CUBA LIBRE (PRECEDUTO DAL VOSTRO AGENTE ALL'AVANA)
Fidel
Castro – colui che diverrà il Líder Máximo –
è nato il 13 agosto del 1926 nel
villaggio di Birán – nella fattoria Las Mañacas – nella provincia di Holguín,
in Oriente, un lembo di terra con maestose montagne, splendidi litorali e città
ricche di storia.
Il padre, Ángel Castro y Argiz, originario della
Galizia spagnola, era un benestante possidente terriero e certamente le agiate
origini familiari del giovane Fidel non avrebbero fatto presagire in alcun modo
il suo futuro destino rivoluzionario. Egli infatti, rampollo di una famiglia
benestante, poteva fare una vita comoda e agiata, preclusa a gran parte della
popolazione cubana. La madre, Lina Ruz González, era stata la domestica del
padre ed era ben più giovane di lui. Fidel era il terzogenito di sette figli;
cinque anni dopo sarebbe nato Raúl, suo compagno nella rivoluzione cubana.
L’infanzia e l’adolescenza di Fidel furono dunque
serene e senza problemi economici, nonostante Cuba stesse vivendo in quegli
anni momenti difficili a causa di una precaria situazione economica.
L’economia cubana era cresciuta molto rapidamente
nei primi vent’anni del Novecento, stimolata dai solidi rapporti commerciali
con gli Stati Uniti e dalla favorevole congiuntura creata dalla prima guerra
mondiale.
La crescita era però basata in modo pressoché
esclusivo sullo zucchero, la principale risorsa del Paese, e sulle privilegiate
relazioni economiche con gli Stati Uniti. I molti capitali americani affluiti a
Cuba, dove trovarono terreno fertile per i loro investimenti, furono difatti
fondamentali per la crescita economica dell’isola, dato che controllavano ben
il 70% della produzione di zucchero, oltre alle infrastrutture e ai traffici
commerciali. Il peso economico degli Stati Uniti su Cuba era pertanto
significativo e si faceva molto sentire.
Il benessere economico di questo periodo,
distribuito però in modo alquanto diseguale tra la popolazione, si rivelò nel
volgere di pochi anni assai fragile, tanto che nel 1920 una brusca caduta del
prezzo dello zucchero provocò un tracollo finanziario, che ebbe quindi gravi
ripercussioni sull’economia del Paese, portando alla rovina diverse istituzioni
bancarie cubane, incapaci di reggere il peso della crisi.
Per porre rimedio a questa soluzione nel 1925,
l’anno prima della nascita di Fidel Castro, divenne presidente della repubblica
cubana il generale Gerardo Machado, il quale – dinanzi al sempre più crescente
malcontento popolare per la crisi economica dell’isola – instaurò la cosiddetta
dittatura machadista, tesa a far tacere ogni forma di opposizione degli
avversari politici.

Questo fu il clima politico degli anni
dell’infanzia di Fidel, ma nulla di ciò – se non echi, sentiti peraltro come
lontani – giunse nella tenuta del padre, la Finca Mañacas, ossia la Tenuta
delle Palme, che si trovava nella Sierra del Cristal, tra Santiago di Cuba e
Mayarí. Qui egli visse felicemente, immerso nella natura e a contatto con gli
animali. I suoi amici erano i figli di coloro che lavoravano nella tenuta e questi
rapporti di amicizia fecero comprendere a Fidel sin dall’infanzia e
dall’adolescenza le condizioni di vita e le necessità della povera gente e
forse maturare in lui già in quegli anni una prima embrionale coscienza sociale
e politica.
Vedendolo vispo e intelligente, i genitori fecero
frequentare a Fidel Castro, appena compiuti cinque anni di età, la scuola di
Maracané, vicino a Mayarí. Gli ottimi risultati scolastici spinsero il padre e
la madre a mandare Fidel a Santiago di Cuba per seguire lezioni private e poi –
sempre nella stessa città – quando non aveva ancora sette anni fu iscritto al
Collegio La Salle, un istituto per i rampolli delle famiglie benestanti, tenuto
dai Fratelli Mariani, un ordine di origine francese.
La nostalgia di casa e il suo forte carattere mal
si addicevano alle rigide regole del collegio e accrebbero la sua
irrequietudine, che talvolta si manifestava in un comportamento ribelle. Alla
fine il padre – anche su insistenza della madre, che meglio conosceva il
carattere e la personalità del figlio – si decise a ritirarlo dal collegio e
così Fidel fece ritorno a casa.
Ritornato nella Finca Mañacas, Fidel Castro riprese
la vita che aveva contraddistinto gli anni dell’infanzia, riallacciando i
rapporti con gli amici. Questa era la dimensione nella quale egli ebbe modo di
crescere e formarsi, affacciandosi agli anni dell’adolescenza.
Il rapporto con il padre – che si era incrinato in
occasione del suo ritiro dal Collegio La Salle – cominciò a logorarsi a causa
di un episodio di cui il giovane Fidel fu protagonista: all’età di tredici anni
– sensibile alle dure condizioni di vita di coloro che lavoravano nella
piantagione di canna da zucchero della Finca – egli fomentò una rivolta e
organizzò uno sciopero contro il padre, a cui rimproverava di sfruttare i
contadini.
Per Fidel non si trattò tanto di una ribellione
contro il padre, quanto di una piccola battaglia per la giustizia sociale, che
non si doveva fermare nemmeno davanti agli interessi personali. Certo è che
questo episodio creò una ferita non facilmente rimarginabile nei rapporti con
il padre, che non riusciva a comprendere le posizioni e le idee del figlio.
Negli anni successivi Fidel Castro frequentò il
Collegio gesuita Dolores di Santiago di Cuba, vivendo prima presso una famiglia
e successivamente – dal momento che non si trovava bene – all’interno del
collegio.
Fidel, dotato di un’intelligenza vivace, ebbe modo
di distinguersi per i suoi risultati scolastici e i suoi genitori nel 1941,
quando aveva quindici anni, decisero quindi di mandarlo all’Avana in una delle
migliori scuole di Cuba, vale a dire il Collegio gesuita di Belén, dove avrebbe
preso la maturità.
