giuliano

giuliano
IL TOMO

venerdì 3 settembre 2021

I VIZI DELLA NOSTRA CIVILTA' (ovvero, la Natura seviziata) (16)

 










Precedenti capitoli:


La prospettiva rovesciata (15)


d'uno o più quadri della domenica...


Prosegue con...:


I peccati della nostra civiltà (17)








È un errore ampiamente diffuso il credere che la Natura sia inesauribile. Ogni specie di animale, di pianta o di fungo - perché tutte e tre le varietà fanno parte del grande meccanismo - è adattata al suo ambiente; e, come è ovvio, di tale ambiente non fanno parte soltanto le componenti inorganiche di una data località, bensì anche tutti gli esseri viventi che vi abitano.

 

Tutti gli esseri viventi che abitano nello stesso spazio vitale sono quindi adattati gli uni agli altri. Ciò vale anche per quelli che si contrappongono da nemici l’uno all’altro, in rapporti di ostilità, come la belva e la sua preda, il divoratore e il divorato. Un esame più attento dimostra che questi esseri, se considerati non individualmente ma come specie, non solo non si danneggiano reciprocamente, ma talvolta costituiscono persino una comunità di interessi. È ovvio che il predatore sia fortemente interessato alla sopravvivenza della specie, animale o vegetale che sia, che gli serve da preda.


 

Quanto più esclusiva è la sua preferenza per un dato tipo di cibo, tanto maggiore sarà, necessariamente, il suo interesse. In questi casi il predatore non può assolutamente sterminare l’animale che gli serve da preda: l’ultima coppia di predatori morirebbe di fame già molto prima di aver anche solo incontrato l’ultima coppia della specie preda. Quando la densità di popolazione della specie preda scende al di sotto di un determinato livello, è il predatore a scomparire, come per fortuna è avvenuto per la maggior parte delle imprese che davano la caccia alle balene.




 […] In breve, tra due forme di vita può esistere un rapporto di interdipendenza reciproca molto simile a quello che lega l’uomo ai suoi animali domestici e alle piante coltivate. Le leggi che regolano tali effetti reciproci sono spesso molto simili, infatti, a quelle dell’economia umana, ed è proprio questo che vuol significare il termine di ecologia, che le scienze biologiche hanno coniato per designare lo studio di questi rapporti d’interazione. Esiste tuttavia un concetto economico del quale ci occuperemo tra poco e che esula dall’ecologia animale e vegetale:

 

lo sfruttamento distruttivo.

 

I rapporti interattivi nel complesso delle molte specie di animali, piante o funghi che coabitano nello stesso spazio vitale, formando una comunità biotica o biocenosi, sono numerosi e molto complessi.




L’adattamento delle diverse specie viventi ha richiesto tempi che rispondono all’ordine delle ere geologiche, non a quelle della storia dell’uomo, e ha raggiunto uno stadio di equilibrio tanto ammirevole quanto delicato.

 

Molti meccanismi regolatori proteggono tale equilibrio contro le inevitabili perturbazioni dovute a ragioni climatiche e di altro genere. Tutte le modificazioni che si instaurano lentamente, come quelle provocate dalla evoluzione della specie o da graduali (e non repentine come avviene cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo libro) alterazioni del clima, non costituiscono un pericolo per l’equilibrio di uno spazio vitale.




 Una modificazione improvvisa, invece, per quanto possa sembrare di scarso rilievo, può produrre effetti sbalorditivi e anche catastrofici. L’introduzione di una specie animale apparentemente del tutto innocua può provocare la letterale devastazione di ampie zone di terra, come è avvenuto in Australia in seguito al diffondersi dei conigli. In questo caso l’intervento nell’equilibrio di un biotopo è avvenuto per opera dell’uomo; gli stessi effetti sono tuttavia teoricamente possibili anche senza il suo intervento, sebbene si tratti di una eventualità più rara.

 

L’ecologia dell’uomo è soggetta a cambiamenti di gran lunga più rapidi di quella degli altri esseri viventi.

 

I tempi ne sono dettati dal progresso della sua tecnologia, che è continuo e la cui accelerazione cresce in proporzione geometrica. L’uomo, quindi, non può non provocare alterazioni radicali e, troppo spesso, la rovina totale delle biocenosi nelle quali e delle quali vive. Fanno eccezione a questa regola soltanto pochissime tribù selvagge, come ad esempio certi indios della foresta sudamericana, che vivono raccogliendo cibo o cacciando la selvaggina, oppure gli abitanti di alcune isole dell’Oceania che coltivano un poco la terra e vivono soprattutto di noci di cocco e di pesca.




Tali culture influiscono sul loro biotopo in maniera non diversa dalle popolazioni di una specie animale. Questo è uno dei modi di cui l’uomo teoricamente dispone per vivere in armonia col suo biotopo; l’altro consiste nel crearsi, servendosi dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, una biocenosi completamente nuova che corrisponda in tutto e per tutto alle sue esigenze e che potrebbe anche, in linea di principio, dimostrarsi altrettanto duratura di quella che fosse sorta senza il suo intervento. Questo vale per alcune antiche civiltà contadine che abitano da molte generazioni sulla stessa terra, che amano, e alla quale, grazie alle conoscenze ecologiche acquistate attraverso la pratica, restituiscono ciò che da essa hanno ricevuto.

