giuliano

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IL TOMO

lunedì 27 settembre 2021

LA PERCEZIONE DELLA REALTA' (42)

 






























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Del patto alchemico (41)  (40)  (39)  (38)


Prosegue con la....:


Vostra 'parola' circa la realtà (43)








& una sua visione della stessa...









L’Essere nudo perciò non solo non è un limite esterno a me, ma non è nemmeno un limite esterno alla vita. Essere nudo è un limite interno alla mia vita. La strategia di questo discorso affronta dei luoghi nodali della tradizione filosofica, affronta l’argomento del Cogito cartesiano: penso dunque sono.

 

Derrida commenta la formula cartesiana dicendo che Descartes dice di essere pensiero.

 

Derrida dice invece di essere vita.

 

Dice di essere un vivente, un animale: ‘L’animale che dunque sono’. La vita che dunque sono. ‘Sono la vita’: l’animale è lo schermo e la cerniera di tale affermazione.

 

L’assenza di parola negli animali ci perseguita, ‘l’uomo è dopo l’animale. Lo segue. Questo dopo della sequenza, della conseguenza, o della persecuzione, non è nel tempo, non è temporale: è la genesi stessa del tempo’.

 

Il tempo non è l’ambito di scorrimento dei pensieri e degli atti degli uomini, ma il limite interno alla mia parola. Il tempo cioè occupa lo stesso luogo (?) del mio non sapermi che è in rapporto al mio essere vivente.




Il concetto di essere generato costituisce insieme il sorgere della responsabilità che è anche, al tempo stesso, colpa e debito. Fa parte della responsabilità come aspetto originario della vergogna e del pudore interrogarsi sull’animale in quanto parola.

 

‘L’animale, che parola!’

 

Derrida conia ironicamente il termine animot (ani – mot) come una modalità linguisticamente più rigorosa di nominare l’animale. L’animale infatti, diverso da me e fuori da me, si costituisce in quanto parola, ‘una parola, l’animale, un nome che gli uomini hanno istituito, un nome che essi si sono presi il diritto e l’autorità di dare all’altro vivente’.

 

Non c’è l’animale, ma ci sono dei viventi, in rapporto storico, con l’uomo. L’animale è una parola con cui l’uomo si assicura di un dominio su di sé.

 

Questa strategia di attraversamento dell’animale come parola, dell’‘animot’, è in grado di spiazzare radicalmente il clima culturale e il dibattito odierno sul rapporto tra l’uomo e l’animale, la questione della parola nell’animale.




 Tutti i filosofi che interroghiamo (da Aristotele a Lacan, passando da Descartes, Kant, Heidegger, Lévinas), tutti dicono la stessa cosa:

 

‘l’animale è senza linguaggio’.

 

O, più precisamente è senza risposta, intendendo per risposta qualcosa che si distacca precisamente e rigorosamente dalla reazione:

 

‘gli animali sono privi del diritto e della capacità di rispondere’.

 

E quindi anche di tante altre cose che sarebbero il proprio dell’uomo.

 

Gli uomini sarebbero innanzitutto quei viventi che si sono dati la parola per parlare univocamente dell’animale e per designare in lui quell’unico essere che sarebbe rimasto senza risposta, senza parole per rispondere. […] Dipenderebbe da questa parola, o forse si coagulerebbe in questa parola, l’animale, e gli uomini se la sono data con l’intento di identificarsi, di riconoscersi in vista di essere ciò che si dicono di essere, degli uomini, capaci di rispondere e rispondenti al nome di uomini.




L’animale in quanto ‘parola’ costituisce, nella logica di tale discorso, il punto e il mezzo identificativo della coscienza di sé.

 

L’animale in quanto ‘parola’, sottolineo, in quanto parola è lo strumento dell’identificazione come nominazione di sé. Non si dà la parola ‘uomo’, non si dà identità come uomo al di là della relazione strutturale con la parola animale. A quell’animale indicato dalla ‘parola animale’ è originariamente tolto, con questo atto, il ‘potere della parola’.

 

Preventivamente al fatto che l’animale non parla.

 

Che l’animale si ostina a non parlare.




Motivo della presente introduzione nella successiva differenza posta esplicitata come disquisita nei contesti della Logica, quindi della Filosofia, seppure indistintamente consumata dalla Parola, o meglio ancora, ‘masticata’ qual atto di improprio ‘consumo’ nella presunta differenza detta, per la sopravvivenza, ne più ne meno della differenza da cui la bestia, la quale anch’essa consumando con ugual appetito mai precipiterebbe l’umano nell’abisso colmato dal grido a lei offerto d’aiuto.

 

Di certo, immaginiamo la suddetta bestia soccorrerlo come al meglio può, pur digiuna comandata e confinata ai vari altari del tempio (ce ne sono tanti che abbiamo smesso di contarli); negli alternati tempi di cui eterna preda abdicata alla più dotta e mirata parola (mai sia detta ammirata, il pasto consumato all’hora del sacrifizio non comporta cotal basso istinto dell’arte confinata all’eremo rifugio della bestia, quando medita senza ‘parola’ alcuna l’intera Natura!).

