giuliano

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IL TOMO

martedì 30 agosto 2022

INTERVENTI... (8)

 










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Di una 'Prima' (7/1)  


Prosegue con i...: 


Meccanici (9)







È questo infatti l’intento ove, non pur si rende omaggio al loro ingegno, si raccontano i più vari aneddoti della loro Vita, ovvero la ‘Commedia dei commedianti’, e si mettono in rilievo i loro capricci,  la loro burbanza, i loro difetti con l’ausilio del nostro rinato Teatrino, da marionette burattini e futuri automi… accompagnati.

 

Ci scusino lor Signori per taluni interventi ‘meccanici’.

 

Lo riconosco, il Foglio volante è, in certi luoghi non certo comuni, senza pietà e coscienza alcuna: ma fin dove  apparisce crudele, l’umano lettore vi scorgerà sempre un sentimento benevolo; la bestia a cui sovente o troppo spesso mi ispiro padrona dell’Idea che corre e vola, e talvolta striscia con una saporita mela in bocca, per appagare l’inestinto appetito di cui noi poveri Eretici godiamo, quale eterno e sol diritto ben curato da chi ha frainteso la nostra incompresa e perigliosa terrena avventura… osservando e ululando alla Luna.

 

Per noi solo morte e mannara sventura!

 

Per tutti coloro che vi approdano senza peli & scopa… somma  conoscenza & fortuna, per ogni cratere conquistato dal grande umano ingegno della Scienza senza più Terra alcuna, ed hora alla conquista della più nota sabbia della… Luna…   




La bestia che mi ispira, hor hor dicevo, al contrario, riconosce il me il vecchio Genio Loci disperso, non certo nella Selva della somma Luna piena, semmai rinato - fors’anche sottratto - al crudele destino giungla del loro Inferno meccanizzato, il risultato che ne deriva il più noto Cratere di Apollo, da ove osservare e quindi meditare il triste destino della Terra riunita quantunque divisa… comprese le sorti meccanizzate d’ognuno per ogni più probabile avaria di bordo…    

 

‘NULLUS LOCUS SINE GENIO’: questa frase di Servio (retore latino vissuto tra il IV ed il V secolo d.C.) tratta dal Commento all’Eneide (5, 95), risulterebbe incomprensibile alla maggior parte degli odierni lettori, salvo che a qualche specialista di mitologia latina. Eppure essa diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.

 

Se volessimo tentare di spiegare oggi, con semplicità, ad una persona qualunque, come può applicarsi questo concetto ad un luogo particolare, potremmo forse dire che quel luogo, propriamente, è ‘numinoso’, è cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità.

 

Non esiste, infatti, nella nostra cultura, un’idea che coincida con quella del Genius Loci. Oltretutto, per la cultura latina il Genio non l’avevano solo i luoghi, ma anche le persone. Il Genio, insomma, era il compagno soprannaturale di ciascun’anima (e l’anima, come vedremo, non era solo appannaggio dell’uomo).




Più ci si è allontanati, anche temporalmente, dalla cultura latina e più siamo divenuti incapaci di comprendere il significato della frase di Servio e della sua semplificazione tanto lessicalmente bella e armoniosa da essere rimasta viva nelle lingue occidentali, nonostante la totale perdita della sua accezione semantica originaria: Genius Loci. Chiunque si occupi a un certo livello di architettura, di paesaggio, di antropologia o di estetica, infatti, si è sicuramente imbattuto in questo concetto o ha talvolta usato questa locuzione, senza mai tradurla e spesso tentando di attribuirle significati ben lontani da quelli originali.

 

Torniamo, allora, indietro nel tempo e cerchiamo di capire cosa volessero dire i latini con la locuzione Genius Loci.

 

Abbiamo detto, traducendo con la massima semplicità le due parole che compongono la locuzione, che con essa si intendeva lo spirito, il nume tutelare del luogo. Ciascun luogo, dunque, si trattasse di una fonte, un fiume, un bosco, un’altura, aveva una divinità secondaria (rispetto a quelle olimpiche) che lo proteggeva e lo tutelava. Si riconosceva, così, ai luoghi, uno status del tutto analogo a quello degli esseri umani.

 

In Censorino (grammatico latino del III sec. d.C.) si ha addirittura un’assimilazione del Genio con i Lari (3,1), che, come è noto, erano le anime dei trapassati, protettrici della famiglia, la cui sede era il focolare domestico, presso cui sorgeva il tabernacolo. Ma vi erano Lari anche dei crocicchi, delle strade, dei militi ecc.




Questa idea del Genio, anche se è originale della cultura e della religione latina, trova un precedente parzialmente analogo nella figura greca del Daimon (in lingua italiana ‘demone’ ma con un’accezione del tutto diversa da quella cristiana).

