In
origine il linguaggio ha per scopo la comunicazione utile; allo stato di
interiezione la comunicazione utile è ancora totale; a partire da questo stadio
ogni perfezionamento del linguaggio tende alla comunicazione inutile; soltanto
con un linguaggio altamente perfezionato è possibile la comunicazione zero,
ossia l’incomunicazione (una pagina intensa di Heidegger, per esempio, o un
saggio di critica letteraria concettuale).
Se
prendiamo come ascissa la perfezione del linguaggio e come ordinata la capacità
di comunicazione, la curva dell’informazione orale assume la forma asintotica
caratteristica dell’iperbole, per cui a ogni progresso del linguaggio
corrisponde un ulteriore calo della comunicazione.
La
letteratura, benché derivata dal linguaggio, non è tuttavia la derivata del
linguaggio, né la derivata dell’informazione (d’altronde costantemente
negativa, come si vede dalla semplice rappresentazione grafica della precedente
curva); l’andamento della sua funzione è diverso.
In origine il fatto letterario è il canto o il racconto rivolti a un pubblico presente; poi diventa canto o racconto rivolti a un pubblico non presente; spinto al limite, diventa canto o racconto rivolti a un pubblico zero. Nella sua rappresentazione grafica non compare la comunicazione, perché la letteratura ha con essa una relazione arbitrariamente variabile.
Se
invece di rappresentarla in coordinate ortogonali, la rappresentiamo in
coordinate polari, con per vettore il ‘contatto diretto con il pubblico’ e per
anomalia l’evoluzione letteraria, la funzione letteratura assume la forma di
una normale spirale logaritmica.
Da
una tale curva, sempre più avvicinantesi al suo centro di coordinate, si deduce
che, così come l’evoluzione del linguaggio porta alla comunicazione zero,
l’evoluzione letteraria porta sempre più strettamente al contatto dell’autore
con se stesso.
Cioè,
al fatto di scrivere per se stesso.
Per
questo motivo molte tra le opere letterarie più notevoli dell’Ottocento, e
quasi tutte tra quelle del Novecento, sono andate perdute. Esempio: in Italia,
nei penultimi decenni, quasi nessun poeta al di sopra del modesto livello detto
ermetico-postermetico ha fatto conoscere al pubblico le sue opere.
Non
si includono tra queste perdite quelle dovute al silenzio; il silenzio totale,
come fatto sia linguistico che letterario, occupa nei riguardi della parola
detta o scritta il posto che occupa l’infinito nei riguardi della retta: lo si
può pensare a destra, lo si può pensare a sinistra, ma agli effetti pratici non
è conteggiabile, e nemmeno passibile, come gli altri punti di ordinamento.
Il fenomeno qui considerato non è, dunque, l’autore di un niente, bensì l’autore di un’opera il quale non comunica adeguatamente al pubblico l’opera creata. E non l’autore che la cela totalmente e irrimediabilmente, perché in tal caso lo si dovrebbe annoverare tra gli emissori di silenzio, già eliminati; ma l’autore che in previsione di una vita futura lascia i propri prodotti in luoghi più o meno accessibili, nella speranza che la vita futura sia tale da permettere, non fosse che nel corso di brevi vacanze, il godimento delle proprie opere.
Giacché
nessuno scrittore con senso artigianale scrive soltanto per questa vita:
sarebbe come scrivere soltanto per la televisione.
Chi
fu Cyril Tourneur?
Chi
furono il compilatore dell’Anonymus Nilantianus, i veri poeti italiani tra il
1920 e il 1960, rimasti ignoti?
L’impossibilità
di rispondere a queste domande retoriche conferisce alle opere di tali
sconosciuti una garanzia addizionale, di solito non riscontrabile nelle opere
dei moderni grandi famosi. Dallo scrittore, il lettore vuole non solo ricevere
indicazioni di un livello di pensiero superiore, ma anche l’insegnamento, se
possibile, di come accedere a quel livello.
E ovviamente, le opere dei moderni grandi famosi un requisito almeno di questo accedere al livello superiore non lo possono insegnare, e sarebbe questo: come si fa a trattenere l’impulso, se non vile, puerile di, non appena fabbricato un alcunché, sedere sull’uscio di casa o del padiglione nella fiera (con l’aiuto talvolta di altoparlanti, volantini, ragazze discinte distribuenti inviti, lancio elicotterico di assegni, spinte non metaforiche di scimmie antropomorfe raccolte in gruppi statali o teologici), sotto la scritta:
Godetevi per la burlesca somma di x sesterzi
la penetrante soddisfazione del mio alcunché. Se non lo fate siete degli
ignoranti. Vi supplico per la memoria di vostra madre e per l’orgoglio della
patria: ho moglie e bambini. Aiutate l’industria nazionale: il mio alcunché
sorpassa quelli precedenti.
