IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 10 marzo 2026

ORIENTARSI IN SILENZIO

 









Precedenti luoghi 


del silenzio






Una bussola non contiene informazioni sul paesaggio che il suo proprietario sta attraversando. Le mappe della navigazione satellitare non riportano molti particolari, lasciando talvolta solo strade pubbliche nei loro rossi, gialli e verdi su un banale sfondo beige. Questo è solo l’ultimo stadio di un lungo sviluppo culturale, a cominciare dalla prima mappa del mondo disegnata dal filosofo e geografo greco Anassimandro nel 550 a.C., sviluppo che ha dimostrato che è possibile comunicare informazioni sulla posizione di un luogo senza dover necessariamente trasmettere un’idea del luogo stesso. È stato uno sviluppo importante, ma proprio il suo successo ha condotto a una prospettiva stranamente limitata del mondo e del viaggio.

 

Viaggiare senza strumenti sulla terraferma significa reintrodurre nel viaggio una curiosità infantile. Significa imparare a prendere nota delle cose che non sempre compaiono sulle cartine e di sensazioni che non vengono facilmente registrate. Significa riconnettersi con la terra e, così facendo, tenere a bada i sentimenti di disorientamento e paura che possono accompagnare la convinzione di essersi persi, nel viaggio d’andata e in quello di ritorno. Per leggere il territorio due sono le pietre miliari. Una è imparare a interpretare gli effetti del sole, del vento e dell’acqua, l’altra è riconoscere l’importanza della scala.




Si possono trovare indicazioni utili tanto sul lontano orizzonte quanto a pochi centimetri di distanza. Ciò significa che è necessario mantenere i cinque sensi ben desti e spostare costantemente l’attenzione, il che implica uno sforzo consapevole ma assicura innumerevoli ricompense. In un viaggio via terra il viaggiatore che non usa strumenti, il navigatore naturale, investe più degli altri viaggiatori, ma torna con un bagaglio di osservazioni e sensazioni che agli altri sfuggono: la valle che prende vita, con il suono dell’acqua sopra le rocce trasportato da una brezza... tutto questo è stato avvertito ed è stato capito.

 

Gli effetti del sole, del vento e dell’acqua sono onnipresenti. A volte tali effetti sono evidenti, come è il caso del profilo della costa osservato da una collina. Altre volte invece è più arduo individuarli: pensiamo per esempio alle differenze impercettibili nel numero infinito di sfumature di colore delle cortecce. È qui che scienza e arte s’incontrano, una realtà intrigante e frustrante al tempo stesso. Per quanto difficile possa essere decifrare le complesse informazioni trasmesse dai nostri occhi e dagli altri sensi, è indispensabile ricordare che una serie apparentemente casuale di eventi nasconderà quasi certamente un certo ordine, una qualche logica affascinante anche se difficile da decifrare. Tutti gli esseri viventi fanno affidamento sul sole e sull’acqua, e, se il loro comportamento non soddisfa la necessità di sfruttare questi due elementi, le loro possibilità di sopravvivere sono minori. Tenendo a mente ciò e usando tutti i sensi sarà possibile risolvere molti enigmi. La forma singolare assunta da un albero cresciuto in città può cominciare ad avere senso quando sentiamo sulla guancia il calore del sole che si riflette sulle pareti a specchio dell’alto edificio sull’altro lato della strada.




Per il viaggiatore che non si serve di strumenti, la ricerca di indicazioni distanti e più vicine dovrebbe partire dalla miglior posizione possibile. Ciò di solito significa trovare un punto più elevato e da lì guardarsi intorno, ma anche in alto e in basso. Una buona veduta aiuterà a farsi un quadro della forma, dei motivi e delle caratteristiche del territorio. Lo studio del territorio rivelerà se consiste di pianure aperte o dolci ondulazioni o magari di spettacolari rilievi scoscesi e strapiombi. Le alture racconteranno una storia di formazione geologica ed erosione.

 

Per gli animali come per gli uomini, il ritorno a casa è sempre stato una parte importante del viaggio. Alcuni viaggi non possono essere spiegati. In un esperimento volto a studiare l’istinto dell’homing, una berta minore fu trasportata in aereo dal suo habitat naturale nell’isola di Skokholm, in Galles, a Boston, negli USA. L’uccello ritrovò la via di casa in 12 giorni e mezzo, coprendo una distanza di 5100 chilometri: un volo non solo molto veloce, ma che ci fa capire anche che la berta era molto sicura della direzione che doveva seguire. Anche quando è difficile spiegare le capacità di certi animali, questi ultimi possono insegnarci ad ampliare il campo del possibile.

 

Molte delle tecniche di navigazione usate dagli animali ci sono già familiari.




I caribù e gli gnu seguono elementi naturali comprendenti fiumi, valli, laghi e crinali, mentre i lemming nell’attraversamento dei laghi gelati hanno come meta le montagne (Baker, 1981). Alcune sule sono state catturate e trasportate lontano dalle loro zone di riproduzione per essere poi liberate altrove e osservate da un velivolo: dopo aver esplorato questa nuova zona in cerca di punti di riferimento, le sule sono riuscite a trovare la via di casa. I piccioni catturati e liberati evitano, a quanto pare, di volare sopra l’acqua e sembrano seguire certi punti di riferimento per ritornare a casa.

 

I pesci pappagallo, le pulci della sabbia, gli uccelli, gli scarafaggi e le api sono alcune delle tante specie di animali che usano il sole per orientarsi. Esperimenti specifici hanno indotto a ipotizzare che gli uccelli abbiano una sorta di bussola solare con un margine di errore non superiore a 5°.




Le api sono fra i navigatori solari più interessanti perché non solo utilizzano il sole, ma comunicano poi la direzione rispetto al sole ad altre api con le loro caratteristiche ‘danze’. Questi insetti sono in grado di indicare la fonte di cibo rispetto alla posizione del sole; gli esempi più semplici sono un movimento verticale verso l’alto che significa ‘andate verso il sole’ e un movimento verso il basso che significa ‘andate nella direzione opposta rispetto al sole’, ma i messaggi comunicati dalle api con le loro danze sono abbastanza complessi e sofisticati da coprire tutta una gamma di significati. L’idea che un’ape possa ‘spiegare’ in modo naturale a un’altra ape come trovare qualcosa e che riesca a farlo meglio degli esseri umani è semplicemente straordinaria.

