giuliano

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IL TOMO

giovedì 18 febbraio 2021

GLI ORRORI DELLE TENEBRE DEL (loro) PROGRESSO (12)

 










Precedenti capitoli:


Circa i Viaggi dell'Anima...









Il presente Post dedicato al...


conduttore di cani Alexander Klotz 



Prosegue ancora...:












Volare o Nuotare? [dedicato ad A. Naess] (13)


& Intuisci un falso creatore... (14/5)








Ma la cosa che mi duole ancor di più circa il promettente autore esposto ai nuovi (e)venti della indubbia sua ed altrui capacità immaginativa incaricata alla matita o alla china non meno del pennello, difetti della dovuta necessaria reale prospettiva, andando a prefigurare commenti circa noti artisti del passato ampiamente fraintesi, e con loro tutta l’Arte dagli stessi interpretata e nei Secoli rappresentata.

 

Simmetricamente come avviene nell’odierno ove un improvvisato ecologo - o presunto tale - incaricato dallo Stato, quindi in paradossale condizione posto - proveniente da Marte o da qualsiasi altro ‘pianeta’ ove impera un certo tipo di falso ideale scritto ed inciso con la propria moneta in nome del progresso, legifera circa la più alta ispirazione e principio di vita d’una antica Filosofia disgiunta altresì dalla materia che premette il vasto terreno culturale abdicato all’Ecosofia.




La strada o il Sentiero lungo ed impegnativo!

 

Noi scorgiamo un marziano e non certo un ‘filosofo-ecologo’ dato dalla ‘summa’ del progresso, anche fosse dotato dei più sofisticati ‘ingegni’ mossi da complessi artificiosi apparati per scorgere il male seminato, per poi  dopo, con estremo paradossale impegno rimosso per conto del nuovo Ambiente dato; di cui non certo ispirato semmai subordinato ad una più elevata politica economica - dicono scritta nella comune ‘difesa’ - dove un Impero promuove la propria - o meglio - comanda l’altrui come la propria agenda politica incisa e quotata in medesima ‘borsa’.

 

Se prima l’Ambiente veniva depredato, ora quotato in ‘borsa’ ove una emergente ‘economia verde’ si incarica in breve tempo di rimediare al male arrecato, sappiamo bene che protratto in un lasso di tempo sproporzionato di cui l’umano ha tratto e trae beneficio per ciò cui nominato impropriamente ‘valore dell’esistenza’, e di cui l’intervento per la necessaria dovuta sussistenza crea un costante irreparabile danno non certo disgiunto dal calcolato valore economico - e paradossalmente - finanziare se medesimo: danno & beneficio!




 Al contrario di Madre Natura la quale impiega molto di più per ciò che comporta una irreversibile mutazione con la quale Gaia impone un proprio ‘adattamento’ entro e scritto nei propri codici genetici - adattati mutati - e poi disposti secondo il vero ordine sottratto alla stessa medesima Natura.

 

Ovvero Gaia tende - e per sempre tenderà - ad adattarsi per poi disporsi secondo le regole (non più quelle d’una determinata Spirale con cui possiamo leggerne l’universale codice genetico, la propria impronta, la propria moneta, ma un avversa spirale contraria alla vita) con cui nata ed evoluta ‘inversamente proporzionali’ ai mutati Tempi dell’uomo il quale - non va mai dimenticato - numera e fa’ di conto nell’ultimo Secondo da quando da Lei nato.




 Tempi e regole, ci suggeriscono che al meglio si è creata e si crea la perfezione dall’imperfezione, dopodiché sono giunti i mutati tempi evoluti dell’umano e il suo Dio. Non più il Dio della Natura! E nella graduale evoluzione, non certo in nome e per conto del progresso, regredito l’intero Ecosistema nella perfezione data all’umano ingegno in circa duecento anni di breve frammentata alterna Storia. Da ciò riconosciamo la ‘bestemmia’, da ciò indichiamo il ‘male’ della materia; da ciò riconosciamo la falsità della stessa conoscenza e nuova scienza.

 

Regole della Natura scritte nella complessa reciproca semplicità dell’Ecosistema in cui ogni Elemento evoluto, per siffatto fine ha impiegato milioni e migliaia di anni che nel contarli se ne perderebbe il conto, ovvero i tempi necessari lunghi e monitorati dall’umano, posti nella presunta propria incostante opera e letti nell’ultimo Secondo del traguardo nella dedotta superiorità d’un neonato che ancor stenta nel far di conto, oltre prendere coscienza circa la propria povertà e non certo ricchezza di mondo…




Il neonato deve prendere coscienza delle dovute proporzioni armoniche dell’intero Universo ove nato, ed anche  se applaudito quale grande economo provvisto di ‘oculo’ in nome e per conto della scienza, è un piccolo insignificante minuscolo ‘pupo’ in confronto al Dio che su tal gradino gli ha riconosciuto l’onore della parola…

 

Il neonato non sa neppure bene far di conto, e ciò  vuol dire che se non si mantengono logiche a lunga durata i danni anche nei presunti benefici ottenuti incalcolabili.

