giuliano

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IL TOMO

lunedì 28 febbraio 2022

COMMENTARIO (per ciò detto) (36)

 









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D'una seppur breve introduzione (35) 


[Commentario] 


Prosegue con un seppur: 









...breve Dialogo (37)







Credo che per ovviare ad ogni umano fraintendimento circa la vera comprensione di suddetto scritto introduttivo abbisogniamo di un breve Commentario, così come si era soliti un Tempo di cui ne abbiamo smarrito il senso odierno rivolti con il Pensiero al passato.

 

Odiernamente siamo accecati dalla volontà dell’immediata comprensione (immediatezza) non più acquisita tramite un Credo scritto nel Fine di ogni probabile Salvezza attraverso la Conoscenza, semmai al contrario, l’effimera volontà di contenere (nell’immediatezza sottratta alla vera Comprensione) l’intero Mondo evoluto e successivamente calcolato sottratto alla relativa ricerca di un Dio qual ‘summa’ (si badi anche l’ateo è vittima o servitore del proprio Dio, non men del peccatore medesimo servo del diavolo…), e i relativi principi di un simmetrico Mondo come di un Universo Creato (per causa e fine e/o scritto in un fine casuale ciò comporta e comprende molte Ragioni da intendere), ciò che scaturisce dall’immediato non simmetrico alla evoluta Conoscenza - con cui e per cui - intendere quanto Creato e dall’uomo propriamente o impropriamente adoperato (come un arma più o meno evoluta la quale supera i motivi della necessità asservendo altri fini diversi dalla creazione sia umana che naturale confacenti con l’evoluzione o il progresso), seppur ugual immediatezza tradisce l’inesperta critica di chi non comprendendo pur possedendo lo strumento litico evoluto al pari di un arma, tradisce nella Parola nata (non data dallo stupore così come nata) posta nella paradossale condizione della ‘critica immediata’ al pari e ben al di sotto del suo progenitore antico da cui deriva, ponendoli entrambi in ugual medesima caverna, con il Nulla rivolto all’univoca indistinta condizione di Conoscenza.

 

Nulla infatti più comprende di quanto scorto, non più dal Cielo specchio dell’Universo in Terra, ma dal piccolo visore dell’immediatezza con il quale travalica la paradossale rifiutata condizione della vera meditata Conoscenza.

 

Logicamente i caratteri distintivi dell’evoluzione che scorgiamo nel mondo così come nell’infante tradiscono le future condizioni, di cui accennava anche un Filosofo, contro ogni cinico dal più piccolo al più cresciuto, ponendo le basi della vera dotta ignoranza con cui lo sterco del diavolo, ogni diavolo in Terra, concima l’improprio profitto. I tempi mutati seppur calcolati al milionesimo di millimetro, seppur osservati nella paradossale condizione di efficienza assoluta scaduti nella summa della deficienza dal micro al macro cosmo; se fosse vero il contrario non ci troveremmo odiernamente dopo l’avvento della peste, sprofondati in una nuova guerra. Cotal deficienza un bene assoluto per ogni tiranno in terra, e si badi bene, non solo quello indicato dal piccolo strumento litico a portata di mano, bensì di tutti i piccoli e futuri grandi tiranni (privati della sana Conoscenza) di questa misera disgraziata martoriata Terra.

 

L’intero Universo (e Dio o dopo di lui l’ateo che lo ha impropriamente ri-creato) entro la propria misera mano, e con questa presunzione di misurare Cielo e Terra nella indubbia volontà di Pace scritta nella Conquista…

 