 

Sembra proprio che gli esseri umani non abbiano il monopolio sul metodo dell’asticella e della sua ombra: alcuni esperimenti con gli uccelli hanno infatti suggerito che anche loro usino le ombre per orientarsi. Nel caso dei piccioni l’asticella potrebbe essere un albero alto venti metri. Le ombre esaltano l’effetto della posizione del sole sia per i piccioni sia per gli esseri umani. I viaggi degli animali non si fermano al tramonto. Uccelli quali le capinere e i beccafichi hanno trovato con sicurezza la direzione in un planetario, e germani reali e alzavole hanno mostrato di essere capaci di riconoscere le stelle e di servirsene per trovare la rotta. La falena Catocala promissa non solo si orienta usando le stelle, ma sembra concentrare i suoi sforzi sull’equatore celeste.




Sembra esserci un forte legame fra animali e corpi celesti. In tutti i casi questa relazione è rafforzata dalla conoscenza del tempo: alcuni animali hanno un orologio interno estremamente preciso (il margine di errore non supera i cinque minuti nel corso di una giornata) (Baker, 1981).

 

Si sa anche che i monaci irlandesi del VI secolo, effettuarono varie traversate dall’Irlanda all’Islanda e ritorno. Non si sa con sicurezza come fossero venuti a sapere dell’esistenza dell’Islanda, ma potrebbero aver letto qualche annotazione su quell’isola nelle opere di Plinio il Vecchio, Gaio Giulio Solino e Marziano Capella. I loro viaggi, però, passavano anche sotto le rotte migratorie delle oche colombacce, che dai loro habitat in luoghi quali l’estuario dello Shannon volavano a stormi oltre l’orizzonte tracciando percorsi migratori nei cieli, il loro esodo annuale suggerì certamente agli uomini che in quella direzione c’era qualcosa, e inoltre è assai probabile che le rotte dei loro voli fungessero da guida per la navigazione durante i viaggi dei monaci.

 

Per molti versi i monaci erano candidati ideali per questo tipo di viaggi pionieristici, se le oche fecero pensare alla possibilità che esistessero terre straniere, i monaci potrebbero essersi sentiti in dovere di diffondere la parola di Dio in quella direzione. Quella missione era loro congeniale anche per un’altra ragione: il navigare pericolosamente nel freddo Atlantico settentrionale su una piccola imbarcazione, sotto cieli coperti, aspettando che apparisse all’orizzonte uno stormo di oche e indicasse la via da seguire, sarebbe stata una prova estrema di pazienza e fede.




Si è anche ipotizzato che gli uccelli abbiano una ‘bussola interna’, vale a dire la capacità di orientarsi grazie al magnetismo, e la scoperta di un composto sensibile al magnetismo, l’ossido di ferro, nel cervello di alcune specie di volatili ha fornito la prova fisica a sostegno di questa ipotesi. Si ritiene che gli uccelli siano sensibili alla direzione assiale, alla forza e all’inclinazione magnetica (l’angolo formato dalla direzione del campo magnetico con il piano orizzontale su un qualunque punto della superficie terrestre), ma non alla sua polarità: i volatili perciò sarebbero in grado di dire in che direzione è un polo magnetico, quanto forte è il campo e qual è il suo angolo rispetto alla superficie della terra, ma non se è il polo nord o il polo sud.

 

La capacità di avvertire leggere fluttuazioni nella forza e nell’inclinazione magnetica può essere vitale non solo per l’orientamento ma anche per determinare la posizione. L’angolo di inclinazione magnetica varia con la latitudine e questo può essere un fattore cruciale. Non sempre è sufficiente conoscere la posizione di una destinazione all’inizio di un viaggio, poiché gli uccelli possono subire uno spostamento da parte di venti impetuosi in qualunque punto della rotta e quindi devono rendersi conto di questo cambiamento di rotta e correggerlo. È possibile che i volatili usino il campo magnetico per trovare sia la direzione sia la posizione.

 

Osservare la migrazione degli uccelli può essere un mezzo per indicare la via, ma che dire dell’emulazione di questa loro capacità magnetica?




Che noi umani abbiamo un senso della direzione magnetico o no, si sa che i campi magnetici influiscono su conigli, topi e ratti e influenzano l’attività cardiaca delle scimmie. Prove non confermate suggeriscono che le tempeste magnetiche abbiano una certa influenza sulle condizioni psichiche degli esseri umani e forse aumentino l’incidenza dei suicidi. Si delinea un quadro interessante del rapporto fra tutti gli animali, uomo incluso (o escluso?), e il magnetismo, ma lo studio è lungi dall’essere completo.

 

Il rilevamento con i radar ha permesso ai ricercatori di scoprire qualcosa di notevole sugli itinerari seguiti dagli uccelli. Nell’Artide i volatili si servono del sole per trovare la direzione, ma non al fine di volare in linea retta, bensì per seguire un ‘circolo massimo’, cioè il percorso più breve fra due punti su una sfera. Calcolare un ‘circolo massimo’ è un processo complesso, oggi eseguito di rado dagli esseri umani senza l’aiuto di un computer. Tuttavia i ricercatori ritengono che gli uccelli potrebbero riuscirci usando semplicemente un problema come elegante soluzione di un altro problema. Il loro imperfetto rilevamento del tempo mentre volano lungo una qualsiasi rotta che abbia una componente est-ovest li porta a seguire il sole in un percorso curvo. Questa curva si avvicina a un ‘circolo massimo’, che a sua volta risparmia loro ore di volo.

 

Può trattarsi di grande ingegno da parte degli uccelli, di selezione naturale o anche di madre natura. O può essere solo una simpatica coincidenza.




Orientarsi non significa solo capire in quale direzione bisogna andare, ma anche capire dove siamo. La nostra posizione nel mondo e nell’universo è relativa, come l’uomo sa da molto tempo; solo con Einstein però questo concetto ha trovato una formulazione precisa. Non c’è un unico modo per capire dove siamo nel mondo; esistono solo sistemi e convenzioni per spiegare dove siamo rispetto a uno o due altri punti.

(T. Gooley)

 

 

                                  

L’ORIENTAMENTO DEL BRANCO

 

 

 

La perdita di orientamento di uno stormo, oppure, un ‘branco’ di balene alla deriva, oppure ed al contrario, l’antico ammiraglio cacciatore di balene e il prezioso ‘oleoso’ nettare specchio dell’illusoria vittoria in cui l’intera ciurma di reietti convinti di orientarsi e sopravvivere al meglio al crocevia della Storia, pone distinguo e distanza fra ciò di cui la Natura artefice e linfa della vita, e cosa sia invece, l’inerte morta materia e l’illusione di una strana sopravvivenza; e la simmetrica capacità di sapersi orientare e smarrire ogni forma di più stabile retto orientamento circa la giusta rotta da conseguire.