 

Il Daimon dell’uomo greco era, anche in questo caso, una divinità secondaria, uno spirito al quale si attribuivano tutte le vicende umane, liete e tristi. Si riteneva che ciascuno avesse il suo demone buono che lo indirizzava verso il compimento della propria essenza. Dunque il Daimon come nume tutelare di ciascun essere umano.

 

La figura del Daimon è stata suggestivamente rievocata dallo psicoanalista e pensatore James Hillman in un suo famoso volume, Il codice dell’anima (Adelphi 1997).

 

Do brevemente conto della tesi iniziale di Hillman perché può esserci utile ad inquadrare il problema. Scrive Hillman: ‘Questo libro intraprende una strada nuova a partire da un’idea antica: ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata. L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più famosa, La Repubblica. In breve l’idea è la seguente. Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il Daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino’.




In effetti proprio nelle ultime pagine de La Repubblica Platone, più che il mito, narra l’apologo di Er, un uomo tornato miracolosamente in vita dopo essere morto in guerra, il quale riferisce ciò che ha visto nell’aldilà (1000, 1310). Er racconta molte cose interessanti e misteriose e parla di incontri strabilianti, ma, infine – per quel che ci riguarda nello specifico – testimonia di aver visto le anime scegliersi le vite nelle quali avrebbero dovuto incarnarsi e poi, di seguito, avere assegnato da Lachesi, una delle tre Moire, il demone che si erano scelte quale custode della vita ed adempitore della sorte prescelta.

 

Il senso è chiaro: ciascun’anima ha assegnato – in quanto se l’è prescelto – un compito sulla terra (una mission personale diremmo oggi). Gli dei, comunque, chiedono a quell’anima il compimento di se stessa, secondo il disegno numinoso che la pervade senza tuttavia dominarla. La libertà di ciascun’anima consiste, per l’appunto, nel riuscire ad ascoltare i «consigli» del Daimon e nel compiere il disegno.

 

Nella cultura latina il Daimon prende in nome di Genius ed estende il suo campo d’azione, senza tuttavia perdere le caratteristiche essenziali. Ma questa estensione non dobbiamo considerarla del tutto arbitraria o scollegata dalla precedente cultura greca. Se il Daimon è proprio di ciascun essere dotato d’anima, come dimenticare, infatti, che lo stesso Platone nel Timeo scriveva: ‘Questo mondo è un essere dotato d’anima e di intelligenza, generato dalla provvidenza di Dio’.




E non basta, perché all’obiezione di chi potrebbe riferire questa espressione ad una anima mundi (la qual cosa non escluderebbe affatto che anche le singole componenti del mondo posseggano una parte di quell’anima) basta ricordare come sempre Platone, viceversa, nell’Epinomide sostiene: ‘I corpi celesti sono esseri viventi, e anzi si può dire che nel loro insieme costituiscano il genere divino degli astri, a cui è toccato il corpo più bello e l’anima più felice e perfetta’. Il che ci dice che il grande pensatore attribuiva un’anima anche a creature diverse dall’uomo e pur sempre diverse dall’insieme indistinto del tutto.

 

A completare il quadro del nostro concetto in età classica vi è, infine Plotino, pensatore nato a Licopodi, in Egitto, tra il 203 ed il 204 d.C., che partecipò alle campagne dell’imperatore Gordiano contro i persiani per venire in contatto con le dottrine del pensiero orientale, si stabilì a Roma dove fondò un’importante scuola di filosofia e morì in Campania tra 269 ed il 270. Plotino, la cui opera fu raccolta dal discepolo Porfirio nelle Enneadi, riteneva anch’egli che esistesse un’anima mundi – quale seconda emanazione, dopo l’intelletto (nous), di Dio-Uno – ma era anche convinto che le anime singole fossero parti dell’anima del mondo e che anzi l’anima del mondo fosse reperibile in ogni luogo.

(T. Bevilacqua [che è meglio!]




…Ragion per cui mi ammira e adora, dicevo poco sopra e non certo sulla Luna, il Dèmone e non solo la ‘bestia’ che lo divora, anzi il suo Genio incompreso il solo e sano carburante disperso di codesta misera (e terrena) infiammata… appestata sventura.

 

Cantare  gesta e lodi di odierni meccanizzati paladini, ovvero, civilizzati pupi marionette & automi, è per ‘noi’ sacrosanto dovere d’artigiani perseguitati, come fosse una segreta preghiera senza neppur il diritto alla Cena; una eterna Odissea senza Nessuno farvi ritorno; un sermone rivolto ad una invisibile ‘musa’ con la sola  presenza d’un ‘ombra’ omaggiata… e in futuro da Oscar proiettata alla parete della Caverna; un ode mannara alla Luna e alla notte che come un tempo la illumina oscurata da un inatteso guasto tecnico; ogni suono richiamo ululato: un Genio qual sol condimento sfuggito alla mannaia del loro ardire… e posto in più sano nutrimento dal Verso da cui nata… la caccia di cotal mirabile Pensiero.




