giuliano

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IL TOMO

lunedì 22 novembre 2021

BOSCHI (24)

 























Precedenti capitoli:


La Natura modificata (22/3)


& UN LIBRO RITROVATO


Prosegue con i:


Boschi (25)







& Paesaggio & Memoria [26]








& 25 NOVEMBRE [27]








Il 14 gennaio 1791 grazie agli esperimenti nella Terra del Vermont del dott…

 

Abbiamo appurato quanto necessaria la tutela non solo del Bosco, inserito in un più vasto Paesaggio, ma quanto altrettanto vitale sia che tal Paesaggio - ammirato e disquisito - necessiti dell’evoluto ‘fattore umano’ (…imparando il Linguaggio anche da ciò che taluni ritengono ‘materia morta’ congiunta alla ‘bestia’...) nell’universale Principio adottato (e giammai alla fine), nel saperne valutare e sondare la profondità dell’Ideale unito all’antica volontà… conforme alla giusta autorità attribuita alla comprensione dell’estensione e limite del Dominio umano.

 

Come abbiamo letto ed appreso e non solo da questo Ambasciatore, anche Plutarco, infatti, fu tale nella sua Opera - stratificata alla precedente su cui costruito il discusso concetto di Storia -, ovvero ‘apostolo’ della propria ed altrui Epoca conformata nell’autorità del Dominio… Il ‘parallelismo’ da cui dedotta la corretta Via -, il corretto Sentiero -, ancora lo apprendiamo riflesso nel presunto beneficio o mantenimento della volontà di conquista.




Talvolta o troppo spesso non distinguendo l’alpinista dall’acrobata di Borsa; subordinati alla ‘vista’ la quale conferisce all’Anima estasiata non più ‘al di sopra’, ma inerente ed in accordo a quanto osservato, non più conquistatori dell’inutile, ma l’utilità del benessere che tal vista ispira nel tutt’Uno con la Natura e quanto ammirato.

 

Così distinguiamo e delineiamo l’Ambasciatore della Natura (compresa ovviamente l’umana), e la Storia del Bosco da cui deriva la suddetta Conquista, compreso il Sentiero sino alla celebrata Cima.   

 

Dio ovunque e in ogni luogo così ammirato per ogni sua Opera può dirsi sommamente pregato e in tal Pensiero rinato…




La Natura… compresa l’umana (derivata, quindi evoluta…) di saper conferire alle future generazioni che sopraggiungeranno, il Diritto di riconoscere il proprio ed altrui volto, inciso sia nel Bosco ammirato, per comprendere l’antico ‘parallelo’ Linguaggio (e non solo - superiore o inferiore - lignaggio stirpe della Terra, giacché siamo tutti figli di questa Selva e del Dio che così bella l’ha donata, dal Vermont sino all’Italia…); sia per constatarne l’oltraggio subito (la Storia ne è colma) di tanti troppi profughi, e non più abitanti bensì clandestini, che lo attraversano come bestie per la dovuta sopravvivenza circa l’improprio Dominio adottato.

 

La Natura ha mantenuto integro questo Equilibrio suggellato nel ‘patto’ del Diritto alla Vita (con le varie specie che la contraddistinguono senza estinzioni di massa o peggio ancora…), quindi il suo e nostro Principio, da cui apprendiamo e deduciamo anche ogni successivo ed improprio Dominio adottato.




Dacché ne deduciamo ancora, l’avidità umana comune fattore sin qui studiato oggettivata indistintamente sulla Natura, anche e soprattutto in quella dottrina politica avversa al principio democratico (lo abbiamo detto siamo contro il tiranno!) - inteso come valore adottato e non aggiunto - nella salvaguardia della Terra (e non solo l’armata Difesa dai nemici che in accordo con un altrettanto falso principio tendono a creare la guerra per l’economia e il presunto benessere che ne deriva. Vediamo constatiamo e raccogliamo ovunque i fenomeni naturali altrettanto simmetrici transitare da un bosco ad una riva e viceversa), la quale deve assumere Coscienza giammai rimossa del danno perpetrato, così come assistiamo e rileviamo circa il fenomeno del disboscamento.

 

Saremmo privi di Ragione e non all’altezza del compito sin qui intrapreso per l’intero cammino, se non distinguiamo il Bosco uniformemente ammirato, tanto quello che delimita un delicato Confine, dato da un presunto ‘equilibrio’ geopolitico, tanto quello dato e rilevato da un esperimento che ne conferisce il Diritto di essere ed appartenere al suo Linguaggio.




In entrambe i casi, come abbiamo letto, l’unica specifica rilevata sarà un generalizzato disordine dell’intero ecosistema studiato, e non più separato dalla nostra comune Terra.

 

Chi tende a privilegiare una determinata politica la quale per difettevole miope o cieca indole, tende e tenderà a mutare l’intero Ecosistema abdicato ad un proprio momentaneo beneficio, acquisito o sottratto, quindi dato da una approssimata summa economica ben seminata come coltivata, e privata del risultato da cui la Dottrina aspira (per Dottrina intendiamo l’universalità che questa sottintende nel beneficio dato, compresa ovviamente l’economica detta, non separata dalla Natura), non  all’altezza del proprio e altrui mandato, e neppure per questo, dell’intero Ecosistema da cui presunto Ambasciatore dell’approssimazione non confacente con l’Evoluzione, da cui, non per ultima, la Dottrina economica stabilirne propriamente o non i valori rimossi nel principio della vita per le future generazioni.