Queste
scritte ricattatorie possono naturalmente assumere gli aspetti più diversi,
perfino un aspetto estremamente dignitoso (Joyce, Hugo von Hofmannsthal); il
fatto rimane che colui che se ne serve può insegnare tutt’al più il proprio
metodo per renderle meno grottesche (il metodo Henry James, il metodo Mallarmé,
scarsamente rustici), ma non può insegnare la maniera di non servirsene:
nessuno può contraddire il proprio passato, non appena l’ha reso pubblico.
Tali scritte e richiami sono così normalmente accettati, d’altra parte, che se un autore colpito di veggenza chiede come Kafka che le sue opere vengano bruciate (cioè non crede più alla possibilità di tornare in qualità di fantasma a godersi la fama futura), lo si considera delirante e gli si nega la facoltà di intendere e volere.
Non
sembra ancora fattibile la creazione di un Istituto per il Ricupero di Buone
Azioni perdute, da distribuire tra i settori più malvagi della popolazione;
possibile invece, sia pur con molte limitazioni di carattere pratico, una
modesta attività nel campo del Ricupero di Capolavori Ignorati. Resa inoltre
necessaria dal fatto che, a differenza della buona azione, il capolavoro si è
dimostrato ormai articolo di vasto consumo, e perciò, da quando è stata
abbandonata la produzione artigianale, articolo rapidamente deperibile, da
sostituire.
Queste
considerazioni non sono letteralmente e interamente applicabili al caso Shiel,
come verrà spiegato dopo…
…Infatti
Shiel fece del suo meglio per mantenere il contatto con il pubblico, inventò
arguzie e terrori che non potevano non colpire il pubblico, scrisse perfino dei
serials, ciò che per un romanziere dei suoi tempi costituiva la forma più
diretta di contatto con il pubblico; eppure le sue opere, benché apprezzate
dagli scrittori, furono immediatamente dimenticate dai lettori. Per ben tre
volte, come si vedrà dopo, gli editori dovettero riscoprirle; per quel che
riguarda l’Italia, esse rimangono ancora da scoprire.
Poi scoprii che tutte le centrali di energia elettrica erano state chiuse, a quanto sembrava, prima dell’arrivo della catastrofe, e che anche gli impianti del gas erano stati abbandonati qualche giorno prima; così che questa città di tremenda notte, nella quale, quando giunse il silenzio a soffocarla, sciamavano e ronzavano forse più di venti milioni di persone, deve essere apparsa simile all’Averno e alle tenebre infernali assai più di ogni altra immagine che la mia fantasia ne possa concepire.
Uscii
dalla stazione; i miei orecchi, ne è testimone il cielo, si aspettavano ancora
il solito rumore cittadino, per quanto fossi abituato ormai a quel muto e
assente vuoto del silenzio; e fui sopraffatto da un nuovo terrore, e mi smarrii
in una disperazione ancor più sconfinata, quando invece di lampioni e di ruote
in movimento, vidi davanti a me la lunga strada che conoscevo bene, immersa in
un mutismo lugubre, come fossi in una Babilonia secolare invasa dall’erba;
quando invece della consueta confusione, non udii che un silenzio sconvolgente,
un silenzio che si innalzava al cielo, fino ad altezze da me finora mai
sentite, per congiungersi lassù al silenzio di quelle luci di eternità.
Quanto alla velocità della nube dilagante, secondo i suoi calcoli essa variava tra le 100 e le 105 miglia al giorno; e la data in cui probabilmente l’eruzione aveva avuto luogo, egli la fissava tra il 14, il 15 e il 16 aprile; ossia uno, due o tre giorni dopo l’arrivo al Polo degli esploratori del Boreal; e finiva l’articolo osservando che, se le cose stavano davvero come lui pensava, non c’erano rifugi di sorta dove la razza umana potesse trovare scampo, a meno che si riuscisse a chiudere ermeticamente miniere, gallerie e luoghi simili; e anche così, questi nascondigli non sarebbero giovati che a un numero molto limitato di persone, salvo nel caso che l’attività letale dell’aria dovesse dimostrarsi di brevissima durata.
Uscii
dal palazzo, quel mattino, come un uomo prostrato dalla vecchiaia; perché gli
abissi di orrore che avevo intravvisti nel corso di quelle ore tenebrose mi
avevano reso debole, i miei piedi inciampavano, il mio cervello barcollava.
Presi Farringdon Street, e arrivato a Piccadilly Circus, dove quattro strade si incontrano, scorsi a perdita d’occhio quattro campi di cadaveri, cadaveri, mi ricordai di Parigi quando c'èra ancora vita, ma ora qui... Tutti quei cadaveri vestiti come da uno straccivendolo in ogni sfumatura dello stinto; o vestiti a metà, o del tutto svestiti, alle volte perfino ammucchiati gli uni sugli altri, come già avevo osservato a Reading...
