IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 11 marzo 2026

COMUNICAZIONE "ZERO"










Orientarsi in silenzio







In origine il linguaggio ha per scopo la comunicazione utile; allo stato di interiezione la comunicazione utile è ancora totale; a partire da questo stadio ogni perfezionamento del linguaggio tende alla comunicazione inutile; soltanto con un linguaggio altamente perfezionato è possibile la comunicazione zero, ossia l’incomunicazione (una pagina intensa di Heidegger, per esempio, o un saggio di critica letteraria concettuale). 

 

Se prendiamo come ascissa la perfezione del linguaggio e come ordinata la capacità di comunicazione, la curva dell’informazione orale assume la forma asintotica caratteristica dell’iperbole, per cui a ogni progresso del linguaggio corrisponde un ulteriore calo della comunicazione.

 

La letteratura, benché derivata dal linguaggio, non è tuttavia la derivata del linguaggio, né la derivata dell’informazione (d’altronde costantemente negativa, come si vede dalla semplice rappresentazione grafica della precedente curva); l’andamento della sua funzione è diverso.

 

In origine il fatto letterario è il canto o il racconto rivolti a un pubblico presente; poi diventa canto o racconto rivolti a un pubblico non presente; spinto al limite, diventa canto o racconto rivolti a un pubblico zero. Nella sua rappresentazione grafica non compare la comunicazione, perché la letteratura ha con essa una relazione arbitrariamente variabile.



 

Se invece di rappresentarla in coordinate ortogonali, la rappresentiamo in coordinate polari, con per vettore il ‘contatto diretto con il pubblico’ e per anomalia l’evoluzione letteraria, la funzione letteratura assume la forma di una normale spirale logaritmica.

 

Da una tale curva, sempre più avvicinantesi al suo centro di coordinate, si deduce che, così come l’evoluzione del linguaggio porta alla comunicazione zero, l’evoluzione letteraria porta sempre più strettamente al contatto dell’autore con se stesso.

 

Cioè, al fatto di scrivere per se stesso.

 

Per questo motivo molte tra le opere letterarie più notevoli dell’Ottocento, e quasi tutte tra quelle del Novecento, sono andate perdute. Esempio: in Italia, nei penultimi decenni, quasi nessun poeta al di sopra del modesto livello detto ermetico-postermetico ha fatto conoscere al pubblico le sue opere.

 

Non si includono tra queste perdite quelle dovute al silenzio; il silenzio totale, come fatto sia linguistico che letterario, occupa nei riguardi della parola detta o scritta il posto che occupa l’infinito nei riguardi della retta: lo si può pensare a destra, lo si può pensare a sinistra, ma agli effetti pratici non è conteggiabile, e nemmeno passibile, come gli altri punti di ordinamento.




Il fenomeno qui considerato non è, dunque, l’autore di un niente, bensì l’autore di un’opera il quale non comunica adeguatamente al pubblico l’opera creata. E non l’autore che la cela totalmente e irrimediabilmente, perché in tal caso lo si dovrebbe annoverare tra gli emissori di silenzio, già eliminati; ma l’autore che in previsione di una vita futura lascia i propri prodotti in luoghi più o meno accessibili, nella speranza che la vita futura sia tale da permettere, non fosse che nel corso di brevi vacanze, il godimento delle proprie opere.

 

Giacché nessuno scrittore con senso artigianale scrive soltanto per questa vita: sarebbe come scrivere soltanto per la televisione.

 

Chi fu Cyril Tourneur?

 

Chi furono il compilatore dell’Anonymus Nilantianus, i veri poeti italiani tra il 1920 e il 1960, rimasti ignoti?

 

L’impossibilità di rispondere a queste domande retoriche conferisce alle opere di tali sconosciuti una garanzia addizionale, di solito non riscontrabile nelle opere dei moderni grandi famosi. Dallo scrittore, il lettore vuole non solo ricevere indicazioni di un livello di pensiero superiore, ma anche l’insegnamento, se possibile, di come accedere a quel livello.




E ovviamente, le opere dei moderni grandi famosi un requisito almeno di questo accedere al livello superiore non lo possono insegnare, e sarebbe questo: come si fa a trattenere l’impulso, se non vile, puerile di, non appena fabbricato un alcunché, sedere sull’uscio di casa o del padiglione nella fiera (con l’aiuto talvolta di altoparlanti, volantini, ragazze discinte distribuenti inviti, lancio elicotterico di assegni, spinte non metaforiche di scimmie antropomorfe raccolte in gruppi statali o teologici), sotto la scritta:

 

Godetevi per la burlesca somma di x sesterzi la penetrante soddisfazione del mio alcunché. Se non lo fate siete degli ignoranti. Vi supplico per la memoria di vostra madre e per l’orgoglio della patria: ho moglie e bambini. Aiutate l’industria nazionale: il mio alcunché sorpassa quelli precedenti.

 

Queste scritte ricattatorie possono naturalmente assumere gli aspetti più diversi, perfino un aspetto estremamente dignitoso (Joyce, Hugo von Hofmannsthal); il fatto rimane che colui che se ne serve può insegnare tutt’al più il proprio metodo per renderle meno grottesche (il metodo Henry James, il metodo Mallarmé, scarsamente rustici), ma non può insegnare la maniera di non servirsene: nessuno può contraddire il proprio passato, non appena l’ha reso pubblico.




