IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 21 febbraio 2026

L'INFINITA ANIMA DI DIO (ovvero, LA MENTE NUOVA DELL'IMPERATORE)

 








Da un "Re"....  


Prosegue con 


Hartmann 










in volo con l'Attila 


(Seconda parte della saga)

  






Ci sono dunque due teologie specificamente distinte che, se a rigore non sono continue per le nostre menti, possono almeno accordarsi e completarsi: la teologia rivelata che parte dal dogma, e la teologia naturale elaborata dalla ragione.

 

La teologia naturale non è tutta la filosofia, essa non ne è che una parte, o meglio ancora che il coronamento; ma è la parte che la filosofia di san Tommaso ha elaborato più profondamente e nella quale egli si è manifestato come genio veramente originale. Quando si tratta di fisica, di fisiologia, o delle meteore, san Tommaso non è che l’allievo di Aristotele, ma quando si tratta di Dio, della genesi delle cose e del loro ritorno verso Dio, san Tommaso è se stesso. Egli sa per fede verso quale fine si dirige, ma tuttavia progredisce soltanto grazie alle risorse della ragione. In quest’opera filosofica la riconosciuta influenza della teologia è dunque sicura, ed è ancora la teologia che ne fornirà il piano.

 

Non che di ciò vi fosse un’intrinseca necessità, san Tommaso, se l’avesse voluto, avrebbe potuto scrivere una metafisica, una cosmologia, una morale concepite secondo un piano strettamente filosofico e che partisse da ciò che c’è di più evidente per la nostra ragione. Ma è un fatto, nulla più, che le sue opere sistematiche sono delle summe di teologia e che, di conseguenza, la filosofia che esse espongono ci è presentata nell’ordine teologico.




Le prime cose che noi conosciamo non sono altro che le cose sensibili, ma la prima cosa che Dio ci rivela è la sua esistenza; non si incomincerà dunque teologicamente da dove si arriverebbe filosoficamente dopo una lunga preparazione. Bisogna supporre lungo la strada che ci siano dei problemi risolti; ma il fatto è che essi lo sono effettivamente, e la ragione non perderà nulla per aver aspettato. Aggiungiamo che, anche dal punto di vista strettamente filosofico, questa soluzione presenta dei vantaggi.

 

Supponendo risolto il problema totale, facendo come se ciò che è più sconosciuto per sé lo fosse anche alle nostre menti finite, noi diamo della filosofia un’esposizione sintetica il cui profondo accordo con la realtà non potrebbe essere messo in dubbio. Allo stesso modo è l’universo quale è, con Dio come principio e come fine, che la teologia naturale così intesa ci invita a contemplare. Allora, grazie a questo rovesciamento del problema noi abbozzeremo il sistema del mondo che avremmo rigorosamente il diritto di stabilire se i principi della nostra conoscenza fossero al tempo stesso i principi delle cose. Secondo l’ordine che abbiamo deciso di seguire, ci conviene partire da Dio.

 

La dimostrazione della sua esistenza è necessaria e possibile.




Essa è necessaria perché l’esistenza di Dio non è una cosa evidente; in una simile materia l’evidenza non sarebbe possibile che se noi avessimo una nozione adeguata dell’essenza divina; la sua esistenza apparirebbe allora come necessariamente inclusa nella sua essenza. Ma Dio è un essere Infinito, e, dato che non ne ha il concetto, la nostra mente finita non può vedere la necessità di esistere che la sua stessa infinità implica; si deve quindi dedurre attraverso il ragionamento questa esistenza che non possiamo constatare.

Così ci viene chiusa la via diretta che l’argomento ontologico di sant’Anselmo ci apriva; ma ci resta aperta quella che indica Aristotele. Cerchiamo quindi nelle cose sensibili, la cui natura è conforme alla nostra, un punto d’appoggio per elevarsi a Dio. Tutte le prove tomiste mettono in gioco due elementi distinti: la costatazione di una realtà sensibile che richiede una spiegazione, l’affermazione di una serie causale di cui questa realtà è la base e Dio il vertice.

 

La via più evidente è quella che parte dal movimento. Nell’Universo c’è del movimento; questo è il fatto da spiegare, e la superiorità di questa prova non dipende dal fatto che essa sia più rigorosa delle altre, ma dal fatto che il suo punto di partenza è il più facile da capire.




Ogni movimento ha una causa e questa causa deve essere esterna all’essere stesso che è in movimento; infatti non si potrebbe essere, contemporaneamente e sotto lo stesso rapporto, il principio motore e la cosa mossa. Ma il motore stesso deve essere mosso da un altro, e quest’altro da un altro ancora. Bisognerà quindi ammettere che o la serie delle cause è infinita e non ha un primo termine, ma allora nulla spiegherebbe l’esistenza di un movimento, o la serie è finita e c’è un primo termine, e questo primo termine non è altro che Dio!

 

Il sensibile non ci pone soltanto il problema del movimento. Infatti non solo le cose si muovono, ma prima di muoversi esse esistono, e nella misura in cui esse sono reali hanno un certo grado di perfezione. Ora, ciò che abbiamo detto delle cause del movimento, possiamo dirlo delle cause in generale. Niente può essere causa efficiente di se stesso, perché per prodursi dovrebbe essere, come causa, anteriore a se stesso come effetto. Ogni causa efficiente ne suppone dunque un’altra, la quale ne suppone a sua volta un’altra. Ora, queste cause non hanno tra loro un rapporto accidentale; anzi si condizionano secondo un certo ordine, ed è proprio per questo che ogni causa efficiente rende veramente conto della seguente.

 

Se è così, la causa prima spiega quella che è nel mezzo della serie, e quella che è nel mezzo spiega l’ultima. Occorre dunque una causa prima della serie perché ce ne sia una di mezzo ed una ultima, e questa causa efficiente è Dio… 

(Gilson)

 



[Ma, innanzitutto, quando il corpo materiale per suo credo conforme all’Anima albergata dalla quale dipende ‘superiore o inferiore’ concreta consapevolezza “dell’Essere e nell’Essere” immune (al fattore) Tempo; il quale per sua ‘finita natura’ subordina ciò che lo sovrintende e da cui proviene Infinito e Dio; allo stesso modo per tutti coloro che non ne ammettono né credo né esistenza, che non sia 'materia', in verità e per vero, a questi Esseri ripetiamo ancora, ed ancora e di nuovo ancora, ovvero in Eterno, che l’Anima è pur viva la quale trae sostentamento dal Principio divino; come l’Albero della Vita raccoglie la linfa dalla Terra per rigenerare con la sua funzione l’intero Ecosistema; ed anzi, quando si illumina ad una verità più elevata estranea alla limitante materia, continua la sua Opera più assoluta e profonda (mi troverai nel Legno e nella Pietra); soprattutto quando mortificata umiliata rinnegata ingiuriata e torturata - nell’insondabile “nulla” di cui la materia - affinché la Sua Verità possa Essere esplicitata.]




