giuliano

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IL TOMO

domenica 29 agosto 2021

IL QUADRO DELLA DOMENICA (20)

 










Precedenti capitoli


& racconti della Domenica:


Una Domenica con il guardiano... 


& morte a Venezia


Prosegue all'...:


Inferno... (21)







...con lo sguardo dell'uomo... (14)


& La prospettiva rovesciata (15)










Poco o nulla sappiamo della vita di Hieronymus Bosch, e scarse sono anche le notizie relative all’ambiente in cui si formò. La sua vicenda umana rimane avvolta in un alone di leggenda impenetrabile che non poco ha contribuito ad alimentare le più svariate supposizioni intorno alla sua arte. Ma e proprio dei grandi spiriti sollecitare indagini e interpretazioni talvolta antitetiche tra loro. Nel caso di Bosch, alcuni hanno creduto di vedere nella sua opera un corrispettivo, più o meno fedele, della classificazione del mondo elaborata dai teorici dell’alchimia; altri vi hanno scorto un prodotto dell’ossessione demoniaca e visionaria propria del tardo Medioevo; altri ancora, infine, una severa critica, in chiave satirico-grottesca, dei costumi e delle leggi del tempo.

 

Gli elementi biografici sono scarsi: si perdono le tracce di Bosch dagli inizi del XVII secolo, e i documenti d’archivio recentemente scoperti non ci forniscono alcun elemento sullo sviluppo spirituale del pittore. Non sappiamo né quando sia nato né chi fossero i suoi maestri, amici o mecenati; ignoriamo da dove abbia ripreso questi strani soggetti che superano così singolarmente i quadri dell’arte religiosa tradizionale.




Ci risulta solo che un certo Jan van Aken, probabilmente originario di Aquisgrana, della generazione di poco anteriore a quella di Hieronymus van Aken, detto Bosch, acquistò nel 1399 il diritto di cittadinanza a Hertogenbosch. A partire da questa data, troviamo nei registri della città molte persone con questo nome in qualità di artisti artigiani, senza che sia peraltro possibile seguire in modo univoco la ramificazione della famiglia.

 

Sappiamo che il pittore Bosch ha collaborato alla decorazione della grande cattedrale di San Giovanni nella sua città natale, realizzando numerose pale e progetti di vetrate, distrutte poi dagli iconoclasti. Era sposato, proprietario di una casa e membro della rispettabile ‘Confraternita di Nostra Signora del Cigno’. I registri di questa confraternita fanno menzione del suo decesso. Morì nel 1516, quindici anni prima della moglie, Aleide van Mervenne, alias Brants. A giudicare da un ritratto che si trova ad Arras, avrebbe raggiunto la sessantina.

 

…È tutto quello che sappiamo di lui.




Tuttavia, se è vero che il tramandarsi più o meno consistente dei dati biografici non è attribuibile solo alla sorte casuale dei documenti, si è in diritto di analizzare questo stesso silenzio come rivelatore. Come già nel caso di Mastro Mathis von Aschaffenburg, l’irreperibilità di elementi biografici è un indice significativo della personalità del maestro: egli aveva scelto di condurre una vita ritirata in una città come Hertogenbosch, centro situato a latere delle correnti artistiche delle vecchie scuole di pittura olandese.

 

Esistono quantunque nell’opera di Bosch, distinte e opposte, una tematica clericale e una anticlericale.

 

Questa dualità fa della sua arte la testimonianza di un’epoca di transizione. E non è tutto: lo stesso primo gruppo di opere appare scisso in due, giacché alla denunzia anticlericale si sovrappone un’altra critica, non meno appassionata, che ha come oggetto gli eccessi fanatici di certe sette occulte. In questo primo gruppo delle sue opere religiose si assiste a un fuoco incrociato di satira sociale.




A volte sono le monache e i monaci, nel costume medievale del loro ordine, ad essere attaccati, a volte lo sono preti e sibille gnostiche, ritratti con ornamenti fantastici, accompagnati da una turba demoniaca di maghi e di streghe che assumono, secondo la tradizione nordica, l’aspetto vegetale di noccioli e salici.

 

Ai due gruppi principali delle opere di Bosch corrispondono due committenti in contrasto fra loro: la Chiesa da una parte, protettrice accreditata della pala, e dall’altra un oppositore rivoluzionario che, versando vino nuovo negli otri vecchi, conserva la forma tradizionale della pala facendola poi esplodere con l’audace originalità del contenuto.

