giuliano

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IL TOMO

venerdì 18 giugno 2021

ALLA MINIERA DEL FABBRO (21)

 




















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D'uno Strumento per 


fare Strumenti (19/20)


Contrari alla Natura


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Il Secondo Governo








…Giacché come la tradizione lo ricorda, conserva e annovera, negli annali della Storia, lo stesso capace indistintamente di fabbricare, chiodi o mortali munizioni, in medesima ugual miniera o bottega…

 

Ma nella volontà da noi espressa in accordo con l’intera Natura, ed in disaccordo con ogni miniera o bottega, intendiamo in questa e qualsiasi altra sede, adoperare la sua proverbiale incuria: sia nel maneggiare la scure della Ragion persa; sia l’incudine, specchio e araldo, del dismesso Divino Intelletto (hora votato a Bacco!).

 

Perciò ci atteniamo nella volontà di esaudire nonché appagare, la Botte ubriaca non meno del marito da lei ispirato nella cantina Difesa.

 

Cioè nell’attenersi il più possibile a codesto timbro musicale accompagnato, sia da Thor, il più famoso unno derivato o solo ‘incrociato’; sia dai suoi parenti della Grande steppa fin su la Grande Russia finalmente unita dall’America, e non più alla Deriva.

 

Nella nota Armonia della congiunta e accompagnata (con dovuta pensione accreditata) Banda Ufficiale dell’Armata intera detta Italiana.

 

Dicono tradita, donde l’intera Sinfonia, avversa ad ogni Strofa di Madre Natura.

 

Al fabbro, nobile mestiere da zingaro, gli odierni imperatori porgono note e meritevoli ringraziamenti, per aver indistintamente forgiato strumenti (arrecando il dovuto danno alla Natura quanto al suo Profeta) al fine, - cioè nella certa fine - d’ogni più nobile èra, dell’industrioso suono d’un Tempo per sempre smarrito, seppur ci dicono, rinomato, nonché illustre altolocato richiesto sommo artigiano…

 

…E hora a lui rispondiamo, un vero peccato che l’antico mestiere d’artigiano perso, seppur barattato con una diversa Arte da Tribunale… 




Nei primi secoli la musica si studiava come scienza matematica; e nelle chiese e nelle scuole delle vecchie Abbazie ove era rimasta la tradizione, attraverso il canto liturgico di quei lontani inni Orientali e Greci, che avevano meravigliato il mondo. In quegli asili di pace, oasi in mezzo al mondo imbarbarito, si conservavano le gemme preziose dell’umano intelletto; e forse le cantilene di Orfeo, risuonavano ancora dinanzi agli altari.     



           

Baaam, baaam, boom, biiiim, baaammm...

 

Basta, basta, basta! Smettetela di martellare su quelle incudini! Non sopporto tutto questo frastuono!

 

Pitagora aprì gli occhi. Era sudato. Quel principio d'estate era più caldo del solito. E da qualche giorno il maestro si svegliava col rimbombo di quel suono metallico nelle orecchie. Da quando avevano cambiato il percorso mattutino per raggiungere la scuola, la notte continuava a sognare la scena in cui lui, Eratocle e Filolao passavano davanti alla bottega di Gerone vicino al tempietto di Eracle e le loro voci venivano sopraffatte dal fragore delle martellate del fabbro e dei suoi apprendisti.

 

Pitagora girò lo sguardo verso sua moglie che stava ancora dormendo. Mentre si alzava dal letto sentì rumori dal piano inferiore. Inspirò profondamente e le narici gli si riempirono del profumo di pani appena sfornati. Il suo servitore, Trasibulo, era già all'opera. Uscendo dalla camera, Pitagora sentì la piccola Muia che si lamentava nel sonno.

 

Anche lei da qualche giorno era un po' irrequieta.

 

Scese in cucina dove Trasibulo gli aveva già imbandito la tavola.




Il vostro pasto è pronto, maestro, fece il servitore indicando sul tavolo la maza spalmata di miele e la coppa di ciceone. Pitagora rispose con un cenno del capo mentre l'uomo usciva per avviarsi alla scuola.