(da questo punto di vista - infatti - tanto il pacifista che il tiranno sono accumunati e congiunti da ugual immediatezza e vista, circa il cosiddetto ‘punto della dovuta prospettiva’ di cosa sia la pace in terra; per il tiranno nella propria presunzione di concezione umana la pace asserve un ordine da formicaio nel quale il singolo non più umano schiavo dello stato; per il pacifista improvvisato servo e/o cliente fino a ieri del tiranno, la pace consiste nel conseguire ugual fine scritto nel ‘beneficio’ del valore economico sostituendo i termini della tirannia, o meglio rimuovendoli dalla summa posta, ed asservire di conseguenza ugual condizione tirannica; ne deduciamo ugual contesti sottratti alla dovuta comprensione di cosa sia la pace (e la tirannia) interiore o la coerenza protratta nella summa circa una o più vite, e non più una momentanea condizione di convenienza a cui votati dettata da ugual tirannia avversata…; le due tirannie poste su ugual Logica - o punto privo della dovuta prospettiva - dell’immediatezza precludono i canoni, oltre che della dovuta Conoscenza anche della corretta vista indistintamente scritti nella coerenza, l’anamorfismo una specchio risolutivo di gioco fuori dalla realtà di ogni giorno seppur più reale dell’immagine o icona; infatti - paradossalmente - se ben osservate i numeri o il numero dal negativo al positivo con cui si differenziano e contraddistinguono, la summa sarà pari a zero; il valore non più del Nulla dovuto alla mancata Conoscenza, ma un Nulla prossimo alla deficienza assoluta, infatti gli stessi sino a ieri indistintamente avrebbero asservito le condizioni del tiranno, se i valori numerici contraddistinti dal valore positivo e/o negativo fossero spostati nell’equazione data [dalla prospettiva geopolitica] non mutandone il risultato pari a zero; tutto ciò che vuol dire? Che siamo dei cinici mascherati da filosofi? Non certo questo, bensì che il valore della summa del Credo scritto nell’ideale  tradotta in numeri così come la Teologia della Filosofia impone, comporta la condizione di Conoscenza dalla quale il numero deriva; da una più remota Conoscenza evoluta nei Secoli, e non certo la Deriva con cui il numero ci arreca la presunzione dell’economica immediatezza posta alternativamente al positivo quanto al negativo della Deriva dei continenti; il numero approdato attraverso la Conoscenza maturata qual evoluta condizione non fine a se medesima, ma un fine più elevato e simmetrico a Dio; che questo sia cristiano o pagano tale differenza è stata risolta nei Secoli con mirabili capolavori non più affini alla guerra; hora da ciò detto e in parantesi posta dedurrete le odierne condizioni dell’uomo tratto da ugual numero posto al palmare del progresso, il quale se posto nelle condizioni della Conoscenza - e non più dell’immediatezza - avrebbe ovviato alla misera soluzione della guerra, seppur parlando di pace arma la propria pace in Terra nel positivo posta della crescita avversare il negativo di ugual pace di una diversa tirannica scelta; la summa sarà lo zero di qual si voglia crescita e non solo intellettuale-evolutiva, solo chi ne ha seminato le premesse godrà i frutti della stessa)…

 

…la quale per sua povera natura accomuna tanto il tiranno quanto chi lo avversa, adoperando gli stessi strumenti litici - non più dell’Intelletto e della Ragione quindi della Logica, ma della comune forza che deriva da una impropria interpretazione circa Ragione e Forza.

 

La ‘Pace’, come direbbe ogni buon cristiano comandato da un Illuminato Profeta, è una condizione spirituale di interiore elevatezza con il conseguente fine della salvezza, e non certo materiale, semmai attinente all’anima spirituale affine ad un principio morale, la quale simmetrica con la Natura di un più probabile Dio la quale la motiva e la ispira, e non certo l’illuminato fine dell’energia di cui e per cui ogni guerra, sia essa economica che strategica, la quale impone non più pace ma sottomissione all’immediata comprensione del termine da cui il positivo o il negativo si alternano rendendo nullo il Pensiero posto e relativizzato di una semplice equazione in relazione all’oggetto pensato, con il fine di risolvere l’intendimento della dovuta paradossale conoscenza circa la presunta ricchezza calcolata, nel falso fallace intendimento della pace armata!

 

Ora da intendere cosa sia pace e ricchezza.

 

Di ciò ho esplicitato l’intento con un Filosofo, il quale per queste ovvie Ragioni e motivi di una diversa interpretazione dell’uomo evoluto, attirò su se medesimo le ire dei cosiddetti pensatori al servizio di un presunto progresso non escluso quello bellico. L’intera società europea ancora non si era del tutto votata all’avventura coloniale, genesi di tale volontà umana la riconosciamo in Colombo il quale scoprì le Americhe pur approdando alla riva di una diversa vista, e tanto gli spagnoli quanto i vicini portoghesi avevano creato i motivi o principi disquisiti dal Filosofo successivamente avversato.

 

Ugual medesimi principi a cui il Rousseau si ispira li ritroviamo in Giuliano, l’ultimo imperatore pagano, quanto si rivolge al cinico Eraclio, rimproverandolo di scarsa comprensione di un determinato Linguaggio. Ai tempi odierni anche Diamond esamina traendo e ispirandosi a Rousseau, come Rousseau fece con Giuliano, per spiegare i termini umani posti, i quali intendono e premettono una cinica seppur pacifica Conoscenza, non solo dell’evoluzione e ciò che sia l’uomo, ma anche una precisa realtà dottrinale alla quale non si possiamo o dobbiamo sottrarre quando voliamo risolvere qual si voglia equazione posta sia nell’Anima che nella materia.

 

Il dibattito è sì vasto che non può e deve essere risolto nell’immediatezza (nell’immediatezza solo la violenza d’ogni tiranno deve tacere), infatti se chi avesse voluto risolvere i termini posti dell’insoluta equazione, avrebbe ben calcolato senza interessi di sorta e fedele all’ideale perseguito non macchiato dal falso ideale del compromesso, una precisa scelta, ovvero introducendo all’equazione non risolta coefficienti e parametri di probabili soluzioni a prescindere il risultato, al di sopra o ben al di sotto la summa del calcolo. Ovvero ed ancora, avrebbe ben calcolato al di fuori del profitto, ciò che impone la Logica nella tradotta scienza matematica, prendendo in considerazione la ‘summa’ sia questa al meno e/o al più data; tutto ciò tradotto in Dottrina sia questa pagana che cristiana e buddista, vuol significare che avrebbe esposto innanzitutto per se medesimo e gli altri le elevate condizioni del sacrificio dato dalla summa dei veri valori morali per cui votato in rappresentanza d’ogni trattato contestato. Ugual medesimo sacrificio richiesto con cui apparentemente avversa, al di fuori dell’interesse dato.