Tali scritte e richiami sono così normalmente accettati, d’altra parte, che se un autore colpito di veggenza chiede come Kafka che le sue opere vengano bruciate (cioè non crede più alla possibilità di tornare in qualità di fantasma a godersi la fama futura), lo si considera delirante e gli si nega la facoltà di intendere e volere.

 

Non sembra ancora fattibile la creazione di un Istituto per il Ricupero di Buone Azioni perdute, da distribuire tra i settori più malvagi della popolazione; possibile invece, sia pur con molte limitazioni di carattere pratico, una modesta attività nel campo del Ricupero di Capolavori Ignorati. Resa inoltre necessaria dal fatto che, a differenza della buona azione, il capolavoro si è dimostrato ormai articolo di vasto consumo, e perciò, da quando è stata abbandonata la produzione artigianale, articolo rapidamente deperibile, da sostituire.

 

Queste considerazioni non sono letteralmente e interamente applicabili al caso Shiel, come verrà spiegato dopo…

 

…Infatti Shiel fece del suo meglio per mantenere il contatto con il pubblico, inventò arguzie e terrori che non potevano non colpire il pubblico, scrisse perfino dei serials, ciò che per un romanziere dei suoi tempi costituiva la forma più diretta di contatto con il pubblico; eppure le sue opere, benché apprezzate dagli scrittori, furono immediatamente dimenticate dai lettori. Per ben tre volte, come si vedrà dopo, gli editori dovettero riscoprirle; per quel che riguarda l’Italia, esse rimangono ancora da scoprire.




Poi scoprii che tutte le centrali di energia elettrica erano state chiuse, a quanto sembrava, prima dell’arrivo della catastrofe, e che anche gli impianti del gas erano stati abbandonati qualche giorno prima; così che questa città di tremenda notte, nella quale, quando giunse il silenzio a soffocarla, sciamavano e ronzavano forse più di venti milioni di persone, deve essere apparsa simile all’Averno e alle tenebre infernali assai più di ogni altra immagine che la mia fantasia ne possa concepire.

 

Uscii dalla stazione; i miei orecchi, ne è testimone il cielo, si aspettavano ancora il solito rumore cittadino, per quanto fossi abituato ormai a quel muto e assente vuoto del silenzio; e fui sopraffatto da un nuovo terrore, e mi smarrii in una disperazione ancor più sconfinata, quando invece di lampioni e di ruote in movimento, vidi davanti a me la lunga strada che conoscevo bene, immersa in un mutismo lugubre, come fossi in una Babilonia secolare invasa dall’erba; quando invece della consueta confusione, non udii che un silenzio sconvolgente, un silenzio che si innalzava al cielo, fino ad altezze da me finora mai sentite, per congiungersi lassù al silenzio di quelle luci di eternità.




Quanto alla velocità della nube dilagante, secondo i suoi calcoli essa variava tra le 100 e le 105 miglia al giorno; e la data in cui probabilmente l’eruzione aveva avuto luogo, egli la fissava tra il 14, il 15 e il 16 aprile; ossia uno, due o tre giorni dopo l’arrivo al Polo degli esploratori del Boreal; e finiva l’articolo osservando che, se le cose stavano davvero come lui pensava, non c’erano rifugi di sorta dove la razza umana potesse trovare scampo, a meno che si riuscisse a chiudere ermeticamente miniere, gallerie e luoghi simili; e anche così, questi nascondigli non sarebbero giovati che a un numero molto limitato di persone, salvo nel caso che l’attività letale dell’aria dovesse dimostrarsi di brevissima durata.

 

Uscii dal palazzo, quel mattino, come un uomo prostrato dalla vecchiaia; perché gli abissi di orrore che avevo intravvisti nel corso di quelle ore tenebrose mi avevano reso debole, i miei piedi inciampavano, il mio cervello barcollava.

 

Presi Farringdon Street, e arrivato a Piccadilly Circus, dove quattro strade si incontrano, scorsi a perdita d’occhio quattro campi di cadaveri, cadaveri, mi ricordai di Parigi quando c'èra ancora vita, ma ora qui... Tutti quei cadaveri vestiti come da uno straccivendolo in ogni sfumatura dello stinto; o vestiti a metà, o del tutto svestiti, alle volte perfino ammucchiati gli uni sugli altri, come già avevo osservato a Reading... 




....ma qui il loro aspetto scheletrico era più appariscente: vedevo le spalle gonfie, le ossa dell’anca sporgenti, i ventri svuotati e gli arti rigidamente ossuti come di uomini morti di fame; l’insieme presentava l’aria bizzarra di un macabro campo di battaglia di marionette cadute; e mescolati alle salme, una moltitudine di veicoli di ogni specie, tra i quali riuscii a farmi strada, fino a un certo negozio sullo Strand, dove speravo di reperire tutte le informazioni che mi servivano su miniere e scavi nel Paese; ma la saracinesca era chiusa, e non volevo fare alcun rumore tra quella gente, anche se la giornata era serena, e non mi sarebbe costata gran fatica entrare nel locale: proprio lì vicino su un furgone avevo scorto una leva di ferro.

