CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 16 febbraio 2016

I DUE ALBERI (16)





































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I due Alberi (15)

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I due Alberi (17)













...Disgiunta dalla natura cui la vita cresce e prospera nel fertile terreno ove ogni bosco conferire forza e non solo riparo per ogni sofferta fuga… (e ricordo il resoconto di Evans-Pritchard del 1937 sulla magia terapeutica tra gli Azande fu uno dei primi rapporti a descrivere sedute spiritiche di medici-stregoni, durante le quali medicamenti divinatori tratti da Alberi ed erbe magiche venivano resi efficaci attraverso suoni di tamburi, canti e danze liberatori dal male. Abbiamo letto circa quanto rilevato da Ginzburg con le sedute - per un verso sciamaniche - cui la Storia attribuirà diverso aspetto interpretativo circa i ‘Benandanti’…) Talché questa simmetria e via può apparire un incomprensibile verso e suono fors’anche un manifesto o deleterio paradosso, ma siamo progrediti nell’Itinerario di un Sentiero nella volontà della Verità cui premette la cima, quando il progresso nell’odierno e/o recente tempo tradotto (a noi ed alla verità ad ogni verità avverso), nella propria riproducibilità, manifesta positivo intento elevando a sentimento e ragione, e con loro l’Anima albergata, eterna e conosciuta per quanto manifesta ad ogni uomo cui Dio pose prezioso dono, oppure, all’opposto, arguto ‘Golem’ cui predare simil intento replicato ad una soglia oltre modo contro misura e natura…




… E certo qui non voglio palesare circoscritta ed ortodossa finalità disgiunta dalla Storia, sarei al pari se non peggio, di coloro i quali fuggo! Sarei peggio di coloro i quali circoscrivo ad un limitato progresso cogitato e (dicono anche posto in similitudine al)  genio, privando l’altrui di quanto la natura non pose mirabile sua opera e mano, in quella grigia stagione all’eterno autunno offesa… La qual compie similar tempo ed inverno per ogni ingegnoso intento… riducendo Natura ed Alberi, e con loro bestie e bestiari, graditi al palato di ogni pellegrino e fortuna per ogni Giubileo pregato… giacché il peccato così perdonato. Ma spesso, lo abbiamo ripetuto, e ciò appare sottointeso, quando la mirabile fabbrica degli spartiti o dei simmetrici e consimili fogli volanti in essere, ben tanti pianoforti andati, per ogni piano e strato cui allietare l’ora o il misero secondo, ed anche per non contraddire più precisa o arguta scienza, se le accademie trasudano arte genio ed artisti per ogni Mozart alla retta dovuta, in verità e per il vero, nella socialità compiuta, ed, ad ugual statistica e lingua arguta, la violenza prosperare senza sentimento alcuno al piano terra o nell’alto del cielo cui ogni segreto ammirato alla parabola diffusa…  Talché nella ‘riproducibilità’ si insinua una duplice via, anche nel sentimento di ognuno promosso al XX secolo della...




...presente, l’inganno di cui il tempo si appropria nella manifesta capacità e tecnica privata, troppo spesso, della linfa cui la pianta si nutre alla fotosintesi della vita, sicché in simil ‘riproducibilità’ la via della Natura differire nella manifesta essenza e sostanza dell’Universo in lei contenuta quale spirale di vita, nella grande e specificità (per quanto dicono anche capacità) di manipolare l’intento detto nella sua ‘riproducibilità’ (non certo come replica Madre Natura). Così il velato progresso celare una finalità pur che certa, opponendo l’araldo di una certezza della quale del sentimento (ed emozione elevati a ‘riproducibile’ consistenza), è sì motto, ma nell’inganno (invisibilmente coniato e non manifesto) di privare nell’‘opera’ l’attiva partecipazione di questa. Così da non poter certo conseguire ad universale intento e verità cui l’oggetto della mia opera ‘riprodotta’ o meglio tradotta in diverso moto e premessa… Ed allora se pur in questa fortuna qualcuno ha pianto e tracciato il proprio lamento, altri ed in vero, si sono arricchiti con l’altrui intento…, e lo specchio misura e tempo di quanto evoluto ed edificato nell’Uno nato… E questa di certo non vuol essere una equazione della vita, ma certamente e se non altro, fedeli alla musica con cui le sfere producono intento e movimento, creare la giusta armonia, quella che non ci fu permessa la quale intona l’incomprensibile sua dottrina.




L’incomprensibile sua parola.
L’incomprensibile manifestazione di essere ed appartenere al mondo così come tradotta la vita e nel progresso gene iscritta.
Se ‘classica’ è la grandezza e con essa la vera e sola certa via maestra, certo a lei non nego siffatto intento tradotto nella ricca evoluzione della Storia composta, ad essa non nego il merito di aver nei secoli accompagnato la grandezza di ogni ‘albero’ genealogico nella fastosa, o al contrario, povera sua natura quale specchio e  mirabile memoria di ogni sovrano o schiavo da cui composta nell’opulenza della finalità raggiunta. Ma il ricordo e con questo la certezza della vita, impongono una ricerca più attenta, un orecchio ed occhio più accorto nella (musicale) ‘geometria’ rilevata, sicché la strada verso quel Teschio (quale finalità dello Spirito e dell’Anima qual Primo intento e Dio nel ‘gene’ seminato) se pur nella pagana e controversa sua natura in spirale contraria in moto per taluni avverso all’orecchio di chi abituato a godere dal palco l’opera misurata, comporre quella armonia dai tanti privilegi goduta dal palco della medesima Opera. Sicché fedele all’Eretico ingegno sicuramente travisato e come sempre dalla Storia tradito, ripercorre quel suono perso dal quale ogni mondo lontano lasciare ‘al fondo’ di codesto Universo una traccia ‘asimmetrica’ da far sì che la fisica scienza non sia manifesta ed isolata disciplina, ma con essa da altre accompagnata tracciare il mito cui l’antenato nato…