 

L’ambigua tematica di questo gruppo indica che questo diverso committente, che simultaneamente lottava contro le sregolatezze della Chiesa e quelle dei culti pagani (non meno di certe correnti ortodosse così come ai nostri giorni sovente tal quadro si ripropone immutato…), va ricercato negli ambienti che precorrevano la Riforma.




Gli storici dell’arte, fondandosi sulla teoria dell’evoluzione, hanno iniziato a esaminare e a ordinare la sua opera in modo più completo. Essi hanno scoperto il Bosch paesaggista, il pittore di genere, ma eliminando tutto ciò che egli aveva di rivoluzionario e di veramente creativo: hanno cercato di elevare ad un genere a sé i suoi quadri di costume, senza tuttavia vedere il carattere profondamente simbolico delle sue opere di genere.

 

Anche le opere religiose sono state rivalutate in funzione dei loro contenuti di costume. Il realismo positivista è rimasto estraneo alla simbolica spirituale. Non vedendovi che un ‘guazzabuglio fantastico’, si è totalmente eliminato il simbolismo per valorizzare e celebrare il Bosch realista, precursore del grande Bruegel il Vecchio.




La storia dell’arte è ancora molto lontana, per quanto riguarda Bosch, dal terzo stadio raggiunto dagli storici per ciò che concerne l’alchimia: un’analisi interna del soggetto in ogni suo aspetto, un processo critico conforme alla storia delle idee.

 

Non si è pensato, da parte dei critici, che la presunta incomprensibilità di Bosch non fosse che il risultato della loro incapacità a comprendere.

 

Nessuna opera di Bosch ha tanto sofferto di questi preconcetti ed è stata completamente misconosciuta quanto il trittico del Regno millenario o Giardino delle delizie.




 La dimensione interiore del trittico si presenta così ad uno spettatore senza idee preconcette: la parte sinistra rappresenta l ’Eden e quella destra l’Inferno. Il pannello centrale rappresenta un secondo Paradiso che sviluppa il primo, approfondendolo.

 

L’Inferno dei quattro elementi, come Sodoma e Gomorra, il paesaggio cosmico dello sfondo si staglia all’orizzonte a grandi lettere di fuoco. Ci presenta la natura nello stato della ‘collera’, per riprendere la formulazione di Jakob Bòhme, che così definisce lo scatenarsi selvaggio degli elementi suscitato dalla caduta d’Adamo: potenze benevole, esse si sono trasformate in forze distruttrici.




  Il nero orizzonte è punteggiato da incendi, una luce fiammeggiante rischiara il paesaggio inondato, devastato da orde guerriere, su cui regna, come signore assoluto, Orlog, il dio della guerra. A sinistra, coronata da un paio di corna enormi, una montagna si leva nella notte, gigantesco cranio diabolico. Le sue viscere sono incandescenti come una forgia e un’intensa attività vulcanica sconvolge la sua sommità. Questo fuoco della terra non è solamente alimentato dai propri mezzi. La forgia è in effetti popolata da artigiani: fuochisti e fabbri infernali attizzano il braciere con sbarre di ferro, qualcuno ritto su di una scala davanti alla gola del forno o, più in alto ancora, su passerelle che conducono ai crateri vicini.


(Prosegue all'Inferno...)









venerdì 27 agosto 2021

MORTE A VENEZIA (ovvero, un inatteso incontro!) (11)

 










Precedenti capitoli:


Negli stessi anni (8/10)


& la frutta degli alberi...


Prosegue con...:


Una protesta (12)


& i figli della nebbia,


ovvero, il capitolo completo... (13)


& con lo sguardo dell'uomo (14)








Per inciso, detto fra noi, quali migliori esperti dell’Arte della  Natura, quali adoratori, effimeri contemplatori e cantori al di fuori d’ogni Secolo contato e numerato uguale a se medesimo, cultori della sacra divinazione da lei ispirata e tradotta, nonché dispensata ai pochi fra i molti disposti a difenderla e custodirne il segreto messaggio in lei celato, più antico d’ogni preghiera, giacché l’ammirarla quanto il pregarla quale immateriale Primo ricongiungimento ed atto all’Anima-Mundi consacrata, in accordo a quanto di Sacro ed inviolato, fedeli al suo Divino e più elevato Ideale, ci consacra Profeti (perseguitati) ricongiunti al Principio di un più probabile Dio (quale Creatore dell’arte della Natura nell’opera tradotta).  