 

Mangiò e bevve con lentezza. Finita colazione, mentre indossava il chitone, Pitagora sentì risuonare le voci familiari di Eratocle e Filolao.

 

‘Buongiorno, maestro, spero che abbiate trascorso una buona nottata’.

 

‘Non direi’,

 

rispose Pitagora.

 

‘Sento di continuo il rimbombo del martellare del fabbro. E la tua gamba come va, Filolao?’

 

‘Mi duole ancora, maestro. Spero non vi dispiaccia se anche stamani vi chiedo di percorrere il sentiero lungo’

 

‘Non ce la farei a salire per la ripida scorciatoia’

 

Pitagora lo guardò con un misto di comprensione e fastidio:

 

‘Non mi spiace’,

 

rispose secco.




Prima di uscire, il maestro si mise in testa il petaso di paglia. Era ancora presto ma il sole era già abbastanza alto sull'orizzonte. La giornata era serena e il solstizio alle porte.

 

Filolao notò che Eratocle si schermava gli occhi con una mano.

 

‘Eratocle, non capisco perché ti ostini a indossare il pileo anche in queste lunghe giornate di sole. Non trovi che le larghe falde di un petaso ti riparerebbero meglio dalla luce?’

 

‘Il pileo è tradizione della mia famiglia. È una delle poche cose che mi ricordano l'infanzia a Samo. E proprio per questo non ci rinuncio’

 

Una piacevole brezza rendeva il caldo sopportabile e increspava la superficie dello Ionio. I tre uomini s'incamminarono verso la scuola. Filolao zoppicava vistosamente.

 

Troppo poco tempo era passato dall'infortunio durante l'allenamento con Milone. Forse la partecipazione ai giochi olimpici era definitivamente compromessa.

 

‘Non sarà poi così male rimanere a Crotone con Eratocle e gli altri’,

 

…tentò di consolarsi.

 

Svoltato l'angolo si avvicinavano al tempietto di Eracle.




 Si cominciava a intravedere in lontananza la grossa schiena nuda di Gerone che, sulla soglia della bottega, si fletteva, lucida di sudore, ad accompagnare i colpi con cui il fabbro forgiava una spada.

 

L’aria aveva cominciato ad assumere un retrogusto di metallo incandescente e, man mano che i tre si avvicinavano, il clangore delle martellate si faceva più forte.

 

Baaam, boom, baaam, boom, biiiim, baaammm ...

 

Nel tratto di strada tra il tempietto e la bottega, Pitagora si mostrava sempre un po' inquieto. Inquieto ma concentrato: tutta la sua attenzione pareva rivolta al lavoro di Gerone. Il maestro sembrava magnetizzato dai gesti del fabbro. Quel giorno, senza nessun preavviso, deviò dal proprio cammino e s'infilò nella bottega. Eratocle e Filolao si scambiarono uno sguardo perplesso e lo seguirono.

 

‘Benvenuto maestro. La mia officina è a vostra disposizione’,

 

lo accolse Gerone con dignità, che non celò del tutto sorpresa e deferenza.




Pitagora sembrò non badare all'uomo: spostava in continuazione gli occhi da un martellato re all'altro al ritmo dei loro colpi.

 

Baaam, boom, baaam, booom, biiim, baaam, booom, baaammm.

 

‘Maestro, volevate chiedere qualcosa a mastro Gerone?’,

 

lo sollecitò Eratocle.

 

Pitagora ignorò anche lui e tenne lo sguardo fisso sui tre apprendisti che lavoravano con martelli e incudini di dimensioni diverse. Un sorriso gli illuminò il volto e gli occhi si fecero più luminosi. Poi, all'improvviso Pitagora inarcò le sopracciglia, aprì la bocca e inspirò profondamente:

 

‘Oh Zeus! Padre di tutti gli Dèi!’