 

È in questa silente appartenenza con Madre Natura che manteniamo dovuta distanza… 

 

 Questa stessa distanza e simmetrica capacità d’orientamento adottando di volta in volta opposte strategie di sopravvivenza ci fanno ancor meglio riflettere l’arte involutiva e non solo il cambio di rotta, le quali nulla hanno da condividere con le medesime strategie della Natura da cui abbiamo sempre imparato ma nulla (ed in qual tempo) appreso.




Ed in verità e per il vero rappresentano uno dei tanti o troppi problemi a conferma di valori sfalsati (taluni addirittura invisibili ai nostri occhi) dati da innumerevoli fattori che influiscono sull’equilibrio ‘bio-chimico’ quale orologio dell’orientamento su cui si muovono questi grandi migratori di cielo e di mare, i quali ‘valori’ comportano l’analisi ed i termini di ‘come e cosa’ si manifesta tale prerogativa istintiva, e quindi successivamente, la prerogativa ‘funzione’ nella parola (o teoria) che al meglio la specifica.

 

E seppur limitata nel senso ‘specificato’: la ‘parola’ qual gesto e capacità di unione e richiamo (comune nel vasto mondo animale e natura da cui deriviamo), ed in apparenza, se pur articolata ed evoluta, in realtà ‘abilitata’ a ‘specificare’ quindi ‘dedurre’ una entità ‘superiore’ quindi ‘limitata’ nella propria funzione.

 

Il Discorso rileva i termini pur non rilevabili dallo stesso, esplicitato come un ‘grido’ pur rimanendo al di sotto dell’istinto che lo ha generato e/o motivato, perché come direbbe il Filosofo posti nella logica discorsiva confacente con il proprio tempo sottratto, nella dubbia equazione ricavata conforme al vasto regno governato da una indiscusso monolitico ‘linguaggio economico’ conforme all’abominio del Dominio (e non solo sulla Natura), inerente ai globali termini discorsivi ricavati nell’intero arco evolutivo in cui per ultima (ovvero all’ultimo frammentato Secondo…) la medesima parola nata.

 

O morta prematura!




Ciò equivale anche per il Tempo dato in ugual spartito dell’intero Universo, giacché la nostra minuscola frazione di appartenenza, come una più estesa grammatica quale matematica e/o metafisica, equivale all’ultimo istante di Tempo dato.

 

Alla medesima funzione e proporzione, e non solo matematica, si attesta il Principio discorsivo, pur non conoscendo, o meglio, avendo ricchezza di consapevolezza dell’immateriale donde e perché nato, quale equivalenza di un Primo Atto cogitante sottratto, però, all’intero ‘atto discorsivo’ cogitato che ne vorrebbe svelare la certa appartenenza.

 

Questa la grande presunzione dell’uomo.

 

Il vero peccato originale!

 

Quindi si parla di ‘orientamento’ pur non avendo piena cognizione di causa dell’istinto con il quale la Vita in Terra manifesta una superiore connessione nei primordiali valori specificanti quale univoco metro di misura nella grammatica in cui rilevati, ma certamente non del tutto compresi e adottati quale comune ‘parola’ cogitata dall’inizio della stessa…




Al meno che il Primo Cogitante non esplicita ‘atto parola e pensiero’ in forme che l’atto del nostro principio discorsivo esclude a priori quali veri e sani valori, facendo del primo principio da cui successivamente la parola, una subordinata negazione alterando ed avvelenando ciò da cui e perché nata.

 

Da ciò cosa ‘superiore’?: la finalità discorsiva della parola mutata in esteso umano orientamento, o ciò da cui proveniamo quale costante simmetrico ‘orientamento’ connesso con la Vita?

 

Con la Natura.

 

Se solo Filosofi ecologisti ed economisti si misurassero su tal principio nel cogitare l’atto cogitante avremmo maggiore assennatezza e dovuto orientamento.




Esplicitata tale premessa circa l’orientamento; fra cui sicuramente e non per ultimo la capacità dell’uomo di modificare determinati valori di equilibrio quale condizione di perdita dell’Ambiente per cui questi esseri, dal mare al cielo, capaci di percorrere centinaia di chilometri per i loro fabbisogno, per la loro secolare sopravvivenza, rendendoli una sol cosa con la Terra ed i principi regolatori, anche e soprattutto quelli del tutto invisibili all’umana percezione.

 

L’orientamento sotto certi aspetti il meno conosciuto e rilevabile in ogni specie animale quale diretta connessione con l’intera Natura, risiede appunto nell’innato istinto genetico, superiore all’umano; quindi l’orientamento, assieme ad altri ‘sensi’, quali ‘pensieri’ ‘parole’ e ‘atti’, privi dicono di intelligenza alcuna, pur scrivendo un grandioso geroglifico e univoca Parola e atto di Dio. Quindi gli Animali quali strofe del Suo grande spartito con cui scritta musica armonia e sinfonia dell’intera Opera.

 

Nell’antichità quando il genere umano pur vivendo nella costante paura godeva di maggiore armonia con il senso della Natura, il rapporto con ogni specie, pur non profondo come nell’odierna conoscenza, conservava una innata armonia, quasi un sottinteso reciproco rispetto, come se il minor grado di evoluzione avesse in un certo senso accorciato le distanze, suggellando rapporti di reciproca comprensione e comunione.




Addirittura possiamo ‘leggere’ in notevoli studiosi della ‘musicalità’ dell’intera Natura qual principio derivato preesistente creatore della parola. Un segreto alfabeto decifrato e dedotto dall’antica religiosità qual rispetto del Creato, scritto e scolpito nel proprio Eremo interiorizzato quindi celata e preservata per il mantenimento del ‘vero sapere’.

 

Un gesto ed atto comune nella Storia!

 

Un linguaggio celato ai più; nascosto se pur in evidenza qual icona scolpita, così come la Vita di cui ne svela l’esistenza, celata nel significato al profano il quale non l’ha ben compreso con l’Anima così come lo Spirito partecipato ad altra indubbia appartenenza. Quindi lo Spirito motivo di più profonda innata comprensione capace di raccogliere e decifrare più profonda ‘musica’ non ancora parola. Crittografato, indecifrato, il quale conserva e nel segreto suggella tutti i tratti di una reciproca appartenenza, e, oserei dire, solidarietà circa un linguaggio comune…

 

Di cui dopo Cartesio, pur ed ugualmente cogitando e approfondendo, ne abbiamo smarrito l’intero senso e nesso.

 

Sprofondando nell’oblio della cieca conoscenza affine alla simmetrica perdita di consapevolezza, gli antichi invece, conservarono tali meriti fino ad elevarli al pulpito del comune credo quale parola ed atto di Dio. San Francesco ne rappresenta una mirabile visione, ma si badi bene non la sola, non certo l’unica. 