 

Seppur riconosciuti, certamente come Lei esiliati e mutilati (talvolta o troppo spesso anche del suo quanto nostro ingegno derivato), sfruttati così come potrebbe esserlo ogni essere impropriamente nominato animale, ove perso Ragione Pensiero ed Intelletto, ammirarlo nell’acrobatico cantico, posato su un Ramo, su una Pietra, su un’ala che piano s’alza e impone allo strumento della Divina Coscienza, affinché l’Ala diventi penna dello strumento dell’Opera così perfetta.




Così parla pensa e compone un più alto e nobile Ingegno, al di fuori d’ogni sacro versetto, al di sopra d’ogni Verbo quale principio fattosi Legge d’uno strano ed improprio Dio che tutto vuol possedere e intendere nonché sottomettere all’umano volere.

 

Un Dio dell’uomo al quale opponiamo la retta comprensione della Sacra Divinità nel suo stesso nome.   

 

L’ammirai in quel dì di Venezia, maschera su maschera, costume di scena interpretata da un nobile buffone, pietra su pietra, tomba su tomba, altare su altare, ed ebbi modo in questa occasione di incontrare, seppur indirettamente attraverso voci di strada, l’americano approdato anche lui in nome dell’Arte da cui il costume con cui sono soliti indossare la vita come la divisa.

 

Seppure celebravano indistintamente la morte in vita.




La penna ci accomuna in questo strano intento rivolto all’Arte.

 

La sua fu prestata da un indiano il quale meditò pace per la propria Terra conquistata, adoperandosi allo spettacolo da fiera, certo la penna potrebbe mutare la propria natura in questa nuova grammatica tradotta dal bufalo, così da divenire la mia pena.

 

Tal pena tenderà, nel giudizio dell’artista cultore della Natura, a rinnovarsi, procedendo verso un difetto non solo grammaticalmente dedotto e da ogni dizionario storico ritratto come ben conservato, ma altresì tenderà a rinnovare quanto di Sacro in Lei riconosciamo.




 Mi astengo da ogni commento, in nome della stessa Arte indistintamente approdata in questa nobile quanto antica e unica Venezia, nel fare la guerra quanto nel custodirla per ogni pietra altare e chiesa, sia per il Cavaliere quanto lo scudiero con cui nobilita o mortifica l’arte della conquista non meno della civiltà così inscenata.

 

Però ammetto in cuor mio, ammirando ogni pietra divenuta ugual tomba del paladino quanto fossa profonda del fedele scudiero, di cui accumunati dalle nobili gesta ovvero dalla terra alla pietra, assommata alla Storia che li celebra  annovera e numera, mai ne rimembra il tanto troppo sangue approdato fin sull’altare, in nome di ugual ideale nominato sacrificio da cui le inutili umane gesta sempre tradotte in nome e per conto del loro Dio.




Certamente se solo lo avessero compreso forse neppure ci ricorderemo di loro, se solo avessero intuito il suo pensare creare e evolvere secondo i principi di una più elevata e ispirata Natura, certamente li tradurremmo su diverse strofe e rime a forma di Budda.    

 

 Giacché se non fosse questo il motivo mutilato, seppure benedetto ornato e ben conservato nella pietra consacrata ed elevata fin sulla cima della cupola, e non certo per ogni foglia o ramo da noi eretici difesa nel vero e più certo e Sacro Disegno di un più elevato Architetto, non innalzeremo il calice del Dio così propriamente o impropriamente pregato, e neppure vedremmo sgorgare il suo sangue così umiliato dal Golgota della prima e ultima parabola, quando in suo nome colora ogni fiume  inondando l’intera vallata.

 

Ed imbrattando l’intera tela dipinta così pregata!




 Il critico d’arte della Compagnia annovera penne ed eroi s’inchina all’arte della vita!  

 

I morti furono e sono talmente tanti che non basterebbero tutte le penne del bufalo per rincorrerli e contarli.

 

Neppure un toro se per questo, corre talmente di fretta con la pena fin giù la gola che resuscita come bava della terra che inonda il sacrificio in nome della terra.