 

L’uomo può certamente qualcosa scritto soprattutto nella volontà di non arrecare danno, ma se ciò subisce delle incostanti variabili dettate dalla politica e non più da una superiore Dottrina dettata dalla più alta e compiuta Filosofia, si rischia di far più danno di pria…



Solo con l’ausilio di una ottima formazione sociale scritta nell’ideale come valore imposto e certo non aggiunto, si possono sperare nei traguardi, e non più in un principio politico dettato da una agenda dato dai pochi anni della sua ed altrui dottrina, con il rischio di vederla sovvertita ad ogni cambio di guardia.

 

E l’agenda sottratta in medesimo ugual Secondo da noti oscuri mandanti del beneficio politico assommato all’economico!

 

Allora il terreno da seminare oltre che nella dovuta presa di coscienza dell’inquinamento dato dall’uomo, anche dalla capacità - ovvero - di prenderne dovuta consapevolezza e coscienza nella propria pericolosità per se quanto per il prossimo.

 

Purtroppo un certo progresso scritto nel valore non disgiunto dell’economia ci insegna questo, con l’aggravante della politica!




 Ciò cui necessita l’uomo oltre del progresso quotato in borsa di riappropriarsi del proprio cervello, ovvero come disse un ottimo poeta mentre si trovava in un ballo in maschera, restituitemi la mia capacità d’intendere e volere consegnato alle vostre luride sporche mani!    

 

I poeti hanno sempre visto molto più in là degli economisti!

 

Ed a loro ma solo a loro portiamo rispetto, a voi uomini del momentaneo progresso riconosciamo l’onore d’esser cacciati o peggio insultati dai vostri maestri e mestieranti! Questo ci dona forza e secolar Ragione!




Possiamo sostenere che molto spesso - o quasi sempre - come sappiamo dagli èvi trascorsi ed immutati non meno degli odierni, circa grandi ‘artisti’ (nella totalità che tal ‘insieme’ intende e sottintende) della ‘cultura data ad intendere’ congiunti ai ‘sacerdoti’ dispensatori del vasto cerimoniale per ciò cui intendono medesima ‘cultura’ sempre disgiunta fra l’essere e l’apparire regna l’Abisso; giacché riconosciamo (o meglio ‘constatiamo’) altrettanto chiaramente nell’esperienza d’ogni giorno l’immutabilità della Storia - e con lei l’inganno dedotto - osservando i costumi di scena indossati imporre un ampio margine d’effetto nel nuovo palcoscenico allestito.

 

In verità e per il vero, fra la parola adottata e distribuita qual antico cerimoniale di corte e la realtà corre un abisso di strofe note falsità e profitto; fra l’ingorda volontà di ricchezza mascherata con l’antica dottrina economico-politica, e la dismessa e umile opera dottrinale unita all’ideale intercorre elevata Cima inviolata in nome e per conto d’un Dio, da porre al più basso servigio del conquistatore di turno.




L’Opera di un Dio mai si piegherà all’ideale ciarlato al servizio del dio denaro il quale ha tratto profitto e beneficio da ogni guerra…

 

Fra la ‘scelta’ e ciò di cui la rigorosa ‘sceneggiatura’ in merito al consenso, regna la farsa recitata; fra la volontà di mantenere l’inalterato e il sacrificio del cambiamento, regna il consenso del raggiro economico; fra l’educazione e la pedagogia imposta per ogni futuro essere cogitante formato da una presunta scuola e la Filosofia dello Spirito, regna altrettanto abisso.

 

E se pur i migliori propositi arricchiti con altrettante belle promesse e parole, la genetica cui rivolti immune da siffatte pretese, la realtà che scorgiamo non certo affine ad un proposito e nuovo intento in cui il sacrificio dell’Ecologia demandato da una presunta Economia,  realizzabile, giacché i due termini opposti e inconiugabili, è come unire il fuoco all’acqua, e solo nel formare l’essere cogitante sarà possibile una determinante realtà e concreta scelta fra l’Essere e L’avere.   




Chi al meglio si adegua facendo il dovuto inchino,  prestandosi servizievole e capace nell’ostentata capacità del dono della parola offerta affine all’immutata civiltà immobile e ferma seppur apparentemente volta al progresso; dalla ‘servitù’ intera sarà promosso cavaliere, pur se un buon onesto ciarlatano, dal Primo fino all’ultimo cameriere o valletto sarà protetto e riverito, sino allo Stato finale della cella ove, come ebbe ad intendere il povero e per sempre tradito Mazzini, potrà scrivere le proprie lettere ed ottenere giusto ricovero oltre le dogane del Regno; ogni Ospitaliere accerterà, solo dopo aver letto e custodito le preziose reliquie incise con l’oro, le condizioni del recluso non men del falso esiliato.

 

Ma lo stato deve fondare lavoro e moneta allora ben venga l’inappellabile sterco con cui assieme all’allevatore concimano il vasto orto, alla fine come ogni politico intende la propria moneta, divideranno equamente il seminato nomineranno un geometra, e come Pitagora il filosofo ivi seppellito, costruiranno la propria villa…




 Oro il quale in codesto processo alchemico duplica e moltiplica se medesimo in nome di Lucifero!