E se talvolta la Natura agli umani occhi e relative comprensioni, risulta una summa di atomi in perenne evoluzione privati di logica ed intelligenza, quindi null’altro che un motore meccanicamente mosso da istinto e sopravvivenza senza coscienza alcuna, e crudele nelle leggi che ne determinano la stessa; in realtà per ciò che l’occhio non vede e scorge, regna ed impera quella metafisica intesa qual superamento delle circoscritte ragioni della fisica. In verità e per il vero, il filo comune, il senso dell’invisibile (come ed anche l’orientamento), lo Spirito, l’Anima-mundi e Pensiero di un probabile Creatore principia i propri atti gesti e finalità attraverso ciò da cui ‘immaterialmente muove’.

 

Quindi non regredendo su antiche disquisizioni fra materia e Spirito, credo che non tutto ciò che riteniamo erroneamente visibile e comprensibile come una ‘parola’ partecipi al nostro insindacabile atto e giudizio.

 

Un Discorso ben più profondo e non disquisito secondo la grammatica nel giudizio e merito della parola potrebbe, al contrario, sottintendere una più profonda verità a cui l’uomo non (più) abituato a leggerne, o peggio, comprenderne un più profondo Principio negato.




Il Discorso come anche accennato dal Filosofo, l’intero Discorso, potrebbe essere celato al nostro sguardo, e pretendere di spiegare la materia dall’immateriale donde proveniamo precedente al grande Big-Bang principio dell’intero Creato mi sembra una condizione discorsiva limitante e circoscritta. Non che l’uomo abbisogna di inventarsi un Dio per tutto ciò che non comprende o di cui abbisogna nella mancanza di comprensione, riducendo il tutto alla materia con cui la Parola, quindi principio di presunta e manifesta intelligenza, ma procedendo su ugual ragionamento, ed accettando l’evoluzione come dato di fatto, di certo l’umano ingegno nato da un perfezionamento evolutivo cui siamo chiamati per giustificare il bisogno innanzitutto di tutelare il mondo che ci ha creato, e non solo subordinarlo al nostro infausto dominio. Giacché seppure la differenza e la dovuta evoluzione, l’uomo con tutta la propria logica di superiorità di sta dimostrando l’essere per propria limitata natura inferiore.

 

Quindi anche se erro, continuerò ad errare ancora, e se intendiamo per immateriale anche l’animale se non addirittura l’intera Natura uniti nel reciproco rapporto di invisibilità che suggella ed intende la paradossale nuova e condizione offerta, privi di gesto pensiero e parola, non avremmo ancora compreso il semplice linguaggio di Dio, cioè come cogita e pensa dall’immateriale donde proveniamo.




Noti fisici al culmine del proprio sapere si sono adoperati per la sua dimostrazione, che a qualcuno potrà sembrare il capolinea di una intera carriera svolta e consumata nella rettitudine psicologica, a riprova di quanto limitato sia l’ingegno umano. Taluni addirittura hanno trovato il proprio orientamento, o più certa verità, attraverso l’opposto di quanto hanno speso nell’arco di una vita intera.

 

Tutto ciò è stato ampiamente disquisito, eccetto una sola condizione, che se cancellati i termini di una impropria metafisica, nel superamento e accettazione dell’odierna evoluzione, compresa l’economica, lo sfacelo è e sarà l’ordine del giorno: la preghiera costante dei nuovi fedeli del tempio del dio denaro circa la rimozione del Pensiero.




I disastri accumulati nella Storia una serie inesauribile di negazione del vero Pensiero, di tutto l’orientamento con il quale dovremmo manifestare la presunta superiorità. Tale forma di orientamento quale indice di comuni valori, a livello evolutivo economico e politico si è dimostrata un disastro. Non è stata mai corrisposto alle  genetiche discendenze ed appartenenza dell’uomo, si sono innestati dei valori per i quali i termini discorsivi di orientamento all’interno della volontà di vita e il proprio dominio sullo stesso principio frainteso della stessa, quale valore dato ma non del tutto compreso; si sono tradotti in valori ed orientamento puramente economici, quando sappiamo bene che il primo principio su cui si poggia l’economia, quindi la ricchezza, donde proveniamo, è data dalla lucida scientifica consapevolezza dei valori reali donde ricava e conia la ‘parola’ oltre oro e moneta; affine ai nuovi miti innestati in un processo irreversibile nel quale pensare e concepire diversamente le nostre comuni fondamenta sembrerebbe un gesto da folle.

 

Ed in cui cala il veleno immutato o la perenne segregazione del principio negato di cui il libero arbitrio irrimediabilmente vilipeso ed inquinato.




 Tolstoj alla fine della sua vita manifesta e rappresenta questa linea di pensiero, per taluni, patetico ultimo ideale incompreso. Thoreau nello stesso secolo ugualmente. Taluni ‘padri fondatori’ in ogni stato dove hanno svolto la loro funzione hanno saputo mantenere integro il Pensiero connesso all’appartenenza al mondo occupato affinato ed evoluto dall’ambiente - e non solo umano - in cui dedotto e specificato; ed isolandosi dal comune senso discorsivo pur partecipando e fondando la summa del discorso intero hanno dato prova di una superiore consapevolezza, una capacità di riflettere legiferare ed orientarsi per se ed il prossimo.

 

Una capacità quindi non inerente solo ai migratori e alle loro insolute capacità, ma al mondo intero e su cui dovremmo maggiormente riflettere.

 

Trovo ripugnante il gesto del cacciatore appostato nel punto fisso ed irremovibile della Storia, non dimostra e dimostrerà mai l’evoluzione della specie, neppure la capacità comune predatoria affine al mondo animale, neppure il sostentamento per la sopravvivenza, ma la più vile concezione di abbrutimento inferiore a qualsiasi specie cacciata.




Ammira la bellezza di quel Pensiero alto volare in cielo. È un padre fondatore del tuo essere ed appartenere di comune concerto alla Sinfonia della Terra.

 

Ammira la superiorità e l’innato istinto, quando dopo aver combattuto guerre con gli elementi interi, e con solo la capacità della natura al proprio orecchio, riesce a riconquistare la minuscola porzione di terra che aveva fondato il proprio avo, il luogo dove aveva dissetato l’innata volontà del sapere, là ove beve ancora, il ramo e lo scoglio su cui si posa e poserà ancora per il proprio bene e il bene dell’intero branco che nuota cammina e vola.

 

In nome della propria ed altrui specie per l’intero equilibrio della Terra!

 

E tutto ciò pensi sia disgiunto dal comune senso di appartenenza e orientamento?