 

Giacché le ragioni di ogni guerra quanto delle pietre che ne raccolgono le spoglie tenderanno ad esser ammirate quanto replicate (sino al Circolo d’ogni concordata replica in accordo con la parte offesa), nella differenza che la pietra di cui ammiro la viva stratigrafia fin sulla cima, nonché dipinta per renderla infinita al pari del Dio che così l’ha posta, tenderà a comporre una più nobile e più certa armonia.




 Ma sappiamo bene che l’arte, sia del cavaliere quanto del colonello, non meno della parte offesa in procinto di istintuale difesa che la inscena, seppur indistintamente posti nel circolo vizioso della Storia dispensandosi dal sangue della guerra, non  appartiene a questa prosa come alla tela che la rappresenta.

 

Dacché possiamo, armati di grande differenza d’animo, e seppure cantando ogni pietra così nobilmente edificata per ogni Chiesa e tomba ben conservata o da conservare ancora, fin nella fossa appestata ancor più profonda, che l’incontro porterà e gioverà al futuro d’ognuno, il quale preferisce l’Arte certamente più nobile della Natura rimembrandone le gesta, affinché ugual medesima Arte ne abbia e goda di insperato giovamento; giacché tutto ciò detto appartiene all’evoluzione, oppure se preferite, al piccolo canto di un fringuello appeso al suo ramo, il quale ha imparato a ringraziare il suo e l’altrui Dio, affinché ognuno goda dell’Alba quanto del tramonto del suo inno in ogni Opera creata…




Anche se preferiscono la delicatezza della piuma servita al banchetto ben condita al rogo della parola bandita quale migliore delizia… affogata nel vino novello in cui ammirare la strofa mutilata…

 

Oppure l’intero panorama…




 Come nello scrivere raccomandava la precisione e concisione, così nel disegno del vero raccomandava di cogliere quello che definiva la vital truth, la verità vitale...

 

nelle sue linee essenziali, che ne esprimono sempre la storia passata e la realtà presente ... In ogni onda o in una nuvola, queste linee essenziali mostrano il flusso della corrente e del vento, e quei mutamenti di forma, che l’acqua o il vapore subiscono a ogni istante, nel frangersi a riva, o contro un’opposta corrente, o dileguandosi al sole. Solo chi manca di sensibilità vede e disegna gli elementi naturali come se fossero fissi e immobili: l’uomo saggio vede in essi il mutamento e la mutabilità, e li ritrae così, -l’animale in moto, l’albero che cresce, la nuvola nel suo corso, il monte nel suo consumarsi (15.91).




Come illustrazione dava la descrizione di un pino a Sestri, vicino a Genova, con brevi schizzi schematici, che si rifanno al bellissimo e importante disegno completo dello stesso pino nella collezione di Oxford.

 

Dalla semplice osservazione di questo perenne mutare e della libertà della natura, traeva ispirazione per un vero inno alla libertà e varietà umana, ché…

 

 ...quella perpetua varietà, quel gioco e mutamento in gruppi di forme sono più essenziali perfino del loro essere soggetti a una grande legge che le governi: la legge è necessaria per la loro forza e perfezione, ma la differenza è indispensabile alla loro vita…

 

…così come lo è la libertà di espressione nella società umana.




Proprio in questo manuale di disegno per dilettanti, Ruskin, quasi per inciso, ma con estrema chiarezza, offriva, infine, con una formula felice la sua celebrata teoria dell’innocence of the eye (15.27n), come fondamento pragmatico della percezione. Veniva cosi a bilanciare le proprie affermazioni dell’anno precedente, con le quali in veste di critico d’arte, in Modern Painters 3, aveva messo in dubbio che quell’innocenza potesse esistere (5.357-5).

 

Egli esortava, invece, nel manuale, a ricrearla, se non la si possedeva, ché... tecnicamente tutta la forza della rappresentazione pittorica dipende dalla nostra capacità di ritrovare quella che si può definire l’innocenza dell’occhio; cioè una specie di percezione infantile di queste macchie piatte di colore, unicamente come tali, senza essere consci di cosa rappresentino, - come le vedrebbe un cieco che a un tratto ricevesse il dono della vista...




Ogni bravo artista si è sempre ricondotto il più possibile a questa condizione di visione infantile (15.27-28n). Paragonava, poi, egli stesso questa contemplazione della natura, e degli alberi e foglie in particolare, a una vera e propria lettura di…

 

…un bel linguaggio, scritto o espresso per noi, non in lettere nere e spaventose, né in frasi monotone, ma in vaghe forme verdeggianti e ombrose di parole intrecciate, e fiorite di spirito brillante e fragrante, con mormorii saggi e discreti e con lieta morale (15.188).