Chi ha stimolo e sensazione comprende l’Itinerario percorso…













domenica 14 febbraio 2016

I DUE ALBERI (14)












































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I fogli volanti (13)

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I due Alberi (15)













La legge di Weber-Fechner (1860) fu uno tra i primi tentativi di descrivere la relazione tra la portata fisica di uno stimolo e la percezione umana dell’intensità di tale stimolo. Le sensazioni provate dal nostro organismo sono le risposte dei nostri sensi agli stimoli fisici provenienti dall’esterno. I sistemi sensoriali rispondono a stimoli diversi e specifici. A titolo di esempio, il sistema uditivo percepisce suoni attraverso rapide variazioni di pressione dell’aria, quello visivo invece percepisce la luce codificando ed interpretando segnali emessi da una determinata gamma di onde elettromagnetiche. Questi sistemi di cui disponiamo sono inoltre limitati: siamo sensibili, infatti, soltanto agli stimoli per cui abbiamo recettori ed organi di senso.
Detto ciò, ad un certo punto nella storia, qualcuno si è posto un’interessante e lecita domanda: è possibile misurare le sensazioni?
Uno dei problemi chiave della psicologia (intesa come studio dei meccanismi mentali) alla sua nascita era la misurazione dei fatti psichici, cioè l’individuazione di una relazione tra intensità dello stimolo fisico e intensità della sensazione.
Una scala di sensazioni esisteva già in epoca ellenistica, ed era la scala delle magnitudini delle stelle, stabilita dall’astronomo Ipparco di Nicea (190 -120 a.C,  Nicea è l’odierna Iznik in Bitinia, Turchia) attorno al 150 a.C. Come scrive Claudio Tolomeo nell’‘Almagesto’, Ipparco assegna alle stelle latitudine, longitudine e appunto magnitudine, indicata con un numero da 1 a 6, essendo 1 assegnato alle stelle di massima magnitudine e 6 a quelle di minima magnitudine. I numeri dunque esprimono l’intensità della sensazione (un fatto psichico) che ovviamente è in una qualche relazione con l’intensità luminosa (un fatto fisico).
I primi tentativi di mettere in relazione gli stimoli con la percezione umana della loro intensità risalgono al XIX secolo con il contributo del fisiologo tedesco Ernst Heinrich Weber (1795 - 1878), fondatore della psicologia sperimentale, che effettuò degli esperimenti in cui potè osservare che aumentando di una certa quantità il peso di un oggetto tenuto in mano da un uomo, la percezione dell’incremento del peso era tanto meno accentuata quanto più pesante era l’oggetto. Con un semplice esempio, se ho in mano un peso di 5 Kg, e ne aggiungo un altro di 500 g, la sensazione di variazione di peso non sarà come se avessi avuto un peso di 100 g a cui ne aggiungo uno di 500 g.
A questo proposito, nel 1834, il fisiologo elaborò una legge, chiamata appunto Legge di Weber: K è la costante di Weber, ΔR è la soglia differenziale (minima differenza di intensità di stimolo capace di modificare la reazione allo stesso), R è l’intensità dello stimolo fisico. Da questa constatazione si può prevedere, quindi, che stimoli fisici al di sotto di una soglia assoluta non vengono percepiti. Per ciascuno dei 5 sensi sono infatti definite su base empirica delle soglie assolute di percezione, ossia valori minimi per cui a uno stimolo corrisponda una reazione:
Vista:  percezione della luce di una candela a 48 km di distanza, in una notte serena e limpida;
Udito: percezione di un orologio meccanico a 6 metri di distanza all’interno di una stanza silenziosa;




Gusto:  un cucchiaino di zucchero in 9 litri di acqua;
Olfatto:  una goccia di profumo diffusa nell’intero volume di sei stanze;
Tatto:  la pressione di un’ala di ape fatta cadere da 1 cm di altezza.
Oggi la misura delle soglie di percezione è utilizzata in molte discipline, anche tecniche, come ad esempio le tecnologie audio e video.
Altro contributo è quello fornito successivamente dallo psicologo tedesco Gustav Theodor Fechner (1801 - 1887) il quale, partendo dagli esperimenti di Weber, elaborò un’equazione matematica che permettesse di quantificare la relazione fra lo stimolo fisico e la sensazione fisiologica corrispondente (cioè la relazione esistente tra l’anima e la materia).
Lo psicologo riteneva che ogni materia fosse dotata di un’Anima e la sua equazione, detta anche formula di Fechner, mette in relazione il mondo ‘spirituale’ con quello materiale. La formula è descritta attraverso una semplice equazione differenziale: ‘la legge di Fechner-Weber’, fu pertanto enunciata come segue: ‘perché l’intensità di una sensazione cresca in progressione aritmetica, lo stimolo deve crescere in progressione geometrica’.
Tale legge ha importanza rilevante nelle percezioni visive, infatti gli umani hanno una migliore percezione delle differenti tonalità di illuminazione (contrasto) quando tali tonalità sono scure. In breve, la capacità dell’occhio umano di discriminare colori scuri è maggiore della capacità di discriminare colori chiari. Anche se nel corso del XX secolo la psicofisica ha conosciuto un relativo ridimensionamento di importanza concettuale, all’interno della ricerca percettologica è tuttora considerata come uno dei principali programmi di ricerca della psicologia sperimentale. Una disciplina di cui si sentirà sicuramente parlare in futuro, magari in maniera anche un po’ più approfondita. (1) (*) 