E se anche la stessa impropria dottrina adottata ne delinea l’impervio cammino verso la Cima, sarà solo la nota evolutiva circa il principio di conservazione della specie a smascherarne il fine.

 

Quindi il compito di Plutarco, come dei successivi parallelismi adottati fondamentale per la corretta funzione da cui la Storia assoggettato al tiranno. Di piccoli mediocri tiranni la Storia come la Natura ne è colma per ogni Sentiero che conduce alla stessa medesima Cima. Quindi mi ripeto, non siamo conquistatori dell’inutile, bensì dell’universale che attraverso essa l’Anima beneficia.   

 

Un profeta raggiunse tal Illuminazione all’Ombra rimossa di tal principio adottato d’una diversa presa di coscienza, e l’illuminazione che ne deriverà, rimossa la sua Dottrina, sarà la catastrofe per l’intero pianeta.




Ovvero l’uomo nel senso metaforico qui adottato, quale valido principio del Bosco non meno della Natura da lui modificata, deve prendere Coscienza del globale danno, quindi assumere in ogni luogo comportamenti atti a riconciliarne il valore e universale benessere della Pace, la quale, se la deducete nella quiete del Bosco (come della successiva Cima) privato della furiosa lotta, così come nei secoli di Dominio lo distinguiamo e tuteliamo, riflettendolo di conseguenza, nella civile armonia che tal senso ci ispira, derivata dal Secolare Linguaggio per la sua Ombra proiettata in ogni civile luogo, ove in suo nome tal principio dimora e non più impera.   

 

Ovvero, in cotal simmetrica preghiera da cui la materia della Scienza - compresa l’economica - riflessa nel Beneficio d’ognuno come Universale Dottrina, si impari e rifletta con dovuta Coscienza, così quando - il Bosco la Foresta - veniva arbitrariamente ed inconsapevolmente sottratta al beneficio da cui la Vita.  




Con il Tempo apprendiamo nella rinascita della comune Vita circa i valori mortificati essenziali per la stessa, così come l’Economia la quale - ha adottato e ancora adotta - tal forma impropria di momentaneo benessere. Ebbene Mursh, come prima di lui Plutarco, insegnano proprio questo, la necessità e parallela opportunità di lasciare ai futuri anelli dell'universale Albero da cui la Vita, le possibilità generazionali di poter godere il più a lungo della nostra comune capacità imprenditoriale simmetrica alla Natura, non dettate dai falsi principi egoistici di cui la Borsa tende a mutare il Bosco in antica bellicosa selva, ma Foresta ‘per e nel’ bene d’ognuno in cui leggere non più i morti per ogni tronco abbattuto, ma dagli anelli dedurre una Scienza precisa, e così imparare a rifondare le perse e mutate Stagioni d’una comune vita, ed universale appartenenza nella certezza d’una rinascita alla sua Linfa…

 

(Giuliano)     



    

 Vi sono buone ragioni per credere che la superficie della terra abitabile, in tutti i climi e le regioni che sono state dimore di popolazioni dense e civilizzate, fosse, con poche eccezioni, già ricoperta da una crescita forestale quando divenne la prima dimora di uomo.

 

Questo lo deduciamo dagli estesi resti vegetali - tronchi, rami, radici, frutti, semi e foglie di alberi -  spesso trovati abbinati con opere d’arte primitiva, nel terreno paludoso di distretti dove non sembrano esistere foreste all’interno del epoche attraverso le quali giungono gli annali scritti; è comprovato da antichi documenti storici, che le grandi province, dove la terra è stata a lungo completamente priva di alberi, erano coperte di boschi vasti e quasi ininterrotti quando furono conosciute per la prima volta dalla civiltà greca e romana.

 

Si possono annoverare tra le testimonianze storiche su questo punto, se non tecnicamente tra i documenti storici, antichi nomi geografici e terminazioni etimologicamente indicanti bosco o boschetto, così comuni in molte parti del Continente Orientale ormai del tutto spoglie di boschi - come, nel sud Europa, Breuil, Broglio, Brolio, Brolo; in Northern, Bruhl, e le desinenze -dean, -den, -don, -ham, -holt, -horst, -hurst, -lund, -shaw, -shot, -skog, -skov, -wald, -weald, -wold, -wood.




 E dallo stato di gran parte del Nord e del Sud America, nonché di molte isole, quando furono scoperte e colonizzate dalla razza europea.

 

L’influenza complessiva della Foresta sulla temperatura globale dell’intero pianeta abitato dall’uomo è fondamentale per ristabilirne un rapporto compromesso con la Natura e cicli delle stagioni da cui la Vita, nonché i benefici che da Lei derivano, circa il clima e la sua naturale stabilità - compresi ovviamente i frutti non solo materiali bensì spirituali - ovvero il linguaggio che da Madre Natura deriva, lo stesso antico linguaggio  che dobbiamo ristabilire odiernamente, dopo aver distrutto e modificato, con l’eccessivo inquinamento e disboscamento, il preesistente equilibrio irrimediabilmente mutato.   