 

Un tempo quando imparammo la Filosofia della democrazia vivevamo cotal mirabile istinto, oggi l’istinto del naufragio prevale sulla logica non solo della ragione, ma dell’intera natura, sui primordiali principi regolatori da cui i grandi padri fondatori.

 

E dove pensi che si dissetassero e nutrivano?

 

A quale tempio a quale piuma?

 

 A quale delfino, a quale onda?




A quale vento, a quale ruscello, a quale fuoco e tempio, a quale ghiaccio a quale cima…?

 

L’orientamento quindi ed innanzitutto quale facoltà e capacità non solo di unirci e ricongiungerci con i fondatori ma soprattutto la conferma della nostra appartenenza, il nostro diritto morale non solo di consacrare e preservare le nostre comuni radici, ma altresì di ristabilire i principi regolatori dismessi, che l’intera economia si orienti verso questa consapevolezza non meno dei predatori, odierni predatori, che la detengono in nome della politica cedano il passo alla sana e vera democrazia.   

(Giuliano)    








sabato 21 febbraio 2026

L'INFINITA ANIMA DI DIO (ovvero, LA MENTE NUOVA DELL'IMPERATORE)

 








Da un "Re"....  


Prosegue con 


Hartmann 










in volo con l'Attila 


(Seconda parte della saga)

  






Ci sono dunque due teologie specificamente distinte che, se a rigore non sono continue per le nostre menti, possono almeno accordarsi e completarsi: la teologia rivelata che parte dal dogma, e la teologia naturale elaborata dalla ragione.

 

La teologia naturale non è tutta la filosofia, essa non ne è che una parte, o meglio ancora che il coronamento; ma è la parte che la filosofia di san Tommaso ha elaborato più profondamente e nella quale egli si è manifestato come genio veramente originale. Quando si tratta di fisica, di fisiologia, o delle meteore, san Tommaso non è che l’allievo di Aristotele, ma quando si tratta di Dio, della genesi delle cose e del loro ritorno verso Dio, san Tommaso è se stesso. Egli sa per fede verso quale fine si dirige, ma tuttavia progredisce soltanto grazie alle risorse della ragione. In quest’opera filosofica la riconosciuta influenza della teologia è dunque sicura, ed è ancora la teologia che ne fornirà il piano.

 

Non che di ciò vi fosse un’intrinseca necessità, san Tommaso, se l’avesse voluto, avrebbe potuto scrivere una metafisica, una cosmologia, una morale concepite secondo un piano strettamente filosofico e che partisse da ciò che c’è di più evidente per la nostra ragione. Ma è un fatto, nulla più, che le sue opere sistematiche sono delle summe di teologia e che, di conseguenza, la filosofia che esse espongono ci è presentata nell’ordine teologico.




Le prime cose che noi conosciamo non sono altro che le cose sensibili, ma la prima cosa che Dio ci rivela è la sua esistenza; non si incomincerà dunque teologicamente da dove si arriverebbe filosoficamente dopo una lunga preparazione. Bisogna supporre lungo la strada che ci siano dei problemi risolti; ma il fatto è che essi lo sono effettivamente, e la ragione non perderà nulla per aver aspettato. Aggiungiamo che, anche dal punto di vista strettamente filosofico, questa soluzione presenta dei vantaggi.

 

Supponendo risolto il problema totale, facendo come se ciò che è più sconosciuto per sé lo fosse anche alle nostre menti finite, noi diamo della filosofia un’esposizione sintetica il cui profondo accordo con la realtà non potrebbe essere messo in dubbio. Allo stesso modo è l’universo quale è, con Dio come principio e come fine, che la teologia naturale così intesa ci invita a contemplare. Allora, grazie a questo rovesciamento del problema noi abbozzeremo il sistema del mondo che avremmo rigorosamente il diritto di stabilire se i principi della nostra conoscenza fossero al tempo stesso i principi delle cose. Secondo l’ordine che abbiamo deciso di seguire, ci conviene partire da Dio.

 

La dimostrazione della sua esistenza è necessaria e possibile.




Essa è necessaria perché l’esistenza di Dio non è una cosa evidente; in una simile materia l’evidenza non sarebbe possibile che se noi avessimo una nozione adeguata dell’essenza divina; la sua esistenza apparirebbe allora come necessariamente inclusa nella sua essenza. Ma Dio è un essere Infinito, e, dato che non ne ha il concetto, la nostra mente finita non può vedere la necessità di esistere che la sua stessa infinità implica; si deve quindi dedurre attraverso il ragionamento questa esistenza che non possiamo constatare.

Così ci viene chiusa la via diretta che l’argomento ontologico di sant’Anselmo ci apriva; ma ci resta aperta quella che indica Aristotele. Cerchiamo quindi nelle cose sensibili, la cui natura è conforme alla nostra, un punto d’appoggio per elevarsi a Dio. Tutte le prove tomiste mettono in gioco due elementi distinti: la costatazione di una realtà sensibile che richiede una spiegazione, l’affermazione di una serie causale di cui questa realtà è la base e Dio il vertice.

 

La via più evidente è quella che parte dal movimento. Nell’Universo c’è del movimento; questo è il fatto da spiegare, e la superiorità di questa prova non dipende dal fatto che essa sia più rigorosa delle altre, ma dal fatto che il suo punto di partenza è il più facile da capire.




Ogni movimento ha una causa e questa causa deve essere esterna all’essere stesso che è in movimento; infatti non si potrebbe essere, contemporaneamente e sotto lo stesso rapporto, il principio motore e la cosa mossa. Ma il motore stesso deve essere mosso da un altro, e quest’altro da un altro ancora. Bisognerà quindi ammettere che o la serie delle cause è infinita e non ha un primo termine, ma allora nulla spiegherebbe l’esistenza di un movimento, o la serie è finita e c’è un primo termine, e questo primo termine non è altro che Dio!

 

Il sensibile non ci pone soltanto il problema del movimento. Infatti non solo le cose si muovono, ma prima di muoversi esse esistono, e nella misura in cui esse sono reali hanno un certo grado di perfezione. Ora, ciò che abbiamo detto delle cause del movimento, possiamo dirlo delle cause in generale. Niente può essere causa efficiente di se stesso, perché per prodursi dovrebbe essere, come causa, anteriore a se stesso come effetto. Ogni causa efficiente ne suppone dunque un’altra, la quale ne suppone a sua volta un’altra. Ora, queste cause non hanno tra loro un rapporto accidentale; anzi si condizionano secondo un certo ordine, ed è proprio per questo che ogni causa efficiente rende veramente conto della seguente.