(*) (1) Fatta la dovuta Introduzione, è nostro, o meglio mio intento, rapportare un concetto privo di qual si voglia attualità e sentimento alla corretta percezione dell’Anima-Mundi della Natura che troppo spesso siamo abituati considerare quale oggetto passivo della nostra avventura terrena nella Genesi della vita. Con l’avvento della rivoluzione industriale tali principi in riferimento all’Anima -  mondo ‘cogitato’ nell’equazione del Tempo - inferiore e passivo come le fiere ‘bestie’ che talvolta in questo trovano rifugio e diletto, ad altri, da queste evoluti con cui il beneficio raccolto dividerne frutti e vita al di sotto del ‘ramo’, essere forse e/o sicuramente, privi della grande Natura raccolta tutta entro una mela Genesi pregata… E dopo, posta al rogo assieme al ramo con l’intera ‘creanza’ che così l’ha ben maturata, calore fuoco e nutrimento per una diversa ortodossa ed inferiore quanto limitata pretesa di vita… dai più così concepita… Ma io, quale Eretico (da sempre perseguitato) che con la pianta divido Anima Intento ed Intelletto, e con questa, i suoi ‘figli’ che popolano il bosco, riparo e fuga da un mondo troppo piccolo da potersi nominare cresciuto, al pari loro concepisco la nobile Natura Perfetta nel disegno Primo a cui il Secondo ha abbattuto ogni ricordo. Giacché in questo ‘motto’ e più ‘nobile araldo’ non arrecare offesa alcuna a colui che sostò in attesa di un più umano evento, al pari delle bestie che gli fecero compagnia nel bosco (della vita) e da animali ‘evoluti umani’ ora cacciato in feroce Tempo… alla nuova ‘terra promessa’ approdato… (o forse, ancor meglio, venduto e barattato quale moneta di una strana ed eterna guerra… in cui si specchia nel concepire la sua piccola via… anche Roma non certo estranea a questo ricordo… in mafia tradotto). In disaccordo con l’armonia di un diverso mondo udito un lontano giorno… quando braccato dagli stessi cui volevano (ed ancor vogliono) sfruttarne e ribadirne superiore natura, dal colore bianco di un volto nascosto… poggiato al ‘cane’ di un fucile, o ancor peggio, ad un servo mascherato da padrone, geroglifico di una eterna guerra disconosciuta dalla vera e misera Natura da cotal ‘peste’ afflitta nominata ‘conquista’…  
Quale specchio di arroganza e feroce.... 













giovedì 11 febbraio 2016

EVOLUZIONI... (11)








































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L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità... (10)

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Evoluzioni (12)













“Il cane nero che ho raccolto qualche chilometro a sud di casa tua mi si è accoccolato addosso. E’ più di un mese che nessuna donna è stata vicina a me come lo è lui adesso. Mi sono alzato a bere qualcosa e quando sono tornato l’ho visto sdraiato sul divano nel punto dove ero io per assorbire il mio calore.
E’ una femmina ed anche più sensuale di questa…
E’ sporca domani le farò un bagno…

La porto con me Webb… di nuovo in Viaggio…
Ritorno a casa, ritorno all’incubo…
La terra è marrone. Strofino il cervello contro il finestrino freddo dell’autobus. Sono stato spedito in viaggio la mia carriera ormai in fumo e ora veleggio (sì Webb lo chiamata Vela ed è la più bella donna che mai abbia posseduto) verso casa.
Andiamo! Dobbiamo andare più a fondo senza un briciolo di giustizia e senza scherzi.




…Scendendo giù per Iberville, appena passata Marais Street, ecco che lei si stacca dalla folla e comincia a camminare al nostro ritmo tra noi ed il pubblico. La mia nuova maglietta rossa e la nuova camicia bianca e lucida risplendono sotto la cornetta. Anche le scarpe sono nuove. Sono tornato in città.
Faccio scivolare qualche nota di avvertimento verso di lei (e subito gridi ed urla…), la cingo di uno squillo e la spingo verso la folla.
Che ruggisce!
Tra Marais e Liberty mi limito a far partire una nota fra le parentesi ogni quindici righe circa.
E lei ruggisce!
Henry Allen al di là del vetro con il suo strano ‘occhio’ mi lancia occhiate non capisce il ritmo, il tempo, il passo, e per incitarmi a continuare e ogni tanto la mia nota parte come un ala libera verso il cielo che si alza dalla merda e rimane a librarsi a lungo in alto.
Un altro ruggito!




Zigzago per Iberville come un animale che si pavoneggi davanti alla banda e ogni volta che vado a sbattere contro un bordo della folla, strappo un altro RUGGITO.
Porto in parata il mio io, mi esibisco nel passo strascicato e stralunato come un pittore impazzito, mi pavoneggio, eseguo ogni strano ‘passo’ di danza che mi ricordo accumulando l’energia dell’aria per prepararla a lanciare una nota acuta come i denti di un ratto sotto il delicato ritmo di marcia di Allen.
Ma da dove è uscita questa cagna mica lo so!
Ci torna incontro, si muove con noi, le ossa fluide come salsa. Corpo esile e chioma lunga viene raggiunta da un tizio mezzo pelato che la vorrebbe toccare, così mi stacco da una riva di folla e li prendo di mira attirandoli a me come avessi una corda, mentre un altro RUGGITO mi rimbomba dietro le orecchie.
Li osservo attraverso i raggi di sole che stanno in equilibrio sulla tromba finché mi rendo conto di cosa sta succedendo e faccio accelerare la musica di Allen al punto che la maggior parte della banda non ce la fa più a starmi dietro e si limitano a marciare senza suonare, mentre io lancio note più fitte, ogni cinque secondi.