 

Mi diressi invece al British Museum, il cui sistema di catalogazione mi era noto; quando entrai, nessuno mi fermò all’ingresso della sala di lettura, e in tutta la vasta sala rotonda non c’era un’anima, soltanto un vecchio occhialuto con sotto il mento un gozzo voluminoso, riverso sopra una delle scalette per raggiungere i libri, accanto agli scaffali, un ‘lettore’ fino all’ultimo respiro.




Diedi uno sguardo ai cataloghi, poi salii al piano di sopra e vi rimasi per un’ora, tra le semibuie sacre gallerie di quel luogo di silenzio, e quando vidi davanti a me certi papiri greci e copti, certi documenti e sigilli regali, sognai un tale sogno di questa terra, Dio buono!, che nemmeno la penna di un angelo saprebbe esprimere sulla carta.

 

Dopo me ne andai, con più di venti chili di carte militari, che ficcai in una valigia trovata nel guardaroba, e tre volumi di rilevamenti topografici. A Holborn, in un negozio di strumenti ottici, presi un sestante e un teodolite; da un droghiere nei pressi del Tamigi riempii un sacco di provviste, quel che mi bastava per una settimana o due; siccome avevo scoperto accanto al piccolo molo vicino al ponte di Blackfriars una snella imbarcazione da diporto, bianca, a motore, di qualche tonnellata, verso mezzogiorno stavo già risalendo, sempre solitario, il corso del fiume, che scorreva come quando i Britanni non erano ancora nati, e poi lo videro, e vi innalzarono accanto capanne di fango tra i boschi, e poi arrivarono i Romani, e lo videro, e lo chiamarono Tamesis, o Thamesis.

 

Quindici miglia di troppo la nube aveva superato il limite imposto e cinque giorni dopo raggiunsi le miniere; lì vidi per la prima volta quello spettacolo di orrore che poi doveva ripetersi dappertutto, e che alla fine mi divenne familiare; in sette casi su dieci, la storia era la stessa, identicamente breve:

 

‘proprietari’ egoisti, un mondo di esclusi, un facile bombardamento, e la distruzione di tutti quanti, spesso anche prima dell’arrivo della nube.




Nei dintorni di alcune miniere ebbi più di una volta l’impressione che tutta la razza umana giacesse lì ammucchiata, e che l’idea di nascondersi nell’interno di una cava doveva aver colpito l’immaginazione di ogni persona vivente.

 

In queste miniere di piombo, come nella maggior parte delle miniere che seguono la vena del minerale, ci sono più pozzi che in quelle di carbone, e i congegni di ventilazione artificiale quasi non esistono; ce ne sono soltanto nelle salite, nelle svolte e nelle gallerie senza uscita; perciò, anche se la loro profondità di rado sorpassa i cento metri, la morte per soffocamento doveva in molti casi essere arrivata prima dell’altra morte.

 

In quasi tutti i pozzi, sia di ingresso, sia di uscita, c’era una scala a pioli: quella della miniera, oppure un’altra messa lì dai fuggitivi; e così fui in grado di scendere senza difficoltà. Prima mi ero vestito adeguatamente in una casa del villaggio; camicia di flanella, pantaloni con pezze di cuoio sui ginocchi, grossi stivali e un berretto da minatore, col buco per ficcarvi la candela; così acconciato e con la lampada Davy di sicurezza, che portai in giro per mesi, vissi quasi tutto quel tempo nelle profondità della terra, cercando il tesoro di una vita; ma soltanto trovavo, nelle miniere inglesi, donne della Pomerania dai mantelli sgargianti, valacchi, mammalucchi, chirghisi, bonzi, imami, ogni razza umana, quasi.



 

 

 

 

 



martedì 10 marzo 2026

ORIENTARSI IN SILENZIO

 









Precedenti luoghi 


del silenzio






Una bussola non contiene informazioni sul paesaggio che il suo proprietario sta attraversando. Le mappe della navigazione satellitare non riportano molti particolari, lasciando talvolta solo strade pubbliche nei loro rossi, gialli e verdi su un banale sfondo beige. Questo è solo l’ultimo stadio di un lungo sviluppo culturale, a cominciare dalla prima mappa del mondo disegnata dal filosofo e geografo greco Anassimandro nel 550 a.C., sviluppo che ha dimostrato che è possibile comunicare informazioni sulla posizione di un luogo senza dover necessariamente trasmettere un’idea del luogo stesso. È stato uno sviluppo importante, ma proprio il suo successo ha condotto a una prospettiva stranamente limitata del mondo e del viaggio.

 

Viaggiare senza strumenti sulla terraferma significa reintrodurre nel viaggio una curiosità infantile. Significa imparare a prendere nota delle cose che non sempre compaiono sulle cartine e di sensazioni che non vengono facilmente registrate. Significa riconnettersi con la terra e, così facendo, tenere a bada i sentimenti di disorientamento e paura che possono accompagnare la convinzione di essersi persi, nel viaggio d’andata e in quello di ritorno. Per leggere il territorio due sono le pietre miliari. Una è imparare a interpretare gli effetti del sole, del vento e dell’acqua, l’altra è riconoscere l’importanza della scala.




