CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 12 dicembre 2021

LA SIBILLA (6)

 





















Precedenti capitoli:


Degli eredi della solitudine:


(5)  (4)  (3)  (2)  (1)


Prosegue con il capitolo:









Quasi al completo [6/7]








Il Viaggio prosegue


con i pionieri  (8)








Ed hora proseguiamo l’impervio Sentiero, l’antica dismessa mulattiera con l’Anima in spalla qual peso dello Spirito avvelenato dal nuovo ingordo progresso, in nome e per conto del Diavolo spacciato per Santo; con la bisaccia colma dei frutti della Terra, fors’anche dell’intero Universo donde proveniamo; privati della materia di cui si ciba la vera, e dicono, sana bestia; con passo malfermo di chi per sempre perseguitato dal male antico nel conto della falsa dottrina divenuta ideale di vita; superiamo il ponte proibito, là ove le mura cingono l’assedio della falsa parabola protesa e immobile nel Tempo della Storia; ci sporgiamo dal ponte per ammirare ogni Anima rinata - impervia - seguire il corso dell’innominata e perseguitata Natura, impetuosa precipitare a valle - conferire la vita -; sino alla grotta, il riparo ove per secoli, meditata ispirata parola da Lei comandata; dona l’oblio della mitica forza forgiata dal Dio e sua figlia, Dèa cinta dell’Immacolata bellezza perseguitata; Natura divenuta oracolare sibillina incompresa Poesia; come nel ventre d’una antica Dèa l’oracolo rinasce all’Anima frammentata dalla crosta sino alla più alta vetta della Stratosfera!

 

Ove ogni Dèmone del cielo medita giusta vendetta!




Il Verso dello Sciamano, dell’Oracolo, del Profeta diviene parola scolpita in difesa dell’Innominato Dio, Immacolata Natura donde la sua parola derisa e perseguitata.

 

Proseguiamo l’eterno cammino là dove, nella misera hora del Tempo conservato e giammai mutato, corre il fuoco della sulfurea Apocalisse, color acciaio temprato, spacciata per ogni mercato, alla medesima grotta oro della miniera; forgiano il ferro dell’armatura esposta ad ogni araldo della protetta fortezza.

 

L’oro della perduta Anima cinge la corona del Dèmone civilizzato. La Bestia gli fa’ compagnia tiene in grembo i putti del domani allevati come maiali.   

 

Il Feudo urla come un Drago intravede il Dèmone della Natura!   




Una strada ben asfaltata - ovvero - l’equivalenza del nuovo progresso in uso all’insana economica dottrina avanza, di cui l’apparente leggenda, il mito, il rito, l’eresia, connesse e legate fra loro, ovvero un perduto mondo pagano perseguitato additato e spacciato per demoniaco, infero quanto e più del Diavolo, in compagnia di preti in odore d’eresia, comporre sulfureo elemento alchemico contrastare la materia.




Ci adeguiamo, quindi, alla geologia della Terra, giacché pur vero, che se abbiamo testimonianze di terremoti dal 1700, qual terrore manifesto dei vissani non meno dei norcini, presumiamo che tali eventi tellurici, anch’essi specificati e interpretati nel mito,  conferivano e stabilivano (per quanto ancora oggi in taluni luoghi si prova e rileva una determinata energia provenire dalla Terra) un legame connesso con i sulfurei Inferi (non un caso l’oracolo di Delfi, il più noto e celebrato in Grecia quale testimonianza di una determinata Filosofia rilevata, per l’appunto, dagli Oracoli, come testimonia Plutarco, quale luogo situato in un contesto geografico come culturale non certo casuale connesso nella costante divinazione della Terra interpretata dal sulfureo antico atto dell’intera età evolutiva tradotta nella mitologica filosofica dottrina, sino alla morte di Pan l’eroe anch’egli della Natura…), 