Gli occhi si incupiscono nella calda strada sbiancata.
Un nuovo RUGGITO!
Devo arrivarci prima che finisca, ma ormai ci siamo quasi ci siamo quasi, ecco Liberty che si avvicina… Gli invisibili due Spiriti avvistati come una strana allucinazione, un delirio prossimo alla pazzia i quali mi conferiscono le note giuste, i due ballerini continuano come cespugli come alberi come foglie come vento come neve…
Webb ecco mi partano le note le strofe…
La marcia sta rallentando fin quasi a fermarsi e mentre pian piano plana verso il botto finale io mi stacco e lancio lunghe note lamentose e luminose inserendo uno squillo sincopato, una rima non capita nemmeno intuita… Mi devo fidare di tutti e non mi fido di nessuno rendendomi conto che gli altri non suonano più come un Tempo…
Devo far rimbalzare le note Webb contro le pareti di gente (altrimenti perché tu esisti…), quelle linee di ferro così pur e sicure che portano l’urlo fino a terra e lasciano trasparire la luce mentre la strada, ora, è silenziosa…”.



  
Fondata nel 1718, New Orleans fu in origine una cittadina francese, che restò legata alla madrepatria fin verso il 1755, fino ai tempi cioè della Guerra dei Sette Anni. Ormai sottratta di fatto all’influenza francese, divenne colonia spagnola nel 1762, e tale restò per breve tempo. Nel 1800 Napoleone riottenne il dominio della Louisiana, che però vendette poco dopo, nel  1803, agli Stati Uniti, dando così un grosso dispiacere ai coloni indigeni, e cioè ai creoli. Allora New Orleans era assai piccola: aveva circa 10.000 abitanti, per metà negri.
Nel XIX secolo la popolazione della città crebbe enormemente, i commerci si svilupparono, e tutto a poco a poco cambiò. Cambiò anzitutto la composizione della popolazione, che in quarant’anni si decuplicò e in cento si moltiplicò per trenta, con l’arrivo di gente dei più diversi paesi.
Dal 1809 al 1810 giunsero circa 3000 schiavi da Haiti, attraverso Cuba, e arrivarono anche molti dei loro padroni bianchi. I primi che vennero ad aggiungersi ad altre migliaia di schiavi venuti dalle Indie Occidentali alla fine del XVIII secolo, portarono con sé misteriosi riti voodoo, coi loro ‘dottori’ e le loro ‘regine’.




Dal resto degli Stati Uniti giunsero i mercanti e i coloni ed anche i predicatori di origine inglese e di religione protestante; dall’Europa arrivarono nuove ondate di emigranti, fra cui quelli di origine italiana finirono per costituire, all’inizio di questo secolo, il più numeroso gruppo etnico extra-americano residente in città. Quanto ai negri era ancora possibile, negli anni successivi alla Guerra Civile, riconoscere agevolmente i membri delle diverse tribù africane, importati a New Orleans direttamente dall’Africa occidentale in anni non troppo lontani: i più numerosi erano venuti dal Senegal, dalla costa della Guinea, dal delta del Niger e dal Congo.
Negli anni che videro nascere il jazz, intorno al 1900, New Orleans non era famosa soltanto per le sue fanfare le tipiche danze dei nativi, o per i pittoreschi funerali, per le festose parate durante le celebrazioni carnevalesche del Mardi Gras, che duravano otto giorni. Era famosa anche per i raduni a suon di musica, per i balli all’aperto luogo
soprattutto al Lincoln Park, che aveva preso il posto della Congo
Square nella vita sociale della città.
Il re del Lincoln Park - ma anche di tutti i luoghi ‘uptown’ in cui si faceva musica - era Buddy Bolden, un cornettista, nato nel 1878, che dirigeva un’orchestrina il cui organico sarebbe divenuto convenzionale nel jazz delle origini: tre o quattro strumenti a fiato - una o due cornette, un trombone,
un clarinetto - e tre strumenti ritmici - un banjo o una chitarra, un contrabbasso e una batteria. Nella formazione non c’era pianoforte, troppo pesante per essere trasportato all’aperto.
















lunedì 8 febbraio 2016

VIAGGI SCIENTIFICI (di fine ed inizio secolo) (8)


















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Le macchine (o macchinari...) (7)

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Viaggi scientifici... (9)













…Il pensiero di pubblicare un manuale di ‘Istruzioni scientifiche’ pei viaggiatori mi fu suggerito nel 1873 dalle frequenti richieste di norme pratiche per la raccolta di oggetti naturali che venivano fatte ai miei colleghi naturalisti ed a me da capitani marittimi, alpinisti e viaggiatori in genere, desiderosi di arricchire i nostri musei e di concorrere, secondo le proprie forze, al progresso della scienza.
A noi mancava infatti una guida, un vade-mecum che valesse a dirigere utilmente le ricerche e le osservazioni come avevano gli inglesi nell’aureo ‘Manual of scientific Enquiry’ compilato da John Herschel. Il compianto amico mio, luogotenente Eugenio Pescetto, accolse con molto favore questo pensiero e mi esibì di tradurlo in atto nella ‘Rivista marittima’ che egli allora dirigeva. Io accettai volentieri l’offerta, ed ottenuto il concorso di alcuni competenti collaboratori, tracciai d’accordo con essi il programma dell’opera. (*)(1)




(*) (1) Espongo ora, ad uso di futuri ‘Climatologi’ accompagnati da valenti ‘Ecologisti’ taluni brevi compendi per lo studio dei ghiacciai, da questi approderemo ai futuri ‘carotaggi’ artici così preziosi per lo studio, oltre che dei ghiacciai stessi e il loro sviluppo nella fattispecie della geologia terrestre, anche per determinare la consistenza che questi offrono nei contenuti delle informazioni immagazzinate circa il clima del nostro pianeta.
Dacché ne possiamo dedurre che, pur taluni fattori ciclici oscillanti fra  ‘caos ed equilibrio’, altresì vero e certo che l’intervento umano dal secolo della presente opera sino ai nostri giorni, conserva rileva e rivela differenze e discrepanze nei valori misurati ed accertati se confrontati con l’odierni, tali da far  ipotizzare un certo quanto considerevole e pur certo ‘cambiamento climatico’ indotto dall’uomo sull’Ecosistema Natura dell’intero pianeta abitato.