 

Non è stato ancora possibile misurare, riassumere ed equiparare, l’influenza totale della Foresta, dei suoi processi e dei suoi prodotti, morti e vivi, sulla temperatura, e i ricercatori differiscono molto nelle loro conclusioni su questo specifico argomento. Sembra probabile che, in ogni caso particolare il risultato sia, se non determinato, almeno sicuramente modificato dalle condizioni locali che sono infinitamente variate, dacché odiernamente nessuna formula generale è applicabile alla questione, da me scientificamente riscontrata.

 

Solo il futuro saprà dirci se avevamo Ragione o torto!




La più importante influenza igroscopica oltre che termoscopica della Foresta è senza dubbio quella che essa esercita sull’umidità dell’aria e della terra, e questa azione climatica la esercita in parte come materia morta, in parte come materia vivente. Mediante la sua interposizione come una cortina tra il cielo e la terra frena sia l’evaporazione dalla terra, sia intercetta meccanicamente una certa proporzione della rugiada e delle piogge più leggere, che altrimenti inumidirebbero la superficie del suolo, e la restituisce all'atmosfera per espirazione.

 

Abbiamo mostrato che il Bosco, considerato come materia morta, tende a diminuire l’umidità dell’aria, impedendo ai raggi del sole di raggiungere il suolo ed evaporare l’acqua che cade in superficie, ed anche stendendo sulla terra un manto spugnoso che aspira e trattiene l’umidità che riceve dall’atmosfera, mentre, nello stesso tempo, questa copertura agisce in senso contrario accumulando, in un serbatoio non del tutto inaccessibile agli influssi vaporizzanti, l’acqua di precipitazione, che altrimenti potrebbe improvvisamente sprofondare in profondità nelle viscere della terra, o fluire da canali superficiali ad altre regioni climatiche.




Vediamo ora che, come organismo vivente, tende, da un lato, a diminuire l’umidità dell’aria assorbendone talvolta l’umidità, e, dall’altro, aumentare tale umidità riversando nell’atmosfera, sotto forma di vapore, l’acqua che essa aspira attraverso le sue radici. Quest’ultima operazione, contemporaneamente, abbassa la temperatura dell’aria a contatto o in prossimità del legno, per la stessa legge degli altri casi di trasformazione dell’acqua in vapore.

 

Come ho più volte detto, non si può misurare il valore di nessuno di quegli elementi di perturbazione climatica, innalzamento o abbassamento della temperatura, aumento o diminuzione dell'umidità, né si può dire che in una stagione, in un anno o in un ciclo fisso, lungo o breve che sia, si equilibrano e si compensano a vicenda. A volte, ma certamente non sempre, sono contemporanei nella loro azione, sia che la loro tendenza sia nella stessa direzione o in direzioni opposte, e quindi la loro influenza è a volte cumulativa, a volte conflittuale; ma, nel complesso, il loro effetto generale è quello di mitigare gli estremi del caldo e del freddo atmosferici, dell’umidità e della siccità.


(Prosegue...)








venerdì 19 novembre 2021

LA NATURA MODIFICATA.... (22)

 


















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Del paesaggio che muta (20/1)


Prosegue con....:


L'azione 'umana' (23)


& il racconto della 







Domenica: IL LIBRO RITROVATO








È noto a tutti coloro che si sono occupati della psicologia e delle abitudini delle razze più rozze e delle persone con intelletti imperfettamente sviluppati nella vita civile, che sebbene queste umili tribù e individui sacrifichino senza scrupoli la vita degli animali inferiori per la gratificazione dei loro appetiti e la fornitura degli altri loro bisogni fisici, eppure sembrano nutrire con i bruti, e anche con la vita vegetale, simpatie che sono molto più debolmente sentite dagli uomini civilizzati. Le tradizioni popolari dei popoli più semplici riconoscono una certa comunità di natura tra l’uomo, gli animali bruti e perfino le piante; e questo serve a spiegare perché l’apologo o favola, che attribuisce il potere della parola e la facoltà della ragione agli uccelli, ai quadrupedi, agli insetti, ai fiori e agli alberi…




Quello che sto per sottolineare non è esattamente rilevante per il mio argomento; ma è difficile ‘prendere la parola’ nella grande società mondiale di dibattiti, e quando un oratore che ha qualcosa da dire trova un varco all’orecchio del pubblico, deve sfruttare la sua opportunità, senza indagare troppo bene se le sue osservazioni sono ‘in ordine’.

 

Non danneggerò nessun uomo onesto sforzandomi, come ho spesso fatto altrove, di attirare l’attenzione degli uomini di pensiero e di coscienza sui pericoli che minacciano i grandi interessi morali e persino politici della cristianità, dalla spregiudicatezza delle associazioni private che ora controllano gli affari monetari, e regolano il transito delle persone e dei beni, in quasi tutti i paesi civili.




Più di uno Stato (e non solo) americano è letteralmente governato da corporazioni prive di principi, che non solo sfidano il potere legislativo, ma hanno, troppo spesso, corrotto anche l’amministrazione della giustizia. Il tremendo potere di queste associazioni è dovuto non solo alla corruzione pecuniaria, ma in parte a un’antica superstizione legale - fomentata dalla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel famoso caso del Dartmouth College - riguardo alla sacralità delle prerogative aziendali.

 

Non c’è una buona ragione per cui i diritti privati ​​derivati ​​da Dio e la stessa costituzione della società debbano essere meno rispettati dei privilegi concessi dai legislatori.




