giuliano

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IL TOMO

venerdì 29 ottobre 2021

LA RIVOLUZIONE PRE-INDUSTRIALE , ovvero: L’INVENZIONE DELLA LIBERTA’ (10)

 























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Della e circa la Rivoluzione (8-9/1)


Con inaspettati Cesari


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Morti senza Santi


& 'Nessuno' mi vuole ammazzare (12)









Bisogna imitare la natura: questo precetto si trasmette di generazione in generazione.

 

Ma che cosa significa imitare?

 

E cos’è la natura?

 

La parola natura ha mille significati, accoglie tutte le accezioni. Durante il XVIII secolo, colui che vuol mettersi dalla parte della ragione invoca la natura, chiama a testimone la natura...

 

Si tratta forse dell’universo materiale?




Dell’insieme delle cose create, del ‘sistema degli oggetti insiti nel mondo’?

 

A tutto questo, il secolo guarda con una coscienza nuova. I fisici, i geometri e i filosofi dell’età barocca hanno vinto la battaglia. L’idea dell’infinità dell’universo ha trionfato. Il telescopio di Galileo ha fatto arretrare i confini dell’universo. L’immagine tradizionale di un universo sferico, circoscritto, circondato dall’empireo e ‘motore immobile’ è superata.

 

Non esistono ormai più gerarchie nello spazio, né basso mondo sublunare, né sommità angeliche; il basso e l’alto hanno perso il loro senso analogico; niente, ormai, nell’universo simbolizza la direzione di una salvezza o di una perdizione.




Tutti i punti si equivalgono: forse esistono altri mondi abitati, altre creature intelligenti.

 

Non è più possibile considerare la terra, né Roma, né Gerusalemme e neppure il sole, come il centro del mondo. Ognuno, qui o altrove, può legittimamente ritenere il punto in cui si trova come centrale, a condizione di riconoscere il carattere relativo e provvisorio di quest’angolo prospettico.

 

Come sottolinea Georges Poulet, il Settecento resta un secolo relativista. La verità consiste in una serie di punti di vista e il punto di vista supremo, il solo che possa abbracciare il cosmo, è il punto di vista di Dio. Ma ciò non impedisce che tutti i punti di vista siano veri, e che tutti i luoghi, tutti i momenti siano il centro di un cerchio che circoscrive una qualche parte della verità.




Forse, in effetti, la divinità è presente in ogni punto dello spazio, come avevano suggerito i mistici nella famosa definizione secondo la quale Dio è una sfera infinita il cui centro è ovunque e la periferia in nessun luogo. Newton afferma che...

 

...esiste un Essere incorporeo, vivente, intelligente, onnipresente, che nello Spazio infinito, come se fosse il suo Sensorium, vede intimamente le cose in sé, le percepisce, le comprende interamente e a fondo, perché esse gli sono immediatamente presenti.

 

Che Dio sia distinto dallo spazio (come vogliono i cartesiani) o che lo spazio sia un attributo della divinità (come sostengono gli spinoziani), ciò non toglie che lo spazio è neutro, isotropo, omogeneo, che nessun punto prevale su di un altro. E se non esistono un centro assoluto né una periferia definitiva, ogni coscienza (depositaria di una scintilla divina) può rivendicare il diritto di organizzare il mondo grazie alla sua propria attività, partendo dal suo punto di vista e infine giustificare il proprio interesse individuale, pur ammettendo la reciprocità.




 Un tale atteggiamento è pregno di conseguenze poiché lo spazio omogeneo si presta alla misurazione delle velocità, delle masse e delle relazioni, rivelandoci leggi della materia che si lasceranno sfruttare. I calcoli della meccanica permetteranno all’uomo di moltiplicare e di dirigere le proprie forze. Il punto di vista dell’individuo non sarà soltanto il fulcro di una contemplazione, ma anche la leva di un’azione trasformatrice.