Così quest’opera, se pur datata, appare preziosa nei suoi contenuti, giacché ravvisare uguali e medesime considerazioni ad uso di qual si voglia viaggiatore, è conforme alle nozioni apparentemente superate dell’Issel, in quanto medesime ‘istruzioni’ possono e debbono appartenere al nostro ‘bagaglio’ di retti e saggi ‘Esploratori’ così da poter valutare i cambiamenti, dal secolo ed anno del presente tomo sino ai giorni nostri. Non sono molti, solo poco più di cento, una inezia se confrontati con secoli e millenni in cui la Terra ha raggiunto, nei vari stati ‘critici’ ed alterni il suo equilibro, ma l’uomo, come già accennato da Yorick, essendo peggiore della bestia ha fatto sì che la nostra amata Terra abbia raggiunto, nel falso mito del ‘progresso’ (in cui si specchia) tutti quegli squilibri fin ora accertati, nei quali il clima ha modificato i suoi parametri. Nel quale la sostenibilità di un presunto equilibrio è messa in gioco da alterazioni climatiche estranee a fattori naturali dei quali il diligente Issel ci fornisce capacità luogo e misura… Ed inoltre, non per ultima, l’intera socialità di cui di seguito esamineremo più approfonditamente aspetti e temi psicologici quanto umani, i quali, pur nel progresso, regredita ad uno stato non conforme con la Natura Umana, e con essa, l’Anima che la sovrintende.




Quindi rielaborare e ripercorrere il progresso mi pare un obbligo morale, in quanto in questa sede non si vuole negare questa capacità la quale differenzia l’uomo dalla bestia da cui deriva, con il pericolo però… di essere peggio, o se non altro, di divenire peggio del suo antenato…
Di più non mi dilungo, ed ammiro, o meglio, compiango valori persi, principi andati dalla navicella cui, con il mio amico Andrée, precipiteremo verso il ghiaccio del progresso di una sconfitta, ma l’idealismo impone siffatto principio, siffatta dottrina, siffatto Spirito, e questo accompagnato dal ‘libero arbitrio’ inquisito, sicché nei futuri decenni e secoli a venire potremmo solo rivelare e rilevare la disfatta e con essa la fine del principio nominato vita… e con essa l’Anima-Mundi sconfitta…
Forse proprio questa l’Eresia…
E che Dio ci benedica…!




E’ noto che una gran parte della neve che copre le alte vette montuose si converte in ghiaccio e per mezzo dei ghiacciai scende per le valli o sui fianchi dei monti fino ad un livello assai più basso, ove cioè le condizioni climatologiche sono incompatibili colla permanenza del ghiaccio.
Lo studio dei ghiacciai attuali appartiene propriamente alla geografia fisica, tutta volta il geologo non deve ignorarne i fondamentali risultati per essere in grado di riconoscere le tracce lasciate in molte località da ghiacciai ora scomparsi e per farsi un giusto concetto della azione esercitata sulla terra dai fenomeni così detti glaciali.
La forma tipica del ghiacciaio, è quella di un fiume che scorre in una valle, seguendone le sinuosità, ora ampliandosi, ora restringendosi.
Le Alpi, i Pirenei, l’Imalaia ce ne offrono grandiosi esempi.




Risalendo un ghiacciaio, si osserva che ad una certa altezza non risulta più di ghiaccio, ma di neve più o meno stipata di struttura granulosa, poi, più in alto, questa diventa farinosa ed il ghiacciaio si confonde allora col ‘campo di neve’ che gli dà origine, il quale occupa generalmente un bacino più o meno circoscritto. Alla parte inferiore di esso sgorga ordinariamente un torrente dall’acqua torbida, bianchiccia, come lattiginosa, che suol essere assai più grosso d’estate che d’inverno.
Il ghiaccio del ghiacciaio è pieno di bolle e di fessure ed inoltre presenta dei crepacci trasversali e longitudinali che possono essere larghi parecchi metri e più o meno profondi. Nella regione inferiore dell’alto nevato ove questo confina col ghiacciaio ad alveo incassato si osserva d’ordinario un ‘crepaccio periferico’ più largo e profondo degli altri.
Il ghiacciaio sbarrando valli secondarie può dar origine a laghi o laghetti ed interrompendo il corso di un torrente può provocare la formazione di cadute d’acqua, cascate o cascatelle… Nelle regioni situate in prossimità dei poli, come la Groenlandia e lo Spitzberg, i ghiacciai scendono fino al livello del mare e quando questo è gelato depongono alla sua superficie i detriti loro…(*) (2)




















domenica 7 febbraio 2016

LETTERE (di fine ed inizio secolo) (5)






































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...Ed inizio secolo...(6/7)

Precedenti capitoli:

...Ovvero il progresso si guarda allo specchio (4/1)













 (Arles, attorno al 7 febbraio 1889)