 

Di certo conosciamo atti eroici in questo senso, da cui il sacrificio sottratto al sogno di Isacco.

 

Di certo, pur senza ‘parola’ alcuna, scrive i più bei esempi della civiltà - che al meglio o al peggio - vi contraddistingue e in qual tempo condanna, nell’eroico altruismo, nella violata purezza elevata sino al settimo cielo. Quello, per intenderci, più avvelenato e appestato qual frutto della ‘parola’ come dell’elevato ‘pensiero’ che la ispira.




Ed ove, se osservate bene, dotti principi e commedianti, in mancanza di quest’ultimo o primo Elemento appena detto, scorgono, o almeno intendono oppure sottintendendo, nel nuovo grado evolutivo che li eleva dalla povertà alla nuova ricchezza, il principio dell’abisso donato dalla stessa dotta ‘parola’, culminare o precipitare, dipende molto dalla prospettiva come dall’anamorfico disgiunto specchio di se medesimo, sino nella Terra più profonda d’un'infernale soffocato urlo.

 

Da cui le note Danze della Morte, contarne ed edificarne come l’affrescarne gesta e ultime glorie!

 

Immerse nella prospettiva divenuta icona, in quanto come abbiamo detto, pur non dicendo - ‘ovvero nulla’ - in quanto sprovvisti del diritto della ‘parola’ in quanto bestie, le quali assistono al compimento della prematura morte per sopraggiunto soffocamento, dato da una meteora senza anch’essa parola alcuna.   




La quale, non volendo, innesca antico dibattito, il quale dibattito coinvolge l’intera Natura e non solo umana, e dall’ ‘umano uomo’ percepita, intuita, cogitata,  rapportata ‘recintata’, nonché ‘confinata’ ad una determinata Filosofia o Teologia.

 

Quindi ed innanzitutto, scorgiamo la paradossale condizione umana, la quale principiando il diritto sulla Natura come la dovuta interpretazione del Dio che così l’ha pur creata, con tutto ciò che ne deriva circa la ‘divina parola interpretata’; e nel corso dei secoli, ovvero da quando dotato di Pensiero cogitante e parola, non meno del Verbo, ha quindi sentenziato sancito e scritto il proprio ed altrui delirante dominio.

 

Quindi ed ancora, il primo ‘assunto’ qual odierno quotidiano paradossale argomento dell’apostrofato Abisso, da cui l’Apocalisse e l’intera Natura priva di ‘parola’ alcuna nella lacuna in cui posta, sancita (paradossalmente) dalla stessa ‘icona’ (ovvero 'simbolo' assente all'atto della cogitata ‘parola’), confinare l’umano nel proprio ed altrui precipizio, da chi al di sopra della legge, come lo stesso Derrida paragona e congiunge (in ugual icona) il Sovrano con la bestia.




L’unione del filosofo nell’arguta interpretazione della Società nel tempo costruito per identico ugual intento di sopravvivenza, ci sembra la migliore definizione per inserirla a Ragione nell’odierno contesto.

 

Da cui l’uomo sovrano e la bestia!

 

Ovvero, rovesciando le successive considerazioni scritte in identiche prospettive nate da punti di fuga, circa ricchezza e povertà [di mondo], andremo a verificare, chi in realtà in povertà di mondo, e chi, al contrario, nella ricchezza pur senza parola o oro alcuno contarne il merito della differenza  [con la quale si èra soliti coniare e misurare nonché forgiare e stampare la stessa da cui opposta appartenenza].

 

Quindi, solo dopo le argute dotte argomentazioni dedotte ‘con e nella parola’, sancite nel diritto del Verbo, espresse con la Logica del Pensiero, cogliamo la marginalità dell’uomo nella percezione dell’intero Creato.

 

Quindi della vera realtà in cui confinato come una lucertola su una pietra opposta!




Quindi, ed ancora, ci domandiamo, e da animali non più intendiamo, qual uomini lupi e bestie esclusi dal dotto discernimento circa parola e pensiero abdicato ad una comitiva di coloni ubriachi, quanto, in verità e per il vero, l’uomo con il dono del pensiero come della parola percepisce intende e traduce quindi sottoscrive, la realtà del mondo intero.

 

Da noi povere bestie in ugual o diverso tempo osservato!

 

Sopra un albero, dentro una Selva, a volo d’angelo da una Cima, da un mare in odor di tempesta, dal fondo di una corrente ugualmente alternata la quale anch’essa mutata, dal nido riparo d’una roccia, dalla corsa d’un ungulato ucciso nell’istinto del primo pensiero, eretto alla sala del fiero ingordo paladino, adornare, incorniciato, l’icona della parola masticata!