Si possono trovare indicazioni utili tanto sul lontano orizzonte quanto a pochi centimetri di distanza. Ciò significa che è necessario mantenere i cinque sensi ben desti e spostare costantemente l’attenzione, il che implica uno sforzo consapevole ma assicura innumerevoli ricompense. In un viaggio via terra il viaggiatore che non usa strumenti, il navigatore naturale, investe più degli altri viaggiatori, ma torna con un bagaglio di osservazioni e sensazioni che agli altri sfuggono: la valle che prende vita, con il suono dell’acqua sopra le rocce trasportato da una brezza... tutto questo è stato avvertito ed è stato capito.

 

Gli effetti del sole, del vento e dell’acqua sono onnipresenti. A volte tali effetti sono evidenti, come è il caso del profilo della costa osservato da una collina. Altre volte invece è più arduo individuarli: pensiamo per esempio alle differenze impercettibili nel numero infinito di sfumature di colore delle cortecce. È qui che scienza e arte s’incontrano, una realtà intrigante e frustrante al tempo stesso. Per quanto difficile possa essere decifrare le complesse informazioni trasmesse dai nostri occhi e dagli altri sensi, è indispensabile ricordare che una serie apparentemente casuale di eventi nasconderà quasi certamente un certo ordine, una qualche logica affascinante anche se difficile da decifrare. Tutti gli esseri viventi fanno affidamento sul sole e sull’acqua, e, se il loro comportamento non soddisfa la necessità di sfruttare questi due elementi, le loro possibilità di sopravvivere sono minori. Tenendo a mente ciò e usando tutti i sensi sarà possibile risolvere molti enigmi. La forma singolare assunta da un albero cresciuto in città può cominciare ad avere senso quando sentiamo sulla guancia il calore del sole che si riflette sulle pareti a specchio dell’alto edificio sull’altro lato della strada.




Per il viaggiatore che non si serve di strumenti, la ricerca di indicazioni distanti e più vicine dovrebbe partire dalla miglior posizione possibile. Ciò di solito significa trovare un punto più elevato e da lì guardarsi intorno, ma anche in alto e in basso. Una buona veduta aiuterà a farsi un quadro della forma, dei motivi e delle caratteristiche del territorio. Lo studio del territorio rivelerà se consiste di pianure aperte o dolci ondulazioni o magari di spettacolari rilievi scoscesi e strapiombi. Le alture racconteranno una storia di formazione geologica ed erosione.

 

Per gli animali come per gli uomini, il ritorno a casa è sempre stato una parte importante del viaggio. Alcuni viaggi non possono essere spiegati. In un esperimento volto a studiare l’istinto dell’homing, una berta minore fu trasportata in aereo dal suo habitat naturale nell’isola di Skokholm, in Galles, a Boston, negli USA. L’uccello ritrovò la via di casa in 12 giorni e mezzo, coprendo una distanza di 5100 chilometri: un volo non solo molto veloce, ma che ci fa capire anche che la berta era molto sicura della direzione che doveva seguire. Anche quando è difficile spiegare le capacità di certi animali, questi ultimi possono insegnarci ad ampliare il campo del possibile.

 

Molte delle tecniche di navigazione usate dagli animali ci sono già familiari.




I caribù e gli gnu seguono elementi naturali comprendenti fiumi, valli, laghi e crinali, mentre i lemming nell’attraversamento dei laghi gelati hanno come meta le montagne (Baker, 1981). Alcune sule sono state catturate e trasportate lontano dalle loro zone di riproduzione per essere poi liberate altrove e osservate da un velivolo: dopo aver esplorato questa nuova zona in cerca di punti di riferimento, le sule sono riuscite a trovare la via di casa. I piccioni catturati e liberati evitano, a quanto pare, di volare sopra l’acqua e sembrano seguire certi punti di riferimento per ritornare a casa.

 

I pesci pappagallo, le pulci della sabbia, gli uccelli, gli scarafaggi e le api sono alcune delle tante specie di animali che usano il sole per orientarsi. Esperimenti specifici hanno indotto a ipotizzare che gli uccelli abbiano una sorta di bussola solare con un margine di errore non superiore a 5°.




Le api sono fra i navigatori solari più interessanti perché non solo utilizzano il sole, ma comunicano poi la direzione rispetto al sole ad altre api con le loro caratteristiche ‘danze’. Questi insetti sono in grado di indicare la fonte di cibo rispetto alla posizione del sole; gli esempi più semplici sono un movimento verticale verso l’alto che significa ‘andate verso il sole’ e un movimento verso il basso che significa ‘andate nella direzione opposta rispetto al sole’, ma i messaggi comunicati dalle api con le loro danze sono abbastanza complessi e sofisticati da coprire tutta una gamma di significati. L’idea che un’ape possa ‘spiegare’ in modo naturale a un’altra ape come trovare qualcosa e che riesca a farlo meglio degli esseri umani è semplicemente straordinaria.