Mio caro Theo, dal momento che il mio equilibrio mentale era assolutamente sconvolto, sarebbe stato vano tentare di scriverti per rispondere alla tua bella lettera… Proprio oggi sono tornato temporaneamente a casa, speriamo bene…
Pare che la gente di qui abbia una leggenda che la induce a temere la pittura (ed amare la volgarità più inetta…), ed in città abbiamo parlato di tutto questo. So che è lo stesso anche in Arabia, eppure abbiamo una quantità di pittori in Africa, no? Il che prova che con un po’ di fermezza si possono modificare simili pregiudizi o quantomeno che uno può dipingere.
Per sfortuna, però, io sono molto portato a lasciarmi suggestionare, a far mie le credenze altrui e a non prendermi sempre gioco del fondo di verità che può esserci nell’assurdo. Anche Gauguin, del resto, è così, come avrai potuto constatare tu stesso, e anche lui era oppresso al pari di me, durante la sua permanenza, da non so quale inquietudine.
Io, ormai, avendo soggiornato qui per oltre un anno, avendo sentito pressoché tutto il male possibile sulla mia persona, di Gauguin, della pittura in genere, perché non dovrei lasciare le cose come stanno, aspettando qui quel che succederà?
Forse che potrei finire in qualche posto peggiore di quello in cui sono già stato due volte, in cella d’isolamento?
Il vantaggio che ho qui è che – come direbbe Rivet – qui ‘sono tutti malati’, sicché perlomeno non mi sentirò solo.  Poi, come ben sai, a me piace moltissimo Arles, per quanto Gauguin abbia assolutamente ragione di definirla la più sporca città di tutto il sud.
Tanti saluti a Gauguin, spero che mi scriva, gli scriverò anch’io…(*)




(*) Il 26 febbraio, Salles scrive un’altra volta a Theo:
‘…il vostro povero fratello è di nuovo ricoverato all’ospedale. Come avrete senz’altro saputo da lui stesso, era tornato a casa da qualche giorno. E nondimeno, tutto nel suo comportamento e nei suoi discorsi, faceva temere che il miglioramento costatato fosse soltanto apparente. Questo timore manifestato da tutti s’è fin troppo tradotto in realtà. Una petizione firmata da una trentina di vicini segnala ora al signor Sindaco il disagio che comporta lasciare quest’uomo completamente libero, e adduce fatti a sostegno. Il commissario centrale, al quale il foglio è stato trasmesso, ha subito fatto portare vostro fratello all’ospedale con esplicita raccomandazione di non lasciarlo uscire’. 
Quella miserevole petizione afferma in effetti che il suddetto Vincent… ha da tempo e ripetutamente dato prova di non essere in possesso delle proprie facoltà mentali; e di lasciarsi andare ad eccessi nel bere dopo i quali si ritrova in uno stato di sovreccitazione tale che non sa più quel che fa e quel che dice…
Appare chiaro che per iniziativa di pochi individui senza scrupoli (i coniugi Crevelin, bottegai similmente senza scrupoli, altri inquilini della casa gialla, e l’amministratore…), i vicini si sono fatti montare la testa. La petizione dà luogo ad una parodia d’inchiesta; alcune deposizioni (cinque, due delle quali si limitano a confermare le altre tre) inconsistenti ma velenose false e calunniose vengono oculatamente raccolte e il commissario di polizia, manifestatamente sfavorevole a Vincent, il 3 marzo può esprimere il parere: ‘è il caso di ricoverare quest’alienato in un ospedale speciale ed i suoi beni messi all’asta giudiziari così che i suoi calunniatori ne possano godere frutti e privilegi’.
Soltanto l’opposizione di menti più aperte – il reverendo Salles, il dottor Rey – consentirà di evitare un ricovero d’ufficio.
Dal 22 febbraio, Vincent non ha più scritto.




Dopo la ‘fuga’ di Gauguin, dopo l’annuncio del prossimo matrimonio di Theo, il ripudio da parte dell’intero vicinato nonché del borgo abitato, esaspera la sua solitudine. Soltanto il 19 marzo, ricevendo una lettera del fratello, Vincent riprende la penna: ‘Mio caro fratello, m’è parso di intravedere nella tua bella lettera tanta fraterna angoscia rattenuta che mi sembra mio dovere rompere il silenzio. Ti scrivo in pieno possesso delle mie facoltà mentali e non come un pazzo ma da quel fratello che conosci. Ecco la verità. Un certo numero di persone di qui hanno inviato al sindaco una petizione (c’erano più di 80 firme) indicandomi come un individuo indegno di vivere in libertà o qualcosa del genere. Il commissario di polizia o il commissario centrale ha allora dato ordine di ricoverarmi di nuovo. Mi hanno privato anche di alcune delle mie tele…
Sta di fatto che da giorni sono sotto chiave e chiavistelli e guardiani in isolamento, senza che la mia responsabilità sia provata o perlomeno provabile. Va da sé che nel mio intimo ho molto da ridire su tutto questo. Va da sé che non riesco ad arrabbiarmi e che in un caso simile, se chiedessi scusa, sarebbe come autoaccusarmi. Volevo solo avvertirti, riguardo alla mia liberazione, che in primo luogo io non te la chiedo, perché sono convinto che tutta l’accusa sarà ridotta a niente. Voglio solo dire che troveresti difficile liberarmi. Se non tenessi a bada la mia indignazione, sarei giudicato immediatamente pazzo furioso. Aspettiamo con pazienza; del resto, le emozioni forti possono soltanto far peggiorare il mio stato. Ecco perché ti invito con la presente a lasciar perdere, a non metterti in mezzo. Devi renderti conto che la ragione con questa gente non può nulla…
A maggior ragione perché capirai che io, pur essendo assolutamente calmo al momento, posso facilmente ricadere in stato di esaltazione in seguito a nuove emozioni morali. Ora pui ben capire quale colpo sia stato per me rendermi conto che c’erano qui delle persone tanto vili da mettersi in così gran numero contro un solo individuo e per di più malato…’.


















mercoledì 3 febbraio 2016

'PASSAGGI' all'età del progresso (ovvero il progresso si guarda allo specchio) (3)












































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Dire qualcosa sull’aspetto metodologico della stesura stessa: quando si attende ad un lavoro, tutto ciò a cui si sta pensando deve ad ogni costo esservi incorporato. Sia che in ciò si manifesti l’intensità del lavoro, sia che i pensieri portino in sé al principio un ‘telos’ ad esso rivolto.
Questo vale anche per il caso presente, in cui si devono caratterizzare e custodire gli intervalli della riflessione, le distanze tra le parti più essenziali di questo lavoro, rivolte con estrema intensità verso l’esterno. Bonificare territori su cui è cresciuta finora solo la follia. Penetrarvi con l’ascia affilata della ragione, e senza guardare né a destra né a sinistra, per non cadere preda dell’orrore che adesca dal fondo della foresta. Ogni terreno ha dovuto, una volta,  essere dissodato dalla ragione, ripulito dalla sterpaglia della follia e del mito.
E’ quanto occorre qui fare per il XIX secolo.