 

Che il futuro Mago impari le doti segrete dei veri onesti Maestri - revisori contabili - circa il cerimoniale dei segreti riti offerti non meno dell’alchemico linguaggio adottato, Madre Natura non lo intende ed intenderà mai, sia chiaro!

 

Lei composta da Elementi semplici ed impareggiabili i quali per sempre hanno creato ed evoluto, con la forza modellato e imposto il proprio indiscusso dominio, anche quando gridano ‘Mamma’ alle prese con il pestifero gorilla di turno incaricato in ugual Genesi o vasto Giardino zoologico sfuggito ad ogni sollecito controllo!

 

Negli intervalli, infatti, da dietro un cespuglio per ciò cui contraccambiati gridano aiuto nominando e pregando la numerata mamma o madonna d’ognuno!

 

(Il curato(Re) non ancor del tutto ‘curato’)








lunedì 15 febbraio 2021

I VIAGGI DELL'ANIMA (9)

 























Precedenti capitoli:


Dell'orrore (6/8)


Prosegue...:


nell'Orrore (scritti & meditati) (10)


& con l'Ode al Progresso, nella Legge uguale per tutti,


ovvero dall'orrore allo stile... 








Osservando distrattamente talune immagini di un Secolo precedente attraverso la capacità creativa e interpretativa dell’artista, un più che valido artista ‘asservito’ ad un principio rivoluzionario affine al nascente progresso del Secolo, medito alcune paradossali condizioni in cui poste le pur valide ‘icone’ ornare altrettanti nuovi e rivoluzionari ‘libri e messali miniati’, quando cioè il progresso costruisce la propria improrogabile inarrestabile curva e ascesa, o viceversa, discesa, dipende molto dall’angolazione e dovuta prospettiva come costruito e inserito nella cornice della Storia per ornarne il vasto Museo di cui l’uomo artefice e dominatore indiscusso; giacché in possesso della presunta Ragione che lo distingue da Madre Natura, e quindi così dicono, oltre il dono della parola scritta incisa e dialogata, la quale lo eleva - o dovrebbe - al di sopra della stessa, ed ancora, al di sopra da chi ne è sprovvisto per una presunta ‘povertà di mondo’ o ‘carenza di ricchezza’, dimenticando quasi sempre donde proviene la stessa ricchezza oltre l’evoluzione all’ultimo Secondo della crosta terrena ove nata…




 Le immagini scorte, dicevo, del valido artista difettano purtroppo della dovuta interpretazione (circa l’icona colta in ugual prospettiva) nel contesto in cui poste affine all’arte e alla bellezza. Giacché i concetti di bellezza ed armonia - una nota una strofa - sul medesimo spartito nella Grande Sinfonia nascono nella contemplazione dei tanti quadri di Madre Natura ove ogni Anima da Lei ispirata si specchia meditando sé stessa…

 

… Anima Arte Ragione e Intelletto nei vari gradi posti dalla poesia alla pittura si sono sempre ispirati al Dio della Natura, e se ricordo bene anche il noto genio di Leonardo ne scrisse in proposito facendo il dovuto distinguo delle varie Arti del suo Tempo. Infatti il suo genio spaziava dalla meccanica sino alla pittura, compresa l’arte della scrittura, si lamentava spesso di non essere sufficientemente preparato nella lingua che contraddistingueva dotti e saccenti del suo tempo, cioè il latino, pur palesando ottimi scritti…




 Ma Leonardo - si badi bene - oltre ad essere un indiscusso uomo di genio che spaziava in tutte le discipline, non dimenticò mai la propria musa, cioè Madre Natura, ed a Lei come prima di lui Archita si rivolgeva per ogni buona opera, non era certo disgiunto dalla stessa, e non certo voleva apportare il proprio dominio su chi al meglio lo ispira… Dal volo sino ai fluenti moti delle acque… e da Lei imparare…

 

Il concetto di Natura un legame imprescindibile per ogni artista, quando non si doveva ‘curarla’ per ‘lo grande male arrecato’ ma solo accudirla giacché in Lei regna ed impera ogni forma di rimedio e sussistenza; ed anche se le lotte dell’uomo oltre con se stesso, comportavano una indiscussa costante lotta con l’indomita forza che da Lei proviene, comprese carestie e pestilenze, non si pensò mai di recidere tale cordone ombelicale per ogni ispirazione che pur nel beneficio deriva…




Una sudditanza unita e mai disgiunta da una vigile attenta obbedienza da ciò da cui nato… Questo il patto segreto e araldo su cui incisa la moneta dall’uomo per secoli coniata, tanti troppi che nel contarli si perderebbe il principio del conto stabilito per porre metro di misura disgiunto all’ultimo gradino o secondo dalla nuova moneta ottenuta; e se anche successivamente alla caduta dell’impero romano, come ricorda Le Goff,  la moneta ebbe a rimarcare i dismessi confini del baratto, ristabilendo l’ordine nel secolare commercio per imporre il nascente dominio delle banche, il metallo ove coniata non certo disgiunto dall’araldo e pietra su cui incisa la fortuna derivata…