 

Sembra proprio che gli esseri umani non abbiano il monopolio sul metodo dell’asticella e della sua ombra: alcuni esperimenti con gli uccelli hanno infatti suggerito che anche loro usino le ombre per orientarsi. Nel caso dei piccioni l’asticella potrebbe essere un albero alto venti metri. Le ombre esaltano l’effetto della posizione del sole sia per i piccioni sia per gli esseri umani. I viaggi degli animali non si fermano al tramonto. Uccelli quali le capinere e i beccafichi hanno trovato con sicurezza la direzione in un planetario, e germani reali e alzavole hanno mostrato di essere capaci di riconoscere le stelle e di servirsene per trovare la rotta. La falena Catocala promissa non solo si orienta usando le stelle, ma sembra concentrare i suoi sforzi sull’equatore celeste.




Sembra esserci un forte legame fra animali e corpi celesti. In tutti i casi questa relazione è rafforzata dalla conoscenza del tempo: alcuni animali hanno un orologio interno estremamente preciso (il margine di errore non supera i cinque minuti nel corso di una giornata) (Baker, 1981).

 

Si sa anche che i monaci irlandesi del VI secolo, effettuarono varie traversate dall’Irlanda all’Islanda e ritorno. Non si sa con sicurezza come fossero venuti a sapere dell’esistenza dell’Islanda, ma potrebbero aver letto qualche annotazione su quell’isola nelle opere di Plinio il Vecchio, Gaio Giulio Solino e Marziano Capella. I loro viaggi, però, passavano anche sotto le rotte migratorie delle oche colombacce, che dai loro habitat in luoghi quali l’estuario dello Shannon volavano a stormi oltre l’orizzonte tracciando percorsi migratori nei cieli, il loro esodo annuale suggerì certamente agli uomini che in quella direzione c’era qualcosa, e inoltre è assai probabile che le rotte dei loro voli fungessero da guida per la navigazione durante i viaggi dei monaci.

 

Per molti versi i monaci erano candidati ideali per questo tipo di viaggi pionieristici, se le oche fecero pensare alla possibilità che esistessero terre straniere, i monaci potrebbero essersi sentiti in dovere di diffondere la parola di Dio in quella direzione. Quella missione era loro congeniale anche per un’altra ragione: il navigare pericolosamente nel freddo Atlantico settentrionale su una piccola imbarcazione, sotto cieli coperti, aspettando che apparisse all’orizzonte uno stormo di oche e indicasse la via da seguire, sarebbe stata una prova estrema di pazienza e fede.




Si è anche ipotizzato che gli uccelli abbiano una ‘bussola interna’, vale a dire la capacità di orientarsi grazie al magnetismo, e la scoperta di un composto sensibile al magnetismo, l’ossido di ferro, nel cervello di alcune specie di volatili ha fornito la prova fisica a sostegno di questa ipotesi. Si ritiene che gli uccelli siano sensibili alla direzione assiale, alla forza e all’inclinazione magnetica (l’angolo formato dalla direzione del campo magnetico con il piano orizzontale su un qualunque punto della superficie terrestre), ma non alla sua polarità: i volatili perciò sarebbero in grado di dire in che direzione è un polo magnetico, quanto forte è il campo e qual è il suo angolo rispetto alla superficie della terra, ma non se è il polo nord o il polo sud.

 

La capacità di avvertire leggere fluttuazioni nella forza e nell’inclinazione magnetica può essere vitale non solo per l’orientamento ma anche per determinare la posizione. L’angolo di inclinazione magnetica varia con la latitudine e questo può essere un fattore cruciale. Non sempre è sufficiente conoscere la posizione di una destinazione all’inizio di un viaggio, poiché gli uccelli possono subire uno spostamento da parte di venti impetuosi in qualunque punto della rotta e quindi devono rendersi conto di questo cambiamento di rotta e correggerlo. È possibile che i volatili usino il campo magnetico per trovare sia la direzione sia la posizione.

 

Osservare la migrazione degli uccelli può essere un mezzo per indicare la via, ma che dire dell’emulazione di questa loro capacità magnetica?




Che noi umani abbiamo un senso della direzione magnetico o no, si sa che i campi magnetici influiscono su conigli, topi e ratti e influenzano l’attività cardiaca delle scimmie. Prove non confermate suggeriscono che le tempeste magnetiche abbiano una certa influenza sulle condizioni psichiche degli esseri umani e forse aumentino l’incidenza dei suicidi. Si delinea un quadro interessante del rapporto fra tutti gli animali, uomo incluso (o escluso?), e il magnetismo, ma lo studio è lungi dall’essere completo.

 

Il rilevamento con i radar ha permesso ai ricercatori di scoprire qualcosa di notevole sugli itinerari seguiti dagli uccelli. Nell’Artide i volatili si servono del sole per trovare la direzione, ma non al fine di volare in linea retta, bensì per seguire un ‘circolo massimo’, cioè il percorso più breve fra due punti su una sfera. Calcolare un ‘circolo massimo’ è un processo complesso, oggi eseguito di rado dagli esseri umani senza l’aiuto di un computer. Tuttavia i ricercatori ritengono che gli uccelli potrebbero riuscirci usando semplicemente un problema come elegante soluzione di un altro problema. Il loro imperfetto rilevamento del tempo mentre volano lungo una qualsiasi rotta che abbia una componente est-ovest li porta a seguire il sole in un percorso curvo. Questa curva si avvicina a un ‘circolo massimo’, che a sua volta risparmia loro ore di volo.

 

Può trattarsi di grande ingegno da parte degli uccelli, di selezione naturale o anche di madre natura. O può essere solo una simpatica coincidenza.