 

Immagine, parola e messaggio s’identificavano, dunque, nella sua concezione del processo percettivo, come un tutto armonico, che mostra ancora una volta perché Ruskin usasse indifferentemente i due termini  poesia e pittura nella sua discussione sullo stile del terzo volume dei Pittori Moderni, nel capitolo Of the received opinions touching the Grand Style (5 .17-34), sua versione originale dell’ut pictura poesis.




Sulla difficoltà del compito di insegnare a vedere non si faceva certo illusioni, ché, come aveva già detto nella lezione del 1858 ricordata prima…

 

 ...nulla al mondo era così raro come la vera vista, nulla così difficile da conferire. Era facile far sentire la gente, più difficile farla pensare, ma quasi impossibile farla vedere (16.460).

 

Tuttavia, come sempre, lo sorreggeva il fervore evangelico e rammentava a se stesso e agli altri che, perfino tra i miracoli di nostro Signore, quello del donare la vista era stato il solo a mostrarsi difficile o lento da attuare, come si legge nel lungo sviluppo del Vangelo di Giovanni (IX. 1-41) e altrove, dove gli occhi devono essere toccati da Gesù almeno due volte.

 

Ma lo sforzo valeva in ogni caso la pena, perché

 

 ...il potere che se ne otteneva, se di vera arte si trattava, era di conferire letteralmente e veramente la vista, non a un solo cieco qui e là, ma a miriadi di persone; e così, sfoggiando e svelando la gloria del creato, e dando la luce agli altri, meglio si adempiva il comando dato a tutti gli uomini, di ‘camminare come i figli della luce’ (Efesii, V 8) (16.458-60).




Con il sopravvento dell’impulso verso la discussione dei problemi sociali, economici e politici della seconda fase dell’opera critica del Ruskin, l’attenzione del saper vedere si sposta sempre più verso il saper leggere, sempre inteso anch’esso letteralmente come parte del primo e soprattutto come attenzione alla parola e all’arte letteraria quale suo prodotto.

 

L’interesse per l’economia politica dell’arte, già sottinteso nelle opere precedenti agli anni sessanta, si era manifestato fin dalle primissime prove poetiche giovanili, come l’autore stesso ci ricorda in Queen of the Air, e nella favola famosa The King of the Golden River (1841), nei Seven Lamps of Architecture (1849), e nel capitolo più celebre delle Pietre di Venezia su La Natura del Gotico (1853), fino a farsi più diffuso nel quinto ed ultimo volume dei Pittori Moderni (1860).

 

Nelle opere che faranno seguito a questa, il tema socioeconomico e politico diventerà quello predominante, così che nel cercare d’inquadrare in un’unica visione i problemi estetici e quelli economici, s’inserirà anche la valutazione dell’opera letteraria, come ad esempio nelle conferenze su The Politica! Economy of Art, ancora del 1857, e nei saggi di Munera Pulveris (1862-63).




Il dato stilistico della semplicità e concisione, la conquista della precisione di osservazione ed espressione, vengono ormai anch’essi a far parte della lezione economica. La motivazione, per quanto concerne il valore delle opere d’arte, in confronto agli altri beni di consumo, risiede nel fatto che…

 

 ...le cose che danno godimento intellettuale o emotivo si possono accumulare e non si consumano; ma continuano a procurare nuovi piaceri e nuove capacità di dare piacere ad altri. Queste, dunque, sono le sole cose che si possano ritenere come produttrici di ‘ricchezza’ o di ‘benessere’ (The Politica! Economy of Art).




Per chi le produce, in campo letterario in particolare, la disciplina espressiva è il punto fondamentale della sua breve nota su L’economia della letteratura. Oltre al criterio, per così dire utilitario, già ricordato, del risparmiare le parole inutili, ché tanto il lettore le ignorerebbe comunque, vi è poi sempre la sovrana esigenza del vero, che trova un’altra motivazione ancora:

 

 ...in genere un fatto vero si può dire in modo semplice; e oggigiorno abbiamo bisogno di fatti più di ogni altra cosa.

 

Per giungere a tali risultati, ribadiva per un altro verso il motivo del.. saper vedere per saper pensare…

 

Se (gli esseri umani) sapessero solo guardare le cose invece di pensare a cosa devono essere, o fare una cosa, invece di pensare che non si può farla, staremmo tutti molto meglio...


