la circondano.

 

In attesa però, che un lavoro esauriente venga a colmare questa riprovevole lacuna della nostra letteratura alpina, non siano da biasimare agli egregi colleghi due parole di relazione su una gita compiuta in una trascorsa esistenza, durante la quale ebbi campo di conoscere uno dei lati più attraenti della nostra bella incognita. Il Pizzo del Diavolo (m. 2915), detto anche Pizzo di Tenda per distinguerlo dal suo omonimo, di pochi metri più elevato, che sorge sulla stessa catena, alla testata di Val Seriana, è costituito nella sua parte superiore da una grandiosa piramide a cinque spigoli e cinque facce, nettamente distinte ed individualizzate.




Queste facce guardano a Nord-Est, Sud-Est, Nord-Ovest, Ovest e Sud-Ovest. Verso Sud scende direttamente dalla vetta il crestone principale, il quale a un certo punto s’innalza bruscamente fino ai 2800 metri, riproducendo in una vetta di più modeste proporzioni, le forme tipiche della grande piramide. Questa vetta non ha nome sulla carta, ma, per la sua postura e la forma similare, viene chiamato Diavolino (o Tendino).

 

Fra il Pizzo principale e il Diavolino scendono due canali: uno, largo e profondo, comunica col vasto nevaio del lato orientale, l’altro più ristretto, scende a grandi balzi pel versante occidentale. Il versante cosiddetto Orientale è costituito dalle due pareti Nord-Est e Sud-Est, delle quali quest’ultima è più rimarchevole - ed interessante sotto ogni rapporto, ed è quella fra i cui dirupi gli alpinisti trovarono qualche via d’accesso.

 

L’altra parete è più ristretta e termina incuneata fra due creste, un centinaio di metri a nord della cima. La roccia predominante, secondo i recenti studi del distinto geologo dottor nobile Cesare Porro, è costituita da quell’enorme complesso di arenarie, talvolta ardesiache, e di conglomerati sottostanti al Triassico inferiore e che sovrastano ai porfidi Permiani; l’inclinazione generale è verso Nord. In complesso, questa roccia è buona per l’arrampicata; in molti punti scarseggiano gli appigli, ma la superficie è granulare e solida; limitatissimo poi è il pericolo della caduta spontanea delle pietre.




Nel…. 1897 si ebbe a registrare la prima salita compiuta dai seguenti signori: ing. Giuseppe Nievo, ing. conte Luigi Albanie Angelo Camillo Richelmi, della Sezione di Bergamo, capitanati dalla brava guida Antonio Baroni di Sussia. Essi attaccarono la parete molto in basso, imboccando il secondo canalone di destra: salirono 150 metri, poi piegarono a sinistra e si portarono trasversalmente verso la linea mediana della parete, che risalirono direttamente fino alla cima.

 

Di questa importante e fortunata ‘prima-ascensione’ trovasi relazione nella ‘Rivista Mensile’ del 1898, a pag. 121 (mese di aprile): Arriviamo poi, senza registrare alcun nuovo tentativo, fino al 29 luglio 1900, giorno in cui i colleghi Antonio Facetti, Alessandro Bossi, Guido Moretti, della Sezione di Milano, e Attilio Villa della Sezione Valtellinese colla guida Bonomi di Agneda, raggiunsero la vetta seguendo una via completamente nuova, ma che a parer mio non è praticamente consigliabile, stante ché il canalone del Diavolo è battuto dai sassi e nella sua parte inferiore anche da ghiacci e valanghe. Pur tuttavia questa salita è rimarchevole come gita di esplorazione, tanto più che la discesa venne compiuta per la stessa via ed è finora l’unica che sia stata effettuata per questo versante.






 

E…. DISCUTENDO CON DIO, OVVERO, IL DIO DELLE MARMITTE E QUELLO DELLE… 



 

 

La mia testa assomiglia un po’ a quella di una lepre, solo che la parte superiore è più grande e piatta, e le mie orecchie sono molto più piccole; così piccole che sono appena percettibili, sebbene i capelli in quella parte della testa siano molto corti.

 

Ho un paio di baffi folti e lunghi.