 Non va mai dimenticato che nessun privilegio può essere un diritto, e che gli organi legislativi non dovrebbero mai concedere una concessione a una società, senza espressa riserva di ciò che molti sani giuristi ora ritengono essere coinvolti nella natura stessa di tali concessioni, il potere di revoca.

 

Simili mali sono divenuti egualmente diffusi in Inghilterra e nel continente; e credo che il decadimento della morale commerciale, e del senso di tutti gli obblighi superiori a quelli di natura pecuniaria, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sia da imputare più all’influenza delle banche per azioni e delle imprese manifatturiere e ferroviarie, al funzionamento, insomma, di quello che è chiamato il principio di ‘azione associata’, che a qualsiasi altra causa di demoralizzazione. 

(George P. Marsh)

 

 



Le rivoluzioni delle stagioni, con le loro alternanze di temperatura e di lunghezza del giorno e della notte, i climi delle diverse zone, le condizioni generali e i movimenti dell’atmosfera e dei mari, dipendono da cause per lo più cosmiche, e di ovviamente, completamente al di fuori del nostro controllo. L’elevazione, la configurazione e la composizione delle grandi masse della superficie terrestre, e la relativa estensione e distribuzione della terra e dell’acqua, sono determinate da influenze geologiche ugualmente lontane dalla nostra giurisdizione. Sembrerebbe quindi che l’adattamento fisico delle diverse parti della terra all’uso e al godimento dell’uomo sia una questione così strettamente appartenente a poteri più potenti dell’uomo, che possiamo solo accettare la natura geografica come la troviamo, e accontentarci di tale suoli e cieli che lei spontaneamente offre.

 

Ma è certo che l’uomo ha reagito alla natura organizzata e inorganica, modificando, se non determinando, la struttura materiale della sua dimora terrena. La misura di quella reazione costituisce manifestamente un elemento molto importante nella valutazione dei rapporti tra mente e materia, nonché nella discussione di molti problemi puramente fisici. Ma sebbene l’argomento sia stato toccato incidentalmente da molti geografi e trattato con molta pienezza di dettagli riguardo a certi campi limitati dello sforzo umano e a certi effetti specifici dell’azione umana, nel suo insieme non ha effetti duraturi sul sapere, è stato oggetto di osservazione speciale, o di ricerca storica, da qualsiasi ricercatore scientifico.




Infatti, fino a quando l’influenza delle condizioni geografiche sulla vita umana non fu riconosciuta come un ramo distinto dell’indagine filosofica, non c’era motivo per perseguire tali speculazioni; ed era desiderabile indagare fino a che punto siamo, o possiamo, diventare gli architetti del nostro stesso luogo in cui dimorare, solo quando si sapeva come il modo del nostro essere fisico, morale e intellettuale è influenzato dal carattere della casa che la Provvidenza ha designato, e abbiamo modellato, per la nostra abitazione materiale.

 

È ancora troppo presto per tentare un metodo scientifico nel discutere questo problema, né lo è il nostro presente archivio dei fatti necessari con qualsiasi mezzo sufficientemente completo da giustificarmi nel promettere qualsiasi approccio alla pienezza dell’affermazione che li rispetti. L’osservazione sistematica in relazione a questo argomento è appena iniziata, e i dati sparsi che sono stati registrati per caso non sono mai stati approfonditi. Ora non ha posto nello schema generale della scienza fisica, ed è solo materia di suggestione e speculazione, non di conclusione stabilita e positiva.




Al momento, quindi, tutto ciò che posso sperare è di suscitare l’interesse per un argomento di grande importanza economica, indicando le direzioni e illustrando i modi in cui l’azione umana è stata, o può essere, più dannosa o più vantaggiosa nella sua influenza sulle condizioni fisiche della terra che abitiamo.

 

Non sempre possiamo distinguere tra i risultati dell’azione dell’uomo e gli effetti di cause puramente geologiche o cosmiche. La distruzione delle foreste, il prosciugamento di laghi e paludi, e le operazioni dell’agricoltura rurale e dell’arte industriale hanno, senza dubbio, teso a produrre grandi cambiamenti nelle condizioni igrometriche, termometriche, elettriche e chimiche dell’atmosfera, sebbene non siamo ancora in grado di misurare la forza dei diversi elementi di disturbo, o di dire fino a che punto sono stati neutralizzati l’uno dall’altro o da influenze ancora più oscure; ed è altrettanto certo che le miriadi di forme di vita animale e vegetale, che coprivano la terra quando l’uomo entrava per la prima volta nel teatro di una natura di cui era destinato a sconvolgere le armonie, sono state, per sua interferenza, molto cambiate in proporzione numerica, a volte irreversibilmente modificate nella forma e nel prodotto, e a volte del tutto estirpate.




 L’uomo non solo ha sovvertito le naturali relazioni numeriche di quadrupedi selvatici e domestici, pesci, uccelli, rettili, insetti e piante comuni, e anche di tribù ancora più umili di vita animale e vegetale, ma ha effettuato nelle forme, abitudini, nutrimento e prodotti degli organismi che soddisfano i suoi bisogni e i suoi piaceri, cambiamenti che, più che ogni altra manifestazione dell’energia umana, assomiglia all’esercizio di un potere creativo (ma in realtà è distruttivo).