L’Ecologia - o meglio la dovuta necessaria presa di antica coscienza nella futura prospettiva filosofica - nasce per l’appunto dalle improprie e non affini  manifestazioni del ‘mutato’, quando ci si accorse che la nuova Rivoluzione, e non più Arte (‘coltivata entro un mestiere’) andava a definire e consolidare contesti sociali entro precisi e globali ecosistemi con irreparabili fratture oltre quelli naturali, radicalmente cambiati; ed ove il malessere terreno della stessa rivoluzione non risolveva la servile condizione umana di un interminabile medioevo protratto nella storia, ma spalancava le porte verso una nuova e più feroce asservimento alla deriva d’una morta materia. Peggiore di quanto la stessa rivoluzione abbia frainteso nella propria feroce miopia storica sociale ed economica adattandola, e questo ancor peggio, agli impropri schemi della nascente nuova teoria evoluzionistica.




Da qui l’Economia sovvertire e corrompere ogni Spirito dai presunti benefici che da tal rivoluzione derivano o dovrebbero, e in maniera graduale andarono a stabilire un nuovo ordine terreno. L’Economia diviene il principio indiscusso ove fondare, oltre la moneta, anche ogni presupposto di ‘presunta’ ricchezza; non si riconoscono più i valori d’un tempo, ma in maniera graduale furono, come sempre succede, sostituiti dai nuovi con cui accompagnare  altrettanti miti. Da bisogni più o meno reali. Da necessità o lussi più o meno appaganti in nome della materiale ricchezza. Da nuove esigenze aliene all’uomo innestate e ben coltivate. Ed infine al Cielo del vasto panteon dello Spirito furono concesse stelle e luci di nuove dèi interpretare la mala o cattiva sorte terrena. Il quadro divenne sempre più nitido, la pittura abdicò il passo alla lastra fotografica, la nobile arte del dramma e scrittura abdicarono il vasto palcoscenico alla  sceneggiatura interpretata per ogni scatola o grande schermo parlante, gli adepti imitano i nuovi miti, sognano come loro e profetizzano un miracolo oracolare con cui meglio interpretare o soffocare il dramma terreno. La Natura e non solo quella umana viene proiettata ed ammirata ancor più nitida e bella di come un tempo pregata!   




L’uomo perde progressivamente coscienza circa se medesimo peraltro convinto del contrario, ma anche, come bene ricorda Guenon, la reale consapevolezza circa la sua ed altrui Natura connessa con la propria esistenza; va così a costruire e prefigurare un dominio e una civiltà disgiunti dai principi regolatori pilastri del suo quanto il mondo donde deriva, compresi tutti quelli che per sempre, se pur discutibili, lo avevano contraddistinto nel bene o nel male, affini alla secolare genetica storica donde proviene una rimossa coscienza scritta nel fato come la magia per leggere ogni evento rivolto al moto d’un mito qual elemento per sempre congiunto e mai sia detto disgiunto…




Tale Sogno verrà reciso appellandosi in nome del nuovo uomo nato da chi lo aveva - in verità e per il vero - crocefisso. Dottrina e Verbo s’impongono al tempio d’una dismessa e dimenticata Filosofia. La continuità non viene riconosciuta solo sottratta alla verità storica; verrà, come ogni Rivoluzione impone, costruita la credenza dalle ceneri disgiunte d’uno spirito rinnegato confondendo Dio e Ragione, e come al meglio cercarlo ammirarlo venerarlo non men - ed in ultimo -  pregarlo in eterno beneficio per ogni incaricato del tempio.

 

Le Cattedrali della Natura furono anch’esse colonizzate a beneficio di ugual medesimo chiodo e Fiume su cui intrappolare la nascente forza dell’eterno moto delle limpide acque. Sulla Cima venne impressa l’indelebile impronta dell’uomo a forma di croce così da rimembrare ad ognuno cosa capace per ogni Teschio ove crocefissero il Profeta e con Lui ogni tempio di Madre Natura.  




Codesto peccato riconosciamo giammai nel Profeta per conto del suo Dio morto ogni dì in questa ed ogni Terra, ma come l’uomo ne abbia naufragato il messaggio terreno… Ed anche in questo caso la (sua) Natura ne esce sofferente e disgiunta circa la pretesa d’una pur feroce e futura economia costruita nella pretesa del Dominio rivelato all’uomo…

 

L’uomo confonde ancora progresso ed economia ed in questo errore interpretativo negli ultimi centocinquant’anni avendo mutato falsato e coniato valori e prospettive non meno di false coscienze, ha sempre pensato che il valore del progresso (compreso quello teologico) sia dato dalla somma economica raggiunta quantificabile nella ricchezza in inarrestabile e progressiva illimitata ascesa (aggiunta all’esportata evangelica Parola), non avendo ristabilito e risolto - ma solamente rimosso - che il reale progresso rappresenta null’altro che il valore di ricchezza del singolo uomo nella società in cui posto compreso il proprio Spirito non disgiunto ed in conflitto con gli Elementi da cui deriva; di conseguenza motivato da codesto principio procedeva il più possibile nel merito da ciò che potremmo definire ‘arte e mestiere’ al fine di consolidare la propria spirituale appartenenza affine all’Anima-Mundi cui apparteneva. Con ciò, se pur criticabile e lontano dal concetto di casta  con tutti i limiti della critica storica che tal analisi comporta proiettati nella sfera della libertà,  paradossalmente l’antico antenato (per sua sfortuna anche pagano) non asservito alla macchina (dottrinale del nuovo progresso) e certamente molto più libero se pur da taluni nominato schiavo…


(Prosegue...)