 

Fors’anche abbrutita!

 

 Osservandolo di nascosto, dicevo e dico ancora, nelle coloniche profetiche apparizioni del nuovo èvo dato, ci sembra di scorgere l’animale che mai è appartenuto fors’anche nato o evoluto nell’intero contesto Creato.




Ovvero l’animale che mai siamo stati e diverremo, preferiamo l’assenza di parola come di ugual pensiero, e mai diverremmo ho appena detto e ripeto, secondo l’esempio dedotto e osservato.

 

Scrutando le alcoliche appestate viscere di quest’essere ci sembra di scorgere l’atto privo di pensiero comandato e dedotto da una impropria intelligenza artificiale ispirato, coniare tempo in procinto   dell’attentata Natura, la quale intimorita incarica parola.

 

Avendoli osservati come un animale privo della parola, da più accreditati ‘dotti’ sottratta, in nome e per conto della disquisita disuguaglianza, e pur disquisendo sulla stessa sostanza eretta o sorretta con illuminati retti principi d’un fine congiunto, e quindi come dicevo, in questo piccolo paese oppure bosco [circa ricchezza e povertà di mondo interpretata nonché applicata sancito dal principio della parola], oppure tana e non più riparo, senza diritto ad alcuna più elevata grammatica con la quale cementano - edificando - medesimo intento su ugual sentiero posto; ove mi trovo non avendo diritto alcuno alla esiliata parola detta, circa comune principio e differenza, in nome e per conto della più elevata Natura e Dio, pur senza il dio di chi impropriamente la dispensa oppure ne eleva lo spettro dell’umano demoniaco opposto principio alieno alla Terra, così come alla Parola.




 Giacché talvolta in taluni luoghi preferiamo il sublime superiore primo Silenzio qual vero esempio rispetto all’ingorda ubriaca elevata parola data da siffatto ingegno!

 

Paradossalmente coniugo infruttuoso ‘Verso’ nel principio comandato per incarico della stessa ugual ‘Natura-animale’, la quale sancisce l’enorme differenza fra chi posto nel superiore diritto della ‘parola’, con i propri proclami scritti nel sangue dell’Abisso in cui precipitato, motivo dell’urgenza nei termini disgiunti dalla stessa, posta non più nel detto ‘verso’ bensì nell’articolato linguaggio; qual reclamata improvvisa assommata calamità - quindi povertà - paradossalmente offerta dall’unione degli Elementi (da cui anche la bestia) ‘sacrificati’ qual vera e sana ricchezza mal interpretata nutrire la ‘parola’.

 

 E purtroppo condannati alla povertà assoluta.

 

La quale (umana) ‘parola’ - altresì - lo distingue dal suo stesso ‘oggetto-soggetto’ ‘assoggettato’ non cosciente di se medesimo; così come, in paradossale verità ivi esposta al rancore della futura ‘parola’, poste entrambe nell’Essere del Tempo contato coniato e numerato in cui quest’ultimo (uomo) precipitato.




Ovvero, il mondo da cui proviene assoggettato all’istinto dell’elevata ‘parola’, il quale si consegna alla disgrazia del nuovo congiunto ‘verbo’ del tempio, scritto nell’unanime baratro di ciò che in grazia della stessa (‘parola’), evoluto; e chi, al contrario, - nella differenza - senza ‘parola alcuna’, povero di mondo!

 

Dacché ci sorge la certezza di ciò con cui definito, sottratto alla Logica del Pensiero e della Parola, di cui l’odierna umana superiorità per ogni Natura; in realtà ben al di sotto circa la dovuta percezione del mondo, ovvero di ciò da cui moneta e dominio nei secoli fagocitati per ogni Elemento della stessa, derivanti dall’impedimento espresso nei termini di ‘pensiero e parola’.

 

Quindi nell’essere ed appartenere al mondo strato su strato, elemento su elemento, dall’Alto dell’Universo, sino al mare più profondo; ove se non più cammina nuota come l’antico comune antenato da cui derivata presunta parola, può rinascere delfino e vedersi allo specchio di un delirante destino, mentre lo stesso animale lo attende con l’arpione uncinato del proprio pensiero macellare ciò che intendiamo qual Viaggio terreno.

 

Medesimo Viaggio di Ulisse.




Il quale però, l’uomo cieco per sua Natura e senza percezione alcuna della realtà, ma colmo della 'poesia' della propria dottrina, macella ogni Ulisse il quale nel perenne Viaggio della Parola, pur non essendo da Nessuno cogitata o dedotta neppure cantata, ne fa’ fiero macello in nome delle più antiche odi di guerra, sia contro se medesimo, come della più nobile patria di cui più nessuna Natura udita o cantata.