L’occhio che invisibile ci ispira e comanda è l’intero Genio della Natura!

 

L’altro, neppure lo nominiamo, in difetto di sana duratura o visibile intelligenza, semmai ne ravviviamo le artificiose gesta meccanizzate all’universale Teatro recitate, il Genio e l’oracolo ringraziano e suggeriscono punizione divina!

 

In segreto Loco più elevato della Luna!

 

La Santa verità esposta al ritardo di cui ogni Ragion odierna prospera nel meccanizzato miracolo….   

 

 Un sermone senza Volta e cupola ad illuminare il nostro e loro filo conduttore nell’ardire di tale alchemico mestiere; ovvero, tramutare lo sterco della lor conquista in oro in laude all’intera Natura!

 

Di certo una Cena più appetitosa...


(Prosegue con i meccanici...)  










venerdì 26 agosto 2022

BALOCCO CON MARIONETTE BURATTINI & FUTURI AUTOMI (5)

 










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"PRIMA"  [7] 

 








I burattini sono la caricatura dell’uomo; le marionette ne sono la imitazione. I primi, più democratici, vagabondano per le piazze con un modesto castello, e camminano senza piedi perché li tengono imprigionati nelle mani possenti del loro padre burattinaio. Le seconde, più aristocratiche e quindi più vane, non si mostrano che in veri teatrini, con palchetti e sedie e biglietti d’ingresso; hanno le membra complete, camminano con leggerezza mirabile, e ricevono sempre dall’alto il verbo e la norma delle loro azioni. I burattini, conservatori per eccellenza, serbano intatto l’abito ed il costume dei loro progenitori; sono contenti del proprio stato, né mutano per mutare di tempi. Le marionette, invece, vanno di pari col progresso; la meccanica e la plastica non isdegnarono mai di concorrere al loro perfezionamento, e in passato furono ambita ricreazione di gente seria e financo di principi. 

 

Ed erano i cantastorie, ultimi eredi dei ‘trobador’, dei menestrelli e dei torototela, a diffondere e a chiosare tra piazze, cortili, fiere di paese e osterie, gli episodi tragici, i fatti eclatanti, i delitti efferati, le conquiste della scienza e della tecnica, le gesta di grandi uomini ed eroi, le polemiche politiche, i mutamenti di costume, i primi ruimenti sociali. E il popolo si dilettava, con grande attenzione, a sentire cantare l’episodio da colui che più degli altri ‘sapeva leggere e poetare’: era l’uomo con il foglio volante o con il cartellone illustrato che sintetizzava grossolanamente quello che poco dopo avrebbe spiegato in poesia cantata. L’uditorio lo ascoltava come oggi ascolterebbe la radio ed osserva la sequenza dei fatti illustrati come si trovasse davanti ad uno schermo televisivo, poi compravano il ‘pianeta della fortuna’ per tentare la sorte al lotto e il ‘foglio volante’ per imparare il testo e cantarlo a loro volta nelle osterie e nelle bisbocce fra amici…




L’automa, dal burattino fantoccio derivato, procede, suo malgrado, l’inarrestabile discesa A FOLLE, colpa o bisogno dell’urgenza circa il ‘valore’ aggiunto della ‘massa ottenuta’.

 

Dapprima, inscenata con sfarzo d’allori, coronata d’alluminio e prometeico acciaio temprato, sponsorizzata dalla nota Compagnia del russo burattinaio bandito seppur servito & nutrito per l’intera durata del noto spettacolo: le sue marionette e automi temprati invadono le Corti con i loro più che noti spiritati Drammi…   

 

Peccato, però, che al Secondo Atto della rinomata secolare Commedia divenuta Tragedia, rappresentata per ogni fiera piazza e nobile corte d’Europa, l’universale salita dell’industrioso automa per sua evoluta natura, sia divenuta inarrestabile FOLLE DISCESA.

 

Nonostante dal retro della “quinta” (e non più Sinfonia, Opera dispendiosa tanto al germano quanto al piccione suo alleato e viaggiatore anch’esso) l’agente segreto - burattino imperfetto - segnala inesauribile esaurita riserva ove celato ogni intero segreto di Scena!

 

Da cui la Commedia divenuta farsa per sua ignobile natura!

 

Infatti, se fin da principio il burattino, più politico che umana marionetta donde la differenza di massa, si fosse accorto della Compagnia servita, oppure, si fosse dedicato con maggior zelo a più nobile nonché filosofica lettura (dal futuro Pinocchio) interpretata (con grande incomparabile successo); si sarebbe accorto che la Giostra, donde deriva il filo dell’intera Commedia, hor hora sospesa per improvvisi litigi con la più nota marionetta (Ragion della sua ed altrui movenza per ogni serio Teatro compresa ogni Fiera accompagnata, motivo dell’intero automa); avrebbe cogitato concordato meditato e in ultimo interpretato imprevisti cambi di più nobile Scena.