La terra aliena che appartiene al creatore o al principio malvagio, come dice il Trattato cataro, abbraccia tutte le cose, “vane e corruttibili, che si vedono in questo mondo perverso e certamente ritorneranno nel nulla come dal nulla sono venute”.

 

È un mondo “interamente posto nella malvagità”: ‘totus positus in maligno’. Esso è dunque vano e transitorio, destinato a perire allo stesso modo dell’albero cattivo che “viene tagliato e gettato nel fuoco” [M t, 7, 1 9]. Gli si addicono tutte le immagini di desolazione e di esilio che si leggono nella Bibbia: è una ‘terra di sventura e di tenebre’ dove “regna il peccato più che il bene” e tutto è “lordura” [Fil, 3, 8], “vanità e afflizione dello spirito” [Qo, l , 14], essa “produce spine e triboli”, è “prossima a essere maledetta, e finirà arsa nel fuoco” [Eb, 6, 8], i suoi abissi tenebrosi risuonano di “pianto e stridor di denti” [Mt, 8, 12].

 

Poiché gli uomini vi dimenticano la loro origine celeste, essa è anche chiamata terra oblivionis, “terra dell’oblio”.

 

La Manifestatio heresis riferisce che i Catari la definivano inoltre ‘palude estrema’, ‘terra ultima’, ‘inferno profondo’, ‘novissimum lacum et ultimam terram et infernum inferiorem’. La sua identificazione con l’inferno è un tema ricorrente nelle testimonianze catare.




Secondo Raniero Sacconi, gli Albanisti affermavano  “che l’inferno e il fuoco eterno o le pene eterne sono in questo mondo soltanto e non altrove”, e Giovanni di Lugio insegnava che, “dopo essere precipitate dal cielo,  le anime furono costrette a discendere in inferno, cioè in questo mondo, e questo è l’inferno in cui discese Cristo per salvarle”.

 

Creato da un Dio falso e menzognero a partire dalle ‘tenebre’, questo mondo non detiene lo stesso grado di realtà proprio del mondo luminoso. Soltanto il mondo luminoso possiede una pienezza d’Essere; quello materiale, invece, è per così dire antologicamente degradato, depauperato, intriso d’inesistenza.

 

In un capitolo cruciale del Trattato cataro, l’autore lo identifica addirittura al nihil, al nulla, contrapponendolo a ciò che costituisce il nocciolo più intimo del mondo spirituale e divino, la caritas. A tale proposito riunisce un dossier di auctoritates bibliche sul ‘nulla’, fondandosi in particolare su un’interpretazione tendenziosa del versetto di Giovanni:

 

‘Sine ipso factum est nihil’,




che intende:

 

‘Senza di lui è stato fatto il nulla’ (nella versione occitanica del Nuovo Testamento: ‘E sens lui es fait nient’).

 

E argomenta:

 

‘Che poi ciò che è nel mondo, ossia che viene dal mondo, sia chiamato ‘nulla’, lo afferma l’Apostolo quando dice: “Sappiamo che un idolo nel mondo è nulla” [J Cor, 8, 4]. E ancora: “Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri, e se avessi tutta la fede al punto da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, nulla io sarei” [J Cor, 13, 2].

 

Donde risulta chiaro che, se l’Apostolo ‘nulla’ sarebbe senza la carità, tutto ciò che è senza carità è ‘nulla’ ... Se tutti gli spiriti malvagi e gli uomini malvagi e tutte le cose visibili in questo mondo non sono ‘nulla’ perché sono senza carità, allora sono stati fatti senza Dio. Perciò non è stato Dio a farli, perché ‘senza di lui è stato fatto il nulla’ [Cv, l, 3].

 

Questa interpretazione del versetto giovanneo è chiaramente illustrata da uno degli ultimi predicatori catari della Linguadoca, Pietro Autier.

 

Un certo Arnaldo Tesseyre riferì agli inquisitori che, in occasione di un loro incontro, Pietro glielo recitò per intero.




E prosegue:

 

Mi chiese: “Sapete che cosa significa ‘tutto è stato fatto da Lui e senza di Lui nulla è stato fatto?’.

 

Risposi che…

 

‘queste parole volevano dire che tutte le cose create lo sono da Dio e che nulla è stato creato senza di lui’.

 

Egli mi disse che…

 

‘queste parole non significavano ciò che avevo detto, ma significavano che tutto è stato fatto da Lui e anche che tutto è stato fatto senza di Lui’.

 

Risposi:

 

‘Come potete dire questo? Non capite il latino? Il senso che date è in contrasto con le parole del Vangelo; inoltre si legge altrove nella Scrittura che Dio ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che si trova in essi’.

 

Pietro mi rispose che…

 

‘il senso del passo è “senza di Lui è stato fatto il nulla”, cioè “tutte le cose sono state fatte senza di Lui” (omnia facta sunt sine Ipso), senso che appunto egli dava’.




Il termine nihil è qui inteso con valore di sostantivo e designa non tanto il ‘nulla assoluto’, quanto invece una realtà sospesa fra ‘essere e non essere’, corrosa ab origine nel suo midollo ontico: designa cioè la sostanza di tutte le creature visibili, del mondo e del corpo. In tal modo nihil diventa un sinonimo degli omnia mala, della totalità malvagia, che è opera di Satana attraverso la materia; la quale si contrappone agli omnia bona creati da Dio e la cui essenza è caritas, amore; come ha osservato Nelli, per i Catari ‘il nulla non era soltanto assenza o diminuzione di valore morale o pratico, ma assenza o diminuzione di essere’.

 

Pensavano naturalmente, come tutti i Cristiani ... che il mondo del male non valesse nulla, ma affermavano anche e soprattutto che, se non valeva nulla, ‘era perché ha meno essere che il mondo del Bene’.