 

Il credo si riconosce e risolve non più nella duplice condizione di una doppia morale, bensì nell’Ideale con cui e per cui scritta ogni Dichiarazione, non dimenticando gli uguali medesimi valori da entrambi i ‘giocatori’ posti sulla scacchiera, li nominiamo tali giacché nulla ancora scritto nell’Ideale, se ciò fosse vero e il gioco non fosse premeditato da entrambi, la soluzione storica sarebbe stata sancita o certificata non al di fuori circa la certezza del pericoloso gioco - del pericoloso gioco in corso -, lette dall’unanime ovvia conoscenza del profitto, bensì da un ideale di certezza con cui scrivere la Storia, anche se questa avrebbe dovuto rimuovere materiali certezze incise nel compromesso economico.

 

Ovvero ciò che si pensa di fare oggi in nome della pace armata nell’immediato sarebbe già stato fatto e conseguito nella scelta di un valore posto e ben letto in un atto costitutivo; i tempi in cui i due schieramenti o giocatori si confrontano sarebbero stati di per se sufficienti per la dovuta abdicata comprensione, almeno che il punto di vista falsato dalla prospettiva economica di crescita che vizia l’ideale detto….

 

(Giuliano)    







domenica 27 febbraio 2022

BREVE INTRODUZIONE (ai Diritti umani) (35)

 









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Più lo spirito... (33/4) 







& i Diritti... 


Prosegue nel...:


Commentario (36) 


 





Breve Introduzione alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (da chi e a chi ne è stato privato) che propongo nel Testo integrale, per ciò a cui nostro malgrado siamo assistendo: ovvero la vera premessa di un più esteso enunciato annunziare un più vasto dibattito Filosofico (al momento evitato o abdicato ad altro e non all’altro…) di ciò che in realtà sia o dovrebbe essere l’uomo (tra l’altro…). Dibattito abdicato ad una muta se pur ampiamente disquisita nonché argomentata rinunzia della vera saggia Ragione umana, tutte le volte che analizza non tanto il vero problema, ovvero da quando nata la filosofica Scienza sacra e Dottrina - o ancor prima - quando nato il Pensiero e con esso il Linguaggio, che al meglio o al peggio lo distingue o dovrebbe e a cui si ispira (o dovrebbe), nella presunta differenza - o assoluta deficienza - meditare se medesimo alla soglia di ugual caverna o bosco, e successiva palafitta nella ‘civitas’ crollata per indomita mano… nell’umano pantano… 




E ciò da cui animato nella (successiva) scienza dell’economica sopravvivenza, derivata dalla presunta ricchezza di mondo proiettata nella guerra di ogni giorno (…conservazione mantenimento o estensione con probabile calcolata premeditata estinzione del proprio territorio crollato - come abbiamo appena detto - nel pantano creato nonché edificato per propria vil mano…), - ogni guerra - che sì vasta sopravvivenza premedita e destina all’individuo cosiddetto umano destinandolo - per sua fortuna o sfortuna suo malgrado - al karma della vita evolutiva. Posta nelle altrettante vaste regioni dell’evoluto Intelletto - per grazia divina o diabolica - della capacità di costruire e edificare strumenti adeguati per la detta esistenza… compresa suddetta sociale palafitta.




Ovvero, da quando dovendo cacciare l’animale suo nemico non ancora addomesticato o sottomesso - ed anch’esso evoluto nelle medesime regole simmetriche alla luce di ugual Natura - alla soglia della stessa ombra della platonica caverna (onda o particella?), porre la vasta regola del dominio - genesi della specie - da cui presunta differenza, non più ispirate da un Dio (o dagli Dèi suoi Elementi) dettare il rispetto nella vera comprensione del Creato dell’Opera posta in ugual Diritto rappresentato alla cogitata natura dell’uomo; ma al contrario, l’indiscusso dominio dato dalla corrotta natura (umana) nell’esclusiva incapacità di comprendere - quindi interpretare - il termine posto, compreso il ruolo in così vasta Geografia, ovvero il palcoscenico della vita, a cui ogni essere derivato dalla Natura aspira o dovrebbe, nel principio dell’esistenza d’ugual vista (al botteghino della vita); sia questa dal privilegio del riservato palchetto dato dal punto di vista evolutivo e scientifico, quanto dal punto di vista - o miopia prossima alla cecità assoluta -, dell’essere umano posto nella sacralità della plateale dottrina della vita.

 

(Talvolta da taluni eremiti dedotta dalla invisibile e più umile Galleria della grotta!)




