Prosegue con
Hartmann
in volo con l'Attila
Ci sono
dunque due teologie specificamente distinte che, se a rigore non sono continue
per le nostre menti, possono almeno accordarsi e completarsi: la teologia rivelata che parte dal dogma, e la teologia
naturale elaborata dalla ragione.
La
teologia naturale non è tutta la filosofia, essa non ne è che una parte, o meglio ancora
che il coronamento; ma è la parte che la filosofia di san Tommaso ha elaborato
più profondamente e nella quale egli si è manifestato come genio veramente
originale. Quando si tratta di fisica, di fisiologia, o delle meteore, san
Tommaso non è che l’allievo di Aristotele, ma quando si tratta di Dio, della
genesi delle cose e del loro ritorno verso Dio, san Tommaso è se stesso. Egli
sa per fede verso quale fine si dirige, ma tuttavia progredisce soltanto grazie
alle risorse della ragione. In quest’opera filosofica la riconosciuta influenza
della teologia è dunque sicura, ed è ancora la teologia che ne fornirà il
piano.
Non che di
ciò vi fosse un’intrinseca necessità, san Tommaso, se l’avesse voluto, avrebbe
potuto scrivere una metafisica, una cosmologia, una morale concepite secondo un
piano strettamente filosofico e che partisse da ciò che c’è di più evidente per
la nostra ragione. Ma è un fatto, nulla più, che le sue opere sistematiche sono
delle summe di teologia e che, di conseguenza, la filosofia che esse espongono
ci è presentata nell’ordine teologico.
Le prime cose che noi conosciamo non sono altro che le cose sensibili, ma la prima cosa che Dio ci rivela è la sua esistenza; non si incomincerà dunque teologicamente da dove si arriverebbe filosoficamente dopo una lunga preparazione. Bisogna supporre lungo la strada che ci siano dei problemi risolti; ma il fatto è che essi lo sono effettivamente, e la ragione non perderà nulla per aver aspettato. Aggiungiamo che, anche dal punto di vista strettamente filosofico, questa soluzione presenta dei vantaggi.
Supponendo
risolto il problema totale, facendo come se ciò che è più sconosciuto per sé lo
fosse anche alle nostre menti finite, noi diamo della filosofia un’esposizione
sintetica il cui profondo accordo con la realtà non potrebbe essere messo in
dubbio. Allo stesso modo è l’universo quale è, con Dio come principio e come
fine, che la teologia naturale così intesa ci invita a contemplare. Allora,
grazie a questo rovesciamento del problema noi abbozzeremo il sistema del mondo
che avremmo rigorosamente il diritto di stabilire se i principi della nostra
conoscenza fossero al tempo stesso i principi delle cose. Secondo l’ordine che
abbiamo deciso di seguire, ci conviene partire da Dio.
La
dimostrazione della sua esistenza è necessaria e possibile.
Essa è necessaria perché l’esistenza di Dio non è una cosa evidente; in una simile materia l’evidenza non sarebbe possibile che se noi avessimo una nozione adeguata dell’essenza divina; la sua esistenza apparirebbe allora come necessariamente inclusa nella sua essenza. Ma Dio è un essere Infinito, e, dato che non ne ha il concetto, la nostra mente finita non può vedere la necessità di esistere che la sua stessa infinità implica; si deve quindi dedurre attraverso il ragionamento questa esistenza che non possiamo constatare.
Così ci
viene chiusa la via diretta che l’argomento ontologico di sant’Anselmo ci
apriva; ma ci resta aperta quella che indica Aristotele. Cerchiamo quindi nelle
cose sensibili, la cui natura è conforme alla nostra, un punto d’appoggio per
elevarsi a Dio. Tutte le prove tomiste mettono in gioco due elementi distinti:
la costatazione di una realtà sensibile che richiede una spiegazione,
l’affermazione di una serie causale di cui questa realtà è la base e Dio il
vertice.
La via più
evidente è quella che parte dal movimento. Nell’Universo c’è del movimento;
questo è il fatto da spiegare, e la superiorità di questa prova non dipende dal
fatto che essa sia più rigorosa delle altre, ma dal fatto che il suo punto di
partenza è il più facile da capire.