 

Lo spazio neutro, dunque, s’apre alle imprese conquistatrici dell’uomo, ai calcoli metodici della ragione. L’uomo, nella sua inquietudine, moltiplica le prove della propria forza, penetrando così in un mondo che cercherà di orientare a suo modo, di ordinare secondo i suoi valori e il suo interesse e nel quale vedrà aumentare il suo potere a misura che si accresceranno le sue conoscenze.

 

Lo spazio neutro è lo spazio della tecnica.




Tutto ciò che era stato annunciato dai precursori - Bacone, Cartesio -, il XVIII secolo si appresta a realizzarlo.

 

Il commercio e l’industria getteranno le basi sistematiche dello sfruttamento della natura. Il profitto netto sarà ottenuto tanto più sicuramente in quanto, per imbrigliare la natura, si saranno usate come armi le leggi uniformi che la governano. E se anche gli uomini fossero sottomessi alla causalità naturale, il fatto di prenderne conoscenza attraverso l’esperienza conferirebbe loro una padronanza su di essa, limitata ma sufficiente per tradurre questo potere in un’accumulazione di ricchezze e di benessere.




La dominazione dello spazio si manifesta in molti modi e innanzi tutto nel più concreto: le strade. In Europa (e soprattutto in Francia) esse si moltiplicano e diventano più sicure; gli scambi tra le città e le campagne si sviluppano; si rischiano e si guadagnano fortune nel commercio con le Indie e nello sfruttamento delle miniere.

 

I più prudenti sperano di arricchirsi perfezionando i metodi dell’agricoltura. Tutti aspetti dell’invasione utilitaria dello spazio da parte del lavoro umano. Questo movimento, preparato e iniziato dal Rinascimento, alquanto rallentato dalle guerre del XVII secolo, assume ora uno slancio che non si fermerà più fino ai giorni nostri.




Una forza economica e sociale, quella dell’industria e della borghesia mercantile, ormai vecchia di numerosi secoli, scopre finalmente il suo vero linguaggio, i suoi metodi più efficaci, la sua attrezzatura mentale, in breve, la sua ideologia.

 

Rivoluzionando il vecchio catasto feudale, che ancora conservava le vestigia di un universo orientato e strutturato dai valori religiosi e soprannaturali, la borghesia conquistatrice tende a far prevalere in tutto ciò che concerne la terra (imposte, recinti, e così via) il principio del rendimento, i valori di scambio.




Il catasto della proprietà fondata sul danaro soppianta il catasto dei possedimenti giustificati dalla funzione carismatica del signore e del prete. Come ha chiaramente inteso Tocqueville, l’anticlericalismo, nel Settecento, più che la religione ha inviso le ricchezze della chiesa, le terre che essa accaparra, la sua potenza in quanto istituzione politica:

 

...la Rivoluzione francese ha attaccato la religione [...] non perché i preti pretendevano di regolare le cose nel mondo ultraterreno, ma perché erano proprietari, signori, riscossori di decime in questo.

 

Una presa di possesso.




Dapprima, l’uomo aveva sperato che il pensiero geometrico avrebbe illuminato il mondo intero. Ma giunge il momento in cui si accorge che la fisica del movimento è insufficiente come principio universale di spiegazione. Come hanno dimostrato gli studi di Yvon Belaval, l’impresa conquistatrice non rinuncia ai suoi obiettivi, ma cambia metodo e evolve in un positivismo descrittivo e pragmatico.

 

Ci si allontana dalla geometria per rivolgersi alle scienze naturali; si rinuncia alla speranza di tradurre ogni fenomeno in una formula matematica e ci si limita a redigerne minuziosi inventari. L’Enciclopedia è la più chiara testimonianza di questo sforzo (Ma bisognerebbe citare anche il sistematico Linné, l’antisistematico Buffon, e la Storia generale dei viaggi).