Orientarsi non significa solo capire in quale direzione bisogna andare, ma anche capire dove siamo. La nostra posizione nel mondo e nell’universo è relativa, come l’uomo sa da molto tempo; solo con Einstein però questo concetto ha trovato una formulazione precisa. Non c’è un unico modo per capire dove siamo nel mondo; esistono solo sistemi e convenzioni per spiegare dove siamo rispetto a uno o due altri punti.

(T. Gooley)

 

 

                                  

L’ORIENTAMENTO DEL BRANCO

 

 

 

La perdita di orientamento di uno stormo, oppure, un ‘branco’ di balene alla deriva, oppure ed al contrario, l’antico ammiraglio cacciatore di balene e il prezioso ‘oleoso’ nettare specchio dell’illusoria vittoria in cui l’intera ciurma di reietti convinti di orientarsi e sopravvivere al meglio al crocevia della Storia, pone distinguo e distanza fra ciò di cui la Natura artefice e linfa della vita, e cosa sia invece, l’inerte morta materia e l’illusione di una strana sopravvivenza; e la simmetrica capacità di sapersi orientare e smarrire ogni forma di più stabile retto orientamento circa la giusta rotta da conseguire.

 

È in questa silente appartenenza con Madre Natura che manteniamo dovuta distanza… 

 

 Questa stessa distanza e simmetrica capacità d’orientamento adottando di volta in volta opposte strategie di sopravvivenza ci fanno ancor meglio riflettere l’arte involutiva e non solo il cambio di rotta, le quali nulla hanno da condividere con le medesime strategie della Natura da cui abbiamo sempre imparato ma nulla (ed in qual tempo) appreso.




Ed in verità e per il vero rappresentano uno dei tanti o troppi problemi a conferma di valori sfalsati (taluni addirittura invisibili ai nostri occhi) dati da innumerevoli fattori che influiscono sull’equilibrio ‘bio-chimico’ quale orologio dell’orientamento su cui si muovono questi grandi migratori di cielo e di mare, i quali ‘valori’ comportano l’analisi ed i termini di ‘come e cosa’ si manifesta tale prerogativa istintiva, e quindi successivamente, la prerogativa ‘funzione’ nella parola (o teoria) che al meglio la specifica.

 

E seppur limitata nel senso ‘specificato’: la ‘parola’ qual gesto e capacità di unione e richiamo (comune nel vasto mondo animale e natura da cui deriviamo), ed in apparenza, se pur articolata ed evoluta, in realtà ‘abilitata’ a ‘specificare’ quindi ‘dedurre’ una entità ‘superiore’ quindi ‘limitata’ nella propria funzione.

 

Il Discorso rileva i termini pur non rilevabili dallo stesso, esplicitato come un ‘grido’ pur rimanendo al di sotto dell’istinto che lo ha generato e/o motivato, perché come direbbe il Filosofo posti nella logica discorsiva confacente con il proprio tempo sottratto, nella dubbia equazione ricavata conforme al vasto regno governato da una indiscusso monolitico ‘linguaggio economico’ conforme all’abominio del Dominio (e non solo sulla Natura), inerente ai globali termini discorsivi ricavati nell’intero arco evolutivo in cui per ultima (ovvero all’ultimo frammentato Secondo…) la medesima parola nata.

 

O morta prematura!




Ciò equivale anche per il Tempo dato in ugual spartito dell’intero Universo, giacché la nostra minuscola frazione di appartenenza, come una più estesa grammatica quale matematica e/o metafisica, equivale all’ultimo istante di Tempo dato.

 

Alla medesima funzione e proporzione, e non solo matematica, si attesta il Principio discorsivo, pur non conoscendo, o meglio, avendo ricchezza di consapevolezza dell’immateriale donde e perché nato, quale equivalenza di un Primo Atto cogitante sottratto, però, all’intero ‘atto discorsivo’ cogitato che ne vorrebbe svelare la certa appartenenza.

 

Questa la grande presunzione dell’uomo.

 

Il vero peccato originale!

 

Quindi si parla di ‘orientamento’ pur non avendo piena cognizione di causa dell’istinto con il quale la Vita in Terra manifesta una superiore connessione nei primordiali valori specificanti quale univoco metro di misura nella grammatica in cui rilevati, ma certamente non del tutto compresi e adottati quale comune ‘parola’ cogitata dall’inizio della stessa…




Al meno che il Primo Cogitante non esplicita ‘atto parola e pensiero’ in forme che l’atto del nostro principio discorsivo esclude a priori quali veri e sani valori, facendo del primo principio da cui successivamente la parola, una subordinata negazione alterando ed avvelenando ciò da cui e perché nata.

 

Da ciò cosa ‘superiore’?: la finalità discorsiva della parola mutata in esteso umano orientamento, o ciò da cui proveniamo quale costante simmetrico ‘orientamento’ connesso con la Vita?

 

Con la Natura.

 

Se solo Filosofi ecologisti ed economisti si misurassero su tal principio nel cogitare l’atto cogitante avremmo maggiore assennatezza e dovuto orientamento.