 

Se è così, la causa prima spiega quella che è nel mezzo della serie, e quella che è nel mezzo spiega l’ultima. Occorre dunque una causa prima della serie perché ce ne sia una di mezzo ed una ultima, e questa causa efficiente è Dio… 

(Gilson)

 



[Ma, innanzitutto, quando il corpo materiale per suo credo conforme all’Anima albergata dalla quale dipende ‘superiore o inferiore’ concreta consapevolezza “dell’Essere e nell’Essere” immune (al fattore) Tempo; il quale per sua ‘finita natura’ subordina ciò che lo sovrintende e da cui proviene Infinito e Dio; allo stesso modo per tutti coloro che non ne ammettono né credo né esistenza, che non sia 'materia', in verità e per vero, a questi Esseri ripetiamo ancora, ed ancora e di nuovo ancora, ovvero in Eterno, che l’Anima è pur viva la quale trae sostentamento dal Principio divino; come l’Albero della Vita raccoglie la linfa dalla Terra per rigenerare con la sua funzione l’intero Ecosistema; ed anzi, quando si illumina ad una verità più elevata estranea alla limitante materia, continua la sua Opera più assoluta e profonda (mi troverai nel Legno e nella Pietra); soprattutto quando mortificata umiliata rinnegata ingiuriata e torturata - nell’insondabile “nulla” di cui la materia - affinché la Sua Verità possa Essere esplicitata.]




La terra aliena che appartiene al creatore o al principio malvagio, come dice il Trattato cataro, abbraccia tutte le cose, “vane e corruttibili, che si vedono in questo mondo perverso e certamente ritorneranno nel nulla come dal nulla sono venute”.

 

È un mondo “interamente posto nella malvagità”: ‘totus positus in maligno’. Esso è dunque vano e transitorio, destinato a perire allo stesso modo dell’albero cattivo che “viene tagliato e gettato nel fuoco” [M t, 7, 1 9]. Gli si addicono tutte le immagini di desolazione e di esilio che si leggono nella Bibbia: è una ‘terra di sventura e di tenebre’ dove “regna il peccato più che il bene” e tutto è “lordura” [Fil, 3, 8], “vanità e afflizione dello spirito” [Qo, l , 14], essa “produce spine e triboli”, è “prossima a essere maledetta, e finirà arsa nel fuoco” [Eb, 6, 8], i suoi abissi tenebrosi risuonano di “pianto e stridor di denti” [Mt, 8, 12].

 

Poiché gli uomini vi dimenticano la loro origine celeste, essa è anche chiamata terra oblivionis, “terra dell’oblio”.

 

La Manifestatio heresis riferisce che i Catari la definivano inoltre ‘palude estrema’, ‘terra ultima’, ‘inferno profondo’, ‘novissimum lacum et ultimam terram et infernum inferiorem’. La sua identificazione con l’inferno è un tema ricorrente nelle testimonianze catare.




Secondo Raniero Sacconi, gli Albanisti affermavano  “che l’inferno e il fuoco eterno o le pene eterne sono in questo mondo soltanto e non altrove”, e Giovanni di Lugio insegnava che, “dopo essere precipitate dal cielo,  le anime furono costrette a discendere in inferno, cioè in questo mondo, e questo è l’inferno in cui discese Cristo per salvarle”.

 

Creato da un Dio falso e menzognero a partire dalle ‘tenebre’, questo mondo non detiene lo stesso grado di realtà proprio del mondo luminoso. Soltanto il mondo luminoso possiede una pienezza d’Essere; quello materiale, invece, è per così dire antologicamente degradato, depauperato, intriso d’inesistenza.

 

In un capitolo cruciale del Trattato cataro, l’autore lo identifica addirittura al nihil, al nulla, contrapponendolo a ciò che costituisce il nocciolo più intimo del mondo spirituale e divino, la caritas. A tale proposito riunisce un dossier di auctoritates bibliche sul ‘nulla’, fondandosi in particolare su un’interpretazione tendenziosa del versetto di Giovanni:

 

‘Sine ipso factum est nihil’,




che intende:

 

‘Senza di lui è stato fatto il nulla’ (nella versione occitanica del Nuovo Testamento: ‘E sens lui es fait nient’).

 

E argomenta:

 

‘Che poi ciò che è nel mondo, ossia che viene dal mondo, sia chiamato ‘nulla’, lo afferma l’Apostolo quando dice: “Sappiamo che un idolo nel mondo è nulla” [J Cor, 8, 4]. E ancora: “Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri, e se avessi tutta la fede al punto da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, nulla io sarei” [J Cor, 13, 2].

 

Donde risulta chiaro che, se l’Apostolo ‘nulla’ sarebbe senza la carità, tutto ciò che è senza carità è ‘nulla’ ... Se tutti gli spiriti malvagi e gli uomini malvagi e tutte le cose visibili in questo mondo non sono ‘nulla’ perché sono senza carità, allora sono stati fatti senza Dio. Perciò non è stato Dio a farli, perché ‘senza di lui è stato fatto il nulla’ [Cv, l, 3].

 

Questa interpretazione del versetto giovanneo è chiaramente illustrata da uno degli ultimi predicatori catari della Linguadoca, Pietro Autier.

 

Un certo Arnaldo Tesseyre riferì agli inquisitori che, in occasione di un loro incontro, Pietro glielo recitò per intero.




E prosegue:

 

Mi chiese: “Sapete che cosa significa ‘tutto è stato fatto da Lui e senza di Lui nulla è stato fatto?’.

 

Risposi che…

 

‘queste parole volevano dire che tutte le cose create lo sono da Dio e che nulla è stato creato senza di lui’.

 

Egli mi disse che…

 

‘queste parole non significavano ciò che avevo detto, ma significavano che tutto è stato fatto da Lui e anche che tutto è stato fatto senza di Lui’.

 

Risposi:

 

‘Come potete dire questo? Non capite il latino? Il senso che date è in contrasto con le parole del Vangelo; inoltre si legge altrove nella Scrittura che Dio ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che si trova in essi’.

 

Pietro mi rispose che…

 

‘il senso del passo è “senza di Lui è stato fatto il nulla”, cioè “tutte le cose sono state fatte senza di Lui” (omnia facta sunt sine Ipso), senso che appunto egli dava’.




Il termine nihil è qui inteso con valore di sostantivo e designa non tanto il ‘nulla assoluto’, quanto invece una realtà sospesa fra ‘essere e non essere’, corrosa ab origine nel suo midollo ontico: designa cioè la sostanza di tutte le creature visibili, del mondo e del corpo. In tal modo nihil diventa un sinonimo degli omnia mala, della totalità malvagia, che è opera di Satana attraverso la materia; la quale si contrappone agli omnia bona creati da Dio e la cui essenza è caritas, amore; come ha osservato Nelli, per i Catari ‘il nulla non era soltanto assenza o diminuzione di valore morale o pratico, ma assenza o diminuzione di essere’.