 

Partecipe di entrambi questi mondi, l’uomo non ha, in quanto individuo, alcuna dignità ontologica: è soltanto il teatro di una lotta eterna fra le due nature o sostanze che lo formano. Creato in parte da Dio, in parte da Satana, miscuglio di bontà e di malignità, di verità e di falsità, di essere e di nulla… 

(La cena segreta) 

 

 


 


 

STRANI ANELLI (Godel) 


 

 

I quali convalidano l’esposizione più o meno eretica sopradetta, contraddetta ma in verità e per il vero sembra convalidare come il nostro Dio medita e pensa… 

 

Negli esempi di Strani Anelli che abbiamo poco fa letto… c’è un conflitto tra Finito e Infinito, e quindi un forte senso di paradosso. Si percepisce che vi è un sottofondo matematico (nel nostro caso ‘dogmatico’). E infatti, nel nostro secolo, è stato scoperto un equivalente matematico di quei fenomeni che ha provocato ripercussioni enormi. E come gli anelli di Bach e di Escher fanno appello ad intuizioni molto semplici e antiche come la scala musicale o la scala di un edificio, così la scoperta ad opera di K. Godel di uno Strano Anello in un sistema matematico trae le sue origini da intuizioni semplici e antiche.

 

La scoperta di Godel, nella sua forma essenziale, comporta la traduzione in termini matematici di un antico paradosso della filosofia. Si tratta del cosiddetto paradosso di Epimenide, o paradosso del mentitore. Epimenide era un cretese che pronunciò questo enunciato immortale: “Tutti i cretesi sono mentitori”. Una versione più incisiva di questo enunciato è semplicemente: “Io sto mentendo”; o ancora: “Questo enunciato è falso”. Nel seguito, quando parlerò del paradosso di Epimenide, mi riferirò per lo più a quest’ultima versione. Si tratta di un enunciato che viola brutalmente la consueta assunzione che vuole gli enunciati suddivisi in veri e falsi: se si prova a pensare che sia vero, immediatamente esso si rovescia forzandoci a pensare che sia falso. Ma una volta che si sia deciso che è falso, si viene inevitabilmente riportati all’idea che sia vero.





Vale la pena di provare!

 

Il paradosso di Epimenide è uno Strano Anello con un’unica componente, come Galleria di stampe di Escher.

 

Ma come avviene il collegamento con la matematica?

 

E ciò che scoprì Godel.

 

Egli pensò di utilizzare il ragionamento matematico per esplorare il ragionamento matematico stesso. Questa idea di rendere la matematica “introspettiva” si rivelò estremamente potente, e forse la sua conseguenza più profonda è quella scoperta da Godel: il Teorema di Incompletezza di Godel. Ciò che viene asserito in questo Teorema e il modo in cui lo si dimostra sono due cose diverse. 

 

Il Teorema può essere paragonato a una perla e il metodo di dimostrazione a un’ostrica. La perla viene apprezzata per il suo oriente e la sua perfezione; l’ostrica è un complicato essere vivente che nelle sue viscere dà origine a questo gioiello dalla misteriosa semplicità. Il Teorema di Godel compare come la Proposizione VI del suo scritto del 1931 ‘Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei “Principia Mathematica” ’ e di sistemi affini.




Esso afferma:

 

‘Tutte le assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni indecidibili’.

 

E questa la perla.

 

In essa non è facile vedere uno Strano Anello.

 

Ciò è dovuto al fatto che lo Strano Anello è nascosto nell’ostrica, cioè nella dimostrazione.

 

Il cardine della dimostrazione del Teorema di Incompletezza di Godel è la scrittura di un enunciato matematico autoreferenziale, allo stesso modo in cui il paradosso di Epimenide è un enunciato autoreferenziale del linguaggio. Ma mentre è molto semplice parlare del linguaggio naturale nel linguaggio naturale, non è affatto facile vedere come un enunciato sui numeri possa parlare di se stesso.

 

In effetti, ci voleva genialità anche solo per collegare l’idea di un enunciato autoreferenziale con l’aritmetica. Con l’intuizione della possibilità di un enunciato del genere Godei aveva superato l’ostacolo maggiore: la sua effettiva creazione era il compimento di quella splendida intuizione.




Ovvero, questo enunciato dell’aritmetica non ammette alcuna dimostrazione nel sistema dei ‘Principia Mathematica’.

 

Godel ha dichiarato che il suo interesse per la prova ontologica dell’esistenza di Dio è puramente logico e gli si può credere. Anche logici atei si sono cimentati con il problema.


Ma Godel non era ateo.

 

Godel è una figura preminente nel panorama culturale del ventesimo secolo, un personaggio che si può affiancare a Einstein, sia per l’importanza scientifica, sia per il fascino che emana dai suoi risultati. E’ quindi legittima nel pubblico la curiosità di conoscere le sue convinzioni personali; queste non sono generalmente note, per la ritrosia di Godel a manifestarle per iscritto.

 

Nonostante la sincera amicizia che li legava, il suo carattere era profondamente diverso da quello di Einstein, che si è spesso pronunciato apertamente su diverse questioni etiche e politiche. Un termine che ricorre frequentemente nei giudizi di Godel è lo ‘lo spirito del Tempo’ o ‘il pregiudizio del Tempo’, con il quale egli non si sente per nulla in sintonia e dal quale prende spesso le distanze condannandosi all’isolamento.




Una citazione ci avvicina subito al personaggio. Il logico Abraham Robinson fu colpito da una malattia terminale proprio quando Godel cercava di organizzare la sua chiamata all’Institute for Advanced Study di Princeton. Godel gli disse, o meglio gli scrisse, il 20 marzo 1970:

 

“Come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione”.

 

Un esempio molto più sorprendente è il seguente.

 

Nel ‘Nachlass’ sono stati ritrovati fogli sparsi, scritti intorno al 1960, uno dei quali contiene 14 proposizioni sotto il titolo ‘La mia visione filosofica’. La quarta proposizione recita:

 

Esistono altri mondi e esseri razionali di una specie diversa e superiore…




Ma Godel non viveva male la propria singolarità alla quale attribuiva al contrario gran parte del merito dei suoi successi. Lo ‘spirito del Tempo’ è costituito per lui da esagerazioni che offuscano una parte della realtà e impediscono una ricerca libera da pregiudizi, dai quali invece egli non è stato vincolato. Godel è stato sempre convinto che proprio il suo non seguire lo spirito del Tempo gli abbia permesso di ottenere i risultati più importanti, dal teorema di incompletezza del modello per la non contraddittorietà dell’ipotesi del continuo.

 

Si riferisce, a questo proposito, al pregiudizio prevalente negli studi sui fondamenti della matematica di considerare ammissibili solo tecniche sintattiche e di diffidare del contenuto del pensiero. In una classificazione delle possibili visioni filosofiche, nella quale inserire gli studi fondamentali della matematica, egli propone come criterio di caratterizzare le filosofie ‘secondo il grado e il modo della loro affinità con la metafisica (o religione) o, al contrario, della loro distanza da essa’.