Ogni movimento ha una causa e questa causa deve essere esterna all’essere stesso che è in movimento; infatti non si potrebbe essere, contemporaneamente e sotto lo stesso rapporto, il principio motore e la cosa mossa. Ma il motore stesso deve essere mosso da un altro, e quest’altro da un altro ancora. Bisognerà quindi ammettere che o la serie delle cause è infinita e non ha un primo termine, ma allora nulla spiegherebbe l’esistenza di un movimento, o la serie è finita e c’è un primo termine, e questo primo termine non è altro che Dio!
Il
sensibile non ci pone soltanto il problema del movimento. Infatti non solo le
cose si muovono, ma prima di muoversi esse esistono, e nella misura in cui esse
sono reali hanno un certo grado di perfezione. Ora, ciò che abbiamo detto delle
cause del movimento, possiamo dirlo delle cause in generale. Niente può essere
causa efficiente di se stesso, perché per prodursi dovrebbe essere, come causa,
anteriore a se stesso come effetto. Ogni causa efficiente ne suppone dunque
un’altra, la quale ne suppone a sua volta un’altra. Ora, queste cause non hanno
tra loro un rapporto accidentale; anzi si condizionano secondo un certo ordine,
ed è proprio per questo che ogni causa efficiente rende veramente conto della
seguente.
Se è così, la causa prima spiega quella che è nel mezzo della serie, e quella che è nel mezzo spiega l’ultima. Occorre dunque una causa prima della serie perché ce ne sia una di mezzo ed una ultima, e questa causa efficiente è Dio…
(Gilson)
[Ma, innanzitutto, quando il corpo materiale per suo credo conforme all’Anima albergata dalla quale dipende ‘superiore o inferiore’ concreta consapevolezza “dell’Essere e nell’Essere” immune (al fattore) Tempo; il quale per sua ‘finita natura’ subordina ciò che lo sovrintende e da cui proviene Infinito e Dio; allo stesso modo per tutti coloro che non ne ammettono né credo né esistenza, che non sia 'materia', in verità e per vero, a questi Esseri ripetiamo ancora, ed ancora e di nuovo ancora, ovvero in Eterno, che l’Anima è pur viva la quale trae sostentamento dal Principio divino; come l’Albero della Vita raccoglie la linfa dalla Terra per rigenerare con la sua funzione l’intero Ecosistema; ed anzi, quando si illumina ad una verità più elevata estranea alla limitante materia, continua la sua Opera più assoluta e profonda (mi troverai nel Legno e nella Pietra); soprattutto quando mortificata umiliata rinnegata ingiuriata e torturata - nell’insondabile “nulla” di cui la materia - affinché la Sua Verità possa Essere esplicitata.]
La terra aliena che appartiene al creatore o al principio malvagio, come dice il Trattato cataro, abbraccia tutte le cose, “vane e corruttibili, che si vedono in questo mondo perverso e certamente ritorneranno nel nulla come dal nulla sono venute”.
È un mondo “interamente
posto nella malvagità”: ‘totus positus in maligno’. Esso è dunque vano e
transitorio, destinato a perire allo stesso modo dell’albero cattivo che “viene
tagliato e gettato nel fuoco” [M t, 7, 1 9]. Gli si addicono tutte le immagini
di desolazione e di esilio che si leggono nella Bibbia: è una ‘terra di
sventura e di tenebre’ dove “regna il peccato più che il bene” e tutto è “lordura”
[Fil, 3, 8], “vanità e afflizione dello spirito” [Qo, l , 14], essa “produce
spine e triboli”, è “prossima a essere maledetta, e finirà arsa nel fuoco” [Eb,
6, 8], i suoi abissi tenebrosi risuonano di “pianto e stridor di denti” [Mt, 8,
12].
Poiché gli
uomini vi dimenticano la loro origine celeste, essa è anche chiamata terra oblivionis,
“terra dell’oblio”.
La Manifestatio
heresis riferisce che i Catari la definivano inoltre ‘palude estrema’, ‘terra
ultima’, ‘inferno profondo’, ‘novissimum lacum et ultimam terram et infernum
inferiorem’. La sua identificazione con l’inferno è un tema ricorrente nelle
testimonianze catare.