 

Anche gli animali selvatici sono stati da lui costretti, attraverso la distruzione delle piante e degli insetti che fornivano il loro giusto alimento, a ricorrere a cibi appartenenti a un diverso regno della natura. Così un uccello della Nuova Zelanda, originariamente granivoro e insettivoro, è diventato carnivoro, per mancanza di provviste naturali, e ora strappa il vello dal dorso delle pecore, per nutrirsi della loro carne viva. Tutti questi mutamenti hanno esercitato un’azione più o meno diretta o indiretta sulla superficie inorganica del globo; e la storia delle rivoluzioni geografiche così prodotte fornirebbe ampio materiale per un volume.




La modificazione delle specie organiche mediante l’addomesticamento è un ramo della ricerca filosofica che possiamo quasi dire sia stato creato da Darwin; ma i risultati geografici di queste modificazioni non sembrano essere stati ancora oggetto di indagine scientifica.

 

La Natura, lasciata indisturbata, modella il suo territorio in modo tale da dargli una permanenza quasi immutabile di forma, contorno e proporzione, tranne quando è sconvolta da convulsioni geologiche; e in questi relativamente rari casi di squilibrio, si mette subito a riparare il danno superficiale, e a restaurare, per quanto possibile, l’antico aspetto del suo dominio. Nei nuovi paesi, la naturale inclinazione del terreno, i pendii e i livelli auto-formati, sono generalmente tali da garantire al meglio la stabilità del suolo. Sono stati graduati e abbassati o elevati dal gelo e dalle forze chimiche e gravitazionali e dal flusso dell’acqua e dai depositi vegetali e dall’azione dei venti, finché, per una generale compensazione di forze contrastanti, si è preparata una condizione di equilibrio che, senza l’azione principale, rimarrebbe, con poche fluttuazioni, per innumerevoli secoli.




Non occorre tornare molto indietro per arrivare a un periodo in cui, in tutta quella porzione del continente nordamericano che è stata occupata dalla colonizzazione britannica, gli elementi geografici quasi si equilibravano e si compensavano a vicenda. All’inizio del XVII secolo il suolo, salvo insignificanti eccezioni, era ricoperto di foreste.

 

Le foreste ininterrotte avevano raggiunto la loro massima densità e forza di crescita e, man mano che gli alberi più vecchi decadevano e cadevano, furono seguiti da nuovi germogli o piantine, così che di secolo in secolo non sembra essersi verificato alcun cambiamento percettibile nel bosco, tranne il lento, spontaneo succedersi dei raccolti. Questa successione non comportava alcuna interruzione della crescita, e solo poche interruzioni nella ‘contiguità sconfinata dell’ombra’, perché, nella costante crescita della natura non ci sono ‘evoluzioni distruttive, ma solo creative’. 




 Gli alberi cadono isolati, e l’alto pino è appena prostrato, prima che la luce e il calore, ammessi al suolo mediante l’asportazione della fitta chioma di fogliame che li aveva chiusi, stimolino la germinazione dei semi delle larghe -lasciava alberi che erano rimasti, aspettando questa benevola influenza, forse per secoli.

 

L’uomo ha troppo a lungo dimenticato che la terra gli è stata data solo in usufrutto, non per consumo, tanto meno per spreco dissoluto. La natura ha provveduto alla distruzione assoluta di ogni sua materia elementare, materia prima delle sue opere; il fulmine e il tornado, gli spasimi più convulsi anche del vulcano e del terremoto, essendo solo fenomeni di decomposizione e ricomposizione. Ma ha lasciato in potere dell’uomo sconvolgere irreparabilmente le combinazioni della materia inorganica e della vita organica, che durante la notte degli eoni aveva proporzionato e bilanciato, per preparare la terra per la sua abitazione, quando nella pienezza dei tempi il suo Creatore dovrebbe chiamarlo a entrare in suo possesso.




A parte l’influenza ostile dell’uomo, il mondo organico e inorganico sono, come ho notato, legati insieme da tali reciproche relazioni e adattamenti come sicuri, se non l’assoluta permanenza ed equilibrio di entrambi, una lunga continuazione delle condizioni stabilite di ciascuno in un dato momento e luogo, o almeno, una successione molto lenta e graduale di cambiamenti in quelle condizioni.

 

Ma l’uomo è ovunque un agente di disturbo.

 

Ovunque metta il piede, le armonie della natura si trasformano in discordie.

 

Le proporzioni e le sistemazioni che assicuravano la stabilità degli assetti esistenti sono rovesciate. Le specie autoctone vegetali e animali sono estirpate, e soppiantate da altre di origine straniera, è vietata o limitata la produzione spontanea, e la faccia della terra o è messa a nudo o è coperta da una nuova e riluttante crescita di forme vegetali, e da tribù estranee di vita animale.




 Questi cambiamenti e sostituzioni intenzionali costituiscono, infatti, grandi rivoluzioni; ma per quanto vaste siano la loro grandezza e importanza, sono, come vedremo, insignificanti in confronto ai risultati contingenti e non ricercati che ne sono scaturiti.

 

Il fatto che, di tutti gli esseri organici, solo l’uomo sia da considerarsi essenzialmente un potere distruttivo, e che eserciti energie per resistere alla quale la Natura, quella natura alla quale obbediscono ogni vita materiale e ogni sostanza inorganica, è del tutto impotente, tende a dimostrare che, pur vivendo nella natura fisica, non è di lei, che è di parentela più elevata, e appartiene a un ordine di esistenze più alto, di quelle che nascono dal suo grembo e vivono in cieca sottomissione ai suoi dettami.