 

Questo di certo uno dei tanti esempi, per non parlare di coloro che intonano digiunata appestata Poesia, i quali anche loro come Ulisse si accingono al lungo Viaggio in alto nei pregati e congiunto cieli di Adamo, scorti da moderne parabole a portata di bestiale mano, i quali pur recitando elevato Pensiero nella certezza dell’inspiegabile direzione del Tempo (dall’umano non ancora capito ne intuito), da un procio [chiamarlo con il suo nome ci pare cosa conveniente] viene colpito nell’atto della retta Natura superiore alla capacità eterna mira dell’uomo.

 

Intento della comandata Parola, così come spesso avviene nell’uccisione di medesimi antenati derivati in ugual gesto condiviso, uccisi dalla congiura della parola, abdicata all’arma del nuovo litico strumento.




 Oggigiorno il problema non risiede più nel Pensiero e Parola, giacché l'intero motivo scritto nel paradossale fine ed intento, cioè tacitare chi al meglio la interpreta e traduce alla colonica insana condizione umana senza alcuna percezione della realtà circa il Mondo.   

 

Dunque ci sembra l’umana condizione della stirpe per sempre cantata, molto più vicina alla bestialità di quanto il pensiero cogitato o su circuito artificiale comandato o barattato alla moneta dell’odierno tempo travasato nel tempio del dio denaro, impropriamente lo eleva; non avendo percezione e concetto dello stesso in falsato rapporto alchemico, di ciò che più comunemente definiamo puro oro, e ciò e al contrario, lo ‘sterco’ con cui viene concimata e seminata nonché edificata ogni Terra.

 

L’odierna umana povera percezione raccoglie hora ogni suo frutto seminato!

 

 Ben al di sotto dell’essere ed appartenere al mondo, in tutti i gradi della stessa che nei secoli si sono attribuiti nell'uso della parola; mi escludo in quanto animale da cotal paradossale esempio di odierna disuguaglianza sociale, in cui il distinto colono si differenzia nell’ubriaca molestia d’ogni giorno. (Giuliano; si prenda nota!)  ]  


(Prosegue...)









 

sabato 25 settembre 2021

IL PATTO ALCHEMICO ovvero LA REALTA’ DEI FATTI OLTRE LE PAROLE (41)

 










Precedenti capitoli:


Del cosmopolita (38/9)  & (40)


Prosegue con la...:


Percezione della realtà (42/3)









Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

 

Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

 

Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.




Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. 


Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.




La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina - superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

 

Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

 

Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata.




Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

 

Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari. Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate.

 

Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020.




 Sono 35 le città capoluogo di provincia che hanno superato almeno con una centralina la soglia dei 35 giorni con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo prevista per le polveri sottili (Pm10).

 

Torino maglia nera della classifica con i 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da Venezia (via Tagliamento) con 88. Padova (Arcella) 84, Rovigo (Largo Martiri) 83 e Treviso (via Lancieri) 80 le città che superano gli ottanta sforamenti. Milano2 (Marche) 79, Avellino (scuola Alighieri) e Cremona (Via Fatebenefratelli) 78, Frosinone (scalo) 77, Modena (Giardini) e Vicenza (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città.

 

Ma ancor di più lo dimostrano le medie annuali delle città capoluogo registrate nel 2020.




Se infatti i giorni di superamento del Pm10 sono un campanello d’allarme dello smog, le medie annuali rappresentano la cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

 

Sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS.

 

Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale di tutte le centraline urbane del capoluogo, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34μg/mc), Venezia e Treviso (33 μg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 μg/mc). Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31μg/mc), Frosinone (30 μg/mc), Terni (29 μg/mc), Napoli (28 μg/mc), Roma (26 μg/mc), Genova e Ancona (24 μg/mc), Bari (23 μg/mc), Catania (23 μg/mc) solo per citarne alcune.




 Nei prossimi mesi l’OMS pubblicherà le nuove linee guida che suggeriranno valori ancora più stringenti di quelli attuali, a seguito degli approfondimenti scientifici internazionali avvenuti negli ultimi anni (le ultime raccomandazioni risalgono al 2005) e la Commissione europea, che sta ragionando sulla revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, è intenzionata a far convergere i limiti normativi con quelli dell’OMS. Su questo aspetto Legambiente da anni chiede questo tipo di convergenza dei limiti di Legge con le raccomandazioni dell’OMS che, è bene ricordarlo, si riferiscono alla sola tutela della salute delle persone.

 

Pm10 ti tengo d’occhio 2020: la classifica dei capoluoghi di provincia che hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite di polveri sottili alla data del 31 dicembre 2020; il D.lgs. 155/2010 prevede un numero massimo di 35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50μg/m3.




 L’Italia si conferma in cronica emergenza da inquinamento atmosferico e i dati dei superamenti giornalieri dei limiti di legge per il Pm10 del 2020 lo evidenziano: sono 35, su 96 di cui si hanno i dati disponibili, le città capoluogo che vanno in almeno una centralina di monitoraggio oltre il limite giornaliero previsto per le polveri sottili (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi per metro cubo). Undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

 

A Torino la centralina (Grassi) con il valore peggiore in assoluto con 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni (Tagliamento), Padova (Arcella) 84, Rovigo (Largo Martiri) 83, Treviso (Via Lancieri) 80, Milano3 (Marche) 79, Avellino (scuola Alighieri) e Cremona (Via Fatebenefratelli) 78, Frosinone (scalo) 77, poi Modena (Giardini) e Vicenza (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città.