Quindi non più sopravvivenza, semmai illuminata (materiale) capacità esposta (e successivamente corrisposta in cotal simmetrico processo di illuminata umana fotosintesi) nella dovuta comprensione e ruolo, circa il compito cui destinato (l’uomo attore di sé medesimo) nel saper bene dedurre il sano Destino incarnato e altresì maturato (per grazia della divina Natura all’ultimo secondo di questo Atto di ugual palcoscenico ammirato e pregato, per taluni; per altri, registi di un diverso destino creativo, solcato nell’esclusiva nonché mascherata capacità interpretativa nutrita di attori con altrettante comparse più simile al replicato immutato secolare dramma umano, accompagnato dal vero linguaggio della musicalità dell’Opera ora divenuto incomprensibile dialogo privo della sana sceneggiatura) rispetto all’intero (palco dell’…) Universo occupato nonché ammirato, circa l’altrettanta presunta e dedotta capacità, o secolare incapacità prossima alla deficienza assoluta, di intuire e numerare - nonché conservare - per merito della Memoria, Tempo e materia, così da ben calcolarne la differenza che corre e cammina fra il nucleo e la crosta, fra il mare e la montagna, fra il sole e la Terra, ovvero l’intero palcoscenico - divenuto nostro malgrado - amletico specchio del moto della gravità dedotta al palchetto della Vita ammirata, nonché applaudita alla corte della magnificenza delle repliche segnalate e recensite ai teatri cui destinata non men da attori e burattini interpretata.




Dacché per quanto si dica per merito della dovuta critica comandata alla dotta lingua nei vari accenti posta e certamente non del tutto compresa seppur applaudita sia scena che critica; e con esse le alterne Stagioni della Vita interpretativa, in cui registi attori e scene degne del fasto rappresentato (alla faccia della sobria e più casta nonché mal pagata Natura), si alternano con indubbio successo nella sfortunata trama circa il dramma della perenne Storia replicata, che al meglio o al peggio li differenzia dal più sano palcoscenico della Vita, e con essa la muta interprete ovvero Madre Natura, in codesto dotto impareggiabile Linguaggio, di chi senza Pensiero Parola o Intelletto alcuno circa ugual medesimo Diritto interpretativo, muto…



Dacché ne argomentiamo ancora circa la Sacralità rappresentata, e nostro malgrado violata - ma per nostra fortuna non ancor del tutto stuprata e censurata, anche quando pensavamo i vasti dibattiti degli addetti ai lavori meditati su cotal enunciato migliorando accento e Linguaggio, ovvero l’uomo in quanto tale posto dinnanzi alle catastrofi (sempre suo malgrado), siano queste di superiore Natura quanto di pandemica simmetrica ereditata sfortuna (l’atto interpretativo del soggetto circa l’oggetto interpretato pone la scena quindi l’intera genesi del teatro ai meriti o demeriti del regista), migliorando e in qual tempo evolvendo - così come il Tempo dedotto e interpretato -, Pensiero Linguaggio e Parola.




Uniti seppur divisi, in specie razze e meccaniche argomentate economiche carenti deficienze circa i dovuti allestimenti scenici, nonché tutti i dovuti accorgimenti delle invisibili ‘quinte’; ed altresì migliorando e unendo nervi d’acciaio armato - e successivamente disarmato - nelle dovute non calcolate ferite e drammatiche malattie infettive, riflesse nel sommo teatro interpretativo da cui nato illusione e parola circa il linguaggio della platea intera: ovvero dallo stupore alla vista del Nulla scorto, riflesso ed evoluto allo stupore della vita e in prossimità di ugual Nulla.


Posto alle rigide condizioni dell’Universo qual Cielo osservato e nel vasto Oceano riflesso ma non più meditato, quindi nato in evoluto Pensiero (e non certo premeditato)!

 

Dacché che si dica ogni evoluto linguaggio negato!




 Nulla infatti hanno imparato, e Nulla esclamato nel baratro in cui caduti seppur reclamano vinti una nuova guerra, seppur implorano pace in terra, seppur si reclamano uomini in Terra… 

 

(Giuliano)









venerdì 25 febbraio 2022

PIU' LO SPIRITO SI ILLUMINAVA, E PIU' SI PERFEZIONO' L'INDUSTRIA (33)

 























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Circa l'uomo... (31/2) 


Prosegue con...:


Il mondo fino a ieri (34) 


& il racconto della Domenica,











ovvero: LA DICHIARAZIONE


DEI DIRITTI DELL'UOMO 



 




Più lo spirito si illuminava, e più si perfezionò l’industria.

 

La metallurgia e l’agricoltura furono le due arti, la cui invenzione produsse questa grande rivoluzione. Per il poeta è l’oro e l’argento; ma per il filosofo sono il ferro e il grano gli autori della civilizzazione degli uomini e della perdizione del genere umano. Così l’uno come l’altro erano sconosciuti ai selvaggi d’America, che per ciò son rimasti sempre tali; gli altri popoli sembran pure esser rimasti barbari, finché han praticato una di queste arti senza l’altra. E una delle migliori ragioni per cui l’Europa è stata, se non prima, almeno più costantemente e meglio civilizzata delle altre parti del mondo, è che essa è da un tempo la più abbondante di ferro e la più fertile di grano.