 

Sotto lo sguardo di tutti, si avvicinò al più nerboruto dei tre che di conseguenza smise di martellare, presto imitato dagli altri. Per quanto sovrastasse la figura di Pitagora, l'apprendista sembrava a disagio e sorrideva imbarazzato.




‘Come ti chiami, ragazzo?’.

 

‘Coglione, maestro, anche se per le cronache o negli spartiti, o forse solo partiti per altri lidi, di brevi frammentati messaggini… non esistiamo, quali poveri operai… oppure manovali!’

 

…rispose il giovane con voce profonda mentre alcune gocce di sudore gli cadevano dal naso.

 

‘E voi due? Quali sono i vostri nomi?’

 

‘Basilico, per servirvi’

 

‘Se non sbaglio, Coglione, la tua incudine e il tuo martello sono più grandi di quelli di Basilico e Prezzemolo’.

 

‘Sì, maestro, questi sono gli arnesi per forgiare le armature e padelle nonché ruote dei carri armati’,

 

…rispose Coglione…




‘Sono i più grandi di tutti, se escludiamo quelli di mastro Gerone, naturalmente’

 

‘E quelli di Coglione Basilico e Prezzemolo a che cosa servono?’

 

‘Con gli arnesi di Basilico, che sono poco più piccoli di quelli di Coglione, forgiamo spade e spiedini, intervenne Gerone, mentre Coglione si sta occupando dei ferri di cavallo con brevi rintocchi’ 

 

‘Coglione, potresti colpire la tua incudine?’,

 

chiese Pitagora.

 

Il giovane sferrò una martellata sulla sua incudine, fino quasi al piede!

 

baaammm

 

‘E ora tu, colpisci la tua’.




‘E ora insieme!’.

 

baaammm

 

biiimmmm

 

Pitagora si girò verso i suoi allievi con un sorriso serafico.

 

‘Sentite che Armonia?

 

‘Sentite come si fondono questi Elevati Suoni Armonici…’…


(F. Ubaldini)


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martedì 15 giugno 2021

UNO STRUMENTO PER FARE STRUMENTI (19)

 










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Considerazioni post-mortem (15/18)


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Uno strumento per fare strumenti (20)


& Lo strumento (al completo...)


& ancora nella miniera del fabbro (21)








Sulla lunga strada della mia Histoire, nei trent’anni che le ho dedicato, questa orribile letteratura di streghe e stregoni, non meno di sciamani in nome e per conto della Natura, mi è passata e ripassata spesso tra le mani. Prima ho esaurito i manuali dell’Inquisizione, le asinerie dei domenicani (Flagelli, Martelli, Formicai, Fustigazioni, Lanterne, eccetera, sono i titoli dei loro libri). Poi ho letto i parlamentari, i laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro, quasi li eguagliano in idiozia.

 

Ne accenno altrove.

 

Qui noto soltanto che, dal l300 al 1600, e oltre, la giustizia è identica.

 

Anzi indistinguibile nei tratti protratti circa medesima continuità riscontrabile in taluni - o troppi - odierni medesimi procedimenti con cui si distingue - o dovrebbe - l’Armonia della Storia la quale PEGGIORA!

 

È stupefacente vedere in questi Tempi vagamente accennati e tanto vari, questi uomini di culture diverse non riuscire ad andare avanti. Poi si capisce bene che gli uni e gli altri sono impediti: nani avversi agli DEI DELL’IMMACOLATA NATURA, accecati, giacché il veleno del loro principio li rende ubriachi e selvaggi.

 

Questo principio è dogma e figlio violento di una radicale ingiustizia:

 

Tutti perduti, non solo puniti, ma degni d’esserlo, GUASTI A PRIORI E CORROTTI, morti a Dio ancor prima di nascere.

 

Il poppante è un dannato.




Due cose si possono dire su quest’antica odierna epoca, non contraddittorie: lo spirito di Satana ha vinto (seppur un poco appestato e afflitto!), ma è morta la stregoneria... 