(Prosegue....)







mercoledì 17 novembre 2021

IL PAESAGGIO MUTA (20)

 























Precedenti capitoli:


Circa i loro artifizi (19/1)


Prosegue...:


Muta! ancora... (21)









& L'anima del commercio


(negli stessi anni)...









Ovunque, regna e impera, la presunta civiltà umana sottratta al Superiore ingegno di Madre Natura, immutato Genio nel conferire al Paesaggio la dignità di cui sprovvisto l’umano, e di cui solo l’infinita secolare bellezza sarà violata dall’approssimazione derivata ma non certo compresa, - di cosa è o debba essere l’uomo -; colto nel proprio paesaggio storico, rispetto a ciò che orna la congiunta Poesia da cui per sempre e irrimediabilmente disgiunto.

 

Un irreversibile tramonto degli oracoli.

 

Lo abbiamo già detto!

 

Ma a ciò conferiamo spessore storico e differenza fra l’uomo, e ciò che orna il suo paesaggio nel contesto evolutivo di come ammiriamo l’uno e l’altro, provando piacere o disgusto.




Dipende dalla prospettiva?

 

Dipende dal confine!?

 

Non saprei rispondere, dacché moti infiniti attraversano entrambe le derive, e nella contesa ammiriamo le cime congiunte alle selve confessare la disgrazia umana appena attraversata e da attraversare ancora.

 

In ogni luogo ove dimora la corrotta falsa umana ragione scissa dall’Infinita Natura pregata, giacché l’ammirarla non più condizione sufficiente a rinnovarne il dèmone, sottomesso ai diavoli inferi di questa ed ogni Terra.  




L’uomo sprovvisto d’ogni dignità qual esempio d’un paesaggio riflesso e simmetrico alla sua Storia, proiettata all’ombra della Natura ove dimora.

 

Sicché, se pur ci riesce esprimere giudizio terreno ma non certo divino, in cosa composta la bassa corrotta natura dell’uomo, ci confondiamo in ugual medesimo panorama, ove tratto l’odierno, per ammirarlo come il differenziarlo, rispetto al dio contemplato, da una diversa prospettiva simmetrica alla Natura pregata.

 

Fuggiamo l’umano, s’‘intenda’, per chi detiene il monopolio - o il morbo - della presunta Coscienza accompagnata dalla dotta Conoscenza, come il Paesaggio da lui creato, avvertiamo una nausea insopportabile per ogni sua strofa, scritta nel ‘verso’ in cui l’animale incapace di conservarne o consumarne ugual banchetto.




Quando li osserva, nell’istinto della corsa che tal orrido Paesaggio ispira, ne prova disgusto, così anch’io che a lui mi ispiro, per ogni grado rinato alla materia, osservando la Natura in cui immerso cotal beneficio in sua difesa, provo estremo orrore misto a disgusto per tal banchetto offerto al celebrato distinto onore di ugual medesima Storia.

 

Possiamo distinguere le Stagioni del Tempo dato, asimmetriche ed avverse alla Natura del Dio; possono contarle come numerarle, come il contarne i caduti in ugual medesima fossa. Ed ad ogni Stagione cantarne la Memoria!

 

Nella differenza della diversa Stagione della Natura, la quale sarà per sempre pregata per ogni nascita in sua difesa al solo scopo di rinnovarla. Potranno contare e calcolare (se vogliono e possono) le appassite foglie d’Autunno, come gli stessi fiori - ove il frutto crescerà più maturo - agli allori dell’Infinito Tempo sottratto ai falsi principi della Storia.




Potranno, dicevo, anche numerare e contare i caduti, morti e uccisi, per ignobile umano destino dovuto alle Stagioni d’un diverso calcolato Tempo involuto, non avendo pregato e compreso nessun Dio.

 

Potranno raccoglierne i frutti proibiti, forse anche rubarli nonché seminarli, non avendo compreso come si coltiva questa ed ogni Terra calpestata.

 

Potranno, di certo, contare e numerare confini e Stagioni, con la sola certezza di rinascere santi diavoli per ogni crosta di Terra divorata!  

 

Volgendo lo sguardo alla stessa immonda ipocrisia per ogni banchetto consumato con insaziabile appetito al di sotto della bestia da cui nutrito ed in perenne offesa della stessa, conferiamo specifica appartenenza nella dovuta futura selezione, offrendo il degrado da cui la differenza nella mancata portata della degna umana evoluzione sin qui calcolata. 

(Giuliano)    




 Ci volle la collinetta di Giby perché capissi che cosa significa esattamente Paesaggio e Memoria. A tutta prima, dal finestrino della vetusta Mercedes in corsa, parve priva di interesse, una semplice collinetta cespugliosa in cima alla quale era stata piantata una croce di fortuna: ennesimo feticcio cattolico in un luogo ancora percorso dai venti della devozione religiosa. Pure, qualcosa pretendeva la mia attenzione, mi rendeva inquieto, chiedeva maggiore considerazione.

 

Invertimmo la marcia.

 

Avevamo attraversato l’angolo nordorientale della Polonia, terra dove le frontiere avanzano e regrediscono secondo i bruschi dettami della Storia. I medesimi campi di frumento e di segale che ondeggiavano molli alla brezza erano stati di volta in volta lituani, tedeschi, russi, polacchi. Via via che l’auto divorava i chilometri tra l’antica stazione fluviale di Augustow e la cittadina medievale di Sejny, sembrava di procedere a ritroso nel tempo.