Questo scritto sui ‘passages’ parigini, è stato cominciato sotto un cielo libero, di un azzurro senza nubi, che si inarcava sopra le pareti ornate di foglie, e tuttavia è stato coperto dalla polvere dei secoli dai milioni di fogli, tra i quali stormivano la fresca brezza della solerzia, il respiro affannoso del ricercatore, l’impeto dello zelo giovanile, il lento venticello della curiosità. Poiché il cielo dipinto nei colori dell’estate, che si affaccia dalle arcate nella sala di lettura della Biblioteca nazionale di Parigi, vi ha steso sopra il suo manto sognante ed opaco. 




Il ‘pathos’ di questo lavoro: non ci sono epoche di decadenza. Un tentativo di guardare al secolo XIX in modo affatto positivo, così come nel lavoro sul dramma barocco mi sono sforzato di vedere il XVII. Nessuna fede in epoche di decadenza.
Similmente (fuori dai suoi confini) per me è bella ogni città ed è inaccettabile ogni discorso sul maggiore o minore valore di una lingua.




“Sui gradini spazzati dal vento della torre Eiffel e più ancora sulle zampe d’acciaio di un ‘pont transbordeur’ ci si imbatte nell’esperienza estetica fondamentale dell’architettura odierna: attraverso l’esile rete di ferro tesa nell’aria scorrono le cose, le navi, le case, i piloni, il porto, il paesaggio.
Esse perdono la loro figura ben delimitata: discendendo ruotano l’una nell’altra, confondendosi simultaneamente”.
Giedion, ‘Bauen in Frankreich’ (p. 7). Similmente lo storico oggi ha da erigere una sottile, ma solida struttura – una struttura filosofica – per catturare nella sua rete gli aspetti più attuali del passato. Ma come le grandiose visioni offerte dalle nuove architetture in ferro della città – vedi anche Giedion – rimasero a lungo privilegio esclusivo degli operai e degli ingegneri, così anche il filosofo, che vuole conquistare qui le prime visioni, deve essere un lavoratore indipendente, libero da vertigini e, se necessario, solo.
(W. Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo)




Facevano pena, nella loro lampante impotenza.
Più d’ogni altra cosa, avevano poi il sacro terrore di tutti coloro che indossavano una divisa e ogni volta che scorgevano un poliziotto attraversavano di fretta la strada e se la svignavano.
Per tutto il primo giorno, si trascinarono di qua e di là, nel mezzo d’una assordante confusione, totalmente sperduti; e finalmente verso sera, un agente li trovò che se ne stavano rannicchiati sotto un androne e riuscì a condurli alla più vicina stazione di polizia.
Il mattino seguente, si trovò un interprete e la famigliola fu presa e caricata su un tram elettrico, e le venne insegnata una nuova parola: ‘Macelli’. La gioia che provarono nell'apprendere che sarebbero usciti da questa nuova avventura senza separarsi da un altro po’ del gruzzolo prezioso, è indescrivibile. Si sedettero e guardarono fuori dal finestrino. Viaggiavano lungo una strada che sembrava correre senza fine, chilometro dopo chilometro  cinquantadue in tutto, ma non potevano saperlo  fiancheggiata da due file ininterrotte di misere e cadenti costruzioni in legno, a due piani.
 Gli scorci che potevano intravedere giù per le viuzze laterali erano sempre gli stessi: mai una collina, mai un declivio, sempre una distesa di casupole di legno, brutte e sudice. Qua e là, un ponte su un fiumiciattolo limaccioso, dalle sponde di fango indurito costellate di banchine e capannoni cadenti; qua e là, un paesaggio a livello, con ragnatele di scambi e locomotive sbuffanti e lunghe teorie di sferraglianti treni merci. Poi qualche grossa fabbrica, squallidi edifici punteggiati di innumerevoli finestre, con le ciminiere che vomitavano turgide spire di fumo che annerivano il cielo in alto e si depositavano sudice sulla terra in basso.




Ma, dopo ciascuna di queste interruzioni, la desolata processione di tetre casupole ricominciava da capo. Un’ora buona prima di entrare in città, i lituani cominciarono ad avvertire singolari cambiamenti nell’atmosfera che li circondava: l'oscurità sembrò farsi più fitta, più densa, e l'erba intorno sempre meno verde, meno lucida. Con il passar del tempo, mentre il tram elettrico procedeva a tutta velocità, era come se i colori delle cose s’andassero offuscando: i campi si facevano aridi e giallastri, il paesaggio cupo e spoglio. E, insieme al fumo che diveniva più denso, cominciarono a percepire un'altra caratteristica, un odore strano e pungente: non riuscivano a dire se era sgradevole o meno, qualcuno forse l’avrebbe definito
rivoltante, ma i loro gusti in fatto di odori non erano raffinati e quel  che sapevano per certo era che si trattava d’un odore curioso.
Adesso seduti in quel tram elettrico, si resero conto d’esser sul punto di giungere alla fonte di quell’odore..d'esser anzi venuti dalla lontana Lituania per trovarlo. Non era più un qualcosa di vago e distante, adesso che t’arriva a folate; adesso potevi letteralmente assaggiarlo, oltre che annusarlo, quasi afferralo, esaminarlo a tuo piacere, voltandolo e rivoltandolo. Le rispettive opinioni variavano al riguardo: c’era chi lo percepiva come un odore elementare, nudo e crudo; per un altro era ricco, quasi rancido, o sensuale e acuto; altri ancora lo inalavano quasi   fosse una sostanza inebriante; e alcuni affondavano disgustati il volto nel fazzoletto.