 

"Chi male intende il suon non entri in danza

 

Perchè chi non va a tempo e noi com parte

 

Manca reputazion, grazia e sostanza"…




 Il suono d’un tamburo annunziava l’Opera creata e Frammentata nell’Arte segreta della sonorità non ancora Parola, in Armonia non l’intero Creato…: il Maestro costruisce la propria ed altrui Rima accordando lo strumento per fare strumenti…

 

…Quanto sopra è forse sufficiente per indicare il segreto di Stradivari, o addirittura di uno qualsiasi degli altri maestri italiani, grandi o piccoli, fosse stato scoperto con la misurazione del calibro. È strano che l’impressione abbia dominato così fortemente che il genio del grande  maestro giaceva nel suo modo di distribuire le parti spesse e sottili del tavolo superiore e inferiore.

 

Il primo pensiero in questa direzione sarebbe, che se la teoria fosse buona, la sua applicazione pratica con abilità e cura ordinaria avrebbe sicuramente portato al risultato desiderato.

 

Ma più di questo è stato fatto sperimentando di volta in volta su originali e copie.

 

Nel raggio di un miglio da Charing Cross non mancano operai capaci di calibrare e copiare con sufficiente esattezza gli spessori di qualunque Stradivari portati loro, compresi i mezzi necessari per riprodurre le famose qualità del grande Cremonese. Sembra si sia dimenticato che centinaia di abili ‘operai’ ma non certo artigiani vivono su codesto accorgimento figlio del proprio tempo contraffatto e ridistribuito in circuito prestampato posto nelle alterne odierne turbine forzate o illuminate di oscure vicende alla mercé di un Dio prometeico dedotto, nell’ovvio intento non certo naturale qual Arte rubata all’Artigiano.




 Rivolgiamo per un momento il pensiero alla natura dei materiali compresi nella somma totale della struttura nota come violino.

 

Abbiamo per il tavolo superiore, o frontale, una sottile lastra di legno nota come Pino, da una specie di albero che cresce in tutto il mondo.

 

Le varietà, tuttavia, sono innumerevoli e altrettanto lo sono gli scopi a cui sono destinate. Per il tavolo inferiore, o schienale, viene utilizzato un legno più denso e tenace. Che il particolare tipo impiegato nella costruzione dei celebri strumenti dei grandi maestri, e soprattutto quello detto acero riccio o legno di lepre, fosse principalmente per la sua bellezza, è evidente dal fatto che tutti i migliori liutai italiani avevano ricorso a volte ad altri legni meno appariscenti.

 

Il Faggio è stato occasionalmente utilizzato da Carlo Bergonzi. Altri legni duri coltivati ​​in Italia, anche il Pioppo, sono stati utilizzati da alcuni produttori, apparentemente quando la fornitura di materiale dall’aspetto migliore si è esaurita. È più che probabile che esistano alcuni Stradivari con il fondo di un legno semplice diverso dall’acero.

 

Abbiamo, quindi, per la tavola superiore del violino un legno di consistenza morbida ma elastica, la cui forza risiede principalmente nei fili che corrono longitudinalmente, e che, quando il legno è tagliato nel modo usuale con tutti i liutai fin dalla sua invenzione, servono allo scopo di piccoli travetti che corrono da un capo all’altro del tavolo superiore.




Il materiale morbido che si trova tra questi è molto suscettibile all’umidità, soprattutto se tagliato da poco, quindi, se un pezzo di Pino viene tagliato in modo così liscio con una sgorbia affilata o uno scalpello, un pennello leggermente bagnato disegnato lungo la superficie farà immediatamente gonfiare le parti più morbide e lasciare un aspetto a coste o velluto quando è asciutto .

 

Ciò servirà a mostrare fino a che punto questo legno è adatto a regolare con differenze così minime come sarebbe necessario quando si confida la Teoria degli spessori e si cerca di ridurla alla pratica.