È ben difficile congetturare come gli uomini siano arrivati a conoscere ed impiegare il ferro; perché non è credibile che abbian immaginato da sé di trarre la materia dalla miniera, e di darle le preparazioni necessarie per metterla in fusione, prima di sapere che cosa ne sarebbe risultato. D’altro lato si può tanto meno attribuire questa scoperta a qualche incendio casuale, in quanto le miniere non si formano che in luoghi aridi e spogli d’alberi e di piante; in modo che si direbbe che la natura avesse preso le sue precauzioni per sottrarci questo fatale segreto.

 

Non resta dunque che la circostanza straordinaria di qualche vulcano che, vomitando materie metalliche in fusione, avrà dato agli osservatori l’idea di imitare questa operazione naturale: ancora bisogna supporre in loro buona dose di coraggio e di previdenza, per intraprendere un lavoro tanto faticoso, e scorger tanto di lontano i vantaggi che potevan trarne; ciò che non conviene se non a spiriti già più esercitati che essi non dovessero essere.




Quanto all’agricoltura, il principio ne fu conosciuto ben prima che la pratica ne fosse stabilita; e non è possibile che gli uomini, occupati senza posa a trar alimenti dagli alberi e dalle piante, non avessero abbastanza prontamente l’idea delle vie che la natura impiega per la generazione dei vegetali; ma la loro industria non si volse probabilmente che ben tardi a questo lato, sia perché gli alberi che, con la caccia e la pesca, provvedevano al loro nutrimento, non avevan bisogno delle loro cure, sia per mancanza di conoscenza dell’uso del grano o di strumenti per coltivarlo o di previdenza per i bisogni avvenire, o infine di mezzi per impedire agli altri di appropriarsi i frutti del loro lavoro.




Divenuti più industriosi, si può credere che con pietre aguzze e bastoni appuntiti abbian cominciato a coltivare alcuni legumi o radici attorno alle loro capanne, gran tempo innanzi di saper preparare il grano e d’aver gli strumenti necessari per la coltura in grande; senza contare che, per darsi a tale occupazione e seminar le terre, bisogna decidersi a perder qualcosa da principio per guadagnar molto in seguito; precauzione ben lontana dalla forma mentale dell’uomo selvaggio, che, come ho detto, fa gran fatica a pensare la mattina ai suoi bisogni della sera.

 

Dalla cultura delle terre derivò necessariamente la loro partizione; e dalla proprietà, una volta riconosciuta, le prime regole della giustizia: giacché, per rendere a ciascuno il suo, bisogna che ciascuno possa aver qualcosa; di più, cominciando gli uomini a considerar l’avvenire, e trovandosi ognuno qualche bene soggetto a perdersi, non ve n’era uno, che non avesse a temere per sé la rappresaglia dei torti che potesse fare ad altri.




Quest’origine è tanto più naturale, in quanto è impossibile concepir l’idea della proprietà nascente da altro che dal lavoro; giacché non si vede che, per appropriarsi le cose non fatte da lui, l’uomo possa mettervi più che il suo lavoro. Solo il lavoro, dando diritto al coltivatore sul prodotto della terra da lui arata, gliene dà per conseguenza sul terreno, almeno sino al raccolto, e così di anno in anno; il che, facendo un possesso continuo, si trasforma facilmente in proprietà. 

 

Le cose in tale stato avrebbero potuto restar uguali, se gli ingegni fossero stati uguali, e, per esempio, l’uso del ferro e la consumazione delle derrate si fossero sempre esattamente bilanciate: ma la proporzione, che nulla manteneva, fu presto rotta; il più forte faceva più lavoro; il più destro traeva miglior partito dal suo; il più ingegnoso trovava mezzi d’abbreviar la fatica; l’agricoltore aveva più bisogno di ferro o il fabbro più bisogno di grano; e, lavorando ugualmente, uno guadagnava di più, mentre l’altro stentava a vivere. Così la disuguaglianza naturale si svolge insensibilmente con quella di combinazione; e le differenze degli uomini, sviluppate da quelle delle circostanze, si rendono più sensibili, più permanenti nei loro effetti, e cominciano a influire nella stessa proporzione sulla sorte dei singoli.




Giunte le cose a tal punto, è facile immaginare il resto. Non mi fermerò a descrivere l’invenzione successiva delle arti, i progressi delle lingue, la prova e l’uso delle capacità, la disuguaglianza delle fortune, l’uso o l’abuso delle ricchezze, né tutti i particolari che ne derivano e che ognuno può facilmente supplire. Mi limiterò solo a gettare un colpo d’occhio sul genere umano, posto in questo nuovo ordine di cose.

 

Ecco dunque tutte le nostre facoltà sviluppate, la memoria e l’immaginazione in giuoco, l’amor proprio interessato, la ragione resa attiva, e lo spirito giunto quasi al termine di perfezione di cui è capace.