 

I miei occhi, luminosi e scintillanti, sono posizionati ai lati della testa, come quelli di una lepre. La forma del mio corpo è a metà tra quella di un orso e quella di un topo, ma sono molto più piccolo del primo e decisamente più grande del secondo. Il mio manto è generalmente di un nero sabbia o marrone rossiccio. La mia voce, quando sono contento, assomiglia molto a quella di un cagnolino, ma la nostra specie è nota per il fischio acuto e penetrante che emettiamo quando siamo irritati.

 

Noi marmotte proviamo per i cani la stessa avversione che proviamo per i gatti; immaginate quindi il mio orrore nel vedere questo esemplare, che ero certa mi avrebbe attaccata non appena mi avesse notata. Mi diedi per spacciata, perché era molto più grande e forte di me, e non avrei avuto scampo in caso di scontro; perciò, raggomitolandomi a palla, mi rifugiai dietro una grossa botte e desiderai con ansia la presenza del brutto ragazzo dalla faccia giallastra, la cui partenza mi aveva dato tanta gioia pochi minuti prima; ma passò molto tempo prima che tornasse: tuttavia il grosso cane non si svegliò, e fui felicissima quando il ragazzo mi prese tra le braccia e mi portarono fuori da questa orribile prigione, nella quale speravo vivamente di non dover mai più entrare…




‘La salute delle marmotte riflette la salute delle Alpi’, afferma il biologo Christophe Bonenfant, che guida il team di ricerca di Lione dal 2019. ‘Sono una specie sentinella’ e, avverte, ‘potrebbero diventare il volto del cambiamento climatico in alta montagna’.

 

Le temperature medie sulle Alpi sono aumentate di circa due gradi centigradi dalla fine del diciannovesimo secolo, circa il doppio della velocità globale. I ghiacciai si stanno ritirando; le pareti rocciose si sgretolano dopo anni di siccità. Se le tendenze attuali continueranno, molti dei ghiacciai della catena montuosa potrebbero scomparire completamente prima della fine del secolo.

 

‘La quota delle nevicate continua a spostarsi più in alto’, afferma Nicolas Vernon, guardia forestale della Riserva naturale della Grande Sassière. ‘Dove prima c’era un unico lago di disgelo, ora ce ne sono tre’.

 

La marmotta alpina è quella che gli scienziati chiamano una testimonianza dell’era glaciale. Durante il Pleistocene, viveva in tutte le pianure d’Europa. Con la fine dell’ultima glaciazione e il riscaldamento del clima, la specie si è adattata al freddo e si è ritirata verso l’alta montagna, dove un letargo di sei-sette mesi le permette di sopravvivere.

 

Ma l’adattamento alla vita in alta montagna è avvenuto a un costo.




‘Sono già sopravvissute a un episodio di cambiamento climatico, il riscaldamento che ha posto fine all’era glaciale’,

 

…afferma Bonenfant.

 

‘La domanda è se questa volta riusciranno ad adattarsi abbastanza rapidamente, con il ritmo dei cambiamenti a cui stiamo assistendo ora’.

 

A causa del letargo di sei-sette mesi, le marmotte alpine si sviluppano lentamente, raggiungendo la maturità sessuale solo dopo tre o quattro anni. Anche allora, molte rimangono nel gruppo natale come ‘aiutanti’ della coppia dominante, aiutando ad allevare i piccoli e condividendo il calore corporeo in inverno per mantenere calda la tana. Ma questi meccanismi sociali, affinati nel corso dei millenni, sono ora sconvolti dai cambiamenti climatici.




‘Stiamo assistendo a cucciolate sempre più piccole’, riferisce Garcia. ‘In passato, c’erano quattro o cinque cuccioli; ora sono scesi a tre o quattro. E le madri sono spesso in condizioni peggiori quando escono dal letargo’.

 

La colpa è della neve, o meglio, della sua assenza.