(illustrato da J. Pennell)








 

venerdì 12 febbraio 2021

ALLE ORIGINI DELL'ORRORE (7)

 











Precedenti capitoli:


Le tre visioni (3/5)


& l'Orrore (6) (Capitolo completo di cui il presente paragrafo)


N.B. : Se le immagini pubblicate non rispondessero al Testo a


voi proposto si prega di segnalarlo ai 'servizi' della


direzione. Grazie!


Prosegue con...:


La visita al castello (dell'orrore) (8)








Nelle botteghe delle strade dietro il Broletto verso San Satiro, a Milano, dove tecnici esperti modellavano gli ACCIAI delle armature, la cosa era ovviamente nota e appariva normale.

 

Mercanti erano in viaggio su molte vie con le loro mercanzie, in carovane di muli, coi carri, utilizzando barche sui fiumi; non se avevano molte notizie dopo la partenza, i familiari attendevano il ritorno confidando in Dio. Il prezzo cresce insieme alla domanda e la domanda delle armi con la guerra; portare il prodotto là dove serve per il mercante d’armi comporta dei rischi.

 

E’ il mestiere.



Ma, balzando dai documenti, la notizia dei mercanti milanesi che girano fra le tende dell’esercito offrendo le ben temperate corazze, la vigilia della battaglia di Saint-Aubin-du-Cormier, nella campagna di Bretagna del 1488, incuriosisce, sorprende, fa scattare suggestive immagini, come sempre avviene quando la quotidianità sommessa interseca il clangore della storia maggiore.

 

Saint-Aubin-u-Cormier è un sito della campagna bretone, vicino al confine del ducato del regno di Francia. Un formidabile castello, oggi solo rovine, sorgeva tra uno stagno e un profondo burrone. Lo scoglio roccioso di Mont Sant Michel, tra le mutevoli e le veloci onde di marea, è a meno di una cinquantina di chilometri di distanza, ma in Normandia.

 

Attorno a Saint-Aubin-du-Cormier si combatté aspramente nella giornata del 27 luglio 1488. Da un lato c’erano gli uomini del re di Francia, comandati dal men che trentenne Louis la Tramoille, il futuro ‘chavalier sans reproche’ di tutte le guerre d’Italia, che morirà nella disastrosa mischia di Pavia; dall’altro le genti d’arme del duca di Bretagna e di altri grandi signori ribelli che si erano uniti nella ‘guerra folle’.




La vittoria del giovane generale lealista ebbe conseguenze politiche di varia entità; il brillante periodo di sostanziale indipendenza della Bretagna dei duchi di Montfort, che al re di Francia prestavano solo il formale omaggio feudale, si avviò velocemente al termine un futuro re di Francia, il duca di Orléans, fatto prigioniero sul campo, cominciò un triennio di reclusione, principesca ma stretta; un trattato impose che la dodicenne figlia del duca di Bretagna, Anna, la più appetita ereditiera di Francia, non avrebbe potuto sposare senza il consenso del re e questo pose le premesse per il suo matrimonio con lo stesso monarca di lì a tre anni; l’intelligente storico Philippe de Commynes, fine diplomatico ed esperto navigatore politico finì rinchiuso per cinque mesi in una gabbia di ferro.




 Nella lontana Milano, da dove gli ‘armieri’ ambulanti avevano cominciato il loro viaggio verso il cuore della Francia, era signore un figlio di Francesco Sforza, Ludovico Maria detto il Moro, un personaggio che era stato educato alla cultura umanista da Francesco Filelfo e che per quattro o cinque anni si era fatto strada verso il potere che non gli sarebbe spettato, a forza di astuzia, dissimulazione, prepotenza e intrigo. La città aveva le vie centrali selciate, l’ambizioso duomo gotico in costruzione dal 1386 e un sistema di ‘navigli’ nel quale erano stati utilisticamente coordinati corsi d’acqua naturali e canali quali il Naviglio Grande, derivato dal Ticino, il Naviglio Pavese, che restituiva le acque allo stesso fiume, la Martesana derivata dall’Adda e cominciata a scavare nel 1457. Collegata all’anello di acque che racchiudeva il centro urbano, tale rete, via via perfezionata, era stata navigabile; le acque a vario livello erano delle ‘conche’ costruite a partire dalla metà del 400.




 Milano era forse la città più ricca d’Italia, e il paese più ricco d’Europa. C’era l’agricoltura della grassa campagna irrigua; una dinamica manifattura che esportava oltralpe, fino in Catalogna e Castiglia e che ora comprendeva anche la seta, le terre a settentrione essendo punteggiate di gelsi.