...verso il mondo sotterraneo e tellurico di una vasta tradizione di Dèi accompagnati da Dèmoni, quando in verità e per il vero, sappiamo il centro della Terra sino alla più elevata Stratosfera, evolvere la propria ed altrui frammentata connessa Natura; dalla quale ogni sconnesso quanto vano, odierno evento seminato e raccolto, simile al più volgare inutile veleno; avversare equiangolare moto dato dall’Universo intero, manifestare la propria presenza quanto l’antico disprezzo, l’ira d’ogni perseguitato avvelenato Elemento, Dio del Creato; dai moti delle stelle alle maree, dai fenomeni vulcanici, sino agli elevati imperi del cielo, sospesi nell’impercettibile invisibile atmosfera, uditi da una umile conchiglia, tutti indistintamente legati tra loro meditare giusta vendetta, così come intuirono e compresero gli  antichi alla spiagge d’un saggio mare hora irrimediabilmente naufragato.




Cosa che forse abbiamo dimenticato, solo con l’Ecologia si è (ri)scoperto come l’Universo, e sua figlia la Terra, donde nata e maturata la materia in contrasto con lo Spirito eterno, in perenne costante connessione e reciproca avversione, sino al costante, lento mutevole equilibrio dato dalla Evoluzione (disgiunta e coniugata dal ‘peccato originario’); quindi l’imprescindibile legame dalla più alta Stratosfera, sino alla basse e ancora poco note, correnti degli Oceani, legami che rendono un equilibrio da precario a stabile.

 

Da stabile a duraturo, dimostrando che la Natura e ogni suo dèmone tende alla perfezione, l’uomo all’opposto, alla distruzione.

 

Così dedurre, o meglio, tradurre in senso Storico quanto geologico, Santi per Dèmoni, e Dèmoni per Santi, ci pare la giusta progressione donde rilevare il nostro dismesso codice genetico. I roghi appartengono all’intolleranza umana protratta e numerata per Secoli, inerente e confacente all’impropria materia mal interpretata; al contrario, le ceneri di ogni magma, alla costante espressione della Natura rinata per ogni Anima perseguitata incarnare l’offeso Elemento.

 

La quale Anima la si rileva fra il ghiaccio e il fuoco, così come riconosciamo l’Universo.




 Certamente il dominarla come il comprenderla, pone l’Evoluzione dell’uomo - riflessa nella propria Storia - rispetto alla dedotta geologia, in un contesto asimmetrico, quando la simmetria nella specificità d’un sacro Universo, rimossa, nel variegato - composto - preciso immutato evoluto sistema rimembrato del perduto Sentiero, convergere immutabile verso la Cima d’ogni Dio padre dell’Immacolata Dèa Natura.

 

Per secoli e millenni lo abbiamo invocato!

 

Spesso in sua vece adorano il diavolo!

 

Pan di nuovo morto?




Con la sacra dottrina assommata ad altre scienze, compresa l’antropologia si è cercato, a e con Ragione, di interpretare quanto rimosso. Di dedurre quanto celebrato nell’apparente incoerenza del mito. Tutte queste scienze sacre connesse tra loro, daranno la risultante della Natura esplicitata nelle diverse sue Forme, a cui l’uomo appartiene sin dall’inizio dei Tempi, cioè all’ultimo Secondo dell’intero arco evolutivo.

 

Prima di lui, per milioni di anni la stessa Natura si è evoluta, ha parlato una lingua scomposta e frammentata, oracolare, ne più ne meno di un essere vivente affiorare dall’antica elevata sulfurea dimora, il quale crescendo migliora il suo essere ed appartenere all’Universo. Perfeziona la propria incompresa lingua dettata da una grammatica troppo antica per essere rimossa oppure dimenticata!

 

L’uomo è riuscito, in pochi sconnessi, incompiuti frammentati articolati dotti linguaggi, quanto Dio e sua figlia, la Natura, mai avrebbero osato o solo immaginato, l’impareggiabile linguaggio del Diavolo!    

 

Ma ora riprendiamo il nostro Sentiero. 

(Giuliano)




Ma quanto è antica questa negromantica fama?

 

Possiamo ritornare indietro nei secoli e aprire le pagine del poeta.

 

Fra i poeti, infatti, risponde per primo all’appello Fazio degli Uberti col suo Dittamondo, composto, a più riprese, tra il 1346 e il 1367. Fazio immagina una fantastica tournée intorno alle tre parti del mondo, compiuta per incitamento della Virtù e in compagnia dell’antico geografo Solino.