 

Il manto invernale sopra le tane si sta assottigliando, il che, paradossalmente, rende il sottosuolo più freddo perché c’è meno isolamento. Le marmotte possono tollerare temperature fino a circa quattro gradi centigradi nelle loro camere di ibernazione. Al di sotto di questa temperatura, il loro corpo deve generare calore extra, bruciando più energia e riserve di grasso. ‘Quindi escono dal letargo in condizioni peggiori e le femmine partoriscono meno piccoli’, afferma Bonenfant. È una spirale discendente che il team è determinato a monitorare da vicino, documentando i cambiamenti nelle condizioni corporee e nella riproduzione anno dopo anno.




A pancia in giù nell'erba, la studentessa di biologia Aure Hirigoyen rimane immobile per tre ore davanti alla tana di una marmotta. La sua missione di oggi è catturare i cuccioli per sottoporli a un test: un compito arduo. Nei primi tre giorni dopo l’uscita dalla tana, i piccoli sono abbastanza ingenui da poter essere presi in mano. Dopodiché, i ricercatori devono posizionare delle trappole: grandi gabbie innescate da una piastra con dei pesi e l’utilizzo di esche di melassa e cibo per conigli.

 

Ma questa volta la trappola non serve. Tre cuccioli si avventurano allo scoperto e Hirigoyen lancia un sacco di iuta sopra l’ingresso della tana per non lasciare loro una via di fuga. Due riescono a scappare, ma il terzo finisce tra le sue mani.

 

Nel laboratorio dello chalet, il cucciolo viene anestetizzato. Garcia si mette al lavoro: lo pesa, ne misura le proporzioni corporee e la temperatura e preleva campioni di sangue, feci e pelo. Ogni animale riceve un microchip e un contrassegno auricolare (due per i dominanti). Viene annotata la famiglia di origine e tutti i dati vengono inseriti in un meticoloso registro di famiglia. ‘Se l’animale è già stato in nostro possesso, aggiorniamo i registri’, spiega Garcia.

 

Mentre il cucciolo si sveglia in una scatola di cartone, Garcia scrive un nuovo numero sulla lavagna: 2.302. ‘Il numero totale di singole marmotte che abbiamo studiato finora’. Nel giro di poche ore, campioni e dati saranno inviati all'Università di Lione per essere analizzati da Bonenfant.

 

I dati di Lione mostrano chiare tendenze negative che, secondo i ricercatori, meritano un’attenta osservazione. Le cucciolate si stanno riducendo, i tassi di sopravvivenza dei cuccioli sono in calo e le dimensioni corporee medie si stanno riducendo costantemente dall'inizio degli anni 90. Per un animale che si è adattato al freddo, questa è una cattiva notizia.



 

 

 


 

martedì 2 giugno 2026

CIO' CHE VEDIAMO SFILARE E' SOLO UNA RADICATA FORMA DI CORRUZIONE (clientelare)

 








Prosegue con taluni 











quadri astratti  


Prosegue ancora? 


in ciò che vedremo 


...sfilare  












(Alla perenne memoria 


di G. Matteotti) 






Questa osservazione generale sul funzionamento del Diritto assume particolare rilievo nel caso in esame: il tema giuridico della corruzione, nonché le diverse categorie tecniche che derivano dalla sua analisi, riguarda la regolamentazione delle relazioni tra la sfera pubblica e l’interesse privato, e mira a garantire che i co-membri rispettino l’integrità della sfera pubblica. 

 

Poiché questa appartiene a tutti, essa non appartiene a nessuno; e questo è certamente uno dei fondamenti della legittimità democratica o repubblicana, cioè di un sistema che assicura il sistema di Diritto attraverso il principio dell’assoluta uguaglianza sul piano formale degli individui. Di conseguenza, è possibile ora comprendere a fondo i problemi suscitati dalla nozione di corruzione e apprezzarne la rilevanza a un punto di vista filosofico: in questo sistema, l’acquisizione impropria delle risorse dello Stato in quanto garante della sfera pubblica - che si tratti di un’appropriazione privata dei suoi servizi o di un’appropriazione indebita delle informazioni che esso produce - è un atto estremamente grave, perché destabilizza completamente la modalità di associazione degli individui.