....ma qui il loro aspetto scheletrico era più appariscente: vedevo le spalle gonfie, le ossa dell’anca sporgenti, i ventri svuotati e gli arti rigidamente ossuti come di uomini morti di fame; l’insieme presentava l’aria bizzarra di un macabro campo di battaglia di marionette cadute; e mescolati alle salme, una moltitudine di veicoli di ogni specie, tra i quali riuscii a farmi strada, fino a un certo negozio sullo Strand, dove speravo di reperire tutte le informazioni che mi servivano su miniere e scavi nel Paese; ma la saracinesca era chiusa, e non volevo fare alcun rumore tra quella gente, anche se la giornata era serena, e non mi sarebbe costata gran fatica entrare nel locale: proprio lì vicino su un furgone avevo scorto una leva di ferro.
Mi
diressi invece al British Museum, il cui sistema di catalogazione mi era noto;
quando entrai, nessuno mi fermò all’ingresso della sala di lettura, e in tutta
la vasta sala rotonda non c’era un’anima, soltanto un vecchio occhialuto con
sotto il mento un gozzo voluminoso, riverso sopra una delle scalette per
raggiungere i libri, accanto agli scaffali, un ‘lettore’ fino all’ultimo
respiro.
Diedi uno sguardo ai cataloghi, poi salii al piano di sopra e vi rimasi per un’ora, tra le semibuie sacre gallerie di quel luogo di silenzio, e quando vidi davanti a me certi papiri greci e copti, certi documenti e sigilli regali, sognai un tale sogno di questa terra, Dio buono!, che nemmeno la penna di un angelo saprebbe esprimere sulla carta.
Dopo
me ne andai, con più di venti chili di carte militari, che ficcai in una
valigia trovata nel guardaroba, e tre volumi di rilevamenti topografici. A
Holborn, in un negozio di strumenti ottici, presi un sestante e un teodolite;
da un droghiere nei pressi del Tamigi riempii un sacco di provviste, quel che
mi bastava per una settimana o due; siccome avevo scoperto accanto al piccolo
molo vicino al ponte di Blackfriars una snella imbarcazione da diporto, bianca,
a motore, di qualche tonnellata, verso mezzogiorno stavo già risalendo, sempre
solitario, il corso del fiume, che scorreva come quando i Britanni non erano
ancora nati, e poi lo videro, e vi innalzarono accanto capanne di fango tra i
boschi, e poi arrivarono i Romani, e lo videro, e lo chiamarono Tamesis, o
Thamesis.
Quindici miglia di troppo la nube aveva superato il limite
imposto e cinque giorni dopo raggiunsi le miniere; lì vidi per la prima
volta quello spettacolo di orrore che poi doveva ripetersi dappertutto, e che
alla fine mi divenne familiare; in sette casi su dieci, la storia era la
stessa, identicamente breve:
‘proprietari’ egoisti, un mondo di esclusi, un facile
bombardamento, e la distruzione di tutti quanti, spesso anche prima dell’arrivo
della nube.
Nei dintorni di alcune miniere ebbi più di una volta l’impressione che tutta la razza umana giacesse lì ammucchiata, e che l’idea di nascondersi nell’interno di una cava doveva aver colpito l’immaginazione di ogni persona vivente.
In
queste miniere di piombo, come nella maggior parte delle miniere che seguono la
vena del minerale, ci sono più pozzi che in quelle di carbone, e i congegni di
ventilazione artificiale quasi non esistono; ce ne sono soltanto nelle salite,
nelle svolte e nelle gallerie senza uscita; perciò, anche se la loro profondità
di rado sorpassa i cento metri, la morte per soffocamento doveva in molti casi
essere arrivata prima dell’altra morte.
In
quasi tutti i pozzi, sia di ingresso, sia di uscita, c’era una scala a pioli:
quella della miniera, oppure un’altra messa lì dai fuggitivi; e così fui in
grado di scendere senza difficoltà. Prima mi ero vestito adeguatamente in una
casa del villaggio; camicia di flanella, pantaloni con pezze di cuoio sui
ginocchi, grossi stivali e un berretto da minatore, col buco per ficcarvi la
candela; così acconciato e con la lampada Davy di sicurezza, che portai in giro
per mesi, vissi quasi tutto quel tempo nelle profondità della terra, cercando
il tesoro di una vita; ma soltanto trovavo, nelle miniere inglesi, donne della
Pomerania dai mantelli sgargianti, valacchi, mammalucchi, chirghisi, bonzi,
imami, ogni razza umana, quasi.