 

Non più il filo accompagnato dalla mano, qual fantoccio burattino avverso alla marionetta sua eterna prometeica concorrente per ogni Scena interpretata qual vera Opera rappresentata, bensì un sì più vasto meccanismo congeniato, ove alla materiale Archita meccanica a cui abdicata l’antica commedia, sarebbe succeduto idraulico passo maledetto da ogni Dio dell’Olimpo scalzato dalla Parabola profeta del progresso.

 

Ovvero, dall’antico mito filosofico siamo succeduti - o caduti - nel baratro del Dio unico (e trino) rivenduto al megawatthore: dato dal Tempo del vettore esponenziale & diviso in pugnate quote scavate e derivate dalla grotta della ninfa in attesa del futuro profetico pargolo.

 

Hora quotata al Tempio del progresso inscenato, e mai più al rimpianto ponte del Diavolo, bensì all’automa dal noto Sentiero (666) Rifugio del Golem, a cui ogni futura marionetta aspira per la prometeica eterna disavventura nominata profeticamente: luce et morte ancora in vita dell’eterna salita prima della segnalata discesa del Santo Olimpico successo, applaudita con illuminato eroico sfarzo, e replicato da ogni futuro automa al palco d’ogni Guerra ben rappresentata in disaccordo con l’olimpico burattino d’un èvo superato.  

 

Sottratta, disgraziata ulcerata meschina marionetta, al dovuto consenso della povera Sibilla, oracolo senza più Regno né Grotta né oscuro riparo magistralmente interpretato, e neppure, se per questo, della povera scalza ignuda Cibele accompagnata dallo scomparso, o meglio, pluriricercato e dato per defunto, Genio della Foresta o Selva, bruciata dall’infiammata platea.

 

Neppure il noto Rifugio, anch’esso liricamente et magistralmente interpretato nonché eternamente disoccupato, gestito da Meschino detto il Guerrino d’ogni Fiera, cibata nutrita squartata e divorata in attesa del defunto rimpianto Inverno sponsorizzato dalla più nota Compagnia di Stato.

 

Quando la neve facea da cornice alla marionetta, nonché alla corda dell’avversato suo compagno burattino, per la conquista d’ogni Cima e Vetta della vera coronata classifica dell’Opera magistralmente rappresentata; e ove ogni fantoccio aspira per un futuro senza automa rubargli gli averi di Scena, prima e dopo aver pregato la parabola del Vento implorando il segnale del Dio del sano commercio circa la Via migliore da seguire secondo i comandamenti e precetti di Golem:

 

Salire e salire ancora sino all’Olimpo di Zeus in personam, quotato compartecipato nonché evaso per ovvie cristiane ragioni di un più nobile Stato… e al Passo della frontiera rimpianto.   

 

Hora corre tanta troppa differenza fra un automa e il suo Teatro! Fra un automa ed una marionetta, e questa, in ugual Scena e contesa, dal rimpianto burattino senza neppur un Teatro ove replicare l’eterna Tragedia della vita a cui il vero automa aspira e deriva.   

 

Ogni singola specie vuole la propria autonomia, compresa la dovuta batteria con cui appagare e compensare il disagio dell’attesa, quando dall’acrobatico palco sino alla numerata platea, cimento  dell’invisibile Filo di Scena, nasce una nuova èra con più respiro ricaricato al Sole del Dio più morto che vivo, quasi trasudato, compensare il disagio della marionetta rimpiangere il rivale suo per ogni rimpianta Fiera, in attesa, ovviamente dell’atomo automa, ovvero quando il copione cede lo Passo et ogni Elemento dell’intera orchestra accompagnata, a Democrito, impresario della nuova Compagnia.

 

In quest’hora l’automa fiero della nuova avventura, il burattino e la marionetta, fossili antichi d’una sorpassata èra lo guardano e omaggiano pur l’eterna contesa ancor rappresentata, Prometeo incatenato fu la Prima dell’atto, dopo solo Omero e Ulisse suo argo, né automa né marionetta né burattino, oseranno cantarne o interpretarne la futura disavventura!

 

L’ira che seguì circa il Segreto del palco inscenato, neppure l’acheo fu in sufficiente grado d’intenderlo e interpretarlo, ogni Elemento o automa rimpiangeva i tempi del fungo araldo del Sacro bosco pregato, quando fate e bambini, comprese le antiche fiere donde deriva il palco d’ogni rispettabile Compagnia potevano al meglio intendere e assaporare il sapore della Vita!  