 

Ci si potrebbe spingere fino al punto nell’affermare che i rapporti di corruttela, nelle loro varie forme, reintroducono in realtà un vecchio sistema sociale e giuridico che si basava su una percezione differenziata delle capacità sociali individuali: “privilegi” piuttosto che “diritti”. Ecco perché la corruzione non consiste solo in una deviazione del rapporto di autorità, né solo in un furto (quello delle risorse pubbliche immateriali): in essa è implicata l’attestazione di una eccezione allo status che, minando il principio di uguaglianza individuale nella condizione civile, ristabilisce nei fatti un sistema feudale pre-democratico.

 

 

Una differente separazione tra la sfera privata e pubblica

 

 

L’approccio utilitaristico, funzionalista e sociologico di guardare alla corruzione “semplice” - per esempio, un “compratore” che acquista attraverso un “venditore” un bene o un servizio che è normalmente di proprietà dello Stato o che appartiene più in generale alla sfera pubblica - è utile per comprendere fenomeni più complessi.

 

Ma poi questi fenomeni si integrano in un’interpretazione generale della logica sociale di cui è opportuno precisare le aspettative, perché queste, il più delle volte, rimangono implicite. Nelle analisi che seguono ci proponiamo di allargare la nostra indagine, analizzando e cercando di comprendere quelle tre funzioni sociali studiate dalle scienze sociali che mettono in gioco e pongono in questione proprio questo approccio:

 

 

il clientelismo o patronato, l’acquisto di uffici e delle cariche civili sotto l’Ancien Régime, e l’evergetismo degli Antichi.




Per la loro struttura, agli osservatori che ragionano secondo lo standard epistemologico del diritto moderno questi fatti possono legittimamente apparire come delle gravi deviazioni dalla divisione netta tra la sfera pubblica e quella privata, o addirittura come trasgressioni palesi di questa divisione. Tuttavia, per la complessità del loro funzionamento e per le ragioni che le giustificano, questi fenomeni appaiono come fatti sociali coerenti, o che hanno addirittura una portata globale per il tipo di società in cui sono stati concepiti.

 

Nel loro sforzo di comprendere le dinamiche dei fenomeni che esse studiano, le scienze sociali mettono alla prova la portata universale della normatività del Diritto moderno, e aprono a nuove prospettive di comprensione delle motivazioni della corruzione. Così facendo, non solo relativizzano la definizione legale di corruzione, ma suggeriscono anche che può esistere la possibilità di una diversa partizione tra la sfera privata e quella pubblica.

 

 

Il clientelismo

 

 

Con i termini clientelismo e patronato ci si riferisce al sistema di pratiche con cui alcune élite sociali acquistano voti o servizi personali attraverso i benefici che distribuiscono o si impegnano a distribuire una volta al potere. Un “patrono” approfitta dei suoi mezzi per guadagnare influenza, o una autorità, e dispensa benefici a dei “clienti”, che si sdebitano sotto forma di sostegno o di servizi. Pertanto, il termine descrive i rapporti di potere informali basati sullo scambio di risorse tra individui o gruppi di status diverso.

 

Il clientelismo può quindi essere inteso, secondo questa definizione, come ‘un rapport de dépendance personnelle non lié à la parenté qui repose sur un échange réciproque de faveurs entre deux personnes, le patron et le client qui contrôlent des ressources inégales’.

 

Questo fenomeno si inserisce in un rapporto sociale molto particolare, di cui è importante cogliere il carattere storicamente ricorrente: nell’antica Roma il clientelismo sembra essersi letteralmente fuso con la logica del sistema socio-politico con cui l’élite dominante regolava i suoi rapporti con la plebe; nell’Europa di prima età moderna, sembra aver permesso alla società feudale di mantenere un certo dinamismo sociale, nonostante il carattere statico imposto dal principio della separazione degli ordini; infine, in epoca contemporanea, può essere applicato in tre tipi di situazioni: (1) permette di comprendere le relazioni interindividuali all’interno dei gruppi sociali tradizionali; (2) si riferisce a situazioni nei paesi in via di sviluppo; (3) secondo un uso più recente, viene utilizzato per comprendere il reale funzionamento di alcuni sistemi democratici contemporanei in virtù delle loro specificità storiche.