 

Si ottiene uno spettro nel quale a destra si collocano spiritualismo, idealismo e teologia, a sinistra scetticismo, materialismo e positivismo.





Dal Rinascimento in avanti, la tendenza, non lineare è stata per uno spostamento da destra a sinistra. Godel si collocava decisamente nell’ala destra. Non ha mai condiviso le posizioni del circolo di Vienna, dalla cui frequentazione ha peraltro ricavato stimoli importanti per l’analisi logica. Godel si è interessato a fondo di filosofia, soprattutto nella seconda parte della sua vita, con grande competenza, forse con l’ambizione non confessata di arrivare a un sistema paragonabile a quello dei suoi grandi punti di riferimento, Kant e Leibniz.

 

La filosofia per Godel deve essere una teoria esatta, che determini i concetti primitivi della metafisica ed elaborare gli assiomi che li riguardano e che possono essere soddisfatti solo da quelli. Quanto alla scelta dei concetti, talvolta indica Dio, Anima e Idee, altre volte oggetto, concetto, sostanza e causa.

 

Nel 1940 Godel ebbe una discussione con Rudolf Carnap a proposito dell’interesse di sviluppare una metafisica religiosa che, a suo avviso, poteva essere significativa come la fisica teorica. Alle ovvie obiezioni di Carnap, tipico rappresentante dello spirito del Tempo, rispose che spesso i progressi si ottengono cambiando direzione e che questo non si può sapere in anticipo: è una questione empirica determinare se il potere esplicativo della religione possa essere migliore di quello della scienza.




A Carnap, che gli ricordava come l’idea di Dio risalga alle esperienze e alle immagini infantili, Godel semplicemente obiettò:

 

“Questo non lo credo…

 

In un questionario sottopostogli nel 1975, alla domanda sulla religione Godel rispose:

 

“Religione: Battista Luterano, ma senza appartenere ad alcuna congregazione, il mio credo è teista non panteista, nel solco di Leibniz più che di Spinoza”.

 

Di Dio, tuttavia, Godel non parla quasi mai direttamente. Parla invece spesso, perché il problema è collegato al suo lavoro, della mente umana. Molti filosofi superficiali hanno dedotto dal teorema di incompletezza la superiorità della mente sulle macchine, Godel non è caduto in questa grossolana semplificazione, anzi ne ha fornito subito una confutazione, analizzando quello che si poteva concludere dai risultati di incompletezza, vale a dire solo un’alternativa: o la superiorità della mente oppure il suo carattere meccanico, ma relativo a una macchina non trasparente a se stessa, incapace di conoscere il proprio programma o di dimostrarlo corretto.




In una versione del 1972 precisa:

 

“D’altra parte, sulla base di quello che è stato dimostrato finora, rimane possibile che possa esistere (e anche essere empiricamente scoperta) una macchina per dimostrare teoremi che di fatto è equivalente all’intuizione matematica (vale a dire, alle capacità matematiche della mente), ma che non può essere dimostrata essere tale e nemmeno che fornisce solo teoremi corretti dell’aritmetica finitaria”.

 

Tuttavia Godel era convinto dell’irriducibilità della mente al cervello. Il cervello secondo lui funziona essenzialmente come una macchina di Turing, ma ‘il cervello è un calcolatore connesso a uno Spirito’, anche se lo spirito probabilmente non può sussistere senza il corpo. 

(Kurt Godel, La prova matematica dell’esistenza di Dio)

 

 

 

L’IMPERATORE (Penrose)

 

 

 

Nelle discussioni del problema mente-corpo ci sono due problemi separati su cui si concentra di solito l’attenzione: ‘In che modo un oggetto materiale (un cervello) può suscitare concretamente la coscienza?’ e, inversamente, ‘In che modo una coscienza, attraverso l’azione della sua volontà, può influire realmente sul moto (in apparenza fisicamente determinato) di oggetti materiali?’.




 Questi sono gli aspetti passivo e attivo del problema corpo-mente. Pare che noi abbiamo, nella mente (o, piuttosto, nella Coscienza) una cosa immateriale che, da un lato, è suscitata dal mondo materiale e, dall’altro, può influire su di esso. Io preferirò però, nelle mie discussioni preliminari, considerare un problema un po’ diverso e forse più scientifico - che è pertinente sia al problema attivo sia a quello passivo - nella speranza che i nostri tentativi di trovare una soluzione possano farci fare un po’ di strada verso una comprensione migliorata di questi antichi enigmi fondamentali della filosofia.

 

La mia domanda è:

 

“Quale vantaggio selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?”.


Nel formulare la domanda in questo modo ci sono vari assunti impliciti. Innanzitutto c’è la convinzione che la coscienza sia di fatto una ‘Cosa’ descrivibile scientificamente. C’è l’assunto che essa ‘faccia’ effettivamente ‘qualcosa’, e inoltre che ciò che essa fa sia utile alla creatura che la possiede, cosicché un’altra creatura equivalente in tutto ma priva della coscienza si comporterebbe in un qualche modo meno efficace.

 

D’altra parte, si potrebbe credere che la coscienza non sia altro che un concomitante passivo del possesso di un sistema di controllo sufficientemente complesso e che, di per sé, in realtà non ‘faccia’ nulla. (Questa potrebbe essere presumibilmente l’opinione, per esempio, del sostenitore dell’I.A. forte)

 

Oppure, all’opposto, il fenomeno della coscienza potrebbe avere un qualche fine divino o misterioso - forse un fine teleologico che non ci è stato ancora rivelato - e qualsiasi discussione del fenomeno nei termini delle sole idee della selezione naturale si lascerebbe sfuggire completamente questo ‘fine’. Un po’ preferibile, a mio modo di vedere, sarebbe una versione un po’ più scientifica di questo tipo di argomento, ossia il principio antropico, il quale asserisce che la natura dell'universo in cui ci troviamo è fortemente vincolata dalla richiesta che esseri intelligenti come noi stessi debbano essere realmente presenti per osservarlo….

(......)