Il sapere enciclopedico compila il registro delle nostre risorse: le arti, le tecniche, gli oggetti. Poco importa se non conosciamo le leggi che collegano tutte le cose tra loro. Gli oggetti distinti, se ne abbiamo dato una buona definizione, si lasciano comunque usare da noi. Scrive Bernard Groethuysen:

 

Così l’uomo avrà stabilito il suo diritto di proprietà sugli oggetti. Li circonda di barriere, li divide in parti e li fa entrare in un catasto universale. Inoltre, appropriandosene, li trasforma, per così dire li snatura. Il possesso cambia la natura dell’oggetto. L’albero che vi appartiene non è più quello che scorgete semplicemente quando lo guardate [...] Lo spirito di possesso è la distinzione essenziale tra L’Enciclopedia e l’orbis pictus in cui, un tempo, i viaggiatori del Rinascimento annotavano le curiosità che avevano visto nel corso delle loro peregrinazioni [...]. Gli enciclopedisti fanno fare all’uomo il periplo di ciò che possiede. Ecco ciò che vi appartiene. Non vi credevate così ricchi. Ecco ciò che i sapienti hanno acquistato per voi. Sappiate goderne.




In questo processo d’appropriazione, l’immagine svolgerà un ruolo considerevole. L’universo intero, disegnato, stampato, colorato - sotto gli sguardi del naturalista e del proprietario - si scompone in specie, in individui (poiché, assicura Buffon, impercettibili sfumature collegano le specie le une alle altre).

 

I gabinetti di curiosità, le serre si moltiplicano in tutta Europa: sono gli oggetti stessi che si vogliono collezionare. Sono le piante stesse che si vogliono raccogliere negli erbari, poi nei giardini. L’illustrazione riprodotta nei libri è un surrogato, un simulacro. Questo genere d’imitazione della natura, affidato agli incisori, agli acquerellisti, sebbene allora rappresentasse un apporto essenziale alla presa di coscienza della realtà terrestre, sembra realizzarsi al di fuori del campo della coscienza estetica.

 

Lavoro d’artigiano e non d’artista, si afferma.




Opera meccanica nella quale l’abilità manuale non richiede lo sforzo del pensiero. Tali oggetti sono rappresentati per il nostro utilizzo, per la nostra scienza.

 

È dunque possibile parlare d’arte se la considerazione della utilità s’impone a tal punto?

 

Quanto all’artista, imitare pazientemente la Natura non basta: occorre che l’oggetto parli al nostro sentimento. Per questa costante esigenza dell’estetica settecentesca, la pittura di genere, anche quella di un Chardin, è considerata un genere inferiore. 




Occorrerà del tempo prima che Diderot scopra che la pittura di Chardin, per dirla con le parole stesse del pittore, ‘non è fatta coi colori, ma col sentimento’. Per prima cosa, l’autore dei Salons è affascinato soltanto dalla magia dei colori e dall’estrema verità:

 

È la natura stessa; gli oggetti sono fuori dalla tela e di una verità da ingannare gli occhi [...]. Per guardare i quadri degli altri, sembra che io abbia bisogno di procurarmi degli occhi; per vedere quelli di Chardin, non ho che da conservar quelli che la natura mi ha dato e servirmene bene.




La pittura di genere compie così il miracolo di foggiare, sulla superficie piatta della tela, una copia della natura; è uno specchio stupefacente, fedele alle materie più diverse, ma rivolto verso ‘una natura umile, comune e domestica’. L’illusione è tale che il critico si sente immediatamente indotto ad assumere, davanti agli oggetti che gli vengono presentati, l’atteggiamento del proprietario consumatore. Nessuna fantasticheria poetica davanti a quei cibi, ma piuttosto uno stato d’appetito positivo:

 

Quel vaso di porcellana è realmente di porcellana; quelle olive sono realmente separate dall’occhio dall’acqua in cui sono immerse; dobbiamo solo prendere quei biscotti e mangiarli, aprire quell’arancia e spremerla, bere quel bicchiere di vino, sbucciare quelle frutta, affondare il coltello in quel pasticcio.

 

Davanti a una così grande perfezione imitativa, la contemplazione è di breve durata: a prima vista, le cose non contano per una loro misteriosa presenza, ma per il loro valore d’uso.

 

(J.  Starobinski)









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