 

Descrive paesi e contrade, ricorda storie e personaggi in una sequenza di allegorizzazioni moraleggianti che raggelano il suo verso, descrittivo e sciolto, ma senza un intimo movimento lirico. Ebbene, Fazio, da buon toscano che punzecchia volentieri i  marchisani, come Boccaccio e il Sacchetti – perché i toscani  hanno sempre un po’ sul naso i marchigiani, fino a Michelangelo che si avvelenava il sangue contro Raffaello e più contro il suo conterraneo protettore Bramante – fa della Marca nientemeno che la patria di Giuda:

 

Entrai nella Marca, com’io conto,

Io vidi Scariotto, onde fu Giuda,

Secondo il dir d’alcun, di cui fu conto.  




Gli studiosi hanno voluto cercare veramente qualche paese delle Marche che suonasse come ‘Scariotto’, e il Crocioni pensa a Montecarotto, che al genitivo latino suona ‘Montiscarotti’.  

 

Fazio, più attento alle favole strane che alle vere bellezze del Piceno, subito dopo, in alcuni versi ascrivibili al 1360 circa, ricorda anche la fama negromantica del Lago di Pilato:

 

La fama qui non vo’ rimanga nuda

Del Monte di Pilato, ov’è un lago

Che si guarda la state a muda a muda,

Perché, quale s’intende in Simon Mago,

Per sacrar il suo libro là si monta,

Ond’è tempesta poi con grande smago,

Secondo che per quei di là si conta  

(libro III, cap.I)




 …Ma si sa, questi versi scialbi e incolori hanno più importanza di documento che di poesia, anche perché di poesia Fazio non se ne intendeva molto.

 

Ed eccoci a un altro poeta toscano, il Pulci, che può cantare le ricchezze negromantiche del lago per averlo visitato personalmente. Il suo sentimento verso le arti occulte qui oscilla fra il ‘bel gioco’ e l’appassionata curiosità, più volte peccaminosamente soddisfatta. Egli nel suo Morgante maggiore, discorrendo in generale sulla licealità e sul potere della magia e degli incantesimi, a un certo punto esclama:

 

Così vo discoprendo a poco a poco

Ch’io sono stato al Monte di Sibilla,

Che mi pareva alcun tempo un bel gioco;

ancor resta nel cor qualche scintilla

Di riveder le tanto incantate acque,

Dove già l’ascolan Cecco mi piacque.

 

E Moco e Scarbo e Marmores allora

E l’osso biforcato che si schiuse

Cercavo, come fa chi s’innamora;

Questo era il mio Parnaso e le mie Muse;

E dicone mia colpa e so che ancora

Convien che al gran Minos io me ne scuse,

E ricognosca il ver con gli altri erranti,

Piromanti, idromanti e geomanti 

(c. XXIV, stanze 112-13)




 E’ chiaro che il Pulci cercava i segreti della magia studiando l’Acerba di Cecco d’Ascoli, perché i nomi Moco, Scarbo e Marmores sono quelli misteriosi degli indovini, ricordati appunto dal poeta ascolano, insieme con ‘l’osso biforcato’, che è l’osso pettorale del gallo.

 

Il Pulci dovette avere una bella ‘cotta’ per la magia, se fece con essa ‘come fa chi s’innamora’. La sicurezza del linguaggio negromantico lo conferma, specie in quell’ultimo verso disteso a galoppo di focoso puledro:

 

Piromanti, idromanti e geomanti…

 

Tutta gente diabolica, protesa a prevedere futuro dal guizzo delle fiamme e dalle code delle meteore ignee e delle stelle, e con loro in grotte scure a rimeggiare e cercare: studiare il comportamento bizzarro delle acque o da segni cabalistici sul terreno protesi nel proprio primo e primordiale Sé… 

(G. Santarelli)




 Plutarco, vir Delphicus, è il più alto difensore della fede oracolare intesa come saggezza. Perciò afferma:

 

L’arte mantica che si volge al futuro deriva dal presente e dal passato. Nulla infatti sorge senza una ragione e la stessa prescienza non può uscire dall’ambito della ragione. In verità, dal momento che le cose presenti sono strette a quelle passate e le future alle presenti in un vincolo tale che serra compiutamente il principio delle cose con la loro fine, si può concludere che chiunque sappia stringere tale nodo e intrecciare tutte le cose nell’ambito della Natura, costui saprà dire, in anticipo, le cose che sono, le cose che saranno, le cose che furono.  E fece bene Omero a far precedere ‘le cose che sono…’. Perciò, anche se l’espressione suoni male, non esiterò ad affermare che il tripode non è altro che Ragione.