 

 

 

 


 

venerdì 13 febbraio 2026

IL DIALOGO, MI TROVERETE NEL LEGNO E NELLA PIETRA (dedicato a Valentino)

 








Da un precedente capitolo 


sempre dedicato 


...al Messia







Molto diverso dall’opera di Epifanio riscontriamo un trattato leggermente più antico - con l’intento di delineare e ancor meglio ridefinire il concetto di Eresia, per poi osservarla qual anello del grande Albero inerente la 'sostanza' di ugual medesima divinità nei secoli anelata, o meglio, quella meditata pregata sacralità circa la Vita d’ogni Essere vivente, ed ora abdicata al Nulla nell’apparente totalità del dominio sulla materia, ovvero il principio della vita e ciò che in essa si cela; giacché l’immateriale condiviso fra ciò che Anima lo Spirito della stessa qual vero dono di ricchezza, non può e deve ricongiungersi all’Anima-Mundi dell’intero Creato, e pregare o ispirarsi, come un antico Tempo dimenticato, al Suo vero e più sano Diritto…; dalla ‘foglia alla pietra’, per poi approdare alla Parola con cui la divinità ha delineato il concetto, e in qual medesimo Tempo, il divario e non solo interpretativo, ovvero là ove si nasconde il Principio “del e nel” Sacrificio, oppure nell’Eresia che pur meditando ugual Croce la espone al calvario d’Ognuno con l’intento di estenderne il celato mistero, e il segreto che in Lui si cela circa la morta futura pietra sepolcrale al monte del Teschio con cui Ognuno sarà sacrificato su medesimo altare. E come ogni sua foglia risorgerà a Sua immagine e somiglianza nella successiva Primavera, così come insegna Madre Natura, anche noi attraverso la Sua parabola attendiamo la risurrezione dell’Anima crocefissa dalla e nella materia.


Questa una sicura Eresia, e come Marcione aspiro ad un Primo Dio straniero in questa Terra!

 

Perché quella pianta cela un altro segreto circa i buoni e cattivi frutti…




Or hora che lo rimembriamo riportandolo all’attenzione della grande Selva un antico detto attraverso le parole di Gesù, quando disse: ‘Mi troverete nel legno e nella pietra’. Nel legno della croce e nella pietra del sepolcro rimosso dopo la crocifissione? (così vorrebbero!).

 

Il concetto di Eresia, anche se chiaramente a torto, è stato attribuito ad Origine. Il titolo originario è perduto, ma nella tradizione manoscritta greca è intitolato: ‘Contro i marcioniti’, oppure ‘Sulla retta fede in Dio’, mentre nella tradizione latina di Rufino verso la fine del IV secolo, e in cui l’attribuzione a Origine è esplicita, il testo è denominato ‘Contro gli eretici’.

 

Ciò che distingue l’opera nella tradizione eresiologica è peraltro la forma di Dialogo che essa assume, in cui un rappresentante della chiesa cattolica, Adamanzio, entra in contatto in successione con due seguaci di Marcione, Megenzio e Marco, con il seguace di Bardesane (Bardaisan), Marino, e infine con due seguaci di Valentino, Droserio e Valente. La forma del Dialogo non è nuova nel panorama della polemica cristiana, ma in questo caso agli antagonisti è concesso molto più spazio di quello che ad esempio a Trifone nel Dialogo di Giustino.




Ciò che determina la struttura dell’opera, così che il tema principale della prima parte con i due marcioniti (talvolta suddivisa in due sottosezioni secondo la versione latina) è quello dei principi ultimi, che Megenzio dice essere tre, Marco due; la seconda parte affronta invece la questione dell’origine del male, della natura del corpo di Cristo e della resurrezione del corpo. Dall’altro lato gli avversari vengono manipolati in modo da simboleggiare una rappresentazione indifferenziata di quello che gli ‘empi eretici pensano’, e allo stesso tempo anche la discordia e la divisione, che sono una caratteristica ricorrente in tutta la polemica antiereticale*.

 

*A questo punto poniamo breve parentesi, o meglio un asterisco, abbiamo accennato in un precedente Assunto (post) cosa comporta parlare di Eresia, ed il Pensiero armato di un certo o incerto Dogma e il suo Dogmatismo ‘contestualizzando’ una determinata argomentazione circa la visione della Natura  (e/o la cosa creata subordinata alla sua Genesi), e non solo quella del Dio, ma anche della divinità che contraddistingue un suo figlio qual profeta come il miglior Albero reciso dalla sua Terra per causa della materia.

 

Ovvero come un Secondo dio al meglio o al peggio la interpreta e contestualizza…

 

Cerchiamo di decifrarne ogni anello che lo possa riportare alla dignità interpretativa.




Ed in cui  il perimetro in cui iscritta una determinata equazione storica conferita dall’Ortodossia assume una forma ben precisa dedotta e interpretata dalla Scrittura e un popolo eletto (affinché ogni legno sia utile all’uomo  e ne faccia rogo!), ovviamente compreso il ‘monolitico diritto’ circa quella nota ‘esclusiva esclusività’ che sottrae medesima ‘divinità’ all’altrui giudizio per come al meglio pregarlo, e delimitandolo di conseguenza (visto l’arroganza di cotal pretesa), all’esilio e perimetro di un confinato isolato irreale disegno - più o meno geometrico - con cui solo i numeri della Storia ne costruiscono la forma la quale sfugge alla sua apparente geometria (pur essendo il dio di ciascuno in ogni cosa creata non certamente un perfetto imperfetto geometra che ordina comanda e subordina, perché il legno? perché la foglia?, perché il frutto?, perché ogni suo utilizzo nel beneficio circa il dominio conferito?… E se fossero Frammenti del Suo Pensiero? Se fossero esseri cogitanti d’un diverso Universo? Ed infatti ogni tanto deve intervenire per correggerne la propria o impropria forma, solo chi arrogante per sua limita limitante natura pretende l’infallibilità circa medesima Opera).

 

Ma sappiamo anche che le ‘dimensioni’ più o meno visibili, e non solo dell’Universo, ma dell’Anima connessa con l’Infinito da cui dipende il Primo Dio, tendono per loro Natura al reale ricongiungimento esulando dal principio interpretativo imposto dal limite del Dogma.




Riconosciamo in verità e per il vero, circa un piccolo o grande paese, la capacità di trasformare la Verità nel suo esatto opposto, per poi fabbricare la più vile menzogna. Ecco perché il testo seppur non di facile approccio di J. M. Lieu ci aiuta in merito al Giudizio della Storia, di ugual medesima Storia circa ogni Essere vivente dalla pietra alla foglia (e come la stessa interpretata fin da principio da ogni Profeta come fosse una meteora…); ed ogni sua critica e più profonda rilettura, e non certo viene, in questa modesta umile sede, nominato ‘revisionismo’, cosa assai differente da ciò che cerchiamo di ‘ricomporre’, dacché i tanti troppi Frammenti a cui un improprio destino confinato in un successivo giudizio, letti e raccolti per mano e interpretazione di altri qual ‘frutti marci’ di medesimo Albero; e come tali abbandonati al loro destino, giacché non si possono né consumare né tantomeno coltivare sullo stesso terreno pur essendo frutti seminati su medesima terra. Ne potremmo dedurre che seppur la Geografia e le stagioni della Terra ne imprimono maggior o minore sfortuna circa il raccolto, il seme che matura l’Albero e i successivi Elementi che ne permettono la crescita sono uguali ed inequivocabili Leggi in cui possiamo riconoscerne e raccoglierne i benefici, compreso il principio primo che cela la fotosintesi con cui l’Intelletto - alla sua ombra - pensa di seminarne coltivarne per poi consumarne il frutto. Astenendosi di consumare la carne si illumina ad un diverso Principio…

 

Ma il frutto è proibito viene insegnato!