Secondo Raniero Sacconi, gli Albanisti affermavano “che l’inferno e il fuoco eterno o le pene eterne sono in questo mondo soltanto e non altrove”, e Giovanni di Lugio insegnava che, “dopo essere precipitate dal cielo, le anime furono costrette a discendere in inferno, cioè in questo mondo, e questo è l’inferno in cui discese Cristo per salvarle”.
Creato
da un Dio falso e menzognero a partire dalle ‘tenebre’, questo mondo non
detiene lo stesso grado di realtà proprio del mondo luminoso. Soltanto il mondo
luminoso possiede una pienezza d’Essere; quello materiale, invece, è per così
dire antologicamente degradato, depauperato, intriso d’inesistenza.
In un
capitolo cruciale del Trattato cataro, l’autore lo identifica addirittura al nihil,
al nulla, contrapponendolo a ciò che costituisce il nocciolo più intimo
del mondo spirituale e divino, la caritas. A tale proposito riunisce un dossier
di auctoritates bibliche sul ‘nulla’, fondandosi in particolare su un’interpretazione
tendenziosa del versetto di Giovanni:
‘Sine ipso factum est nihil’,
che intende:
‘Senza di lui è stato fatto il nulla’ (nella versione
occitanica del Nuovo Testamento: ‘E sens lui es fait nient’).
E
argomenta:
‘Che poi
ciò che è nel mondo, ossia che viene dal mondo, sia chiamato ‘nulla’, lo
afferma l’Apostolo quando dice: “Sappiamo che un idolo nel mondo è nulla” [J Cor,
8, 4]. E ancora: “Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i
misteri, e se avessi tutta la fede al punto da trasportare le montagne, ma non
avessi la carità, nulla io sarei” [J Cor, 13, 2].
Donde
risulta chiaro che, se l’Apostolo ‘nulla’ sarebbe senza la carità, tutto ciò
che è senza carità è ‘nulla’ ... Se tutti gli spiriti malvagi e gli uomini
malvagi e tutte le cose visibili in questo mondo non sono ‘nulla’ perché sono senza
carità, allora sono stati fatti senza Dio. Perciò non è stato Dio a farli,
perché ‘senza di lui è stato fatto il nulla’ [Cv, l, 3].
Questa
interpretazione del versetto giovanneo è chiaramente illustrata da uno degli
ultimi predicatori catari della Linguadoca, Pietro Autier.
Un certo
Arnaldo Tesseyre riferì agli inquisitori che, in occasione di un loro incontro,
Pietro glielo recitò per intero.
E prosegue:
Mi chiese: “Sapete
che cosa significa ‘tutto è stato fatto da Lui e senza di Lui nulla è stato fatto?’.
Risposi
che…
‘queste
parole volevano dire che tutte le cose create lo sono da Dio e che nulla è
stato creato senza di lui’.
Egli mi
disse che…
‘queste
parole non significavano ciò che avevo detto, ma significavano che tutto è
stato fatto da Lui e anche che tutto è stato fatto senza di Lui’.
Risposi:
‘Come
potete dire questo? Non capite il latino? Il senso che date è in contrasto con
le parole del Vangelo; inoltre si legge altrove nella Scrittura che Dio ha
fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che si trova in essi’.
Pietro
mi rispose che…
‘il senso
del passo è “senza di Lui è stato fatto il nulla”, cioè “tutte le cose sono
state fatte senza di Lui” (omnia facta sunt sine Ipso), senso che appunto egli
dava’.
Il termine nihil è qui inteso con valore di sostantivo e designa non tanto il ‘nulla assoluto’, quanto invece una realtà sospesa fra ‘essere e non essere’, corrosa ab origine nel suo midollo ontico: designa cioè la sostanza di tutte le creature visibili, del mondo e del corpo. In tal modo nihil diventa un sinonimo degli omnia mala, della totalità malvagia, che è opera di Satana attraverso la materia; la quale si contrappone agli omnia bona creati da Dio e la cui essenza è caritas, amore; come ha osservato Nelli, per i Catari ‘il nulla non era soltanto assenza o diminuzione di valore morale o pratico, ma assenza o diminuzione di essere’.
Pensavano
naturalmente, come tutti i Cristiani ... che il mondo del male non valesse
nulla, ma affermavano anche e soprattutto che, se non valeva nulla, ‘era
perché ha meno essere che il mondo del Bene’.