 Così, l’oracolo antico, nella sua forma più alta e duratura che fu la religione delfica, la quale rese vassalli gli oracoli di Aba, Tegira, Claro, Ismeno, Didime, Delo, fu saldamente ancorato al dettame della Ragione e, ora con la lotta, ora con l’alleanza, prevalse su gli oscuri riti misterici, sul furore dionisiaco, su i culti orfici, assorbendo tutte le forme oracolari nella sua luce apollinea.

 

Un appello supremo alla ragione : ecco l’oracolo.

 

Apollo fece sì che la Pizia conversasse con i consultanti nel modo che tengono le leggi con i cittadini, i re con i sudditi, i maestri con gli scolari: con l’intento, cioè, di farsi comprendere e di persuadere.

 

È il trionfo della ragione.

 

Tra breve, la bocca furibonda della Sibilla eraclitea, il profetismo dei cresmologi orfici, la tradizione delia, le spoglie di Crisa, trapassano a Delfi, al nuovo tripode della Pizia. Lì Apollo esercita i quattro uffici: musico, profeta, medico, arciere. Ora, tra il dio, cresciuto, così, di tutta la ricchezza dell’anima greca, e i supplicanti dell’oracolo occorreva un medium.




 Finché era rimasta profetessa la Terra, bastò che l’orante posasse il cuore sul suo seno e ne traesse il sogno (incubazione): ma d’ora innanzi Apollo parlerà umanamente per voce di una giovinetta: fu Dafne, ghermita per sempre, o Themis, figlia della Terra, che ammiriamo ancora dipinta sulla coppa di Vulci?

 

Sta, la bellissima giovinetta, alta sul tripode: nella mano destra ha il ramo di lauro e regge con la sinistra una pàtera che guarda, fissamente. Il velo non chiude che una piccola parte del capo: i piedi sono nudi e alti sulla Terra. La testa è china, come quella di Psiche, e sembra ascoltare, pacata, il palpito del petto appena sommosso del Nume. L’ignoto ceramista attico non avrebbe riconosciuto la Pizia furente di Lucano e del Crisostomo - capelli sparsi, contorsioni furenti, labbra schiumose - ; eppure, la pittura vascolare del V secolo si compiaceva di rappresentare oracoli e sibille oppresse da un tumultuoso delirio.



 

Dinanzi a quella figuretta serena e raccolta, dobbiamo concludere che Lucano, per la suggestione di Virgilio, confuse la Pizia con la Sibilla. Come ce la dipinge il pittore del vaso attico, così ce la descrive, sette secoli dopo, Plutarco. Il tripode che è ragione, secondo la convinzione di quel pio sacerdote delfico, non è seggio adatto per una profetessa furente. Dalla figurazione ancora mitica di Temi si trapassa alla Pizia plutarchea, attraverso testimonianze storiche recanti nomi, volti, episodi, descrizione del rito mantico, con tal segno di sincerità che noi oggi non degniamo di una risposta la tesi del Fontenelle.

 

La fanciulla di campagna, che divenne Pizia, allorché Plutarco esercitava il sacerdozio, è arrivata da poco per sostituire la Pizia morta dopo una consultazione, alla quale era stata sottoposta riluttante. Il modo stesso con cui Plutarco ne dà racconto prova che si tratta di un caso assolutamente eccezionale, il medesimo, forse, che tinse di orrore la consultazione di Appio, nella Farsaglia. Alla dochimanzia - narra Plutarco - la vittima era rimasta inerte, e nondimeno la Pizia era stata costretta a purificarsi alla fonte Castalia e ad aspirare il fumo del lauro. Rivestita del costume di Apollo Musagete, ella aveva bevuto l’acqua della sorgente Cassotis ed era salita sul tripode, con una foglia d’alloro in bocca e col ramo nella destra. Sin dalle prime risposte fu chiaro, all’asprezza della voce, che essa non aveva deposto il suo turbamento e rassomigliava a una nave con la chiglia rotta, in balìa d’uno spirito muto e maligno.