Il giovane Fidel lasciò dunque la sua terra natale
che tanto amava per trasferirsi nella capitale. La nostalgia per il mondo della
sua infanzia e dei primi anni dell’adolescenza era in lui compensata dal
desiderio di conoscere nuovi orizzonti e di fare nuove esperienze, quelle
appunto che la capitale cubana poteva offrirgli.
L’approccio di Fidel Castro con l’Avana, nei primi
mesi della sua permanenza, non fu certamente facile, abituato come egli era
alla dimensione del piccolo mondo della sua infanzia, ma la sua spiccata
personalità gli consentì ben presto di ambientarsi e anzi di trovarsi a proprio
agio, pronto come era ad affrontare di petto ogni situazione.
Questa nuova esperienza di vita fortificò
notevolmente il carattere di Fidel e gli diede una maggiore sicurezza, tanto
che già si poteva intravedere la sua forte propensione alla leadership.
Nell’esclusivo Collegio di Belén, frequentato dai
rampolli delle migliori famiglie dell’aristocrazia e borghesia cubana, Fidel
Castro si distinse per la sua intelligenza e per la sua prestanza fisica,
divenendo uno dei più valenti sportivi della scuola.
Fu negli anni di studio del collegio che Fidel
Castro si avvicinò al pensiero e all’opera del patriota cubano José Martí, che
per lui da quel momento divenne un vero e proprio punto di riferimento e il cui
pensiero sarà per il Líder Máximo una fonte inesauribile alla quale attingere
continuamente.
Il giovane Fidel ammirava di Martí la sua integrità
e la sua ferma determinazione nella lotta per la liberazione e l’indipendenza
di Cuba dagli spagnoli, tanto che egli ne ripercorse – almeno in parte – le
gesta.
Martí nacque nel 1853 da genitori spagnoli; di
straordinario ingegno e sensibilità, pubblicò il suo primo articolo all’età di
sedici anni e scrisse una lettera accusatoria contro il potere spagnolo che gli
valse sei anni di lavori forzati in una cava. Egli viaggiò in America Latina ed
Europa prima di trasferirsi nel 1880 a New York, dove ricoprì il ruolo di
console aggiunto per Uruguay, Paraguay e Argentina. Qui riunì i dissidenti
cubani per mettere in atto la rivoluzione e ottenere la liberazione dalla
Spagna; a questo scopo nel 1892 fondò il Partito Rivoluzionario Cubano, che
negli intendimenti di José Martí doveva rappresentare il fulcro di tutti gli
indipendentisti cubani.

L’11 aprile dello stesso anno Martí sbarcò con un
manipolo di esuli cubani sulle coste orientali dell’isola – come avrebbe poi
fatto centosessantaquattro anni dopo Fidel Castro – insieme al generale Máximo
Gómez, comandante dell’esercito liberatore, ma il 19 maggio egli venne ucciso
durante la battaglia di Dos Ríos.
La sua prematura morte per la liberazione di Cuba
creò il mito del martire e ispirò gli ideali di libertà di tutti coloro che
avrebbero negli anni a venire lottato per l’indipendenza dell’isola. E tra
questi vi fu anche Fidel Castro che prese in tutto e per tutto a modello
l’esempio del patriota cubano, non solamente nei principi e valori ispiratori
dell’azione rivoluzionaria, ma persino nella sua parte operativa di sbarco e
conquista dell’isola, tanto che in tal senso si possono chiaramente riscontrare
evidenti analogie.
José Martí ha lasciato quindi un’impronta
indelebile sull’identità cubana e del resto ancor oggi in ogni luogo di Cuba
statue e busti a lui dedicati ne ricordano gli ideali e la sua azione
rivoluzionaria.
Nel frattempo gli anni all’Avana presso il Collegio
di Belén scorrevano veloci per Fidel, che trovò nella capitale cubana una
propria dimensione, alimentando pertanto ulteriormente la sua leadership
rispetto agli altri compagni di studi, anche in virtù dell’ottimo rendimento
scolastico e delle sue prestazioni sportive, in modo particolare nella squadra
di baseball del collegio.
In definitiva il Collegio di Belén rappresentò per
il giovane Fidel una vera e propria scuola di vita, che contribuì da una parte
a forgiare ancora di più il suo carattere e la sua personalità, dall’altra a
infondergli una grande sicurezza, rendendolo consapevole dei propri mezzi.
All’età di diciotto anni Fidel Castro conseguì il
diploma presso il Collegio gesuita di Belén e nell’ottobre 1945 si iscrisse
alla facoltà di Diritto dell’università dell’Avana, dove avrebbe potuto mettere
maggiormente in evidenza le sue capacità, non ultime quelle oratorie.
Negli anni dell’università Fidel cominciò ad
avvicinarsi sempre di più alla politica, anche perché nel frattempo ebbe modo
di rendersi conto della difficile situazione in cui versava il Paese. Quando –
commentando i fatti politici con gli altri studenti – egli interveniva, le sue
accorate parole risultavano così incisive che tutti stavano a sentirlo, tanto
che in breve tempo divenne un vero e proprio leader negli ambienti universitari
d’opposizione al regime.
Fidel Castro cominciò così a mettersi in luce nelle
organizzazioni politiche studentesche, attirandosi non poche inimicizie per le
sue idee contro le maniere forti del presidente cubano Ramón Grau San Martín,
che non aveva esitato a usare la forza per eliminare gli avversari politici.
Bande armate, sostenute dal governo, attuavano
infatti dei veri e propri regolamenti di conti contro coloro che dissentivano e
ormai il clima politico dell’isola era divenuto insostenibile. Senza contare
poi che il governo non faceva nulla per porre rimedio alla difficile situazione
economica, che stava sempre più impoverendo la popolazione cubana. Per di più,
la malavita statunitense, ormai molto ben radicata a Cuba, aveva trasformato
l’isola in un casinò e la prostituzione si era diffusa ovunque.
Il Paese era continuamente vessato
dalla corruzione politica e amministrativa del governo del presidente Grau e
dalla mafia americana, che a Cuba aveva ormai molti interessi e traffici, tanto
che dal 22 al 26 dicembre 1946 all’Avana, presso l’Hotel Nacional, si riunirono
tutti i maggiori boss delle organizzazioni malavitose statunitensi.