(Prosegue...)








mercoledì 25 agosto 2021

NEGLI STESSI ANNI (8)

 










Precedenti capitoli circa...:


Un avamposto... (6/7)


Prosegue in...:


Italia... (9)


& ancora con...:










I frutti degli alberi 


(dedicato al mio amico Coda di Lupo)








Il famosissimo Buffalo Bill era nato con il nome proprio di William Frederick Cody. Nacque a Le Claire il 26 febbraio 1846 e morì a Denver il 10 gennaio 1917.

 

Buffalo Bill è stato un attore e cacciatore statunitense, ma anche soldato, esploratore e impresario teatrale. Divenne un eroe nazionale dopo un breve corpo a corpo con il capo indiano Mano Gialla nel 1876 nel quale gridò

 

“Ecco il primo scalpo per Custer!”.




William Frederick Cody nacque in una fattoria dell’Iowa nel 1846. In seguito alla morte del fratello maggiore, nel 1853 la sua famiglia si trasferì nel Kansas, dove però fu vittima di un pesante clima persecutorio a causa delle posizioni anti-schiaviste del padre. Questi, infatti, morì nel 1857 per le conseguenze di un colpo di pugnale subito dopo aver tenuto un discorso contro lo schiavismo. All’età di quattordici anni il giovane William divenne uno dei corrieri a avallo del Pony Express.

 

Nel 1863, dopo la morte della madre, si arruolò nel 7º Cavalleggeri del Kansas e prese parte alla Guerra di secessione americana con gli Stati dell’Unione. Durante una sosta al campo militare di St. Louis conobbe l’italo-americana Louisa Frederici, che diventò sua moglie nel 1866 e dalla quale ebbe quattro figli.




Dopo la fine della guerra e fino al 1872, William Cody venne impiegato come guida civile dall’esercito statunitense e dalla Pacific Railway. Ricevette la Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti, per aver dimostrato “coraggio in azione” (nel 1917, ventiquattro giorni dopo la sua morte, la medaglia gli venne revocata, in quanto civile al momento dell’azione, ma nel 1989 gli fu definitivamente riassegnata).

 

Fu in questo periodo che diventò Buffalo Bill, dopo aver vinto una gara di caccia al bisonte con William Comstock, a cui apparteneva in precedenza il famoso soprannome. Sembra, inoltre, che fra il 1868 ed il 1872, per rifornire di carne gli operai addetti alla costruzione della ferrovia, abbia ucciso circa 4.000 bisonti. Si sottolinea il fatto che lo sterminio dei bisonti fosse dovuto anche a questioni logistiche per velocizzare le attività di sgombero dei binari in costruzione.




Nel 1876, al Warbonnet Creek, egli affermò di avere preso lo scalpo di un guerriero Cheyenne, secondo la sua stessa dichiarazione per vendicare la morte di George Armstrong Custer al Little Big Horn. Il suo nome in lingua dakota era Pahaska.

 

Nel 1873 Ned Buntline, uno scrittore popolare che aveva scritto diversi racconti che narravano le gesta di Buffalo Bill, gli chiese di interpretare una versione teatrale delle sue novelle. Accettò di fare l’attore per undici stagioni consecutive.




Nel 1883 creò il Buffalo Bill Wild West Show, uno spettacolo circense in cui venivano ricreate rappresentazioni western, fra cui la battaglia di Little Bighorn, dove perse la vita il Generale Custer, della compagnia circense facevano parte anche cavalieri cosacchi ed arabi che arricchivano l’esotismo dello spettacolo.

 

Fra i protagonisti dello spettacolo, a cui partecipavano veri cowboy e pellerossa, ci furono il leggendario capo Sioux Toro Seduto, Calamity Jane e Alce Nero. Fu un successo negli Stati Uniti ed in Europa per più di vent’anni e fu una delle attrazioni principali a Londra durante il Giubileo d’Oro della Regina Vittoria nel 1889 e all’Esposizione Mondiale di Chicago del 1893.




 Fece spettacoli anche in alcune città italiane, tra cui Torino, Genova, Alessandria, Trieste, Udine, Milano, Bergamo, Brescia e Roma, dove l’8 marzo 1890 perse la celebre sfida nella doma di puledri contro i butteri dell’Agro Pontino capitanati dal cisternese Augusto Imperiali.