 

Si preferisce recidere ogni selva per poi destinarla al noto rogo della Storia.




 Questi ‘altri’ emeriti ortodossi ugual coltivatori del seme entro medesima zolla di Terra, come spesso detto e ripetuto, si arrecano l’arroganza di definirne una determinata geografia compreso il privilegio o il divieto assolutistico di consumarne ogni suo frutto con l’esclusivo privilegio inscritto nel Dominio!

 

Noi privi di questa “paradossale arroganza” (non certo figlia di un autoproclamato gnosticismo affine alla conoscenza rinnegarne la stessa, possiamo affermare frutto e usufruttuario con più retto perseguitato Arbitrio circa la proprietà…, la presunta proprietà contesa, più consona all’Albero del Giardino e la sua mela, e la successiva distanza che intercorre per l’intera crosta di questa ed ogni terra…) parente con altre forme autoritarie di Inquisizione, lecite e illecite, in cui in questo ‘paese’ ne riconosciamo ancora gli agnelli sacrificali, li meditiamo ancora.

 

Disarmati del paradossale Dogma e Dogmatismo con cui la mascherata Verità confinata e subordinata alla ‘materia’, e non solo economica, e come ed infine fu per Marcione, rapportata per il beneficio o maleficio d’Ognuno (dio permettendo), e come odiernamente taluni servi della stessa (o del potere) si adoperano con ugual Beneficio (ma non certo di Cristo ed in Cristo), per assumerne favori meriti e pecunia conferiti dall’AntiCristo.

 

Gli Eretici spesso lo nominavano e non possiamo certamente dargli torto!




Quindi dobbiamo ricorrere quasi ad una ‘analisi psicologica’, giacché i modesti Eretici Frammenti vanno inseriti nel contesto sociale geografico e morale che comportano una Storia, per un successivo disegno a cui certamente altri, lanciando la famosa pietra dello scandalo, in verità e per il vero meditano e sperano circa l’indiscusso Dominio sulle specie intere di questa povera terra così mal seminata, di ogni specie di questa Terra mal governata.

 

Universo incluso!  

 

Ovvero, una reale prospettiva la quale scorre molto più al di là della geometria con cui dedotto, o meglio rappresentato, il ‘numero’ nella funzione e dimensione del ‘numerare’ ‘definire’ ‘quantificare’, sia in difetto che in eccesso, sia in positivo che in negativo (per ciò che cotal imparziale arbitrio comporta e comporterà ancora per ogni successivo ‘raccolto’), ed è chiaro che dobbiamo affrontare cotal prospettiva se solo vogliamo, non certo appropriarci della reale ‘dimensione’ di ciò di cui parliamo, bensì abbandonare la logica della pretesa della definizione che il numero e il suo Dogma impongono all’Intelletto in riferimento alla materia e non solo matematica.




Anche con il miglior intelletto matematico, se non superassimo cotal confine non potremmo immaginarne la certa vastità dell’indefinibile argomento caro anche a Godel (come lo fu per Giamblico), il quale essendo un eccelso fisico pensò e delineò una equazione, un più vasto enunciato su un campo ampiamente seminato, sulla vastità e certezza di Dio al fine di un miglior raccolto, ‘espressione’ e ‘giudizio’ in merito al limite circa il concetto stesso di ‘numero’ e l’Infinito di un più ampio giudizio; perché l’antico conteso dilemma si cela fra il seme e il frutto, o meglio, fra l’uovo e la gallina all’Alba di questa martoriata Terra…

 

Con la speranza che non divenga il deserto d’ognuno…

 

E quando assistiamo ad una affermazione di una altolocata persona che si permette un avventato giudizio in merito ad un continuato reato perpetrato contro un intero popolo, urge una difesa, giacché l’ugual numero specifica l’abominio arrecato, ma Ognuno (custode di un apparente ordine morale) si indigna quando una singola ‘parola’ da ugual numero impropriamente circoscritta (delimitata) ne definisce il limitante paradosso che cela... I numeri della Storia ci ricordano lo sterminio di un solo popolo, pur non scorgendo o peggio negando, l’attuale abominio.




Ne deduciamo oltre il paradosso anche la Legge di questo dio, e ne raccogliamo ed ancor meglio comprendiamo come l’antico dilemma interpretativo circa la Legge per ogni Essere vivente (esulando dal perimetro con cui interpretata la Natura della contrastata inquisita Eresia).  

 

Mi pare che solo Gesù e chi ancor prima di Lui, parlò di perdono!

 

Ossia, si indignano per una singola affermazione con la speranza di aggiudicarsi futuri appalti della Compagnia la quale corre in soccorso di ciò che storicamente ha sempre vilipeso. Ma la ‘materia’ ha una propria apparente logica e ogni suo abominio va indicato con severo rigore interpretativo, conferendo all’affermazione dell’innominata eretica una determinata e più umana prospettiva in seno alla medesima Storia ed i trascurati che la rimembrano.




Il Dio degli ebrei non riconosce l’abomino, e neppure chi li difende, giacché paradossalmente associati e occupati per un futuro più sano in cui ogni Dio sarà crocefisso, giacché questo Dio si esprime attraverso ogni suo Elemento (e Satana nell’esatto contrario), ed ogni soggetto con  la carnagione più scura della nebbia che scorgiamo e non volendo respiriamo, possa finire gli ultimi suoi giorni o sogni proibiti fra spasmi e ulcerati veleni, entro e non oltre un preciso geometrico confinato capannone, se osservato dall’alto, infatti, ha un preciso contesto matematico in cui rinchiudere l’Eresia, per poi rapportarla alla ‘fabbricazione’ d’Ognuno con cui i ‘media’ esprimono ogni frammentata realtà taciuta e successivamente sponsorizzata e rapportata all’ immateriale irrealtà a cui costretta ogni Verità!  

