giuliano

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IL TOMO

venerdì 12 febbraio 2021

ALLE ORIGINI DELL'ORRORE (7)

 











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Le tre visioni (3/5)


& l'Orrore (6) (Capitolo completo di cui il presente paragrafo)


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Prosegue con...:


La visita al castello (dell'orrore) (8)








Nelle botteghe delle strade dietro il Broletto verso San Satiro, a Milano, dove tecnici esperti modellavano gli ACCIAI delle armature, la cosa era ovviamente nota e appariva normale.

 

Mercanti erano in viaggio su molte vie con le loro mercanzie, in carovane di muli, coi carri, utilizzando barche sui fiumi; non se avevano molte notizie dopo la partenza, i familiari attendevano il ritorno confidando in Dio. Il prezzo cresce insieme alla domanda e la domanda delle armi con la guerra; portare il prodotto là dove serve per il mercante d’armi comporta dei rischi.

 

E’ il mestiere.



Ma, balzando dai documenti, la notizia dei mercanti milanesi che girano fra le tende dell’esercito offrendo le ben temperate corazze, la vigilia della battaglia di Saint-Aubin-du-Cormier, nella campagna di Bretagna del 1488, incuriosisce, sorprende, fa scattare suggestive immagini, come sempre avviene quando la quotidianità sommessa interseca il clangore della storia maggiore.

 

Saint-Aubin-u-Cormier è un sito della campagna bretone, vicino al confine del ducato del regno di Francia. Un formidabile castello, oggi solo rovine, sorgeva tra uno stagno e un profondo burrone. Lo scoglio roccioso di Mont Sant Michel, tra le mutevoli e le veloci onde di marea, è a meno di una cinquantina di chilometri di distanza, ma in Normandia.

 

Attorno a Saint-Aubin-du-Cormier si combatté aspramente nella giornata del 27 luglio 1488. Da un lato c’erano gli uomini del re di Francia, comandati dal men che trentenne Louis la Tramoille, il futuro ‘chavalier sans reproche’ di tutte le guerre d’Italia, che morirà nella disastrosa mischia di Pavia; dall’altro le genti d’arme del duca di Bretagna e di altri grandi signori ribelli che si erano uniti nella ‘guerra folle’.




La vittoria del giovane generale lealista ebbe conseguenze politiche di varia entità; il brillante periodo di sostanziale indipendenza della Bretagna dei duchi di Montfort, che al re di Francia prestavano solo il formale omaggio feudale, si avviò velocemente al termine un futuro re di Francia, il duca di Orléans, fatto prigioniero sul campo, cominciò un triennio di reclusione, principesca ma stretta; un trattato impose che la dodicenne figlia del duca di Bretagna, Anna, la più appetita ereditiera di Francia, non avrebbe potuto sposare senza il consenso del re e questo pose le premesse per il suo matrimonio con lo stesso monarca di lì a tre anni; l’intelligente storico Philippe de Commynes, fine diplomatico ed esperto navigatore politico finì rinchiuso per cinque mesi in una gabbia di ferro.




 Nella lontana Milano, da dove gli ‘armieri’ ambulanti avevano cominciato il loro viaggio verso il cuore della Francia, era signore un figlio di Francesco Sforza, Ludovico Maria detto il Moro, un personaggio che era stato educato alla cultura umanista da Francesco Filelfo e che per quattro o cinque anni si era fatto strada verso il potere che non gli sarebbe spettato, a forza di astuzia, dissimulazione, prepotenza e intrigo. La città aveva le vie centrali selciate, l’ambizioso duomo gotico in costruzione dal 1386 e un sistema di ‘navigli’ nel quale erano stati utilisticamente coordinati corsi d’acqua naturali e canali quali il Naviglio Grande, derivato dal Ticino, il Naviglio Pavese, che restituiva le acque allo stesso fiume, la Martesana derivata dall’Adda e cominciata a scavare nel 1457. Collegata all’anello di acque che racchiudeva il centro urbano, tale rete, via via perfezionata, era stata navigabile; le acque a vario livello erano delle ‘conche’ costruite a partire dalla metà del 400.




 Milano era forse la città più ricca d’Italia, e il paese più ricco d’Europa. C’era l’agricoltura della grassa campagna irrigua; una dinamica manifattura che esportava oltralpe, fino in Catalogna e Castiglia e che ora comprendeva anche la seta, le terre a settentrione essendo punteggiate di gelsi.

 

Non ad altro si attendeva,

 

scrive un cronista,

 

che ad accumulare ricchezze, per le quali era aperta ogni via.




 Nei terreni di sua proprietà, lungo la cerchia dei Navigli, dietro San Nazaro in Brolo, Francesco Sforza aveva fatto costruire al Filarete (1456) il grande Ospedale Maggiore, un’opera sociale in cui il cotto della tradizione lombarda decorava spazi di respiro rinascimentale.