 

Tra le mie prime conoscenze musicali, infatti, ricordo un violinista dilettante che esaltava la potenza del suo Stradivari, affermando che è dovuta in gran parte al fatto che fosse stato lavorato dal costruttore tutt’intorno vicino al confine. Di ciò, senza dubbio, molti dilettanti ne erano a conoscenza, riconoscendo in opposizione a quella che era stata accettata come regola generalmente osservata da Stradivari, che l’arcata nel suo spessore diminuiva dolcemente verso il confine dove era circa un terzo in meno rispetto al centro.

 

Si diceva che questa delicata gradazione fosse la causa della bella qualità setosa e simpatica verso la Natura del suono interpretato e dedotto, così evidentemente caratteristica dei suoi strumenti. La spiegazione della causa in azione, come la chiamerebbero i meccanici italiani, ovvero era quella di tagliare il legno fino a renderlo più sottile nella parte tutt’intorno dai piedi del ponte e più spesso dalle ali inferiori dei fori di risonanza.




Allora attraversiamo il Ponte del Diavolo, in questo deambulare e viaggiare…

 

…Pontresina, col suo nome antico che significa ‘Ponte della Rezia’, è posta nel punto migliore, quello in cui s’incontrano i due torrenti e le due strade dei ghiacciai principali. Ho visto paesaggi più grandi, nessuno più armonioso, meglio composto e meglio fatto per il pittore di quello del Roseg, lo stupendo ghiacciaio che da Pontresina si scorge al di sopra di quei torrenti.

 

Grazie a degli ottimi amici, che si sacrificarono personalmente per dare a me un posto migliore in cui lavorare, avevo una bellissima camera, soleggiata e spaziosa, in cui potevo leggere, scrivere, meditare a mio agio. Avevo una finestra a levante e una a sud. E l’una e l’altra erano due quadri. A sud il Roseg, posto ad una distanza ideale in fondo ad un vallone sinuoso, alla sua destra e alla sua sinistra boschi, e lungo il torrente un prato che porta a Saint-Moritz. A levante, la strada che sale dolcemente a Pontresina alta, il bello e silenzioso villaggio di cui ho parlato, e poi il ghiacciaio di Morterasch, che di lì non si scorge. Dello stesso villaggio non si vede altro che il punto culminare a mezza costa: la sua chiesa dei morti, costruita poco prima del 1500.

 

…Avevo ripreso le mie abitudini….

 

Al mattino restavo in casa, leggevo lavoravo. Il mio libro, in quel momento, era la dotta ‘Geografia botanica’, ed un giorno vi lessi un’affermazione che mi fece molto riflettere e che posso riassumere in questi termini:




 La volgarità prevarrà, conquisterà, invaderà il mondo intero…

 

Le piante comuni a diversi paesi diventeranno più numerose. Verrà meno l’originalità della flora locale.

 

Le piante dei Sentieri, delle colture ecc. caratterizzeranno il nostro tempo; quelle delle foreste e delle montagne si ridurranno sempre di più…

 

In quanto esse appartengono ad un antico stato di cose, e fanno posto a un assetto nuovo.

 

All’antico ed Eretico stato di cose, in cui tutti gli ambienti erano contrassegnati da caratteristiche originali, potentemente distintive, succederà uno stato nuovo, apparentemente più ricco ma molto molto meno vario, in cui tutti gli ambienti tenderanno volente o nolente ad assomigliarsi tra loro, la vita in pratica sarà omologata ad un unico standard e la varietà come la cultura che per sempre la contraddistinta nel libero arbitrio della natura per il diletto di ciò che impropriamente nominato ricchezza scomparirà al suo posto guerra e catastrofe.




 Ma è pur vero che la vita logora con il costante suo non progredire ma ciò di cui satura come falso ‘progresso’ alieno alla spirale di cui il mio libro di botanica e geologia, ed i suoi vari e smisurati bisogni (di chi agisce in vero difetto di pensiero mosso unicamente dall’istinto senza neppur aver letto un albero una foglia un tomo da cui si è soliti narrare la verità circa la vita…), fanno contro gli alberi una guerra universale: e questa è una cosa che si può scorgere dappertutto.