 

Molte delle caratteristiche distintive del rapporto clientelare sono particolarmente importanti per comprendere la normativa dello scambio sociale corrotto.




In primo luogo, il suo carattere storicamente ricorrente rivela l’esistenza di una forma sociale idealtipica, quella feudale, ma anche, dietro di essa, il rapporto diseguale tra gli individui in qualsiasi società gerarchica e caratterizzata da una scarsa mobilità sociale: ancora molto tempo dopo la scomparsa del feudalesimo dall’Europa, hanno continuato ad esserci dei rapporti di ‘fedeltà’ verso le élites sociali, sia aristocratiche, che dell’alta amministrazione reale o della borghesia economica.

 

Se epoche e civilizzazioni molto diverse (questo termine è inteso come uno ‘stile’ di società irriducibili l’una all’altra) hanno sperimentato questo fenomeno per cui alcuni ‘imprenditori’ locali o regionali ‘proteggono’ le popolazioni svantaggiate guadagnando la loro fedeltà, è perché ciò consolida rapporti sociali disuguali in società fisse, qualunque siano le differenze di dettaglio che esistono, termine per termine, tra aree di civilizzazione. Questo tipo di rapporti sociali ha relazioni profonde con un sistema di rappresentazioni fortemente strutturato, e che si ritrova in contesti storici o in società molto diverse.

 

In secondo luogo, il fatto che il patronato sia una delle espressioni di questo tipo di socialità si riflette nel carattere strutturalmente asimmetrico della relazione dal punto di vista economico. Ciò implica anche che la determinazione utilitaristica del fenomeno è piuttosto rilevante, e che essa ricongiunge l’esame storico del clientelismo con la rappresentazione sociologica della corruzione.

 

Nella relazione ‘patrono-cliente’, infatti, i due partecipanti si scambiano dei beni pur non avendo accesso né alla stessa quantità, né allo stesso tipo di beni, senza, almeno apparentemente, mettere in discussione la logica commerciale del processo. Pertanto, il cliente è sostanzialmente il debitore del patrono, mentre quest’ultimo è il suo creditore. Inoltre, l’‘offerta’ corrisponde spesso alla ‘domanda’, pur nella sua molteplice e variegata natura: le risorse scambiate possono essere economiche, ma anche politiche, religiose, psicologiche, militari, giudiziarie, amministrative e educative.

 

La maggior parte degli aspetti della vita umana sono quindi potenzialmente interessati dal patronato, vale a dire che la maggior parte delle esigenze di una vita normale possono essere soddisfatte in una forma incentrata sul cliente.

 

Conviene ugualmente rilevare, alla luce dell’esperienza effettiva dello scambio di servizi, e di colui che in questa relazione ha il ruolo della parte obbligata, che questo scambio è sia vincolante che volontario. Sia nel patronato antico che in quello moderno, ciò che si ‘acquista’ è un comportamento privato e pubblico. Nello spirito del clientelismo colui che viene acquistato è letteralmente “l’uomo” del suo patrono, ed il cliente rende a quest’ultimo un servizio che non gli è permesso rifiutare.

 

La letteratura critica evidenzia all’unanimità il paradosso secondo cui (1) non spetta al cliente rifiutare il servizio richiesto: essendo obbligato dal patrono alcuni aspetti della sua esistenza dipendono quindi dalla volontà di questi; (2) anche se tale servizio non è svolto volentieri o spontaneamente, il cliente in ogni caso si assoggetta volontariamente ad un potente signore.




In questa prospettiva, il rapporto di clientela mette in discussione il modello di responsabilità individuale come lo abbiamo determinato in precedenza nel quadro dell’analisi del concetto giuridico di responsabilità. Il principio stesso di imputazione, che è costitutivo di quest’ultimo, è alterato nelle sue condizioni di possibilità perché la volontà del debitore non è mai concepibile sul piano dell’autonomia necessaria affinché l’imputazione sia tale da renderlo un essere libero.

 

Da qui un’osservazione paradossale.

 

Da un lato, senza ovviamente assimilarsi allo schema standard di corruzione per come l’abbiamo descritto sopra (la transazione occulta con la quale un agente dello Stato vende un bene o un servizio normalmente riservato al pubblico nella sua generalità), il clientelismo è affine alla corruzione: la condotta dei “clienti” viene acquistata dal “patrono” e la loro volontà è sotto l’influenza di quest’ultimo.