I nuovi arrivati erano ancora intenti ad assaggiarlo, perduti nel loro stupore, quando di colpo la vettura s’arrestò, dal di fuori la porta fu spalancata, e una voce gridò: ‘Macelli!!’. Scesero e si fermarono all’angolo, abbandonati a sé, lo sguardo fisso. Giù dalla via laterale potevano scorgere due lunghe teorie di costruzioni in mattoni e in fondo, racchiuse tra quelle due file d’edifici, una mezza dozzina di ciminiere svettanti, alte come la costruzione più alta, che sembravano trafiggere il cielo. Da esse si levavano altrettante colonne di fumo spesso, oleoso, nero come le tenebre della notte, un fumo che sembrava emergere dal cuore della terra dove divampavano senza posa i fuochi eterni.
Si rovesciava fuori dalla bocca delle ciminiere come premuto da una forza interiore, spingendo innanzi ogni cosa, un’esplosione senza fine, inarrestabile. Sostavi ad osservarlo nella convinzione che ad un certo punto dovesse pur fermarsi, e invece quelle dense volute gigantesche non cessavano di riversarsi nel cielo, stendendosi in vaste nubi di sopra delle ciminiere, arricciandosi e turbando lente, e infine fondendosi in un unico fiume smisurato che oscurava il cielo con un nero drappo funebre che si stendeva fin dove riusciva a spingersi lo sguardo.




La loro casa!
La loro casa!  
L’avevano persa!
Dolore, disperazione, rabbia lo travolsero…
Che cos’era, di fronte a questa spietata, straziante realtà, qualunque timore nutrito in carcere?
Di fronte alla vista di gente sconosciuta che viveva nella sua casa, che appendeva le proprie tendine alle sue finestre, che lo squadrava con occhi ostili?
Era mostruoso, era incredibile…
Non potevano farlo…
Non poteva esser vero!
Se pensava a quel che aveva passato per quella casa… le miserie che tutti avevano sofferto per quella casa il prezzo che avevano pagato pur di averla!
Gli tornò alla mente il ricordo di tutta la lunga agonia.
I sacrifici, quei trecento dollari che erano riusciti a mettere insieme, tutto quel che avevano al mondo, tutto quello che li separava dalla morte per inedia! E poi la fatica quotidiana, mese dopo mese, per racimolare i dodici dollari, oltre gli interessi, e poi le tasse e le altre spese e le riparazioni e che altro!
CI AVEVANO MESSO L’ANIMA per pagarsi quella casa, l’avevano pagata con il loro sudore, con le loro lacrime... Di più, il loro sangue.




Dede Antanas era morto in quella lotta per metter da parte il denaro… Sarebbe stato ancora vivo e arzillo, oggi se non fosse dovuto andare a lavorare nei bui sotterranei della Durham, per guadagnare la sua parte. E Ona, anche lei aveva dato salute ed energie per pagare la casa… E ora, era a pezzi, distrutta; e lui pure, che non più di tre anni fa era un giovane grande e grosso e ora se ne stava seduto lì, tremante, spezzato nel morale, vinto, a piangere come un bimbo isterico. Ah, avevano gettato tutti se stessi, nella lotta; e avevano perso, avevano perso! Tutto quel che avevano sborsato, era andato in fumo, centesimo dopo centesimo. Anche la casa era andata in fumo: erano tornati al punto di partenza, di nuovo per strada a morir di fame e di gelo! Ora, Jurgis riusciva a vedere tutta la verità; poteva vedersi, attraverso quella lunga sequenza d’avvenimenti, vittima d’avvoltoi famelici che s’erano gettati su di lui, strappandogli quanto aveva di vitale, divorandolo; di demoni che non gli avevano dato tregua, che l’avevano torturato senza perder l’occasione di deriderlo, di sghignazzarli in faccia. 
Ah, Dio, l’orrore di quella storia, la mostruosa, l’orrenda, la demoniaca perversione di tutto quanto!




Lui e la sua famiglia, donne e bambini indifesi, che lottavano per sopravvivere, ignorati, abbandonati a sé, sperduti, e intorno, quei nemici in agguato, pronti a balzar loro addosso, che li incalzavano da presso assetati del loro sangue! Quel primo maledetto volantino pieno di falsità! Quel maledetto agente immobiliare, untuoso e mielato! E poi la trappola delle spese extra, degli interessi, di tutti quei contributi che non avevano alcuna possibilità di versare, che nemmeno si sarebbero provati a pagare! E gli imbrogli degli industriali conservatori, loro padroni e loro tiranni… Le serrate e la mancanza di lavoro, gli orari irregolari, gli spietati aumenti di produttività, il taglio dei salari, il rialzo dei prezzi! E la crudeltà della natura intorno, il caldo e il freddo, la pioggia e la neve; la spietatezza della città, del paese in cui erano andati a vivere, delle sue leggi e delle sue convenzioni che non riuscivano a comprendere! Tutte queste cose avevano congiurato insieme contro di loro e a favore della compagnia, che li aveva segnati come proprie prede e aspettava solo l’occasione buona per colpirli. E adesso, con quell’ultima ingiustizia, l’occasione era giunta – armi e bagaglio – erano stati buttati fuori, la casa era stata loro tolta e rivenduta come nuova!
E non potevano farci nulla legati com’erano mani e piedi…
(U. Sinclair, La giungla)

(Prosegue...)