 

Pensavano naturalmente, come tutti i Cristiani ... che il mondo del male non valesse nulla, ma affermavano anche e soprattutto che, se non valeva nulla, ‘era perché ha meno essere che il mondo del Bene’.

 

Partecipe di entrambi questi mondi, l’uomo non ha, in quanto individuo, alcuna dignità ontologica: è soltanto il teatro di una lotta eterna fra le due nature o sostanze che lo formano. Creato in parte da Dio, in parte da Satana, miscuglio di bontà e di malignità, di verità e di falsità, di essere e di nulla… 

(La cena segreta) 

 

 


 


 

STRANI ANELLI (Godel) 


 

 

I quali convalidano l’esposizione più o meno eretica sopradetta, contraddetta ma in verità e per il vero sembra convalidare come il nostro Dio medita e pensa… 

 

Negli esempi di Strani Anelli che abbiamo poco fa letto… c’è un conflitto tra Finito e Infinito, e quindi un forte senso di paradosso. Si percepisce che vi è un sottofondo matematico (nel nostro caso ‘dogmatico’). E infatti, nel nostro secolo, è stato scoperto un equivalente matematico di quei fenomeni che ha provocato ripercussioni enormi. E come gli anelli di Bach e di Escher fanno appello ad intuizioni molto semplici e antiche come la scala musicale o la scala di un edificio, così la scoperta ad opera di K. Godel di uno Strano Anello in un sistema matematico trae le sue origini da intuizioni semplici e antiche.

 

La scoperta di Godel, nella sua forma essenziale, comporta la traduzione in termini matematici di un antico paradosso della filosofia. Si tratta del cosiddetto paradosso di Epimenide, o paradosso del mentitore. Epimenide era un cretese che pronunciò questo enunciato immortale: “Tutti i cretesi sono mentitori”. Una versione più incisiva di questo enunciato è semplicemente: “Io sto mentendo”; o ancora: “Questo enunciato è falso”. Nel seguito, quando parlerò del paradosso di Epimenide, mi riferirò per lo più a quest’ultima versione. Si tratta di un enunciato che viola brutalmente la consueta assunzione che vuole gli enunciati suddivisi in veri e falsi: se si prova a pensare che sia vero, immediatamente esso si rovescia forzandoci a pensare che sia falso. Ma una volta che si sia deciso che è falso, si viene inevitabilmente riportati all’idea che sia vero.





Vale la pena di provare!

 

Il paradosso di Epimenide è uno Strano Anello con un’unica componente, come Galleria di stampe di Escher.

 

Ma come avviene il collegamento con la matematica?

 

E ciò che scoprì Godel.

 

Egli pensò di utilizzare il ragionamento matematico per esplorare il ragionamento matematico stesso. Questa idea di rendere la matematica “introspettiva” si rivelò estremamente potente, e forse la sua conseguenza più profonda è quella scoperta da Godel: il Teorema di Incompletezza di Godel. Ciò che viene asserito in questo Teorema e il modo in cui lo si dimostra sono due cose diverse. 

 

Il Teorema può essere paragonato a una perla e il metodo di dimostrazione a un’ostrica. La perla viene apprezzata per il suo oriente e la sua perfezione; l’ostrica è un complicato essere vivente che nelle sue viscere dà origine a questo gioiello dalla misteriosa semplicità. Il Teorema di Godel compare come la Proposizione VI del suo scritto del 1931 ‘Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei “Principia Mathematica” ’ e di sistemi affini.




Esso afferma:

 

‘Tutte le assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni indecidibili’.

 

E questa la perla.

 

In essa non è facile vedere uno Strano Anello.

 

Ciò è dovuto al fatto che lo Strano Anello è nascosto nell’ostrica, cioè nella dimostrazione.

 

Il cardine della dimostrazione del Teorema di Incompletezza di Godel è la scrittura di un enunciato matematico autoreferenziale, allo stesso modo in cui il paradosso di Epimenide è un enunciato autoreferenziale del linguaggio. Ma mentre è molto semplice parlare del linguaggio naturale nel linguaggio naturale, non è affatto facile vedere come un enunciato sui numeri possa parlare di se stesso.

 

In effetti, ci voleva genialità anche solo per collegare l’idea di un enunciato autoreferenziale con l’aritmetica. Con l’intuizione della possibilità di un enunciato del genere Godei aveva superato l’ostacolo maggiore: la sua effettiva creazione era il compimento di quella splendida intuizione.




Ovvero, questo enunciato dell’aritmetica non ammette alcuna dimostrazione nel sistema dei ‘Principia Mathematica’.

 

Godel ha dichiarato che il suo interesse per la prova ontologica dell’esistenza di Dio è puramente logico e gli si può credere. Anche logici atei si sono cimentati con il problema.


Ma Godel non era ateo.

 

Godel è una figura preminente nel panorama culturale del ventesimo secolo, un personaggio che si può affiancare a Einstein, sia per l’importanza scientifica, sia per il fascino che emana dai suoi risultati. E’ quindi legittima nel pubblico la curiosità di conoscere le sue convinzioni personali; queste non sono generalmente note, per la ritrosia di Godel a manifestarle per iscritto.

 

Nonostante la sincera amicizia che li legava, il suo carattere era profondamente diverso da quello di Einstein, che si è spesso pronunciato apertamente su diverse questioni etiche e politiche. Un termine che ricorre frequentemente nei giudizi di Godel è lo ‘lo spirito del Tempo’ o ‘il pregiudizio del Tempo’, con il quale egli non si sente per nulla in sintonia e dal quale prende spesso le distanze condannandosi all’isolamento.




Una citazione ci avvicina subito al personaggio. Il logico Abraham Robinson fu colpito da una malattia terminale proprio quando Godel cercava di organizzare la sua chiamata all’Institute for Advanced Study di Princeton. Godel gli disse, o meglio gli scrisse, il 20 marzo 1970:

 

“Come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione”.

 

Un esempio molto più sorprendente è il seguente.

 

Nel ‘Nachlass’ sono stati ritrovati fogli sparsi, scritti intorno al 1960, uno dei quali contiene 14 proposizioni sotto il titolo ‘La mia visione filosofica’. La quarta proposizione recita:

 

Esistono altri mondi e esseri razionali di una specie diversa e superiore…




Ma Godel non viveva male la propria singolarità alla quale attribuiva al contrario gran parte del merito dei suoi successi. Lo ‘spirito del Tempo’ è costituito per lui da esagerazioni che offuscano una parte della realtà e impediscono una ricerca libera da pregiudizi, dai quali invece egli non è stato vincolato. Godel è stato sempre convinto che proprio il suo non seguire lo spirito del Tempo gli abbia permesso di ottenere i risultati più importanti, dal teorema di incompletezza del modello per la non contraddittorietà dell’ipotesi del continuo.