 

Non ad altro si attendeva,

 

scrive un cronista,

 

che ad accumulare ricchezze, per le quali era aperta ogni via.




 Nei terreni di sua proprietà, lungo la cerchia dei Navigli, dietro San Nazaro in Brolo, Francesco Sforza aveva fatto costruire al Filarete (1456) il grande Ospedale Maggiore, un’opera sociale in cui il cotto della tradizione lombarda decorava spazi di respiro rinascimentale.

 

In questi anni di Ludovico il Moro, dal 1480 alla fine del secolo, nel castello di Porta Giovia, in cui erano continuamente in corso lavori di trasformazione, la vita di corte era sontuosa e colta. Dotti e artisti trovavano a Milano ospitalità e fortuna; attorno agli Sforza, i molti fili della cultura italiana del tempo sembrano intrecciarsi e in certa misura fondersi. Oltre tutto risiedevano a Milano e operavano al servizio sforzesco due geni artistici. Leonardo, che possedeva una vigna suburbana tra le Grazie e San Vittore al Corpo, un regalo del Moro, aveva cominciato col presentare al duca una lira che aveva fabbricato d’argento gran parte in forma d’un teschio di cavallo, cosa bizzarra e nuova.




Farà di tutto: alcuni dei suoi capolavori, consulenze ingegneristiche, opere idrauliche, il ritratto dell’amante del duca Cecilia Gallerani, la regia di feste come quella delle nozze di Gian Galeazzo con Isabella d’Aragona. Meditava, studiava, scriveva, fantasticava, forse vedeva veramente nelle macchie dei muri ‘similitudini di diversi paesi, ornato di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli…. strane arie di volti, e abiti e infinite cose…’.

 

Con i loro carichi di corazze, gorgere, cosciali, elmi e altre parti di armature da combattimento, più sobrie e rustiche di quelle da torneo, ma non meno ‘meccanicamente’ ingegnose, i mercanti armatori milanesi poterono farsi alare in barca lungo l’alzaia del Naviglio Grande fino al Ticino, per poi prendere la strada di Torino. Qui era il capoluogo delle terre piemontesi del ducato di Savoia, che non avevano ancora definitivamente orientato i loro destini verso l’Italia, anche se già uno di loro aveva tentato di prendere Milano. In realtà si barcamenavano a tener insieme i loro compositi domini, cosa resa difficile dai troppi figli: Ludovico, il padre di Bona già reggente di Milano per il figlio minorenne Gian Galeazzo, ne aveva avuti diciotto dalla moglie Anna di Lusignano.




Il re di Francia tendeva a considerare i Savoia come i suoi vassalli; di recente lo stato era stato retto da Iolanda, la sorella del re di Francia Luigi XI, quale moglie, e poi vedova, dell’epilettico Amedeo IX, che si guadagnò la beatificazione per la sua carità. Ora era duca un figlio di Iolanda, Carlo I detto il Guerriero, e la Francia aveva stroncato certe sue velleità di espansione. Di là dalle rosse mura di mattoni, Torino vedeva le verdi colline che scendevano al Po e, all’orizzonte, le montagne apparivano vicine. La città era piccolissima; salvo alcuni borghi lungo le strade foranee, stava racchiusa nel rettangolo insulare della colonia romana.

 

La città non aveva nulla della pacata atmosfera barocca che ancora la contraddistingue, ma nella via Dora Grossa che era la strada commerciale, case a tre piani si allineavano ordinate, già con le arcate di portici in facciata.  Le Alpi si traversavano al Moncenisio, il valico più comodo tra il Piemonte e la capitale del ducato di Savoia. Ci si arriva seguendo a ritroso il corso della Dora Riparia, lungo la valle di Susa, vigilata all’imbocco, la Chiusa, dalla Sagra di San Michele, un’abbazia che fa corpo con un cocuzzolo di monte.



Sul percorso, nel borgo di Avigliana prima dell’inizio della valle, alla Sagra e infine a Susa, è facile rievocare, nel paesaggio e nelle architetture sensazioni antiche. Il tardo gotico piemontese e i primi baluginii di forme rinascimentali si esprimono nel bel cotto color sangue. A Susa il borgo dei nobili, fuori città dalla cinta romana, era nato perché non trovava alloggio nella cittadina la corte dei conti sabaudi quando aveva posto qui una delle sue sedi. Prima di affrontare la salita al valico si faceva tappa a Novalese, dove si tenevano i muli di carico. Novalese è il nome di un’abbazia antica, e allora potente, che sorge poco discosto.