Partecipe di entrambi questi mondi, l’uomo non ha, in quanto individuo, alcuna dignità ontologica: è soltanto il teatro di una lotta eterna fra le due nature o sostanze che lo formano. Creato in parte da Dio, in parte da Satana, miscuglio di bontà e di malignità, di verità e di falsità, di essere e di nulla…
(La cena segreta)
STRANI ANELLI (Godel)
I quali convalidano l’esposizione più o meno eretica sopradetta, contraddetta ma in verità e per il vero sembra convalidare come il nostro Dio medita e pensa…
Negli
esempi di Strani Anelli che abbiamo poco fa letto… c’è un conflitto tra Finito
e Infinito, e quindi un forte senso di paradosso. Si percepisce che vi
è un sottofondo matematico (nel nostro caso ‘dogmatico’). E infatti, nel nostro
secolo, è stato scoperto un equivalente matematico di quei fenomeni che ha
provocato ripercussioni enormi. E come gli anelli di Bach e di Escher fanno appello
ad intuizioni molto semplici e antiche come la scala musicale o la scala
di un edificio, così la scoperta ad opera di K. Godel di uno Strano Anello
in un sistema matematico trae le sue origini da intuizioni semplici e
antiche.
La scoperta
di Godel, nella sua forma essenziale, comporta la traduzione in
termini matematici di un antico paradosso della filosofia. Si tratta del
cosiddetto paradosso di Epimenide, o paradosso del mentitore. Epimenide era un
cretese che pronunciò questo enunciato immortale: “Tutti i cretesi sono
mentitori”. Una versione più incisiva di questo enunciato è semplicemente:
“Io sto mentendo”; o ancora: “Questo enunciato è falso”. Nel seguito, quando
parlerò del paradosso di Epimenide, mi riferirò per lo più a quest’ultima
versione. Si tratta di un enunciato che viola brutalmente la consueta
assunzione che vuole gli enunciati suddivisi in veri e falsi: se si prova
a pensare che sia vero, immediatamente esso si rovescia forzandoci a
pensare che sia falso. Ma una volta che si sia deciso che è falso, si
viene inevitabilmente riportati all’idea che sia vero.
Vale la pena di provare!
Il
paradosso di Epimenide è uno Strano Anello con un’unica componente, come
Galleria di stampe di Escher.
Ma come
avviene il collegamento con la matematica?
E ciò che
scoprì Godel.
Egli pensò
di utilizzare il ragionamento matematico per esplorare il ragionamento
matematico stesso. Questa idea di rendere la matematica “introspettiva” si
rivelò estremamente potente, e forse la sua conseguenza più profonda è quella
scoperta da Godel: il Teorema di Incompletezza di Godel. Ciò che viene asserito
in questo Teorema e il modo in cui lo si dimostra sono due cose diverse.
Il Teorema può
essere paragonato a una perla e il metodo di dimostrazione a un’ostrica. La
perla viene apprezzata per il suo oriente e la sua perfezione; l’ostrica è un
complicato essere vivente che nelle sue viscere dà origine a questo gioiello
dalla misteriosa semplicità. Il Teorema di Godel compare come la Proposizione
VI del suo scritto del 1931 ‘Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei
“Principia Mathematica” ’ e di sistemi affini.
Esso afferma:
‘Tutte le
assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni indecidibili’.
E questa la
perla.
In essa non
è facile vedere uno Strano Anello.
Ciò è
dovuto al fatto che lo Strano Anello è nascosto nell’ostrica, cioè nella
dimostrazione.
Il cardine
della dimostrazione del Teorema di Incompletezza di Godel è la scrittura
di un enunciato matematico autoreferenziale, allo stesso modo in cui il paradosso
di Epimenide è un enunciato autoreferenziale del linguaggio. Ma mentre è molto
semplice parlare del linguaggio naturale nel linguaggio naturale, non è
affatto facile vedere come un enunciato sui numeri possa parlare di se stesso.
In effetti,
ci voleva genialità anche solo per collegare l’idea di un enunciato
autoreferenziale con l’aritmetica. Con l’intuizione della possibilità di
un enunciato del genere Godei aveva superato l’ostacolo maggiore: la sua
effettiva creazione era il compimento di quella splendida intuizione.