 

Edificando il ‘gregge’ pascolato nel fortino del proprio confino nell’illusione della pecunia, ovviamente difendendolo da ogni Lupo il quale incarna la bestemmia dell’eretica antica eresia.

 

Chiusa parentesi (o asterisco).




Il Dialogo è in definitiva un espediente letterario concepito per imitare le argomentazioni, le chiarificazioni di un dibattito reale, nel caso di Origine e il suo Dialogo con Adamanzio, il ruolo di Giudice rivestito da Eutropio (nel nostro caso dall’Apostata Giuliano), quindi da una neutralità del tutto ‘pagana’.

 

Anzi in questa breve Premessa per i successivi Dialoghi ed in prospettiva dell’Eresia trattata nel Tomo di J. Lieu circa Marcione, rileviamo senza presunzione alcuna una cosa che probabilmente ‘sfuggita’ all’autrice…

 

(ma anche non fosse ‘sfuggita’, il che ritengo del tutto improbabile, sicuramente nel calcolo delle analisi delle probabilità con cui scritto l’intero contesto logico-letterario del Tomo, la volontaria omissione conferisce il fondamento dell’intera struttura filosofica; la quale non può essere ‘citata’ giacché come già detto, la medesima funzione della Storia ne avrebbe limitato il contesto convogliandolo nell’esatto suo  opposto; ritengo e preferisco abdicare le dovute analisi storiche quali ‘carotaggi’ di un medesimo reciso Albero circa la Conoscenza a quella ‘intuizione’ di cui Giuliano (…) e i suoi antichi oracoli andavano fieri, ‘nel fiore dell’intuire troverai’…; agli ‘addetti ai lavori’ non sfuggirà infatti l’antica polemica la quale non rinnoviamo ma poniamo in più vasto contesto circa il Vero e il Falso, e la Legge che ne deriva o dovrebbe; giacché Marcione è il primo Eretico, vero Eretico contrastato da un più che Ortodosso giudizio in merito alle Scritture e le varie interpretazioni fra Ortodossia, e questa, con il Dogmatismo storico per come posta…, ma non certo analizzata…; così mi sovviene alla memoria un altro interessante Tomo circa i detti di Gesù fra il detto e non detto…, ovvero ‘Gesù non l’ha mai detto’… però in questa stessa medesima sede lo ricordiamo e non lo citiamo in giudizio…),




...e di cui Giuliano l’Apostata sembra aver attinto a piene mani rinnovando una antica controversia, non certo letta o appresa dal Tomo della Lieu, bensì essendo un Filosofo più che equilibrato tende a disquisire quella ‘nota’ posta in ugual medesimo ‘spartito’, se poi fu un Paganini, e lo Stradivari che ne fece interprete privilegiato, lasciamo il merito al ‘Messia’ circa l’impareggiabile musica che deriva e deriverà nel corso dell’intera Sinfonia.

 

E non più e solo un Atto della stessa, riconoscendo i meriti del Liuto e l’Albero da cui Nato, abdicando ad Adamo e la sua bella Eva il rinnovato dono della Conoscenza, circa quella ‘esclusività’ del Dio dei Giudei a cui si vuol conferire, ed in qual tempo sottrarre, quella ‘nota’ di Infinito cara ad Empedocle come a Platone. Anche loro ottimi direttori d’orchestra!

 

Una ‘esclusiva esclusività’ inerente quasi ad una proprietà assolutistica, quando, in Verità e per il vero, sappiamo che medesimo ugual Dio cambia abito ma non muta la sostanza dell’Infinito circa la Scena della Sua e nostra Natura (ed il mistero che li divora, pur avendo la presunzione che solo un Dio ha parlato sentenziato scritto e letto la sua ‘sostanza’, e ciò ci sembra un vero abominio in merito alla Conoscenza!).




Tu li odi che gridano: ‘L’uomo mangiò del pan degli angeli’ [Psalm. LXXVIII 25]. E alla fine mandò a loro anche Gesù. A noi nessun profeta, nessun crisma, nessun maestro, nessun messo di questa sua tardiva benevolenza, che doveva un giorno estendersi anche a noi!

 

Egli lascia per miriadi, o, se volete, anche solo per migliaia di anni, in una tale ignoranza, schiava, come voi dite, degli idoli, tutti i popoli dall’Oriente all’Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, ad eccezione di una piccola schiatta stabilitasi da neanche duemila anni in un solo angolo della Palestina.

 

Se è Dio di noi tutti, e di tutti egualmente creatore, perché ci ha trascurati?

 

Convien dunque ritenere che il Dio degli Ebrei non sia affatto il generatore di tutto il mondo, né abbia affatto il dominio dell’Universo, ma sia circoscritto, come dicevo, e, avendo un potere limitato, vada messo insieme con gli altri Dèi. E potremo ancora menarvi per buono che del Dio dell’Universo voi, o qualcuno della vostra razza, sia riuscito ad avere esatta nozione?

 

Non sono tutti concetti parziali codesti?

 

‘Geloso è Iddio’ [Exod. XX 5]. Perchè geloso? e perchè fa pagare ai figli le colpe dei padri [Ibid.]?

 

Guardate invece, di nuovo, le dottrine che han corso presso di noi. Dicono i nostri che il Creatore è comun padre e re di tutti, ma che, pel rimanente, ha distribuito le nazioni a Dèi nazionali e cittadini, ciascuno dei quali governa la propria parte conformemente alla sua natura. Come, infatti, nel Padre tutto è perfetto e tutto unitario, così invece negli Dèi particolari dominano facoltà diverse a seconda dei casi: Ares governa i popoli bellicosi; Atena i bellicosi e sapienti insieme; Ermete gli astuti piuttosto che audaci: insomma, alla tendenza essenziale di ciascuno degli Dei nazionali corrispondono anche le nazioni ad Essi affidate. Ora, se l’esperienza non conferma ciò che ho detto, siano tutta impostura le nostre dottrine e credulità assurda, e si dia plauso alle vostre. Ma se, tutto al contrario, l’esperienza conferma, da che mondo è mondo, i nostri discorsi, e mai in alcun modo s’accorda coi vostri, che ragione avete ancora di resistere con tanta caparbietà?

 

Come dunque dicevamo, se la differenza nelle leggi e nei costumi non l’ha posta un dio nazionale preposto ad ogni nazione, con un angelo sotto di sé o un dèmone o una speciale razza di anime pronte a servire e aiutare gli spiriti superiori, dimostratemi voi in quale altro modo ciò ha potuto avvenire. Poiché non basta dire: ‘Iddio disse, e avvenne’. Bisogna che con le disposizioni di Dio si accordi la natura di ciò che avviene.

