CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 7 febbraio 2016

LETTERE (di fine ed inizio secolo) (5)






































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 (Arles, attorno al 7 febbraio 1889)

Mio caro Theo, dal momento che il mio equilibrio mentale era assolutamente sconvolto, sarebbe stato vano tentare di scriverti per rispondere alla tua bella lettera… Proprio oggi sono tornato temporaneamente a casa, speriamo bene…
Pare che la gente di qui abbia una leggenda che la induce a temere la pittura (ed amare la volgarità più inetta…), ed in città abbiamo parlato di tutto questo. So che è lo stesso anche in Arabia, eppure abbiamo una quantità di pittori in Africa, no? Il che prova che con un po’ di fermezza si possono modificare simili pregiudizi o quantomeno che uno può dipingere.
Per sfortuna, però, io sono molto portato a lasciarmi suggestionare, a far mie le credenze altrui e a non prendermi sempre gioco del fondo di verità che può esserci nell’assurdo. Anche Gauguin, del resto, è così, come avrai potuto constatare tu stesso, e anche lui era oppresso al pari di me, durante la sua permanenza, da non so quale inquietudine.
Io, ormai, avendo soggiornato qui per oltre un anno, avendo sentito pressoché tutto il male possibile sulla mia persona, di Gauguin, della pittura in genere, perché non dovrei lasciare le cose come stanno, aspettando qui quel che succederà?
Forse che potrei finire in qualche posto peggiore di quello in cui sono già stato due volte, in cella d’isolamento?
Il vantaggio che ho qui è che – come direbbe Rivet – qui ‘sono tutti malati’, sicché perlomeno non mi sentirò solo.  Poi, come ben sai, a me piace moltissimo Arles, per quanto Gauguin abbia assolutamente ragione di definirla la più sporca città di tutto il sud.
Tanti saluti a Gauguin, spero che mi scriva, gli scriverò anch’io…(*)




(*) Il 26 febbraio, Salles scrive un’altra volta a Theo:
‘…il vostro povero fratello è di nuovo ricoverato all’ospedale. Come avrete senz’altro saputo da lui stesso, era tornato a casa da qualche giorno. E nondimeno, tutto nel suo comportamento e nei suoi discorsi, faceva temere che il miglioramento costatato fosse soltanto apparente. Questo timore manifestato da tutti s’è fin troppo tradotto in realtà. Una petizione firmata da una trentina di vicini segnala ora al signor Sindaco il disagio che comporta lasciare quest’uomo completamente libero, e adduce fatti a sostegno. Il commissario centrale, al quale il foglio è stato trasmesso, ha subito fatto portare vostro fratello all’ospedale con esplicita raccomandazione di non lasciarlo uscire’. 
Quella miserevole petizione afferma in effetti che il suddetto Vincent… ha da tempo e ripetutamente dato prova di non essere in possesso delle proprie facoltà mentali; e di lasciarsi andare ad eccessi nel bere dopo i quali si ritrova in uno stato di sovreccitazione tale che non sa più quel che fa e quel che dice…
Appare chiaro che per iniziativa di pochi individui senza scrupoli (i coniugi Crevelin, bottegai similmente senza scrupoli, altri inquilini della casa gialla, e l’amministratore…), i vicini si sono fatti montare la testa. La petizione dà luogo ad una parodia d’inchiesta; alcune deposizioni (cinque, due delle quali si limitano a confermare le altre tre) inconsistenti ma velenose false e calunniose vengono oculatamente raccolte e il commissario di polizia, manifestatamente sfavorevole a Vincent, il 3 marzo può esprimere il parere: ‘è il caso di ricoverare quest’alienato in un ospedale speciale ed i suoi beni messi all’asta giudiziari così che i suoi calunniatori ne possano godere frutti e privilegi’.
Soltanto l’opposizione di menti più aperte – il reverendo Salles, il dottor Rey – consentirà di evitare un ricovero d’ufficio.
Dal 22 febbraio, Vincent non ha più scritto.




Dopo la ‘fuga’ di Gauguin, dopo l’annuncio del prossimo matrimonio di Theo, il ripudio da parte dell’intero vicinato nonché del borgo abitato, esaspera la sua solitudine. Soltanto il 19 marzo, ricevendo una lettera del fratello, Vincent riprende la penna: ‘Mio caro fratello, m’è parso di intravedere nella tua bella lettera tanta fraterna angoscia rattenuta che mi sembra mio dovere rompere il silenzio. Ti scrivo in pieno possesso delle mie facoltà mentali e non come un pazzo ma da quel fratello che conosci. Ecco la verità. Un certo numero di persone di qui hanno inviato al sindaco una petizione (c’erano più di 80 firme) indicandomi come un individuo indegno di vivere in libertà o qualcosa del genere. Il commissario di polizia o il commissario centrale ha allora dato ordine di ricoverarmi di nuovo. Mi hanno privato anche di alcune delle mie tele…
Sta di fatto che da giorni sono sotto chiave e chiavistelli e guardiani in isolamento, senza che la mia responsabilità sia provata o perlomeno provabile. Va da sé che nel mio intimo ho molto da ridire su tutto questo. Va da sé che non riesco ad arrabbiarmi e che in un caso simile, se chiedessi scusa, sarebbe come autoaccusarmi. Volevo solo avvertirti, riguardo alla mia liberazione, che in primo luogo io non te la chiedo, perché sono convinto che tutta l’accusa sarà ridotta a niente. Voglio solo dire che troveresti difficile liberarmi. Se non tenessi a bada la mia indignazione, sarei giudicato immediatamente pazzo furioso. Aspettiamo con pazienza; del resto, le emozioni forti possono soltanto far peggiorare il mio stato. Ecco perché ti invito con la presente a lasciar perdere, a non metterti in mezzo. Devi renderti conto che la ragione con questa gente non può nulla…
A maggior ragione perché capirai che io, pur essendo assolutamente calmo al momento, posso facilmente ricadere in stato di esaltazione in seguito a nuove emozioni morali. Ora pui ben capire quale colpo sia stato per me rendermi conto che c’erano qui delle persone tanto vili da mettersi in così gran numero contro un solo individuo e per di più malato…’.


















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