 

Si riferisce, a questo proposito, al pregiudizio prevalente negli studi sui fondamenti della matematica di considerare ammissibili solo tecniche sintattiche e di diffidare del contenuto del pensiero. In una classificazione delle possibili visioni filosofiche, nella quale inserire gli studi fondamentali della matematica, egli propone come criterio di caratterizzare le filosofie ‘secondo il grado e il modo della loro affinità con la metafisica (o religione) o, al contrario, della loro distanza da essa’.

 

Si ottiene uno spettro nel quale a destra si collocano spiritualismo, idealismo e teologia, a sinistra scetticismo, materialismo e positivismo.





Dal Rinascimento in avanti, la tendenza, non lineare è stata per uno spostamento da destra a sinistra. Godel si collocava decisamente nell’ala destra. Non ha mai condiviso le posizioni del circolo di Vienna, dalla cui frequentazione ha peraltro ricavato stimoli importanti per l’analisi logica. Godel si è interessato a fondo di filosofia, soprattutto nella seconda parte della sua vita, con grande competenza, forse con l’ambizione non confessata di arrivare a un sistema paragonabile a quello dei suoi grandi punti di riferimento, Kant e Leibniz.

 

La filosofia per Godel deve essere una teoria esatta, che determini i concetti primitivi della metafisica ed elaborare gli assiomi che li riguardano e che possono essere soddisfatti solo da quelli. Quanto alla scelta dei concetti, talvolta indica Dio, Anima e Idee, altre volte oggetto, concetto, sostanza e causa.

 

Nel 1940 Godel ebbe una discussione con Rudolf Carnap a proposito dell’interesse di sviluppare una metafisica religiosa che, a suo avviso, poteva essere significativa come la fisica teorica. Alle ovvie obiezioni di Carnap, tipico rappresentante dello spirito del Tempo, rispose che spesso i progressi si ottengono cambiando direzione e che questo non si può sapere in anticipo: è una questione empirica determinare se il potere esplicativo della religione possa essere migliore di quello della scienza.




A Carnap, che gli ricordava come l’idea di Dio risalga alle esperienze e alle immagini infantili, Godel semplicemente obiettò:

 

“Questo non lo credo…

 

In un questionario sottopostogli nel 1975, alla domanda sulla religione Godel rispose:

 

“Religione: Battista Luterano, ma senza appartenere ad alcuna congregazione, il mio credo è teista non panteista, nel solco di Leibniz più che di Spinoza”.

 

Di Dio, tuttavia, Godel non parla quasi mai direttamente. Parla invece spesso, perché il problema è collegato al suo lavoro, della mente umana. Molti filosofi superficiali hanno dedotto dal teorema di incompletezza la superiorità della mente sulle macchine, Godel non è caduto in questa grossolana semplificazione, anzi ne ha fornito subito una confutazione, analizzando quello che si poteva concludere dai risultati di incompletezza, vale a dire solo un’alternativa: o la superiorità della mente oppure il suo carattere meccanico, ma relativo a una macchina non trasparente a se stessa, incapace di conoscere il proprio programma o di dimostrarlo corretto.




In una versione del 1972 precisa:

 

“D’altra parte, sulla base di quello che è stato dimostrato finora, rimane possibile che possa esistere (e anche essere empiricamente scoperta) una macchina per dimostrare teoremi che di fatto è equivalente all’intuizione matematica (vale a dire, alle capacità matematiche della mente), ma che non può essere dimostrata essere tale e nemmeno che fornisce solo teoremi corretti dell’aritmetica finitaria”.

 

Tuttavia Godel era convinto dell’irriducibilità della mente al cervello. Il cervello secondo lui funziona essenzialmente come una macchina di Turing, ma ‘il cervello è un calcolatore connesso a uno Spirito’, anche se lo spirito probabilmente non può sussistere senza il corpo. 

(Kurt Godel, La prova matematica dell’esistenza di Dio)

 

 

 

L’IMPERATORE (Penrose)

 

 

 

Nelle discussioni del problema mente-corpo ci sono due problemi separati su cui si concentra di solito l’attenzione: ‘In che modo un oggetto materiale (un cervello) può suscitare concretamente la coscienza?’ e, inversamente, ‘In che modo una coscienza, attraverso l’azione della sua volontà, può influire realmente sul moto (in apparenza fisicamente determinato) di oggetti materiali?’.




 Questi sono gli aspetti passivo e attivo del problema corpo-mente. Pare che noi abbiamo, nella mente (o, piuttosto, nella Coscienza) una cosa immateriale che, da un lato, è suscitata dal mondo materiale e, dall’altro, può influire su di esso. Io preferirò però, nelle mie discussioni preliminari, considerare un problema un po’ diverso e forse più scientifico - che è pertinente sia al problema attivo sia a quello passivo - nella speranza che i nostri tentativi di trovare una soluzione possano farci fare un po’ di strada verso una comprensione migliorata di questi antichi enigmi fondamentali della filosofia.

 

La mia domanda è:

 

“Quale vantaggio selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?”.


Nel formulare la domanda in questo modo ci sono vari assunti impliciti. Innanzitutto c’è la convinzione che la coscienza sia di fatto una ‘Cosa’ descrivibile scientificamente. C’è l’assunto che essa ‘faccia’ effettivamente ‘qualcosa’, e inoltre che ciò che essa fa sia utile alla creatura che la possiede, cosicché un’altra creatura equivalente in tutto ma priva della coscienza si comporterebbe in un qualche modo meno efficace.

 

D’altra parte, si potrebbe credere che la coscienza non sia altro che un concomitante passivo del possesso di un sistema di controllo sufficientemente complesso e che, di per sé, in realtà non ‘faccia’ nulla. (Questa potrebbe essere presumibilmente l’opinione, per esempio, del sostenitore dell’I.A. forte)

 

Oppure, all’opposto, il fenomeno della coscienza potrebbe avere un qualche fine divino o misterioso - forse un fine teleologico che non ci è stato ancora rivelato - e qualsiasi discussione del fenomeno nei termini delle sole idee della selezione naturale si lascerebbe sfuggire completamente questo ‘fine’. Un po’ preferibile, a mio modo di vedere, sarebbe una versione un po’ più scientifica di questo tipo di argomento, ossia il principio antropico, il quale asserisce che la natura dell'universo in cui ci troviamo è fortemente vincolata dalla richiesta che esseri intelligenti come noi stessi debbano essere realmente presenti per osservarlo….

(......)