 Al di là della centralina peggiore, è la situazione generale di molte città a destare preoccupazione. Torino si conferma la città più gravata dal peso delle polveri sottili: anche la centralina “migliore” (Rubino) fa registrare 66 giorni di sforamenti. A livello regionale sono solo 4 le centraline delle città capoluogo piemontesi che fanno registrare un numero di superamenti inferiore al limite dei 35: le due presenti a Biella (Lamarmora e Sturzo), l’unica di Cuneo (Alpini) e quella di Verbania (Gabardi), che fanno dei tre capoluoghi gli unici piemontesi nei limiti di legge.

 

Non va meglio in Lombardia dove oltre a Milano, che ha tutte e quattro le centraline disponibili molto oltre i limiti di legge, anche a Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lodi, Mantova, Monza e Pavia tutte le centraline sforano i limiti dei 35 giorni di superamento. Solo a Lecco, Sondrio e Varese tutte le centraline rispettano i limiti.




In Veneto solo Belluno può dirsi “in regola” con tutte e due le sue centraline ampiamente al di sotto dei 35 giorni di superamento dei limiti, mentre tutte quelle di Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza sforano ampiamente il limite normativo.

 

Anche l’Emilia Romagna non sorride, per chiudere il quadro delle Regioni del bacino Padano, con le sole due centraline di Forlì, l’unica di Cesena e due delle tre di Bologna (Giardini Margherita e Via Chiarini) che rispettano i limiti. Tutte le altre risultano fuori norma.


Ma che il problema non sia solo concentrato nelle regioni del bacino padano o comunque del Nord Italia lo si evince scorrendo l’elenco delle 36 città nelle quali almeno una centralina sfora i 35 giorni di superamento dei limiti per il Pm10 dove troviamo una solida rappresentanza diffusa delle altre Regioni italiane.




Settima, infatti, è la campana Avellino (centralina Scuola Alighieri), nona la laziale Frosinone (Frosinone Scalo), ventiquattresima Napoli (Via Argine), ventottesima l’umbra Terni (Le Grazie), trentunesima Roma (Tiburtina), trentaquattresima un’altra campana, Benevento (Campo Sportivo).

 

Altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie agli incontestabili anche se parziali risultati di decenni di miglioramenti emissivi nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera. Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera a partire da inquinanti in forma gassosa. Le polveri di formazione secondaria sono prevalentemente formate da microcristalli di sali d’ammonio, la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione conseguente al lockdown. Questo, unitamente alla variabilità climatica, spiega le ragioni del dato medio annuo, che hanno visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NOx (la cui fonte prevalente è il traffico).




È dunque evidente come l’inquinamento atmosferico da polveri sottili in ambito urbano sia uno dei principali problemi delle città della nostra Penisola, da nord a sud. E che si stia parlando di un argomento che tocca pesantemente la salute dei cittadini lo dimostrano anche i dati delle medie annuali del Pm10 nelle singole città, soprattutto se paragonate ai più severi limiti per la protezione della salute umana suggeriti nelle linee guida dell’OMS, stabiliti in 20 microgrammi/mc (contro i 40 microgrammi/mc stabiliti dalla normativa).

 

L’inquinamento dell’aria causa circa 2 milioni di morti premature all’anno in tutto il Mondo. In molte città i livelli medi annuali di Pm10, derivante principalmente dalla combustione fossile, sono stabilmente oltre i 70 microgrammi per metro cubo. L’OMS ipotizza che riducendo il particolato da 70 a 20 microgrammi per metro cubo, come stabilito nelle linee guida, si potrebbe arrivare a una riduzione della mortalità del 15%. Tra l’altro, sempre l’OMS, dichiara possibile che ad una riduzione dei livelli di inquinamento corrisponderebbe una contestuale diminuzione di infezioni respiratorie, di malattie cardiache e dei tumori al polmone.




 Sono sessanta, sulle 96 di cui esistono dati disponibili, le città italiane che risultano non in linea con i limiti per la tutela della salute umana dell’OMS e, come si vede dalla tabella, è ben rappresentato tutto il Paese, dal profondo nord, al meridione passando per le isole e il centro Italia.