 

Così hora et in questa difficile hora, ogni Bestia che ne deriva da un fungo avvelenato, deve fare un soldo di conto con ogni futuro burattino, in attesa che il Dio della materia lo destini qual vero automa. Il dilemma sì grande e vasto, ove l’intero palco giostrato ne va guasto e incontrollato, cede e procede per sua e altrui disgrazia & disavventura, verso una perenne discesa, ed ove ogni povero automa diviene fiero paladino dell’antico e reciso filo donde deriva la sua e altrui odierna disavventura. Si inerpica giù e su alla fiera, ogni Scena sempre più dispendiosa, quasi non più trova l’energia per divenire un vero automa

 

(l’invisibile mano del….)


(Prosegue con la saga completa....)








mercoledì 24 agosto 2022

LA PSICOLOGIA DEL[LE] FOLLE (3)

 









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Circa un inedito....  


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la 'loro ragione' (4)








Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali, si annullano. L’eterogeneo si dissolve e i caratteri inconsci predominano. Questo patrimonio di caratteri ordinari ci spiega perché le folle non sono in grado di compiere atti che esigano una grande intelligenza. Le decisioni di interesse generale prese da un’assemblea di uomini illustri, ma di specializzazioni diverse, non sono molto migliori delle decisioni che potrebbero essere prese in una riunione di imbecilli.

 

In effetti, quegli uomini illustri sono in grado di associare soltanto le mediocri qualità da tutti possedute. Le folle non accumulano l’intelligenza, ma la mediocrità. Si ripete spesso che non tutti sono più spiritosi di Voltaire.




 Voltaire è certo più spiritoso di tutti se questi ‘tutti’ rappresentano la folla. Se gli individui in folla si limitassero a fondere le qualità ordinarie, otterremmo semplicemente una media e non, la creazione di caratteristiche nuove.

 

Come nascono queste caratteristiche?

 

Lo studieremo ora.

 

Diverse cause determinano la comparsa dei caratteri specifici delle folle. La prima è che l’individuo in folla acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile. Ciò gli permette di cedere ad istinti che, se fosse rimasto solo, avrebbe senz’altro repressi.




 Vi cederà tanto più volentieri in quanto – la folla essendo anonima e dunque irresponsabile – il senso di responsabilità, che raffrena sempre gli individui, scompare del tutto. Una seconda causa, il contagio mentale, determina nelle folle il manifestarsi di speciali caratteri e al tempo stesso il loro orientamento.

 

Il contagio è un fenomeno facile da constatare ma non ancora spiegato, e da porsi in relazione con i fenomeni d’ordine ipnotico che studieremo tra poco.

 

Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla, e contagioso a tal punto che l’individuo sacrifica molto facilmente il proprio interesse personale all’interesse collettivo. Si tratta di un comportamento innaturale, del quale l’uomo diventa capace soltanto se entra a far parte di una folla.




Una terza causa, di gran lunga la più importante, determina negli individui in folla, caratteri speciali, a volte opposti a quelli dell’individuo isolato. Intendo parlare della suggestionabilità, di cui il contagio citato più sopra è soltanto l’effetto. Per comprendere tale fenomeno, dobbiamo tenere presenti alcune recenti scoperte della fisiologia.

 

Oggi sappiamo che un individuo può essere messo in condizioni tali che, avendo persola personalità cosciente, obbedisca a tutti i suggerimenti di chi appunto tale coscienza gli ha sottratta, e commetta le azioni più contrarie al proprio temperamento ed alle proprie abitudini. Orbene, osservazioni attente sembrano provare che l’individuo immerso da qualche tempo nel mezzo di una folla attiva cada – grazie agli affluvi che dalla folla si sprigionano, o per altre cause ancora ignote – in uno stato particolare, assai simile a quello dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore.




Un individuo ipnotizzato, dato che la vita del suo cervello rimane paralizzata, diventa schiavo di tutte le attività inconsce, dirette dall’ipnotizzatore a suo piacimento. La personalità cosciente è svanita, la volontà e il discernimento aboliti. Sentimenti e pensieri vengono orientati nella direzione voluta dall’ipnotizzatore. Tale è press’a poco la condizione dell’individuo che faccia parte di una folla.

 

Non è più consapevole di quel che fa.

 

In lui, come nell’ipnotizzato, talune facoltà possono essere spinte a un grado di estrema esaltazione mentre altre sono distrutte. L’influenza di una suggestione lo indurrà con irresistibile impeto a compiere certi atti. E l’impeto risulterà ancor più irresistibile nelle folle piuttosto che nel soggetto ipnotizzato, giacché la suggestione, essendo identica per tutti gli individui, aumenta enormemente poiché viene reciprocamente esercitata.




Gli individui che in una folla siano dotati di una personalità forte per resistere alla suggestione sono troppo pochi e vengono trascinati dalla corrente. Al massimo potranno tentare una diversione con una suggestione diversa. Una parola ben scelta, un’immagine evocata al momento giusto hanno talvolta distolto le folle dagli atti più sanguinari. Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla.

