giuliano

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IL TOMO

martedì 4 agosto 2020

I COLORI DELLA GUERRA (15)









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Così il poeta, uno dei tanti, eroe della propria ed altrui Terra, dipinge la Tela, trascorre gli anni della maturità scrutando i fiori e le piante, le rocce della montagna e le ossa degli animali, gli spettacoli della luce e dei colori; e, in qualsiasi luogo egli fosse, sapeva di aver di fronte ‘l’intera Natura’ nella complessità delle sue Leggi.

 

Come un antico naturalista greco, ricercava, tra la ricchezza dei fenomeni, il ‘modello unico’ secondo il quale era stato costruito l’Universo.

 

Tra tutte le piante esistenti ne scorgeva l’Animo così come lo Spirito, l’archetipo che si cela in ognuna di esse, insieme all’idea irraggiungibile, e oggetto reale che possiamo vedere con gli occhi e disegnare con la mano: nelle manifestazioni di ogni pianta – stelo, calice, fiore, frutto, seme -, individuava gli aspetti di un solo organo, fondamentale, la Foglia…    

                                                     

     

Mentre a Weimar Goethe studiava la metamorfosi delle piante, sulla terra tutto si agitava e si separava, ‘come se il mondo formato, volesse sciogliersi ritornando nel caos e nella notte, e formarsi di nuovo’.


E mentre il mondo, o una parte di questo brulicava e meditava una Rivoluzione nuova, il pittore, il poeta, il naturalista, il letterato, si chiude e cela nello ‘strettissimo cerchio magico’ della casa, anche lui come Rembrandt presto indosserà ugual costume di scena, per dipingerne e ritrarne i volti, le sofferenze, i profili, per scorgere  cogliere e meditare la morte. Ed avrebbe voluto che nemmeno i giornali, i suoi ‘nemici più pericolosi’, lo disturbassero nelle sue tranquille occupazioni: sperava di scomparire, come una folta chioma, dietro una nube fitta come quella degli Dèi di Epicureo, senza ascoltare ‘lo strepitio di quello schifoso fantasma che si chiama Spirito del Tempo’. 



Nell’agosto del 1792, Goethe scelse di abbandonare Cristiane ed il figlio, i suoi libri, la sua camera oscura e le tranquille colline della Turingia. Carlo Augusto, che comandava un reggimento prussiano, volle che Goethe lo accompagnasse per restaurare la monarchia in Francia.

 

Per due mesi interi, l’orizzonte della Champagne fu coperto dal velo fosco d’una pioggia ostinata: acquazzoni e rovesci improvvisi bagnavano fino al midollo uomini e animali; gli accampamenti erano piantati in mezzo alla melma: i lacci fradici delle tende si strappavano uno dopo l’altro: i fossi intorno al campo rigurgitavano di rifiuti nauseanti, che di notte la pioggia trascinava davanti alle tende.

 

Il terreno della Champagne era diventato una sola rossa vischiosa palude di fango, i veicoli militari, le colonne di soldati e il leggero carrozzino scoperto, dove viaggiava Goethe, avanzavano a fatica tra le ruote spezzate, i cannoni ed i carri di salmerie abbandonati lungo la strada, nei prati e nei torrenti rigonfi.

 


In quei due mesi Goethe visse come in un cattivo sogno, tra fango e miseria, cura e disagio, pericolo e tormento, tra rovine, cadaveri, carogne e cumuli di escrementi; ma non condivise mai le passioni che ottenebravano i cuori dei suoi compagni. Era arrivato fin lì, strappato a malincuore dal suo giardino, e guardava, o meglio contemplava, le escogitazioni della Storia universale come uno spettatore indifferente e curioso può assistere ad una goffa parata militare.

 

Cercava di sopravvivere, di compiere ogni giorno le azioni e i doveri che la nuova esistenza gli presentava: calmo in mezzo allo scoraggiamento e alla disperazione, tentava di distendere l’animo dei suoi compagni: proteggeva i perseguitati, difendeva i contadini francesi dai saccheggi e dalle requisizioni.

 

Con la testarda tenacia, chiudeva gli occhi di fronte all’orrore della guerra; e, tra le miserie e gli oratori, sapeva rintracciare qualche frammento indenne del proprio mondo naturale. Appena un raggio di sole squarciava fuggevolmente le nuvole, scorgeva i fucili e le baionette dei soldati scintillare come se formassero una cascata d’acqua vivissima o un fiume tranquillo.

 


L’ultimo giorno di Agosto, mentre gli obici alleati bombardavano Verdan e i razzi incendiari solcavano l’aria come meteore di fuoco, Goethe osservava una fossa piena di limpida acqua di fonte, dove si muovevano dei pesci dai più svariati colori; ma ad un tratto, si accorse che quei pesci, portati alla luce, perdevano la loro veste screziata. Un pezzo di maiolica era caduto in fondo alla fossa: più chiaro del fondo, rimandava alla superficie dei colori prismatici, simili a guizzanti fiammelle blu e viola, rosse e gialle.