 

Cavalli erano aggiogati agli aratri.



I medesimi cavalli - bai e sauri massicci, pesanti, alti al garrese - tiravano carrette cariche di bambini bruniti dal sole lungo carrarecce e sentieri segnati di solchi. L’aria sapeva di bestiame. Il vasto cielo bianco della sera incipiente non era turbato dal rombo dei jet né punteggiato di tralicci. Accanto ai comignoli di terracotta le cicogne facevano la guardia ai nidi giganteschi, disordinate cittadelle di rami e stecchi. Di tanto in tanto una coppia, compagni a vita, si lanciava in rumorose liti domestiche, i becchi rosati sciabolanti l’uno contro l’altro.

 

In fondo, dal lato di levante, la cupa muraglia della più antica foresta d’Europa si levava compatta sull’orizzonte.

 

Ero venuto in Polonia per vedere quella foresta. Che cosa esattamente mi aspettassi non sapevo. È opinione comune che lo storico debba raggiungere il passato sempre e soltanto attraverso fonti scritte, tutt’al più tramite immagini, cose felicemente rinchiuse sotto la campana di vetro della convenzione accademica: guardare e non toccare.




Ma uno dei miei più amati maestri, grande provocatore intellettuale e penna di eccentrico coraggio, aveva sempre insistito sulla necessità di sperimentare di persona il senso del luogo, di usare l’archivio dei piedi.

 

Mi occupavo di mito e memoria del paesaggio e la puszcza, la Foresta che si stende lungo tutto il confine con la Russia Bianca e la Lituania, era il regno natio di scrittori del presente, come Czeslaw Milosz e Tadeusz Konwicki, e del passato, come Adam Mickiewicz. Una generazione dopo l’altra, quegli autori avevano creato il mito consolatorio di un territorio silvestre che sarebbe sopravvissuto incontaminato, qualunque disastro si fosse abbattuto sullo stato polacco. E con uno scarto logico che solo i conoscitori della storia polacca possono apprezzare, quella patria eterna era cantata in lingua polacca come Lituania.

 

Lituania patria mia! tu sei come la salute; ad apprezzarti interamente solo apprende colui che ti ha perduta.

 

L’identità incerta è preda della storia.



Era corso sangue sotto il verde. Lo sapevo; c’erano tombe nelle profonde radure tra querce e abeti. Campi, foreste e fiumi avevano conosciuto guerra e terrore, giubilo e disperazione: morte e resurrezione; re lituani e cavalieri teutonici, partigiani ed ebrei : la Gestapo nazista e l’NKVD di Stalin. È una terra abitata da spettri, dove ancora oggi si rinvengono tra le felci del sottobosco bottoni di giubbe appartenute a sei generazioni di soldati caduti.

 

La Polonia postcomunista è piena di luoghi come questo: storie crude, dolorose, strappate a decenni di silenzio ufficiale e ancora imperfettamente recuperate; segnali affissi o riportati alla luce di recente.

 

Ma la vera sorpresa ci attendeva sulla cima della collinetta: oltre la croce il terreno digradava rapido rivelando un vasto paesaggio di inaspettata bellezza. Una frangia di giovani alberi luminosi segnava la linea dell’orizzonte; dietro, come giganti che tengano per mano bambini, sorgeva la falange nero-verde della Foresta. A metà via il nastro argenteo di un fiume, uno dei tanti corsi d’acqua e laghi che si riversano nel Niemen, serpeggiava tra canneti palustri e campi di grano. Qua e là le finestre di un’isolata casa colonica in legno brillavano alla luce del tramonto sulla riva di quieti stagni dove oziavano le oche.




‘Ecco a voi’, pareva di sentire Mickiewicz declamare nel suo miglior piglio retorico, ‘la Lituania’. Perché era questo, non v’è dubbio. il paesaggio che il poeta aveva in mente nell’esilio parigino.

 

Trasporta intanto l’anima mia desiderosa a quei silvestri colli a quei verdi prati che si stendono ampi lungo l’azzurro Niemen, a quei campi che le messi variamente colorano, che il frumento indora, che inargenta la segala.

 

Ciò che in quel momento riempiva il mio campo visivo formava un riquadro di finestra o un dipinto, uno spazio rettangolare, insomma, costituito da un panorama stratificato in senso orizzontale. Ecco la patria per cui era morta la gente di Giby e a cui, in forma di collinetta della rimembranza. Ora si trovava aggiunta.

 

La memoria aveva assunto la forma del paesaggio.

 

La metafora si era fatta realtà.

 

L’assenza era diventata presenza.




Prominenze erbose di tal fatta, ovvero i tumuli furono i primi segni lasciati dall’uomo nel paesaggio europeo. Custoditi da quei sepolcri, i corpi dei morti degni di venerazione sarebbero tornati alla terra che li aveva generati, lasciando lo spirito libero di volare verso altre dimore. La Lituania fu l’ultima regione pagana ad essere convertita al cristianesimo non prima del XIV secolo.

 

Il 19 novembre 1830 scoppiò a Varsavia la rivoluzione, in tipico stile polacco.