 

D’altra parte, l’analisi che abbiamo sviluppato, tipica delle scienze sociali, mostra come il clientelismo non abbia in alcun modo a che fare con la corruzione, vale a dire con qualcosa di illecito e condannabile, perché rientra in quella che è una pratica sociale regolare. Il clientelismo produce quella che potrebbe essere definita come una dispersione o diffusione della responsabilità individuale. In questo sistema gerarchico, la nozione di responsabilità è indebolita dal fatto che il singolo, non può pretendere di essere colui che dà inizio alle sue azioni, né di esserne la causa piena e completa (tanto meno di avere il pieno controllo delle sue modalità).




Poiché si tratta di una relazione di dipendenza, lo scambio clientelare annulla quindi le normali condizioni di imputazione previste dal Diritto. È su questo punto che le scienze sociali e la disciplina giuridica non riescono a unire le loro risorse teoriche nella comprensione di un fenomeno, per la sua complessità, fondamentale.

 

Un’ulteriore osservazione appare necessaria; un’osservazione che mette in discussione l’altro postulato dell’uso della nozione classica di corruzione: l’opportunità di ricorrere all’idea di un agente economico sovrano nelle sue scelte appare discutibile nella misura in cui nello scambio clientelare né il cliente, né il patrono, beneficiano allo stesso modo della capacità di ritirarsi che è propria dell’individuo in un contesto di mercato.

 

Eppure, anche questa osservazione è in qualche modo equivoca.

 

Naturalmente, da un lato, entrambe le parti fanno le loro scelte sotto costrizione; ed è in questa situazione che qualsiasi agente economico si trova a fare le sue scelte in un mercato il cui equilibrio è il prodotto di squilibri permanenti tra domanda e offerta dinamica. Ma d’altra parte, la logica economica ha significati più specifici, che un tale approccio tende a nascondere.

 

Lo scambio clientelare ha una dimensione sociale globale che non può essere adeguatamente colta in termini economici.

 

Non sono realmente beni economici quelli che le due parti si scambiano, ma sono più propriamente dei segni connessi alla loro condizione sociale, o ancora dei mezzi di identificazione in quanto individui socialmente determinati. Innanzitutto, dal lato del patrono, lo scambio non è solo di interesse, ossia che stando in una posizione relazionale strutturalmente a suo favore il patrono ottiene di più di quanto non dia.




Per ragioni diverse, il patronato non deve essere confuso con lo sfruttamento economico. In primo luogo, perché il contenuto dello scambio non è puramente e semplicemente economico, e non ha per fine diretto un certo profitto materiale - questa relazione riguarda il potere piuttosto che l’avere, o più precisamente, designa uno scambio che considera l’avere come mezzo di transazione del potere. In secondo luogo, il patrono è egli stesso per certi aspetti obbligato nei confronti del cliente: gli deve protezione, si impegna implicitamente in un obbligo di servizio, mettendo con ciò in gioco il suo stesso status (un patrono che non può garantire la protezione del proprio cliente perde questo status o comunque indebolisce la sua posizione).

 

Allo stesso modo, anche se appare asimmetrica, la relazione ‘patrono-cliente’ non è unilaterale, ma deve essere invece concepita come bilaterale: le due parti sono egualmente coinvolte in questa relazione. Inoltre, si deve ammettere che questo carattere bilaterale si fonda su di un’ambiguità strutturale.

 

Per vivere e sostenere la sua famiglia, il cliente fornisce alcuni servizi al suo patrono; ma al di là dei servizi concretamente resi, e di cui questi potrebbe aver bisogno, ciò che il patrono cerca e guadagna nello scambio è il riconoscimento del proprio status da parte dei suoi clienti. Letteralmente: lo ‘scambio clientelare’ conferma lo status del patrono. Ci sono quindi due logiche diverse all’opera in questo scambio, e tutto avviene come se una sola relazione sociale contenesse due relazioni interindividuali tra loro irriducibili ma complementari: mentre si scambiano beni e servizi, il cui valore di mercato è oggetto di una stima costante da parte delle due parti, ciò che viene scambiato in una relazione clientelare non può essere concepito solo in termini di valore d’uso né in termini di valore di mercato, ma deve essere concepito in termini di valore simbolico.