 

Subito di là del valico del Moncenisio, m. 2084, il grumo di case si chiama la Ramasse; ricorda la slitta di ramaglie con cui i giovani montanari facevano scivolare a valle i viaggiatori, risparmiando loro fatica, forse a prezzo di accresciuti rischi. Dal passo si scende in Savoia nel folto di abetaie. Di fronte biancheggiano i ghiacciai della Vanoise. La valle dell’Arc, la Maurienne, è come una ferita nella montagna, selvaggia e grandiosa; dal basso, fra enormi pendii di boschi devastati dai torrenti, nemmeno si indovinavano le sovrastanti nevi. Vicino a dove l’Arc arriva nell’Isère, si alza su una roccia il formidabile castello di Miolans. Poco oltre è Chambéry, la capitale sabauda, nell’ampia sella tra l’Isére e il lago del Bourget. Un dedalo di strette viuzze assediava il castello, che era stato ingrandito e reso se non meno arcigno almeno più comodo pochi decenni prima.


(Prosegue...)









mercoledì 10 febbraio 2021

LA POLVERE GIALLA (3)

 










Precedenti capitoli...:


Sull'Himalaya (1/2)


Prosegue con...:


La polvere gialla (4)









& con l'intero Capitolo da cui 


il paragrafo tratto (Le Tre Visioni)








Fin dai tempi più antichi i popoli del subcontinente indiano credettero il Tibet una terra favolosamente ricca di oro. Ciò perché la maggior parte dei grandi fiumi che scendono dagli altipiani tibetani trasportano a valle polvere d’oro, e per secoli coloro che sono vissuti lungo le rive di questi corsi d’acqua hanno setacciato il limo alla ricerca del metallo luccicante.




 In Europa, questa convinzione che il Tibet fosse un El Dorado asiatico si può far risalire a Erodoto, il padre della storia e il primo scrittore in Occidente a citare questa terra chimerica a nord dell’India. Circa quattro secoli prima della nascita di Cristo, aveva scritto di grandi formiche che vivevano nel deserto lassù e scavavano montagne di sabbia piena d’oro. Tant’è che nel vicino Ladakh l’oro è stato chiamato l’oro della formica fino a tempi relativamente recenti, nella convinzione che questi insetti, smuovendo il terreno per costruire i loro formicai, a volte portassero alla luce le pepite.




 L’appetito britannico per l’oro tibetano era stato stimolato per la prima volta nel 1775, quando il Panchen Lama aveva inviato in dono a Warren Hastings alcuni lingotti e della polvere d’oro. Con il ritorno di Nain Singh dal Tibet, si era risvegliato all’improvviso Tra le informazioni che Nain riferì, infatti, vi erano voci sull’esistenza di bacini auriferi in varie parti del paese. Inoltre, egli aveva visto con i propri occhi nei templi di Lhasa e di Shigatse molti Buddha riccamente coperti d’oro e altri oggetti d’oro. Ma aveva anche appreso che i tibetani erano riluttanti a sfruttare i loro bacini auriferi per via della curiosa convinzione che le pepite contengano vita e siano i progenitori della polvere d’oro. Interferire con le prime, essi credevano, avrebbe interrotto la fornitura della seconda e di conseguenza impoverito il loro paese. Se qualcuno scavava per sbaglio una pepita, immediatamente la seppelliva di nuovo.




Una simile superstizione esisteva anche riguardo all’argento, e Nain Singh sentì parlare di un cinese cui non molto tempo prima erano state amputate le mani, quando le autorità avevano scoperto che aveva scavato gran quantità di minerale argentifero da una collina sei chilometri a sud della capitale. Ma il pandit venne anche a sapere che, a condizione che fossero abbastanza lontani dalla capitale e da altri centri  religiosi, era permesso sfruttare determinati bacini auriferi, come in effetti accadeva.

 

Montgomerie era deciso a scoprire la verità riguardo a questi leggendari bacini auriferi. I più vicini tra quelli attivi sembrava si trovassero nei pressi di una piccola città del Tibet occidentale chiamata Thok Jalung. Ammesso di superare l’ostacolo delle guardie di frontiera tibetane, il modo più facile per raggiungere questa regione desolata era dal Ladakh, a ovest, una zona che Montgomerie conosceva forse meglio di tutti. Per nove anni era stato a capo delle operazioni di compilazione delle mappe per il Survey of India nella zona del Kashmir, che includeva anche la regione del Ladakh. Nell’insieme essa abbracciava un’area di circa centottantamila chilometri quadrati, ostruita da montagne e, nel corso di gran parte del lavoro di ricognizione, piena zeppa di soldati ammutinati. Senza la perdita di neppure una vita, Montgomerie era riuscito a completare questa mappa di importanza cruciale entro il 1864, e a vincere in virtù di ciò l’ambita medaglia d’oro della Royal Geographical Society.




Ma sapeva meglio di tutti con quanta attenzione i tibetani controllavano la frontiera con il Ladakh, essendo molto sospettosi delle attività dei topografi inglesi alle pendici dei loro valichi. Decise, dunque, di infiltrare nel Tibet i suoi uomini - questa volta sarebbero stati in tre - attraverso il passo Mana, ad oltre cinquemilaseicento metri di altitudine, ancora una volta travestiti da mercanti bisahari. Scelse per capo il brillante Nain Singh, e come suoi compagni il cugino Mani e un terzo pandit addestrato di recente. Essi raggiunsero il passo Mana nel giugno 1867, per scoprire che era ancora bloccato dalla neve. Appresero anche che ogni anno il passo doveva essere aperto ufficialmente dai tibetani dopo che si fossero accertati che nulla di avverso - come guerre, pestilenze o carestie – fosse in corso sul versante indiano.