 

Ecco tutte le qualità naturali messe in azione, la classe e la sorte di ogni uomo stabilite, non solo sulla quantità dei beni e sul potere di servire o nuocere, ma sullo spirito, sulla bellezza, la forza o l’abilità, sul merito o i talenti; e queste qualità, essendo le sole che potessero attirare considerazione, bisognò ben presto averle o fingerle.




Bisognò, per l’utile proprio, mostrarsi altro da quel che s’era in realtà.

 

Essere e parere divennero due cose affatto differenti, e da questa distinzione uscirono il fasto imponente, l’astuzia ingannatrice e tutti i vizi che ne sono il corteo.

 

D’altro lato, di libero e indipendente che era prima l’uomo, eccolo, da una quantità di nuovi bisogni, assoggettato per così dire a tutta la natura e sopra tutto ai suoi simili, di cui diventa in certo senso lo schiavo, anche diventandone il padrone: ricco, ha bisogno dei loro servigi; povero, ha bisogno dei loro soccorsi; e la mediocrità non lo mette punto in grado di farne a meno.




Bisogna dunque che egli cerchi senza posa d’interessarli alla sua sorte e di far loro trovare, in realtà o in apparenza, il loro utile nel lavorar per l’utile suo: ciò che lo rende furbo e artificioso cogli uni, imperioso e duro cogli altri, e lo mette nella necessità di ingannare tutti quelli di cui ha bisogno, quando non possa farsene temere, e non trovi il suo interesse a servirli utilmente. Infine l’ambizione divorante, l’ardore di elevare la sua fortuna relativa, non tanto per vero bisogno, quanto per mettersi al di sopra degli altri, inspira a tutti gli uomini una tendenza nera a nuocersi a vicenda, una gelosia segreta, tanto più pericolosa in quanto, per far il suo colpo più sicuramente, prende spesso la maschera della benevolenza; in una parola, concorrenza e rivalità da una parte, opposizione d’interessi dall’altra, e sempre il desiderio nascosto di fare l’utile proprio a spese altrui: tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteo inseparabile della disuguaglianza sorgente.




…Così, facendosi i più potenti o i più miserabili delle loro forze o dei loro bisogni una specie di diritto al bene altrui, equivalente, secondo loro, a quello di proprietà, l’uguaglianza infranta fu seguita dal più orribile disordine; così le usurpazioni dei ricchi, il brigantaggio dei poveri, le passioni sfrenate di tutti, soffocando la pietà naturale e la voce ancor debole della giustizia, resero gli uomini avari, ambiziosi e malvagi. Si levò tra il diritto del più forte e il diritto del primo occupante un conflitto incessante, che non terminava che in combattimenti ed omicidi.

 

La società nascente fece posto al più orribile stato di guerra: il genere umano, avvilito e desolato, non potendo più tornare sui suoi passi, né rinunciare agli infelici acquisti fatti, e lavorando solo a sua vergogna, con l’abuso delle facoltà che l’onorano, si mise lui stesso sull’orlo della propria rovina.




Non è possibile che gli uomini non abbian fatto alla fine riflessioni su una condizione così miserabile e sulle calamità da cui erano oppressi. I ricchi, sopra tutto, dovettero presto sentire quanto fosse svantaggiosa per loro una guerra incessante, di cui facevan da soli tutte le spese, in cui il rischio della vita era comune, ma quello dei beni era loro particolare. D’altra parte, qualsiasi colore avessero potuto dare alle loro usurpazioni, sentivano abbastanza che esse non eran fondate che su un diritto precario ed abusivo, e che, essendo acquistate solo con la forza, la forza poteva togliergliele senza che avessero ragione di lagnarsi. Quelli pure che solo l’industria aveva arricchiti, non potevan fondare la loro proprietà su titoli migliori. Avevano un bel dire: 'Son io che ho costruito questo muro; io ho guadagnato questo terreno col mio lavoro'. 




'Chi vi ha dato gli allineamenti, si poteva risponder loro, e in virtù di che pretendete d’esser pagati a nostre spese d’un lavoro che non vi abbiamo affatto ordinato? Ignorate voi che una quantità di vostri fratelli muore o soffre del bisogno di ciò che voi avete di troppo, e che vi sarebbe bisognato un consenso espresso ed unanime del genere umano per potervi appropriare, della sussistenza comune, tutto ciò che andava al di là della vostra?'. Privo di ragioni valide per giustificarsi e di forze sufficienti per difendersi; in grado di schiacciar facilmente un individuo, ma schiacciato a sua volta da branchi di banditi; solo contro tutti e non potendo, a cagione delle gelosie reciproche, unirsi coi suoi uguali contro nemici uniti dalla speranza comune del saccheggio; il ricco, premuto dalla necessità, concepì in fine il disegno più meditato che sia mai entrato nello spirito umano: ossia d’usare a favor proprio le forze stesse che l’attaccavano, di fare dei suoi avversari i sui difensori, di inspirar loro altre massime, dare altre istituzioni, che gli fossero favorevoli, quanto il diritto naturale gli era contrario.