 

Quello che il cliente dà in cambio di quanto il patrono gli offre è spesso privo di un valore commerciale (ad esempio quando il patrono nutre la famiglia del cliente per un lungo periodo), ma il vero oggetto della transazione rimane prezioso perché questo è la sua fedeltà, soprattutto perché spesso questa è semi-pubblica.

 

Se dal punto di vista del valore di mercato il patrono è talvolta perdente nello scambio (ciò che scambia ha un valore di mercato inferiore a quello che questi riceve), dal punto di vista del valore simbolico egli è però il vincitore. Si vede quindi che l’asimmetria dello scambio alimenta la natura bilaterale del rapporto. Lo scambio di favori e la fidelizzazione non sono valutabili in termini strettamente economici: non solo non sono quantificabili, e sono tra loro incommensurabili, ma siccome tutti i loro rapporti più rilevanti sono l’oggetto di un’attenzione costante da parte del patrono e del cliente ciò qualifica il rapporto in termini diversi da quelli economici.

 

Si può anche affermare che la natura bilaterale della relazione produca un costo per entrambi i partecipanti: per il patrono è impossibile impiegare nello scambio più di quello che ha (non può impegnarsi a garantire una protezione dei suoi clienti oltre i suoi mezzi, può fare da patrono solo verso alcuni o ha solo un certo numero di obbligati). La sua zona di influenza è sempre, in modo abbastanza specifico, circoscritta. Da un certo punto di vista, la relazione di patronato permette di determinare la capacità o l’area di influenza di un patrono, e costituisce un indicatore sociale efficace per assegnare ad ognuno il proprio posto. In effetti, valutare l’estensione dell’area di influenza del patrono permette di determinare il suo potenziale riconoscimento.

 

Per il cliente, si tratta di ricompensare il suo patrono per i benefici ricevuti mostrando la sua lealtà, a volte molto tempo dopo averli ricevuti. Lo scambio clientelare ribadisce la dipendenza del cliente, il servizio che egli deve in qualità di debitore non ha nulla a che vedere con la temporalità di uno scambio contrattuale ordinario, e non potrà essere determinato in modo esatto, né soprattutto specificato in anticipo.

 

È importante esaminare e discutere il preteso valore sociale dello scambio clientelare in un ambito extra o prestatale, anche all’interno di un contesto in cui la sfera pubblica e lo Stato sono oggettivamente corrotti.




A questo proposito, ritengo che possa effettivamente darsi un’inversione nei rapporti, perché in caso di disfunzione dell’apparato statale questo tipo di scambio può svolgere, in modo paradossale, una effettiva funzione sociale e il clientelismo può operare come “corruzione virtuosa”. Una tesi di questo tipo sembra effettivamente sostenibile all’interno di alcuni paesi dell’Africa. Nelle pratiche clientelari si metterebbe in pratica una vera comunità tra i partecipanti in una relazione sociale, nonostante il carattere asimmetrico del loro scambio. La reciprocità dello scambio instaura paradossalmente un’effettiva coesione sociale.

 

In questi casi il metodo funzionalista di analisi del fenomeno della corruzione ci consente di cogliere una delle modalità di legittimazione che viene usata dai corrotti così come dai corruttori: il loro scambio non costituisce un male perché vendendo un bene a un privato, un servizio o un’informazione di natura pubblica, si “rende un servizio” alla propria comunità. Spesso, nelle giustificazioni addotte, il corrotto evidenzia il legame personale che lo lega a colui al quale ha venduto una parte della cosa pubblica.




Lo scambio commerciale in realtà ricopre ‘une conception personnaliste de la politique comme échange de faveurs’, in cui è in gioco ‘l’amicizia’ tra individui.