 

La sera, con l’animo commosso da questo fenomeno di rifrazione, incontrò un suo vecchio conoscente, il principe Reuss, ambasciatore austriaco a Berlino: subito incominciò a spiegargli la sua nuova teoria dei colori e i delitti di Newton; e, per tutta la notte, passeggiando sull’erba umida, protetto dai muri dei vigneti, parlò della leggiadra e immutabile vita della Natura, mentre la Storia universale, se poteva chiamarsi Storia, continuava intorno a lui le proprie rumorose esibizioni.

 


Durante questi mesi di disordine e di miseria, Goethe imparò a conoscere da vicino  i meccanismi della Storia universale; montato sopra il suo carrozzino scoperto, con gli appunti cromatici nelle valigie, lui si guardava intorno come uno spettatore curioso.

 

Ma chi erano gli altri?

 

I re, i generali, i ministri, i reggitori di popoli, i grandi creatori ed interpreti della Storia?

 

Coloro che agivano senza ostacoli né impacci, e si ‘muovevano qui e là con una strana potenza e davano la vita e la morte senza consiglio e giudizio’.

 

Anch’essi solamente spettatori di un dramma di cui ignoravano tutto!

 

Come dei drammaturghi o dei presuntuosi direttori di scena, scrivevano un dramma, o sceglievano dal loro repertorio questo o quel copione: poi andavano intorno con aria affaccendata, distribuendo le parti agli attori e aspettando che le loro intelligenti fatiche producessero uno spettacolo, che i posteri avrebbero intitolato e conservato al loro nome.

 


Ma, appena gli attori e le comparse salivano sulla scena, un personaggio ignoto si nascondeva nella buca del suggeritore e imponeva di pronunciare delle parole che nessun re, nessun ministro, nessun generale, aveva mai immaginato.

 

Quando Goethe ripensava alla Storia europea di questi anni, non vi scorgeva nemmeno un segno di quella che ‘i filosofi chiamano così volentieri libertà umana’: gli sembrava di vedere ‘dei ruscelli e dei torrenti che,  obbedendo alla necessità naturale, precipitano gli uni contro gli altri da molti monti e da molte valli; ed infine provocano la crescita di un grande fiume ed una inondazione, nella quale va in rovina chi l’ha prevista così come chi non l’ha sospettata.

 

In tale mostruosa innaturale tempesta sorge una impropria natura, ed in questa strana natura, l’uomo d’arte protetto dalla propria armatura non riesce a ritrovare e scorgere nessuna di quelle Leggi che reggono il regno delle piante e dei mirabili colori del Creato.

 


Dove avrebbe potuto scoprire, nella Storia contemplata, qualcosa di estremamente superiore ed elevato come la Natura universale?

 

Oppure la regolare, progressiva metamorfosi della Foglia?

 

Nel piccolo mondo della Storia (umana), non esistono Leggi né principi: più nulla di unitario e di armoniosamente mobile; solo una ridda insensata di casi, di arbitrii e di subdole e meschine macchinazioni, che costruiscono intorno a noi, ed alla vera Natura, una rete più ferrea di quella dell’antico destino.

 

Certo, qualche volta la Storia sembra accennare uno sviluppo, disegnare l’orma di una Spirale, o intraprendere quella strada che i contemporanei di Goethe amavano chiamare ‘progresso’.

 

Ma come avvengono i movimenti della Storia?



 Mentre la materia da cui la Foglia infinitamente morbida e plastica, capace di diventare stelo, calice, frutto, seme, pur rimanendo sempre la stessa, la materia di cui è composta la Storia è rigida, fissa, soggetta a sclerotizzarsi in forme che resistono a qualsiasi cambiamento regolare e continuo.


Così chi voglia mutare la Storia deve distruggere queste vecchie forme e gettarle in quel pittoresco negozio da rigattiere, in quel desolante mucchio di rifiuti che è il nostro passato; poi disegnare una forma nuova, che presto si irrigidirà a sua volta e che un’altra mano, ugualmente empia, butterà nelle tristi distese del Tempo numerato, ma non certo Infinito come l’Arte che ne canta la vile piccolezza, la meschina pretesa di governarne la Natura. Per poi disegnare una forma nuova, che presto si irrigidirà a sua volta e che un’altra mano, egualmente empia e priva di Natura, butterà nelle tristi distese del tempo futuro.

 


La Storia degli uomini non conosce né prudenza né equilibrio, né Natura: sciupa in pochi mesi, spreca in spaventose dissipazioni una quantità di forze, che la Natura impiegherebbe a preparare le più belle e delicate fra le sue creature: quindi impigrisce esausta, vivendo per decenni una esistenza spettrale. Produce mostri: giraffe dal collo e dal corpo sviluppassimo, pesci gonfi di carne e dalle estremità esorbitanti; e sembra continuamente sul punto di far bancarotta.

 

Alla fine, dopo tanto sangue versato, e da versare ancora, condito da ingiustizie e distruzioni, se almeno ci concedesse la consolazione di vedere nuovi paesi! Ma il suo ‘movimento a spirale’ gira continuamente intorno a se stesso: ci riporta in luoghi che l’umanità ha già conosciuto molte altre volte, e dove si ripetono le stesse Verità, o al contrario atroci Menzogne spacciate per Verità; gli stessi errori, gli stessi avvenimenti, le stesse lotte tra schiavi e tiranni; ed ove si incontrano gli stessi pomposi e ridicoli burattini, mossi dalla mano di Satana.

(P. Citati)






    

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