A presiedere il vertice dei boss mafiosi vi era il
capo di Cosa Nostra Lucky Luciano, che con la scusa di una festa di gala in
omaggio al cantante e attore Frank Sinatra, suo amico, dopo aver praticamente
chiuso al pubblico l’hotel, invitò tutti i maggiori esponenti delle più
importanti famiglie malavitose degli Stati Uniti.
Il vertice – il cui vero scopo era quello di
decidere in merito al traffico degli stupefacenti, stabilendo la base per lo
smistamento proprio a Cuba – vide la partecipazione di ben cinquecento persone,
tra padrini e loro accoliti, tra le quali figuravano i mafiosi più temuti, come
Albert Anastasia, Frank Costello, Carlo Gambino, Vito Genovese, Joe Bonanno,
Willie Moretti, Tommy Lucchese, i fratelli Fischetti, eredi di Al Capone, e
Santo Trafficante.
Il capo riconosciuto di tutti i boss mafiosi era
comunque Charles Luciano, all’anagrafe Salvatore Lucania, soprannominato Lucky,
ossia Fortunato, che nel settembre del 1946 si trasferì dalla Sicilia a Cuba.
Attratto dal fascino dell’Avana, il capo di Cosa
Nostra dalla stanza 724, con vista sul Malecon, dell’Hotel Nacional gestiva gli
affari illeciti legati al gioco d’azzardo, al traffico di droga e alla
prostituzione. Lucky Luciano aveva quindi fatto della capitale cubana la base
operativa dei suoi interessi malavitosi.
Fidel Castro denunciò quanto stava avvenendo negli
organismi politici universitari. Egli seppe aggregare attorno a sé molti
studenti sia per la sua indubbia carica carismatica sia per le sue spiccate
capacità dialettiche, tanto che ben presto venne minacciato e invitato più
volte a desistere dai suoi propositi oppure ad abbandonare l’università.
Nel corso delle riunioni e delle assemblee alle
quali Fidel partecipava spesso citava a memoria il pensiero del patriota cubano
José Martí, che rappresentò un suo costante punto di riferimento sia nelle idee
sia nell’azione rivoluzionaria.
La sua intensa attività politica non sottrasse però
Fidel Castro ai suoi doveri di studente e all’attività sportiva nella squadra
universitaria di baseball, nella quale – in ragione della sua prestanza fisica
– ebbe modo di distinguersi, attirando su di sé gli occhi di diverse squadre
americane e tra queste i New York Giants, che nel 1949 gli offrirono un
contratto da professionista, che però egli rifiutò non volendo abbandonare
Cuba.
Il suo attivismo politico portò Fidel a trovarsi in
pericolo in diverse occasioni, in quanto il regime instaurato dal presidente
Grau lo vedeva come una seria minaccia per il seguito che sempre più aveva tra
gli studenti, a maggior ragione quando egli aderì al Partito del Popolo Cubano,
meglio noto con il nome di Partito Ortodosso, fondato nell’anno 1947 da Eduardo
Chibás.
Il partito fu creato da Chibás per combattere con
provvedimenti riformisti la dilagante corruzione del governo e dell’apparato
statale. Tra i punti principali del programma politico del Partito Ortodosso vi
erano l’indipendenza economica, l’industrializzazione, la diversificazione
agricola, la nazionalizzazione dei servizi pubblici, la creazione di un sistema
bancario, il controllo della produzione e delle esportazioni da parte dello Stato,
l’abolizione della discriminazione razziale, l’eliminazione del gangsterismo,
il miglioramento della qualità di vita dei lavoratori e infine l’equilibrio
delle classi sociali.
Il Partito Ortodosso aprì le porte a tutti coloro
che desideravano entrare nelle sue fila, indipendentemente dalle correnti
ideologiche e dalla classe sociale di appartenenza. Con tale apertura la
composizione di questo nuovo partito era alquanto eterogenea. Ma in poco tempo
il Partito Ortodosso divenne un vero e proprio partito di massa.
In una situazione politica difficile come quella
cubana Chibás fu per Castro un esempio da seguire e di lui ammirava il coraggio
e la ferma determinazione nel denunciare la corruzione politica del governo del
presidente Grau.
L’attivismo politico di Fidel Castro allargò
progressivamente i suoi orizzonti, tanto che egli cominciò sempre più a
interessarsi delle sorti di altri Paesi che stavano vivendo momenti altrettanto
difficili.
E così nel 1947 il giovane Fidel si offrì
volontario per una spedizione armata nella Repubblica Dominicana, organizzata
dallo scrittore – e futuro presidente – Juan Bosch e da alcuni ricchi esiliati,
il cui scopo era di rovesciare la dittatura di Rafael Trujillo, sostenuta dagli
Stati Uniti. L’audace impresa però fallì e a stento egli riuscì a mettersi in
salvo, in quanto la spedizione venne intercettata dalla marina cubana.
Questa esperienza rivoluzionaria nella Repubblica
Dominicana forgiò ulteriormente il suo carattere e la sua personalità, facendo
sempre più maturare in lui la ferma convinzione della necessità dell’azione
rivoluzionaria per abbattere il regime del presidente Grau.
Come leader degli studenti Fidel viaggiò poi in
Venezuela, a Panama e in Colombia per cercare di organizzare il primo congresso
delle organizzazioni studentesche latinoamericane, che avrebbe dovuto tenersi a
Bogotà, in concomitanza della fondazione dell’osa, vale a dire l’Organizzazione
degli Stati Americani, patrocinata dagli Stati Uniti.
Mentre si trovava nella capitale colombiana Fidel
Castro partecipò alla rivolta popolare dell’aprile 1948, unendosi al movimento
rivoluzionario, e anche in questo caso riuscì a stento a cavarsela. Ormai,
nonostante la giovane età, egli era divenuto un vero e proprio leader, e non
soltanto degli organismi studenteschi universitari di opposizione al governo
del presidente Grau.
Lo stesso anno il ventiduenne Fidel a Banes – nella
provincia di Holguín, in Oriente – sposò una sua coetanea, Mirta Diaz-Balart,
studentessa di filosofia, che proveniva da un’agiata famiglia; il padre, di
professione avvocato, era il sindaco di Banes e aveva molti legami politici.