Ovvero, questo enunciato dell’aritmetica non ammette alcuna dimostrazione nel sistema dei ‘Principia Mathematica’.
Godel ha
dichiarato che il suo interesse per la prova ontologica dell’esistenza di Dio è
puramente logico e gli si può credere. Anche logici atei si sono cimentati con
il problema.
Ma Godel
non era ateo.
Godel è una
figura preminente nel panorama culturale del ventesimo secolo, un personaggio
che si può affiancare a Einstein, sia per l’importanza scientifica, sia per il
fascino che emana dai suoi risultati. E’ quindi legittima nel pubblico la
curiosità di conoscere le sue convinzioni personali; queste non sono
generalmente note, per la ritrosia di Godel a manifestarle per iscritto.
Nonostante
la sincera amicizia che li legava, il suo carattere era profondamente diverso
da quello di Einstein, che si è spesso pronunciato apertamente su diverse
questioni etiche e politiche. Un termine che ricorre frequentemente nei giudizi
di Godel è lo ‘lo spirito del Tempo’ o ‘il pregiudizio del Tempo’, con il quale
egli non si sente per nulla in sintonia e dal quale prende spesso le distanze
condannandosi all’isolamento.
Una citazione ci avvicina subito al personaggio. Il logico Abraham Robinson fu colpito da una malattia terminale proprio quando Godel cercava di organizzare la sua chiamata all’Institute for Advanced Study di Princeton. Godel gli disse, o meglio gli scrisse, il 20 marzo 1970:
“Come sa,
io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti
alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa
al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di
proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida
almeno la mia seconda opinione”.
Un esempio
molto più sorprendente è il seguente.
Nel
‘Nachlass’ sono stati ritrovati fogli sparsi, scritti intorno al 1960, uno dei
quali contiene 14 proposizioni sotto il titolo ‘La mia visione filosofica’. La
quarta proposizione recita:
Esistono
altri mondi e esseri razionali di una specie diversa e superiore…
Ma Godel non viveva male la propria singolarità alla quale attribuiva al contrario gran parte del merito dei suoi successi. Lo ‘spirito del Tempo’ è costituito per lui da esagerazioni che offuscano una parte della realtà e impediscono una ricerca libera da pregiudizi, dai quali invece egli non è stato vincolato. Godel è stato sempre convinto che proprio il suo non seguire lo spirito del Tempo gli abbia permesso di ottenere i risultati più importanti, dal teorema di incompletezza del modello per la non contraddittorietà dell’ipotesi del continuo.
Si
riferisce, a questo proposito, al pregiudizio prevalente negli studi sui
fondamenti della matematica di considerare ammissibili solo tecniche
sintattiche e di diffidare del contenuto del pensiero. In una classificazione
delle possibili visioni filosofiche, nella quale inserire gli studi
fondamentali della matematica, egli propone come criterio di caratterizzare le
filosofie ‘secondo il grado e il modo della loro affinità con la metafisica (o
religione) o, al contrario, della loro distanza da essa’.
Si
ottiene uno spettro nel quale a destra si collocano spiritualismo, idealismo e
teologia, a sinistra scetticismo, materialismo e positivismo.
Dal Rinascimento in avanti, la tendenza, non lineare è stata per uno spostamento da destra a sinistra. Godel si collocava decisamente nell’ala destra. Non ha mai condiviso le posizioni del circolo di Vienna, dalla cui frequentazione ha peraltro ricavato stimoli importanti per l’analisi logica. Godel si è interessato a fondo di filosofia, soprattutto nella seconda parte della sua vita, con grande competenza, forse con l’ambizione non confessata di arrivare a un sistema paragonabile a quello dei suoi grandi punti di riferimento, Kant e Leibniz.
La
filosofia per Godel deve essere una teoria esatta, che determini i concetti
primitivi della metafisica ed elaborare gli assiomi che li riguardano e che
possono essere soddisfatti solo da quelli. Quanto alla scelta dei concetti,
talvolta indica Dio, Anima e Idee, altre volte oggetto, concetto, sostanza e
causa.