 

In questi anni di Ludovico il Moro, dal 1480 alla fine del secolo, nel castello di Porta Giovia, in cui erano continuamente in corso lavori di trasformazione, la vita di corte era sontuosa e colta. Dotti e artisti trovavano a Milano ospitalità e fortuna; attorno agli Sforza, i molti fili della cultura italiana del tempo sembrano intrecciarsi e in certa misura fondersi. Oltre tutto risiedevano a Milano e operavano al servizio sforzesco due geni artistici. Leonardo, che possedeva una vigna suburbana tra le Grazie e San Vittore al Corpo, un regalo del Moro, aveva cominciato col presentare al duca una lira che aveva fabbricato d’argento gran parte in forma d’un teschio di cavallo, cosa bizzarra e nuova.




Farà di tutto: alcuni dei suoi capolavori, consulenze ingegneristiche, opere idrauliche, il ritratto dell’amante del duca Cecilia Gallerani, la regia di feste come quella delle nozze di Gian Galeazzo con Isabella d’Aragona. Meditava, studiava, scriveva, fantasticava, forse vedeva veramente nelle macchie dei muri ‘similitudini di diversi paesi, ornato di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli…. strane arie di volti, e abiti e infinite cose…’.

 

Con i loro carichi di corazze, gorgere, cosciali, elmi e altre parti di armature da combattimento, più sobrie e rustiche di quelle da torneo, ma non meno ‘meccanicamente’ ingegnose, i mercanti armatori milanesi poterono farsi alare in barca lungo l’alzaia del Naviglio Grande fino al Ticino, per poi prendere la strada di Torino. Qui era il capoluogo delle terre piemontesi del ducato di Savoia, che non avevano ancora definitivamente orientato i loro destini verso l’Italia, anche se già uno di loro aveva tentato di prendere Milano. In realtà si barcamenavano a tener insieme i loro compositi domini, cosa resa difficile dai troppi figli: Ludovico, il padre di Bona già reggente di Milano per il figlio minorenne Gian Galeazzo, ne aveva avuti diciotto dalla moglie Anna di Lusignano.




Il re di Francia tendeva a considerare i Savoia come i suoi vassalli; di recente lo stato era stato retto da Iolanda, la sorella del re di Francia Luigi XI, quale moglie, e poi vedova, dell’epilettico Amedeo IX, che si guadagnò la beatificazione per la sua carità. Ora era duca un figlio di Iolanda, Carlo I detto il Guerriero, e la Francia aveva stroncato certe sue velleità di espansione. Di là dalle rosse mura di mattoni, Torino vedeva le verdi colline che scendevano al Po e, all’orizzonte, le montagne apparivano vicine. La città era piccolissima; salvo alcuni borghi lungo le strade foranee, stava racchiusa nel rettangolo insulare della colonia romana.

 

La città non aveva nulla della pacata atmosfera barocca che ancora la contraddistingue, ma nella via Dora Grossa che era la strada commerciale, case a tre piani si allineavano ordinate, già con le arcate di portici in facciata.  Le Alpi si traversavano al Moncenisio, il valico più comodo tra il Piemonte e la capitale del ducato di Savoia. Ci si arriva seguendo a ritroso il corso della Dora Riparia, lungo la valle di Susa, vigilata all’imbocco, la Chiusa, dalla Sagra di San Michele, un’abbazia che fa corpo con un cocuzzolo di monte.



Sul percorso, nel borgo di Avigliana prima dell’inizio della valle, alla Sagra e infine a Susa, è facile rievocare, nel paesaggio e nelle architetture sensazioni antiche. Il tardo gotico piemontese e i primi baluginii di forme rinascimentali si esprimono nel bel cotto color sangue. A Susa il borgo dei nobili, fuori città dalla cinta romana, era nato perché non trovava alloggio nella cittadina la corte dei conti sabaudi quando aveva posto qui una delle sue sedi. Prima di affrontare la salita al valico si faceva tappa a Novalese, dove si tenevano i muli di carico. Novalese è il nome di un’abbazia antica, e allora potente, che sorge poco discosto.

 

Subito di là del valico del Moncenisio, m. 2084, il grumo di case si chiama la Ramasse; ricorda la slitta di ramaglie con cui i giovani montanari facevano scivolare a valle i viaggiatori, risparmiando loro fatica, forse a prezzo di accresciuti rischi. Dal passo si scende in Savoia nel folto di abetaie. Di fronte biancheggiano i ghiacciai della Vanoise. La valle dell’Arc, la Maurienne, è come una ferita nella montagna, selvaggia e grandiosa; dal basso, fra enormi pendii di boschi devastati dai torrenti, nemmeno si indovinavano le sovrastanti nevi. Vicino a dove l’Arc arriva nell’Isère, si alza su una roccia il formidabile castello di Miolans. Poco oltre è Chambéry, la capitale sabauda, nell’ampia sella tra l’Isére e il lago del Bourget. Un dedalo di strette viuzze assediava il castello, che era stato ingrandito e reso se non meno arcigno almeno più comodo pochi decenni prima.


(Prosegue...)









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