 

Ed io so (anzi noi sappiamo ora qui e dovunque  accompagnato dal mio amico…), perché questo avvenga, la (difficile) condizione fondamentale sarebbe quella di fermare un momento la ruota vertiginosa dell’avidità divenuta sola e concreta attività esteriore, la quale ci trascina lontano, mantiene il nostro sguardo fisso al di fuori di noi e distolto da noi stessi.

 

Ah, perché non posso regalare, agli uomini che potrebbero promuovere il nostro comune rinnovamento, qualcuna di quelle mistiche visioni accennate in compagnia dell’insolito viandante senza Tempo e Luogo su cui soffrire le pene della morte nel Teschio di ciò cui si comporrà la vita ed il Dio che così la ben dipinta.

 

Il segreto delle Visioni di cui si parla, ed da cui talvolta esuliamo entrambi dalla grammatica così come composta dal cacciatore o inquisitore per medesima via, e non senza ragione ma senza poterselo bene e chiaramente spiegare in questa stessa vita, il mondo antico: ciò che gli uomini di quel Tempo facevano dire al veggente comune passo condiviso con il mio amico: con lo sguardo imparare a penetrare attraverso i corpi materiali e così facendo scoprire la Natura esterna e quella in noi stessi di medesimo principio… 

(J. Michelet)




Le questioni ambientali sono prepotentemente balzate all’attenzione pubblica da poco tempo, ma sono di indubbia importanza in relazione al rapido deterioramento di molte situazioni: si consideri che, nel brevissimo corso degli ultimi 50 anni, l’inquinamento ha prodotto effetti maggiori di quelli verificatisi nei precedenti secoli presi globalmente.

 

La costante ricorrenza del fenomeno è tale, che è possibile considerare questi parametri come caratteristici di una stazione, così che si comincia a parlare di climatologia chimica. Conseguenze negative – ormai comuni e frequenti – si verificano sulla salute umana: in particolare, si tratta di disturbi dell’apparato respiratorio, dal momento che è stato accertato l’aumento dei casi di asma e di allergia nei paesi industrializzati (e inquinati).

 

Non sono, poi, da trascurare gli effetti su materiali e manufatti (si ricordino le notizie preoccupanti relative al complesso monumentale dell’Acropoli di Atene e ai cavalli in bronzo della Basilica di San Marco a Venezia), sul clima e sulla vegetazione. È appunto quest’ultimo argomento che viene trattato qui. Solo alcuni di tali temi sono di pubblico dominio e, pertanto, il problema attuale è quello di rendere manifesto alla popolazione e ai decisori che il degrado ambientale danneggia anche le piante.

 

L’igienista G.B. Simon giustamente ha osservato:

 

se le esalazioni industriali sono nocive per la vegetazione, a maggior ragione esse saranno sconsigliabili per l’uomo.

 

Le conseguenze ecologiche dell’inquinamento possono essere disastrose: vi sono aree prossime a sorgenti di grande portata in cui non è pensabile allevare proficuamente colture agrarie. Le implicazioni, anche sociali, di questi problemi dovrebbero essere adeguatamente considerate.


(Prosegue...)








 

domenica 13 giugno 2021

IL RACCONTO DELLA DOMENICA, ovvero LA NATURA (28)

 

























Precedenti capitoli:


Della Domenica (26/7)


& Considerazioni Post-Mortem (15/7)


Prosegue con...:


Il Racconto della Domenica


ovvero: [la Natura "stregata"] (29)


& con uno strumento per fare strumenti 









L’uomo caccia e lotta. Donna Natura gioca d’ingegno, immagina; genera sogni e dei. Dei giorni è veggente...

 

Possiede le ali infinite del desiderio e del sogno.

 

Per meglio valutare i tempi, osserva il cielo. Ma alla terra non offre meno cuore. Gli occhi chini sui teneri fiori, giovane e fiore anch’essa, ne fa conoscenza personale.

 

Donna Natura, chiede loro di guarire chi ama.




E d’appestare chi la odia!