 

Un gruppo di insorti irruppe nel Palazzo del Belvedere con il proposito di assassinare il reggente, nonché fratello dello zar, granduca Costantino. Un secondo gruppo tentò di prendere d’assalto i quartieri militari russi nel parco Lazienki. Entrambe le azioni fallirono, ma l’arsenale cittadino fornì una quantità di armi sufficiente perché Varsavia cacciasse i russi in un’esplosione di rabbia patriottica. Gran parte del paese seguì l’esempio e, come solitamente avviene in circostanze simili, la durezza della reazione (a Mosca) e la passione rivoluzionaria (in Polonia) fecero fallire ogni tentativo  di mediazione.




Nel gennaio 1831 lo zar venne formalmente deposto dal trono di Polonia, bravata cui fecero seguito nove mesi di lotta disperata contro un esercito russo in implacabile aumento. Dopo alcune vittorie iniziali, la battaglia di Ostrolenka mise in ginocchio il grosso delle forze polacche e il laccio si strinse attorno a Varsavia. Ridotti allo stremo, gli ultimi ribelli comandati dal gamba-di-legno generale Sowinski si ritirarono nel cimitero di Wola, dove perirono ammucchiati, letteralmente, sulle tombe dei loro antenati.

 

La partita perduta ebbe un costo terribile.

 

Il Regno di Polonia istituito dal Congresso di Vienna cessò di esistere anche come protettorato russo. Nella feroce repressione che seguì, centinaia di persone furono condannate a morte. Migliaia di nobili delle antiche casate polacche e lituane furono spogliati di ogni proprietà e spediti in esilio nella remota Siberia, a marce forzate di inaudita crudeltà.

 

Nella regione della Podlasia i partigiani cercarono rifugio nel profondo delle foreste; tra loro c’era anche Emilie Plater, una combattente i cui antenati erano stati funzionari dell’amministrazione forestale.




 Ma nella campagna aperta, tra i campi di segale prossimi alla maturazione i corpi pendevano dalle forche dilaniati da stormi di corvi. 

(S. Shama) 

 

Quando scoppiò la rivolta di novembre, il poeta Adam Mickiewicz si trovava a Roma, dove stava componendo i versi Alla madre polacca:

 

Vinto, per monumento funerario gli resterà il legno disseccato del capestro, per tutta gloria qualche pianto di donna e i lunghi colloqui notturni dei suoi compatrioti. 




Il Tribuno e Taddeo si sono già avviati

verso il bosco,

e di chiacchiere non sembrano appagati.

 

Agli ultimi confini del cielo giunge il sole,

con luce meno forte ma più ampia che di giorno.

 

Rosso come la faccia florida del fattore

che, dopo aver concluso nei campi il suo lavoro,

torna al riposo.

 

Il disco radioso va a posarsi

in cima alle conifere, e già un velo nebbioso,

invadendo le cime degli alberi e le fronde,

cinge il bosco, lo lega, lo fonde, e pini e abeti

anneriscono a guisa di un vasto caseggiato

il cui tetto dal sole rosso pare incendiato.

 

Poi sprofonda.

 

Tra i rami solo ancora un bagliore,

come un cero che langue tra fessure d’imposta,

e muore.

 

In quel momento le falci risonanti

tra le messi e i rastrelli trascinati nel prato

si chetano, si fermano: così il Giudice vuole,

il lavoro finisce al tramontar del sole.

 

Il Signore sa quanto bisogna lavorare:

quando dal cielo scende il sole, Suo cultore,

anche l’agricoltore deve lasciare il campo.

 

Così suol dire il Giudice, e il suo amministratore,

onest’uomo, quel motto segue come il Vangelo:

non aspetta che i carri di grano siano pieni,

li manda nel granaio ancorché mezzi vuoti:

del peso così lieve si rallegrano i bovi.




Il 12 gennaio 1833 Mickiewicz scriveva all’amico Stefan Garczyński:

 

Sto abbastanza bene, forse un po’ troppo preso dalle cose dell’emigrazione che mi divorano il tempo e spesso mi guastano l’umore. Scrivo lentamente il poema idillico; due canti lunghi sono quasi pronti.

 

Il 21 aprile scriveva a Odyniec:

 

Ora sono ritornato al poema campestre, il mio bimbo più coccolato, quando lo scrivo mi sembra di essere in Lituania.

 

Ritorniamo al giudizio più positivo sul valore di Messer Taddeo, l’elemento pittorico della Natura, gli sfondi magistrali, paesaggi superiori a quelli di Ruisdael. In realtà le descrizioni della Natura, che occupano una parte consistente del poema, hanno un peso e un ruolo ben più importante della funzione di vividissimo scenario, di intervallo lirico alla trama o di cornice, con le albe e i tramonti, alle vicende della giornata.

 

La Natura costituisce piuttosto un coro, un commento, un’imitazione, il pendant antropomorfico e animista delle azioni, degli stati d’animo, delle passioni dei personaggi.

 

Il bosco lituano è pervaso da un’animazione amorosa mentre il Conte si dilunga sulle bellezze naturali della Natura: il viburno abbraccia stretto il biancospino, il rovo sfiora il lampone con le labbra nere, gli alberi congiungono le foglie con i cespugli, tutti danzanti intorno ai novelli sposi carpine e betulla, ma sempre sotto l’occhio vigile dei saggi anziani, il faggio, il pioppo, il rovere ingobbito da cinque secoli che…


(Prosegue....)