In tale intento, dopo aver esposto ai suoi vicini l’orrore d’una condizione che li armava gli uni contro gli altri, che rendeva il loro possesso oneroso al pari dei loro bisogni, in cui nessuno trovava la sua sicurezza né nella povertà né nella ricchezza, egli inventò facilmente ragioni speciose per menarli al suo scopo.

 

‘Uniamoci, disse loro, per garantire i deboli dall’oppressione, frenare gli ambiziosi e assicurare a ciascuno il possesso di ciò che gli appartiene: istituiamo ordinamenti di giustizia e di pace, cui tutti siano obbligati a conformarsi, che non faccian distinzione di persona, e che riparino in qualche modo i capricci della fortuna, sottomettendo ugualmente il potente e il debole ad obblighi reciproci. In una parola, invece di volger le nostre forze contro noi stessi, raccogliamole in un potere supremo, che ci governi secondo leggi sagge, che protegga e difenda tutti i membri dell’associazione, respinga i nemici comuni, e ci mantenga in eterna concordia’.




Ci volle molto meno dell’equivalente di questo discorso per trascinar uomini rozzi, facili a sedurre, che d’altra parte avevan troppi affari da sbrogliar fra loro per poter fare a meno d’arbitri, e troppa avarizia ed ambizione per poter a lungo fare a meno di padroni. Tutti corsero incontro alle loro catene, credendo assicurarsi la libertà: perché, avendo abbastanza ragione per sentir i vantaggi d’una costituzione politica, non avevan abbastanza esperienza per prevederne i pericoli: i più capaci di presentirne gli abusi eran precisamente quelli che contavan di profittarne; e i saggi stessi videro che bisognava decidersi a sacrificare una parte della loro libertà alla conservazione dell’altra, come un ferito si fa tagliar il braccio per salvare il resto del corpo.

 

Tale fu o dovette essere l’origine della società e delle leggi, che diedero nuove pastoie al debole e nuove forze al ricco, distrussero senza scampo la libertà naturale, fissarono per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza, d’una accorta usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e, per il vantaggio di qualche ambizioso, assoggettarono ormai tutto il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria.




Si vede facilmente come la fondazione d’una sola società rese indispensabile quella di tutte le altre, e come, per far fronte a forze unite, bisognò unirsi a propria volta.

 

Le società, moltiplicandosi o estendendosi rapidamente, coprirono ben presto tutta la superficie della terra; e non fu più possibile trovare un angolo solo nell’universo, ove si potesse liberarsi dal giogo e sottrarre la propria testa alla spada, spesso mal diretta, che ogni uomo si vide perpetuamente sospesa sopra. Divenuto così il diritto civile regola comune dei cittadini, la legge di natura non ebbe più luogo che fra le diverse società; dove, sotto il nome di diritto delle genti, fu temperata da qualche tacita convenzione, per render possibile il commercio e supplire alla compassione naturale, che, perdendo da società a società quasi tutta la forza che aveva da uomo a uomo, non abita più che in qualche grande anima cosmopolitica, che supera le barriere immaginarie che separano i popoli, e, sull’esempio dell’Essere supremo che l’ha creata, abbraccia tutto il genere umano nella sua benevolenza.




I corpi politici, restando così fra loro nello stato di natura, risentiron presto i danni, che avevan costretto gli individui ad uscirne; e tale stato divenne ancor più funesto fra questi grandi corpi, che non fosse stato prima fra gli individui di cui eran composti.

 

Da ciò nacquero le guerre di nazione, le battaglie, le uccisioni, le rappresaglie, che fan fremere la natura e colpiscono la ragione, e tutti gli orribili pregiudizi che pongono nel novero delle virtù l’onore di spargere il sangue umano. Le persone più oneste appresero a contare fra i loro doveri quello di sgozzare i loro simili: si videro in fine gli uomini massacrarsi a migliaia senza saper perché; e si commettevan più uccisioni in una sola giornata di battaglia, e più orrori alla presa d’una sola città, che non si fossero commessi nello stato di natura, durante secoli intieri, su tutta la faccia della terra. Tali sono i primi effetti, che si possono intravvedere, della divisione del genere umano in differenti società.



 

…Dalla disuguaglianza estrema delle condizioni e delle fortune, dalla diversità delle passioni e degli ingegni, dalle arti inutili, dalle arti perniciose, dalle scienze frivole, uscirebbero in folla pregiudizi contrari ugualmente alla ragione, alla felicità e alla virtù: si vedrebbe fomentato dai capi tutto ciò che possa indebolir uomini riuniti disunendoli, tutto ciò che possa dare alla società un aspetto di concordia apparente e seminarvi un germe di divisione reale: tutto ciò che possa ispirare alle diverse classi una diffidenza e un odio reciproco, per via della opposizione dei loro diritti ed interessi, e fortificare in conseguenza il potere che li tien sotto tutti.