 

Egli non è più se stesso, ma un automa incapace di esser guidato dalla propria volontà. Per il solo fatto di appartenere a una folla, l’uomo scende dunque di parecchi gradini la scala della civiltà. Isolato, era forse un individuo colto; nella folla, è un istintivo e dunque un barbaro. Ha la spontaneità, la violenza, la ferocia ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi…




 Se attribuiamo alla parola moralità il significato di rispetto costante di certe convenzioni sociali e di repressione permanente degli impulsi egoistici, è evidente che le folle sono troppo impulsive e troppo mutevoli per essere sensibili ai problemi morali. Ma se nel concetto di moralità intendiamo far rientrare anche il manifestarsi momentaneo di certe qualità, come l’abnegazione, la dedizione, il disinteresse, il sacrificio di sé, il bisogno di giustizia, possiamo dire che le folle al contrario, sono a volte capaci di raggiungere una moralità molto alta.

 

I rari psicologi che hanno studiato le folle, lo hanno fatto soltanto dal punto di vista criminale, e, notando quanto i delitti collettivi siano frequenti, hanno attribuito alle folle un livello morale molto basso. Senza dubbio. Spesso è così.

 

Ma perché?




 Semplicemente perché gli istinti di ferocia distruttiva sono residui di età primitive assopiti nel fondo di ciascuno di noi. Per l’individuo isolato sarebbe pericoloso il soddisfarli; ma per l’individuo che si trova nel mezzo di una folla irresponsabile, dove l’impunità è assicurata, non ci sono ostacoli alla libertà di seguire quegli istinti.

 

Dato che attualmente non possiamo dare sfogo agli istinti distruttivi sui nostri simili, ci limitiamo a soddisfarli sugli animali.

 

La passione per la caccia e la ferocia delle folle derivano da una medesima fonte. La folla che fa lentamente a pezzi una vittima indifesa dà prova di una crudeltà codarda; ma non tanto dissimile, per il filosofo, da quella dei cacciatori che si radunano a dozzine per godere lo spettacolo di un povero cervo dilaniato dai cani. Se la folla è capace di uccidere, di INCENDIARE e di commettere ogni sorta di crimini, è pure capace di atti di sacrificio e di disinteresse molto più elevati di quelli che son di solito compiuti dall’individuo isolato.




 E’ soprattutto sull’individuo immerso nella folla che si può agire invocando sentimenti di gloria, di onore, di religione o di patria.

 

Non fu certo tale impulso che guidò le folle in tante guerre, di cui il più delle volte non intesero la ragione, e nelle quali si lasciarono trucidare come allodole ipnotizzate dallo specchietto del cacciatore.

 

Talvolta perfino i più incalliti furfanti, per il solo fatto di essere riuniti in folla, fanno propri i principii della più rigorosa moralità. La moralizzazione di un individuo per mezzo della folla non è certo regola costante, ma la si può osservare di frequente e perfino in circostanze molto meno gravi di quelle citate. In teatro la folla esige dal protagonista virtù esaltanti e il pubblico, anche se composto da individui inferiori, si mostra a volte molto rigoroso in fatto morale.


(Prosegue con la Seconda parte)






domenica 21 agosto 2022

I RITARDI DELLA PUNIZIONE DIVINA



























 

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Circa l'identità della Natura 


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il capitolo completo  


& Una lettera dell'Editore







“In verità, per i malvagi che si accingono a compiere i loro ben meditati delitti non esiste incoraggiamento maggiore di questo: l'ingiustizia produce un frutto presto maturo e facile da cogliere, mentre il castigo sopraggiunge tardi, molto dopo che se ne sia goduto”. 

 

Patroclea aveva terminato il suo discorso, quando Olimpico soggiunse: “Patroclea, un altro effetto strano e di gran peso producono la lentezza e l'indugio del dio in queste cose: il ritardo distrugge la fede nella provvidenza, poiché il malanno che giunge ai cattivi non subito dopo la colpa, ma più tardi, viene attribuito al caso; essi non lo definiscono ‘castigo’ ma ‘sventura’, e non ne traggono profitto, perché si ribellano per gli eventi anziché pentirsi per le proprie azioni”.



“La sferzata e il colpo di sperone, quando vengono immediatamente dopo un errore o un passo falso, correggono un cavallo e lo rimettono a posto, mentre battiture, punizioni, grida, ritardate dopo un certo tempo, gli danno l'effetto di dipendere da tutt'altro che dall'istruzione perché lo fanno soffrire senza che nulla gli venga insegnato; così la malvagità percossa e battuta per ogni colpa o errore può infine essere ricondotta alla ragione, divenire umile e timorata del dio, riconoscendo che a lui spetta di presiedere alle vicende e alle passioni umane come giudice solerte. Al contrario la giustizia lenta che procede con tardo passo (per usare le parole d'Euripide) e si abbatte sui malvagi quando capita ha in comune con il caso più che con la provvidenza l'incertezza, l'intempestività, il disordine. Non vedo dunque quale vantaggio vi sia in questi cosiddetti ‘mulini degli dèi che macinano tardi’: essi rendono invisibile la giustizia e vanificano il timore del castigo”.