 

Semplice e commovente inizio di religioni e scienze.

 

Più avanti tutto si separa; vedremo sorgere lo specialista, ciarlatano, medico della favella, curatore appestato per propria natura terrena, preservare la mente e il corpo da Madre Natura.

 

Ma in principio, Donna Natura è tutto.




Una religione potente e vitale, come il paganesimo greco, ha inizio dalla sibilla, termine nella strega. La prima, vergine bella Natura, in pieno sole, lo cullò, gli diede incanto e aureola. Più tardi, decaduto, malato, nelle tenebre medievali, tra le lande e i boschi, la strega figlia e di Madre Natura  lo riparò, dalla sua coraggiosa pietà gli venne il nutrimento, di cui continuò a vivere.

 

Ecco che, per le religioni, la donna è madre Natura, amorosa custode e nutrice fedele. Gli dèi sono come gli uomini; le nascono e muoiono in grembo. Quanto la fedeltà le costa!

 

Regine, magi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, che siete ormai?




Che barbara metamorfosi.

 

Quella che, dal trono d’Oriente, insegnò le virtù delle piante e il cammino delle stelle che, al tripode di Delfi, splendida del dio di luce, porgeva oracoli al mondo prostrato, questa, mille anni più tardi, la si caccia come fosse una bestia selvaggia, è inseguita agli angoli delle strade, umiliata, straziata, lapidata, piegata sui carboni ardenti.

 

Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch’esso) la lapida con un’altra pietra, ancora più crudele per donna Natura.




Suppone, chissà perché?, che fosse sempre laida e vecchia.

 

Alla parola Strega, appaiono le orrende vecchie di Macbeth. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle….

 

La Sibilla prediva la sorte, la Strega la fa. Ecco la grande, autentica differenza. Lei chiama, cospira, opera il destino. Non è l’antica Cassandra che tanto bene conosceva l’avvenire, lo lamentava, l’attendeva. Lei lo crea.




Più di Circe, di Medea, possiede la verga del miracolo naturale, e per sostegno e sorella ha la Natura. Tratti del Prometeo moderno son già suoi. Con lei ha inizio la scienza arcana e sovrana, che guarisce, rinnova l’uomo. Al contrario della sibilla, che sembrava osservare l’aurora, lei osserva il tramonto: ma è proprio il grigio tramonto ad offrire molto prima dell’aurora, un’alba precoce del giorno.

 

Il prete intuisce tutto il pericolo, il nemico; la Natura, la temibile rivalità è in lei, che lui mostra di disprezzare, la sacerdotessa della Natura.

 

Prega di rimando la Madonna!




Dagli dèi antichi, ha forgiato nuovi dèi. Accanto al Satana del passato, vediamo nascere in lei un Satana del futuro.

 

Le imputate Nature, se possono, prevengono la tortura e si uccidono. Ovvero si negano alla socialità del loro Dio!

 

Ululano ed imprecano rovina alla vista di cotal terrena bestemmia!

 

Il Cavaliere, l’insigne sindaco Lombardo, che ne bruciò ottocento tutte viste fitte nei Boschi e Selve quali Abeti Faggi e altri arbusti, di questo terrore è orgoglioso.

 

Con il fuoco fa splendere la brace di altri disgraziati!


 

La mia giustizia è tanto buona

 

Dice…

 

...che sedici, decapitate l’altro giorno, non attesero, si strozzarono prima, affinché mai cantino i loro deliri…



 

Sulla lunga strada della mia Histoire, nei trent’anni che le ho dedicato, questa orribile letteratura di streghe e stregoni, non meno di sciamani in nome e per conto della Natura, mi è passata e ripassata spesso tra le mani. Prima ho esaurito i manuali dell’Inquisizione, le asinerie dei domenicani (Flagelli, Martelli, Formicai, Fustigazioni, Lanterne, eccetera, sono i titoli dei loro libri). Poi ho letto i parlamentari, i laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro, quasi li eguagliano in idiozia....


(Prosegue...)