 

Le situazioni più critiche, anche in questo caso, le troviamo in pianura padana, da Torino (35 μg/mc) a Brescia (31 μg/mc), passando per Padova, Rovigo, Milano, Venezia, Treviso, Cremona, Lodi, Vicenza, Modena, Verona, Mantova, Monza, Pavia, Alessandria, tutte ben oltre i 30 microgrammi/mc medi di Pm10. Ma ben oltre i 20 microgrammi di media troviamo anche Avellino (31), Frosinone (30), Terni (29), Napoli (28), Oristano, Benevento e Ravenna (27), Caserta, Cagliari, Pordenone e la capitale Roma (26). Una rappresentanza nutrita di città capoluogo che dimostra come sia urgente intervenire sull’abbattimento degli inquinanti atmosferici, a partire dalle polveri sottili, anche per tutelare la nostra salute, come ricorda l’OMS. 

(Legambiente)








giovedì 23 settembre 2021

IL COSMOPOLITA ALLA FARMACIA DELL'ELEFANTE (38)

 










Precedenti capitoli:


Circa le Menzogne.... (37)  (36)  (35) 


Prosegue alla...:


Farmacia dell'Elefante (39)







& con il fascismo che verrà  (40)








& il patto alchemico (41)








In una nebbiosa mattina d’inverno del 1603, a Strasburgo, l’orafo Güstenhöver sedeva alla finestra presso la porta del suo negozio, chino sopra un lavoro di cesello, quando venne messo in agitazione dal suono stridente della campanella d’ingresso.

 

Dall’oscurità era comparso un cliente sconosciuto, avvolto in un mantello bardato di pelliccia, che guardava all’intorno osservando velocemente degli anelli e altri lavori di oreficeria. Fra la merce esposta, sembrava che alcune cose gli piacessero e altre meno; ne mise da parte alcune, e mentre faceva le sue scelte prese a conversare con l’artigiano sul valore, il significato e la forza magica delle pietre preziose e dei metalli.

 

Güstenhöver, che di queste cose se ne intendeva, come se ne intendevano tutti coloro che a quel tempo esercitavano il suo mestiere, si immerse volentieri nella conversazione iniziata dal cliente; soprattutto perché da diversi accenni ritenne che lo straniero la sapesse lunga sull’argomento e che, quale conoscitore di pietre preziose di grande esperienza, essa mostra di avere conoscenze nuove e misteriose.




Il cliente infine, facendo il vago, disse che a breve aveva l’intenzione di aprire un laboratorio tranquillo e fuori mano, nel quale avere la possibilità di ricavare un certo preparato chimico. Chiese a Güstenhöver se per caso non avesse un laboratorio equipaggiato a dovere, da mettergli a disposizione. Ora, il laboratorio di Güstenhöver si trovava sul retro della sua stessa abitazione, con un’unica finestra che dava su un cortile silenzioso, e sbirciarvi dentro era quasi impossibile a causa di alcuni frondosi alberi di castagno.

 

Non ci volle molto a che Güstenhöver si mettesse d’accordo con lo straniero perché rilevasse il laboratorio per un periodo di otto giorni, in cambio di un affitto ragionevole. L’orafo aveva capito che lo straniero, che sembrava essere a conoscenza di molte cose, avrebbe potuto dargli informazioni su certe operazioni relative a dei composti metallici che lo interessavano da lungo tempo. Lo sconosciuto promise di soddisfare tutte le curiosità di Güstenhöver, pagò in contanti l’affitto concordato e prese alloggio da lui quello stesso giorno, con uno scarso bagaglio. Non aveva bisogno d’altro spazio che quello del laboratorio.




Per otto giorni Güstenhöver non vide quasi mai lo strano ospite. Soltanto durante i modesti pasti, questi si lasciava avvicinare dalla porta. Il nono giorno, dopo avere almeno apparentemente concluso le sue operazioni, lo straniero uscì dall’isolamento e passò tutta la giornata nell’abitazione dell’orafo, durante la quale conversarono in modo particolarmente specifico. A conclusione della visita, donò all’orafo una piccola parte della tintura che in otto giorni di lavoro aveva preparato in laboratorio. Disse anche chi fosse.

 

Dichiarò di chiamarsi Alexander Seton, scozzese per nascita. Difatti parlava il tedesco con accento marcatamente straniero, denotante un’origine britannica. Più avanti, Seton disse all’orafo che, fra gli iniziati, era noto con un altro nome e che, dopo l’accoglienza così gentile che gli era stata riservata, annoverava l’orafo fra i suoi discepoli e amici. Pertanto gli confidò il nome di adepto con cui si presentava ai saggi:

 

Il Cosmopolita.




Aveva viaggiato a lungo in Oriente e vi aveva studiato tutta la sapienza magica di quei paesi; solo da pochi mesi era tornato in Europa, nei Paesi Bassi. Il lavoro che aveva completato silenziosamente in quei giorni, con il beneplacito dell’orafo, non era nient’altro che la preparazione della genuina tintura dell’oro. Güstenhöver poteva fare qualsiasi uso volesse del campione che gli aveva appena donato; il frutto dell’esperimento che fosse riuscito a portare a termine poteva tenerselo, in compenso per i servizi resi.