 Dal seno di questo disordine e di queste rivoluzioni il dispotismo, levando grado grado la sua testa schifosa, e divorando tutto ciò che avesse scorto di buono e di sano in tutte le parti dello Stato, perverrebbe infine a calpestar le leggi e il popolo, e a stabilirsi sulle rovine della repubblica. I tempi, che precedessero quest’ultimo cambiamento, sarebbero tempi di torbidi e di sciagure, ma alla fine tutto sarebbe inghiottito dal mostro, e i popoli non avrebbero più né capi né leggi, ma solo tiranni. Da questo istante anche non ci sarebbe più questione di costumi e di virtù; ché, ovunque esso regni, il dispotismo, cui ex honesto nulla est spes, non tollera alcun principio superiore; appena egli parli, non c’è più probità o dovere da consultare, e la più cieca obbedienza è la sola virtù che resti agli schiavi.




È qui l’ultimo termine della disuguaglianza, e il punto estremo che chiude il circolo, e tocca il punto da cui siamo partiti: qui tutti gli individui tornano uguali, perché non son più nulla, e non avendo più i sudditi altra legge che la volontà del padrone, né il padrone altra regola che le sue passioni, le nozioni del bene e i principi della giustizia svaniscono di nuovo: qui tutto ti riporta alla sola legge del più forte, e in conseguenza a un nuovo stato di natura, differente da quello di cui abbiam preso le mosse, in quanto quello era lo stato di natura nella sua purezza, e quest’ultimo è il prodotto di un eccesso di corruzione.




C’è così poca differenza, d’altra parte, fra questi due stati, e il contratto di governo è talmente annullato dal dispotismo, che il despota non è padrone se non finché sia il più forte; e appena si possa cacciarlo, non può protestare affatto contro la violenza. La sommossa, che finisce per strangolare o detronizzare un sultano, è un atto giuridico, al par di quelli per cui egli disponeva, alla vigilia, delle vite e dei beni dei sudditi. La sola forza lo manteneva, la sola forza lo rovescia: tutte le cose si svolgono così secondo l’ordine naturale; e, quale che possa essere l’esito di queste corte e frequenti rivoluzioni, nessuno può lamentarsi dell’ingiustizia altrui, ma solo della propria imprudenza o sfortuna.




Scoprendo e seguendo così le vie dimenticate e perdute, che dallo stato naturale han dovuto condur l’uomo allo stato civile; ristabilendo, con le posizioni intermediarie che sono venuto notando, quelle che l’urgenza del tempo mi ha fatto sopprimere, o che l’immaginazione non mi ha suggerito, ogni lettore attento non potrà non esser colpito della distanza immensa, che separa questi due stati.

 

…In una parola, egli spiegherà come l’anima e le passioni umane, alterandosi insensibilmente, cangino per così dire di natura; perché i nostri bisogni e piaceri cambino a lungo andare di oggetto; perché svanendo l’uomo originario a gradi, la società non offra più, agli occhi del saggio, che un’accolta di uomini artificiali e di passioni fittizie, che sono il prodotto di tutte queste relazioni nuove, e non hanno alcun vero fondamento nella natura.

 

Ciò che la riflessione ci apprende a questo proposito, l’osservazione lo conferma perfettamente: l’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente, nel fondo del cuore e delle inclinazioni, che ciò che forma la felicità suprema dell’uno, ridurrebbe l’altro alla disperazione. Il primo non respira che quiete e libertà; non vuol che vivere e restare ozioso, e l’atarassia stessa dello stoico non s’avvicina alla sua profonda indifferenza per ogni altro oggetto. 




Al contrario, il cittadino, sempre attivo, suda, s’agita, si tormenta senza posa per cercare occupazioni ancor più laboriose; fatica fino alla morte, vi corre anzi per mettersi in grado di vivere, o rinuncia alla vita per acquistar l’immortalità; fa la corte ai grandi che odia e ai ricchi che disprezza; nulla risparmia per ottener l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione; e, fiero della sua schiavitù, parla con sdegno di quelli che non han l’onore di dividerla.

 

…Mi son studiato d’esporre l’origine e i progressi della disuguaglianza, la costituzione e l’abuso delle società politiche, in quanto queste cose possan dedursi dalla natura dell’uomo coi soli lumi della ragione, e indipendentemente dai dogmi sacri, che danno all’autorità sovrana la sanzione del diritto divino. 




Segue da tale esposizione che la disuguaglianza, essendo quasi nulla nello stato di natura, trae la sua forza e il suo accrescimento dallo sviluppo delle nostre facoltà e dai progressi dello spirito umano, e diventa infine stabile e legittima per la introduzione della proprietà e delle leggi.

 

Segue ancora che la disuguaglianza morale, legittimata solo dal diritto positivo, è contraria al diritto naturale, ogni volta che non concorra, nella stessa proporzione, con la disuguaglianza fisica: distinzione, che determina a sufficienza che cosa mai debba pensarsi a tal riguardo della specie di disuguaglianza che regna fra tutti i popoli civili, poiché è manifestamente contro la legge di natura, in qualsiasi modo la si definisca, che un fanciullo comandi a un vecchio, che un imbecille conduca un uomo saggio, e che un pugno d’uomini tronfi di superiorità aggredisce la moltitudine affamata privata del necessario.

 

(J.J. Rousseau)