Nonostante ciò Castro preferì vivere all’Avana in
un modesto appartamento e in ristrettezze economiche, in quanto non voleva in
alcun modo essere aiutato dalla famiglia della moglie o avvalersi delle
importanti relazioni politiche del suocero. Il suo unico pensiero era quello di
portare avanti la sua battaglia politica in favore del popolo cubano senza
compromessi o condizionamenti.
Per il viaggio di nozze la giovane coppia scelse
gli Stati Uniti, soggiornando tre mesi in Florida e raggiungendo
successivamente New York. L’anno successivo al matrimonio a Fidel e Mirta
nacque un figlio, che venne chiamato Fidelito.
Nemmeno il matrimonio spense la sua passione
politica, che lo portò alla creazione dell’organizzazione giovanile aro, ossia
l’Azione Ortodossa Radicale, che negli intendimenti di Fidel Castro doveva
costituire la base del proprio potere.
La pubblica denuncia dei nomi di coloro che erano
coinvolti nella fitta trama di collusioni tra malavita organizzata e sistema
politico indussero Fidel ad abbandonare repentinamente Cuba per evitare di
essere assassinato e così – all’insaputa di tutti e persino della moglie – se
ne andò per quattro mesi a New York, nell’attesa che nel frattempo le acque si
calmassero.
Castro nell’esilio di New York aveva meditato a
lungo sui pericoli a cui era andato incontro e di come aveva lasciato da parte
gli studi per seguire l’attività politica. Oltre a ciò egli ebbe modo di
riflettere sulle sue responsabilità di padre.
Per questo quando Fidel Castro tornò all’Avana nel
1950 si buttò a capofitto nello studio. Per mesi si dedicò completamente agli
studi, lasciando quindi da parte l’attività politica. Egli riuscì così in breve
tempo a recuperare gli esami che non aveva ancora sostenuto e a laurearsi in
Diritto all’età di ventiquattro anni.
Subito dopo la laurea Castro fece praticantato in
un piccolo studio che aprì con due colleghi di università, in cui si dedicò in
modo particolare a difendere le persone che non potevano permettersi di pagare
un avvocato. Ciò consentì a Fidel di continuare a dedicarsi all’attivismo
politico.
La scena politica cubana venne tuttavia
improvvisamente sconvolta dall’inaspettato suicidio di Eduardo Chibás, il
carismatico leader del Partito Ortodosso e uno dei più autorevoli candidati a
divenire il nuovo presidente di Cuba nelle elezioni del 1952, che il 5 agosto
1951 si tolse la vita per aver pubblicamente accusato, nel corso di una
trasmissione radiofonica che teneva ogni domenica, un ministro del governo del
presidente Carlos Prío Socarrás, Aureliano Sánchez Arango, senza però essere
poi in grado di fornire le prove che aveva promesso di produrre.
Le prove della colpevolezza del ministro furono
alla fine trovate quattro mesi dopo proprio da Fidel Castro e la loro
pubblicazione provocò un grande scandalo e un’ondata di sdegno in tutto il
Paese.
Fidel stava sempre più acquisendo un ruolo di primo
piano nella politica cubana, ma le speranze sue e di molti altri di vedere
finalmente il proprio Paese ricondotto nell’alveo della democrazia vennero ben
presto frustate da un colpo di Stato militare.
L’AGENTE LUCKY
Il 10
luglio 1946, il vicedirettore
dell’FBI Rosen riferì
di aver ricevuto
informazioni dalla divisione
di Los Angeles
che il mafioso
in esilio Charles Luciano si trovava
a Tijuana, in
Messico. I dintorni
di Tijuana erano
conosciuti come la ‘zona franca’
perché non era
necessaria alcun permesso
turistico o legale
per entrare in
quella parte della
Bassa California al
confine tra Messico
e Stati Uniti.
Gli agenti dello
Special Intelligence Service
(SIS) dell’FBI furono
inviati per indagare.
Appartenevano a una
divisione d’élite dell’FBI
in tempo di
guerra incaricata di
rintracciare gli agenti
stranieri che rappresentavano una
minaccia per gli
Stati Uniti. Avevano
identificato circa 1.300
spie dell’Asse e
ne avevano perseguite
molte.
Con la fine
della guerra, divennero
una risorsa preziosa
e ricevettero la
missione di assicurarsi
che Luciano non
tornasse di nascosto
negli Stati Uniti.
Gli
agenti dell’FBI perquisirono
tutta Tijuana, prestando
particolare attenzione ai
luoghi che Luciano
amava frequentare, come
l’ippodromo, i casinò,
gli hotel esclusivi
e le discoteche
alla moda. Parlarono
con i gangster
locali e udirono
molte voci, ma
non approdarono a
nulla. Ulteriori indagini
rivelarono che la
soffiata derivava da
un titolo apparso
sul quotidiano di
Città del Messico,
Excelsior, il 26 marzo
1946, che riportava
la storia ‘Il
vice zar intende
tornare in Messico’.
Il giornalista affermava
che due dei
soci del mafioso
alloggiavano in un
importante hotel a
Città del Messico
per stabilire Luciano
nel paese. Il
giornalista messicano udito
dal SIS dell’FBI
non confermò gli
scagnozzi coinvolti e ha affermò
di aver appreso
la storia da
un comunicato stampa
proveniente dall’Associated Press
negli Stati Uniti.
Un
successivo articolo dell’Associated Press
citato dal New
York Daily News
del 3 settembre
affermava di aver
ricevuto informazioni da
Napoli secondo cui
Luciano stava ‘progettando
un ritorno al
potere nella malavita
nordamericana’. Secondo la
denuncia ‘picciotti
napoletani avrebbero riferito
alla polizia italiana
di aver procurato
un passaggio illegale
verso il Messico
su una nave
mercantile’. In ogni
caso Luciano era
scomparso, non essendo
stato più visto
nelle sei settimane
precedenti la sua
comparsa a Salerno.
Gli agenti della
Richiesta investigativa criminale
dell’esercito americano
aggravarono le voci
concordando privatamente che
‘lo è’.