Esplicitata tale premessa circa l’orientamento; fra cui sicuramente e non per ultimo la capacità dell’uomo di modificare determinati valori di equilibrio quale condizione di perdita dell’Ambiente per cui questi esseri, dal mare al cielo, capaci di percorrere centinaia di chilometri per i loro fabbisogno, per la loro secolare sopravvivenza, rendendoli una sol cosa con la Terra ed i principi regolatori, anche e soprattutto quelli del tutto invisibili all’umana percezione.

 

L’orientamento sotto certi aspetti il meno conosciuto e rilevabile in ogni specie animale quale diretta connessione con l’intera Natura, risiede appunto nell’innato istinto genetico, superiore all’umano; quindi l’orientamento, assieme ad altri ‘sensi’, quali ‘pensieri’ ‘parole’ e ‘atti’, privi dicono di intelligenza alcuna, pur scrivendo un grandioso geroglifico e univoca Parola e atto di Dio. Quindi gli Animali quali strofe del Suo grande spartito con cui scritta musica armonia e sinfonia dell’intera Opera.

 

Nell’antichità quando il genere umano pur vivendo nella costante paura godeva di maggiore armonia con il senso della Natura, il rapporto con ogni specie, pur non profondo come nell’odierna conoscenza, conservava una innata armonia, quasi un sottinteso reciproco rispetto, come se il minor grado di evoluzione avesse in un certo senso accorciato le distanze, suggellando rapporti di reciproca comprensione e comunione.




Addirittura possiamo ‘leggere’ in notevoli studiosi della ‘musicalità’ dell’intera Natura qual principio derivato preesistente creatore della parola. Un segreto alfabeto decifrato e dedotto dall’antica religiosità qual rispetto del Creato, scritto e scolpito nel proprio Eremo interiorizzato quindi celata e preservata per il mantenimento del ‘vero sapere’.

 

Un gesto ed atto comune nella Storia!

 

Un linguaggio celato ai più; nascosto se pur in evidenza qual icona scolpita, così come la Vita di cui ne svela l’esistenza, celata nel significato al profano il quale non l’ha ben compreso con l’Anima così come lo Spirito partecipato ad altra indubbia appartenenza. Quindi lo Spirito motivo di più profonda innata comprensione capace di raccogliere e decifrare più profonda ‘musica’ non ancora parola. Crittografato, indecifrato, il quale conserva e nel segreto suggella tutti i tratti di una reciproca appartenenza, e, oserei dire, solidarietà circa un linguaggio comune…

 

Di cui dopo Cartesio, pur ed ugualmente cogitando e approfondendo, ne abbiamo smarrito l’intero senso e nesso.

 

Sprofondando nell’oblio della cieca conoscenza affine alla simmetrica perdita di consapevolezza, gli antichi invece, conservarono tali meriti fino ad elevarli al pulpito del comune credo quale parola ed atto di Dio. San Francesco ne rappresenta una mirabile visione, ma si badi bene non la sola, non certo l’unica. 




E se talvolta la Natura agli umani occhi e relative comprensioni, risulta una summa di atomi in perenne evoluzione privati di logica ed intelligenza, quindi null’altro che un motore meccanicamente mosso da istinto e sopravvivenza senza coscienza alcuna, e crudele nelle leggi che ne determinano la stessa; in realtà per ciò che l’occhio non vede e scorge, regna ed impera quella metafisica intesa qual superamento delle circoscritte ragioni della fisica. In verità e per il vero, il filo comune, il senso dell’invisibile (come ed anche l’orientamento), lo Spirito, l’Anima-mundi e Pensiero di un probabile Creatore principia i propri atti gesti e finalità attraverso ciò da cui ‘immaterialmente muove’.

 

Quindi non regredendo su antiche disquisizioni fra materia e Spirito, credo che non tutto ciò che riteniamo erroneamente visibile e comprensibile come una ‘parola’ partecipi al nostro insindacabile atto e giudizio.

 

Un Discorso ben più profondo e non disquisito secondo la grammatica nel giudizio e merito della parola potrebbe, al contrario, sottintendere una più profonda verità a cui l’uomo non (più) abituato a leggerne, o peggio, comprenderne un più profondo Principio negato.




Il Discorso come anche accennato dal Filosofo, l’intero Discorso, potrebbe essere celato al nostro sguardo, e pretendere di spiegare la materia dall’immateriale donde proveniamo precedente al grande Big-Bang principio dell’intero Creato mi sembra una condizione discorsiva limitante e circoscritta. Non che l’uomo abbisogna di inventarsi un Dio per tutto ciò che non comprende o di cui abbisogna nella mancanza di comprensione, riducendo il tutto alla materia con cui la Parola, quindi principio di presunta e manifesta intelligenza, ma procedendo su ugual ragionamento, ed accettando l’evoluzione come dato di fatto, di certo l’umano ingegno nato da un perfezionamento evolutivo cui siamo chiamati per giustificare il bisogno innanzitutto di tutelare il mondo che ci ha creato, e non solo subordinarlo al nostro infausto dominio. Giacché seppure la differenza e la dovuta evoluzione, l’uomo con tutta la propria logica di superiorità di sta dimostrando l’essere per propria limitata natura inferiore.