Il mese successivo i tibetani aprirono formalmente il passo e i tre pandit si misero in cammino insieme con otto servitori che avevano assoldato durante l’attesa. Erano bene armati e pronti a respingere le bande di briganti che terrorizzavano questa regione selvaggia e poco controllata. Alla frontiera il loro bagaglio fu attentamente ispezionato dai funzionari doganali tibetani senza che riuscissero a trovare gli strumenti di rilevazione nascosti. Arrancando in mezzo alle montagne desolate in direzione di Gartok, attraversarono il fiume Sutlej su un ponte sospeso a catene lungo oltre venti metri che così sosteneva la leggenda locale, era stato costruito da Alessandro il Grande più di duemila anni prima. Largo più di due metri e sospeso dodici metri al di sopra delle acque turbolente, le sue grandi catene di ferro erano forgiate con anelli a forma di 8 lunghi trenta centimetri. Per evitare che si arrugginissero, ogni anno erano attentamente lubrificate con burro di yak.




 Alla fine, attraversati due passi molto alti, a oltre cinquemilasettecento metri, e un altro a quota cinquemilatrecento, i pandit raggiunsero un grande accampamento di nomadi. Qui, in un primo momento, il capo tribù mise in dubbio la loro pretesa di essere mercanti bisahari che vendevano coralli e speravano di comprare lana tibetana per farne scialli destinati al mercato indiano, ma, con l’aiuto di doni, il persuasivo Nain Singh, sempre pieno di risorse, riuscì più o meno a convincerlo e a lasciarli proseguire. Tuttavia a   garanzia del loro ritorno dovettero lasciare in ostaggio lo sfortunato Mani. Usciti che furono dal campo, Nain Singh spedì il terzo pandit a compiere rilievi lungo il fiume Indo, risalendone il corso il più possibile, mentre lui, dal canto suo, si diresse a est verso i ricchi bacini auriferi che si diceva esistessero dalle parti di Thok Jalung.




Quando ormai si avvicinava a quella regione remota, contando ogni passo come al solito, Nain Singh iniziò a udire il suono misterioso di molte voci che cantavano in lontananza. Si rivelarono poi essere le voci dei minatori e delle loro famiglie, che cantavano per tenere alto il morale, oltre che per riscaldarsi in quella piana desolata battuta dal vento. Malgrado fosse solo agosto, il pandit confessò in seguito a Montgomerie di non aver mai sofferto tanto freddo in tutti i suoi viaggi. Per fortuna l’astuto Nain Singh si era dato la pena di scoprire in anticipo le particolari preferenze del capo della miniera, un funzionario proveniente da Lhasa. Malgrado ciò, costui, pur palesemente compiaciuto del fatto che il pandit gli avesse regalato del tabacco indiano della migliore qualità, era assai sospettoso nei suoi confronti, e lo esortò a portare a termine qualsiasi faccenda avesse da sbrigare in città e ad andarsene il prima possibile.




Disse a Nain Singh che un’ordinanza bandiva tutti i Bisahari dalla regione. Ma, per un colpo di fortuna, sua moglie scoprì che Nain Singh commerciava in coralli, per i quali lei aveva un debole, e persuase il marito a comprarglieli in cambio di oro. Egli allora divenne meno sospettoso nei confronti del pandit e parlò liberamente con lui della vita e del lavoro nei bacini auriferi, che i calcoli discreti di Nain Singh rivelarono trovarsi a quasi cinquemila metri sopra il livello del mare. A causa dei venti terribili che sferzavano quell’altopiano inospitale, i minatori, vestiti di stracci, vivevano in tende di lana di yak piantate in apposite buche, un buon paio di metri sotto il livello del terreno. I loro scavi in cerca di oro, sparsi per oltre un chilometro, erano realizzati con pale dal manico lungo, fino a una profondità di oltre sette metri. Un ruscelletto che attraversava utilmente il sito era usato per lavare l'oro dalla terra di scavo.




Il bacino aurifero di Thok Jalung parve a Nain Singh estremamente produttivo, ed egli notò una pepita del peso di almeno un chilo. Notò anche un certo numero di bacini auriferi abbandonati nelle vicinanze, e apprese che ce n’erano molti di più tra Thok Jalung e Gartok, centotrenta chilometri più in là. A Nain Singh fu spiegato che qualsiasi tibetano lo desiderasse poteva scavare i bacini auriferi di Thok Jalung pagando al governo la cosiddetta tassa del cercatore d’oro. Apprese anche, fatto alquanto sorprendente che in inverno il numero dei minatori aumentava in modo considerevole, fino a raggiungere quasi le seimila unità, il doppio dell’estate. Il motivo era che in estate il suolo a volte crollava in testa ai minatori, rendendo il lavoro molto pericoloso, mentre in inverno era congelato e dunque più sicuro.


(Prosegue con la seconda parte del paragrafo)


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