All’inizio
del 1947, il vicedirettore
dell’FBI Rosen approvò
un memorandum in
cui affermava che
Luciano era stato
individuato da due
agenti dell’FBI SIS
l’8 febbraio a
L’Avana, Cuba, all’ippodromo dell’Oriental Park: stava
chiacchierando con vari
turisti americani e
residenti cubani seduto
a un tavolo
del Jockey Club. Tra i
cubani che riconobbero
e parlarono con Luciano c’era
un ricco commerciante
di zucchero cubano
e membro di
una famiglia cubana
socialmente importante. Luciano
viaggiava sotto il
nome di Salvatore
Lucania e aveva
ottenuto il visto
tramite un deputato
cubano che aveva interessi
finanziari nell’ippodromo locale
e nel casinò
dell’Hotel Nacional. Cuba era
il parco giochi
perfetto per Luciano.
A un’ora di
volo da Miami,
Meyer Lansky ne
esplorava le numerose
attrazioni fin dall’inizio
degli anni ’30.
Con la crescita
dei voli aerei
più economici e
disponibili, capì che
era la destinazione
perfetta per i
turisti americani benestanti
a cui piaceva
giocare d’azzardo e
dilettarsi in piaceri
illeciti. A tal
fine, investì una
grande quantità di
denaro della malavita
nell’acquisizione di beni commerciali. Joseph
‘Doc’ Stacher era
un vecchio socio
di Lansky e
fu strettamente coinvolto
nell’operazione cubana.
Lansky
disse che avevamo
bisogno di un
posto sicuro dove
mettere i soldi
del contrabbando, ricorda
Stacher. ‘Il nostro
problema più grande
è sempre stato
dove investire i
soldi. Non piace
a nessuno di
noi portarli in
Svizzera e lasciarli lì
solo al tasso stabilito
d’interesse. Ciò che
Lansky suggerì fu
che ognuno ‘di
noi’ versi 500.000
dollari per investirli
nel gioco d’azzardo
all’Avana’.
Luciano
e Siegel, più
alcuni altri mafiosi,
misero ciascuno il
loro mezzo milione
di dollari nel
piatto e Lansky
portò i soldi
al dittatore militare
cubano Fulgencio Batista. In
cambio della garanzia
di un reddito
compreso tra 3
e 5 milioni
di dollari all’anno,
Batista protesse
il monopolio sui casinò dell’Hotel
Nacional e dell’Oriental
Park Racetrack, gli
unici due posti
a Cuba in
cui il gioco
d’azzardo era legale.
Sembrava che la
folla avesse saccheggiato
il proprio resort
nei Caraibi.
Ma nel
1944, subentrò un
nuovo presidente, il
dottor Ramón Grau
San Martín, e
il sindacato criminale
cubano unì il
potere finanziario con
stretti contatti politici
che alla fine
avrebbero potuto mobilitare
l’esercito per proteggere
i propri interessi.
Sempre accoglienti verso gli investitori esterni, i
mafiosi cubani non
erano completamente in
soggezione nei confronti
di Lansky e
dei suoi associati
mafiosi ed erano
ben consapevoli di
dove si trovasse
il potere ultimo.
Il 15
febbraio 1947, sull’Havana Post
apparve una fotografia
che mostrava il
cantante pop 32enne Frank
Sinatra al casinò
dell’Hotel Nacional mentre
parlava con il
capitano Antonio Arias,
presidente del casinò. Lo stesso giornale affermò che
il 23 febbraio
Lucky Luciano fu
visto in discoteca
dal giornalista di
gossip di New
York Robert C.
Ruark con Frank
Sinatra e Ralph
Capone, fratello del
defunto Al Capone.
Quando
fu avvistato per
la prima volta,
Luciano disse al
giornalista dell’Havana Post:
‘È terribile,
sono venuto qui
per vivere tranquillo
e ora tutto
questo mi esplode
in faccia’.
Continuò affermando che erano
soldi risparmiati e
aveva la capacità
di andare d’accordo
con chiunque.
Spinta
dalla pubblicità indesiderata,
la polizia segreta
cubana arrestò Luciano
per interrogarlo mentre
sorseggiava un caffè
in un bar
del Vedado. La
polizia cubana rivelò
che Luciano aveva
4.000 dollari quando
arrivò in aereo
in ottobre e
ne aveva ancora
1.000 nel suo
conto bancario, quindi
supponevano che ricevesse
un reddito da
qualche parte. Il gossip di
Ruark continuò con tutto il suo clamore riservato al popolare cantante
che accompagnava Luciano.

‘Sono
francamente perplesso sul
motivo per cui
Frank Sinatra, il
magro dandy e
il feticcio dei
milioni sporchi’, scrisse, ‘scelga
di trascorrere le
sue vacanze in
compagnia di famigerati
agenti di polizia
condannati e di vari
teppisti nei lussuosi
bassifondi di Miami.
Naturalmente questi non
sono affari miei.
Se Sinatra vuole
unirsi a gente
del calibro di
Lucky Luciano, il ruffiano
castigato e deportato
permanente dagli Stati
Uniti, con ciò sembra che l’ispirazione
cantantata da Sinatra sia una questione da discutere con i milioni di ragazzi
che vivono grazie ad ogni suo belato’.
"AL" L’AUTISTA DI LUCKY
Ci sono alcuni riferimenti nei giornali
contemporanei al coinvolgimento di Luciano nel contrabbando di narcotici dall’Europa
all’America, ma certamente non è su vasta scala né come quello dei comunisti
cinesi né dei messicani.
Nel gennaio 1948, il New York Daily Mirror riferì
che le autorità federali avevano sequestrato il più grande deposito di oppio di
contrabbando dal 1941: cinquanta libbre di oppio sotto forma di gomma grezza e
dieci libbre di oppio per un valore di 300.000 dollari ma con un valore al
dettaglio una volta tagliato. oltre $ 1 milione. Fu scoperto quando gli agenti
doganali salirono a bordo del mercantile francese Bastia al molo 28 sull'East
River. La nave aveva fatto scalo nei porti del Nord Africa e dell'Europa
meridionale, inclusa Napoli, prima di arrivare a New York.

La droga è stata trovata nascosta in tre sacchi di
tela avvolti in pesanti involucri di carta catramata che galleggiavano in un
serbatoio di olio lubrificante sotto le piastre del pavimento della sala
macchine. Il loro odore era stato mascherato inserendo 12 bottiglie di profumo
francese. Il collegamento con il mafioso siciliano in esilio è stato stabilito
dal vice geometra Herman Lipski, capo della divisione delle forze dell'ordine.