 

Sicuramente differente dalla parentela (che designa lo scambio personale di favori tra membri della stessa famiglia o dello stesso gruppo), la relazione di patronato si distingue dallo scambio economico standard perché mobilita una serie di affetti: amicizia, ma anche sentimenti di riconoscenza, lealtà e affetto. Ciò nonostante, una simile argomentazione richiede comunque cautela dal momento che un’organizzazione come quella della mafia la utilizza sia per legittimare il suo potere, sia per impedire il buon funzionamento sociale dello Stato, deviandone le risorse per ridistribuirle per proprio conto e dopo varie sottrazioni.

 

Per meglio valutare queste indicazioni, potremmo dire che il fenomeno del ‘clientelismo’, inteso nella logica dell’analisi funzionalista, ci permette di cogliere la dimensione sistemica dello scambio corrotto. In altre parole, offre la possibilità di considerare la nozione di scambio occulto come la base di un certo modo di concepire la logica sociale nel suo insieme. Quando abbiamo ripercorso gli elementi di base dell’analisi funzionalista, abbiamo sottolineato come le pratiche corruttive potrebbero essere viste non come casi isolati, ma come espressione empirica delle contraddizioni del sistema sociale. Quest’ultimo, fondato su consuetudini tradizionali, su di una morale fissa e di norme giuridiche, ha necessariamente bisogno di un sottosistema nascosto e parallelo per permettere al dinamismo delle forze vive della società di esprimersi.

 

Grazie all’analisi del ‘clientelismo’ possiamo allora affermare che ciò che passa in un insieme sociale attraverso uno scambio di corruttela - per cui l’individuo rinuncia al principio della sua responsabilità e al controllo della sua azione personale - può benissimo costituire (o può con una certa probabilità costituire) la base per una comunità sociale.




Tanto che nel confronto col Diritto, per la loro natura comprensiva più che normativa, le scienze sociali acquistano una maggiore capacità euristica nell’analisi dei fenomeni di corruzione.

 

Il clientelismo - poiché designa forse uno scambio speciale di beni o servizi di natura indeterminata - può essere considerato un fatto sociale in grado di influenzare e determinare aspetti molto diversi dell’esistenza umana (si pensi, ad esempio, ad una transazione clientelare che opera - seppure in maniera piuttosto superficiale - sul piano molto differente degli effetti della dimensione spirituale dell’esistenza, nei casi in cui un patrono offre ai suoi clienti strumenti religiosi, come sacrifici, messe e pellegrinaggi).

 

Questo è il motivo per cui c’è qualcosa di seducente nell’affermazione, in sé molto problematica, che il clientelismo induce una ‘corruzione benefica’; questo tipo di formula viene utilizzata quando gli autori delle scienze sociali sottolineano che, come modalità di redistribuzione parziale di beni e servizi non equamente distribuiti, il clientelismo mostra una capacità di aiutare i più svantaggiati.

 

Possiamo cogliere questo aspetto in un altro modo: esprimeremmo qualcosa di totalmente in linea con lo spirito dell’analisi funzionalista se affermassimo che le relazioni con i clienti, poiché possono essere intese come un fatto sociale, devono rappresentare qualcosa di socialmente ineludibile, addirittura di strutturante per lo scambio sociale. Di conseguenza, sulla base di una considerazione che sembra suscettibile di invertire la prospettiva tra il normale e l’anormale, la possibilità stessa della normatività si pone in termini del tutto particolari.

 

Molti altri rilevanti fenomeni sociali possono essere analizzati in questo modo. È impossibile equipararli alla corruzione se si ragiona all’interno del quadro proposto dalle scienze giuridiche moderne, almeno in termini rigorosi. D’altra parte, questi fenomeni mettono in gioco alcune caratteristiche specifiche e decisive della definizione giuridica di corruzione, e ci invitano a riflettere sulla portata sociale degli usi ricoperti da quest’ultima. E ciò è rilevante, sia perché si tratta di fenomeni che hanno una considerevole durata (ognuno ha attraversato secoli diversi, mostrando una capacità di adattamento a nuove configurazioni sociali), sia perché le questioni che implicano o hanno implicato vanno al cuore della civilizzazione che li ha generati, e circoscrive un problema ricorrente fondamentale.


(T. Ménissier)