 

Quindi anche se erro, continuerò ad errare ancora, e se intendiamo per immateriale anche l’animale se non addirittura l’intera Natura uniti nel reciproco rapporto di invisibilità che suggella ed intende la paradossale nuova e condizione offerta, privi di gesto pensiero e parola, non avremmo ancora compreso il semplice linguaggio di Dio, cioè come cogita e pensa dall’immateriale donde proveniamo.




Noti fisici al culmine del proprio sapere si sono adoperati per la sua dimostrazione, che a qualcuno potrà sembrare il capolinea di una intera carriera svolta e consumata nella rettitudine psicologica, a riprova di quanto limitato sia l’ingegno umano. Taluni addirittura hanno trovato il proprio orientamento, o più certa verità, attraverso l’opposto di quanto hanno speso nell’arco di una vita intera.

 

Tutto ciò è stato ampiamente disquisito, eccetto una sola condizione, che se cancellati i termini di una impropria metafisica, nel superamento e accettazione dell’odierna evoluzione, compresa l’economica, lo sfacelo è e sarà l’ordine del giorno: la preghiera costante dei nuovi fedeli del tempio del dio denaro circa la rimozione del Pensiero.




I disastri accumulati nella Storia una serie inesauribile di negazione del vero Pensiero, di tutto l’orientamento con il quale dovremmo manifestare la presunta superiorità. Tale forma di orientamento quale indice di comuni valori, a livello evolutivo economico e politico si è dimostrata un disastro. Non è stata mai corrisposto alle  genetiche discendenze ed appartenenza dell’uomo, si sono innestati dei valori per i quali i termini discorsivi di orientamento all’interno della volontà di vita e il proprio dominio sullo stesso principio frainteso della stessa, quale valore dato ma non del tutto compreso; si sono tradotti in valori ed orientamento puramente economici, quando sappiamo bene che il primo principio su cui si poggia l’economia, quindi la ricchezza, donde proveniamo, è data dalla lucida scientifica consapevolezza dei valori reali donde ricava e conia la ‘parola’ oltre oro e moneta; affine ai nuovi miti innestati in un processo irreversibile nel quale pensare e concepire diversamente le nostre comuni fondamenta sembrerebbe un gesto da folle.

 

Ed in cui cala il veleno immutato o la perenne segregazione del principio negato di cui il libero arbitrio irrimediabilmente vilipeso ed inquinato.




 Tolstoj alla fine della sua vita manifesta e rappresenta questa linea di pensiero, per taluni, patetico ultimo ideale incompreso. Thoreau nello stesso secolo ugualmente. Taluni ‘padri fondatori’ in ogni stato dove hanno svolto la loro funzione hanno saputo mantenere integro il Pensiero connesso all’appartenenza al mondo occupato affinato ed evoluto dall’ambiente - e non solo umano - in cui dedotto e specificato; ed isolandosi dal comune senso discorsivo pur partecipando e fondando la summa del discorso intero hanno dato prova di una superiore consapevolezza, una capacità di riflettere legiferare ed orientarsi per se ed il prossimo.

 

Una capacità quindi non inerente solo ai migratori e alle loro insolute capacità, ma al mondo intero e su cui dovremmo maggiormente riflettere.

 

Trovo ripugnante il gesto del cacciatore appostato nel punto fisso ed irremovibile della Storia, non dimostra e dimostrerà mai l’evoluzione della specie, neppure la capacità comune predatoria affine al mondo animale, neppure il sostentamento per la sopravvivenza, ma la più vile concezione di abbrutimento inferiore a qualsiasi specie cacciata.




Ammira la bellezza di quel Pensiero alto volare in cielo. È un padre fondatore del tuo essere ed appartenere di comune concerto alla Sinfonia della Terra.

 

Ammira la superiorità e l’innato istinto, quando dopo aver combattuto guerre con gli elementi interi, e con solo la capacità della natura al proprio orecchio, riesce a riconquistare la minuscola porzione di terra che aveva fondato il proprio avo, il luogo dove aveva dissetato l’innata volontà del sapere, là ove beve ancora, il ramo e lo scoglio su cui si posa e poserà ancora per il proprio bene e il bene dell’intero branco che nuota cammina e vola.

 

In nome della propria ed altrui specie per l’intero equilibrio della Terra!

 

E tutto ciò pensi sia disgiunto dal comune senso di appartenenza e orientamento?

 

Un tempo quando imparammo la Filosofia della democrazia vivevamo cotal mirabile istinto, oggi l’istinto del naufragio prevale sulla logica non solo della ragione, ma dell’intera natura, sui primordiali principi regolatori da cui i grandi padri fondatori.

 

E dove pensi che si dissetassero e nutrivano?

 

A quale tempio a quale piuma?

 

 A quale delfino, a quale onda?




A quale vento, a quale ruscello, a quale fuoco e tempio, a quale ghiaccio a quale cima…?

 

L’orientamento quindi ed innanzitutto quale facoltà e capacità non solo di unirci e ricongiungerci con i fondatori ma soprattutto la conferma della nostra appartenenza, il nostro diritto morale non solo di consacrare e preservare le nostre comuni radici, ma altresì di ristabilire i principi regolatori dismessi, che l’intera economia si orienti verso questa consapevolezza non meno dei predatori, odierni predatori, che la detengono in nome della politica cedano il passo alla sana e vera democrazia.   

(Giuliano)