Nel 1940
Godel ebbe una discussione con Rudolf Carnap a proposito dell’interesse di
sviluppare una metafisica religiosa che, a suo avviso, poteva essere
significativa come la fisica teorica. Alle ovvie obiezioni di Carnap, tipico
rappresentante dello spirito del Tempo, rispose che spesso i progressi si
ottengono cambiando direzione e che questo non si può sapere in anticipo: è una
questione empirica determinare se il potere esplicativo della religione possa
essere migliore di quello della scienza.
A Carnap, che gli ricordava come l’idea di Dio risalga alle esperienze e alle immagini infantili, Godel semplicemente obiettò:
“Questo non
lo credo…
In un
questionario sottopostogli nel 1975, alla domanda sulla religione Godel
rispose:
“Religione:
Battista Luterano, ma senza appartenere ad alcuna congregazione, il mio credo è
teista non panteista, nel solco di Leibniz più che di Spinoza”.
Di Dio,
tuttavia, Godel non parla quasi mai direttamente. Parla invece spesso, perché
il problema è collegato al suo lavoro, della mente umana. Molti filosofi
superficiali hanno dedotto dal teorema di incompletezza la superiorità della
mente sulle macchine, Godel non è caduto in questa grossolana semplificazione,
anzi ne ha fornito subito una confutazione, analizzando quello che si poteva
concludere dai risultati di incompletezza, vale a dire solo un’alternativa: o
la superiorità della mente oppure il suo carattere meccanico, ma relativo a una
macchina non trasparente a se stessa, incapace di conoscere il proprio
programma o di dimostrarlo corretto.
In una versione del 1972 precisa:
“D’altra
parte, sulla base di quello che è stato dimostrato finora, rimane possibile che
possa esistere (e anche essere empiricamente scoperta) una macchina per
dimostrare teoremi che di fatto è equivalente all’intuizione matematica (vale a
dire, alle capacità matematiche della mente), ma che non può essere dimostrata
essere tale e nemmeno che fornisce solo teoremi corretti dell’aritmetica
finitaria”.
Tuttavia Godel era convinto dell’irriducibilità della mente al cervello. Il cervello secondo lui funziona essenzialmente come una macchina di Turing, ma ‘il cervello è un calcolatore connesso a uno Spirito’, anche se lo spirito probabilmente non può sussistere senza il corpo.
(Kurt
Godel, La prova matematica dell’esistenza di Dio)
L’IMPERATORE
(Penrose)
Nelle
discussioni del problema mente-corpo ci sono due problemi separati su cui si
concentra di solito l’attenzione: ‘In che modo un oggetto materiale (un
cervello) può suscitare concretamente la coscienza?’ e, inversamente, ‘In che
modo una coscienza, attraverso l’azione della sua volontà, può influire
realmente sul moto (in apparenza fisicamente determinato) di oggetti materiali?’.
La mia
domanda è:
“Quale vantaggio
selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?”.
Nel
formulare la domanda in questo modo ci sono vari assunti impliciti.
Innanzitutto c’è la convinzione che la coscienza sia di fatto una ‘Cosa’
descrivibile scientificamente. C’è l’assunto che essa ‘faccia’ effettivamente ‘qualcosa’,
e inoltre che ciò che essa fa sia utile alla creatura che la possiede, cosicché
un’altra creatura equivalente in tutto ma priva della coscienza si
comporterebbe in un qualche modo meno efficace.
D’altra
parte, si potrebbe credere che la coscienza non sia altro che un concomitante
passivo del possesso di un sistema di controllo sufficientemente complesso e che,
di per sé, in realtà non ‘faccia’ nulla. (Questa potrebbe essere presumibilmente
l’opinione, per esempio, del sostenitore dell’I.A. forte)
Oppure, all’opposto,
il fenomeno della coscienza potrebbe avere un qualche fine divino o misterioso
- forse un fine teleologico che non ci è stato ancora rivelato - e qualsiasi
discussione del fenomeno nei termini delle sole idee della selezione naturale si
lascerebbe sfuggire completamente questo ‘fine’. Un po’ preferibile, a mio modo
di vedere, sarebbe una versione un po’ più scientifica di questo tipo di
argomento, ossia il principio antropico, il quale asserisce che la natura
dell'universo in cui ci troviamo è fortemente vincolata dalla richiesta che
esseri intelligenti come noi stessi debbano essere realmente presenti per
osservarlo….
(......)