Tali furono dunque le sue parole, e io stavo meditando su di esse, quando intervenne Timone: “Devo anch'io mettere l'ultimo mattone del dubbio sul nostro ragionamento, o lasciare che prima si contenda contro questi discorsi?”. “Perché mai” risposi “si dovrebbe scagliare la terza ondata e affondare completamente il discorso, se non sarà capace di respingere le prime due accuse e di salvarsi da esse? Prima di tutto, iniziamo dal focolare paterno, ossia dalla reverenza verso il divino che è propria dei filosofi dell'Accademia: non presumiamo di parlare intorno a questi argomenti come se ne sapessimo qualcosa. Più difficile, infatti, che per un ignaro di note discutere di musica, o per un inesperto di anni di strategia è che noi, uomini come siamo, indaghiamo le cose degli dèi e dei demoni: simili a quegli sprovveduti che pretendono di congetturare i progetti dei competenti con il buonsenso e l'intuizione, secondo il criterio della verosimiglianza. 




Non spetta ad un profano di comprendere il motivo per cui il medico non incide prima ma dopo, cauterizza non ieri ma oggi; allo stesso modo, a proposito degli dèi, la cosa più facile e sicura per un mortale è non dire altro che questo: conoscendo perfettamente il momento in cui va curata la malvagità, essi somministrano a ciascuno il castigo come un farmaco, né questo ha una misura di grandezza comune né un tempo solo e identico per tutti. E che la medicina dell'anima, chiamata giustizia e rettitudine, sia la maggiore tra tutte le arti lo testimonia anche Pindaro insieme a moltissimi altri, quando definisce ‘artista supremo’ il dio sovrano e signore del tutto, come colui che è artefice della giustizia, alla quale appartiene di misurare il tempo, il modo e la misura della punizione di ogni singolo malvagio. Discepolo di quest'arte, secondo Platone, è stato Minasse figlio di Zeus, poiché nell'amministrare la giustizia non è possibile essere equi né comprendere l'equità di altri se non si è studiata questa scienza in modo da possederla.




 “Considerate dunque il primo punto: secondo Platone, il dio si è posto come paradigma di ogni bene e concede la virtù umana, per cosi dire ricalcata su se stesso, a coloro che il dio sono capaci di seguire. L'ammasso caotico della natura iniziò a prender forma e ad assumere l'ordine dell'universo appunto assimilandosi e partecipando in un certo modo alla forma e alla virtù divine; e lo stesso Platone afferma che la natura ha acceso la vista in noi perché l'anima, davanti allo spettacolo meraviglioso dei corpi che si muovono nel cielo, si avvezzi ad amare e a ricercare il decoro e l'armonia, a prendere in odio le passioni disordinate ed instabili, a fuggire ciò che è fortuito e occasionale in quanto origine di ogni malvagità e trascuratezza. In nessun modo all'uomo è dato di attingere al dio meglio che imitandolo e ricercando ciò che in lui è buono e bello, nel conseguire la virtù.




“Per questo il dio impone la giustizia ai malvagi solo nel tempo, e con calma: non per timore che la rapidità del castigo lo conduca a errori o ripensamenti, ma per eliminare la violenza e il furore dalle nostre vendette. Egli insegna a non aggredire chi ci ha offeso come se dovessimo appagare la fame o la sete, mentre siamo in preda all'ira e maggiormente si agita infiammato l'animo che balza al di sopra della ragione bensì a por mano alla giustizia con ordine e senso della misura, imitando la sua mitezza e pazienza, e prendendo come consigliere il tempo, che ben di rado produrrà rimorsi. Gettarsi in una torbida fiumana e abbeverarsene per intemperanza, diceva Socrate, è un male minore che aggredire per vendetta il corpo di un uomo il cui sangue e la cui razza sono gli stessi nostri, mentre ancora la ragione è inquinata e piena di un'ira folle, né ci si è ancora placati o purificati. Dunque, non ‘la rappresaglia che segue immediatamente l'offesa’, di cui parlava Tucidide, bensì quella che più ne è lontana raggiunge lo scopo.