 

Il Wild West Show di Buffalo Bill, Cody, venne in Italia due volte, rispettivamente nella seconda tournée Europea, del 1890, e nella terza tournèe, del 1906. In quest’ultima approdò a Torino all’inizio d’Aprile e vi rimase per tutto il mese. L’accampamento era situato in piazza d’armi del tempo, tra corso Siccardi e via Montevecchio, in un’area di 40.000 metri quadrati.




La troupe arrivò trasportata da cinque treni speciali, i giornali cittadini ne parlarono tutti i giorni, al tempo il giornale cittadino più importante era “La Gazzetta del Popolo”, venivano dopo “La Gazzetta Piemontese” e “La Stampa”.

 

 “Il Colonnello Cody, non ha risparmiato nulla per far conoscere ai torinesi che l’arrivo della sua troupe e le operazioni di attendamento costituivano per se stesse uno spettacolo interessante”.




“La celebrità delle pianure, il Re di tutti, riprodurrà fra noi le gesta compiute attraverso il continente americano, si mostrerà nell’abilità ad uccidere gli Siux (letteralmente scritto così), e terminerà lo spettacolo con l’apoteosi della pace e la danza delle nazioni”.

 

“Buona parte degli indiani, che seguivano la tournèe di Buffalo Bill, erano cattolici. L’istituto delle Missioni Cattoliche con sede a Roma, aveva provveduto all’amministrazione religiosa dei nativi e questo incarico era stato affidato a Padre Strikland, appartenente alla casa dei Gesuiti di Fiesole”.


(Prosegue...)







venerdì 6 agosto 2021

GLI IMPIEGATI DELLA COMPAGNIA (6)

 




















Precedenti capitoli:


Cina-Tibet (1)


[Documenti & Fotografie] (2)


La grande repressione (& lottizzazione) (3)


Scritti di un monaco (4)


La grande ruota di alluminio (5)


Prosegue con...:


Rubarono tutta la frutta dagli alberi


... e la portarono via! (7)


Prosegue più o meno...:


Negli stessi anni (8/9)











Il direttore della grande Compagnia Commerciale, spintosi fino a lì su un piroscafo che pareva un’enorme scatola di sardine sormontata da una specie di rimessa dal tetto piatto, trovò la stazione in buon ordine e Makola tranquillo e solerte come al solito.

 

Il direttore fece mettere la croce sulla tomba del primo agente e assegnò il posto a Kayerts. Carlier fu nominato suo subalterno. Il direttore era un uomo SPIETATO ED EFFICIENTE che a volte si abbandonava, ma quasi impercettibilmente, a un umorismo arcigno. Fece un discorso a Kayerts e Carlier sottolineando i lati promettenti della loro stazione. Il mercato più vicino era a circa trecento miglia. Per loro era un’occasione eccezionale di distinguersi e di guadagnare provvigioni sugli affari.

 

Quell’incarico era una fortuna per dei principianti. Kayerts fu commosso fin quasi alle lacrime dalla gentilezza del direttore. Rispose che avrebbe cercato, facendo del suo meglio, di giustificare la fiducia lusinghiera eccetera eccetera. Kayerts era stato nell’Amministrazione del Telegrafi e sapeva esprimersi correttamente.

 

Carlier, già sottufficiale di cavalleria in un esercito tutelato da ogni rischio da diverse Potenze europee, fu meno impressionato. Se c’erano guadagni da fare, tanto meglio!

 

E facendo scorrere uno sguardo stizzito sul fiume, sulle foreste, le impenetrabili boscaglie che parevano tagliar fuori la stazione dal resto del mondo, mormorò tra i denti:

 

– Si vedrà, molto presto.

 

Il giorno dopo, scaricate alcune balle di cotone e qualche cassa di provviste sulla riva, la scatola di sardine a vapore salpò per non far ritorno per altri sei mesi.

 

In coperta il direttore si toccò il berretto per salutare i due agenti che stavano in piedi sulla sponda agitando i cappelli e, rivolgendosi a un vecchio impiegato della Compagnia che rientrava alla direzione, disse:

 

– Guardi quei due imbecilli. Devono essere matti in patria per mandarmi campioni simili. Ho detto a quei due di piantare un orto, di fabbricare nuovi magazzini e staccionate e costruire un pontile. Scommetto che non faranno niente! Non sapranno da che parte cominciare. Sono sempre stato dell’avviso che una stazione su questo fiume fosse inutile, e quei due sono proprio adatti alla stazione!