‘Abbiamo nei nostri archivi informazioni certe che
Luciano è coinvolto direttamente o indirettamente in tutti i trasporti di droga
dai porti italiani e francesi’, ha detto. Nei due anni trascorsi dalla
deportazione di Luciano, avevano perquisito tutte le navi del Mediterraneo e
solo l’anno precedente avevano sequestrato droga per un valore di circa 10
milioni di dollari.
La convinzione di Anslinger che Luciano fosse l’ideatore
del traffico di droga dall’Italia si basava su prove piuttosto inconsistenti.
Il 25 giugno 1949, l’americano Vincent Trupia è stato fermato all’aeroporto di
Ciampino, alle porte di Roma. Era arrivato dalla Germania – il vecchio
territorio del contrabbando di droga di Luciano – e stava prendendo un aereo
per New York. Un suo bagaglio aveva un doppio fondo e conteneva 6,8 kg di
cocaina, per un valore di 15 milioni di lire (50.000 dollari). L’FBI fu
informata, ma nessuno fu sorpreso ad aspettare Trupia a New York. Le autorità
americane sospettarono il coinvolgimento di Luciano e, sotto la loro pressione,
la polizia di Roma perquisì il suo appartamento e lui fu incarcerato per nove
giorni.
‘Se qualcuno scivola su una buccia di
banana’,
….si lamentò con la stampa,
‘i poliziotti mi chiamano per sapere
se vendo banane’.
La polizia italiana voleva che rinunciasse ai suoi
soci e suggerì tutta una serie di criminali locali a cui lo collegavano.
‘Da come parlano dei miei “luogotenenti”,
…sbottò,
‘ho più dell’esercito’.
Tali battute non lo hanno reso caro alle forze di
polizia di Roma, ma uno dei capi della polizia ha ammesso poco dopo davanti a
un giornalista che le accuse contro Luciano erano ‘pure invenzioni’. Luciano
acconsentì.
‘L’Italia ha una delle migliori forze
di polizia del mondo’,
….disse,
‘e se avessero qualcosa su di me mi
arresterebbero’.
Non avevano niente su di lui, ma lo bandirono da
Roma per tre anni e si trasferì a Napoli. Luciano odiava la città del sud,
definendo i suoi abitanti ‘sporchi napoletani’, e fece di tutto per tornare a
Roma, dove possedeva diverse proprietà.
Un’indagine dell’FBI sulle attività criminali di Longy Zwillman - un socio ebreo di lunga data di Luciano - citò il Newark News quando
riportò un raid al Casablanca Club il 16 maggio 1950 per traffico di eroina.
Prima del raid erano state presentate trentuno accuse federali.
Abner ‘Longie’ Zwillman, una delle figure più
potenti e influenti della malavita del New Jersey durante il proibizionismo e
oltre, divenne noto come l’‘Al Capone’ del suo stato. Figura politica di spicco
nell’area di Newark, Zwillman accumulò una fortuna con il contrabbando di alcolici, il gioco d’azzardo
e le macchinette a gettoni. Era considerato generoso con gli amici e i soci
della malavita. Ma la sua rovina fu la sua avarizia nei confronti dello zio
Sam.
Zwillman nacque il 27 luglio 1905 (alcuni documenti indicano il 1904, poi
corretto al 1905) a Newark, nel New Jersey. Era uno dei sette figli di Reuben e
Anna Slavinsky Zwillman, immigrati ebrei russi. Reuben, nato intorno al 1870,
entrò negli Stati Uniti nel 1900 e trovò lavoro come venditore ambulante e in
seguito come agente immobiliare.
Zwillman crebbe in uno dei quartieri più poveri di Newark. La sua famiglia..... ....risiedeva al numero 18 di Hillside Place nel 1910, poi al numero 96 di Waverly
Avenue (ora Muhammad Ali Avenue) fino al 1916 circa, per poi trasferirsi al
numero 259 di Broome Street. In gioventù, Zwillman probabilmente si unì a bande di quartiere dedite a piccoli crimini e a
rozze estorsioni.
Essendo più alto della media – raggiunse un’altezza
di oltre un metro e ottanta – si guadagnò il soprannome di ‘Long’ (Lungo). Col
tempo, il soprannome si trasformò in ‘Longie’ (Longie). Secondo alcune fonti, Zwillman frequentò
la scuola elementare fino all’ottavo anno, senza diplomarsi. L’abbandono
scolastico di Zwillman coincide all’incirca con la scomparsa del padre dai documenti
disponibili. L’annuario di Newark del 1927 riporta che la madre di Abner, Anna
Zwillman, era a quel tempo vedova.
Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30,
mentre Zwillman scalava i ranghi della malavita di Newark, risiedeva tra Shanley
Avenue e Goodwin Avenue. In quel periodo, ebbe i suoi primi problemi con la
giustizia.
L’8 marzo 1927 fu arrestato dal dipartimento di
polizia di Newark con l’accusa di aggressione e lesioni personali. L’accusa fu
poi archiviata. Nel novembre del 1928, gli fu contestata un’ulteriore accusa di
aggressione e lesioni personali, questa volta dall’ufficio dello sceriffo della
contea di Essex. Zwillman riuscì a rimanere libero fino al dicembre del 1930. L’11 dicembre 1930
fu condannato per tale reato a sei mesi di reclusione nel penitenziario della
contea di Essex e al pagamento di una multa di 1.000 dollari.
La permanenza in prigione non fu del tutto
spiacevole, a dimostrazione dell’influenza che Zwillman esercitava già nel New Jersey. Secondo quanto riportato dalla stampa, Zwillman aveva a
disposizione un telefono in cella, poteva ricevere visite a qualsiasi ora e gli
venivano forniti pasti provenienti dall’esterno del carcere. Al momento del suo
rilascio, Zwillman fece donazioni in denaro a diverse guardie e regalò un’auto nuova a un
funzionario penitenziario.