 

Il contadino, infatti, sa qualcosa che l’intera umanità civilizzata sembra aver dimenticato: cioè che le fonti di vita del nostro pianeta non sono inesauribili. Da quando in vaste zone dell'America l’erosione causata da uno sfruttamento insensato ha trasformato in deserto terreni un tempo fertili, da quando grandi territori si sono inariditi in seguito al disboscamento e innumerevoli specie di animali utili si sono estinte, si è incominciato, a poco a poco, a far di nuovo conoscenza con questa realtà. E ciò soprattutto per il fatto che le grandi imprese industriali che agivano nell’ambito dell’agricoltura, della pesca e della caccia alla balena hanno risentito gravemente, sotto l’aspetto commerciale, di tali effetti.




E tuttavia questi fatti non vengono generalmente riconosciuti e non sono ancora penetrati nella coscienza pubblica!

 

La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei doers, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l’uso di prodotti chimici, per esempio nell’agricoltura e nella frutticultura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci.




[…] Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato.

 

Come può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente banale e brutta, dell’uomo?

 

In una grande città i grattacieli e l’atmosfera inquinata dai prodotti chimici non permettono nemmeno più di vedere il cielo stellato. Non c’è perciò da stupirsi se il diffondersi della civilizzazione va di pari passo con un così deplorevole deturpamento delle città e delle campagne. Basta confrontare con occhi spassionati il vecchio centro di una qualsiasi città con la sua periferia moderna, oppure quest’ultima, vera lebbra che rapidamente aggredisce le campagne circostanti, con i piccoli paesi ancora intatti. Si confronti poi il quadro istologico di un tessuto organico normale con quello di un tumore maligno, e si troveranno sorprendenti analogie!




 Se consideriamo obiettivamente queste differenze e le esprimiamo in forma numerica anziché estetica, constateremo che si tratta essenzialmente di una perdita di informazione.

 

La cellula neoplastica si distingue da quella normale principalmente per aver perduto l’informazione genetica necessaria a fare di essa un membro utile alla comunità di interessi rappresentata dal corpo. Essa si comporta perciò come un animale unicellulare o, meglio ancora, come una giovane cellula embrionale: è priva di strutture specifiche e si riproduce senza misura e senza ritegni, con la conseguenza che il tessuto tumorale si infiltra nei tessuti vicini ancora sani e li distrugge.




 Tra l’immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui erano state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate.

 

Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea di un sobborgo moderno con le sue case standardizzate, frettolosamente disegnate in concorsi-lampo da architetti privi ormai di ogni cultura. Gli sviluppi di questa competizione dell’umanità con se stessa (di cui tratteremo nel prossimo capitolo) esercitano sull’edilizia un effetto distruttivo. Non soltanto il principio economico secondo il quale è più conveniente produrre in serie gli elementi costruttivi, ma anche il fattore livellatore della moda, fanno sì che ai margini dei centri urbani di tutti i paesi civilizzati sorgano centinaia di migliaia di abitazioni di massa che si distinguono fra loro solo per i loro numeri civici; esse infatti non meritano il nome di case dal momento che, tutt’al più, si tratta di batterie di stalle per uomini da lavoro, chiamati così proprio per analogia con i cosiddetti animali da lavoro.




L’allevamento di galline livornesi in batterie viene giustamente considerato una tortura per gli animali e una vergogna della nostra civiltà. L’applicazione di metodi analoghi all’uomo è invece considerata del tutto lecita, anche se proprio l’uomo sopporta meno di tutti questo trattamento che è disumano nel vero senso della parola. La coscienza del proprio valore da parte dell’uomo normale favorisce a giusto titolo l’affermazione della sua personalità.

 

L’uomo non è stato costruito nel corso della filogenesi per essere trattato come una formica o una termite, elementi anonimi e intercambiabili di una collettività di milioni di individui assolutamente uguali tra loro. Basta guardare un gruppo di orticelli di periferia per capire quali effetti può produrre l’impulso dell’uomo a esprimere la propria individualità. A chi abita nelle batterie degli uomini da lavoro resta una sola via per conservare la stima di sé: essa consiste nel rimuovere dalla coscienza l’esistenza dei molti compagni di sventura e nel rinchiudersi in assoluto isolamento. In molte abitazioni di massa i balconi dei singoli appartamenti sono separati da tramezzi che nascondono la vista del vicino. Non si può né si vuole stabilire con lui un contatto sociale attraverso la grata perché si ha troppa paura di vedere riflessa nel suo volto la propria immagine disperata. Anche per questa via gli agglomerati umani conducono alla solitudine e all’indifferenza verso il prossimo.


(Prosegue....)








 

Nessun commento:

Posta un commento