 

Dopo avere dette queste parole lo scozzese si alzò e col favore delle prime ombre della sera lasciò la casa di Güstenhöver, tanto improvvisamente e tanto rapidamente come vi era arrivato.

 

Güstenhöver, ancora confuso per la portentosa avventura dell’ultima settimana, esaminò la piccola fiala che Seton gli aveva lasciato. Conteneva un liquido porporino. Inoltre teneva in mano una piccola striscia di pergamena, sulla quale stava scritta la procedura, molto semplice, per portare a termine l’operazione.




Esitante e insicuro, non sapendo cosa pensare del suo ospite, che poteva essere un uomo onesto quanto un imbroglione, l’orafo andò nel suo appartato laboratorio e avviò l’esperimento indicato sulla pergamena. Egli aggiunse a dell’argento fuso una sola goccia della tintura; il risultato lo soddisfece al di là di ogni aspettativa. L’oro risultò purissimo alla pietra di paragone. Ora, era del tutto chiaro che il dono dell’ospite era di valore reale. Dopo aver fatto diversi calcoli, Güstenhöver arrivò facilmente alla conclusione che con il contenuto della fiala avrebbe potuto trasformare in oro oltre trenta libbre di argento, se la forza della tintura non fosse cambiata.

 

Ma questo dono prezioso non comportò per l’orafo le aspettative agognate. Egli era un uomo abbiente, non era affascinato in maniera particolare dalla ricchezza che il regalo dello scozzese gli aveva messo a disposizione; quanto piuttosto dall’ambizione di essere un adepto e dalle immaginazioni vertiginose alle quali indulgeva quando si ricordava come Seton lo avesse onorato concedendogli delle conoscenze da iniziato.




 Un folle orgoglio e un’insana gioia lo spinsero a svelare in breve tempo la notizia della sua scienza e del suo sapere a una serie di persone che, a Strasburgo, avevano influenza nel consiglio comunale e negli affari pubblici. Egli diede allora a costoro delle dimostrazioni di quanto poteva fare; e si sentiva boriosamente felice quando i suoi ospiti dimostravano sorpresa e invidia. La sua reputazione di essere un grande adepto fece il giro della città.

 

Non pose attenzione agli intelligenti ammonimenti di un uomo del calibro del saggio Tritemio, dati spesso nei suoi scritti: evitare le corti dei potenti e nascondere la nobile arte in appartata solitudine; insomma Güstenhöver sentiva la più grande soddisfazione quando percepiva l’invidiosa ammirazione di tutti coloro che venivano attratti dalla fama delle sue arti e che riuscivano ad avvicinarlo attraverso raccomandazioni o benevolenze.




 Gli parve di essere arrivato al coronamento delle sue aspirazioni quando, per intermediazione di un consigliere comunale di Strasburgo, gli giunse un invito dal Palazzo dell’imperatore Rodolfo, a Praga. La sua ambizione sfrenata non gli permise di indugiare; obbedì subito a quel richiamo e, con pompa del tutto inappropriata, si lasciò la sua casa e la sua città alle spalle; non vi avrebbe mai più fatto ritorno.

 

Arrivato a Praga, fu subito portato al cospetto dell’imperatore Rodolfo, il quale era già stato deluso e imbrogliato innumerevoli volte da persone che si spacciavano per adepti dell’Arte Regia. In conseguenza di ciò aveva preso l’abitudine di esaminare coloro che gli venivano raccomandati come alchimisti nel modo più breve e severo possibile.




L’imperatore osservò, con sinistro cipiglio, da cima a fondo, l’orafo che era tutto impaurito dal fatto di essere davanti allo spietato signore; questi gli ordinò di preparare subito, sotto ai suoi occhi, la pietra filosofale e così dare prova della sua scienza. Davanti all’inquietante determinazione dimostrata dall’onnipotente dominatore, sia l’orgoglio che la sicumera dell’orafo subirono un colpo. Impaurito e pentito, confessò di non essere capace di preparare né la tintura né la pietra desiderata; e che soltanto con il contenuto della piccola fiala, che egli consegnò all’imperatore, era in grado di creare una quantità limitata d’oro a partire dall’argento.

 

L’imperatore diffidente si morse il labbro inferiore e dichiarò all’adepto tremante che egli da un pezzo ne aveva abbastanza di scuse e scantonamenti del genere. Il possessore di quella tintura sicuramente non l’aveva trovata fra la spazzatura; né avrebbe mai donato un tesoro del genere a chiacchieroni o a pagliacci. Perciò, se Güstenhöver aveva per davvero la genuina tintura in quella fiala, cosa che sarebbe stata verificata subito attraverso un esperimento nel laboratorio del sovrano, egli avrebbe considerato il possessore anche come il suo realizzatore; e avrebbe ordinato all’orafo, sotto pena di sottostare alla più grande furia imperiale, di ripetere il processo di preparazione direttamente al suo cospetto.