 

“Come il furore, per usare le parole di Melanzio,

 

compie azioni tremende quando prende

 

[il posto del senno


 

...così anche la ragione agisce secondo giustizia e con misura, quando allontana da sé l'ira e lo sdegno. Quindi, si può apprendere la mitezza anche da esempi umani: così Platone, levato il bastone contro uno schiavo, rimase a lungo immobile per castigare (fu lui stesso a dirlo) la propria ira. Archita, accortosi che i servi nei campi erano pigri e disordinati, e sentendo d'essere troppo acceso d'ira e inasprito contro di loro, non fece nulla, ma si allontanò dicendo soltanto: ‘Siete fortunati che sono sdegnato con voi!’. Se dunque il ricordo di parole e il racconto di fatti umani bastano a contenere l'impeto e l'eccesso dell'ira, è di gran lunga più naturale che - prendendo come modello il dio, il quale non conosce timore o pentimento alcuno e tuttavia procrastina nel futuro il castigo e lascia trascorrere il tempo diventiamo noi stessi disposti a un simile atteggiamento: giudichiamo aspetti divini della virtù la mitezza e la magnanimità che il dio esercita punendo alcuni subito per compiere giustizia, molti altri dopo lungo tempo per offrire vantaggio e ammonimento.




“Consideriamo poi questo secondo argomento. Il castigo che viene dagli uomini, avendo solo uno scopo di ritorsione, si arresta quando ha reso il male a chi l'ha compiuto, ma non va oltre: come un cane, esso latra contro i colpevoli e li incalza, perseguitando i misfatti di pari passo. Dobbiamo presumere invece che il dio, quando si accinge a giudicare un'anima malata, valuti prima se le sue passioni possono essere volte al pentimento, e a chi non è completamente e irrimediabilmente malvagio conceda per qualche tempo una sospensione della pena. Egli ben conosce, infatti, quanta parte di virtù le anime portino con sé alla nascita, derivandola da lui. Sa che la loro nobiltà è salda e non effimera, ma germoglia il male contro natura, quando è corrotta da un nutrimento sbagliato o da cattive compagnie: però, curata con certi rimedi, riacquista perfettamente la qualità che le conviene. Perciò il dio non si precipita a castigare tutti nello stesso modo. Elimina subito dall'esistenza e annienta ciò che è inguaribile, poiché convivere sempre con la malvagità è dannoso per gli altri, ma ancora più per se stessi; a quelli in cui invece la tendenza all'errore sembra essersi prodotta più per ignoranza del bene che per scelta del male concede un rinvio perché cambino vita, ma se perseverano, infligge anche a loro il castigo: certo non teme che possano sfuggirei. 

[……]


“Infatti, se l'indole di orsi, lupi, scimmie si rivela subito nei cuccioli senza nulla che la celi o dissimuli, la natura umana subisce l'influsso di abitudini, opinioni, leggi; sovente nasconde i suoi difetti e imita il bene, tanto da cancellare completamente ed evitare la macchia della malvagità insita nella stirpe, oppure da nasconderla per lungo tempo, come avvolgendo la scelleratezza dentro un guscio. In questo modo riesce a ingannarci, e ci avvediamo della malvagità solo alla fine, quando siamo colpiti da qualche ingiustizia come da una sferzata o da un morso; o per meglio dire, riteniamo che diventino malvagi solo quando commettono un atto malvagio, i violenti quando oltraggiano, i vili quando fuggono. Egualmente si potrebbe credere che gli scorpioni abbiano il pungiglione solo quando pungono, e le vipere il veleno quando mordono; in verità, ogni essere malvagio non diviene tale solo nel momento in cui si manifesta: ha in sé la malvagità fin dall'inizio, e la mette in atto cogliendo l'occasione e la possibilità, il ladro rubando e l'uomo tirannico violando le leggi. Ma il dio non ignora certo l'indole innata di ciascuno, dal momento che per sua natura percepisce più lo Spirito che il corpo; e non attende che la violenza giunga nelle mani, l'impudenza nelle parole, l'intemperanza nei genitali per punirle. Egli non aggredisce il colpevole per un'offesa patita, non si sdegna contro il ladrone perché l'ha aggredito, non odia l'adultero perché l'ha oltraggiato; ma, sovente, castiga l'adultero, l'avido, l'ingiusto solo al fine di guarirli, sopprimendo la malvagità prima dell'accesso, proprio come l'epilessia.




“Ma noi prima ci sdegnavamo perché i malfattori sono puniti tardi e lentamente; ora accusiamo il dio, perché ancora prima che si compia un delitto raffrena in alcuni la predisposizione naturale. In verità, a noi sfugge che spesso il futuro è peggiore e più tremendo del passato, ciò che rimane ignoto di ciò che è palese: dato che non siamo in grado di comprendere le cause per cui è meglio tollerare che alcuni giungano fino all'ingiustizia, ma altri occorre prevenirli quando ancora meditano di compierla. Allo stesso modo ad alcuni, sebbene ammalati, non giovano medicine utili ad altri che, pur non essendo infermi, sono in condizioni più precarie.

 

(Plutarco)  &  il capitolo completo  & una lettera dell'Editore