CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 27 febbraio 2017

ANTISTORIA D'ITALIA (senza trucchetti!)




















Un sito:

Società Dante Alighieri per la Cultura














L'impotenza della intellettualità italiana del ' 200 a crearsi una propria individualità
morale è ancora impotenza di immaturità.
L'egocentrismo senza limitazioni e senza prudenza umana dei potenti conduce
prima o poi alla loro catastrofe, mentre la sofferenza viene man mano prendendo
più coscienza di sé.
L'alternarsi di tragiche antitesi, estrema crudeltà ed estrema umiliazione, è sinoni-
mo di una ambivalenza propria a caratteri estremi non ancora equilibrata in un
ideale di stile o non ancora compressa sotto la maschera di un conformismo di
apparenza.
Di fronte a questa esperienza si avventa un'anima esasperata di sete di vendetta
individuale e il libello di condanna si trasforma in un poema che ha per suo fondo
l'ansia di un rinnovamento.
La lingua, la cultura, l'etica della nazione italiana hanno raggiunto la maturità:
Dante ha scritto la 'Divina Commedia'!




Il peso della personalità di questo poeta nella nostra storia morale impressionò
sempre quanto hanno meditato la storia d'Italia. Pare che in lui si riassuma il
problema etico-politico della vita italiana. In una nazione che si piegherà ad
ogni convenienza egli è il grande eterno ribelle che, dopo aver invano lottato
per ricondurre la giustizia tra il suo popolo, compiere la vendetta sui colpevoli
e pruomuovere la pace tra i concittadini, evade nell'oltretomba, nel mondo del-
la giustizia assoluta a chiedere l'estrema giustificazione per il suo mondo sociale
e per lui stesso uomo.
L'eco del suo tormento fu spesso dimenticata nei secoli seguenti, ché l'Italiano
è per lo più incapace di chiarezza interiore e di rendersi conto del carattere in-
timo dei valori umani (che lo circondano), mentre nel tormento e nella catarsi
dell'anima dantesca sembra siano contenute tutte le ulteriori esperienze della
tragica vita della nazione.
(Dante e Cecco muti testimoni della pochezza e dei limiti del patrio suolo,
albergato ancora da spiriti estranei e limitanti al sapere cui l'orgoglio anche
individualista dei due amici, dovrà e saprà misurarsi nei secoli. Sono il nostro
esterno specchio, su cui ancora possiamo riflettere l'immagine di questa Ita-
lia da fare.....)




Dante, egocentrico, individualista, fazioso e tiranno in potenza, si salva dall'-
esasperato individualismo dei suoi nemici e, dopo esser caduto nella selva
dell'orgoglio, dell'ambizione, del vano desiderio di gloria, propone a se stes-
so e agli altri un programma di rinnovamento che dalla tradizione medievale
cristiana non ha preso che la forma.
Di fronte all'esasperata volontà di potenza, lo spirito nazionale già maturo ha
proposto il rinnovamento politico e morale, quell'ideologia pura, anzi purissi-
ma che salva l'anima della nazione italiana in una possibilità di rinnovamento
che riaffiorirà di tanto in tanto, quale eterna utopia, durante i secoli della sua
melanconica storia.
Di fronte ad un Papato ambizioso, avido e violento, Gioacchino da Fiore
aveva immaginato il rinnovamento fantastico della Chiesa e del mondo e tut-
to il secolo XIII aveva udito e sussurrato e diffuso di bocca in bocca il suo
messaggio sotterraneo.




La vittoria e la gloria dovevano condurre alla subordinazione e all'umiltà:
san Francesco aveva amato e amato per tutti coloro che odiano invano e
aveva cercato la perfetta letizia nella più profonda delle abiezioni che gli oc-
chi della società un uomo può sopportare.
Dante, che ha presente la reazione antindividualista per la quale la potenza
del grande è giustificata soltanto dal voluto sacrificio degli umili, scrive il
gran poema dove egli non si piega sino alla fine, sino a che non ha raggiun-
to la giustizia assoluta, alla quale armato del dogmatismo scolastico, può
ancora credere e di fronte alla quale non resta che inginocchiarsi e pregare;
ma prima egli giudica e condanna come Minosse, beffeggia e si compiace
del supplizio dei più perfidi che non hanno mai avuto pietà e che pietà non
meritano, per i quali l'umanità non è mai esistita e sono stati demoni in terra
anticipatori di quell'inferno da cui in realtà non sono mai usciti: la condanna
della vanità e dell'ostentazione eleva Dante a massimo esponente di un'as-
pirazione che intende liberare l'uomo dalla sua antiumana volontà di poten-
za, e non soltanto in sede di cristiana rinuncia a fini ultraterreni.




E' in questo mondo terreno, e pur con i sensi delle gioie e dei dolori della
materia, che Dante fissa la condanna dell'eccesso individualista egocentri-
co e fazioso; egli combatte dove e come può, e infine col descrivere per
tutte le genti, anche per i laici e gli indotti, la condanna eterna di quelli che
hanno peccato.
La condanna di Dante colpiva la sfrenata volontà di potenza che si vale
ora della forza, ora dei più deboli inganni; il suo grande nemico è Bonifa-
cio VIII che lo ha personalmente tradito.
Così Dante supererà il suo tradizionale 'guelfismo', chiederà all'Impero
pace e giustizia e infine, viste vane ed inattuabili per pochezza di uomini
queste aspirazioni, si ritirerà in una soluzione che non conosce più in
questo mondo valori etico-politici, e la pace migliore della nazione italia-
na non troverà per secoli rifugio migliore.
Ma gli Italiani in genere accetteranno e assorbiranno in una forma di ac-
comodamento quelle terribili lotte di fazione, frutti di esasperato indivi-
dualismo che Dante e un certo mondo che stava intorno a lui avevano
tentato di risolvere in un clima etico superiore.
Per questo la grandezza di Dante e di Cecco (e pochi altri) i quali han-
no rifiutato ogni accomodamento; ed hanno abbandonato la 'compagnia
malvagia e scempia' degli uomini della loro parte, faziosi e di corte, av-
vezzi ad ogni sorta di privilegio, di corte vedute al pari dei loro avversa-
ri e infine hanno tentato di superare una 'politica' verso cui invece si
indirizzerà la società italiana, che avrà il destino delle canne che si piega-
no al soffio del vento e della tempesta ma finiscono col resistere al tem-
po, pur restando deboli canne in un limbo di eterno purgatorio dipenden-
ti e succubi di ben altri padroni....
(F. Cusin, Antistoria d'Italia)














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