Apparentemente un commerciante di frutta e verdura,
Zwillman in realtà controllava gran parte del traffico illecito di alcolici nel
New Jersey durante il proibizionismo. Intorno al 1926, aveva stretto una
stretta collaborazione con i gangster newyorkesi Louis ‘Lepke’ Buchalter,
Benjamin ‘Bugsy’ Siegel, Jacob ‘Gurrah’ Shapiro, Morris Samuel ‘Dimples’
Wolinsky e Benjamin ‘Cuddy’ Kutlow, e aveva anche conosciuto i mafiosi Willie
Moretti, Charlie ‘Lucky’ Luciano, Frank Costello, ‘Trigger Mike’ Coppola,
Giuseppe ‘Joe Adonis’ Doto, Anthony ‘Little Augie Pisano’ Carfano, Gerardo
Catena e Charles e Rocco Fischetti.

Zwillman ammise inoltre di conoscere Meyer Lansky (che insisteva fosse un
legittimo commerciante di prodotti ortofrutticoli), Irving ‘Waxie Gordon’
Wexler, Moe Sedway, Joseph ‘Doc’ Stacher, Henry ‘Heinzie’ Teitelbaum e Frank
Erickson. (Zwillman menzionò questi legami in un’intervista con gli agenti dell’FBI
durante la caccia a Lepke Buchalter e in una sua apparizione davanti a una commissione
d’inchiesta del Senato sui crimini nel 1951.)
Zwillman viaggiò parecchio e si incontrò spesso con altri criminali in zone
come la California meridionale, Las Vegas (Nevada) e Hot Springs (Arkansas). I
suoi legami con la criminalità organizzata ebraica erano particolarmente forti:
Buchalter e Siegel erano tra i suoi amici più stretti. Secondo alcune fonti,
visse per un periodo con Siegel in California. Contribuì a finanziare diverse
attività criminali, prestando ingenti somme a organizzazioni di contrabbando di
alcolici durante il proibizionismo.
Ma i rapporti di Zwillman con la malavita non erano sempre positivi. La stampa parlava di una
rivalità tra Zwillman, di fatto boss politico del Terzo Distretto di Newark, e Ruggiero ‘Richie
the Boot’ Boiardo del Primo Distretto. A un certo punto, il Third Ward
Political Club di Zwillman, apparentemente apartitico, situato all’angolo tra
Waverly e Avon Street, fu rapinato da intrusi armati. Seguì una conferenza di
pace tra le fazioni di Newark, mediata da capi mafiosi. (i giornali dissero che
la conferenza era stata presieduta da Al Capone, sebbene non sia chiaro quale
interesse potesse aver avuto nella questione).

Secondo alcune fonti, Zwillman avrebbe offerto una cospicua ricompensa per informazioni sul rapimento
di Charles Lindbergh Jr., avvenuto nel 1932 nella sua casa di East Amwell, nel
New Jersey. Si racconta che Zwillman arrivò persino a incontrare persone che
affermavano di possedere informazioni e a offrire loro del denaro, prima di
scoprire che si trattava, in realtà, di una truffa. In seguito, spiegò la sua
offerta di ricompensa come una semplice decisione commerciale. Con l’intensificarsi
dei controlli di polizia sui veicoli in tutto lo stato, a seguito del
rapimento, non poteva essere certo che i suoi camion che trasportavano alcolici
non sarebbero stati fermati e perquisiti.
Con la fine del proibizionismo, Zwillman si
trasferì al numero 120 di Hansbury Avenue. Risiedette in South Munn Avenue a
East Orange dal 1936 al 1946. Durante quel periodo, sposò Mary Mendels
Steinbach, originaria di Newark, già divorziata e madre di un figlio di cinque
anni di nome John.
Il matrimonio, celebrato il 7 luglio 1939, fu
accompagnato da un sontuoso ricevimento a cui parteciparono 300 persone.
Secondo un articolo di stampa, la maggior parte degli invitati erano membri di
organizzazioni criminali della costa orientale degli Stati Uniti. I novelli
sposi Zwillman si concessero una luna di miele di 40 giorni prima di tornare a East
Orange con il figlio di Mary e il padre di Mary, Eugene.
Quasi immediatamente, Zwillman si trovò ad affrontare un’accusa federale di oltraggio alla corte.
Chiamato a testimoniare davanti a un gran giurì del Distretto Meridionale di
New York, che indagava sulla scomparsa di Lepke Buchalter, a Zwillman furono
poste domande sui suoi affari e sui suoi soci. Si rifiutò di rispondere. Il
giudice Johnson J. Hayes lo dichiarò colpevole di oltraggio alla corte e lo
condannò a sei mesi di prigione. La condanna fu annullata in appello.
La famiglia Zwillman, composta da Abner, sua moglie, la figlia Lynn Kathryn (nata intorno al
1943), il figliastro John Steinbach e il suocero, si trasferì al numero 50 di
Beverly Road a West Orange nel 1946. I costosi lavori di ristrutturazione
effettuati negli anni successivi sulla struttura in pietra in stile inglese,
composta da oltre venti stanze, attirarono l’attenzione degli investigatori
federali, i quali stabilirono che tali lavori non potevano essere stati
finanziati con il modesto reddito che Zwillman e sua moglie dichiaravano nelle loro dichiarazioni dei redditi.
Nell’estate del 1950, Zwillman
comparve davanti alla Commissione
Kefauver del Senato degli Stati Uniti per essere interrogato nell’ambito dell’indagine
sulla criminalità organizzata nel commercio interstatale. A quel tempo, Zwillman era
considerato il boss della malavita del New Jersey e il suo nome era emerso
ripetutamente nelle precedenti testimonianze. Le sue attività illecite
includevano scommesse clandestine e distributori automatici e jukebox (un’attività
che si presume fosse condivisa con Charlie Luciano).

Tra i suoi interessi commerciali legittimi
figuravano la società di distributori automatici di sigarette Public Service ‘PS’
Tobacco (condivisa con l’amico intimo di Luciano, Michael Lascari), la Federal
Automatic, produttrice di lavatrici, la E&S Trading, azienda di rottami
ferrosi, la A&S Trading, azienda di macchinari, e la Greater Newark GMC
Truck Sales Co. Era anche un investitore nell’azienda siderurgica di
Pittsburgh, AM Byers Co. Si diceva che avesse una notevole influenza in
politica e nei sindacati.