Alla fine, tutta squassata e con un grido strano e tremendo, cadde riversa, mentre si slanciava verso l’uscita. Atterriti, fuggirono non solo gli stranieri venuti a consultare l’oracolo, ma anche i sacerdoti e lo stesso profeta Nicandro...  Pochi giorni dopo la Pizia mori.

 

Non è nostro compito raccogliere qui altre testimonianze donde risulti che l’empito della profezia non è di natura dionisiaca. Al più, si potrebbe concedere che si trattasse di uno stato di estasi simile a un dolce assopimento, a un sogno, a un vaneggiamento .

 

Poi la voce oracolare tacque.




Non solo la Beozia, ma tutta la Grecia - risonante per secoli di molteplici voci divine: arte, poesia, pensiero, responsi di numi – ammutoliti per sempre. È un’epoca stanca. I Flavi stessi, dopo l’impresa di Gerusalemme, sono come presi da quel senso extra-temporale che ispira l’Oriente. Giuseppe Flavio e Filone versano, nella storiografia e nel platonismo, la nostalgia biblica e l’elegia lamentosa di Sion…

 

Plutarco, sacerdote delfico e console romano, tenta invano di nascondere sotto l’epopea delle Vite il presagio di morte che si stende su tutte le forme del mondo antico, ed attestando quella pace delfica e romana, così profonda da rassomigliare a una vigilia di morte, sembra rimpiangere i tempi di Maratona.

 

L’oracolo, che ai suoi grandi giorni era stato politico e morale, ora è poetico e decadente sino a farsi patetico. Ingrossa invece il flutto della malinconia a sommergere la voce oracolare delfica, fioca ai tempi di Plutarco e spenta sotto Giuliano.




 Dal primo secolo dell’era, mentre il carisma pentecostale avanza, l’oracolo delfico sente il disgusto delle domande volgari che salgono al tripode e avviliscono: sposarsi, navigare, mercanteggiare!

 

Plutarco è un fedele della religione platonica e il suo delfismo è, anzitutto, platonismo. I personaggi che salgono come un corteo sacerdotale, tra le immagini del Museo pitico, sino alla Lesche dei Cnidi, sono fratelli ideali di Fedone ed Eutifrone; tra loro non c’è posto per il cinico Planetiade. Non  freme, però, nel dialogo plutarcheo l’Eros del Simposio, sì bene un genio presso a morire; di tutta l’opera religiosa plutarchea, la morte di Pan batte la nota fondamentale, cupa come una marcia funebre.




Nella Descrittione di tutta l’Italia di Leandro Alberti, invece molti secoli dopo, pubblicata nel 1550, troviamo i seguenti passaggi:

 

Vedesi alla parte de quest’altissimo monte [Monte Vettore], che riguarda all’oriente, quel tanto famoso Lago del quale se dice che vi apparevano i demoni costretti dagli incantatori, et che qui vi parlano con essi. [...] Poscia alquanto più in su nell’Apennino nel territorio Nursino, evi il Lago [...]

 

Secondo Petrus Berchorius e il suo trecentesco Reductorium Morale, dal quale abbiamo già avuto modo di trarre citazioni, esseri demoniaci dimoravano già, in modo palese, le gelide acque del Lago:

 

Tra le montagne che si innalzano in prossimità di questa città [Norcia] si trova un lago, dagli antichi consacrato ai dèmoni, e da questi visibilmente abitato.

 

Il signore il cui oracolo si trova a Delfi non dichiara e non nasconde, ma accenna.

 

La natura tende a nascondersi. 


(Eraclito)


[Prosegue con il capitolo quasi al completo]








Nessun commento:

Posta un commento