Rodolfo condusse personalmente Güstenhöver sotto le imponenti volte del suo laboratorio alchemico e lo obbligò a versare la tintura su dell’argento in fusione. Per ottenere il risultato desiderato ci volle quasi tutto il rimanente del contenuto della fiala. Nel crogiolo c’era adesso oro; i tratti dell’imperatore irraggiarono soddisfazione e felicità; ma ne traspariva anche la decisione spietata di averne di più. Con gran fretta domandò a Güstenhöver quando sarebbe stato pronto a produrre altra tintura, e l’infelice ripeté, prosternandosi ai suoi piedi, che egli non era capace di compiere il lavoro che gli si domandava. L’ira e l’incredulità dell’imperatore non conobbero limiti; si voltò via e lasciò l’orafo in preda alla disperazione.

 

Güstenhöver tentò di fuggire di gran corsa dal laboratorio, ma venne fermato dai soldati. Fu portato in un’angusta prigione, dalla quale nessuna potenza al mondo avrebbe potuto liberarlo, salvo una sua comunicazione all’imperatore che egli era pronto a rivelargli il segreto e a intraprendere la preparazione della tintura nel laboratorio imperiale. Siccome, di fatto, egli non era in grado di eseguire l’operazione, Güstenhöver morì nella sua sotterranea prigione dopo qualche anno di sofferenze.                              

 



Federico III, dilapidatore e amante del lusso, ultimo Principe Elettore di Brandeburgo e primo re di Prussia, nel 1701 decise di scambiare la sua carica di Margravio di Brandeburgo con la corona regale. Fin da subito le cose non andarono così bene come l’ambizioso principe si era immaginato. Nuove disposizioni a favore dello Stato e dell’Esercito avevano rapidamente fatto diminuire quel benessere che il suo predecessore, il Grande Elettore, aveva ottenuto per i suoi territori nell’ultimo anno di governo, grazie a un’accorta politica economica.


Questo improvviso mutamento nell’ordine delle cose venne avvertito soprattutto nella capitale. L’orgoglio dei berlinesi di ospitare dentro le mura cittadine una residenza reale e non semplicemente ecclesiastica, venne pagato subito con un esagerato aumento delle imposte e delle tasse. Per tale motivo i berlinesi, in parte ancora piuttosto campagnoli, e le autorità municipali, non tardarono a criticare con un linguaggio velenoso il nuovo ordine, seguendo l’esempio dei parigini e quello di altre città importanti che si erano destate alla maturità politica.

 

A quel tempo i cittadini più ragguardevoli non solo si riunivano in birreria per discutere di politica, ma lo facevano anche nelle poche farmacie della città.




 La più frequentata di queste farmacie si chiamava “All’elefante”, il cui proprietario, l’esperto e colto farmacista Zorn, godeva di grande considerazione come uomo assennato e conoscitore del mondo. In gioventù aveva viaggiato molto, era stato a Bologna e Praga, a Siviglia e Parigi; aveva fatto pratica nei laboratori di chimici famosi, facendo ritorno nella città natale, Berlino, con una posizione, maturo e molto esperto. Acquistò la rinomata farmacia “All’elefante”, conducendola personalmente e mettendo in offerta le più recenti specialità estere, tra cui il rinomato caffè olandese.


Davanti alla porta dell’opulento negozio c’era un negro di legno con una corona di foglie di tabacco sulla testa crespa, che con una mano offriva strisce di carta per accendere la pipa, mentre coll’altra reggeva una pianta di caffè, dato che all’epoca simili piaceri albergavano tra gli scaffali delle farmacie.


 

Quando si entrava nell’ampio salone del negozio, si aveva subito l’impressione di trovarsi in una specie di sala d’attesa e non nel tipico ambiente pieno di ampolle che si ha in mente quando si pensa a una farmacia. Al centro di questa sala c’era un ampio tavolo, su cui stavano sacchi di caffè e vasetti di acquavite di cumino a uso dei clienti. Un giovane dai modi cortesi serviva a questi ultimi di tanto in tanto caffè appena fatto, liquori forti della casa e acquavite di frutta.

 

Questo commesso di farmacia, che assommava nella sua persona il ruolo di farmacista con quello di venditore e di cameriere, aveva circa vent’anni, era snello, alto, e di modi gradevoli. Due occhi castani e vivaci, da cui si sprigionava una luce magnetica, conferivano al viso un’espressione particolare. Col suo carattere amichevole e i modi franchi, era divenuto un aiutante insostituibile, non solo per il proprietario, ma anche per i clienti, fin da quando, tre anni prima, aveva lasciato la sua città natale, Schleiz, per imparare la professione di farmacista presso mastro Zorn. Friedrich, questo era il suo nome, era sempre disponibile e diligente nel modo migliore; però era validissimo soprattutto per il suo maestro, in laboratorio, grazie alla sua intelligenza e al suo acume.


(Prosegue...)