Zwillman si mostrò riluttante a rispondere alle domande della commissione che
potevano essere collegate a un’indagine in corso sulle sue dichiarazioni dei
redditi. Ammise di essere stato in passato coinvolto nel contrabbando di
alcolici e di aver acquistato alcolici dal Canada. Descrisse alcune iniziative
imprenditoriali fallite dopo la fine del proibizionismo, tra cui la United
States Yeast Corp e un’azienda produttrice di rubinetti per fusti di birra.
Raccontò alla commissione del suo ingresso nella Public Service Tobacco
Company. Tale società era stata precedentemente di proprietà di Joseph ‘Doc’
Stacher e Gerardo Catena. Lascari si era già assicurato la metà delle quote
della società nel 1937, quando Zwillman ne acquistò una partecipazione.

Durante l’interrogatorio, Zwillman ha
affermato di non ricordare di aver mai incontrato Virginia Hill, la fidanzata
di Benjamin Siegel. La Hill aveva precedentemente testimoniato di aver
conosciuto Zwillman tramite un conoscente comune. Zwillman ha insistito di non ricordare l’incontro e, in un apparente tentativo
di cambiare argomento, ha accennato al suo interlocutore che sua moglie stava
ascoltando la testimonianza.
Un senatore gli chiese della sua reputazione di ‘Al
Capone del New Jersey’. Zwillman ammise che il termine era stato usato per descriverlo, ma insistette
sul fatto che non fosse affatto accurato. Si assunse una parte di
responsabilità per il suo utilizzo, poiché non aveva preso posizione contro di
esso quando era stato diffuso per la prima volta.
Nell’agosto del 1951, mentre la Commissione
investigativa del Senato sui crimini lo cercava nuovamente per interrogarlo, Zwillman si
concesse una vacanza su uno yacht. Le imbarcazioni e gli aerei della Guardia
Costiera statunitense effettuarono una ricerca infruttuosa dell’imbarcazione di
Zwillman. Zwillman fu brevemente avvistato a Newark nel settembre dello stesso anno, dopo
la conclusione delle audizioni della commissione.
Un primo tentativo di perseguire Zwillman per
evasione fiscale fallì nell’estate del 1953, quando una giuria federale non
emise un’incriminazione. Nella primavera del 1954, Zwillman fu incriminato da una giuria federale di Newark per due capi d’accusa
di evasione fiscale. Le accuse si riferivano alle dichiarazioni dei redditi
presentate da Zwillman e da sua moglie nel 1947 e nel 1948. Il processo iniziò davanti al
giudice Reynier J. Wortendyke Jr. nel gennaio del 1956 e si concluse con una
giuria non unanime il 1° marzo.
Secondo le ricostruzioni, la maggioranza dei
giurati riteneva che le prove presentate dall’accusa fossero insufficienti.
Tuttavia, nel gennaio del 1959, un microfono dell’FBI installato presso la
Supreme Beverage Company di Newark registrò una conversazione tra alcuni uomini
riguardo alle misure adottate per garantire che Zwillman non venisse condannato in quel processo.
A febbraio, i procuratori federali hanno
formalizzato le accuse contro Peter Dominick LaPlaca di Hasbrouck Heights, nel
New Jersey, Samuel ‘Big Sue’ Katz e Edward A. Goodspeed di North Arlington,
sempre nel New Jersey, per aver offerto e pagato tangenti a due giurati nel
processo fiscale Zwillman del 1956.
LaPlaca, noto come allibratore ed ex socio del
defunto mafioso Willie Moretti (LaPlaca e Moretti erano anche imparentati per
via acquisita), fu accusato di aver dato 1.000 dollari al giurato Louis J.
Donadio. Katz, socio di Zwillman fin dai tempi del proibizionismo, e Goodspeed
furono accusati di aver pagato 1.000 dollari al giurato Warren E. Andes tramite
suo fratello, Charles Andes. Un gran giurì in seguito incriminò i tre uomini
per reati relativi all'offerta e al pagamento di tangenti.
Il 26 febbraio 1959, Zwillman fu trovato morto nella sua casa di West Orange. Quella mattina, alle
10, la moglie scoprì il suo corpo senza vita appeso per il collo a un cappio di
cavo elettrico legato a una trave del soffitto in un ripostiglio nel
seminterrato. Nelle vicinanze fu trovata una bottiglia di bourbon whisky mezza
vuota. La donna raccontò alla polizia di ricordare che il marito si era alzato
nel cuore della notte lamentando dolori al petto. Zwillman, preoccupato per lei, le aveva fatto prendere un sonnifero e l’aveva
rimandata a letto.
Il medico legale della contea di Essex, il dottor
Edwin Albano, ha quasi immediatamente stabilito che la morte era stata causata
da suicidio per impiccagione. Ha inoltre riferito che Zwillman soffriva di
malattie renali e di ingrossamento del cuore (era in cura da un cardiologo da
diverso tempo).
Il figliastro di Zwillman, John Steinbach, ha rivelato che il boss della malavita era depresso e
preoccupato per i casi di corruzione di giurati. Secondo quanto riferito, Zwillman
combatteva contro una profonda depressione da quando gli investigatori del
Senato avevano iniziato a esaminare il suo ruolo nell’industria dei jukebox.
Steinbach ha affermato che Zwillman era turbato dall’interrogatorio di Gerard Catena avvenuto due
settimane prima. Catena si era avvalso del Quinto Emendamento per oltre
settanta volte.
Si stima che circa 150 persone abbiano reso omaggio
a Zwillman la sera del 26 febbraio. Il funerale si è tenuto il giorno successivo
presso l’impresa funebre Philip Anter & Son, al numero 16 di Stratford
Place a Newark. Circa 1.500 persone si sono radunate all’esterno della
struttura, ma solo 350 di loro sono state autorizzate ad entrare. Tra i
presenti al funerale, i giornalisti hanno identificato il ristoratore di
Manhattan Toots Schor e il produttore cinematografico Dore Schary.
Dopo una cerimonia officiata dal rabbino Joachim
Prinz, presidente del Congresso ebraico americano, la salma di Zwillman è stata
trasportata al cimitero B’nai Abraham di Union, nel New Jersey, per la
sepoltura.
PROSEGUE CON IL CARRELLO DELLA COMMISSIONE...