 

– Ci si faranno le ossa, lì,

 

disse il veterano con un placido sorriso.

 

– Ad ogni modo, me li son levati di torno per sei mesi, ribatté il direttore.  

 

I due uomini stettero a osservare il vapore che girava la curva, poi, salendo sottobraccio il pendio della sponda, tornarono alla stazione.

 

Erano in quel vasto, tenebroso paese da pochissimo tempo, e, fino allora, sempre in mezzo ad altri bianchi, sotto l’occhio e la guida dei superiori. E ora, per quanto insensibili al sottile influsso dell’ambiente circostante, si sentirono molto soli, lasciati così all’improvviso ad affrontare la terra desolata; una terra desolata resa più strana, più incomprensibile dai misteriosi indizi della vita rigogliosa che conteneva.

 

Erano di quegli uomini insignificanti e inetti la cui esistenza è resa possibile soltanto DALLA PERFETTA ORGANIZZAZIONE DI FOLLE CIVILIZZATE.

 

Pochi uomini si rendono conto che la loro vita, l’essenza stessa del loro carattere, delle loro capacità e della loro audacia sono soltanto l’espressione della loro fede nella sicurezza dell’ambiente.

 

Il coraggio, la calma, la fiducia; le emozioni e i princìpi; ogni pensiero grande e insignificante non appartengono all’individuo, ma alla folla: alla folla che crede ciecamente nella forza irresistibile delle proprie istituzioni e della propria morale, nel potere della sua polizia e delle sue opinioni.

 

Ma il contatto con la pura, assoluta barbarie, con la natura e con l’uomo primitivi, porta un turbamento subitaneo e profondo nel cuore. Alla sensazione d’essere gli unici della propria specie, alla chiara percezione della solitudine dei propri pensieri, delle proprie sensazioni; alla negazione dell’abituale, che è sicuro, si aggiunge l’affermazione dell’insolito, che è pericoloso; un presentimento di cose vaghe, incontrollabili e repellenti, la cui sgradevole intrusione eccita la fantasia e mette alla prova i nervi inciviliti tanto del folle quanto del savio.

 

Kayerts e Carlier camminavano sottobraccio stringendosi l’un all’altro come fanno i bambini al buio; e avevano la stessa sensazione, non del tutto spiacevole, di pericolo che sembra quasi immaginario.

 

Chiacchieravano continuamente, in tono familiare.

 

 – Il nostro scalo è in una bella posizione,

 

disse l’uno.

 

L’altro assentì con entusiasmo, dilungandosi loquacemente sulle bellezze del posto.  

 

Poi passarono accanto alla tomba.

 

 – Povero diavolo!

 

disse Kayerts.

 

 – E’ morto di febbre, vero?

 

mormorò Carlier, fermandosi di botto.

 

 – Mah! ribatté Kayerts, con indignazione.

 

– Mi hanno detto che si esponeva imprudentemente al sole!

 

Dicono tutti che il clima locale non sia peggiore di quello che abbiamo in patria, a patto di tenersi lontano dal sole. Capito, Carlier?

 

Qui sono io il capo, e le ordino di non esporsi al sole!

 

 Assumeva la posizione di comando in tono scherzoso, ma l’intenzione era seria.  L’idea che forse avrebbe dovuto seppellire Carlier e restar solo gli dava un brivido dentro.

 

Sentì improvvisamente che qui, nel centro dell’Africa, questo Carlier era più prezioso di quanto potesse essere un fratello in qualunque altro luogo. Carlier, entrando nello spirito della faccenda, fece un saluto militare e rispose in tono allegro:

 

– I suoi ordini saranno eseguiti, capo!

 

Poi scoppiò a ridere, dette una manata sulle spalle di Kayerts e gridò:

 

 – Faremo in modo che la vita scorra tranquilla qui!

 

Ce ne staremo belli comodi a ricevere l’avorio che porteranno quei selvaggi. Dopotutto questo paese ha i suoi lati buoni!

 

Risero forte tutt’e due, mentre Carlier pensava:  

 

– Quel povero Kayerts, è così grasso e così poco sano! Sarebbe un bel guaio se dovessi seppellirlo qui.  E’ un uomo che rispetto…

 

Prima di arrivare alla veranda della loro casa già si davano del ‘vecchio mio’.   


(Prosegue)