 

E mi spiego più chiaramente.

 

Ordinò Iddio, per esempio, che il fuoco andasse in alto, la terra in basso. Ma non bisognava anche, perché quest’ordine di Dio si compisse, che il fuoco fosse leggero, la terra pesante) Così si dica per il resto. E così anche per le cose divine. È un fatto che il genere umano è corruttibile e mortale. Quindi anche le opere sue sono corruttibili, soggette a mutazioni e ad ogni sorta di rivolgimenti. Dio invece essendo eterno, eterni pure debbono essere i suoi ordini. Tali essendo i suoi ordini, sono una sola e stessa cosa con la natura degli esseri, o, alla natura degli esseri, conformi.

 

Come potrebbe la natura trovarsi in contrasto con l’ordine di Dio?

 

Come potrebbe cader fuori dall’accordo?

 

Se quindi, allo stesso modo in cui ordinò la confusione delle lingue, e la loro dissonanza, Dio ha anche voluto una differenza nella costituzione politica delle nazioni, ciò non ha fatto con un puro ordine, ma ci ha creati in vista di questa differenza. Bisognava cioè che, prima di tutto, diverse nature fossero insite in chi diversamente si sarebbe comportato fra i popoli. E questo lo si osserva persino nei corpi, se consideriamo quanto anche per tale rispetto differiscono i Germani e gli Sciti dai Libii e dagli Etiopi.

 

O anche questo è puro e semplice ordine di Dio, e niente influiscono sul colore del corpo l’aria ed il paese?

 

A bella posta Mosè abbuiò tutta questa faccenda, e la stessa confusione delle lingue non l’attribuì al suo dio solo. Dice infatti che non da solo discese, né un solo altro insieme con lui, sì parecchi, e questi chi fossero non spiega. È certo però che intendeva simili a lui quelli che insieme con lui discesero. Se pertanto a confondere le lingue non il Signore solo, ma altri discesero insieme con lui, può ovviamente concludersi che, anche per la confusione dei costumi, non il Signore solo, ma anche coloro che lo aiutarono nel confondere le lingue, furono autori di questa diversità.

 

Perché dunque mi sono io, senza volerlo, così a lungo diffuso?

 

Per questo: che, se Creatore e reggitore del mondo è il Dio da Mosè predicato, noi abbiamo su di Lui concetti migliori in quanto lo consideriamo universale signore di tutte le cose, e altri poniamo alla testa delle singole nazioni, a Lui subordinati come ministri ad un re, ed assolventi ciascuno in diversa maniera la sua particolare funzione. Noi non facciamo Lui subalterno degli Dèi che gli sono soggetti. Che se, per onorare qualcuno de’ suoi particolari ministri, Egli gli affida il governo del Tutto, meglio è, seguendo la nostra dottrina, riconoscere il Dio dell’Universo, senza perciò misconoscere quell’altro, anziché onorare il dio cui è toccato il governo di una piccolissima parte del mondo, in luogo del Creatore stesso dell’Universo.




Rendiamo merito a Lieu perché non volendo ha rilevato ciò di cui il nostro ‘anello mancante’ sulla volontà della protratta continuità ‘neoplatonica’ e un comune Dio pregato e interpretato (e da cui Dogma e Dogmatismo formare la ‘materia’ privata di una più certa verità) posto nella Genesi Storica come storiografica inerente al Tempo e la sua discesa o caduta nella materia, qual fosse una divina ‘meteora’. ‘Meteora’ la qual per sua divina ‘universale’ Natura (colta dal Filosofo quando esplicitata e dedotta nel Verbo platonico derivato da Empedocle anche lui filosofo) fonda un nuovo Credo inerente la Vita ed ogni Suo e nostro comune Elemento. 

 

Ovvero, una continuità circa la parola di un più probabile Primo Dio sottratto all’‘esclusiva esclusività’ di un presunto ‘popolo eletto’, e la sua, come purtroppo nostra, Genesi all’interno della numerata medesima ugual Storia edificare quella monolitica ‘materia’ non cogliendone la vera e più Infinita sfumatura.




Ed in cui con la presunzione della vista eppur ciechi in essa ci specchiamo; ed in questo specchiarsi o giochi di specchi con impropri e successivi ‘anaformismi’, di cui questo come altri ‘paesi’ non ‘si e ci’ risparmiano, scorgo ancor meglio il barlume dell’Intelletto sottratto alla luce della Ragione, e mi sovviene da meditare una frase di Emerson dal suo Diario:

 

Il mondo giace in una notte di peccato. Non ode il canto del gallo, non vede la linea grigia ad oriente. Al primo raggio di Luce, la società è scossa da parte a parte dalla paura e dalla rabbia. ‘Chi ha aperto quell’imposta?’, gridano, ‘maledizione a lui!’. Essi la contraffanno, la chiamano buio che viene, affermano che prima erano nella Luce. Dinnanzi all’uomo che ha detto loro la parola morta, essi tremano e fuggono. Fuggono verso nuovi argomenti, al loro sapere, alle solide istituzioni basate su di questi (e quindi da rifondare e rinsaldare di nuovo), ai loro grandi uomini, alle loro finestre e agli sguardi alla strada e ai passanti, al loro mobilio, al cibo, alle bevande, dovunque, in un posto qualsiasi pur di sfuggire l’apparizione. Il cavallo selvaggio ha udito il mormorio del domatore: il maniaco ha colto l’occhiata dell’assalitore. Essi cercano di dimenticare la memoria di chi ha parlato, di metterlo giù, nello stesso oscuro posto che occupava nelle loro menti prima che parlasse loro. È tutto inutile. Essi cercano anche di ingannare ed ingannarsi dicendo d’aver ucciso e sepolto il nemico, quando autorevolmente lo hanno smentito e denunciato. Ma invano, invano, invano. Non èra che il primo brontolio della Tempesta lontana che essi udirono, fu il primo grido della Rivoluzione… (ed a cui noi, tutti noi, ci richiamiamo per indicare le nuove tenebre della Storia e la Luce che non più la illumina alla divinità sottratta alla sua vera e più certa Natura, traducendola e confinandola nel barlume dell’incolta idiozia, in sinonimo di luce a cui attribuito un valore energetico, corrotta ed ancor più nebbiosa, ma di una nebbia di cui noi ne riconosciamo, o meglio preveniamo la differenza fra chi Eretico e chi credente in questa Terra…).  

 

Mi troverete nel legno e nella pietra…